Staff di Antispecismo.Net

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Lunedì, 17 Marzo 2014 08:54

Quote, scatole e gabbie - di Eva Melodia

Quote, scatole e gabbie

di Eva Melodia

Questa storia delle quote rosa non è solo deprimente... è addirittura invalidante per chi, magari per il suo primo momento, ha intrapreso quella cammino pieno di domande che è il porsi la questione dei diritti.

Immagino un cospicuo popolo composto di tante persone in buona fede che, sollecitato sul tema della discriminazione verso le donne, si è ridestato accorgendosi di come il problema esista davvero, ma abboccando all'amo dei guru del marketing abbia di fatto perso parte del proprio potere di agire per cambiare qualcosa, aderendo alla stravagante - ma a quanto pare sempre verde - idea delle quote rosa.
Drogato di falsità (per l’esattezza di falsi miti) e discriminazioni vere per nulla mal celate, il corposo popolo favorisce dunque la crescita esponenziale di perdite di tempo, prese in giro da parte di gruppi politici e di potere, nonché la crescita costante proprio di ciò che all’origine ha mosso l'indignazione: la discriminazione di genere.

E’ dunque lecito chiarire alcuni punti, sia per codesti sognatori che non solo ancora credono alle favole, ma sopratutto per tutti coloro che restano dei discriminatori, vivendo - forse - in una allucinazione tale per cui è loro impossibile comprendere il senso comune delle parole.

Quota è un termine con cui si deve necessariamente rappresentare un concetto con dei confini: un numero, una scatola, una gabbia. Quota implica la chiusura dentro al numero, alla scatola, alla gabbia.
Rosa, termine copiosamente utilizzato per appioppare una etichetta al femminile, è in quanto tale discriminante. Un sostantivo molto sintetico; solo quattro lettere per raccontare l’intero patrimonio maschilista, tanto che se non ci fosse necessità di sintesi, potrebbe tranquillamente essere mutuato con una delle innumerevoli formule lessicali, magari poetiche, con cui le donne sono state rese schiave nei millenni. E’ la negazione della moltitudine di diversità di cui ogni singolo individuo è espressione, incalcolabile, rappresentabile solo attraverso infiniti colori e sfumature.

Viene dunque fuori come si cerchi, con la barzelletta delle quote rosa, di sorvolare ora e sempre sulla questione di genere. Essa, in realtà, è ben altra cosa dalla sola oppressione delle donne, ma anche si volesse crederla limitata solo a questa, con le quote rosa non si vuole fare altro che riproporne una ennesima imbellettata formula.

La vittoria in quella che qualcuno ha addirittura chiamato battaglia per le quote rosa ci avrebbe garantito la presenza di un minimo fisso di gambe con vagina - non di persone libere, o di un qualche spessore etico, magari pure elette dai cittadini - nelle alte istituzioni ed organi di potere, come fosse la scatola (la quota) a garantire la qualità del contenuto: “donne” che avrebbero continuato ad essere scelte dagli uomini di potere e da nessun altro.

Se una questione di genere esiste, come è vero che esiste la terra su cui poggiamo i piedi, essa si risolve laddove i diritti e le possibilità di azione di una persona all'interno di un nucleo sociale non hanno nulla a che fare con il genere, l’identità o l’orientamento sessuale e cioè, esattamente al polo opposto rispetto alle politiche per quotare gli individui e la sfera sessuale che li etichetta.

Le quote rosa quindi sono discriminatorie, con il loro sottolineare differenze che non dovrebbero avere alcun peso attraverso l'elemosina della garanzia di presenza-fantoccio nelle istituzioni anche alle dotate di organo riproduttivo femminile; mostrano perfettamente quanto sessista e prepotente sia questo sistema per il quale esse agiscono marcando ancora di più la linea che esclude sulla carta tutte le altre sfumature sul concetto di “genere”, come gay, lesbiche, trans, etc...
Con l'acuta logica da cui traggono origine poi, quella per cui sarebbe una qualche caratteristica biologica legata all'organo riproduttivo a garantire una migliore rappresentatività, non si capisce come potrebbero mai sentirsi garantite e rappresentate le "minoranze sessuali" per il solo l'avvento di una quota “vaginata” e chiamata “rosa”. Il passo successivo, parrebbe dunque essere (se non fossimo lo stato zimbello servo di mamma Chiesa di Roma) il salto discriminatorio per eccellenza, con tanto di “quote verdi”  per i gay (mi raccomando stimate sulla base di percentuali rappresentative, eh!), così che i maschi omosessuali possano cantare una qualche vittoria; oppure quote arancioni per le lesbiche, così che le donne omosessuali possano accertare la propria rappresentatività. E così via... come se le buone politiche per le persone che vivono in questo paese affondassero minimamente le radici nelle componenti sessuali dei politici che le portano avanti, piuttosto che nell'etica ed in una seria assunzione di responsabilità verso tutti i cittadini.

Insomma, piuttosto che lavorare per realizzare davvero politiche finalizzate a rendere le persone libere e garantire loro le stesse possibilità, qua si passa il tempo a dare aria ai denti. 
Le donne nel nostro paese restano completamente relegate e parasubordinate. Ricoprono ruoli quasi sempre secondari rispetto agli uomini, a meno di rinunciare alle proprie possibilità legate al potenziale femmineo, mentre tutte le minoranze sessuali restano appese ad un filo, in un equilibrio precario quasi sempre dipendente alla buona fortuna oppure dal santo protettore: che sarà necessariamente un maschio.

Così come per il randagismo di cani e gatti ed i problemi legati ad esso, le soluzioni che si pensano sono quasi sempre nuovi canili, cioè nuove gabbie, così la questione di genere in Italia è liofilizzata per poi essere venduta più facilmente al miglior offerente in cambio dell’ennesima scatola, l'ennesima gabbia.

 

 

 

 

 

 





 

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

jones pattrice, “Violation & Liberation Grassroots Animal Rights Activists Take on Sexual Assault”, in http://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247, s.d.

jones pattrice, “Crossing the mammalian-avian line”, in Satya Magazine, november-december 2004.

pattrice jones. “Mothers with Monkeywrenches: Feminist Reflections on the Animal Liberation Front”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II, (Eds.), Terrorist or Freedom Fotghters. Reflections on the Liberation of Animals, Lantern Books, Herndon-VA, 2004.

jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, january 2005.

jones pattrice, “What's wrong with rigths?”, in Satya Magazine, october 2005, trad. it. “Cosa c’è di sbagliato nei “diritti?”, in http://anguane.noblogs.org/?p=1269, 2013.

jones pattrice, “Fear of Feeling: Trauma and Recovery in the Animal Liberation Movement”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Paura dei sentimenti: trauma e guarigione nel movimento di liberazione animale”, in http://asinusnovus.net/2013/11/29/paura-dei-sentimenti-trauma-e-guarigione-nel-movimento-di-liberazione-animale/, 2013.

jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

jones pattrice, “I Know Why the Caged Birds Scream”, in Satya Magazine, february 2006.

jones pattrice, “Conquistadors of the Senses”, in http://www.freezerbox.com/archive/article.php?id=471, 2006.

jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334.

jones pattrice, “Sharks Bite Back: Direct Action by Animals Around the World”, in Satya Magazine, april-may 2007.

jones pattrice, “Beyond Despair”, in Satya Magazine, june-july 2007.

jones pattrice, Aftershock: Confronting Trauma in a Violent World: A Guide for Activists and Their Allies, Lantern Books, New York 2007.

jones pattrice, “Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation. A Guide for the Perplexed”, in Strategic Analysis Report, august 2008.

jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

jones pattrice, Afterword: Liberation as Connection and the Decolonition of Desire, in Breeze Harper A. (ed.), Sistah Vegan, Black Female Vegans Speak on Food, Identity, Health, and Society, Lantern Book, New York 2010, pp. 187-201.

pattrice jones. “Roosters, hawks and dawgs: Toward an inclusive, embodied eco/feminist psychology”, in Feminism & Psychology, August 2010, XX, 3, pp. 365-380.

jones pattrice, Fighting cocks: ecofeminism versus sexualized violence, in Kemmerer Lisa A. (ed.), Sister Species: Women, Animals and Social Justice, University of Illinois Press, Champaign 2011, pp. 45-56.

jones pattrice, “Solar-Powered Insects and Mad Scientists”, in http://blog.bravebirds.org/archives/629, sept. 2012.

jones pattrice, “The Beginning of the End of Chimp Research?”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1092, jan. 2013.

jones pattrice, “A Systems Approach to Agriculture Reform”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1408, jul. 2013.

jones pattrice, “Roadside Abstractions”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1426, aug. 2013.

jones pattrice, “Intersectionality and Animals”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1553, oct. 2013.

jones pattrice, “Ewe Helps Rooster Stay Out of the Snow”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1632, feb. 2014.

jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

Martedì, 25 Febbraio 2014 10:02

Solidarietà e vivisezione - di Eva Melodia


Pubblichiamo questo breve scritto di Eva Melodia riguardante gli attacchi personali rivolti da persone legate a I-care Italia e a Freccia 45 al Prof. Massimo Filippi, noto antivivisezionista.

Rimandiamo, per i dettagli e un primo commento alla vicenda, all'articolo di Serena Contardi su Asinus Novus: "Se non la pensi come noi sei uguale a un vivisettore", Intervista agli studenti della Cattolica sul dibattito del 27 marzo attorno alla sperimentazione animale

 

Anche La redazione di Antispecismo.net desidera esprimere piena solidarietà al prof. Filippi per le pesanti diffamazioni subite sulla pagina I-Care Italia.

 

Solidarietà e vivisezione

di Eva Melodia

 

Sono costretta ad interrompere le mie attività materne, quelle che in questo periodo mi portano a trascurare il mio impegno in ambito antispecista, perché l'eco delle assurde diffamazioni mosse verso il Prof. Massimo Filippi è giunta addirittura fino alla mia chiusa realtà.

Non è la prima volta purtroppo che lo vedo vittima di attacchi piuttosto miserabili ma devo ammettere che in occasione della prima diatriba in cui venni coinvolta, non avevo i mezzi per capire e reagire determinatamente rispetto ad evidenti e gravi diffamazioni.

Certo chiunque ha il diritto di parlare ed anche di mentire pubblicamente, ma io ho il diritto di denunciare la cialtronaggine con cui una sempre vasta schiera di animalisti - e di associazioni o gruppi - va per il mondo portando non solo l'assenza di un ragionamento sensato, ma anche falsità indecenti.

E' con questo basso livello di animalismo che Filippi si deve scontrare: con chi non sa comprendere minimamente di cosa parla quando rivendica la necessità di argomenti strettamente etici quando si vuole trattare di antivivisezionismo in politica... con questo stesso putpourri di attivisti che riesce a definirsi a tratti pure antispecista, andando ad arricchire la già copiosa schiera di ambiguità che circondano il termine.

La domanda è semplice: a quale antispecismo poterbbe mai interessare se lo sfruttamento e morte di un individuo sia (o non sia) utile a qualcun altro? Quale antispecismo ci costruirebbe sopra un argomento politico? Ovviamente nessuno ed infatti se ne interessano solo questi animalisti, talmente presi dalla vacua missione che ritengono di incarnare, da non comprendere neppure l'italiano piuttosto semplice con cui si parla loro.

A Filippi va tutta la mia solidarietà ed incoraggiamento a non farsi intimorire o scoraggiare. 

Credo che spesso si tratti di tenere duro continuando a lavorare per fare chiarezza, cosa che in fin dei conti è lo scopo ultimo di un vero movimento di liberazione: fare chiarezza su ciò che è giusto rispetto a ciò che non lo è, renderlo evidente alla massa, diradando le nebbie dalla cultura dell'offuscamento etico.

da: anguane.noblogs.org:

 

Durante l’incontro di Liberazione Animale 2013, si è svolto un workshop sui privilegi e il sessismo che  ha affrontato dei temi interconnessi con le lotte di liberazione delle donne e degli animali, per individuare i punti di contatto e le strategie di sovvertimento dell’ideologia del dominio.

Qui proponiamo il dibattito di questo seminario, pubblicato nel volume che raccoglie i vari interventi all’Incontro di Liberazione Animale, che potete scaricare al link del Libro a seguito del IX incontro per la Liberazione Animale.

 

Continua a leggere su anguane

 

privilege

Le ambiguità di un "non-manifesto": Michela Brambilla e l'animalismo

di Aldo Sottofattori

da: "Liberazioni", n.15, anno IV, inverno 2013

Sono note le capacità del sistema di inglobare le istanze politiche, sociali o culturali che nascono come elementi perturbatori dell’ordine costituito al fine di spegnerne il potenziale di cambiamento. In questo modo, sono state assorbite concezioni importanti come il pacifismo con le guerre umanitarie, l’ecologia con la green economy, il movimento operaio con l’insistenza sui comuni interessi dei lavoratori e degli imprenditori, il femminismo con la cooptazione nel nuovo ordine liberista di temi, discorsi e parole d’ordine tipici di quel pensiero. Cosicché, svuotati del necessario consenso, questi movimenti si sono ridotti ad “ambienti” la cui carica destabilizzante si è fortemente ridotta. Anche il movimento per la liberazione animale, l’ultimo arrivato nella lista dei movimenti di contestazione dell’esistente, corre questo pericolo? Secondo un’interpretazione che a prima vista appare ragionevole, la teoria della liberazione animale dovrebbe essere al riparo da questo destino. La sua prospettiva appare talmente lontana dai fini dichiarati e perseguiti da tutte le istituzioni della società contemporanea da indurre a pensare che una qualsiasi forma di cooptazione sia impossibile. Ma è davvero così?

Fornisce materiale di riflessione il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla[1], parlamentare del PdL e ex-ministro del Turismo nell’ultimo governo Berlusconi, un testo strutturato in 10 capitoli in onore a quella tradizione di origine mosaica che tende a dilatare fino a questo numero qualunque prescrizione venga data rispetto a qualsiasi cosa. Intorno al personaggio girano molte voci che tenderebbero a screditare il suo sincero interesse per la condizione degli animali. Che si tratti di leggende, di realtà o di realtà condite con leggende poco interessa. Il documento qui preso in esame è, invece, sufficiente per inquadrare un certo tipo di mentalità circolante che si autocelebra come fortemente impegnata sulla questione animale e di cui l’ex-ministra si fa insistente portabandiera.

Una prima doverosa domanda è questa: il documento costituisce un autentico manifesto o ne richiama malamente e indebitamente le pretese?
...

Scarica l'articolo completo



[1] Michela Vittoria Brambilla, Manifesto animalista, Mondadori, Milano 2012.

Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

Oggi muore un pezzo della storia dell'umanità. Nelson Mandela, simbolo e cardine di una lotta che indelebilmente ha segnato - ci piaccia o no - il percorso di tutti i movimenti di liberazione attualmente esistenti. 
Mandela ha partecipato a realizzare la definizione storica di ciò che è la lotta di liberazione dal razzismo, lasciando ai posteri una storia chiara su cosa significa davvero lottare per una idea, fino al sacrificarsi, lasciandosi trattare "da animale" ingabbiato per anni e anni.
 
Gira in rete una fotografia di Mandela che imbraccia un fucile e si fa immortalare accanto al corpo morto di una antilope evidentemente appena cacciata.
Ciò ha scatenato commenti di improbabile genesi, come a ridimensionare il lutto che molti oggi portano alla sola idea di questa storia che entra nella memoria, che non è già più contemporanea.
Per quella foto, Mandela e le sue vere lotte "anti"-razziste, vengono (ri)giudicate, ricollocate, ridimensionate, dal super-moralismo animalista, così che azioni e scelte davvero fuori dal comune, siano associate all'odore piuttosto putrido dello specismo. 
 
Trovo che tutto ciò sia a dir poco spiacevole e tipico di una cultura dove si vive di immagini per formarsi opinioni solitamente totalitarie. 
Questa immagine, il giorno della morte di Mandela, in un mondo umano, fatto di consapevoli persone della propria storia ed umanità, non sarebbe mai finita nei commenti di qualsiasi animalista proprio oggi, poiché al momento proprio irrilevante. 
Invece, è diventata la ragione per sedare gli entusiastici elogi post-mortem (eccessivi come sempre, idolatranti e deliranti) dei tanti che - mai a farne a meno - mitizzano un uomo piuttosto che celebrarne le azioni veramente encomiabili.
Da un lato quindi la solita prassi dove chi si distingue per i propri meriti in vita diviene un eroe piuttosto che un umano qualsiasi con una storia da raccontare; dall'altra, la condanna del "tribunale animalista", che sentenziando il reato di specismo nega il diritto al totale ed inconfutabile riconoscimento di un merito per ciò che eventualmente ha fatto.
Se non vivessimo in un mondo simile ad un gigantesco fanclub, quella foto non sarebbe riapparsa proprio ora.
Ci commuoverebbe il ricordo della lotta all'aparthaid forse... ci chiederemmo se avremmo saputo sacrificare altrettanto la nostra vita. Non piangeremmo un mito, ma un uomo, incoraggiandoci magari a vicenda a seguirne le gesta migliori e nulla ci interesserebbe del suo specismo. 
Esso è in fondo lo stesso specismo di tutti, di sempre, di cui anche noi siamo parte e di cui ci siamo per anni macchiati consapevolmente e senza opporci: lo specismo di cui sicuramente uno come Nelson Mandela (classe 1918) non aveva mai neppure sentito parlare.
 
Addio allora e piuttosto, ad un uomo capace di accettare la vita di un animale in gabbia nel nome delle proprie lotte di LIBERAZIONE, non solo dalla segregazione razziale.

 
Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo.


Testo dell'intervento:

Nel 1949 Simone De Beauvoir scriveva ne Il secondo sesso "
Donne non si nasce, si diventa”, intendendo con questo che la femminilità non è un dato biologico naturale acquisito, ma il frutto di un “insieme della storia e della società.

In fondo le donne, addestrate ad agire secondo i desideri e le aspettative altrui, specie quelle del maschio, hanno sempre saputo che la femminilità ha i suoi trucchi che le rende appetibili e seduttive e che fornisce un ruolo all'interno della società patriarcale.

Quindi non ci è stato difficile seguire Judith Butler, filosofa statunitense voce di spicco nei Gender Studies, e all'interno dei bar omosessuali ibn cui si esibivano ed esibiscono le drag queen (Gender Trouble, 1990) per capire la perfomatività del genere femminile: lo spettacolo dell'essere donna, con il giusto trucco e parrucco, le giuste movenze, le giuste intonazioni, può essere messo in scena da chiunque, anche da un uomo biologico.

Diverso sembrava il discorso sulla mascolinità.

L'uomo sembrava non aver né orpelli né finzione, era tutta “roba sua”, tutto al “naturale”.

Poi vennero le rivendicazioni degli uomini omosessuali, che incarnavano un diverso modo di essere “maschi”, attraverso la scoperta l'emersione del "fenomeno" dei transessuali FtM (da donna a uomo) che riuscivano a costruire la “mascolinità” pur partendo da un corpo biologicamente femminile, così come la rivendicazione della mascolinità femminile (J.Halberstam, Female masculinity, 1998), e la teoria queer, che consente il ripensamento e òa decostruzione dei generi e dell'idea binaria dominante. Tutto ciò investì quello che sembrava il polo immutabile e granitico dei generi, quello maschile.

Anche la mascolinità aveva quindi la sua storia, i suoi trucchi, la sua performatività.

Soprattutto, si poteva cominciare a parlare dei tanti modi di essere maschio e dare all'uomo la possibilità di esplorare e di esplorarsi.

Interessante notare la convergenza dei risultati (naturalmente in parte e con diversa ampiezza di vedute ) tra i queer studies ed il lavoro dei gruppi e associazioni di autocoscienza maschile, presenti anche sul territorio italiano.

L'autocoscienza maschile che propone ad esempio Stefano Ciccone, presidente dell'associazione Maschile Plurale, che ho avuto modo di ascoltare ad un incontro sulla violenza di genere tenuto la scorsa estate a Castagneto Carducci promosso dall'associazione IAIA, non è volta a convincere gli uomini a rinunciare ai loro atavici privilegi sulle donne, ed in sostanza su tutti gli esseri del creato, perchè più giusti, più liberali, più solidali, ma perchè questi privilegi sono pagati ad un prezzo che un uomo potrebbe scoprire di non potersi più permettere. Ricorda suo nonno o suo padre, che avevano un potere assoluto in seno alla famiglia ma che erano figure solitarie. Quello che propone agli uomini è cedere parti di questo potere in cambio di pezzi di libertà.

Nel suo libro Essere maschi scrive

Uscire dai ruoli predestinati per prendersi la libertà di rinnovarsi. Libertà di essere e dimostrarsi sensibili, di essere padri fino in fondo senza sentirsi sminuiti nel ruolo di cura, di amare senza dominare, di riconoscere se stessi al di fuori degli stereotipi della virilità.

Quindi arriva ad una declinazione simile a quella dei queer studies, quando sostiene che è

Importante conquistare l'idea di genere plurale, fluida e aperta alla capacità di ognuno/a di declinarla.

La sua riflessione

Non vuole tendere a costruire un nuovo modello di virilità, ma scoprire quanto i poteri, i ruoli abbiano impoverito la vita degli uomini, le loro relazioni tra loro, la loro sessualità, la capacità di ascoltarsi ed esprimersi.

Ciccone dà voce ad un “desiderio maschile di uscire da questa gabbia”.

Questo desiderio personale si scontra però, nel nostro Paese, con una polizia sociale ancora molto potente, che ha le sue armi migliori nel senso del ridicolo che investe chi ha il coraggio di sperimentarsi fuori dal recinto della “virilità” e dell'omofobia.

La costruzione dell'identità maschile in Italia è infatti ancora basata sull'omonegatività. La paura di sembrare un “frocio” attanaglia ancora gli uomini italiani. Tra i nostri ragazzini l'offesa più diffusa è “gay”, e chi gay lo è davvero spesso, a quell'età, non riesce a tollerare la pressione e viene portato verso un gesto estremo.

Anche Deiana, ricercatore e docente di Pedagogia presso la facoltà di studi umanistici dell'Università di Cagliari, componente anche lui dell'associazione Maschile Plurale e curatore del libro Trasformare il Maschile (2012), in un' intervista rilasciata a Marco Reggio per Anet dichiara che è necessaria una

Messa in discussione dei modelli identitari del genere maschile: rendere plurale i modi di essere maschio, renderli differenti dal modello del virilismo.

Anche lui sottolinea

Il bisogno di relazioni soddisfacenti, di fronte al disagio rispetto a certi modi di essere maschio, la mancanza di reciprocità, riconoscimento, affettività.

L'uomo si rende quindi conto della “invisibile parzialità del maschile” (Sandro Bellai) ed

E' un processo importantissimo rispetto al paradigma del maschile come universale.

Un'altra riflessione che ho trovato interessante da parte di Stefano Ciccone è la critica a certe campagne sulla violenza di genere, che tendono ancora a veicolare una visione paternalistica della donna, che l'uomo deve proteggere e rispettare in virtù dell'autocontrollo che l'uomo virile sa esercitare sui suoi istinti e sulle sue passioni (mentre la donna è tradizionalmente schiava della sua “animalità”). La donna deve invece essere vista come una voce autorevole, a pari livello, che ha la completa capacità di gestione sulla propria esistenza e delle proprie scelte.

Insomma, basta con i pastori e le pecorelle.

 

 

 

Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Quando si tratta di animali, per alcune persone niente è già troppo

Fonte: intersezioni.noblogs.org

Traduzione di questo articolo uscito sull’Huffington Post di Marco Reggio e feminoska, revisione di Eleonora.

N.B.: Nel testo in questione viene usato il termine ‘animali’ a designare gli animali non umani; pur rispettando la lettera del testo originale, ci preme sottolineare che animali non umani sarebbe stato un termine più felice, sia nell’ottica di riaffermare la ns. consapevolezza di essere anche noi animali - seppure umani – ed inoltre perché la dicotomia umano-animale è funzionale a quell’idea di ‘superiorità morale’ dell’animale umano sull’animale non umano che vogliamo demolire (come ben spiegato nella traduzione del testo Farla finita con l’idea di umanità precedentemente pubblicata su Intersezioni)… buona lettura!

 

Qualche giorno fa, ventiquattro intellettuali scuotevano l’opinione pubblica per far emergere finalmente una riflessione collettiva sullo status giuridico degli animali, considerati finora come delle “cose” dal Codice Civile francese.
In risposta a tale appello, Guy Birenbaum ha pubblicato una nota indignata: com’è possibile emozionarsi per la sorte degli animali mentre il paese versa in una così grave situazione? – ha spiegato Birenbaum in sostanza (sostanza che il “bilancio” da lui aggiunto in fondo alla nota, in fin dei conti, non riesce a mitigare). Non analizzerò qui il ricorso – probabilmente considerato spiritoso dall’autore – a prese in giro nei confronti delle/gli intellettuali e a metafore sessuali, per non dire sessiste (“anche se non sono un intellettuale, voglio che vengano protette le cagne a pelo lungo, i maiali e le pecorine “). Ciascun* potrà apprezzare o no… Io vorrei analizzare la sostanza.
La sostanza è la seguente: la sofferenza animale dovrebbe, pare, restare assolutamente inespressa. Ciò che sconvolge il signor Birenbaum, – e non è un caso isolato – non è il dolore che viene inflitto, ma il fatto che qualcuno abbia l’impudenza – o il cattivo gusto? – di evocarlo. Straordinario. Puo darsi che sia questo, d’altronde, il senso di quella legge americana approvata recentemente, che mira non a prevenire le torture nei confronti degli animali (quasi sistematicamente impunite nei fatti), ma a vietarne la… diffusione (e dunque la denuncia)! Straordinario. I social network sono la dimostrazione di questa impossibilità di evocare la questione: citare il dolore animale porta in modo quasi sistematico e istantaneo a una deviazione del dibattito verso esplicite prese in giro, verso la denigrazione dell’umanità del messaggio o la derisione in riferimento all’uso alimentare dell’animale in questione. Non è questa la sede per analizzare questo malessere le cui radici sono molto profonde. Che nessun carnivoro, o quasi, sia capace di guardare in faccia – e dunque di accettare – ciò che accade realmente ed effettivamente in un mattatoio è problematico in relazione alla coerenza delle nostre scelte di vita. Senza dubbio. Ma si tratta di un’altra questione.
Atteniamoci ai fatti: non è ragionevole sostenere che il nostro spazio mediatico sia invaso da manifesti riguardanti gli animali. Innegabilmente, la questione del loro status giuridico – di cui sarà facile mostrare la centralità dal punto di vista filosofico, etico e scientifico – non occupa affatto il dibattito! Ma i pochi secondi di eco mediatica che questo appello ha suscitato sono già troppi per Guy Birenbaum.
Tutte le sue argomentazioni, se così le vogliamo chiamare, poggiano sull’idea implicita che lo status giuridico attuale degli animali sia un’ovvietà. Un’ovvietà come potrebbero probabilmente esserlo anche le rappresentazioni della terra come piatta o dei neri come inferiori. Che potrebbero e che, senza dubbio, dovrebbero. Ma non voglio arrischiarmi a andare oltre, per rispetto di Guy Birenbaum. Il problema deriva interamente dal fatto che questa “ovvietà” è un errore scientifico. Lo studio dei comportamenti, così come quello dei neurotrasmettitori e della struttura cerebrale, mostra esattamente l’opposto. Questo non implica, in sé, che sia necessario cambiare comportamento nei confronti degli animali. Ma mostra, quantomeno, che se si continua a considerarli come delle “cose” o dei “beni”, bisogna farlo tenendo in grande considerazione le conseguenze logiche ed etiche di tale decisione.
Anche supponendo che la questione animale sia effettivamente secondaria, qual è il senso dell’avvertimento di Guy Birenbaum? Oggi ogni sei secondi un bambino muore di fame. Si tratta incontestabilmente di un abominio insopportabile. Ma dovremmo quindi dedurne che evocare ogni altra questione (poichè ognuna delle altre questioni può effettivamente essere considerata secondaria in rapporto a questa) sia indegno?
La reificazione di cui gli animali sono oggi vittime è di una violenza senza precedenti. Qual è dunque la logica – quella cui fa riferimento implicitamente ed energicamente la nota di Guy Birenbaum quando insiste sul tempismo disastroso – che permette di affermare che finché persiste il dolore umano, ogni altra preoccupazione che non lo riguardi direttamente non è accettabile? Un doppio errore sottende l’argomentazione: da un lato lascia intendere che prendersi cura degli uni (o, potremmo dire, massacrarli con meno violenza) implicherebbe trascurare le/gli altr*; dall’altro, presuppone che verrà un tempo in cui questa questione potrà finalmente essere affrontata, poiché i guai degli esseri umani saranno scomparsi. Queste due ipotesi sono inesatte. Se avessimo dovuto attendere che tutti i nostri mali fossero svaniti per preoccuparci d’arte, di sport o di fisica di base, non avremmo mai iniziato ed evidentemente non inizieremmo mai!
È straordinario come, quand’anche il destino degli animali risultasse perfettamente indifferente a Guy Birenbaum, costui non consideri l’idea che l’empatia verso gli uni si accompagni quasi strutturalmente a empatia verso le/gli altr*. Naturalmente alcuni contro-esempi vengono in mente (no, non Hitler, che come ormai sappiamo probabilmente non era nemmeno vegetariano) ma la questione dello status giuridico degli animali e il riconoscimento giuridico della loro capacità di soffrire – che la scienza ha oggi confermato senza lasciar spazio a dubbi – non può non riecheggiare la nostra indifferenza verso altre sofferenze umane. Queste questioni non sono opposte, anzi. Se la parola “comunità” ha ancora un significato oggi, è certamente quello di “comunità dei viventi”.
Così poco, pochi secondi alla radio, tra i risultati di calcio e il meteo, per accennare l’articolata questione dello status giuridico degli animali che oggi subiscono un trattamento che mai ha avuto precedenti nella storia, è quindi già troppo…
Guy Birenbaum non ci ha risparmiato nulla. Né la presa in giro nei confronti delle/gli intellettuali (di second’ordine, suppongo…), né i luoghi comuni più triti riguardo alla questione animale (fino alla scelta della fotografia e della didascalia), né l’eterno ritornello trito e ritrito: gli esseri umani soffrono, è dunque indegno (o meglio indecente) preoccuparsi – fosse anche solo per qualche istante – degli animali. La più ridicola delle preoccupazioni o informazioni umane (e ne abbiamo già in abbondanza!) sarebbe dunque più degna e decente di una discussione, così breve, sullo status giuridico degli animali. Straordinario. Questo anche se i progressi dell’etologia e della biologia – l’unica cosa che Guy Birenbaum non contesta, perché non può farlo – hanno dimostrato che le loro sofferenze e i loro dolori sono, nella maggior parte dei casi, del tutto paragonabili ai nostri. E lascio peraltro in sospeso una questione fondamentale: anche se fossero diversi dai nostri, questo cambierebbe la loro realtà, perdendone quindi in legittimità? Fino a che punto possiamo spingerci con questo criterio pericoloso della somiglianza come criterio di dignità?
Io ho alcune riserve, che ho esplicitato in altri contesti, su alcune delle opere filosofiche di alcuni delle/dei firmatari* di questo appello. Ma, data la reazione di Guy Birenbaum, è chiaro che passano più che in secondo piano. La sua reazione non è nemmeno insolita visto che molti dei media più importanti hanno ritenuto di dover trasmettere l’informazione come se si trattasse quasi di una… burla.
Il manifesto pubblicato – come ci si poteva aspettare e probabilmente come era necessario – era più che prudente. Non abbatteva alcun tabù. Chiedeva il minimo indispensabile: la presa in carico dell’evidenza dei fatti, vale a dire lo status giuridico degli animali come “esseri senzienti”. Ma era già troppo per Guy Birenbaum. Così “troppo” da mostrarsi visibilmente offeso e decidere di rendere pubblica la sua rabbia.
No! Questo “niente”, questo appello che sarà probabilmente dimenticato nel giro di pochi giorni, questa aspirazione a cominciare a considerare possibile porre un freno all’infinito, incondizionato e inalienabile diritto di infliggere agli animali una sofferenza illimitata e deregolamentata , io non trovo affatto che fosse troppo. E anzi quell’impegno – siatene certo, signor Birenbaum – non mi impedirà di continuare a sostenere i diritti dei rom e degli irregolari, per citare solo alcuni dei “temi caldi” attuali e nazionali. Conoscere la sofferenza degli animali non mi fa amare meno gli umani. È anzi l’esatto contrario. Queste lotte non sono in contrasto tra loro. Non avrebbe alcuna ragion d’essere, se non quella di decidere – arbitrariamente – di renderle reciprocamente esclusive.
Lascio a Kundera il compito di concludere: “La bontà umana, in tutta la sua purezza e libertà, può venir fuori solo quando è rivolta verso chi non ha nessun potere. La vera prova morale dell’umanità (quella più radicale, che si situa ad un livello così profondo da sfuggire al nostro sguardo) è rappresentata dall’atteggiamento verso chi è sottoposto al suo dominio: gli animali. Ed è qui che giace il fallimento fondamentale dell’umanità, un disastro così grave che tutti gli altri ne scaturiscono.”

Ma forse già si trattava di un intellettuale folle? Uno in più, uno… di troppo?

nientegiatroppo

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