Segnaliamo un recente articolo sul caso Green Hill
L'articolo è stato pubblicato sulla rivista
Liberazioni,
nr. 10 (autunno 2012)
(può essere
scaricato in formato pdf dal sito della rivista)
Green Hill: un caso su cui riflettere
di Marco Reggio
Scopo del presente articolo è quello di suggerire alcuni elementi di riflessione sulla mobilitazione contro Green Hill, l’allevamento di cani beagle per la vivisezione[1]. L’incalzante susseguirsi degli eventi, in questi due anni, ha ostacolato l’apertura di un dibattito che invece sarebbe stato utile per lo sviluppo di strategie di lotta antispecista, a maggior ragione adesso che la chiusura dell’allevamento sembra a portata di mano.
La mobilitazione contro uno dei più grandi allevamenti italiani di animali per la vivisezione inizia nella primavera del 2010 con l’inaugurazione della campagna «Salviamo i Cani di Green Hill», nata nell’ambiente dell’animalismo radicale sull’onda della chiusura dell’allevamento “Morini”[2] e promossa dal «Coordinamento Fermare Green Hill» (FGH). Se il riscontro in termini di partecipazione è stato fin da subito incoraggiante e ha coinvolto – seppur in posizione defilata – anche molte associazioni protezioniste, la risonanza mediatica, almeno in questa prima fase, è stata invece modesta. Dopo due mobilitazioni nazionali, FGH promuove una manifestazione nazionale a Roma (25 settembre 2010), in cui le rivendicazioni per la chiusura dell’allevamento si uniscono alle proteste contro la nuova Direttiva Europea sulla vivisezione, giudicata, dai più, deludente se non peggiorativa: partecipano circa 10.000 manifestanti.
Nei mesi successivi, si susseguono mobilitazioni di vario genere – dai presidi, alle iniziative di tipo legale, alle raccolte firme – che, pur non riuscendo a conseguire risultati significativi, contribuiscono a mantenere viva, sebbene a fasi alterne, una discreta attenzione sul caso Green Hill e sulla sperimentazione animale in Italia. In seguito, la pressione si sposta progressivamente verso obiettivi diversi: dal Comune di Montichiari, che concede i permessi per l’allevamento, alla ASL, alla Regione, che promette di promulgare leggi contro gli allevamenti per la vivisezione in Lombardia, fino al Parlamento, cui viene di fatto demandata la responsabilità di agire a livello normativo per chiudere Green Hill. Quest’ultimo passaggio è incoraggiato, in particolare, dalla presentazione da parte dell’On. Michela Vittoria Brambilla – Ministro al Turismo del governo Berlusconi dal maggio 2009 al novembre 2011, – di un emendamento alla legge comunitaria di recepimento della Direttiva Europea 63/2010 per la regolamentazione dell’uso di animali a fini scientifici ed educativi. L’emendamento, secondo la Ministra, vietando l’allevamento di cani, gatti e primati per laboratori, permetterebbe «di voltar pagina con la sperimentazione animale dopo decenni di orrori». L’on. Brambilla, nel frattempo, partecipa con crescente assiduità alle mobilitazioni, dando così grande rilievo mediatico alla protesta.
La presenza di un’importante figura del governo, insieme all’interessamento di alcuni media scandalistici, funge da cassa di risonanza e attrae grandi consensi nella parte (maggioritaria) del movimento animalista convinta della trasversalità della lotta e dell’utilità dell’intervento dell’on. Brambilla. In questa fase, nasce il gruppo «Occupy Green Hill» (OGH) che accetta e ricerca la collaborazione della Ministra. Le mobilitazioni promosse da questo gruppo sono spesso distinte da quelle di FGH, in quanto quest’ultimo non accetta il rapporto con la parlamentare, anche se stenta ad esplicitare chiaramente questa scelta. La maggior parte degli attivisti sembra non comprendere i motivi della divisione e partecipa pertanto alle iniziative di entrambi i gruppi. L’idea dominante è che la mobilitazione contro la vivisezione non sia un fatto “politico”, e che, quindi, chiunque aiuti a dare visibilità e incisività alla lotta debba essere ben accetto , indipendentemente da come o in nome di che cosa lo faccia.
Oltre che dalla presenza dell’on. Brambilla e dalle proteste di massa (cortei e presidi), l’attenzione viene tenuta alta da alcune azioni eclatanti di FGH: l’occupazione per alcune ore del tetto dell’allevamento da parte di 5 attivisti e l’incatenamento (sempre per alcune ore) ai cancelli degli uffici amministrativi dello stesso. Per tutta la durata della campagna contro Green Hill, almeno fino all’aprile del 2012, non avvengono liberazioni o danneggiamenti rilevanti, né scontri di piazza, come accaduto invece in passato per altre mobilitazioni.
In attesa della discussione parlamentare dell’emendamento dell’on. Brambilla, si concretizzano da parte del fronte pro-vivisezione varie prese di posizione in difesa della ricerca con animali, segno della necessità di controbattere ad un’ondata emotiva antivivisezionista che rischia di puntare i riflettori sul mondo della sperimentazione animale. La diatriba finisce per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e il 28 aprile 2012, durante un corteo indetto da OGH, diversi manifestanti, non riconducibili ad alcun gruppo specifico, scavalcano le recinzioni ed entrano nell’allevamento. Sotto gli occhi di pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto, i manifestanti liberano “illegalmente” decine di beagle. Alcuni di questi vengono ripresi, altri vengono portati via dai manifestanti. Dodici attivisti vengono arrestati.
Le proteste prendono slancio e, tra maggio e giugno, sia le giornate di mobilitazione internazionali indette da FGH che quelle organizzate da OGH trovano grande seguito. Il dibattito parlamentare, nel frattempo, viene rinviato. Al momento, dopo un altro corteo indetto da FGH, che ha visto la partecipazione di circa 3.000 persone, e dopo l’improvviso quanto inaspettato sequestro giudiziario dell’allevamento e l’affido temporaneo a LAV e Lega Ambiente dei 2.500 beagle ivi rinchiusi, non è stata ancora definitivamente discussa la Legge comunitaria 2001 e, soprattutto, non si sa se verrà approvata e se sì con quali modifiche[3].
UNA TURISTA PER CASO?
Uno dei punti meno dibattuti – se si eccettuano le polemiche di basso profilo che tipicamente animano i social network – è il ruolo giocato dall’on. Brambilla nella campagna contro Green Hill. L’onorevole del PdL inizia il suo impegno pubblico nella campagna con la manifestazione nazionale di Roma, ma la sua presenza si fa più assidua e plateale a partire dall’autunno 2011. Ritengo si possa affermare che sia soprattutto suo il “merito” della risonanza mediatica della protesta contro l’allevamento, protesta che – nonostante i numeri significativi ed alcune azioni eclatanti di FGH – stenta ad affermarsi sui maggiori organi di stampa e sui canali televisivi nazionali. In realtà, quella che a tratti potrebbe sembrare una presenza episodica, dettata dalla volontà di racimolare qualche voto, va inquadrata in una strategia di creazione del consenso cominciata in precedenza. L’on. Brambilla, infatti, è notoriamente un’animalista già nel momento in cui si affaccia alla politica nazionale tra le fila del partito di Silvio Berlusconi. Nella primavera del 2010 aveva lanciato il manifesto «La Coscienza degli Animali», insieme a Umberto Veronesi e ad altre personalità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura. I principi enunciati sono improntati ad una visione zoofila e protezionista della questione animale, con dichiarazioni di intenti abolizionisti in alcuni campi limitati (caccia e circhi), visione questa che ben si concilia con la trasversalità politica dei suoi promotori e che non viene contestata neppure negli ambienti animalisti radicali, che evidentemente ne sottovalutano la portata[4].
Il tipo di animalismo che l’on. Brambilla incarna si sposa con alcuni aspetti che caratterizzano fin dall’inizio la campagna contro Green Hill. In particolare, il fatto che l’obiettivo scelto sia un allevamento di cani beagle ha permesso di coinvolgere nella protesta molte persone legate al mondo dei canili e della zoofilia, e nella maggior parte dei casi con scarsa preparazione politica e con scarsa propensione alla stessa. Tale area è già politicamente trasversale e, quindi, accoglie con favore la dichiarazione d’ingresso nella mobilitazione da parte dell’on. Brambilla: «Non faccio politica» (un’evidente assurdità, soprattutto per una Ministra!). In secondo luogo, anche la volontà di concentrarsi su un singolo e specifico obiettivo presenta implicitamente la questione della tortura degli animali come un fatto “tecnico”, risolvibile estirpando uno ad uno gli allevamenti. Questo aspetto, insieme al diffuso uso nell’ambiente animalista sia radicale che protezionista di argomenti antivivisezionisti di tipo “scientifico”, ha forse favorito il prevalere di un approccio “apolitico”.
Dopo un anno di visibilità mediatica grazie alla campagna contro Green Hill e dopo i mutamenti nello scenario politico nazionale, l’on. Brambilla è ora accreditata come personaggio “emergente”, portatrice di un cospicuo consenso per il PdL: la stampa prevede, fra le altre possibilità, che fondi una lista civica nazionale per le prossime elezioni.
Parallelamente, in campo animalista, ha rafforzato la sua piccola associazione, la «Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente» (LeIDAA), fino a fondare un soggetto nazionale, «Nel Cuore - Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente», che si pone come interlocutore delle istituzioni, grazie all’adesione delle più grandi associazioni ambientaliste e animaliste italiane: OIPA, ENPA, LAV, LNDC, LeIDAA, LIPU, Marevivo e WWF.
Il dibattito nel mondo antispecista sulla presenza dell’on. Brambilla rimane scarso; la maggioranza dei militanti (anche “di sinistra”) ne accettano e ne difendono l’operato. Il suo emendamento alla Legge comunitaria 2011 è considerato come qualcosa da sostenere comunque, benché prenda in considerazione unicamente cani, gatti e primati, e non sia chiaro se contenga reali miglioramenti sul fronte delle limitazioni alla vivisezione. Altrettanto poco chiaro è se la sua approvazione porterebbe alla chiusura di Green Hill, come da lei sostenuto.
PET, CAVIE, MALTRATTAMENTI
Nonostante alcuni cambiamenti di rotta rispetto alle precedenti campagne, la percezione dell’opinione pubblica animalista è quella di un movimento che prende di mira una singola azienda, per determinarne la chiusura, con l’intento implicito, una volta ottenuto il successo sperato, di concentrarsi su un’altra azienda, e poi sulla successiva, e così via. La visione sottesa a tale operare è quella di un sistema – il sistema vivisezione – che crollerebbe per progressiva mancanza di fornitori. Infatti, come nel caso della campagna «Chiudere Morini», il conflitto generato dal basso non è diretto ai laboratori, ma agli allevatori. Da un lato, questo richiamo all’obiettivo immediato (chiudere il posto x) è uno dei motivi del successo numerico della mobilitazione, poiché il conseguimento di un risultato raggiungibile è allettante per chi si muove in un ambito difficile, come quello della lotta allo sfruttamento animale. Dall’altro, incentiva (forse non ineluttabilmente) un approccio squisitamente strumentale, quasi “tecnico” alla questione. In virtù di tale approccio, qualunque strategia comunicativa così come qualunque cavillo burocratico vanno bene, purché “funzionino” per determinare la chiusura, in questo caso, di Green Hill. Probabilmente non è una coincidenza che la vittoria che in questi giorni si prospetta sembra essere stata innescata da un esposto legale sulle irregolarità evidenziate nella gestione della struttura; irregolarità, tra l’altro, per lungo tempo eluse dagli stessi enti pubblici preposti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni. L’“affaire Green Hill”, insomma, mostra di essere un caso di mala-gestione (privata e pubblica). Proprio per questo riesce a spostare l’attenzione dalla questione etica più complessa (l’uso degli animali nella ricerca e la chiusura degli allevamenti) a quella contingente (il problema del benessere degli animali all’interno degli allevamenti), mostrando dunque, almeno da questo punto di vista, la debolezza di una campagna, che si vorrebbe abolizionista, impostata però sul principio emergenziale del “tutto fa brodo”.
Allo stesso modo può essere interpretato anche il nome della campagna: «Salviamo i cani di Green Hill». Il modo di percepire la lotta da parte delle migliaia di animalisti accorsi alle varie proteste sembra improntato dal desiderio di salvare quel gruppo di cani, il cui valore simbolico è stato ingigantito in questi due anni dagli slogan dei vari gruppi di pressione; slogan che hanno trovato terreno fertile in una zoofilia abituata a considerare il problema dei pet e del randagismo in un’ottica emergenziale più che strutturale. Una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una maggiore riflessione collettiva sul carattere sistemico della vivisezione (e della produzione in serie delle cavie animali) avrebbe forse permesso di evidenziare la sostituibilità[5] di quei cani e degli animali da laboratorio più in generale. Si tratta di un elemento di cui tenere conto, a maggior ragione, alla luce dei recenti sviluppi del caso[6].
Accanto a questo aspetto, va considerata la scelta di impostare la protesta sull’empatia nei confronti di una particolare specie (i cani) di una particolare razza (i beagle). Infatti, il doppio status di cui godono gli animali detenuti dentro i capannoni di Green Hill ha implicazioni su diversi piani: l’ambivalenza del loro status morale sul piano giuridico, contemporaneamente da pet e da cavia, si riflette anche, sul piano emotivo e simbolico. I proclami di lotta in favore delle cavie di ogni specie sono stati perlopiù vanificati, proprio a causa di questa ambiguità. Non solo: alcune strategie specifiche della campagna hanno avuto l’effetto collaterale di rafforzare lo iato fra cavie-pet e cavie-tout-court. In particolare, la scelta di fare leva sull’applicazione della legge sui canili e sugli allevamenti di cani per mettere in difficoltà l’allevamento ha incentivato implicitamente proprio la mobilitazione (emotiva e fisica) a favore dei “cani”. Paradossalmente, il fallimento nell’uso di tale leva giuridica ha sancito la vera natura della questione: a Green Hill si applica la legge sulla sperimentazione animale, poiché i suoi detenuti non sono randagi – potenziali animali d’affezione –, ma materiali da esperimento scientifico[7].
Con queste premesse, lo scivolamento del movimento verso parole d’ordine e strategie ambigue è sembrato quasi inarrestabile. Infatti, come detto, l’enfasi sul maltrattamento dei cani rinchiusi nelle strutture della Marshall ha finito per oscurare rapidamente la denuncia della detenzione in sé e della finalità di tale pratica (rifornire i laboratori): le percosse, le soppressioni motivate da ragioni economiche e perfino le irregolarità formali hanno costituito – a tratti – potenti leve per suscitare indignazione e mobilitazione, con il rischio, però, di promuovere la classica logica delle “mele marce”.
DAGLI ALLEVAMENTI AI LABORATORI
Un altro aspetto, tipico delle campagne di pressione animaliste, dalla campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) in poi, è quello di concentrarsi sulla vivisezione come impresa, più che come sistema. Che cosa significa che la vivisezione è un’impresa (perché, in effetti, è anche questo)? Significa che, sia nel pubblico che nel privato, è un’attività produttiva sostenuta da altre attività produttive, tra cui la fornitura di animali da esperimenti. L’approccio delle campagne mira a togliere ossigeno all’“impresa vivisezione”, colpendone i fornitori. Quest’ottica, dal punto di vista strategico, non tiene conto dei più elementari meccanismi del capitalismo nell’era della globalizzazione, cioè di un mondo in cui alla chiusura di un allevamento in Italia si può rispondere con l’importazione di cavie da Paesi in cui regole, costi e impatto del dissenso sono minori. In tal senso, questa strategia si riduce ad un semplice escamotage per parlare, genericamente, di vivisezione. Soprattutto, però, denota una visione ancora non sufficientemente matura per la costituzione di un movimento contro l’uso di cavie nella ricerca scientifica, poiché non individua nel paradigma della sperimentazione animale (privata e, soprattutto, universitaria) il bandolo della matassa. La scelta di individuare gli allevamenti di cavie, anziché i laboratori, come possibili obiettivi di una campagna è densa di implicazioni che vanno ben al di là della sola questione economica; implicazioni che dovremmo iniziare ad indagare prima possibile: altrimenti, i proclami abolizionisti dei settori più radicali della protesta rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti.
[1] L’allevamento Green Hill, sito a Montichiari (BS), è di proprietà della multinazionale britannica Marshall Farm (http:// www.marshallbio.com). Dal 23 luglio 2012 è stato posto sotto sequestro probatorio dal Tribunale di Brescia.
[2] L’allevamento di topi, cavie e cani per la sperimentazione, sito a S. Polo d’Enza (RE), di proprietà della ditta Stefano Morini Sas, ha chiuso alla fine del 2009, dopo una campagna di pressione avviata nell’ottobre del 2002 dal «Coordinamento Chiudere Morini» (http://www.chiuderemorini.net).
[3] I fatti riportati sono desunti dalle agenzie di stampa e dai documenti ufficiali diffusi tramite internet (siti web, newsletter, comunicati, ecc.) dei principali gruppi che hanno organizzato e partecipato alla mobilitazione contro Green Hill (http://fermaregreenhill.net, http://occupygrenhill.it, http://www.michelavittoriabrambilla.it). Una cronologia degli eventi è reperibile in ANet: http.//www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=193:ghdueanni, dove è anche pubblicata una raccolta di commenti e comunicati riguardo all’“emendamento Brambilla” e al relativo dibattito: http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=6:su-green-hill-e-labolizione-della-vivisezione-in-italia. Le successive considerazioni sulle caratteristiche della campagna contro l’allevamento Green Hill si basano essenzialmente su queste fonti. Va precisato, per completezza, che chi scrive non ha partecipato alle mobilitazioni: le osservazioni espresse sono dunque basate sulle prese di posizioni pubbliche dei vari attori in gioco, il che, inevitabilmente, costituisce al tempo stesso un limite e una ricchezza del presente saggio. Alcuni elementi di analisi della campagna contro Green Hill sono contenuti, inoltre, nel mio «Antispecisti neri? Parliamone…», in http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri).
[5] Il salvataggio dei 2.500 beagle detenuti nell’allevamento di Montichiari è letteralmente il salvataggio di quei beagle, che vengono rimpiazzati (replacement) da altrettanti cani, probabilmente allevati in altri stabilimenti della stessa multinazionale, poiché gli esperimenti cui sono destinati e il business che ne deriva, naturalmente non cessano.
[6] Nei giorni in cui questo articolo veniva scritto, la Procura di Brescia ha ordinato il sequestro della struttura e l’affidamento temporaneo dei beagle tramite LAV e Legambiente. Ovviamente, l’affido di 2.500 cani alle strutture legate al volontariato animalista pone problemi rilevanti con notevoli implicazioni politiche, di cui sarà necessario discutere, non appena il quadro diverrà più chiaro. Per ora, credo sia utile rilevare che la gestione delle vittime è stata scaricata in modo dichiarato, da parte delle stesse istituzioni colpevoli dei maltrattamenti, sul buon cuore degli animalisti: «La procura ha nominato i nuovi custodi per non fare pesare su Comune e ASL un compito oneroso sotto molti punti di vista, benché con il sequestro del mangime presente nell'allevamento il cibo ai beagle è garantito per i prossimi due mesi. Ma secondo la procura c'era pure il “concreto pericolo che la Green Hill 2001, realizzando l'impossibilità di riprendere l'attività, possa non corrispondere più lo stipendio al personale deputato al nutrimento dei cani, i quali potrebbero cessare il servizio”», Wilma Petenzi, «La società ricorre: “Dissequestrate”», in «Corriere della Sera», 25 luglio 2012, http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ luglio_25/20120725BRE02_11-2011163467643.shtml.
[7] La legge invocata in un primo tempo da FGH è la Legge Regionale 33/2009, che obbliga tutti i canili e gli allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi. La legge applicata all’allevamento è invece la Legge 116/92, che norma i laboratori e – sommariamente – i loro fornitori.