Partiamo dalla guarigione. La promessa della sperimentazione animale è di preservare il corpo sempre più a lungo, di dilazionare sempre più il momento del suo disfacimento: essa, procurando sofferenza e morte ad alcuni, scaccia in altri il fantasma della morte loro e di quella dei loro cari. Noi come militanti antivivisezionisti, siamo certi di aver preso abbastanza sul serio questo dilemma e di averci riflettuto abbastanza? Siamo coscienti del fatto che i corpi che incarnano ed esprimono l'idea antivivisezionista sono spesso corpi di giovani, occidentali, benestanti, in buona salute? Siamo sicuri di essere immuni dall'idea semplicistica che per stare bene basti essere vegani? O che bastino la prevenzione, la medicina «naturale», la lotta all'inquinamento, etc., perché la decadenza fisica e la morte non risultino più un problema?

Passiamo alla vivisezione come conoscenza. La promessa della sperimentazione animale è di fornirci informazioni utili per un sempre maggiore progresso collettivo della società umana. Ovviamente, se la società che la «commissiona» è pervasa da diverse forme di disuguaglianza e dominio, la conoscenza fornita dalla sperimentazione animale 1/ rifletterà i sistemi ideologici corrispondenti a tali forme, 2/ sarà utilizzata per rafforzare i concreti meccanismi di disuguaglianza e dominio. Donna Haraway, nota storica della scienza e femminista, affermava già nel 1978:

le scienze biosociali non sono state semplicemente uno specchio sessista del nostro mondo sociale. Sono anche state strumenti nella riproduzione di quel mondo, sia nel fornire ideologie legittimanti, sia accrescendo il potere materiale. (...) Gli animali hanno giocato un ruolo importante nel progetto dell'ingegneria umana. (...) le società animali sono state largamente utilizzate nella razionalizzazione e naturalizzazione degli ordini oppressivi di dominio nel corpo politico umano.

A questo proposito, Haraway analizzava l'esempio della teoria della funzione della dominanza maschile, che si basava su esperimenti condotti su gruppi di scimmie rhesus negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale.

Come militanti antivivisezionisti, sulla base di questa consapevolezza, sappiamo che dobbiamo mostrare agli altri movimenti politici che l'indagine scientifica sugli animali non è una pratica politicamente neutra. Ma mi sembra che molte/i intendano questo sbocco dell'antivivisezionismo nella sfera «politica» semplicemente come un suo assorbimento nella visione globale che in Italia è chiamata «antispecismo». Tale visione interpreta tutte le forme di oppressione politica come effetti di una unica «ideologia del dominio» (di cui lo specismo sarebbe il paradigma fondante) e vede il potere come una forza unitaria e verticale. Ma in questa visione del potere ogni distinzione tecnica, storica, geografica, tra le forme di dominio sbiadisce. E soprattutto sfugge allo sguardo ogni antagonismo tra forme di potere che competono per appropriarsi degli stessi corpi, con le loro masse muscolari, la loro sessualità, i loro organi riproduttivi. Questa è una visione riduzionista del potere. Come può una visione del genere fondare un dialogo fecondo con gli altri movimenti? Come potremo spiegare il modo specifico in cui la sperimentazione animale gioca per conto dei suoi diversi mandanti, il capitalismo, il patriarcato, il colonialismo, se mostriamo di non conoscere a fondo questi sistemi nelle loro singolarità e ci limitiamo a considerarli tutti, ugualmente, semplici effetti del dominio sugli animali?

Un esempio: negli anni '50, lo psicologo Harry Harlow, separando i piccoli di scimmia appena nati dalle madri e fornendo loro dei surrogati materni, voleva «dimostrare» che le madri della classe operaia non erano più indispensabili a casa per occuparsi dei figli e potevano tranquillamente tornare al lavoro. Come giudicare le ragioni politiche di questo esperimento? Un sostegno per l'emancipazione femminile contro il patriarcato? O un'emanazione dei padroni capitalisti, che miravano a riconquistare forza lavoro a basso costo?

La sperimentazione animale a fini di «ingegneria umana» può agire per conto di diversi sistemi di potere: non è detto che questi siano sempre in armonia gli uni con gli altri. Adottare una visione unidirezionale del potere espone al rischio di ipersemplificazione. Senza contare il rischio di essere presi per ingenui.

Un ultimo esempio, recente, che riassume i due punti esaminati. Lo scorso gennaio, negli USA, una donna di 36 anni, madre di due figli e affetta da una grave fibrosi polmonare, è finalmente chiamata dall'ospedale di Pittsburgh per il trapianto di polmoni che la salverebbe da morte certa. Numerosi amici e sostenitori l'avevano aiutata ad ottenere un'assicurazione ed un co-finanziamento: senza soldi né assicurazione né carta di soggiorno, non sarebbe stata accettata da nessun ospedale. Ma la donna rifiuta: l'operazione comporterebbe infatti una trasfusione di sangue, cosa che essa, da cattolica divenuta testimone di jeova durante la malattia, non può accettare. A febbraio, il Washington Post annuncia che la donna ci ha ripensato: subirà il trapianto. La sua famiglia esulta, i testimoni di Jeova la «scomunicano». Quanti poteri e quante ideologie si intersecano in questa storia? Due poteri religiosi opposti, quello dei testimoni di jeova che impone di morire per rispettare la «parola di dio», e quello cattolico che impone di abitare il corpo fino all'ultimo brandello di respiro. Due poteri politici opposti, quello tecnico-medico che impone la preservazione a tutti i costi del corpo-macchina, e quello liberal-competitivo che lascia crepare chi non ha i soldi per pagarsi un medico. Quale teoria unificante può dare un'interpretazione coerente di questo caso?

Un movimento antivivisezionista che voglia affermarsi in modo maturo nella società deve essere consapevole di questi problemi: i dilemmi etici ed esistenziali posti dalla malattia e dalla morte; e l'articolazione dei sistemi di dominio nella società. Sorgeranno contraddizioni e non sarà possibile risolverle tutte con «superamenti» dialettici. Ma questo non è un buon motivo per averne paura e semplificare la realtà.

Agnese Pignataro