Staff di Antispecismo.Net

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Martedì, 23 Luglio 2013 08:04

Nessun rispetto - di Barbara X

NESSUN RISPETTO

di Barbara X

 t-shirt

Quando ho notato le scritte che compaiono sulle t-shirt ritratte nell'immagine che accompagna queste mie considerazioni, ho provato a immaginare la reazione di tante altre donne, magari sottobraccio ai propri mariti e fidanzati, magari non impegnate politicamente: nell'udire i commenti, i motteggi e le risate dei propri cavalieri è probabile che abbiano chinato lo sguardo verso il basso, con un sorrisetto imbarazzato e pudico, senza accennare ad alcuna rimostranza, evitando così di turbare il momento di ilarità.

La donna è gentile per natura, si dice. Non ho mai amato produrmi in dilettantesche e stucchevoli citazioni dotte (che lascio volentieri ad altri), ma per spiegare quale significato io voglia attribuire al predicato nominale "gentile", ricorro senz'altro alla definizione che ne diede Pier Paolo Pasolini nel 1970, in uno scritto apparso sulla rivista Tempo: "[...] L'uso dell'aggettivo 'gentile', da me riferito all'operaio, non aveva il significato pedestre e banale per cui 'gentile' è chi cede il posto a una signora sull'autobus o sorride al cameriere nell'ordinare un risotto. Gentile è esattamente l'opposto di volgare. La volgarità è aggressiva, ricattatoria, prepotente, possessiva, presuntuosa: essa nasce - nel nostro particolare momento storico - dalla 'sottocultura' borghese [...]"

Lo squallido, mostruoso universo fascista del mercato e della dittatura psichica dei media e l'ingannevole dimensione dell'ormai ipertrofico sviluppo tecnologico hanno distorto tale significato, per adeguarlo agli inoppugnabili codici sociali instaurati dal sistema patriarcale e fallocentrico, per compiacere alle ferree leggi del consumo di massa, che nella sua violenta ottusità travolge, smembra e tritura le coscienze e le vite, rendendole prima oggetti e poi merce (è anche - naturalmente - il caso dei cosiddetti "animali da reddito", uccisi prima ancora della loro nascita dietro le sbarre dell'industria del martirio la quale, senza soluzione di continuità, rifornisce di carne e derivati animali i banchi dei supermercati).

E' l'eterna destra della finanza e dei palazzi del potere, degli imprenditori e delle industrie, che induce le masse a coltivare la propria scarsità di considerazione nei confronti di tutti i più deboli.

Ed è la magnificazione deteriore della donna e del femminile da parte dei media e dei messaggi veicolati dalla propaganda del regime economico che induce fantasiosi disegnatori di magliette a partorire certe ributtanti arguzie, invitando i maschi più sprovveduti (tanti, troppi) a ricoprire il triste ruolo di virili fruitori di corpi femminili, con le coscienze dei quali non è più nemmeno necessario avere un confronto alla pari.

Ecco dunque che la donna, la cui connaturata gentilezza è spesso impotente davanti a tanta volgarità, viene a ritrovarsi in balia del delirio e dell'incoscienza, dell'incultura e della prepotenza, di una forza bruta che talvolta sembra addirittura privarla di un'effettiva identità sociale, spersonalizzandola ed esponendola al rischio tremendo

delle discriminazioni e delle violenze fisiche.

Il raccapricciante simulacro del femminile ideato dal sistema patriarcale è la gabbia in cui la donna languisce, fra improbabili ed irraggiungibili canoni di bellezza, cosmetici e creme anti età (rigorosamente testati su vittime animali nei laboratori di ricerca), abiti di moda e programmi televisivi di una stupidità rivoltante. La lima per segare le sbarre di questa oscena prigione si chiama conoscenza. L'unico modo per svincolarsi dalla ferrea stretta del carceriere è acquisire coraggio e fiducia nelle proprie potenzialità. Il tutto autonomamente, con le proprie risorse e potenzialità, senza fare assegnamento sull'appoggio di quella grossa parte del mondo maschile che, com'è noto, pur proclamandosi in via teorica per i diritti delle donne, non ama schierarsi apertamente e concretamente per gli stessi, poiché teme che l'immagine della propria virilità possa uscirne macchiata (per stare in pace con la propria coscienza, certuni si limitano magari a firmare petizioni per le quote rosa, patetica concessione da parte del sistema patriarcale e quindi nient'altro che un mezzo di gestione e controllo...).

Personalmente, come donna che ha affrontato il percorso di transizione di genere dal maschile al femminile, ho sempre fatto in modo di orientare il mio cammino verso la possibilità di attingere a quei mezzi politici e culturali che mi consentissero di nutrire la mia coscienza e di evadere dalla penosa prigione degli stereotipi.

 

Barbara X

QUEER VEGGIE PRIDE 2013

di Barbara X

 

Sabato 6 luglio, nel cortile della camera del lavoro di via Crociferi, a Catania, avrà luogo la seconda edizione del Queer Veggie Pride, la gaia festa dell'ibridità.

Nelle settimane che precedono l'evento, tante sono le iniziative che si susseguono nella meravigliosa città siciliana, iniziative volte a costruire mattone dopo mattone l'edificio del rispetto e della coscienza.

Non dovrebbero esistere "corpi estranei" nella nostra società: ma esistono purtroppo corpi sfruttati, corpi e vite considerati inferiori, a causa della schiavitù (spesso inconsapevole) a un aberrante condizionamento culturale imposto da questo sistema capitalista e specista.

Il fascismo di oggi si chiama mercato, consumo, disprezzo per i libri, e i comunicati radiofonici del Ventennio sono oggi sostituiti dalla delittuosa stupidità della televisione, dai messaggi pubblicitari che mettono in ginocchio menti e coscienze, azzerando le differenze, le individualità.

In un simile contesto, tutto diventa merce, anche la vita: la vita degli esseri umani e quella degli animali non umani.

Sicché, iniziative come il Queer Veggie Pride sono un po' come una crepa nell'indifferente muro d'odio innalzato da questo sistema. Sempre più realtà decidono dunque di condurre le proprie battaglie per i diritti includendovi quella per i diritti degli ultimi fra gli ultimi, cioè gli animali, il cui massacro al servizio di un capriccio alimentare terribile e senza senso ha numeri impressionanti, e va drammaticamente a pesare anche sulle vite di quegli esseri umani che non hanno avuto in sorte di nascere nel "civile" occidente, oltreché sull'ambiente.

"Killing is our business and business is good": questa era la scritta che appariva all'ingresso di una base USA ai tempi della guerra del Vietnam. E quanto a raccapriccio non ha nulla da invidiare alla tristemente famosa "Arbeit macht frei" del campo di Auschwitz. E' evidente che nella società umana vi sono logiche di dominio, perversione e morte completamente estranee a tutti quei cuori coraggiosi che tutti i giorni si battono per davvero per i diritti di tutti e tutte.

Le compagne e i compagni di IbrideVoci Catania, con il Queer Veggie Pride intendono altresì lanciare un poderoso messaggio sul fronte dei diritti delle persone queer, lesbiche, gay, transgender: abbattere le barriere di genere ed eteronormatività imposte dal sistema è di per sé una grande forma d'amore. Amore per la libertà.

A Catania, nella giornata del 6 luglio, si susseguiranno numerose iniziative, dallo spazio dedicato allo yoga al laboratorio teatrale, dalla musica a un dibattito con Annamaria Rivera e con me, Barbara X. Saremo chiamate a confrontarci sull'antispecismo, ciascuna portando la propria esperienza, le proprie idee, ma sempre tenendo d'occhio la connessione fra le battaglie per i diritti.

Anche quest'anno i miei libri voleranno con me a Catania, e come nella scorsa edizione avrò modo di parlarne con le amiche e gli amici che vorranno conoscerli: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.151421521641603.30376.100003212696249&type=3

Per concludere, faccio mie le parole tratte dal documento politico di IbrideVoci e Città Futura, parole che sottoscrivo dalla prima all'ultima:

" Viviamo in una società attraversata da una paura strisciante di ogni altro essere vivente, di ogni forma di alterità e differenza, ed in cui le perverse strategie del dominio capitalista si intrecciano drammaticamente con razzismo e xenofobia, sessismo, omo/transfobia, specismo e violenza diffusa. Alla violenza della parola e delle pratiche dominanti vogliamo opporre l’alterità delle nostre soggettività desideranti e l’irriducibilità dei nostri corpi, contro le logiche perverse di un capitalismo che trasforma ogni corpo in merce, come accade a centinaia di donne e uomini migranti, deportati e privati di ogni dignità umana, e come accade con i corpi degli animali non umani, sfruttati, deanimalizzati e reificati, trasformati dal mercato globale in prodotto di consumo senza identità."

 

Ecco il programma del Queer Veggie Pride 2013:

QUEER VEGGIE PRIDE
la gaia festa dell'ibridità
SABATO 6 LUGLIO 2013
CATANIA, CORTILE CGIL, VIA CROCIFERI
-DALLE ORE 20
APERTURA DEI NATURAL, VINTAGE & DESIGN SHOP
E DELL'OSTERIA VEGAN
-ORE 20
"YANTRA"
YOGA CON INA ASERO
CONCERTO DI TABLA DI RICCARDO GERBINO
-ORE 20,45
"CHE GENERE DI ANTISPECISMO?"
INCONTRO CON BARBARA X E ANNAMARIA RIVERA
-ORE 21,30
"È QUESTO CHE TROVO MERAVIGLIOSO"
DA SAMUEL BECKETT
LABORATORIO TEATRO DEL MOLO 2
DIRETTO DA GIOACCHINO PALUMBO
-ORE 22
ZUMBA CON FEDERICA SCUDERI
-ORE 22,30
MUSICA LIVE
PIPPO BARRILE (KUNSERTU)
VALERIO CAIRONE
& GIORGIO MALTESE
PAOLO MIANO
'80 QUEER DANCEHALL

 

Qui la pagina dell'evento facebook: https://www.facebook.com/events/467246966692247/

Questo il sito ufficiale (in fase di aggiornamento in questi giorni) della manifestazione: http://queerveggiepride.blogspot.it/

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Nutrizione umana nella formazione medica di base

di Eva Melodia

Un argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti.

Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di  nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto incapace di sollevare un seria questione più strettamente etica, se non in maniera molto periferica.

Collegati alla nutrizione umana ed al salutismo presunto dell’alimentazione veg però, esistono anche argomenti da trattare e diffondere obbligatoriamente, poiché sono un prerequisito necessario per sostenere come validi argomenti direttamente riferiti agli interessi degli animali.

Per essere più chiari, chiedere alle persone di diventare vegan al solo scopo di riconoscere gli interessi animali come legittimi, senza che sia quanto meno sostenibile che in tal modo non si muore di stenti, sarebbe irragionevole: serve dunque parlare ed informarle sugli aspetti salutistici della questione attraverso informazioni sulla nutrizione umana.

Inoltre, affermare e dimostrare che una nutrizione salutistica per gli umani inizia dal veganesimo, implica al contempo anche l’affermare e soprattutto il dimostrare che gli esseri umani non sono predatori, aprendo così le porte alle tesi capaci di smontare la cultura patriarcale che dal mito dell’uomo predatore trae la sua forza.

Eppure di tutto ciò che riguarda l’uso delle tematiche su salute e nutrizione umana, sia che si tratti dell’eventuale strumentalizzazione dell’argomento indiretto, piuttosto che del bisogno di diffondere affermazioni ed informazioni capaci di favorire tematiche più strettamente etiche, non si ha più traccia.

Il dibattito sugli argomenti diretti ed indiretti e talvolta la sua veemenza ad esempio, hanno comportato a mio modo di vedere un totale appiattimento di interesse verso gli argomenti indiretti, il loro possibile utilizzo, od eventuali preposizioni complementari, come nel caso della questione “salutistica”; non necessariamente con volontà, ma di fatto i Sig.ri Argomenti Indiretti ne sono usciti quasi criminalizzati e (almeno nell’ambiente più radicale) penalizzati, quasi fossero essi stessi - e sempre - causa di legittimazione specista.
 

Per queste ragioni la tematica nella sua interezza è quasi del tutto abbandonata. Solo pochi speranzosi della domenica cercano di sollevare occasionalmente l’argomento, ed il risultato è che il nostro grande occhio critico ha forse deciso di ignorarne completamente le implicazioni politiche.

Si direbbe strano visto che in Italia non esiste alcun ministero delle “politiche animali”, mentre esiste un Ministero della Salute. Esso è tra i ministeri in cui girano più soldi e dal quale dipende, almeno per l’immaginario collettivo, la vita di tutti i cittadini. Significa, evidentemente, che esiste un deciso interesse da parte delle persone, dello Stato e della politica verso questo Ministero e che ha un peso politico tale per cui non si capisce proprio come si possa decidere di ignorarne il tema, indipendentemente da quale tipo di lotta si stia portando avanti.

In particolare, il peso politico della generalizzata convinzione secondo cui gli animali sarebbero parte naturale (e per molti “necessaria”) di una salutare nutrizione umana non può che essere di primaria importanza, visto come tale convinzione, con le sue beffarde connotazioni pseudoscentifiche, faccia da supporto alla resistenza difensiva cui tutti noi si deve fare fronte in ogni tentativo di incoraggiare all’aspecismo ed alle sue pratiche.

Si tratta di un peso politico prima ancora che culturale, perché è strettamente e direttamente collegato alle strategie politiche con cui lo Stato forma la sua classe medica, un gigantesco apparato, strutturato come un formicaio, da cui viene diffusa la cultura sanitaria (e quindi anche nutrizionale) ai cittadini.

Su tale tema sappiamo che ci sarebbe parecchio da ridire. A cominciare dall’ingerenza dell’industria bellico-farmaceutica nelle questioni di salute pubblica e per finire con la forma mentis maschilista della “Scienza Medica” stessa, tutto il gigantesco macchinario che si occupa di salute umana non può che risultare un baraccone discutibile, ma in particolare ciò che diventa un macigno inamovibile è la - probabilmente voluta - totale ignoranza in merito alla nutrizione umana, nonostante ormai si sappia essere alla base di qualsiasi voglia aspirazione di salute.

Sono stata curata per il diabete presso un centro di prevenzione del diabete dove di nutrizione non sapevano quasi nulla, dove addirittura a stento si conoscevano alimenti considerati esotici come l’ignoto sesamo, dove il cous cous è un legume, e dove di interazione degli alimenti tra loro rispetto al metabolismo umano si sapeva ancora meno: un panorama desolante.
Ancora personalmente ho assistito a grigliate di carne per festeggiare il centro oncologico di un ospedale, conosciuto fiumi di malati oncologici cui di alimentazione non si parla neanche, visto reparti di allegorlogia dove quel che inserisci nel corpo attraverso la bocca non conta nulla, nonché portato a compimento gravidanze vegan guardate con occhi stupiti e approsimativi, dove il massimo della conoscenza possibile si rivelava in una ricetta per integratori vitaminici generici. Ancora ho conosciuto pediatri che arbitrariamente invocavano il demonio per l’alimentazione veg*ana piuttosto che al contrario la senteziavano come salutista a prescindere, senza chiederti se per caso mangi solo patatine fritte. Una sfilza infinita di esempi, comprensiva di operati cardiopatici cui non viene imposta alcuna dieta seria preferenziale e che quindi continuano ingenuamente a mangiare ogni animale esistente, in ogni forma, con ogni derivato, ad ogni pasto, convinti che la formula per risparmiarsi la salute consti in “mangiare di tutto, basta non mangiarne troppo”.

Ovviamente dopo un po’ mi sono chiesta come mai uno stato di simile ed intollerabile ignoranza a danno esclusivo dei pazienti-cittadini regnasse sovrana ed ho scoperto che in Italia non esiste alcuna formazione propedeutica, basilare, necessaria oramai alla classe medica, in materia di nutrizione umana.

Ci si laurea in medicina specializzandosi nelle più disparate competenze mediche, spesso senza che nessuno ti abbia spiegato ad esempio che lo zucchero per gli umani è letteralmente un veleno.
E cara grazia quindi se i medici approfondiscono le tematiche legate alla loro specializzazione in fatto di nutrizione, sta al paziente cittadino rincorrere il medico meno ignorante e sperare in bene.

Questo è diritto alla salute?

E sopratutto: possiamo davvero credere di competere con un millenario sistema educativo che genera migliaia di medici ogni anno, se questo li mantiene nella più bieca ignoranza, cercando di convincere sessanta milioni di italiani che “vegan si può”, solo perché noi (una esigua minoranza con anche ovvie problematiche di salute) come fenomeni da baraccone, ci prodighiamo in balletti e piroette per dimostrare quanto stiamo bene? Possiamo davvero vincere questa battaglia contro una cultura millenaria se la classe medica - benché ormai la scienza medica avvalori le nostre tesi attraverso i crescenti studi - di fatto ci è avversa?
Diventa infinitamente più difficile sostenere l’etica della scelta vegan e dell’antispecismo se continua ad aleggiare nell’aria l’idea che si tratti di una forzatura per martiri che vanno contro i propri basilari interessi di salute, e poiché la lotta in realtà è tutta contro le lobby dello sfruttamento (prima ancora che contro i singoli individui), è necessario a mio avviso ridurre la forza di questo paletto che rende i singoli individui ancora più resistenti, per non sprecare forze che andrebbero anzi meglio dedicate ad arginare la forza dei gruppi di potere implicati nello sfruttamento animale.

Bisogna quindi agire di fatto in direzione dell’interesse per la salute umana svilppando una cultura sulla nutrizione umana a partire dalla base formativa, al passo con i tempi. Se anche - e di sicuro - per ora non otteremmo certo molti medici che propongono la nutrizione vegan come la migliore al mondo, qualcuno inizierebbe ad esserci, quanto meno avremmo medici incapaci di sostenerla come impossibile e deleteria, ma sopratutto medici impossibilitati a diffondere l’informazione più dannosa in assoluto, e cioè che gli umani devono mangiare carne.
Ciò innescherebbe un meccanismo di sviluppo e diffusione delle informazioni anche su vegetarianesimo e veganesimo - pratiche nutrizionali sempre più diffuse e con cui i medici iniziano a sentire di dovere fare i conti - che necessariamente si trascinerebbe dietro la trattazione delle più complesse ed ostiche argomentazioni etiche, con una spinta centrifuga che noi da soli, pochi attivisti, non possiamo dare.

Sostengo quindi che sarebbe opportuno lavorare con metodo per ottenere una riforma della formazione basilare medica in tale direzione, anche se appunto, si tratterebbe di un investimento che in parte ottiene come risultato, lo sfruttamento di un argomento indiretto ed i cui effetti si vedrebbero non certo nell’immediato o con il preciso fiorire di una propaganda del tutto favorevole al veg*anesimo di frotte di medici militanti.
Al lato pratico, data la presenza di medici e competenze affini dentro al nostro movimento, non dovrebbe essere difficile sviluppare un progetto che miri a tale riforma. Una volta sviluppato, esso andrebbe proposto alle figure politiche aperte alle riforme - aperte anche a riforme che violano gli interessi di lobby, ovviamente quindi non sto pensando a nessuno che bazzichi l’area dell’attuale governo - lasciando serenamente che l’attenzione cada anche sulla questione salutistica, sul diritto alla salute negato, senza temerne svantaggi.

Io ipotizzo che queste istanze verrebbero accolte e sostenute in maniera sempre più credibile e determinata.

Spero che su questa mia proposta si apra una via, o quanto meno un dibattito.

Riceviamo e facciamo girare. 


Licenziato per aver cercato di difendere dei gattini crudelmente uccisi

Da pochi giorni ho ricevuto la testimonianza dolorosa e toccante di Federica, la giovane moglie di Cristian Castaldi, giovane lavoratore interinale licenziato per aver tentato di impedire l’uccisione di alcuni gattini da parte di un collega. E’ uno scritto che merita di essere riprodotto fedelmente e letto attentamente, perché è lo specchio di questa società sempre più cruda ed indifferente. “Salve a tutti il mio nome è Federica Funi. Sono la moglie di un ragazzo di quasi 27 anni che si chiama Cristian Castaldi. Mio marito gran lavoratore da quando aveva 18 anni, nel febbraio 2010 è stato assunto come interinale nella ditta AMA spa tramite obbiettivo lavoro e successivamente con manpower. Sono rimasta incinta nel luglio 2010, e da quel momento lui ha capito che quel lavoro ci serviva più di ogni altra cosa. e cosi cominciò ad abbozzare a tutti i soprusi. Questi soprusi erano anche causa dei nostri malesseri familiari, ad esempio ci chiamavano quando mio marito si prendeva un giorno di ferie per fare delle ecografie al bimbo, solo per dirci che siccome mio marito era interinale non si poteva permettere di prendersi le ferie. e tantissime altre cattiverie su me e il nostro bambino. Ma la cosa che ha fatto scoppiare tutto in me, è successa il 18 febbraio 2012, quando mio marito è tornato a casa dopo il turno delle 6.00-12.00 con la testa bassa e delle lesioni sullo zigomo, gli ho domandato cos'era successo e lui con molta paura negli occhi mi disse: nulla amore. Insistendo volendo sapere cosa sia successo, lui mi disse che era stato picchiato sul posto di lavoro, spiegandomi quanto segue. Stava facendo il suo solito lavoro, quando vede tre piccoli gattini di pochi giorni, se non appena nati, vicino al nastro dove scorre la spazzatura, e vede un suo collega (uomo di 50 anni) che ne afferra uno e lo sbatte a terra. Mio marito incredulo gli dice: PEZZO DI MERDA e lui innervosito afferra un altro gattino e glielo tira addosso, dopodiché non contendo lo tira dal cappuccio rompendoglielo, e lo spinge contro il muro facendogli sbattere la testa e dandogli una gomitata sullo zigomo. Tra l’altro c'erano altri due colleghi presenti a questa vicenda che hanno negato il tutto. Salendo alla sala manovra per andare a firmare prima di staccare, il suo collega (l'aggressore), fa al capoturno: metti a rapporto Castaldi e il capoturno risponde perché? Cosa è successo? e Cristian risponde: ho preso le botte per difendere dei gattini e il capoturno risponde: SI VEDE CHE NON TI HA MENATO PER I GATTI TE LE MERITAVI. Cioè vi rendete conto? un capoturno che deve segnare tutto anche se si fa un graffietto ha detto TE LE MERITAVI!!! Io sono sconvolta, ma non è mica finita qui ragazzi PURTROPPO. Finito di raccontarmi questa bruttissima vicenda, mi dice ora però zitta non dire nulla a nessuno perché io devo lavorare, abbiamo bisogno. Dopo pochi minuti inizia ad avere degli attacchi di panico che quasi non respirava più... e ci siamo recati subito al pronto soccorso che gli ha riscontrato un trauma cranico, lesioni allo zigomo, e attacchi di panico crisi reattiva da aggressione. All'ospedale ci hanno obbligato ad andare dai carabinieri sennò andavano loro. Usciti di lì Cristian non voleva andare aveva paura di perdere il lavoro, ma a me non importava nulla delle conseguenze volevo denunciare il fatto e non farla passare liscia a persone del genere. La denuncia è stata fatta, subito gli hanno riconosciuto l'infortunio all'INAIL. Ed è stato sotto infortunio per ben 6 mesi, quando gli dicono che l'infortunio, anche se lui stava molto male psicologicamente doveva essere chiuso. E prima di rientrare a lavoro come tutte le aziende dopo un infortunio fanno fare la visita per vedere se può rientrare. Il 2 agosto ci rechiamo (premetto che mio marito non guida più per problemi di attacchi di panico e non esce più solo) presso la sede principale dell'AMA a via Calderon della barca, per la visita, ma a quella visita non c'era la dottoressa ma un sostituto che gli lascia un foglio con scritto " NON IDONEO PUO' RIENTRARE A LAVORO" mio marito il giorno dopo si reca a lavoro ( sempre accompagnato da me) e loro paurosi che poteva succedere qualcosa sul posto di lavoro lo hanno chiuso in uno stanzino e gli hanno detto: non ti muovere di là. Mio marito non poteva neanche prendere una boccata d'aria, tornato a casa riceve una chiama dal dirigente dell'AMA che gli dice: Cristian tranquillo stai a casa, tranquillo ti mettiamo in permesso retribuito. Ma dopo 9 giorni riceve una chiamata dalla sua agenzia manpower dove gli dice che lui risulta assente ingiustificato da 9 giorni e si reca di nuovo a lavoro. Però quel giorno al lavoro una parola detta male ha fatto sentire male mio marito e hanno chiamato l'ambulanza riscontrandogli attacchi di panico gravi. Tra l'altro dei colleghi quando lo caricavano in ambulanza ridacchiavano facendo battute del tipo: non gli date l'acqua dategli del cianuro. Tornando dalle ferie la dottoressa dell'AMA lo visita e gli dice in faccia a lui (ovviamente io in queste visite non posso entrare) che ora farà lei qualcosa per spostarlo in un posto dell'impianto migliore, mentre invece dopo qualche giorno si reca a lavoro perché nessuno gli faceva sapere se dalla visita era positiva o no. Tornando a lavoro 2 ingegneri, tra cui uno era il suo, lo spingevano fuori (abbiamo dei testimoni tra cui un giornalista Martino Villosio) dopo poche ore riceve una chiamata dalla sua agenzia di lavoro che gli dice che il giorno stesso deve recarsi lì per "una chiacchierata" beh!! quella chiacchierata era il licenziamento, ragazzi. Tanto che mio marito impaurito di non garantire più un pasto caldo chiede se ci sono altri lavori ma loro rispondono: NO. (fuori c'erano tanti annunci di lavoro) ma per mio marito NO. Cristian è stato licenziato con un cambio mansione. Perché essendo idoneo doveva tornare a lavorare ma pur di buttarlo fuori lo hanno licenziato perchè risultava autista, quando lui era un semplice spazzino. Ha vinto il ricorso avverso (articolo 41) sull'inidoneità stabilita dai medici dell'AMA e scongiurata dai medici dell'ASL. Ragazzi l'aggressore è ancora tranquillo a lavoro... non era a lavoro, solo quando mio marito era rientrato quei pochi giorni (magari chissà, gli avranno anche pagato le vacanze ) e ora questa persona mi hanno appena informata che è diventato vice capo turno ci rendiamo conto? Una persona ancora indagata su quello che ha fatto VICE CAPO TURNO? Anche le promozioni? ORA BASTA VOGLIO GIUSTIZIA. Un altra vicenda è che il 27 dicembre 2012 sono passati tutti gli interinali a tempo indeterminato con AMA e li ci doveva essere anche Cristian, ma anche se ha vinto l'idoneità non è stato chiamato dall'azienda a firmare. Di cose da dire ce ne sono ancora tantissime, ma mi fermo qui. Dopo il licenziamento è iniziato il vero e proprio calvario di Cristian.. lui è seguito da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri dell' Asl, dell'ospedale, e privati da dopo l'accaduto. Hanno rovinato MIO MARITO, hanno rovinato un ragazzo, un padre, una famiglia appena partita. Mio marito la notte non dorme, almeno una volta a settimana se non di più gli prendono gli attacchi di panico. Non ha più stimoli, ogni cosa per lui è negativa. Questa vicenda la segnato, anzi ci ha segnato, perché io sono con lui 24 h su 24 h e anch’io sono sotto cura da una psicologa. Cristian è sempre stato un ragazzo che aveva voglia di vivere, di confrontarsi, di viaggiare, di condividere con altre persone le gioie che questa vita ci ha regalato. Quando è nato nostro figlio era stupendo come si impegnava in tutto, il figlio è la cosa che lo sta tenendo più forte in questo momento. Vedere nostro figlio che quando si sveglia, la prima parola che dice è papà e questa parola a Cristian lo rende unico e speciale.. lui è un super papà.. ma per me è anche un super marito. E' sempre stato vicino a me mi ha sempre regalato emozioni e amore, lui per me è un eroe anche se lui si sente tutto tranne che eroe. Lo rivoglio il Cristian di una volta, vorremmo tanto che sia fatta giustizia e che ci si dia voce di questa vicenda. Quello che abbiamo passano lo sapremo solo noi. Come soffriamo lo sappiamo solo noi. E anche quello che tutti i giorni viviamo lo sappiamo solo noi. Vorrei solo avere una famiglia serena, un lavoro e tanto amore. Andare in giro con nostro figlio e potergli comprare un gioco.“ Questa la storia. Il resto è una sentenza che reintegra Cristian Castaldi nel suo posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Disattesa. Aspettiamo gli sviluppi della vicenda, con vicinanza a Cristian, a Federica e al loro piccino.

Giovanna Rezzoagli Ganci

Fonte: L'odissea di Cristian Castaldi 




ATTENZIONE: IL DIBATTITO E' STATO ANNULLATO:
http://oltrelaspecie.blogspot.com/2013/05/20-maggio-milano-universita-statale.html

da Oltre la Specie:

Car* amic*,
vi segnaliamo un appuntamento di particolare importanza, dopo la liberazione delle cavie dal laboratorio di Farmacologia del 20 aprile a Milano da parte di attivisti di Fermare Green Hill.

Dopo quello storico giorno, il dibattito aperto sui media locali e nazionali sull'azione di occupazione dello stabulario e sulla legittimità della sperimentazione animale arriva presso la stessa università.

20 MAGGIO, ORE 14.30 - UNIVERSITA' STATALE, MILANO

"E' GIUSTO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI"?
Dibattito aperto con gli attivisti di "Fermare Green Hill" e i ricercatori pro-sperimentazione

Intervengono:
-Lorenzo Lo Prete, Fermare Green Hill
-Massimo Tettamanti, Consigliere Scientifico I-Care
-Alberto Ferrari, Pro-Test Italia
-Alessandro Papale, Università S.Raffaele
Coordina: Sandro Zucchi, Università Statale

LUNEDI' 20 MAGGIO UNIVERSITA' STATALE VIA FESTA DEL PERDONO ORE 14.30 - AULA 422

RIPENSARE LA GINECOLOGIA NELL’OTTICA DELL’ECOVEGFEMMINISMO

di L. M. Chiechi

 

Stiamo assistendo a una crisi dei consolidati valori basati sul dominio, la supremazia, lo sfruttamento, frutti della cosiddetta società patriarcale storicamente strutturatisi con la società agricola e assorbiti poi dalla società industriale. I movimenti sociali che più hanno inciso su questa crisi sollevando importanti riflessioni morali sono quelli che non sono riusciti a rimanere indifferenti più estesa è stata la sofferenza, vale a dire l’ambiente, gli animali e le donne. Questi tre aspetti, che sembrano così distanti, non sono invece separati; essi rappresentano la rivendicazione del fondamentale dovere al rispetto, indispensabile a rendere eticamente degno il comportamento dell’uomo. Rispetto del territorio, degli animali non umani, degli umani resi deboli. Il concetto di rispetto deve essere inteso nel suo significato più nobile, in grado di riconoscere un attributo di sacralità al territorio, come bene comune, e a tutti gli altri esseri viventi per il solo fatto di essere.

Noi in questa sede affronteremo un unico aspetto di questa rivoluzione etica, cercando di capire come le riflessioni sollevate da queste tre forze, ambientalismo, animalismo e femminismo, possano scardinare anche il vecchio modo di concepire l’assistenza alla salute delle donne, compito delegato dalla società alla medicina, che contestiamo nella sua neutralità scientifica considerandola invece espressione dell’antica radice patriarcale.

AMBIENTE E SALUTE

Una delle più recenti acquisizioni scientifiche riguarda la costituzione del nostro corpo. Ora sappiamo che siamo formati non soltanto da 100.000 miliardi di cellule ma anche da 10.000.000 di miliardi di microrganismi rappresentati da batteri, virus, funghi, che colonizzano il nostro corpo ancor prima della nascita, sin dal passaggio nel canale da parto. Siamo in pratica costituiti più da microrganismi che da cellule (anche se questo microbioma costituisce solo il 3% della massa corporea). Ancor più sorprendente è la varietà di specie, sino ad ora impensata, presente nel nostro corpo: solo il colon ne contiene 4000, la bocca 800, la vagina 300 ecc, composizione microbica peraltro individuo-specifico, un complesso, questo nostro corpo, che Telmo Pievani definisce con efficace espressione: “condominio equosolidale”. È sorprendente per di più la circostanza che i nostri coinquilini non sono nostri parassiti anzi, essi sono indispensabili alla nostra sopravvivenza mentre noi non lo siamo alla loro. A complicare il senso della corporeità umana c’è poi il mistero dei mitocondri, microscopici organelli cellulari posti all’interno delle nostre cellule dove svolgono funzioni fondamentali, non accessorie. Il mitocondrio, come si sa, è dotato di un suo cromosoma proprio, e sembra rappresentare l'esito finale dell’integrazione cellulare di un piccolissimo batterio che più di un miliardo di anni fa si è introdotto nelle cellule degli organismi superiori ed è finito per diventarne parte integrante e indispensabile.

Chi siamo noi allora? Cos’è veramente questo nostro corpo?

Riferendoci all'ambiente la riflessione diventa ora immediata e radicale; noi non dobbiamo rapportarci con l’ambiente; noi siamo l’ambiente. Da questa inscindibilità corpo-ambiente deriva la salute e la malattia che non è, nella gran parte dei casi, quell'evento stocastico che ci colpisce per disgrazia, ma semplicemente il risultato di come noi riusciamo a essere ambiente. Si pensi all'alimentazione, la ordinaria istintiva attività cui dedichiamo sempre meno tempo e attenzione ma con la quale trasformiamo una parte di ambiente in parte di noi, che va a diventare quindi l’atto più intenso che possiamo fare e che invece la cucina edonistica e la moda del fast food hanno banalizzato e de-eticizzato. L’alimentazione umana è atto responsabile ed etico; non soltanto mangiamo quello che ci permette di sopravvivere, ma nel farlo esprimiamo sempre un giudizio morale sul cibo: per questo non mangiamo carne umana, o di cani, gatti, cavalli e via via sino al veganesimo per quanto il livello di empatia ci permette; non lo consideriamo, ma il livello emozionale è l’altro elemento costitutivo del benessere umano insieme a quello razionale con cui definiamo un ambiente sano. Anche dal punto di vista strettamente biomedico questo è un concetto importante; è l’ambiente che determina la malattia e la salute, e addirittura ciò che in uno specifico ambiente permette la salute in un altro causa la malattia; si consideri la cosiddetta anemia falciforme o drepanocitica, una malattia genetica che altera la funzionalità dei globuli rossi; quando il territorio era in gran parte paludoso e infestato da zanzare, vale a dire fino a un secolo fa, essa rappresentava un vantaggio per chi ne era affetto perché impediva la riproduzione del plasmodio della malaria all'interno degli eritrociti e così ostacolava lo sviluppo della malattia. Anche il diabete, adesso considerato una malattia sociale e dalle conseguenze devastanti, quando le fonti alimentari erano scarsissime di zucchero e la normale attività richiedeva sforzi fisici intensi, assicurava a chi ne era affetto un beneficio biologico, potendo ottimizzare le scarse quantità di zucchero disponibili da bruciare subito; oggi che gli alimenti sono ridotti a non-cibo[1], manufatti di ammassi di carboidrati, il vantaggio di una volta si è trasformato in temuta malattia. Forma più sofisticata di malattia causata dall’ambiente è ancora l’osteoporosi postmenopausale, in realtà una non-malattia auto-inflitta perché causata da spazi chiusi, privi di verde e senza sole, solo strade e ascensori che spingono alla inattività, agricoltura povera di micronutrienti salutistici, diete ricche di alterate proteine animali e carenti di acque calciche.

Un concetto ancora più ignorato è l’importanza che ha sull’essere umano la possibilità di poter vivere in armonia con l’ambiente, inteso come ecosistema naturale rispettato come tale, nel suo essere territorio, flora e fauna. Il suo effetto benefico è ben conosciuto tanto che sentiamo il bisogno di andare a cercarcelo nei pochi luoghi incontaminati ancora rimasti sul nostro pianeta e nelle riserve naturali così faticosamente salvaguardate. Se ne abbiamo la fortuna di incontrarli, rimaniamo istintivamente attratti dalla visione di uno scoiattolo, o dal canto di un cardellino, il che non è sorprendente; l’animale non è soltanto l’oggetto di; è l’animale che noi siamo[2], il nostro modo di essere al mondo. La medicina solo recentemente ha riconosciuto il valore della vicinanza animale e di come può contribuire al nostro benessere, facendolo però alla sua maniera con la pet-therapy, valorizzazione certo, ma pur sempre una forma di reificazione dell’animale. Il problema è che la medicina si muove lungo una traiettoria antica, aspira a trattare la malattia non a eliminarla, e conserva la grossa responsabilità di enfatizzare la sua importanza in sé misconoscendo il legame indissolubile con l’ambiente.  

 

LA PARTICOLARITA’ DELLA GINECOLOGIA

Per la ginecologia il discorso è ancora più complesso.

Come si sa la ginecologia, etimologicamente parola composita formata da gyné- donna, e –logos, discorso razionale, “è la parte della medicina che studia la biologia degli organi femminili e ne cura le malattie”, definizione oggi divenuta insufficiente dacché questa branca è passata a “curare” anche la fisiologia e più questa che quelle, crescente fenomeno che va sotto il nome di medicalizzazione. Questa problematica, sebbene ancora non completamente valutata nella sua pericolosità, riguarda il logos, senza che mai sia stato messo in discussione il concetto stesso di gyné, della donna, dandolo per scontato.  Per quanto strano possa sembrare questa definizione è invece estremamente difficoltosa perché basata sulla costruzione del genere, cui si vuole costringere la biologia. In realtà, in quale maniera arriviamo a definire una persona donna? in base al suo cromosoma, ai suoi organi genitali e riproduttivi, se ha o meno le mammelle? Quali gli elementi indispensabili? Con il termine donna si indica semplicemente la parte di umanità identificata con arbitrarie caratteristiche variate nel corso della storia, e che oggi sono definite fondamentalmente dal cariotipo XX (e XY per il maschio). Da questa classificazione rigidamente binaria costruita sin dagli albori della società agricola e perfezionata nel tempo dalla medicina, restano fuori le minoranze biologiche, le persone cioè non biologicamente corrispondenti, definite pertanto malate; oggi in più è stata creata una estesa categoria di persone “migliorabili”, le “affette da” malattia vera e propria (come la sindrome di Turner X0), o da “imperfezione” (aplasia vaginale, uterina ecc) correggibili chirurgicamente[3]. L’arbitraria definizione biologica di sesso ha introdotto in pratica un nuovo concetto di malattia, non più soggettivo, etimologicamente da male habere, definito cioè da chi sta male per il suo sentirsi male, ma impositiva e comunicata, l’essere malati perché non si rientra nello schema predefinito che classifica le persone come sane o normali; se non si è sani si è malati e se non si è normali si è mal-formati, con specifica gradualità interna[4].  

In realtà per la società sessista ciò che inizialmente era importante non è poi tanto l’anatomia, il fenotipo femminile e maschile, quanto la fisiologia, vale a dire la capacità a riprodurre che il fenotipo rende pubblicamente riconoscibile. Donna, nella sua accettazione sociale era solo la madre, potenziale, attuale o passata[5]. È la società postindustriale, e soprattutto quella tecnologica, che ha permesso la crisi della rigidità classificativa con il venir meno del valore del figlio come reificazione della proprietà ereditabile o della forza lavoro e/o guerriera. Sono in pratica gli enormi cambiamenti socio-economici permessi dalla tecnologia che stanno facendo franare le due grosse impalcature che hanno sorretto la società agricola sopravvissuta sino ad oggi: la discendenza filiale e lo sfruttamento animale. Nelle società pre-agricole, non soltanto il figlio perdeva rapidamente l’appartenenza materna per diventare figlio del gruppo una volta raggiunto lo svezzamento, ma il rapporto con l’animale era orizzontale tanto da rimanere unico; non solo il neonato umano era allattato direttamente dalle mammelle animali che divideva con gli altri cuccioli, ma anche le donne allattavano direttamente i cuccioli insieme ai loro figli, fenomeno conosciuto con il nome di “maternaggio”[6]. L’allentarsi delle costrizioni tipiche della società agricola e industriale hanno finalmente permesso lo svilupparsi di due poderose forze rivoluzionarie, il femminismo e l’antispecismo, in realtà presenti da sempre e costitutive della umanità, ma che solo oggi sono realisticamente in grado di operare un cambiamento radicale del vecchio costrutto patriarcale fondato sul dominio e lo sfruttamento.

Quello che in questa sede ci chiediamo è se sia possibile aspirare finalmente a una cura delle donne libera, femminile, rispettosa, non violenta, amorevole, dove sull’uscio della sala parto non ci sia ad accoglierle una lama affilata di medico sempre pronta a tagliarle da sopra o da sotto con episiotomie, tagli cesarei, isterectomie, o lacerarne le parti con forcipi o ventose, che non consideri i loro corpi scrutabili contenitori di un prodotto preteso perfetto da consegnare ai padri, corpi di donne per di più giudicati inadeguati, deboli e perfettibili.

L’ostetricia-ginecologia, branca del sapere scientifico sviluppatasi solo a partire dal XVII secolo[7], da quando cioè gravidanza e parto sono stati considerati meritevoli dell’interesse medico, rimane ancora ai margini della crisi innescata dai suddetti cambiamenti radicali. Il rifiuto della maternità imposta grazie alla contraccezione e il diritto all’aborto, sono state le vittoriose battaglie di libertà della donna, ma della donna ancora relegata al suo ruolo di “madre” rendicontante, una libertà quindi condizionata e non  ancora completamente affrancata. L’affrancamento completo infatti non può che essere nel suo diritto di essere considerata quella che è e non quella che dovrebbe essere, biologicamente e funzionalmente, prima che socialmente. Qui il ruolo della medicina, che da tempo è stata chiamata a giudice incaricato di far rispettare le direttive che normano la regolarità biologica stabilita, è fondamentale perché è lei che certifica la corrispondenza al modello precostituito, funzionale alle esigenze sociali. Ecco quindi che oggi la donna può (non più deve) riprodurre, ma dopo. Tutto fattibile, perché se è stata creata la malattia, con essa è fornita la terapia. È cioè nata questa nuova infermità caratteristica del terzo millennio, la sterilità sociale, che non è una sterilità biologica (derivante da infezioni, malformazioni ecc), ma dal progressivo posticipo della maternità al di là delle naturali possibilità perché così richiedono le necessità lavorative; ma la biologia è quella che è, sì modificabile culturalmente ma dai tempi lunghi; l’adesione biologica al modello sociale non sarebbe però possibile senza l’intervento della medicina, che da una parte asseconda le esigenze sociali con la contraccezione, divenuta perenne, quindi non più pianificazione familiare ma soppressione della possibilità riproduttiva; dall’altra promette con la fecondazione artificiale di permettere la gravidanza oltre il limite fisiologico.

E la salute della donna? La malattia derivante cioè dalla biologia negata, dalla maternità tardiva, dall’allattamento artificiale, dalle stimolazioni ormonali, dai trattamenti sostitutivi? Anch’esse fanno parte della malattia femminile socialmente indotta, con una differenza: prima lo era a causa delle troppe gravidanza oggi per la maternità negata. Rimane quindi ancora una medicina patriarcale nella sua aspirazione ad assoggettare il corpo femminile alle esigenze della società, giudicarlo nel suo essere biologico e ritenerlo a volte sbagliato, come fa per esempio con la menopausa, oltre che nell’adeguarlo anatomicamente al modello estetico idealizzato dai maschi.

Va però anche oltre. La pretesa non è soltanto riproduttiva, ma anche sessuale.

Carla Lonzi ha avuto il merito di decostruire l’impalcatura elaborata sulla sessualità femminile ponendo l’accento sulla sessualità clitoridea come espressione della sessualità femminile autonoma, opposta a quella vaginale culturalmente imposta perché corrispondente al piacere maschile e alle necessità riproduttive funzionali alla società patriarcale[8]. La costrizione culturale è stata talmente potente che la sessualità vaginale impedisce la clitoridea che le è propria. Questa riflessione porta noi a demistificare il costrutto medico della donna e a riconsiderare la modalità di “cura” della ginecologia così come si è strutturata nella società occidentale; è possibile, ci chiediamo, applicare questa riflessione femminista alle tradizionali modalità di cura della medicina? La ginecologia occidentale considera infatti come ammissibile un unico tipo di sessualità, vale a dire quella vaginale, considerando malattia l’impossibilità a questa e mettendo in essere tutta una serie di interventi chirurgici tesi a ripristinare  la “normalità”, perduta con la malattia o mai avuta. Si prenda per esempio il caso della sindrome di Rokitansky-Kϋster-Hauser,[9] definita una malformazione perché caratterizzata dalla presenza di corni uterini atresici e aplasia vaginale più o meno completa; questa è considerata una malattia e “La terapia deve mirare fondamentalmente a permettere alla donna di avere rapporti sessuali.[10], attraverso una serie di interventi molto complessi finalizzati a creare una neo-vagina[11] o, se presente una porzione di vagina, tentando l’allungamento progressivo di questo sfondato fino a raggiungere dimensioni minimali sufficienti al coito. Una complessa terapia unicamente mirata a realizzare la sessualità vaginale.

Ancora più intrigante è il caso della sindrome di Morris. Anche queste persone sono ritenute “malate”; nella forma completa, definita con l’acronimo CAIS, esse sono cromosomicamente XY ma fenotipicamente donne, con la particolarità di avere gonadi indifferenziate, assenza di utero, ovaie, e una vagina cortissima. In genere questa patologia è inserita nei testi specialistici nel grosso capitolo degli “Stati intersessuali – Patologia mal formativa dell’apparato genitale”, e viene curata con la rimozione delle gonadi considerate a rischio di neoplasia, terapia ormonale sostitutiva fino alla età della menopausa, e creazione di una neovagina per permettere il coito. L’effetto della diagnosi su queste persone che si sono fino a quel momento sentite normali e sono state considerate tali è spesso devastante. 

Risulta ben evidente come la medicina consideri unica forma di sessualità quella vaginale, che tale forma di sessualità sia considerata indispensabile tale che il suo impedimento ne costituisce la malattia, e che non contempli altra forma di sessualità oltre questa. C’è però una considerazione ancora più importante da fare: la sindrome di Morris è vista come una confusione di sessi, nella maggior parte dei casi un maschio che si manifesta come donna e che per ragioni di opportunità è bene lasciare stabilizzare nel genere intrapreso, una sindrome che pertanto viene etichettata tecnicamente come un pseudoermafroditismo maschile. La persona in sintesi non ha il diritto di essere quella che è, ma deve essere esaminata, giudicata, inquadrata, collocata in uno dei due sessi riconosciuti dalla società e costretta a seguire le regole, anche biologiche, del sesso assegnatole. Il compito di definire il “vero sesso” è stato da lungo tempo affidato alla medicina[12] che con la nascita della anatomia patologica si è illusa dapprima di poterlo fare con certezza sulla base della presenza del testicolo o dell’ovaio finché la tecnologia non ha reso disponibile l’indagine genetica come prova di certezza. Dal diciannovesimo secolo in poi la stessa tecnologia biomedica ha consentito di riparare alle “ambiguità” della natura rifinendole e avvicinandole alla normalità costituita laddove prima c’era soltanto la condanna e l’emarginazione. 

Il femminismo, se ha inciso (non compiutamente) sul diritto della donna a decidere del proprio corpo, non ha minimamente scalfito il comportamento medico in aspetti che non riguardino l’aborto e la contraccezione. Il diritto all’uguaglianza nel rispetto della diversità rivendicato dalle donne non ha coinvolto il concetto di creazione sociale di sesso, limitandosi al genere, accettando come essenziale la definizione tradizionale di sesso biologico nella costituzione dell’individuo e legittimando l’esistenza della divisione binaria dei sessi. Consequenziale è stato il relegare nella condizione di malato tutti gli altri, da consegnare quindi nelle mani dei medici per l’opportuna correzione. Il concetto di “sesso” e la sua logica assegnazione a maschio o femmina è stato, anche dal femminismo, accettato come unico “naturale” contestando quale imposizione culturale solo quello di “genere”.

Ancora più complessa è stata l’universalizzazione del messaggio femminista oltre la specie e la sua estensione a tutti gli esseri viventi, vale a dire l’antispecismo, che dovrebbe essere il più puro, più nobile di quello ambientalista perché quest’ultima è pur sempre lotta “interessata”. Non estendere la rivendicazione a tutti gli esseri viventi risulta sorprendente considerando i millenni di oppressione che la donna ha dovuto subire.

 

VEGANESIMO E SALUTISMO

Per la verità, come sottolineato da Annalisa Zabonati[13], la questione animale ha accompagnato da sempre la riflessione femminista svelando la comune matrice patriarcale delle due oppressioni e facendo intravedere come la dissoluzione della società patriarcale possa determinare la contemporanea dissoluzione dello specismo e del sessismo. Non siamo molto convinti che il sistema di dominio gerarchico ormai consolidato nei millenni di società patriarcale possa essere spazzato via così velocemente e non persistere a spese di nuove categorizzazioni di deboli, ma il punto che vorremmo discutere è l’elemento di novità introdotto recentemente dalla medicina nella scelta tutta etica del veganesimo, vale a dire l’aspetto salutistico dell’alimentazione. L’adesione all’alimentazione di tipo vegano in virtù del suo vantaggio salutistico rimette in discussione la piattaforma etica che la sostiene, potendosi così essere vegani e contemporaneamente specisti.

È sempre più evidente[14], e in effetti ormai ampiamente riconosciuto, come l’alimentazione vegetariana sia il tipo di alimentazione più salutistico per l’uomo; i danni dell’alimentazione carnivora sono conosciuti da tempo; la novità semmai è l’attuale ridimensionamento delle qualità benefiche del latte e dei suoi derivati, e l’evidenziazione dei suoi aspetti negativi nel favorire patologie come quelle tumorali[15], che stanno indirizzando i consigli alimentari verso il veganesimo[16] pur senza esplicitarlo. Noi concordiamo, ma non che chi non mangia carne e derivati automaticamente mangi sano perché, a parte la carenza di vitamina B12 che caratterizza oggi l’alimentazione strettamente vegana, vi è da considerare l’assunzione di dolciumi, zuccheri e farine raffinate che sono in grado di affliggere la salute umana. A questo vi è da aggiungere il cambiamento di uno stile di vita che porta a introdurre insufficienti quantità di acqua e di sali minerali in essa contenuti, abitudini voluttuarie che portano a sostituirla con bibite, bevande alcoliche ecc, senza considerare l’influenza di un ambiente inquinato sia dagli scarti industriali che dagli allevamenti intensivi, una condizione che porta a uno dei più cinici utilitarismi della medicina attuale: consigliare di ridurre il consumo di carne per ridurre i livelli di inquinamento ambientale[17]. Ma vi è anche da considerare la qualità degli alimenti vegetali prodotti dalla industria alimentare che li rende poveri di micronutrienti salutistici (antiossidanti, vitamine, fitoestrogeni) e ricchi di derivati chimici di sintesi usati come pesticidi, conservanti, maturativi, alcuni dei quali riconosciuti come sicuramente cancerogeni. Insomma noi affermiamo che se da una parte il ritorno utilitaristico deve integrare il principio etico ma non scalzarlo, l’etica deve essere estesa. Il diretto legame con l’ambiente, attento a tutta la filiera alimentare, risulta talmente evidente che finalmente è possibile affermare che la sostenibilità etica automaticamente si traduce in sostenibilità ambientale e sanitaria.         

Il veganesimo, che rappresenta la parte più ostativa del più ampio problema dell’antispecismo, e che sta emergendo come variegata necessità etica, ambientale, salutistica, può rappresentare l’elemento trainante di una rivoluzione etica femminista, la più adatta a imporre la sua differenza di genere in senso empatico; è possibile considerare questa antispecista la piattaforma in grado di sostenere tutte le battaglie contro le oppressioni perché chi si abitua a rispettare finanche l’essere vivente più indifeso, il muto detentore di diritti negati, automaticamente dovrebbe essere portato a rispettare il culturalmente creato diverso in base al sesso, la razza, la religione e via di seguito.

La ginecologia a questo punto non soltanto si trasforma in una branca rispettosa della donna come persona, portatrice delle sue differenze biologiche, tenuta alla responsabilità della sua salute senza deleghe, legittimata alla scelta materna o meno, alla modalità di parto, alle sue necessità biologiche a cominciare dall’allattamento al seno, a conservare la sua potenza biologica con il parto naturale e la maternità naturale senza espropriazioni esterne, ma diventa un non senso medico, esigendo come più adatta la definizione di medicina della riproduzione femminile lasciando la medicina di genere all’approccio personalizzato. Forse questo sarà solo per un breve periodo di tempo, quello necessario alla transizione verso la società senza genere né sesso ma solo di persone degne di rispetto per essere quello che sono. Prevedibilmente più che una scelta attiva sarà la graduale estinzione di una suddivisione non più funzionale e per di più conflittuale, e così si dissolverà definitivamente il pensiero femminile amorevole e solidale. Quando la tecnologia perfezionerà l’utero artificiale si completerà la gestazione extracorporea iniziata con la fecondazione in vitro [18]; a questo punto perderanno di valore anche i corpi fecondanti. Ma questo merita una profonda riflessione; non sappiamo che tipo di società sarà questa che semplicisticamente chiamiamo società tecnologica; certamente perderanno di significato il sesso, gli stati intersessuali, l’omosessualità e l’eterosessualità semplicemente perché ognuno potrà vivere la propria sessualità senza la necessità di chiedere la mappa cromosomica al suo partner e potrà avere un figlio senza dover affrontare la dura sfida parentale operata dai corpi. Se sarà una società migliore è difficile dirlo; sarà una società diversa che, risolta in tal modo la faccenda umana, temiamo lascerà la più dura delle sfide etiche, il rispetto del debole, forse ancora rappresentato dall’animale, l’innocente, il senza parola, l’unico meritevole di diritti senza possibilità di doveri.

 



[1] M Pollan. In difesa del cibo. Adelphi Milano 2009

[2] Riprendiamo qui l’espressione deriddiana per rimarcare la separazione culturale operata dall’uomo: “Una parola l’animale, un nome che gli uomini hanno istituito, un nome che essi si sono presi il diritto e l’autorità di dare all’altro vivente.” (J Deridda. L’animale che dunque sono. Editoriale Jaca Book Spa Milano 2006 p 62)

[3] Non si può qui affrontare il problema delle persone affette da GID (Gender Identity Disorder), perché molto complesso seppur stimolante; basti pensare che il requisito pregiudiziale per rientrare in questa categoria è rappresentato dalla perfetta normalità cariotipica-fenotipica del sesso che si vuole invertire

[4] Ci limitiamo in questa sede solo a questo aspetto perché la malattia “comunicata” è oggi molto estesa; si può stare bene ed essere gravemente ammalati, come succede per una neoplasia maligna scoperta con la diagnosi precoce, e sentirsi molto malati senza poter essere dichiarati tali perché la patologia non è evidente all’indagine medica.  

[5] Fra l’altro anche etimologicamente donna deriva dal latino domina, woman da wife man ecc

[6][6] V Fildes. Madre di latte. SanPaolo 1997 p 20-1: in un bassorilievo egizio del II millennio a. C. è raffigurata la dea Hathor con sembianze bovine nell’atto di allattare contemporaneamente un vitello e un bambino. La stessa dea Hathor viene raffigurata come donna con testa bovina in un altorilievo mentre allatta un bambino. Il maternaggio è stato riscontrato anche recentemente come pratica in uso presso le popolazioni ferme allo stato di raccoglitore-cacciatore.

[7] Abbiamo sviluppato l’argomento della esistenza di una cultura ostetrica come espressione del pensiero femminile e della sua definitiva soppressione da parte della medicina in LM Chiechi Arte non vi. La violenza della medicina occidentale sulla donna. Ediself-Futuro-Etico Bari 2012

[8] Riporto da A Cavarero, F Restaino Le filosofie femministe Bruno Mondadori 2002 l’efficace sintesi del pensiero di C Lonzi al riguardo:”L’autrice non si oppone al rapporto eterosessuale, ma ritiene che debba essere “rinegoziato” secondo le esigenze del piacere della donna, per non lasciare al lesbismo (alternativa “naturale” alla donna vaginale) il monopolio del piacere clitorideo”

[9] La sua presenza non è tanto rara essendo l’incidenza di circa un caso ogni 5000 neonati femmine

[10] G Pescetto, L De Cecco, D Pecorari, N Ragni. Ginecologia e Ostetricia. SEU Roma 2009, p 281.

[11] In genere si utilizza un tratto di intestino o lembi cutanei ribaltati nel canale vaginale neoformato, e se ne può immaginare le enormi problematiche

[12] AD Dreger. Hermaphrodites and the medical invention of sex. Harvard University Press. USA 2003

[13] A Zabonati Ecofemminismo e questione animale: una introduzione e una rassegna. DEP n. 20/2012 p 171-188

[14] Am J Clin Nutr 2013 Jan 30. Risk of hospitalization or death from ischemic heart disease among British vegetarians and non vegetarians: results from EPIC-Oxford cohhort study. Crowe FL, Appleby PN, Travis RC Key TJ.

[15] Si veda per tutti The China Study, di TC Campbell e TM Campbell II. MacroEdizioni 2011

[16] Le diete Mediterranea e Asiatica sono fondamentalmente semivegetariane, ma si consideri a proposito la recente “Healthy Eating Plate” food guide di Harvard scaricabile da http://www.care2.com/greenliving/harvard-declares-dairy-not-part-of-healthy-diet.hatml

[17] Proc Nutr Soc. 2010 Feb;69(1):103-18. Plenary Lecture 3: Food and the planet: nutritional dilemmas of greenhouse gas emission reductions through reduced intakes of meat and dairy foods. Millward DJ, Garnett T.

[18] La riproduzione senza utero o ectogenesi è già attuata con utero artificiale in veterinaria (Zoo Biol 2012; 31(2): 197-205. Construction and test o fan artificial uterus for ex situ development of shark embryos. Nick O, MeganE.)

In campo umano lo sviluppo embrionale è già stato effettuato e interrotto per motivi etici (Gynecol Obstet Fertil 2012; 40(11): 695-7 Reproduction without uterus? State of the art of ectogenesis. Chavette-Palmer, Lèvy R, Boileau P.) Alla Corneill University hanno fatto crescere un embrione in utero artificiale per sette giorni, interrompendo poi volontariamente la crescita. Si prevede la sua operatività clinica nell’arco di un ventennio.

Lunedì, 22 Aprile 2013 16:00

Terrorista a chi? - di Sara Romagnoli

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia.

Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo).

E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà.

A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto  di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri.

Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico come barbarie.

Vale forse la pena ricordare che barbari erano tutti i NON greci dell’antichità e forse poiché troppo legato ad un termine ormai avvertito come desueto e poco pertinente (nonché chissà, anche poco politically correct, il che non guasta), ai termini barbaro e barbarie si sono sostituiti quelli decisamente più moderni ed inflazionati di terrorista e terrorismo.

Il terrorismo è dunque, infine, il paradigma di un’alterità minacciosa la cui forza pervasiva è tale per cui terroristi finiamo per diventarlo in fondo tutt* ogni qualvolta agiamo in modo tale da costituire una minaccia più o meno consistente ed effettiva nei confronti del sistema. 

Non stupisce pertanto più il quotidiano ricorso a termini che si possono tranquillamente ascrivere ad un linguaggio che è parte della dimensione ontologica di una realtà la cui (presunta) essenza benigna si contrappone alla controparte maligna.

Di fatto, si parla di (e non solo, poiché si accusa e si condanna anche per…) ecoterrorismo, così come ci si riferisce agli “ostaggi” di uno sciopero3, assimilando al terrorismo, con un’operazione d’illecita coincidenza, tutte quelle attività di contestazione che non rientrino nel paradigma dominante, criminalizzandole ed offrendole tramite i media, alla mercé di una massa frequentemente mal informata o ancor più spesso disinteressata perché formattata e convinta non vi sia la possibilità di contemplare altri punti di vista né tantomeno abituata allo sviluppo di una mente critica che sia in grado di (com)prendere la natura del terrorismo, quello vero.

È proprio grazie ad operazioni di questo tipo, che puntualmente SEMPRE,  attività di stampo “animalista” volte alla produzione di una critica che si manifesti in azione e prassi nei confronti di quei sistemi produttivi che si danno e si fanno grazie al loro sostanziale sfruttamento a carico di non umani, vengono definite TERRORISTE.

Cosa questa, che lascia perplessi tutti coloro (e ci auguriamo siano molti)che si soffermino anche solo per un momento a considerare gli eventi da un punto di vista logico-razionale, capace di effettuare un’analisi e quindi infine quasi obbligato verso una considerazione di base: il danneggiamento a carico di strutture e mezzi di produzione non può essere definito terrorismo, a meno che non ci si voglia avvalere di questo termine per fini che con la mera descrizione della realtà non hanno niente a che vedere. Non risulta infatti ancora a nessuno che i terroristi si siano mai preoccupati dell’incolumità degli individui, né che sia possibile suscitare e/o indurre terrore a carico di estesi parchi macchine composti di furgoni e altri mezzi di vario genere (la Disney di Cars effettivamente ha messo in dubbio anche questo ma confidiamo si siano resi conto un po’ tutti del fatto che si tratta di una finzione animata).

Il problema dell’uso indiscriminato e poco critico di termini come terrorismo consiste nel fatto che i protagonisti delle azioni di cui sopra, possono attraversare gli schermi televisivi “entrandovi come persone che compiono azioni di disobbedienza (intendendo con questa un disobbedire all’accettazione condivisa e sancita dalla costituzione, tale per cui è normale trattare individui senzienti che dispongono di corpi propri trattandoli e trasformandoli in prodotti di consumo di massa alla stregua di spighe di grano dalle quali produrre pane)ed uscendovi come terroristi tout-court”.

 

Tralasciando in questa sede eventuali approfondimenti e riflessioni sul concetto di terrorismo e su cosa questo implichi o no, ci si può limitare a considerare due questioni, che si stagliano al tempo stesso nella società come dati di fatto:

-          La Costituzione italiana non si addentra, dal punto di vista giuridico, nel fornire alcun tipo di definizione di “terrorismo”, limitandosi a specificare nelll'articolo 17, primo comma, che "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; il secondo comma dell'articolo 18 stabilisce che "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare"4.

-          Dalla Legge contro il terrorismo, approvata in Gran Bretagna nel 2000, tale per cui l'attentato terroristico è "un'azione o la minaccia di un'azione, che comprende gravi forme di violenza contro persone e beni, mette in pericolo la vita dell'individuo e rappresenta una grave minaccia per l'incolumità e la sicurezza della comunità o una parte di essa"5,  insomma, a conti fatti terrorista può essere anche solo la minaccia in quanto potenziale intenzione, istanza o desiderio, ma questo forse stupisce meno di tutto il resto, se così non fosse sulla base di cosa giustificare l’intera e pervasiva organizzazione delle misure di controllo e “securitarie”, più o meno preventive? Insomma, la massa va ritenuta in qualche modo stupida e/o narcotizzata, ma un motivo per farsi placidamente controllare anche quando si fa il bidet le andrà pur dato.

 

La cosa più sconcertante però, o quella che quantomeno lascia basite alcune anime sensibili (ed io sono tra quelle, lo ammetto), è che da tutto questo si evince chiaramente una cosa: l’assunzione di una realtà sociale entro la quale non solo gli unici individui tutelati dalla violenza sono individui umani (nessuno stupore, sia chiaro, non ci aspettavamo niente di più) ma, meraviglia delle meraviglie e al tempo stesso paradosso dei paradossi, la tutela di questi stessi individui è equiparata alla tutela dei loro o altrui beni, applicando una sorta di proprietà transitiva “a termine”6 che se non illecita lascia quantomeno perplessi.

Va da sé che a diventar terroristi basti poco, davvero poco.

terrorista

NOTE:

1 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008.

2 Con logica insiemistica ci si riferisce agli “insiemi” come collezione di elementi. Tali elementi possono o non possono appartenere all’insieme, non vi sono vie di mezzo. Più in generale, vi sono elementi per i quali si circoscrive un insieme di appartenenza che rappresenta il DENTRO e tale per cui quelli che vi rientrano lo fanno in virtù di ben precise caratteristiche definitorie; a questo DENTRO corrisponde un FUORI, ovvero tutti quegli elementi che non dispongono di suddette caratteristiche definitorie di appartenenza.

3 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008, p. 18.

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

6 Dico “a termine” poiché, banalmente parlando, l’incolumità e quindi la tutela di un vitello è tale sino al suo scadere, ovvero sino a quando il vitello “ha da essere trasformato in bistecca”. Ma questa è una riflessione che mi riservo di approfondire  in ulteriore articolo a parte.

Riceviamo e facciamo eco:

COMUNICATO STAMPA: MUOS, GRAVISSIMO ACCORDO MONTI-CROCETTA

L'esito della riunione sul MUOS, tenutasi ieri, fra il presidente della regione Crocetta e il governo Monti - presente all'incontro insieme al Ministro Cancellieri e vari altri componenti di un esecutivo privo di qualsiasi consenso popolare e che continua incredibilmente a prendere gravi provvedimenti, ben oltre l'ordinaria amministrazione cui dovrebbe limitarsi - è l'ennesimo atto di sudditanza agli Stati Uniti, l'ennesimo tentativo di imporre alla popolazione siciliana il megaradar e le sue drammatiche conseguenze.

 

Invece di insistere sul blocco dell'installazione, i cui effetti dannosi sulla salute e sull'ambiente sono ormai largamente provati, e che ancora una volta renderà la Sicilia un avamposto di guerra, il funambolico Crocetta trova l'accordo al ribasso con Monti: una commissione di esperti valuterà  "l'impatto sull'ambiente e sulla salute delle popolazioni interessate delle emissioni elettromagnetiche anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti, senza oneri per la Regione Siciliana. La installazione delle parabole non avverrà prima che siano disponibili i risultati di tale studio".

Il verbale della riunione conferma, dunque, che previo un ossimorico "studio approfondito e in tempi brevi", l'installazione del MUOS avverrà, e alla popolazione verranno concesse, in cambio di tumori e malformazioni, le "misure di compensazione previste".

A conclusione di questo grave accordo tra Crocetta, che smentisce nei fatti la revoca, e Monti, che continua ad imporre vergognosi provvedimenti di politica internazionale che non competerebbero più al suo governo, l'impegno ad "assicurare il rispetto della legalità per garantire il regolare accesso del personale in servizio", ovvero a reprimere blocchi stradali e manifestazioni. un bell'esempio di "rivoluzione crocettiana"!

 

Tutto ciò rafforza le ragioni dell'impegno contro il megaradar e della grande manifestazione nazionale di sabato 30 marzo a Niscemi, per la smilitarizzazione della Sicilia e contro l'installazione del MUOS.

 

circolo città futura

 

(per il circolo città futura

la segretaria Santina Arena

tel. 340.0028007)


http://www.nomuosniscemi.it/news/no-muos-manifestazione-30-marzo-2013/

Lunedì, 11 Marzo 2013 13:41

Maschi: uccidere è naturale!

Maschi: uccidere è naturale!

Segnaliamo alcuni brani tratti da A. Biavardi, Sbuccia il maschio, Mondadori, Milano 2002. Andrea Biavardi è stato il primo direttore dell'edizione italiana di "Men's Health", lanciata nel 2000.

Crediamo non ci sia bisogno di alcun commento... [1]


"Combatti la natura e ti rovinerai. [...]
Gli uomini sono aggressivi e hanno il senso della gerarchia. Le donne sono invece protettive e collaborative. E' così che la natura ci ha voluti, e sapeva cosa stava facendo. [...]


Uccidere scarafaggi e mosche è un piacere per noi maschi. E' una forma di sopraffazione dell'uomo sull'animale. Quindi non una deviazione mentale, ma un istinto primordiale sano. Sanissimo. E' l'istinto naturale della caccia, contro la quale è in atto una crociata planetaria. Che solo la diminuzione dei boschi e l'avanzare del cemento possono in parte giustificare. E' la gratificazione di avere avuto la meglio su una preda. Una sensazione molto piacevole. Fai fuori quella piccola bestia schifosa e hai la certezza che non tornerà mai più a infastidirti. [...]


Le fantasie che stai facendo ora sulla collega d'ufficio dipendono dal testosterone. Se hai questi picchi ormonali ogni quindici-venti minuti, è normale che anche i tuoi pensieri sessuali aumentino. Quindi la prossima volta che metti una mano sul sedere alla tua collega, saprai come risponderle: "Ho le mie cose". In caso di denuncia per molestie puoi sempre invocare l'infermità ormonale. [...]
Ora non dovrai cercare assurde motivazioni al tuo essere maschio - non uno stronzo, ma semplicemente diverso dalle donne. Ecco che cosa vuol dire il piacere di essere uomo. Sono così e me ne vanto. Liberatorio. Ammettilo".

(A. Biavardi, Sbuccia il maschio, Mondadori, Milano 2002, pp. 27, 166, 167, 177, 112, 210).

[1] Un'analisi di questi ed altri brani significativi del libro è contenuta in: S. Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Carocci, Roma 2011, pp. 149-150.

cacciatori

Intervista a Lorenzo Guadagnucci

di:

Fonte: mangialibri.com

Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione.



Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?
Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova.


In Restiamo animali affronti da varie angolazioni la “questione animale”. Perché, secondo te, c’è tanta indifferenza nei confronti di un massacro che avviene sotto i nostri occhi?
L'indifferenza è grande perché viviamo in un sistema che contempla nella sua struttura la sottomissione e lo sterminio degli animali. Ciò ha reso possibile l'affermazione di un'ideologia che riesce a rappresentare come un'ovvietà, quasi un dato di natura, il dominio dell'umanità sugli altri animali, ridotti a macchine da carne. Le persone sono indifferenti alla sorte degli animali perché sono educate fin dall'infanzia a considerare gli animali non umani come oggetti, con l'esclusione di alcune specie dette “di affezione” a seconda della parte di mondo nella quale si vive: la manipolazione comincia prestissimo e dura tutta la vita. L'indifferenza, l'assuefazione alla violenza, la deresponsabilizzazione sono dovuti a relazioni di potere. Qualcosa di analogo avviene anche al di fuori della relazione umani/animali. Meccanismi simili stanno alla base del razzismo, del nazionalismo, del sessismo, dell'omofobia.


Gary Yourofsky, un attivista vegan americano, afferma che “se va bene per lo stomaco, va bene per gli occhi” e nei suoi incontri mostra immagini forti e cruente di ciò che avviene nei mattatoi. Credi possa essere un buon metodo di sensibilizzazione?
I metodi di informazione e sensibilizzazione sono molteplici e ognuno può avere una sua validità. L'uso di immagini forti, di documentazione presa all'interno di allevamenti e mattatoi ha sicuramente un valore informativo importante, tant'è che le industrie della carne, delle uova, quelle casearie non gradiscono la diffusione di fotografie e filmati del genere. Allevamenti e mattatoi non sono affatto case di vetro e il loro occultamento è una parte importante della strategia commerciale di queste industrie e della stessa ideologia che giustifica lo schiavismo animale. Non sono però convinto che la colpevolizzazione delle singole persone sia la strada principale nella lotta verso la liberazione animale. La diffusione delle conoscenze sulla reale condizione degli animali nella nostra società, come la diffusione dell'alimentazione ‘cruelty free’, sono certamente importanti, ma il cuore della questione animale è prettamente politico. Io credo che non potremo nemmeno immaginare un'autentica liberazione animale senza mettere in discussione i fondamenti della società attuale, che è antropocentrica, che poggia su una logica di dominio anche all'interno della società umana, che pare disposta a distruggere le stesse condizioni minime di vita sul pianeta. Il tema è enorme, ma se non ripensiamo la stessa posizione dell'uomo rispetto alla natura, non possiamo fare grandi avanzamenti verso la liberazione animale.


Credi che il consumo di prodotti animali sia in qualche modo veicolato da un sistema, da una volontà ‘superiore’, che ovviamente ruota intorno al denaro?
Credo che il sistema capitalistico, specie nella sua fase consumistica, quella che è cominciata nel secondo dopoguerra, abbia trovato una perfetta consonanza con la logica di dominio sugli animali ereditata dal passato. Gli animali sono stati ridotti a merce, a meri oggetti e come tali vengono trattati e ˗ quel che è peggio ˗ anche  percepiti dalle persone che se ne nutrono, che ne indossano le spoglie e così via. La logica del profitto, come ben sappiamo, è spietata e in questa fase storica si avvale anche dalla passiva accettazione del suo primato da parte di masse sterminate di persone.


La questione animale si affronta da secoli. Eppure il consumo di prodotti animali cresce a dismisura. Si pensa ancora, in un retaggio da dopoguerra, che mangiare carne faccia bene, nonostante si abbiano le prove scientifiche che è proprio il consumo eccessivo di carne a provare alcuni tumori. Perché, secondo te?
Torniamo a quello che dicevamo prima. La sorte ignobile riservata agli animali è possibile grazie alla collaborazione di una moltitudine di persone, che vengono deresponsabilizzate (chi si sente complice della sorte infame inflitta a maiali, mucche, galline, pesci o ancora, se allarghiamo lo sguardo oltre il mondo occidentale, anche a cani, gatti, tartarughe e così via?); i cittadini diventano clienti, chiamati a consumare ciò che trovano al supermercato, sono ridotti a tubi digerenti. Questo avviene perché i reali meccanismi di produzione sono giustificati da un sistema culturale e ideologico che riesce a rappresentare come ovvio, naturale, normale ciò che non è né ovvio, né naturale, né normale, cioè lo schiavismo e lo sterminio di massa degli animali. Di questa ideologia fanno parte anche la scomparsa, l'emarginazione, l'occultamento delle conoscenze medico-scientifiche disponibili. Ormai tutti gli studi più seri riconoscono che l'alimentazione a base carnea è la più pericolosa per salute, ma sia il discorso corrente da uomo della strada, sia i consigli di 'buon senso' dei medici di base affermano l'esatto contrario. Melanie Joy chiama tutto ciò 'carnismo': un'ideologia che riesce ad occultare la verità e anche ad essere invisibile. La manipolazione è così macroscopica e scoperta che non viene notata: sembra troppo clamorosa per essere vera. Quante volte ci siamo sentiti dire “ma il mio medico mi dice di stare attento, se voglio passare a una dieta vegetariana”'; “a mangiare un po' di tutto si fa sempre bene”; “un bambino non può fare a meno della carne nella fase della crescita”; “dove prendi le proteine?”, e così via, in una serie infinita di luoghi comuni che passano di bocca in bocca ma che sono privi di fondamento. È l'eterna favola del re nudo. Al momento la minoranza animalista, vegana, nonviolenta non ha una voce abbastanza forte da riuscire a farsi sentire quando grida che non è vero ciò che si dice sul magnifico abbigliamento del re.


Sei stato vegetariano per tanti anni e in seguito hai abbracciato il veganismo. Credi che in qualche modo i vegetariani vivano in un limbo (anche ipocrita, se vogliamo) alimentato dalla falsa convinzione che la produzione di latte e uova non porti morte?
In base alla mia esperienza diretta, credo che in ogni vegetariano ci sia un potenziale vegano. Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. Limitavo questa mia scelta alla mia vita quotidiana, senza attribuirle una valenza politica, e fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte: un po' per vigliaccheria, un po' per quieto vivere. Credo che per buona parte dei vegetariani avvenga qualcosa di simile: viviamo in una società ‘carnista’ che già percepisce la scelta vegetariana come una specie di eresia. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. Non nego di avere avuto io stesso dei pregiudizi sull'estremismo dei vegani: i condizionamenti sono forti ed è difficile restarne immuni. In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora. Ma io non vedo una contrapposizione fra vegetariani e vegani: credo anzi che l'obiettivo comune sia contribuire alla liberazione animale, sapendo che la cultura prevalente, le abitudini più radicate vanno in direzione opposta. Il mio atteggiamento è dunque di incoraggiamento: verso i vegetariani affinché facciano quel piccolo passo mancante in direzione dell'alimentazione vegana, verso gli uni e degli altri a impegnarsi al massimo per i diritti degli animali e quindi per cambiare la cultura e i rapporti di potere esistenti nella nostra società”.


“Sei vegano? Quindi mangi solo verdure”. È una frase che spesso si sente dire un vegano. C’è molta disinformazione al riguardo. In che modo credi si possa sensibilizzare la gente a rompere l’abitudine e la tradizione dello sfruttamento animale?
Cambiare le tradizione, spingere le persone ad abbandonare abitudini consolidate è quanto di più difficile si possa fare, perciò credo che si debba agire su tutti i piani, con un'azione per così dire multipla. Il tema centrale per me è quello politico: bisogna finalmente superare lo steccato che separa l'attivismo animalista dalla militanza politica. Ripeto: non è possibile immaginare la liberazione animale senza rivoluzionare la nostra società. Io ad esempio, ogni volta che vengo invitato a parlare di Genova G8, di diritti umani, di razzismo ed è previsto un buffet o una cena, specifico che per coerenza mi aspetto “cibi nonviolenti”. Ma mi domando quanto dovremo ancora aspettare prima che una forza politica lanci una campagna contro i consumi di prodotti animali: avrebbe un grande spessore etico ed enormi valenze in termini di tutela della salute pubblica e protezione dell'ambiente. Una definitiva legittimazione politica del discorso animalista (ma sarebbe meglio dire antispecista) avrebbe un enorme effetto sulla cultura generale e sulla percezione che le persone hanno di questi temi. Bisogna poi agire sul piano dell'informazione, ad esempio in campo medico, dove il pregiudizio carnista è ancora forte quanto infondato. E poi c'è il piano dell'azione, che può essere sia l'esempio personale – quindi non rinunciare mai a spiegare i motivi che hanno spinto a compiere la scelta cruelty free, dimostrando che è possibile per chiunque – sia la pressione affinché l'alimentazione “veg” diventi un diritto nel mondo della scuola, del lavoro, delle strutture pubbliche: penso alle mense, ai menu negli ospedali e nelle carceri, e così via. 


Come sarebbe la società se l’uomo rinunciasse allo sfruttamento animale e a tutto ciò che ruota intorno ad esso?
Sarebbe una società antiautoritaria, tendenzialmente egalitaria, in una relazione di maggiore armonia con la natura e con gli altri animali.

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