Staff di Antispecismo.Net

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Martedì, 18 Dicembre 2012 09:40

La moderna crociata della Chiesa Cattolica

Video di Clara.

Di fronte ai processi di emancipazione femminile e di maggior apertura verso i diritti e le libertà civili della comunità LGBT, il clero cattolico si è dedicato negli ultimi anni a difendere strenuamente i valori tradizionali della cultura patriarcale, alimentando così il sessismo e l'odio di genere nella mentalità dei vari popoli del mondo di credo cattolico.

god save the queer

Un transessuale nel castello di Kafka – di Egon Botteghi

Fonte: www.lametamorfosiftm.com

 

Mi chiamo Egon, ma potrei chiamarti Marco, Andrea, Luca, Gabriele. Sono uno dei tanti uomini transessuali italiani, persone cioè che, nati in un corpo biologicamente femminile, si accorgono di appartenere al genere opposto e iniziano un lungo percorso per adeguare la loro immagine al maschile. La nostra realtà era assolutamente sconosciuta in Italia fino a pochi anni fa, ma, grazie all’impegno di alcuni di noi di non nascondersi e di fare attivismo, usando anche mezzi come questo sito che è stato ed è un riferimento per tanti, sta lentamente emergendo, con tutti i problemi, le gioie ed i dolori che questa comporta.

Uno dei più grossi problemi pratici è il nostro rapporto con i tribunali, che sono chiamati, secondo la legge 164, che dal 1982 regola in Italia il “cambiamento di sesso”, a legiferare su quello che possiamo fare o non fare con i nostri corpi.

La persona transessuale infatti, non ha la determinazione dal proprio corpo, ma deve chiedere il “permesso” alla classe medica e legale, per ottenere quel riconoscimento nel genere che sente proprio e che gli potrà permettere una vita più serena.

Io, come credo la totalità dei transessuali, ho avuto avvisagli della mia “condizione” fin dalla tenera età, ma i condizionamenti sociali e la scarsità di informazioni che mi facevano sentire più un mostro che una “normale” variabile del genere umano, mi hanno portato a rivolgermi ad un centro specializzato in dig in età più che adulta.

Dig è l’acronimo di “disforia di genere”, la malattia di cui soffriamo noi transessuali e che ci permette di usufruite della possibilità data per legge di “cambiare corpo”. Noi transessuali, quindi siamo ancora dei malati psichiatrici, malati tutti particolari, dal momento che dobbiamo essere assolutamente sani per quanto riguarda il resto della nostra vita psichica, pena l’esclusione dalla legge, a cui viene curato il corpo e non la mente, e che, nella stragrande maggioranza, andiamo dallo psichiatra con un autodiagnosi.

Quindi io, alla veneranda età di 39 anni, mi sono rivolto ad un ospedale italiano, all’interno del quale c’è questa equipe medica composta da vari psichiatri, psicologi ed un endocrinologo, spiegando quello che mi sentivo e cercando di capire insieme a loro se la diagnosi di dig che mi avrebbe permesso l’accesso alle cura ormonali a base di testosterone e quindi un primo, rilevantissimo cambiamento di aspetto che mi avrebbe reso uomo agli occhi del mondo, era quello di cui io avessi bisogno per il mio benessere. Dopo nove mesi di colloqui psichiatrici, somministrazioni di test, visite endocrinologiche, esami di vario tipo, è stata formulata la mia diagnosi di dig, firmata da due psichiatri, uno psicologo ed un endocrinologo.

Con questa sono passato ad una terapia ormonale che in questo momento ha reso il mio aspetto esteriore, da vestito, completamente maschile.

A questo punto ho nominato un avvocato che presentasse nel tribunale della mia città tutta la documentazione necessaria per presentare l’istanza della riassegnazione del sesso, che in Italia è obbligatoria per ottenere il cambio dei documenti. In pratica, se, avendo un aspetto ormai maschile, vuoi avere anche i documenti conformi al tuo apparire ( che è poi anche il tuo essere) devi obbligatoriamente affrontare delle operazioni, che nel nostro caso di ftm, sono tutte demolitive, e cioè la rimozione del seno e delle ovaie.

Per fare queste operazioni però devi avere il consenso del giudice che chiede appunto la presentazione della diagnosi di disforia di genere.

Così, a Giugno del 2011, il mio avvocato presenta le carte in tribunale ed il 20 Settembre del 2012 vengo convocato per la prima udienza dal giudice che mi è stato assegnato.

Il giudice mi fa una buona impressione, sembra che la sua posizione sia quella di non chiedere ulteriori accertamenti per valutare la mia disforia, visto la presenza di una documentazioni chiara proveniente da professionisti di un ospedale e quindi della nostra sanità pubblica.

Però bisogna passare un’altra udienza per avere il tempo di nominare il pubblico ministero, ed anche lì sono contento che il giudice capisca la mia urgenza e ci rimandi ad appena un mese dopo, il 17 Ottobre.

In quella udienza il pm neanche si presenta, ma per il giudice questo non ha nessuna importanza e sembra ribadire il concetto che le “carte cantino” e che si andrà direttamente alla collegiale che mi darà la sentenza per le operazioni e quindi la possibilità di inserirmi nelle liste degli ospedali italiani che tali operazioni eseguono.

Invece, la doccia fredda: il 7 Novembre ricevo una mail dallo studio del mio legale, con il quale mi comunica che è stato nominato il ctu, cioè un ulteriore accertamento tecnico del tribunale, che naturalmente sarà a mie spese e che allungherà ancora i tempi già infiniti, e che magari può anche negarmi la possibilità di operarmi.

Mi allega anche l’ordinanza, che mi viene anche riletta dal giudice nell’udienza del 21 Novembre, dove il medico chiamato come perito ( che tra l’altro presta opera nello stesso ospedale che al momento mi segue per la terapia ormonale) accetta l’incarico e presta giuramento.

Dato il tempo che il perito si prende per fare il suo lavoro ( che tra l’altro, a sua detta, consisterà nel risentire i medici che mi hanno già valutato) la prossima volta udienza è fissata per il 7 Marzo pv.:

Il fulcro dell’ordinanza è il seguente:

“Considerando che dalla suddetta documentazione risulta, nella parte attrice ( cioè io, ndr), l’esistenza di tratti di inadeguatezza, oltre che l’idoneità degli originari caratteri sessuali a determinare un disagio significativo sul piano clinico, sociale e relazionale, ritenuto tuttavia, che, dalla documentazione degli atti non emerge il carattere indispensabile dell’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali quale necessario passaggio per una più compiuta realizzazione della personalità della parte attrice, elemento imprescindibile ai fini della decisione richiesta in ordine all’autorizzazione del trattamento chirurgico…etc, etc”

Rimango di stucco, basito, attonito, arrabbiato, frustrato, con il gelo dentro…ma più che altro mi chiedo “Cosa avrà voluto dire?”

Non può mettere in dubbio le carte da me portate in quanto provenienti dal sistema sanitario nazionale ( quindi se i medici avessero sbagliato la diagnosi, cosa succederebbe? Poteri fargli causa?), però mette in dubbio la necessità di intervenire chirurgicamente per il mio benessere.

Perfetto. Riconosce quindi che ci sono delle persone transessuali che possono non sentire la necessità di intervenire chirurgicamente, e che magari trovano la loro serenità, il loro equilibrio solo con la terapia ormonale? Bene. Ma per vivere serenamente ho bisogno di un lavoro, di un accettazione sociale, della tutela alla mia privacy. E come posso avere tutto questo se devo andare in giro con i documenti al femminile e la faccia da uomo? E poi è sicuro che io mi senta a mio agio con la barba e le tette?

Allora perché mi obbligate per legge a fare gli interventi demolitivi per ottenere il cambio anagrafico e poi prendete in considerazione l’idea di negarmene l’accesso? Volete forse dire che mi darete il cambio dei documenti, di cui naturalmente ho bisogno per una vita decente, senza farmi fare gli interventi? Alleluja! Finalmente una rivoluzione nella legislatura italiana che i transessuali necessitano da tanto tempo.

Invece sarà tristemente il solito scenario, si faranno degli accertamenti inutili in quanto assoluta ripetizione di cose che sono già state presentate, si allungheranno i tempi di una decisione che tenderà a ricalcare quello che i medici hanno già decretato ( se il percorso è fatto di un tot di step, è chiaro che se uno viene ritenuto idoneo ad entrare, poi, gli si da anche la possibilità di portarlo a conclusione), ed io, che ho già perso il lavoro a causa della mia condizione, mi dovrò pagare gli onore del ctu deciso dal tribunale.

Altrimenti, se io venissi bloccato, che cosa avranno creato? Una persona che ha diritto di prendere ormoni, che però non può operarsi e che non può cambiare i documenti. Qual’è il mio status? Transgender? Va benissimo, per molti sarebbe qualcosa in cui si riconoscono, ma per cui vorrebbero anche degli strumenti giuridici adeguati per veder protetta la loro vita e la qualità di questa.

Ma in tutto questo, la rabbia più grande deriva dalla mia reazione alla lettura dell’ordinanza.

Tutto queste domande mi frullavano in testa, anche se ero pietrificato dal disappunto, avevo il giudice di fronte a me e potevo chiedere spiegazioni sul suo operato, bastava che aprissi bocca. Invece sono rimasto lì, come una statua di sale, e per quale motivo? Perché non volevo far perdere tempo! Si stava decidendo della mia vita, ed io me ne sono stato muto perché il mio pensiero è andato al mio avvocato, che aveva un’altra udienza in un’altra stanza, a tutta la ressa di legulei con i loro clienti che aspettavano il proprio turno…sono così abituato ad essere uno scomodo impiccio, una cosa venuta male, una creatura con pochi diritti che queste sono le mie reazioni.

Me ne sto lì, a grattare sulla porta del palazzo della legge, a mendicare la grazia, come il personaggio del racconto di Kafka, che invecchiò e morì davanti alla porta della torre della legge, invece che entrare come era suo diritto e suo destino fare.

 

Egon Botteghi

castello

Giovedì, 13 Dicembre 2012 09:34

Carmela - di Stefano Benni

Carmela [1]


Zio Giovanni si coprì un po' gli occhi per ripararsi dal sole e la vide al prato.
Camminava pensosa e lenta, guardandosi intorno. Ogni tanto girava di scatto la testa, come se avesse sentito qualche rumore. Poi riprendeva la passeggiata.
Spiccò, col suo bel vestito bianco, nell'ombra dell'ippocastano. E zio Giovanni la chiamò.
- Carmela...
Si avvicinò sospettosa. Zio giovanni la trovò un po' invecchiata, una ruga in più attorno agli occhi. Le sorrise, si sedette sulla panca di pietra, e le offrì un chicco d'uva.
Carmela lo mangiò con calma, poi chiese:
- Allora, zio, cosa c'è?
- Perchè dici così?- disse zio Giovanni sfregandosi la barba ispida. - Ci dev'essere qualcosa?
- Quando vieni con quella faccia seria, vuol dire che qualcosa non funziona. Ormai ti conosco da un pezzo. Quanti anni sono?
- Sette, Carmela.
- Sette anni. Mi sembra ieri. Eravamo poche, allora, nella casetta. Una decina, mi pare...
- Quando sei nata tu, eravate otto. Adesso siete più di venti.
- Sì, e stiamo strette. Dovresti darci più spazio. Per non parlare del Francese, e delle Chiacchierone, e di Dodo.
- Proprio così - Rise zio Giovanni. - In effetti questo prato comincia a essere molto abitato. Ma dimmi, non ti piace il Francese, vero?
- Proprio no, - Disse Carmela, grattandosi - è un gran borioso. E poi quell'abitudine di svegliarsi presto e rompere le scatole a tutti...
- E' di ottima famiglia - disse zio Giovanni.
- Può anche essere un principe, ma è un rompiscatole e un vanitoso. Sempre a guardarsi il vestito, e poi non vedi come cammina? Sembra che abbia un uovo nel culo...
- Ti piaceva di più Vercingetorige?
- Vercingetorige era un signore - sospirò Carmela. - Gentile con tutte, non ha mai fatto il capo né lo sbruffone. Non meritava quella fine.
- Lasciamo perdere, Carmela - Disse zio Giovanni.

Restò in silenzio. Le rane gracidavano nel pantano. Nel cielo azzurro, un pò velato, un volo di storni si apriva e si ricomponeva, cercando un albero su cui posarsi. Le colline erano bronzo e oro.

- Vedi, Carmela, devi sapere... Sandrino è un pò malato.

- Lo credo, - disse lei - tutto il giorno a correrci dietro, solo con una maglietta addosso. Finisce sempre sudato. Ormai è autunno, comincia a far freddo. Mica è vestito come noi.

- Certo. La sua povera mamma glielo diceva sempre: copriti, copriti. Insomma, adesso lui è a letto con la febbre alta, bianco come un cencio...

- Avevo notato che da un pò non veniva a trovarci, ma pensavo che fosse perchè è cominciata la scuola... i compiti o chissà cosa.

- No, è a letto da quattro giorni. E' molto debole. E' venuto il dottore.

- Barbagrigia?

- No, - rise zio Giovanni - quello è il medico per voi. Lui ha un altro medico, uno molto serio, che viene dalla città. L'ha visitato tutto, ha sentito il polmone e il respiro. Ha detto che è molto debole.

- E ha detto che bisogna fare per curarlo?

Zio Giovanni si alzò in piedi e si fece molto serio. Guardava verso la valle, ma si vedeva che aveva la testa da un'altra parte.

- Ecco le chiacchierone - disse.

Passarono in tre, sculettando, parlottando tra loro come al solito. La più giovane delle tre, Germana, vide Carmela e disse:

- Ciao vecchietta...

- Ciao, bruttona testa pelata. Ti vedo più grassa del solito.

- Sempre acida sei. Cosa c'è, il Francese non ti guarda? Preferisce quelle più giovani?

- Il Francese piacerà a te, - disse Carmela - oca che non sei altro.

Se ne andarono, sempre chiacchierando. Il cane passò di corsa, e scapparono via urlando spaventate.

- Brutte fifone, - disse Carmela - fifone e maligne. Io non so cosa ci trovi in loro.

- Ma dai, sono buone in fondo - disse zio Giovanni.

- Tu lo sai certo meglio di me - disse Carmela. - Insomma, visto che non ti decidi a parlare, vuoi che ti ripeta io cosa ha detto il dottore?

- Ma dai come puoi saperlo.

- Si' che lo so. Ha detto, questo ragazzo ha la polmonite, è debole, e anche un pò denutrito. Non guarirà, se continua a mangiare polenta. Ci vuole un bel brodo caldo... eccetera, eccetera.

- Beh, non ha detto proprio cosi', ma...

- Non prendermi in giro, zio - disse Carmela inclinando la testa. - E' la stessa cosa che è successa a Nunzia. Allora si ammalò la zia...

- Vedi Carmela, è... come dire... la tradizione... la più vecchia di voi...

- Lo so, lo so. Tocca a me. Mica mi lamento. Lo sapevo che sarebbe accaduto prima o poi.

- Io avrei pensato a una delle Chiacchierone. Ma il dottore ha deto no, ci vuole... un brodo buono.

- Dovrei essere orgogliosa insomma.

- Carmela . Ti prego. E' difficile per me... Se tu potessi vedere Sandrino, cosi' smunto e pallido nel letto, con gli occhi socchiusi. Prova a leggere ma non ci riesce, si addormenta subito. E l'altra notte delirava...

- Certo, certo - disse Carmela. - Ne ho viste di malattie, nella casetta. Capisco è naturale. E' cosi' da sempre. Uno se ne va, un altro guarisce, uno muore, un altro rifiorisce.

- Non ricominciare con i tuoi discorsi filosofici per favore, sai che non li capisco.

- Cercherò di essere semplice. Vedi, io comprendo le tue ragioni, ma le ragioni sono sempre le vostre. Voi decidete per noi. A te non succede che una bella mattina qualcuno entra in casa e ti dice, zio Giovanni, vieni con me che è il tuo ultimo giorno.

- Beh, qualche anno fa succedeva - disse zio Giovanni. - Dormivamo con lo schioppo vicino al letto. Mio fratello l'hanno ammazato mentre faceva l'acqua nel pozzo, a mezzanotte...

- Ho sentito la storia, me l'ha raccontata Dodo, che l'aveva sentita dal cavallo. Brutti tempi. Beh, insomma, allora puoi capire cosa provo io...

- Capisco si, - disse zio Giovanni - e non mi va giù. Tutta notte ho rimuginato un'altra soluzione. In fondo, pensavo, esiste anche il brodo di dado...

- No, - disse Carmela alzando fieramente la cresta - il brodo di dado non nominarlo neanche. Ci vuole un gran brodo nutriente di gallina ruspante. E io sono la più vecchia e la più appetitosa. Anche se Sonia è più grassa di me, quella porca mangiavermi, e in teoria neanche Saveria sarebbe male, ma è ancora una che spara due uova al giorno.

- Ma se tu fossi in me cosa faresti? - Disse zio Giovanni, con la testa tra le mani.

- Io metterei in pentola il Francese, cosi' non rompe con i suoi chicchirichi' ogni mattina. Oppure farei una bella Chiacchierona all'arancia, magari Germana.

- Quella ce la mangiamo a Natale.

- Allora Dodo la scampa anche quest'anno?

- Credo di si... lo facciamo... arrotondare ancora un pò.

- Questa è una buona notizia. Dodo è un tacchino molto colto e socievole. Uno dei migliori che abbiamo avuto. Posso farti una confessione?

- Certo.

- Vedi... mi vergogno un pò, ma siccome tra poco salirò la Grande Scala, te lo confesso. Abbiamo provato a volare.

- Ma dai...

- Si'. Io, Dodo e Nefertiti, la faraona, quella che poi è stata uccisa dalla faina. Un giorno abbiamo studiato per bene un corvo, poi siamo saliti in cima alla staccionata dei maiali. Cioè, io ce l'ho fatta subito a salire, sbattendo le ali, e anche Nefertiti. Pure Dodo ci ha provato, ma è caduto tre volte. Era da ridere...

- E poi cosa avete fatto?

- Beh, Nefertiti è decollata per prima... ma ha le ali piccole, ha fatto un tuffo ed è colata a picco. Un disastro, piume dappertutto. Poi ci ha provato Dodo, è saltato giù e si è messo a correre sbattendo le ali, ma non si staccava da terra, alla fine ha fatto un balzellone ed è finito contro il pagliaio. E diceva: ce l'ho fatta, avrò volato almeno venti metri. E noi non lo abbiamo disilluso, ma ne avrà fatti al massimo due o tre.

- E tu...

- E io, - disse Carmela socchiudendo gli occhi - beh, lo ricorderò sempre. Mi sono lanciata, ho sbattuto le ali e... non so se era volare o cos'altro, ma ero in aria e sono arrivata fino al letamaio. E stato bello.

- E non hai più riprovato?

- No.

- Perchè?

- Perchè se avessi riprovato avrei voluto di più. Volare davvero, volare in alto, come le oche selvatiche, lassù in cielo. E sarei stata triste, perchè avrei dovuto riflettere ancora di più sul mio destino di gallina. Io non sono nata per volare. Se volassi, adesso scapperei via, mi vedresti salire in cima all'albero, e poi via tra le nuvole, un puntino bianco che scompare. E addio brodo per Sandrino.

- Già, Cinzia, ti ricordi?, cercò di scappare.

- E perchè non doveva farlo, poverina? - disse Carmela. - Non fu un bello spettacolo.

Di nuovo restarono in silenzio. Il cane si avvicinò, capi' che la situazione era seria e si allontanò con discrezione.

- Vuoi un altro pò d'uva? - disse zio Giovanni.

- No, non facciamola lunga. Mi raccomando, fai le cose per bene. Non come ha fatto la zia con la collega padovana dell'anno scorso, che correva per tutta l'aia col collo storto. Non sono spettacoli edificanti.

- No, fidati... la zia non ha esperienza. Io invece ne ho... preparate tante di voi.

- Di' pure che ne hai ammazzate.

Zio Giovanni fece una faccia come se dovesse morire lui.

- Uffa, che barba - disse Carmela. - Sempre cosi. Prima piangete, poi al dolce neanche vi ricordate di noi. E' naturale è la catena alimentare, come dite voi. Del resto, io ho sterminato più lombrichi di uno stormo di cornacchie. Anche cannibale sono stata. Ti ricordi quando mori' Elide? E tu, quante galline hai mangiato, zio Giovanni? Hai tenuto il conto? E' il destino. Il racconto del mondo è fatto di galline mangiate e galline vive. Le galline mangiate sono cento volte di più di quelle vive. E cosi' gli uomini morti sono quasi più di quelli vivi. Io non so dove stanno tutte queste galline e questi uomini, ma se questo posto esiste è molto affollato, più di questo prato e di questo mondo...

- Dio, quando sei cosi' filosofa mi fai paura - disse zio Giovann.

- Io penso. Penso da quando sono uscita dall'uovo. E penso che anche tu zio, presto o tardi, finirai nel pentolone. Io sarò ossicini, tu ossa più grandi. E' la mia ora, sette anni è una bella età per una gallina. E soprattutto mi fa piacere aiutare Sandrino. Non mi ha mai tirato pietre, e quando raccoglieva le uova mi carezzava la testa. E una volta ha tirato una gran legnata in una zampa a Germana per farla stare zitta...

- Ma Carmela...

- Sandrino è un bel pulcino... guarirà e verrà su bene, forte e cacciatore, massacrerà pernici e anatre. Allora, ecco le mie ultime volontà. Nella pentola voglio una carota, un sedano e una cipolla dell'orto. E niente salsa, giuralo. Sono già buona di mio. Avanti, procediamo.

- Carmela, non parlare cosi'.

- Dai, zio. Non serve aspettare. E' peggio per te e per me. Addio.

Zio Giovanni la prese in braccio, le carezzò un attimo le piume delle ali e le mise una mano attorno al collo, con delicatezza.

Carmela chiuse gli occhi.

Chissà se dopo volo, pensò.


di Stefano Benni

Irene, gallina salvata (Ippoasi)

Irene, gallina salvata (Ippoasi)


[1] S. Benni, Carmela, in La grammatica di Dio. Storie di solitudine e allegria, Feltrinelli 2007. Ringraziamo Antonella Corabi per averci segnalato il brano.

Alexis (Alexandros Andreas) Grigoropulos (1993-2008) – ucciso dalla polizia in Grecia – La WPA – World Pig Association lo commemora condannando lo specismo linguistico

“Oggi è il quarto anniversario dell’assassinio del giovanissimo Alexis Grigoropoulos, ucciso a sangue freddo da un agente dei “reparti speciali” della polizia greca ad Atene, il 6 dicembre 2008.

 A nome dei suini di tutto il mondo vogliamo esprimere, anche a quattro anni di distanza, tutto il nostro dolore per la morte di Alexis. Neanche noi abbiamo scordato. Neanche noi abbiamo perdonato. Come potremmo?  Noialtri maiali, fin da piccolissimi, subiamo normalmente una morte atroce nella massima indifferenza generale.  Anche per questo, non comprendiamo perché un diffusissimo slogan, che dalla Grecia si è sparso in tutto il mondo dopo il feroce assassinio di Alexis, ci accomuni alla polizia.

ΜΠΑΤΣΟΙ ΓΟΥΡΟΥΝΙΑ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Cioè: Sbirri maiali assassini. Completamente d’accordo per gli assassini, ma noi maiali che c’entriamo?  A quanto ci risulta, coi poliziotti (greci e degli altri paesi) nessuno compie opere di macellazione e di trasformazione in bistecche e salumi. Sono casomai costoro che si occupano, da sempre e come loro compito “istituzionale”, di macellare gente inerme. Non per niente, a Genova nel 2001 si è parlato di “macelleria messicana”.  Noialtri suini siamo vittime quotidiane della violenza gratuita degli esseri umani, e troviamo quindi profondamente ingiusto essere accostati, sia pure in uno slogan che contiene una verità, alla Polizia e ai suoi sbirri. Né greci, né di qualsiasi altro paese. Specialmente in questo periodo dell’anno, in cui tradizionalmente siamo scannati a milioni, nel partecipare con rabbia e solidarietà al dolore e al ricordo per l’assassinio di un ragazzo di quindici anni, ribadiamo la nostra volontà di non essere più nominati assieme ai poliziotti. Noialtri maiali non siamo assassini, anche se agli umani piace parecchio ammazzarsi ingozzandosi a dismisura delle nostre carni. Sarebbe sufficiente, nello slogan di cui sopra, sostituire alla parola “maiali” ciò che invece sono effettivamente i poliziotti greci: fascisti. Poiché oramai il partito neonazista di Alba Dorata è una vera e propria succursale della Polizia (o meglio: la Polizia greca sta diventando una succursale di Alba Dorata), basterebbe gridare: ΜΠΑΤΣΟΙ ΦΑΣΙΣΤΕΣ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Sbirri fascisti assassini. E’ ciò che sono: fascisti e assassini. In Grecia come altrove.

Confidiamo che questa nostra richiesta, a nome dei pacifici maiali di tutto il mondo, verrà accolta. Non ci possono piacere i massacri di qualsiasi essere vivente, e massimamente quelli perpetrati dagli Stati e dai loro bracci armati.

 Ancora con un ricordo commosso di Alexis.”

 La World Pig Association / Associazione Mondiale dei Suini

fonte

L’amore non si dice, si fa.

Susanna Tamaro, Michela Vittoria Brambilla e gli animali

Puppy Riot

“L'amore
non e' nel cuore
ma e' riconoscersi dall'odore”

(E. Finardi)

Abbiamo appena finito di leggere l’articolo “Michela Brambilla e il Manifesto per gli animali” di Susanna Tamaro[1] e subito abbiamo pensato che il titolo potrebbe dare torto a questo articolo così importante e così pieno di sagge riflessioni. Rendiamogli dunque giustizia rivivendone i passaggi più significativi (cioè tutti) valorizzati dalle nostre acute considerazioni.

“Ho appena finito di leggere il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla e subito ho pensato che il titolo potrebbe dare torto a questo libro così importante e così pieno di sagge riflessioni. Nel nostro Paese, infatti - vuoi per l'estremismo di certi movimenti, vuoi per un certo moralismo deteriore che aleggia soprattutto tra le persone sempre inclini alla denuncia, ma non all'umile e modesta azione concreta - la parola «animalista» suscita spesso atteggiamenti di sufficienza e di irritazione”.

Estremismo di certi movimenti? Ma quali? Parla chiaro, Susanna. Un certo moralismo? Deteriore? Quale? E chi sono queste persone sempre inclini alla denuncia? mah. Umile e modesta azione concreta? Cioè? Altro che atteggiamenti di sufficienza e irritazione, la parola «animalista» dovrebbe più che altro suscitare un grosso punto interrogativo, a questo punto. Oddio, un po’ di irritazione forse sì: insomma, non si capisce di cosa diamine si stia parlando.  

“Il retropensiero è presto detto: ma in fondo cosa vogliono questi fanatici? Ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi: la fame nel mondo, le guerre, la pedofilia, etc. Certo, se pensiamo alla vita e al mondo come un insieme di realtà stagne, incomunicabili e ininfluenzabili le une dalle altre, questa accusa trova la sua ragione di esistere, così come lo trova se crediamo che la realtà sia solo materia e che il suo senso ultimo sia esclusivamente quello di produrre altra materia - denaro, benessere, sovrabbondanza. Ma se invece reputiamo che il nostro rapporto con la realtà sia qualcosa di più complesso, di infinitamente più sottile, e che ciò che ci lega a lei sia il frutto di un dialogo ininterrotto tra la mente e il cuore, non possiamo non interrogarci su come questo orrore si insinui e modifichi la nostra vita di tutti i giorni”.

Giusto per fare un po’ di chiarezza: stai dicendo che se le cose del mondo sono slegate fra loro, ce ne possiamo fottere allegramente degli animali? Dunque possiamo occuparci “di questo orrore” solo se ha una qualche influenza sulla fame nel mondo, sulla pedofilia o sulle guerre? Ma poi: quale influenza? In che modo? Tramite  una realtà più complessa, “infinamente sottile”, tramite un “dialogo ininterrotto tra la mente e il cuore”? Misteri della fede… Ma proviamo a capirci meglio. Anche accettando la tua visione spiritualistica: come può giovarti allo “spirito” una scelta morale in favore degli animali, se in fondo è compiuta – diciamocelo – per opportunismo?

“Il libro, i cui proventi andranno integralmente a sostenere i nostri amici in difficoltà”,

“Nostri” amici? Vacci piano. Feltri e Brambilla, per esempio, saranno amici tuoi, non certo nostri. Comunque, Michela Vittoria dev’essere un po’ in difficoltà se si è ridotta a raccattare voti persino fra gli “estremisti di certi movimenti”… O ci vuoi raccontare che i voti non sono una forma di provento?

“è diviso in dieci capitoli che affrontano ognuno un punto critico della sofferenza animale. Si parte dalla chiusura di Green Hill, per passare poi al problema del randagismo, agli orrori della vivisezione, alla sofferenza degli animali selvatici nei circhi”,

e quelli domestici, nei circhi?

“senza ignorare la crudele follia degli allevamenti intensivi. Leggendo questo libro, non ho potuto fare a meno di pensare ai bambini”,

Potevi dirlo prima. Ora si scopre perché dicevi che il titolo “Manifesto Animalista” non rende giustizia al libro…

“al loro innato amore per la natura”

Sì sì, il titolo era proprio fuorviante. Si tratta di un libro che parla di bambini, sassi e orchidee.

“e al loro desiderio di difendere e di proteggere queste creature più deboli”.

Ah no, ecco, ci sono anche gli animali. O almeno, quelli fra loro che sono più deboli di un bambino.

“Se loro sapessero che cosa c'è dietro a quello che le loro madri inconsapevolmente mettono loro nei piatti, sicuramente si sentirebbero male”.

Va bene, abbiamo capito: ce l’hai con le donne. Primo: chi l’ha detto – a parte i preti – che siano le madri e non i padri a dover riempire i piatti? Ma concediamo pure che siano le donne a far le cameriere in casa: in effetti, è molto spesso questa la realtà. Secondo: la bistecca è qualcosa di più dell’atto fisico di adagiarla in un piatto. Quel pezzo di corpo animale è stato prima comperato, ed è stato scelto da entrambi i genitori. Anzi, dato che ti piace fare riferimento alla realtà sociale, dobbiamo proprio dire che di solito è il padre che insiste tanto per averla a tavola.

“Il tradimento del patto tra l'uomo e l'animale domestico, cioè quello più antico creatosi fra due specie diverse nella storia dell'evoluzione, è sicuramente uno dei punti su cui bisogna riflettere con più lucidità e con più forza”.

Ecco, riflettiamoci bene. Prima di riflettere sul tradimento del patto, però, riflettiamo sul patto. Primo: chi l’avrebbe stipulato? E, secondo: che cosa prevede? Che gli animali ci diano carne, latte e uova mentre in cambio noi gli diamo la garanzia di gustarli a fondo e – bontà nostra – con immensa riconoscenza?

“L'irrompere del consumismo alimentare ha introdotto nella nostra società l'allevamento intensivo di tutte le specie edibili - galline, maiali, mucche soprattutto - trasformando queste creature in puri oggetti da reddito. Non si può mangiare un pollo se si conoscono le condizioni della sua nascita e della sua crescita, così come non ci si può cibare di un vitello o di una qualsiasi altra creatura senziente la cui vita sia stata un unico e assoluto percorso di dolore”.

Insomma, le nostre papille hanno il sacrosanto diritto di ammazzare, ma perbacco, con un po’ di moderazione!

“Ogni ideologia va lasciata, ogni moralismo abbandonato davanti a questi esseri che ci vivono accanto condividendo il mistero della sofferenza e della morte”.

Ma quale ideologia? Ma quale moralismo? Piuttosto: chiediamoci perché “ci vivono accanto”. Semplice: perché sono costretti. Ecco, non costringiamoli pure ad essere cristiani: per te la sofferenza e la morte saranno pure un mistero, ma per loro, poveri stolti convinti che la “realtà sia solo materia”, sofferenza e morte sono dati di fatto.

“«Amate gli animali» scriveva Dostoevskij nei Fratelli Karamazov . «Dio ha dato loro un principio di pensiero e una gioia senza inquietudine». Dovremmo rispettare questo principio di pensiero e dovremmo abbeverarci a questa gioia senza inquietudine”.

Scherzi a parte, parliamone seriamente. Gli animali non umani non sono cuccioletti teneri da proteggere, né umani in miniatura da rispettare perché manifestano una piccola, commovente porzione delle nostre facoltà. Lasciamo stare Dostoevskij: gli animali non hanno un “principio di pensiero” (umano?), semplicemente pensano diversamente. E chi ti ha detto che la loro gioia sia senza inquietudine? Ancora una volta, si idealizzano gli animali per non parlare veramente di loro.

“Cosa c'è di più straordinariamente emozionante, infatti, dello sguardo di una mucca che ha appena dato alla luce il suo vitellino? C'è orgoglio in quello sguardo, sollecitudine, tenerezza, la forma più alta di amore che è quella della maternità”.

Ecco, ancora puzza di incenso. Chi l’ha detto che la maternità è la forma più alta d’amore? Di certo è la più commovente per i buoni cristiani, ma questo non dimostra nulla. Abbiamo già detto che il cristianesimo agli animali vogliamo risparmiarlo, no? Tanto più che non stiamo parlando della maternità reale, ma di una maternità idealizzata, che esclude – già che parliamo di animali, diciamola tutta – quella delle specie in cui la madre abbandona i figli, in cui li divora, in cui è il padre ad accudirli… Siamo sinceri: non è che parlando della mucca con il vitello stai pensando alla Vergine Maria?[2]

“È capitato a molti di noi di ammirare la pienezza di questa serenità durante le passeggiate in montagna, ma a pochi è dato di contemplare gli sguardi delle mucche, delle galline, dei maiali rinchiusi negli allevamenti intensivi. La gioia senza inquietudine sostituita da un abisso di dolore”,

Oddio… ma allora abbiamo capito che cosa intendevi con “gioia senza inquietudine”… Intendevi i prati di montagna in cui alle mucche i vitelli vengono rapiti qualche mese dopo e al mattatoio ci arrivano con la pancia piena di erbetta fresca.

“da un'interrogazione sulla sofferenza da cui distogliamo costantemente lo sguardo”,

Aridaje! Ma se qualcuno ti strappasse tutte le unghie, soffriresti o ti interrogheresti sulla sofferenza?

“perché altrimenti non potremmo più comprare quella carne in offerta al supermercato, né gustare quelle uova prodotte da creature piene di piaghe, con il becco tagliato, le ossa spezzate dall'osteoporosi per non aver mai potuto muoversi nella loro breve vita, o mangiare quei formaggi la cui pubblicità - clamorosamente falsa - ci fa credere prodotti da mucche cresciute felicemente al pascolo. Una mucca da latte, finché cresceva nelle fattorie, amorevolmente curata dai suoi padroni, viveva una media di quindici anni, spesso anche venti”.

“…perché altrimenti non potremmo più comprare quel cotone a basso costo al mercato, né gustare quel caffè prodotto da negri in catene pieni di ferite. Uno schiavo negro, finchè viveva in una piccola piantagione familiare, amorevolmente curato dai suoi padroni, viveva una vita degna di questo nome”. Suona bene anche così?

certo che lavorare in un asilo / dove c'è sempre casino / tranquilli qui non si può stare per niente / ci vuole un agente / ci vuole un agente / allora avviate la polizia / che la situazione ritornerà / come prima / più di prima / t'amerò...

(V. Rossi)

“Ora la stessa mucca non supera mediamente i quattro: spinta chimicamente a produrre una quantità di latte superiore alle sue possibilità fisiologiche, presto si sfinisce e si ammala di mastite; per curare la mastite, allora, le si somministrano antibiotici e, se gli antibiotici non funzionano, la si manda al macello. Sarà per questo che siamo tutti diventati allergici al latte?”

No, non sarà per questo. Va bene credere che il mondo non sia un insieme di “realtà stagne, incomunicabili e ininfluenzabili le une dalle altre”, ma non esageriamo…

“Così, se pensiamo che il mondo non sia solo l'ottusità della materia, non possiamo non essere ossessionati da quegli sguardi, dalla devastazione di quel dolore silenzioso, incatenato e nascosto nell'anonimità dei capannoni”.

Traduciamo: i materialisti sono autorizzati ad ammazzare gli animali e mangiarseli. Anzi, sono autorizzati a fare qualsiasi cosa, dato che pensano che il mondo sia solo l’ottusità della materia.

“Quello sguardo ci chiede una sola cosa: cos'hai fatto del patto di fiducia che da sempre ci ha legato?”

Eh già, un animale al mattatoio ha a disposizione una sola cosa da chiedere con lo sguardo, come se avesse di fronte una lampada di Aladino un po’ spilorcia, e come se la gioca questa possibilità? Chiede di essere salvato? Chiede di rivedere il figlio, la nostra tenera madre orgogliosa? Niente affatto. Chiede che cosa ne è delle clausole del contratto. “Cos’hai fatto del patto di fiducia che da sempre ci ha legato”? Semplice: l’ho rispettato. Se non sbaglio ti avevo promesso, in cambio della tua carne, che avrei gustato la tua carne. Ti assicuro che a me piace anche se ti ho allevato intensivamente.

“Come hai potuto pensare che io fossi un oggetto inerte? Gli oggetti non hanno sguardi, e lo sguardo rimanda sempre all'altro, in uno specchiarsi di reciproca responsabilità”.

Reciproca responsabilità. Questa è proprio bella.

“E subito segue un'altra domanda: cosa stai facendo a te stesso, come stai vivendo tu, perché come mi hai ridotto a cosa, anche tu, essere umano, ti stai cosificando”.

Ah, no, la lampada di Aladino ha concesso una seconda possibilità, forse impietosita dall’uso che era stato fatto della prima. Vediamo come la usa il nostro schiavo tradito. Stavolta chiederà di fuggire – penserete voi. Che stolti materialisti siete: al contrario, si preoccupa per il suo carnefice. E sì, perché anche lui, mentre sgozza e sventra, si “cosifica”.

“Gli estremi della zootecnia non sono altro che la proiezione di quello che la nostra società sta diventando - un mondo omologato, irregimentato, valutato esclusivamente sul criterio della vendita e del consumo. Un mondo che ha come unico orizzonte la materia e il profitto e che impone ai suoi abitanti, in maniera subdola, la totale anestesia del cuore”.

E per fortuna che la lampada di Aladino ci ha rinunciato… Altrimenti Susanna Tamaro allo sguardo animale avrebbe fatto fare anche questo ennesimo predicozzo…

“Così, da qualche settimana, non posso liberarmi dallo sguardo di terrore di Alexander, la giovane giraffa scappata da uno zoo a Imola, inseguita per le strade della città dal furgoncino del circo fino a che la morte non l'ha stroncata. Un animale alto cinque metri e di novecentoventi chili costretto a stare in catene, per il divertimento di chi?”

Ah, perché, se fosse stato basso e leggero? Cos’è, la compassione a peso? Stentiamo a crederci: anche tu, così devota, ossessionata dalle dimensioni… Ah, no, come siamo meschini! Forse è una questione più spirituale: la giraffa, così alta, è “infinitamente sottile”, come il nostro rapporto con la realtà.

“E non sapevano, gli addetti al circo, che se si vuole riprendere un erbivoro fuggito non si deve mai inseguirlo perché in tal modo si esaspera il suo naturale terrore del predatore?”

Evidentemente non lo sapevano. E allora?

“Che tristezza, che dolore, vedere la splendida maestà di quell'animale agonizzare tra le macchine e i marciapiedi di una città italiana!”

Ah, quindi non è soltanto questione di peso e dimensioni. Né di sottigliezza (fisica e spirituale, s’intende). Eh, no, si tratta di regalità. Nientemeno.

“Certo, si dirà, è solo una giraffa che muore”.

In effetti, viene da dirlo. Ah no, già, è un membro della famiglia reale… e grosso per giunta.

“Ma forse è venuto il momento di porci una domanda che reputo piuttosto fondamentale. La questione non è tra essere animalisti o meno, tra essere pro questo o contro quell'altro, ma piuttosto capire se la misericordia e la compassione sono sentimenti che hanno ancora diritto di esistere nel nostro cuore”.

OK, hai diritto alla misericordia e se vuoi anche alla compassione. Ma la questione è: sei pro o contro lo sfruttamento degli animali? (intendevi questo con “questo” e “quell’altro”?)

“Perché è evidente che tutta la grande questione della sofferenza evitabile imposta agli animali dall'ottusità dei nostri comportamenti alla fine ritorna a questo quesito. «La misericordia è l'incendio del cuore per ogni creatura», scriveva Isacco di Ninive. «Per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste»”.

E pure per i ferri da stiro, dai, non lesiniamo.

“L'amore, la misericordia e la compassione non sono mai alternativi, ma sempre comprensivi. Non si amano gli animali o i bambini, si amano i bambini e gli animali, perché ciò che separa, ciò che divide non è mai nel segno dell'amore”[3].

Dato che l’articolo sembra scritto da un prete, qualcuno più malizioso di noi potrebbe augurarsi che gli animali continuino tranquillamente a non essere amati… ma non pensiamoci troppo. Già che dobbiamo amare tutti, facciamo che amiamo anche gli adulti, però. Certo non sono teneri come i bambini e come i cuccioletti, ma del resto nemmeno i ratti e gli scarafaggi lo sono (oppure questi sono esclusi dall’Amore Universale?).

Madonna con bambino 



[1] Susanna Tamaro, Michela Brambilla e il Manifesto per gli animali. La sofferenza e la compassione che ci manca, Corriere della Sera, 4/12/2012 (http://www.corriere.it/animali/12_dicembre_04/sofferenza-animali-manca-compassione_39080a14-3dde-11e2-ab02-9e37f2f89044.shtml).

[2] "Mamma c'è n'è una sola. Anche troppa” (Giorgio Gaber).

Monza - 19 dicembre: "Carne felice: il delitto (quasi) perfetto?"

Monza, mercoledì 19 dicembre dalle ore 19.30 
c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza
 
cena e dibattito "la carne felice: il delitto (quasi) perfetto?" 
dibattito su allevamenti "sostenibili", biologici e "benessere animale" 
a cura di Oltre la Specie 
 
Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro
GRADITA PRENOTAZIONE! 
 
Info e prenotazioni: 039-490403 348-2603861
Dettagli nella locandina
 
 

Christopher Chiesa: arrestato durante gli scontri del 14 novembre scrive una lettera al padre

fonte: www.huffingtonpost.it
Christopher Chiesa, il giovane 21enne arrestato durante gli scontri del 14 novembre a Roma, dopo settimane di silenzio ha deciso di scrivere una lettera - che l'Huffington Post ha ricevuto - nel "tentativo di spezzare questo vortice intorno alla mia persona". Un gorgo messo in moto da suo padre, Giorgio Chiesa, ristoratore di Cuneo che dopo la notizia dell'arresto del figlio si è speso, fra interviste ai giornali e comparse nei salotti della tv, per ribadire che suo figlio "dovevano tenerlo dentro più a lungo, senza una punizione gli togliamo persino il senso di colpa. Studia Scienze politiche alla Sapienza, mi contesta, fa il comunista ma poi a Roma ha casa, a mie spese, a Monte Mario, mica a Centocelle. Temo che lì ci siano cellule combattenti. Questi ragazzi sono plagiati...".

Mi chiamo Christopher Chiesa, ma ormai lo sapete tutti, ho vent'anni e sono diventato “famoso”. Sono uno degli otto studenti arrestati a Roma durante le violente cariche della polizia al corteo studentesco del 14 Novembre e sono indagato per resistenza. Ma non sono diventato “famoso” per questo.

Peso 58 chili ma secondo i verbali di polizia prima di essere bloccato sarei riuscito a tenere testa da solo a quattro agenti. I filmati pubblici del mio arresto raccontano un’altra storia. Ma non sono diventato “famoso” nemmeno per questo.

Insieme a migliaia di studenti come me ho deciso di manifestare quel giorno perché credo che il futuro possa ancora essere scritto. Perché credo che i tagli alla scuola, all'università e allo stato sociale siano la scelta cieca di un paese che tutela solo gli interessi di pochi. Siamo scesi in piazza perché volevamo gridare la nostra rabbia proprio dove si prendono queste decisioni ma non ce lo hanno fatto fare.

Non sono diventato “famoso” nemmeno per queste idee anche se le condivido come gran parte della mia generazione.

Il motivo per cui sono diventato “famoso” è perchè mio padre sta rilasciando dichiarazioni deliranti su di me e il mio comportamento. Ha detto che sarei dovuto rimanere in prigione perché ho picchiato degli agenti di polizia. Ma lui quel giorno in piazza non c'era.

Lui oggi si permette di parlare di educazione, di violenza e non violenza. Lui che quando da bambino andavo a trovarlo a Cuneo mi faceva passare le giornate da solo in casa. Lui che poi mi riempiva di minacce e di insulti per me, mia madre e tutta la mia famiglia. Lui da cui ho subito per anni violenze fisiche e verbali, ancora ricordo il dolore della sua cintura ogni volta che facevo qualcosa che lui riteneva sbagliato. Lui che mostrava sempre con vanto la sua pistola perennemente portata alla caviglia.

Nonostante tutto questo io ho scelto di far valere le mie idee con forza avendo sempre in odio la violenza.

Mi padre dice che sono un terrorista, un bamboccione viziato perché paga i 650 euro di affitto per il monolocale in cui abito. È semplicemente il contributo dovuto alle spese per il mio mantenimento. Tra l’altro mia madre è cassaintegrata e ha a carico altri due figli di dieci e dodici anni e questi sono stati anni molto difficili per noi dal punto di vista economico. Ma nel ristorante di lusso di mio padre un primo piatto costa dai 35 euro in su, e il suo contributo per l'affitto è solo il conto medio di un tavolo di quattro persone. In un ristorante del genere io non potrei mai permettermi di mangiare.

Dice che era preoccupato per me e che mi aspettava fuori dalla questura il giorno in cui sono stato rilasciato. Sarà per questo che quando ero ancora in prigione mi ha lasciato un messaggio su Facebook che iniziava così: “Sei un pezzo di merda”. Negli stessi giorni minacciava mia madre per telefono farneticando che sarebbe venuto a Roma per fare del male a lei, a mio nonno e tutta la mia famiglia. Studio scienze politiche e non pedagogia ma mi riesce difficile capire quale metodo pedagogico ci possa essere nei suoi comportamenti.

Quello che so è che oggi devo andare in questura tre volte al giorno a firmare un registro. Ho così praticamente perso il mio lavoro da giardiniere perché non ho il tempo di lavorare tra una firma e l'altra e anche le lezioni all'università sono quasi impossibili da seguire. Eppure io non ho fatto nulla di quello di cui sono accusato.

Avevo deciso di sottrarmi al ricatto di mettere la mia vita privata in piazza per controbattere ad accuse fin troppo pretestuose. Ciò che mi ha spinto a scrivere oggi, rendendo pubblici fatti del tutto privati della mia vita, è il tentativo di spezzare questo vortice intorno alla mia persona. Sembra che un inedito format televisivo con al centro le mie “beghe di famiglia” abbia risucchiato e cancellato le ragioni della protesta studentesca, la violenza della polizia e perfino il merito della mia vicenda giudiziaria.

Non so perché mio padre stia saltellando come una soubrette in ogni trasmissione televisiva in cui viene chiamato. Forse per il suo bisogno ossessivo di essere sempre al centro dell’attenzione, forse per altri problemi di equilibrio psicologico molto più complessi oppure, come dice qualche mio amico, solo per fare pubblicità al suo ristorante in crisi.

Una crisi che morde tutti, nuove e vecchie generazioni e che non può essere superata solo guardando ai propri interessi personali. Cari genitori, la politica è assente e noi studenti siamo gli unici oggi a voler guardare lontano. Il futuro che vediamo è un buco nero per noi, ma anche per voi. Fidatevi del nostro sguardo e accompagnateci in piazza a manifestare insieme. Ma state attenti e proteggetevi perché i manganelli e i lacrimogeni piovono come le tasse sulla testa di chi non ha un ombrello.

FOTO E VIDEO: http://www.huffingtonpost.it/2012/12/04/christopher-chiesa-arrestato-durante-gli-scontri-scrive-una-lettera-al-padre_n_2197896.html


pestaggi
Mercoledì, 05 Dicembre 2012 15:09

Comunicato su aggressione fascista a Milano

Fonte: http://daxvive.info/comunicato-sullaggressione-al-nostro-compagno-antifascista-avvenuto-il-2-dicembre-2012-presso-il-metro-della-stazione-centrale-di-milano/

Comunicato sull’aggressione al nostro compagno antifascista del 2 dicembre 2012 presso la metro della Stazione Centrale di Milano

Sono quasi passati dieci anni dalla tragica notte del 16 marzo 2003 e oggi ci ritroviamo in una situazione umana e giudiziaria simile a quella passata.
Fortunatamente l’aggressione ha avuto un esito meno grave, anche se potenzialmente poteva essere mortale.
Per noi la dinamica dei fatti è molto chiara oggi, come chiara lo era il giorno dopo l’uccisione di Davide Cesare nel 2003.
Allora, con tenacia ferrea, riuscimmo a smascherare le menzogne di Stato subito incentrate sulla de-politicizzazione dell’accaduto sminuito in concerto anche dai media in una “rissa tra punk” e riuscimmo ad abbattere la grave falsità di “sequestro di salma da parte degli amici e amiche del deceduto Davide Cesare Dax”, che giustificava le cariche nei riguardi dei compagni e compagne presenti presso l’ospedale San Paolo di Milano.

Perchè questo parallelismo?
Perchè la ferita aperta dieci anni fa nell’antifascismo militante ancora sanguina e la nostra determinazione insieme alla ricerca delle responsabilità di coloro che inneggiano a violenza, razzismo, omofobia e squadrismo sono diventate perentorie.
La cultura dei coltelli porta morte e i luoghi che la diffondono sono sempre più numerosi e chiari. Nonostante gli appoggi della destra istituzionale milanese e lombarda, non riusciranno a spogliarsi delle responsabilità politiche che hanno avuto in questa vicenda. Le sedi squadriste dei fascisti devono essere chiuse, senza se e senza ma, senza la minima tolleranza.

Oggi non piangiamo un compagno come dieci anni fa solo per il “caso”.
Il nostro compagno è fisicamente imponente; la sua “pellaccia” ha resistito e solo la fortuna non ha portato al peggio.
Vogliamo chiarire qualche punto rispetto all’accaduto di domenica nella metro della Stazione Centrale alle ore 16:15 circa, tra i due boneheads e il militante antifascista. Senza scendere nei dettagli, lavoro che lasciamo agli inquirenti (verso cui la fiducia è limitata), riteniamo altresì fondamentale dire due parole agli amici, amiche, compagni, compagne e a tutti coloro che in questi anni abbiamo conosciuto e con cui abbiamo coltivato forti legami.
I nazifascisti erano due, hanno ingaggiato un corpo a corpo sulla banchina della metro verde, accoltellando con 3 colpi d’arma bianca il nostro compagno, fendenti che hanno causato lacerazioni di fasce muscolari addominali e sfiorato per pochi millimetri l’arteria aorta.
I due hanno inseguito il ferito fino alla banchina della metro gialla, sempre nella Stazione Centrale, rimostrando le armi e cercando di infliggere altri colpi, il tutto verosimilmente sotto le telecamere di videosorveglianza. Per fortuna, il nostro compagno ha trovato riparo in un bar.
Lasciamo a voi altre interpretazioni legate alle documentazioni reali di medici e prove video che andranno a incidere sulla lealtà e l’azione di questi due individui.
Il punto che sottolineiamo è che non ci interessa catalogare questi personaggi in una o in un’altra squadraccia milanese: restano membri della stessa servitù fascista.

SENZA MEMEMORIA NON C’E’ FUTURO, CONTRO IL FASCISMO TOLLERANZA ZERO

I compagni e le compagne di DaxMilano, 5 dicembre 2012

daxresiste


Choc a Lione, diritti sospesi: no tav picchiati e sequestrati

(Fonte: http://www.libreidee.org/2012/12/choc-a-lione-diritti-sospesi-no-tav-picchiati-e-sequestrati/)

Cosa è successo oggi a Lyon? Ve lo raccontiamo noi. Da un lato c’erano i governi delle crisi economiche, dall’altro lato l’Europa dei popoli, dei cittadini e delle lotte. I primi hanno firmato l’ennesimo protocollo privo di contenuti e inutile, che non smuove un euro verso alcuna opera. I secondi hanno provato a manifestare il loro pensiero, la loro contrarietà verso queste scelte. I primi, Monti e Hollande, usando tutta la loro gradevole gentilezza hanno convinto i giornali e le tv (che loro stessi governano) che tutto sarebbe filato liscio d’ora in avanti, sul Tav, sulle risposte da dare alla crisi economica e su molto altro ancora. Protetti da migliaia di poliziotti hanno firmato, parlato, fotografato, mangiato sulle spalle dei cittadini, che tanto erano lontani chilometri. I No Tav, i cittadini veri, quelli che le scelte dei governi le pagano sulla loro pelle sono stati scortati e bloccati per almeno 4 ore al confine, poi ancora bloccati alle porte di Lyon e, solo grazie alla loro caparbietà, hanno raggiunto la piazza a loro concessa per manifestare.

Partiti alle 6 del mattino, giunti a Lyon alle 3 del pomeriggio. Poi la sorpresa: in piazza le libertà finiscono sulla scaletta del pullman. Qui, a Lyon, comanda la polizia del governo Hollande ed ogni tipo di corteo è vietato, come lo è allontanarsi dalla piazza anche solo per andare ai servizi. Vietato abbandonare la piazza! Questo l’ordine perentorio, poi però alle 18 si fa buio e per la Police è ora di far rientrare i No Tav a casa. E così, uomini e donne, anziani e bambini vengono caricati a freddo con manganelli, spray urticanti e lacrimogeni verso i pullman. Quindi i pullman vengono poi sequestrati dagli agenti, che salgono e menano chiunque si alzi dal seggiolino. In un caso, l’autista viene anche brutalmente sostituito da un agente di polizia, che guida lui il pullman verso il confine. In un altro caso, gli agenti saliti sul pullman spruzzano lo spray al peperoncino provocando il malore della quasi la totalità dei passeggeri.

Ogni pullman viene quindi scortato sotto minaccia sull’autostrada e, dopo il casello, vengono ancora bloccati (alle 20.30 saranno ancora lì). Queste le notizie che ci giungono da oltre confine. Due facce dello stesso problema? No assolutamente no. Da un lato, dentro i palazzi carnefici burocrati che, in nome delle banche e della crisi, sono disposti a passare sui corpi delle persone anche a costo di vedere scorrere del sangue. Dall’altro l’Europa dei popoli, della gente semplice, dei cittadini che – nonostante le violenze, i soprusi e in questo caso anche i furti che da anni subisce – continua e continuerà a lottare. Non è un problema che presuppone una mediazione, è semplicemente una parte quella sana che deve vincere sull’altra, quella malata.

(“Lyon, sospesi i diritti umani”, cronaca scritta a caldo e pubblicata già la sera del 3 dicembre 2012 sul sito “NoTav.info”, subito dopo la manifestazione franco-italiana di Lione contro il vertice Hollande-Monti per l’ennesimo accordo sull’alta velocità transalpina. Nel video, il reportage di Cosimo Caridi per “Il Fatto Quotidiano”).

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