20 maggio a Milano, Università Statale: dibattito sulla sperimentazione animale con Fermare Green Hill e i ricercatori
http://oltrelaspecie.blogspot.com/2013/05/20-maggio-milano-universita-statale.html
da Oltre la Specie:
Car* amic*,
vi segnaliamo un appuntamento di particolare importanza, dopo la liberazione delle cavie dal laboratorio di Farmacologia del 20 aprile a Milano da parte di attivisti di Fermare Green Hill.
Dopo quello storico giorno, il dibattito aperto sui media locali e nazionali sull'azione di occupazione dello stabulario e sulla legittimità della sperimentazione animale arriva presso la stessa università.
20 MAGGIO, ORE 14.30 - UNIVERSITA' STATALE, MILANO
"E' GIUSTO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI"?
Dibattito aperto con gli attivisti di "Fermare Green Hill" e i ricercatori pro-sperimentazione
Intervengono:
-Lorenzo Lo Prete, Fermare Green Hill
-Massimo Tettamanti, Consigliere Scientifico I-Care
-Alberto Ferrari, Pro-Test Italia
-Alessandro Papale, Università S.Raffaele
Coordina: Sandro Zucchi, Università Statale
LUNEDI' 20 MAGGIO UNIVERSITA' STATALE VIA FESTA DEL PERDONO ORE 14.30 - AULA 422
Il politico animalista: “No all'animalismo politico” – sulla manifestazione di Correzzana
IL POLITICO ANIMALISTA: “NO ALL’ANIMALISMO POLITICO” – sulla manifestazione di Correzzana
di Marco Reggio
C’è da farsi girare la testa. Le dichiarazioni di Massimo Turci, Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano, sembrano quasi una barzelletta. Leggiamole:
Turci: "No all'animalismo politico"
"La manifestazione antivivisezione di Correzzana è stata un'occasione clamorosamente persa per mostrare unità d'intenti del mondo animalista - è la dichiarazione di Massimo Turci Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano - infatti un gruppo di sedicenti animalisti provenienti dai centro sociali ha tentato di impedire la partecipazione al corteo ad associazioni e persone a loro non gradite sbandierando il solito ritornello dell'antifascismo. Questa volta non c'è questione politica che tenga, esprimo piena totale e convinta solidarietà ai volontari OIPA, LAV, ENPA, altre associazioni e ai tanti presenti che, essendo lì per manifestare contro la tortura nei confronti degli animali, sono stati coinvolti in un indegno tafferuglio. Nessuno può arrogarsi il diritto di selezionare i partecipanti a una manifestazione democratica e quindi - conclude Turci - condanno senza mezzi termini il comportamento razzista di chi antepone bassi interessi politici alla salute e ai diritti degli animali".
Massimo Turci
Consigliere Delegato Diritti Animali - Provincia di Milano
Chi ha pronunciato queste parole è infatti un politico, animalista – per così dire -, ma pur sempre un politico. Certo, si potrebbe dire, “si pronuncia a favore dell’apoliticità del movimento perchè non partecipa in quanto politico ma in quanto individuo”. Questo, in effetti, sarebbe in linea di principio possibile (anche se come operazione presenterebbe non poche difficoltà per un personaggio pubblico pubblicamente impegnato in ruoli istituzionali). Ma non è questo il caso. Qui abbiamo una cosa molto più semplice: un politico, rappresentante della Provincia, che interviene su una questione in quanto politico (la firma è eloquente...).
C’è di più. Riflettiamo un attimo sulla funzione degli Uffici per i Diritti Animali, o su analoghe strutture comunali e provinciali. Le pressioni degli animalisti, dell’opinione pubblica e l’avanzamento generale della considerazione per i non umani (alcuni più di altri, ma questo ora è secondario) generano delle risposte istituzionali. Una di queste risposte è quella di creare degli organismi che affrontino una serie di problemi – naturalmente in chiave blandamente protezionistica – legati allo status degli animali non umani nella società. Questi organismi danno dunque una risposta politica ad una serie di istanze etiche diffuse. E lo fanno con lo strumento più ovvio nel nostro attuale sistema politico: la creazione di organismi gestiti da rappresentanti delle istituzioni (spesso provenienti dai partiti politici) che dovrebbero almeno far rispettare le poche leggi che ci sono per le poche specie che vengono tutelate, e fare un po’ di opera di sensibilizzazione sul piano culturale. La Provincia di Milano (centrodestra) – per fare un esempio a caso – ha messo fra i consiglieri per i diritti animali un tizio evidentemente legato al centrodestra e che, se volessimo dare retta a come si presenta nella sua pagina facebook, è addirittura un nostalgico del ventennio fascista. Ma potrebbe anche presentarsi come nostalgico della Comune di Kronstadt, in fondo. Il punto è che si tratta un rappresentante politico, che fa politica “per gli animali” all’interno di uno degli strumenti (molto debole, certo) che la democrazia antropocentrica ha concesso alle istanze animaliste. Insomma, è un politico animalista. O almeno, quella è la sua funzione.
E forte di questa funzione, costui ci viene a dire “no all’animalismo politico”.
Come già segnalato tempo fa, in qualche modo dichiarare “non faccio politica” ad un corteo antivivisezione è già aprire la strada alla destra, e ad un fascismo strisciante che utilizza – quello sì – gli animali per farsi largo in un periodo di qualunquismo diffuso[1].
Antispecismo: un movimento apolitico?
Antispecismo: un movimento apolitico?
Non capisco come si possa pensare di far crescere il movimento politicamente, e quindi anche convincere dell'assurdità dell'"apoliticità", senza spiegare alla gente come l'apoliticità sia una contraddizione in termini (non solo logici, ma materiali) che serve al sistema capitalista per spoliticizzare, appunto, il pensiero e i gesti della gente, riducendoli al qualunquismo, all'immobilità e quindi alla perfetta docilità.
Perché gli slogan vanno anche bene, ma poi bisogna articolare dei discorsi in comune in un regime dialogico, che richiede una gran gran pazienza.
Serve a poco affermare in modo apodittico (cioè senza argomentare) che l'antispecismo è politico, che non riguarda solo i non umani ecc... Perché? Perché siamo tutti sfruttati. Bene. Ma se alla gente è stata scippata la possibilità di pensare e agire politicamente, come può vedere questo comune sfruttamento? Il massimo che può dire è governo ladro, ma questo dimostra la totale incapacità di analisi della condizione di dominio in cui si è installati, dalla testa ai piedi.
Se non riusciamo a dare strumenti analitici alla gente, la politica resterà sempre quella roba sporca che sta in parlamento, e il resto guerra di bande.
Se non riusciamo a spiegare che lo sfruttamento di questo capitalismo è peggiore di quello di fabbrica, perché la catena di montaggio materiale è stata disarticolata e riarticolata in una catena di montaggio immateriale globale e capillare che ha isolato i singoli lavoratori impedendo loro qualsiasi possibilità di agire in comune per allargare gli spazi di libertà e fronteggiare l'estorsione capitalista. Se non riusciamo a dare strumenti per la lettura delle strategie disciplinari che innervano i rapporti sociali, le relazioni di tutti, fin nelle relazioni interpersonali. Strumenti per leggere come il potere sulla vita e sulla morte dei viventi non riguardi solo gli animali non umani, perché è un unico bio/zoo-potere che coinvolge umani e non umani. Per leggere le dinamiche dei microfascimi (l'autoritarismo crescente e disseminato, la guerra ai migranti, le retoriche securitarie, ecc...)
Se non riusciamo ad articolare questi discorsi, e articolarli in un dialogo paziente che non paga subito, avremmo sempre più "apolitici" a cui non frega un cazzo né dei neofascisti né tantomeno del capitalismo, che non capiranno che lo sfruttamento animale è un pilastro di quello, e che non si esce dall'uno senza uscire dall'altro (fra l'altro: un mondo di animali liberati e umani sfruttati? ma come si fa anche solo a immaginarlo? un mondo che calpesta ogni giorno ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo nel nord come nel sud del mondo che si intenerisce per maiali e vacche? ma per favore...).
Senza dialogare, senza proporre, senza spiegare, in questo movimento l'antispecismo sarà sempre più un'isola in mezzo a un oceano crescente di spoliticizzazione e qualunquismo (vogliamo parlare di fascismo? beh questo criptofascismo è peggiore del neofascimo dichiarato, perché è immensamente più diffuso, capillare, e subdolo). Gli antispecisti finiranno in un'oasi protetta in mezzo a uno sterminato animalismo colluso col potere e i rapporti di forza vigenti, feroce contro le veline e docile col sistema. Non bastano, non più, slogan, striscioni e tafferugli. E' come parlarsi fra di noi che siamo già tutti (almeno su alcuni punti...) d'accordo, un parlarsi addosso cieco verso l'esterno: un mondo che è un po' di più grande di micro(o nano?)cosmo antispecista. "Nano" non è sarcasmo, ma un'unità di misura
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E' chiaro che l'antispecismo è politico. Ma non ha senso addossare la colpa agli "apolitici" di quel che a loro è stato scippato in trent'anni di strategia di spoliticizzazione da parte del potere. Non si cresce "da soli", ma in comune, nel dialogo: pretendere che ognuno capisca individualmente è una posizione speculare a quella dell'individualismo proprietario capitalista, che ci vuole tutti isolati nel calcolare le nostre scelte in base a criteri di utilità, calcolo nel quale ricadono anche l'etica e la "politica" o quel che resta di essa.
Leggendo gli interventi è chiaro che qui non si capisce neppure che ad essere sfruttati e addomesticati siamo *anche* noi, ognuno di noi, nella sua singolarità (che è roba diversa dell'individualità proprietaria), che ad essere scippato della condivisione, della libertà e della possibilità di scegliersi è *anche* ognuno di noi umani. Non dico i migranti, non dico l'80% della popolazione mondiale, ma neanche del proprio sfruttamento e disciplinamento ci si rende più conto.
Ed di questo, ripeto, tanto più davanti a un potere così forte e pervasivo come quello del capitalismo attuale (il più pericoloso dei fascismi), non si può dare colpa ai singoli. E' insostenibile, perché parte dello sfruttamento stesso è questo scippo collettivo della politica.
Non è fare chissà quale contorsione discorsiva questo: c'è un dibattito in merito che va avanti da vent'anni.
O si cresce insieme, o non si cresce affatto. Né gli apolitici nella loro ingenuità (che finisce nel "tutto va bene" per gli animali: ma noi che siamo, poi, se non animali?) né noi antispecisti nel nostro sguardo sulle cose e sul mondo. Né politicamente, né, di conseguenza, strategicamente...
Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»? - di A. Pignataro
Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»?
Nel quadro delle attuali mobilitazioni contro la sperimentazione animale (manifestazioni contro Green Hill, Marshall, Harlan…), alle quali esprimiamo il nostro sostegno, proponiamo in anteprima dal n°1 di MeM (la cui pubblicazione è prevista per fine novembre 2012) un articolo che potrà forse fornire qualche strumento dialettico in più al movimento di liberazione animale.
La Redazione di Musi e Muse
Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»? Rispondono la storia della medicina, l’etica del care e il pensiero di David Hume.
Di Agnese Pignataro.
«The Brown Rats» (illustrazione tratta da un testo di storia naturale del 1840; fonte: The Graphics Fairy).
Chi si oppone alla sperimentazione su animali nella ricerca medica fa in genere uso di argomenti cosiddetti «scientifici», che mettono in discussione la validità epistemologica di tale pratica, ed etici, che ne contestano l’accettabilità sul piano morale. Ai primi argomenti, i sostenitori della sperimentazione animale oppongono una serie di contro-dimostrazioni volte a mostrare l’utilità scientifica della sperimentazione animale, aggiungendovi spesso una contro-accusa malevola agli antivivisezionisti, quella di essere «incoerenti» sul piano etico. Il procedimento argomentativo è questo: visto che la sperimentazione animale è una pratica utile e indispensabile per la ricerca medica, chi la critica e tuttavia beneficia dei risultati di tale ricerca (facendo uso di farmaci, ricorrendo ad assistenza medica…) è colpevole di «incoerenza».
È lecito pensare che gli argomenti scientifici contro la sperimentazione animale siano (anche) un tentativo di sfuggire a questa impasse: difatti, chi è dell’idea che la medicina possa progredire senza ricorrere al «sacrificio» di animali può trovare perfettamente coerente il fatto di ricevere cure mediche, visto che, secondo lei o lui, queste avrebbero potuto essere ottenute in modo non violento. Chi invece si oppone alla sperimentazione animale ma non trova opportuno utilizzare argomenti scientifici contro di essa1 si trova costretto dalla retorica pro-sperimentazione animale a prendere sul serio la questione della coerenza. Precisiamo: si tratta appunto di un’accusa puramente retorica, non priva di una punta di disonestà, giacché svia la discussione dal piano collettivo – il più rilevante, visto che la sperimentazione animale è una pratica esclusivamente collettiva – al piano individuale, spingendo l’interlocutore a fornire giustificazioni relative alla sua vita personale (nonché spesso a scelte molto private). Ovviamente è possibile scegliere di ignorare del tutto tale accusa e concentrarsi sulle implicazioni sociali e politiche della sperimentazione animale. Tale scelta di lanciare l’attacco in tutt’altra direzione ha però il difetto di lasciare completamente scoperto il fianco già mirato dall’avversario; in altre parole, essa lascia pensare che di fronte all’accusa di incoerenza, gli antivivisezionisti, al di là delle (dubbie -(2)) contestazioni epistemologiche della sperimentazione animale, siano semplicemente incapaci di rispondere.
In questo nostro contributo ci proponiamo invece di prendere sul serio l’accusa e di tentare di abbozzare una risposta. Essa ci permetterà di mettere in luce alcuni caratteri importanti dell’agire etico umano pesantemente occultati da dibattiti come quello di cui ci stiamo occupando; tali dibattiti trovano infatti la loro ragion d’essere in una visione presupposta dell’agire morale che, come cercheremo di mostrare, corrisponde poco ai fatti della vita. Nella nostra riflessione, dopo una breve digressione storica, ci appoggeremo in un primo momento all’etica del care e poi al pensiero di David Hume.
In prima battuta, notiamo che l’accusa di incoerenza, se sviluppata fino in fondo, si ritorce su tutti coloro che usufruiscono dei risultati della ricerca medica anche qualora siano completamente indifferenti alla sorte degli animali di laboratorio. Tenendo conto del carattere accumulativo delle conoscenze della scienza moderna e della presenza di elementi aleatorî nei procedimenti di ricerca, è difficile che il beneficiario di un farmaco o di un procedimento chirurgico possa conoscerne con precisione l’intero percorso sperimentale e possa valutarne i costi umani. Non evocheremo casi specifici recenti di sperimentazione umana (come quelli di farmaci testati su soggetti umani svantaggiati a loro insaputa o in condizioni poco trasparenti), ma risaliremo indietro nella storia fino ad arrivare alle radici della medicina moderna: pensiamo allo sviluppo dell’anatomia reso possibile a partire dal Rinascimento grazie allo sdoganamento della dissezione di cadaveri umani. Il passaggio dalla conoscenza basata sui libri a quella basata sull’osservazione diretta della natura che ha dato il via alla scienza moderna è presentato, in modo spesso molto enfatico, come una tappa fondamentale dello sviluppo del nostro sapere e della nostra civiltà. Eppure quando la natura osservata consiste in un cadavere umano, l’operazione non è banale, giacché il rispetto dovuto al corpo defunto è un carattere culturalmente e antropologicamente fondante di moltissime società umane, e particolarmente della nostra fin dai suoi albori (si rileggano i canti XXII e XXIV dell’Iliade); esso marca ciò che è umano, nel duplice senso di human e di humane. Se si guarda all’atto della dissezione di un corpo umano facendo astrazione dalla propaganda delle «magnifiche sorti e progressive» di un certo positivismo scientifico, non è difficile rendersi conto che essa presenta un carattere di profanazione. Quindi, in epoche in cui la nozione di consenso informato era di là da venire, la manipolazione scientifica di corpi morti si poteva ottenere solo accedendo ai luoghi sociali in cui tale rispetto era affievolito, selezionando cadaveri di soggetti verso i quali la società si sentiva meno vincolata. Concretamente, nella Roma del Cinquecento, i cadaveri destinati alla dissezione anatomica provenivano da «condannati a morte, possibilmente impiccati, stranieri o almeno non originari del luogo in cui saranno giustiziati e dissezionati, familiari e amici sufficientemente lontani, appartenenti a classi sociali basse» (3).
Tornando quindi alla nostra questione di partenza, potremmo chiederci a questo punto se chi oggi beneficia del sapere medico occidentale debba essere favorevole alla pena di morte nonché essere razzista e classista per potersi dire coerente; e se, viceversa, chi è contro la pena di morte, si professa antirazzista e ha convinzioni egualitarie debba rinunciare a prendere farmaci o ad andare dal dottore per potersi dire coerente (4). C’è da aspettarsi che anche il più sfegatato libertario non si riterrebbe vincolato a rinunciare a un farmaco importante per il benessere suo o dei suoi cari in memoria, per esempio, di Frolio d’Alì, africano, impiccato a Roma per furto il 13 gennaio del 1561 e poi dissezionato dai medici della Sapienza, per quanto grave e penosa la storia di costui possa essere immaginata. Arriviamo allora a una prima conclusione: se non vogliamo essere costretti a pensare che tutta la società è incoerente, dobbiamo riconoscere che è la questione della coerenza ad essere malposta. E il motivo è semplice: la coerenza è una nozione logica che non ha presa diretta sul nostro comportamento morale.
La struttura logica dell’accusa di incoerenza è: se A, allora B. Se pensi A (laddove per A si può intendere non solo l’antivivisezionismo ma qualsiasi altra opinione), allora devi comportarti nel modo B. Ora, l’esempio della dissezione anatomica mostra che questa esigenza è esagerata, impraticabile e di fatto impraticata. Se i comportamenti morali dovessero realmente misurarsi con una tale nozione di coerenza saremmo costretti a scegliere tra lo scetticismo morale e l’autodistruzione. Fortunatamente le cose non stanno così. Difatti, nella nostra vita quotidiana noi riusciamo a praticare scelte morali, e questo in virtù del fatto che esse non sono guidate da operazioni logiche, ma da una capacità di pervenire a un aggiustamento tra le nostre convizioni e le situazioni concrete cui ci confrontiamo. In tale aggiustamento non entrano in gioco solo riflessioni astratte, ma anche motivazioni originate dall’insieme delle nostre responsabilità (verso noi stessi e verso gli altri), dalle nostre risposte emotive personali e da una messa in prospettiva di ogni scelta nel quadro globale della nostra vita, come messo in luce dall’etica del care (5).
Si pensi al famoso dilemma di Heinz ne In a Different Voice di Carol Gilligan, in cui si chiede se un tale Heinz, impossibilitato a comprare un farmaco necessario per curare la moglie gravemente malata, debba o no rubarlo, e alle diverse soluzioni proposte dai bambini intervistati da Gilligan: il bambino risponde di sì senza alcuna esitazione, in base a un ragionamento astratto secondo cui la vita umana è più importante del rispetto della proprietà altrui; la bambina invece inserisce il dilemma in una cornice narrativa, anticipando le conseguenze del furto sulla trama di relazioni e sulle responsabilità assunte dall’immaginario protagonista (Heinz andrebbe in prigione e non potrebbe continuare ad assistere la moglie) e arrivando così a escludere in modo categorico l’idea del furto in favore della ricerca di soluzioni alternative più concilianti (cercare dei soldi in prestito, trovare un accordo con il farmacista…) (6). Seguendo questa prospettiva, schierarsi contro la sperimentazione animale pur continuando a fare uso, quando strettamente necessario, di farmaci o terapie messi a punto grazie a essa è una scelta ragionevole: essa consiste infatti nell’usufruire dei mezzi oggi disponibili per restare in vita e in buona salute al fine di adempiere i propri doveri verso se stessi e i propri cari, così come verso gli stessi animali di laboratorio, disponendo della propria esistenza per battersi allo scopo di cambiare le loro condizioni di vita. Si tratta in fin dei conti di un altro tipo di coerenza, più complessa e concreta, laddove quella presa a modello dal tipo di obiezione a cui stiamo controbattendo è una coerenza parossistica e autodistruttiva. E dunque sterile, perché, così come Heinz sarebbe impossibilitato ad aiutare sua moglie se finisse in prigione per aver scelto la via della coerenza, quale utilità potrebbe avere per gli animali di laboratorio un antivivisezionista coerente ma morto?
La nozione di ragionevolezza appena evocata ci conduce al confronto con la filosofia morale di David Hume. In un passo molto famoso del Treatise on Human Nature (1739-1740) il pensatore scozzese afferma che «la ragione è e deve solo essere schiava delle passioni» (7). Questa affermazione non è ovviamente un invito ad abbandonare ogni remora morale in favore delle proprie pulsioni più sfrenate, ma, per essere compreso, va letto nel contesto dell’antropologia humeana. Contro le etiche razionalistiche dell’epoca, Hume afferma che la ragione, intesa come la facoltà di pervenire a conclusioni vere o false sulla base di un ragionamento analitico o di un’esperienza sensibile, non può in sé produrre le azioni, ma solo fornire informazioni che accompagnano le deliberazioni. Queste, a loro volta, sono guidate solo ed esclusivamente dalle passioni, e «quando una di queste passioni è calma e non causa alcun disordine nell’animo, viene molto facilmente scambiata per una determinazione della ragione e si suppone che essa proceda dalla stessa facoltà che giudica del vero e del falso»(8). È richiamandoci a quest’ultima immagine della ragione come «passione tranquilla» che abbiamo definito «ragionevole» il comportamento apparentemente incoerente dell’antivivisezionista, laddove la coerenza a tutti i costi fino all’autodistruzione appare come un’opzione «razionale» solo in conformità con una visione analitica della ragione (quella vista sopra secondo cui A=>B), risultando invece completamente sragionevole se valutata con i criterî di cui ci serviamo nella vita di tutti i giorni. Afferma Hume: «Non è contrario alla ragione [sottinteso: analitica] che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito; né è contrario alla ragione [idem] che io scelga la mia completa rovina per risparmiare il più piccolo dolore a un indiano o a una persona che mi è del tutto sconosciuta»(9). In altre parole, la coerenza della ragione è solo dimostrativa, relativa cioè alla verità o falsità di un giudizio, ma non può applicarsi alla relazione tra idee e azioni. Negli esempi proposti da Hume, i giudizi secondo cui la distruzione del mondo permetterebbe di evitare di graffiarmi e secondo cui la mia rovina gioverebbe a una persona sconosciuta possono essere completamente veri, eppure questo valore di verità, in se stesso, non mi dà alcuna indicazione su ciò che devo, o ciò che è bene, fare. Osserva Eugenio Lecaldano commentando questo stesso passaggio di Hume: «la sola conoscenza intellettuale di per se stessa ci porterebbe o all’immobilità o a ciechi automatismi, o a non essere in grado, appunto, di preferire un graffio al proprio dito alla stessa distruzione del mondo» (10).
Questo approccio non ci costringe però nel vicolo cieco del relativismo etico, come si potrebbe pensare. Per Hume come per le teoriche del care la centralità dei sentimenti nell’etica non si traduce nell’idea che tali sentimenti siano irrimediabilmente soggettivi e arbitrarî. Al contrario, l’uniformità riscontrata nei comportamenti morali umani al di là di variabili storiche e culturali suggerisce l’esistenza di princìpi costanti dell’agire etico, ai quali possiamo dare il nome di simpatia, senso morale, empatia, care (11). Sono proprio tali princìpi che vediamo in opera nella scelta dell’antivivisezionista di esprimere sollecitudine sia per gli animali di laboratorio, opponendosi alla sperimentazione animale, che per se stessi e per i propri cari, prendendosi cura della propria e della loro salute attraverso le opportunità fornite dalla medicina. Tra l’altro quest’ultimo fatto, lungi dall’essere una manifestazione di egoismo o vigliaccheria come suggerito da chi lancia l’accusa di incoerenza, mostra invece l’estensione della sollecitudine dell’antivivisezionista alla vita umana, e non alla sola vita animale. Laddove la coerenza, provocando la morte per il rifiuto delle cure mediche, mostrerebbe piuttosto un disprezzo della vita umana, disprezzo che i sostenitori della sperimentazione animale attribuiscono a gran voce agli antivivisezionisti; per cui, se questi ultimi accettassero di piegarsi all’esigenza di coerenza, non farebbero altro che il gioco dei loro avversari.
Ci sembra allora di poter dire che la posizione antivivisezionista non è né incoerente né stupida, ma anzi può essere definita sana, giacché essa rimane spontaneamente aliena dall’assurda alternativa proposta dall’approccio della «coerenza», quella tra l’abbandono di ogni preoccupazione morale e l’autodistruzione, preferendovi invece una ragionevole alchimia tra diverse preoccupazioni e responsabilità. Un procedimento che del resto, lo ripetiamo, tutti noi mettiamo in atto costantemente nella vita di tutti i giorni in moltissimi altri contesti.
Note
1. Per esempio, per i motivi che abbiamo spiegati in «Per una critica dell’antivivisezionismo scientifico».
2. Come abbiamo cercato di dimostrare in «Per una società senza cavie» (Liberazioni rivista on line, n. 2) e «Per una società senza cavie – parte seconda: questioni epistemologiche e indagini storiche sulla sperimentazione animale» (Liberazioni rivista on line, n. 4).
3. Andrea Carlino, La fabbrica del corpo. Libri e dissezione nel Rinascimento, Einaudi, Torino 1994, p. 104. La maggior parte degli individui presenti nei documenti esaminati da Carlino era stata condannata alla pena capitale per furto.
4. Ci si potrebbe obiettare che oggi le cose funzionano in modo diverso e che la ricerca medica attuale soddisfa criteri di rispetto della persona umana. Ora, non solo questo è lungi dall’essere provato, e non solo l’onere della prova spetta a chi lo afferma, ma soprattutto: a partire da quando questo cambiamento di metodi sarebbe riscontrabile, e, di conseguenza, di quali progressi della medicina la persona nonviolenta, antirazzista etc. può usufruire e di quali no per poter aspirare alla palma della coerenza?
5. Per una introduzione sintetica all’etica del care e alla sua applicazione all’etica animale v. Agnese Pignataro, «Ascoltando voci diverse», Diogene magazine n°22/marzo-maggio 2011, pp. 40-43.
6. Carol Gilligan, In a Different Voice, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) and London (England) 1982, 1993, pp. 25-29 (trad. it. Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, trad. it. di A. Bottini, Feltrinelli, Milano, 1987).
7. David Hume, Trattato sulla natura umana, Libro II, parte terza, sezione terza «Motivi che influenzano la volontà» (in Opere filosofiche/I, a cura di E. Lecaldano, trad. it. di A. Carlini, E. Lecaldano e E. Mistretta, Laterza, Bari 1987-1993, p. 436).
8. Ivi, p. 438.
9. Ivi, p. 437.
10. Eugenio Lecaldano, Hume e la nascita dell’etica contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1991 1998, p. 172.
11. In questa sede intendiamo evidenziare la prossimità tra la visione di Hume e quella delle teoriche del care relativamente alle modalità di approccio dei dilemmi etici. Naturalmente tra le due visioni esistono anche differenze, sia quanto ai presupposti antropologici delle rispettive teorie etiche che quanto alla portata dei sentimenti morali.
Green Hill: un caso su cui riflettere - di Marco Reggio
L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Liberazioni, nr. 10 (autunno 2012)
(può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista)
Green Hill: un caso su cui riflettere
di Marco ReggioScopo del presente articolo è quello di suggerire alcuni elementi di riflessione sulla mobilitazione contro Green Hill, l’allevamento di cani beagle per la vivisezione[1]. L’incalzante susseguirsi degli eventi, in questi due anni, ha ostacolato l’apertura di un dibattito che invece sarebbe stato utile per lo sviluppo di strategie di lotta antispecista, a maggior ragione adesso che la chiusura dell’allevamento sembra a portata di mano.
La mobilitazione contro uno dei più grandi allevamenti italiani di animali per la vivisezione inizia nella primavera del 2010 con l’inaugurazione della campagna «Salviamo i Cani di Green Hill», nata nell’ambiente dell’animalismo radicale sull’onda della chiusura dell’allevamento “Morini”[2] e promossa dal «Coordinamento Fermare Green Hill» (FGH). Se il riscontro in termini di partecipazione è stato fin da subito incoraggiante e ha coinvolto – seppur in posizione defilata – anche molte associazioni protezioniste, la risonanza mediatica, almeno in questa prima fase, è stata invece modesta. Dopo due mobilitazioni nazionali, FGH promuove una manifestazione nazionale a Roma (25 settembre 2010), in cui le rivendicazioni per la chiusura dell’allevamento si uniscono alle proteste contro la nuova Direttiva Europea sulla vivisezione, giudicata, dai più, deludente se non peggiorativa: partecipano circa 10.000 manifestanti.
Nei mesi successivi, si susseguono mobilitazioni di vario genere – dai presidi, alle iniziative di tipo legale, alle raccolte firme – che, pur non riuscendo a conseguire risultati significativi, contribuiscono a mantenere viva, sebbene a fasi alterne, una discreta attenzione sul caso Green Hill e sulla sperimentazione animale in Italia. In seguito, la pressione si sposta progressivamente verso obiettivi diversi: dal Comune di Montichiari, che concede i permessi per l’allevamento, alla ASL, alla Regione, che promette di promulgare leggi contro gli allevamenti per la vivisezione in Lombardia, fino al Parlamento, cui viene di fatto demandata la responsabilità di agire a livello normativo per chiudere Green Hill. Quest’ultimo passaggio è incoraggiato, in particolare, dalla presentazione da parte dell’On. Michela Vittoria Brambilla – Ministro al Turismo del governo Berlusconi dal maggio 2009 al novembre 2011, – di un emendamento alla legge comunitaria di recepimento della Direttiva Europea 63/2010 per la regolamentazione dell’uso di animali a fini scientifici ed educativi. L’emendamento, secondo la Ministra, vietando l’allevamento di cani, gatti e primati per laboratori, permetterebbe «di voltar pagina con la sperimentazione animale dopo decenni di orrori». L’on. Brambilla, nel frattempo, partecipa con crescente assiduità alle mobilitazioni, dando così grande rilievo mediatico alla protesta.
La presenza di un’importante figura del governo, insieme all’interessamento di alcuni media scandalistici, funge da cassa di risonanza e attrae grandi consensi nella parte (maggioritaria) del movimento animalista convinta della trasversalità della lotta e dell’utilità dell’intervento dell’on. Brambilla. In questa fase, nasce il gruppo «Occupy Green Hill» (OGH) che accetta e ricerca la collaborazione della Ministra. Le mobilitazioni promosse da questo gruppo sono spesso distinte da quelle di FGH, in quanto quest’ultimo non accetta il rapporto con la parlamentare, anche se stenta ad esplicitare chiaramente questa scelta. La maggior parte degli attivisti sembra non comprendere i motivi della divisione e partecipa pertanto alle iniziative di entrambi i gruppi. L’idea dominante è che la mobilitazione contro la vivisezione non sia un fatto “politico”, e che, quindi, chiunque aiuti a dare visibilità e incisività alla lotta debba essere ben accetto , indipendentemente da come o in nome di che cosa lo faccia.
Oltre che dalla presenza dell’on. Brambilla e dalle proteste di massa (cortei e presidi), l’attenzione viene tenuta alta da alcune azioni eclatanti di FGH: l’occupazione per alcune ore del tetto dell’allevamento da parte di 5 attivisti e l’incatenamento (sempre per alcune ore) ai cancelli degli uffici amministrativi dello stesso. Per tutta la durata della campagna contro Green Hill, almeno fino all’aprile del 2012, non avvengono liberazioni o danneggiamenti rilevanti, né scontri di piazza, come accaduto invece in passato per altre mobilitazioni.
In attesa della discussione parlamentare dell’emendamento dell’on. Brambilla, si concretizzano da parte del fronte pro-vivisezione varie prese di posizione in difesa della ricerca con animali, segno della necessità di controbattere ad un’ondata emotiva antivivisezionista che rischia di puntare i riflettori sul mondo della sperimentazione animale. La diatriba finisce per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e il 28 aprile 2012, durante un corteo indetto da OGH, diversi manifestanti, non riconducibili ad alcun gruppo specifico, scavalcano le recinzioni ed entrano nell’allevamento. Sotto gli occhi di pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto, i manifestanti liberano “illegalmente” decine di beagle. Alcuni di questi vengono ripresi, altri vengono portati via dai manifestanti. Dodici attivisti vengono arrestati.
Le proteste prendono slancio e, tra maggio e giugno, sia le giornate di mobilitazione internazionali indette da FGH che quelle organizzate da OGH trovano grande seguito. Il dibattito parlamentare, nel frattempo, viene rinviato. Al momento, dopo un altro corteo indetto da FGH, che ha visto la partecipazione di circa 3.000 persone, e dopo l’improvviso quanto inaspettato sequestro giudiziario dell’allevamento e l’affido temporaneo a LAV e Lega Ambiente dei 2.500 beagle ivi rinchiusi, non è stata ancora definitivamente discussa la Legge comunitaria 2001 e, soprattutto, non si sa se verrà approvata e se sì con quali modifiche[3].
UNA TURISTA PER CASO?
Uno dei punti meno dibattuti – se si eccettuano le polemiche di basso profilo che tipicamente animano i social network – è il ruolo giocato dall’on. Brambilla nella campagna contro Green Hill. L’onorevole del PdL inizia il suo impegno pubblico nella campagna con la manifestazione nazionale di Roma, ma la sua presenza si fa più assidua e plateale a partire dall’autunno 2011. Ritengo si possa affermare che sia soprattutto suo il “merito” della risonanza mediatica della protesta contro l’allevamento, protesta che – nonostante i numeri significativi ed alcune azioni eclatanti di FGH – stenta ad affermarsi sui maggiori organi di stampa e sui canali televisivi nazionali. In realtà, quella che a tratti potrebbe sembrare una presenza episodica, dettata dalla volontà di racimolare qualche voto, va inquadrata in una strategia di creazione del consenso cominciata in precedenza. L’on. Brambilla, infatti, è notoriamente un’animalista già nel momento in cui si affaccia alla politica nazionale tra le fila del partito di Silvio Berlusconi. Nella primavera del 2010 aveva lanciato il manifesto «La Coscienza degli Animali», insieme a Umberto Veronesi e ad altre personalità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura. I principi enunciati sono improntati ad una visione zoofila e protezionista della questione animale, con dichiarazioni di intenti abolizionisti in alcuni campi limitati (caccia e circhi), visione questa che ben si concilia con la trasversalità politica dei suoi promotori e che non viene contestata neppure negli ambienti animalisti radicali, che evidentemente ne sottovalutano la portata[4].
Il tipo di animalismo che l’on. Brambilla incarna si sposa con alcuni aspetti che caratterizzano fin dall’inizio la campagna contro Green Hill. In particolare, il fatto che l’obiettivo scelto sia un allevamento di cani beagle ha permesso di coinvolgere nella protesta molte persone legate al mondo dei canili e della zoofilia, e nella maggior parte dei casi con scarsa preparazione politica e con scarsa propensione alla stessa. Tale area è già politicamente trasversale e, quindi, accoglie con favore la dichiarazione d’ingresso nella mobilitazione da parte dell’on. Brambilla: «Non faccio politica» (un’evidente assurdità, soprattutto per una Ministra!). In secondo luogo, anche la volontà di concentrarsi su un singolo e specifico obiettivo presenta implicitamente la questione della tortura degli animali come un fatto “tecnico”, risolvibile estirpando uno ad uno gli allevamenti. Questo aspetto, insieme al diffuso uso nell’ambiente animalista sia radicale che protezionista di argomenti antivivisezionisti di tipo “scientifico”, ha forse favorito il prevalere di un approccio “apolitico”.
Dopo un anno di visibilità mediatica grazie alla campagna contro Green Hill e dopo i mutamenti nello scenario politico nazionale, l’on. Brambilla è ora accreditata come personaggio “emergente”, portatrice di un cospicuo consenso per il PdL: la stampa prevede, fra le altre possibilità, che fondi una lista civica nazionale per le prossime elezioni.
Parallelamente, in campo animalista, ha rafforzato la sua piccola associazione, la «Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente» (LeIDAA), fino a fondare un soggetto nazionale, «Nel Cuore - Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente», che si pone come interlocutore delle istituzioni, grazie all’adesione delle più grandi associazioni ambientaliste e animaliste italiane: OIPA, ENPA, LAV, LNDC, LeIDAA, LIPU, Marevivo e WWF.
Il dibattito nel mondo antispecista sulla presenza dell’on. Brambilla rimane scarso; la maggioranza dei militanti (anche “di sinistra”) ne accettano e ne difendono l’operato. Il suo emendamento alla Legge comunitaria 2011 è considerato come qualcosa da sostenere comunque, benché prenda in considerazione unicamente cani, gatti e primati, e non sia chiaro se contenga reali miglioramenti sul fronte delle limitazioni alla vivisezione. Altrettanto poco chiaro è se la sua approvazione porterebbe alla chiusura di Green Hill, come da lei sostenuto.
PET, CAVIE, MALTRATTAMENTI
Nonostante alcuni cambiamenti di rotta rispetto alle precedenti campagne, la percezione dell’opinione pubblica animalista è quella di un movimento che prende di mira una singola azienda, per determinarne la chiusura, con l’intento implicito, una volta ottenuto il successo sperato, di concentrarsi su un’altra azienda, e poi sulla successiva, e così via. La visione sottesa a tale operare è quella di un sistema – il sistema vivisezione – che crollerebbe per progressiva mancanza di fornitori. Infatti, come nel caso della campagna «Chiudere Morini», il conflitto generato dal basso non è diretto ai laboratori, ma agli allevatori. Da un lato, questo richiamo all’obiettivo immediato (chiudere il posto x) è uno dei motivi del successo numerico della mobilitazione, poiché il conseguimento di un risultato raggiungibile è allettante per chi si muove in un ambito difficile, come quello della lotta allo sfruttamento animale. Dall’altro, incentiva (forse non ineluttabilmente) un approccio squisitamente strumentale, quasi “tecnico” alla questione. In virtù di tale approccio, qualunque strategia comunicativa così come qualunque cavillo burocratico vanno bene, purché “funzionino” per determinare la chiusura, in questo caso, di Green Hill. Probabilmente non è una coincidenza che la vittoria che in questi giorni si prospetta sembra essere stata innescata da un esposto legale sulle irregolarità evidenziate nella gestione della struttura; irregolarità, tra l’altro, per lungo tempo eluse dagli stessi enti pubblici preposti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni. L’“affaire Green Hill”, insomma, mostra di essere un caso di mala-gestione (privata e pubblica). Proprio per questo riesce a spostare l’attenzione dalla questione etica più complessa (l’uso degli animali nella ricerca e la chiusura degli allevamenti) a quella contingente (il problema del benessere degli animali all’interno degli allevamenti), mostrando dunque, almeno da questo punto di vista, la debolezza di una campagna, che si vorrebbe abolizionista, impostata però sul principio emergenziale del “tutto fa brodo”.
Allo stesso modo può essere interpretato anche il nome della campagna: «Salviamo i cani di Green Hill». Il modo di percepire la lotta da parte delle migliaia di animalisti accorsi alle varie proteste sembra improntato dal desiderio di salvare quel gruppo di cani, il cui valore simbolico è stato ingigantito in questi due anni dagli slogan dei vari gruppi di pressione; slogan che hanno trovato terreno fertile in una zoofilia abituata a considerare il problema dei pet e del randagismo in un’ottica emergenziale più che strutturale. Una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una maggiore riflessione collettiva sul carattere sistemico della vivisezione (e della produzione in serie delle cavie animali) avrebbe forse permesso di evidenziare la sostituibilità[5] di quei cani e degli animali da laboratorio più in generale. Si tratta di un elemento di cui tenere conto, a maggior ragione, alla luce dei recenti sviluppi del caso[6].
Accanto a questo aspetto, va considerata la scelta di impostare la protesta sull’empatia nei confronti di una particolare specie (i cani) di una particolare razza (i beagle). Infatti, il doppio status di cui godono gli animali detenuti dentro i capannoni di Green Hill ha implicazioni su diversi piani: l’ambivalenza del loro status morale sul piano giuridico, contemporaneamente da pet e da cavia, si riflette anche, sul piano emotivo e simbolico. I proclami di lotta in favore delle cavie di ogni specie sono stati perlopiù vanificati, proprio a causa di questa ambiguità. Non solo: alcune strategie specifiche della campagna hanno avuto l’effetto collaterale di rafforzare lo iato fra cavie-pet e cavie-tout-court. In particolare, la scelta di fare leva sull’applicazione della legge sui canili e sugli allevamenti di cani per mettere in difficoltà l’allevamento ha incentivato implicitamente proprio la mobilitazione (emotiva e fisica) a favore dei “cani”. Paradossalmente, il fallimento nell’uso di tale leva giuridica ha sancito la vera natura della questione: a Green Hill si applica la legge sulla sperimentazione animale, poiché i suoi detenuti non sono randagi – potenziali animali d’affezione –, ma materiali da esperimento scientifico[7].
Con queste premesse, lo scivolamento del movimento verso parole d’ordine e strategie ambigue è sembrato quasi inarrestabile. Infatti, come detto, l’enfasi sul maltrattamento dei cani rinchiusi nelle strutture della Marshall ha finito per oscurare rapidamente la denuncia della detenzione in sé e della finalità di tale pratica (rifornire i laboratori): le percosse, le soppressioni motivate da ragioni economiche e perfino le irregolarità formali hanno costituito – a tratti – potenti leve per suscitare indignazione e mobilitazione, con il rischio, però, di promuovere la classica logica delle “mele marce”.
DAGLI ALLEVAMENTI AI LABORATORI
Un altro aspetto, tipico delle campagne di pressione animaliste, dalla campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) in poi, è quello di concentrarsi sulla vivisezione come impresa, più che come sistema. Che cosa significa che la vivisezione è un’impresa (perché, in effetti, è anche questo)? Significa che, sia nel pubblico che nel privato, è un’attività produttiva sostenuta da altre attività produttive, tra cui la fornitura di animali da esperimenti. L’approccio delle campagne mira a togliere ossigeno all’“impresa vivisezione”, colpendone i fornitori. Quest’ottica, dal punto di vista strategico, non tiene conto dei più elementari meccanismi del capitalismo nell’era della globalizzazione, cioè di un mondo in cui alla chiusura di un allevamento in Italia si può rispondere con l’importazione di cavie da Paesi in cui regole, costi e impatto del dissenso sono minori. In tal senso, questa strategia si riduce ad un semplice escamotage per parlare, genericamente, di vivisezione. Soprattutto, però, denota una visione ancora non sufficientemente matura per la costituzione di un movimento contro l’uso di cavie nella ricerca scientifica, poiché non individua nel paradigma della sperimentazione animale (privata e, soprattutto, universitaria) il bandolo della matassa. La scelta di individuare gli allevamenti di cavie, anziché i laboratori, come possibili obiettivi di una campagna è densa di implicazioni che vanno ben al di là della sola questione economica; implicazioni che dovremmo iniziare ad indagare prima possibile: altrimenti, i proclami abolizionisti dei settori più radicali della protesta rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti.
[1] L’allevamento Green Hill, sito a Montichiari (BS), è di proprietà della multinazionale britannica Marshall Farm (http:// www.marshallbio.com). Dal 23 luglio 2012 è stato posto sotto sequestro probatorio dal Tribunale di Brescia.
[2] L’allevamento di topi, cavie e cani per la sperimentazione, sito a S. Polo d’Enza (RE), di proprietà della ditta Stefano Morini Sas, ha chiuso alla fine del 2009, dopo una campagna di pressione avviata nell’ottobre del 2002 dal «Coordinamento Chiudere Morini» (http://www.chiuderemorini.net).
[3] I fatti riportati sono desunti dalle agenzie di stampa e dai documenti ufficiali diffusi tramite internet (siti web, newsletter, comunicati, ecc.) dei principali gruppi che hanno organizzato e partecipato alla mobilitazione contro Green Hill (http://fermaregreenhill.net, http://occupygrenhill.it, http://www.michelavittoriabrambilla.it). Una cronologia degli eventi è reperibile in ANet: http.//www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=193:ghdueanni, dove è anche pubblicata una raccolta di commenti e comunicati riguardo all’“emendamento Brambilla” e al relativo dibattito: http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=6:su-green-hill-e-labolizione-della-vivisezione-in-italia. Le successive considerazioni sulle caratteristiche della campagna contro l’allevamento Green Hill si basano essenzialmente su queste fonti. Va precisato, per completezza, che chi scrive non ha partecipato alle mobilitazioni: le osservazioni espresse sono dunque basate sulle prese di posizioni pubbliche dei vari attori in gioco, il che, inevitabilmente, costituisce al tempo stesso un limite e una ricchezza del presente saggio. Alcuni elementi di analisi della campagna contro Green Hill sono contenuti, inoltre, nel mio «Antispecisti neri? Parliamone…», in http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri).
[4] Unica eccezione è l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, http://www.liberazioni.org/ra/ra/t30.htm.
[5] Il salvataggio dei 2.500 beagle detenuti nell’allevamento di Montichiari è letteralmente il salvataggio di quei beagle, che vengono rimpiazzati (replacement) da altrettanti cani, probabilmente allevati in altri stabilimenti della stessa multinazionale, poiché gli esperimenti cui sono destinati e il business che ne deriva, naturalmente non cessano.
[6] Nei giorni in cui questo articolo veniva scritto, la Procura di Brescia ha ordinato il sequestro della struttura e l’affidamento temporaneo dei beagle tramite LAV e Legambiente. Ovviamente, l’affido di 2.500 cani alle strutture legate al volontariato animalista pone problemi rilevanti con notevoli implicazioni politiche, di cui sarà necessario discutere, non appena il quadro diverrà più chiaro. Per ora, credo sia utile rilevare che la gestione delle vittime è stata scaricata in modo dichiarato, da parte delle stesse istituzioni colpevoli dei maltrattamenti, sul buon cuore degli animalisti: «La procura ha nominato i nuovi custodi per non fare pesare su Comune e ASL un compito oneroso sotto molti punti di vista, benché con il sequestro del mangime presente nell'allevamento il cibo ai beagle è garantito per i prossimi due mesi. Ma secondo la procura c'era pure il “concreto pericolo che la Green Hill 2001, realizzando l'impossibilità di riprendere l'attività, possa non corrispondere più lo stipendio al personale deputato al nutrimento dei cani, i quali potrebbero cessare il servizio”», Wilma Petenzi, «La società ricorre: “Dissequestrate”», in «Corriere della Sera», 25 luglio 2012, http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ luglio_25/20120725BRE02_11-2011163467643.shtml.
[7] La legge invocata in un primo tempo da FGH è la Legge Regionale 33/2009, che obbliga tutti i canili e gli allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi. La legge applicata all’allevamento è invece la Legge 116/92, che norma i laboratori e – sommariamente – i loro fornitori.
17/10 a Monza: Liberi pensieri su Green Hill
c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza
Cena e dibattito "Liberi pensieri su Green Hill"
a cura di Oltre la Specie
Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro
GRADITA PRENOTAZIONE!
Info e prenotazioni: 039-490403 348-2603861
Dettagli nella locandina
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Green Hill, indagati la sindaca, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia
Green Hill, indagati la sindaca, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia
Articoli stampa:
Vedi anche:
- Cronologia della lotta contro Green Hill
- Dossier su Green Hill di Antispecismo.net
Green Hill: due anni di lotte
Pubblichiamo di seguito una cronologia sommaria degli eventi relativi alla lotta contro l'allevamento di cani per la vivisezione "Green Hill", a partire dalla primavera 2010 fino a luglio 2012, curata da Antispecismo.net.
Auspichiamo che possa costituire un valido strumento per il dibattito sulla campagna e sulle prospettive del movimento antivivisezionista in Italia.
Le fonti sono quelle segnalate di volta in volta tramite i link, oltre alle principali agenzie di stampa.
Nonostante il tentativo di presentare un resoconto il più "oggettivo" possibile, sappiamo che la seguente cronologia è necessariamente parziale. Chiunque voglia segnalarci inesattezze o mancanze e pertanto invitat* a scriverci.
(Vedi anche: contributi su Green Hill raccolti da Antispecismo.net)
GREEN HILL: CRONOLOGIA 2010-2012
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MARZO 2010: Nasce il Coordinamento Fermare Green Hill (FGH)
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24 APRILE 2010: Corteo di FGH (2.000 persone) a Montichiari
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MAGGIO 2010: nasce il Manifesto “La Coscienza degli Animali” di Michela Vittoria Brambilla ed altri personaggi del mondo della scienza, dello spettacolo, della politica.
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25 MAGGIO 2010: Presidio (1.000 persone) davanti a Green Hill
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GIUGNO 2010: Iniziano proteste contro la ASL Lombarda (Milano)
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25 SETTEMBRE 2010: Corteo a Roma (10.000 persone); poca attenzione medicatica; presente M.V. Brambilla che non è invitata, ma la cui presenza a titolo individuale viene tollerata
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6 NOVEMBRE 2010: Corteo nazionale a Montichiari fino a Green Hill (2.000 persone)
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OTTOBRE-NOVEMBRE 2010: FGH punta sull’applicazione delle leggi sugli allevamenti di cani (Legge Regionale 33/2009 che obbliga tutti i canili e allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi)
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18 GENNAIO 2011: contestazione di FGH durante il Consiglio Regionale
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FEBBRAIO 2011: presidi FGH e comitato di cittadini antivivisezionisti di Montichiari
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5 MARZO 2011: corteo nazionale FGH a Milano (3.000 persone); ancora poca attenzione mediatica
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APRILE 2011: depositato progetto di legge regionale contro gli allevamenti per la vivisezione (verrà poi ritirato un anno dopo)
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APRILE-MAGGIO 2011: proteste scenografiche a Milano, Roma, Bologna
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MAGGIO 2011: proposta di legge Brambilla sulla vivisezione
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SETTEMBRE 2011: L’OIPA perquisisce Green Hill e presenta un esposto per la sua chiusura motivando la richiesta con irregolarità (di tipo sostanzialmente amministrativo), senza successo
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SETTEMBRE 2011: FGH annuncia di rivedere la strategia, ammette che “Green Hill di fatto ancora oggi opera seguendo solo ed esclusivamente la Legge 116/92, legge nazionale che regola la vivisezione, sia i laboratori che in poche sintetiche e imprecise righe anche i fornitori di animali”, la Regione sostanzialmente fatto voltafaccia; le mobilitazioni si concentrano a Montichiari
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14-15 OTTOBRE 2011: due giorni di mobilitazione a Montichiari
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14 OTTOBRE 2011: Occupazione per 29 ore del tetto di un capanno di Green Hill da parte di 5 attivist* di FGH
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NOVEMBRE 2011: la pressione si sposta sul sindaco di Montichiari cui viene sottoposta un’istanza di chiusura per ragioni legali, senza successo
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19 NOVEMBRE 2011: corteo di FGH a Montichiari (4.000 persone)
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2 DICEMBRE 2011: due proteste (una del comitato montichiarese, l’altra di FGH) con 200 persone; alcuni “cani sciolti” iniziano lo sciopero della fame ad oltranza; arriva loro il sostegno della ministra Brambilla
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DICEMBRE 2011: nasce “Occupy GreenHill” (OGH), in supporto allo sciopero della fame, con un presidio permanente sotto il municipio e poi sotto l’allevamento
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23 DICEMBRE 2011: presidio di FGH alla Regione Lombardia (100 persone)
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14 GENNAIO 2012: fiaccolata di OGH a Montichiari (migliaia di persone)
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4 FEBBRAIO 2012: presidio di FGH a Brescia (70 persone)
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7 FEBBRAIO 2012: ufficializzata la proposta di legge regionale
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FEBBRAIO 2012: scoppia lo scandalo macachi alla Harlan di Correzzana. Viene denunciato l’arrivo di 750 macachi all’azienda di vivisezione lombarda Harlan; interviene M.V.Brambilla insieme ad alcune associazioni protezioniste e al gruppo “CentoperCentoAnimalisti”, ottenendo grandissima visibilità e bloccando temporaneamente la consegna degli animali.
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3 MARZO 2012: oltre 50 iniziative di OGH in tutta Italia
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11 MARZO 2012: allucchettamento di attivisti FGH all’Ospedale S.Raffaele di Milano (centro dove si pratica la vivisezione), davanti ad un serraglio erronamente ritenuto allevamento di scimmie da laboratorio; dopo qualche ora gli attivisti se ne vanno con la promessa del responsabile comunicazione dell’ospedale di rispondere pubblicamente ad alcune domande sulle sperimentazioni al S.Raffaele (promessa poi non mantenuta)
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15 MARZO 2012: FGH lancia l’operazione “altrimenti ci arrabbiamo”, con cui invita a scrivere ai parlamentari per non affossare il progetto di legge antivivisezione, e di appendere striscioni in tutta Italia
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20 MARZO 2012: attivisti FGH si allucchettano ad un ufficio di GH nell’ambito dell’operazione “altrimenti ci arrabbiamo”; se ne vanno spontaneamente dopo poche ore
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24 MARZO 2012: nasce “Nel Cuore” di M.V.Brambilla, Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente
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APRILE 2012: campagna pubblicitaria della lobby della vivisezione
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28 APRILE 2012: durante un corteo (1.000 persone) indetto da Occupy Green Hill, diversi manifestanti non riconducibili ad alcun gruppo entrano nell’allevamento e sotto gli occhi delle poche forze dell’ordine liberano decine di beagle. Alcuni vengono recuperati, altri si salvano. Dodici arresti
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8 MAGGIO 2012: giornata mondiale FGH contro Green Hill, giorno prima dei lavori della commissione del Senato; 82 proteste nel mondo
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16 MAGGIO 2012: giornata di mobilitazione OGH, circa 50 città
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16 GIUGNO 2012: corteo nazionale a Roma indetto da OGH e dal Coordinamento Antispecista del Lazio (10.000 persone), presente come protagonista l’on. Brambilla; buon rilievo mediatico
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30 GIUGNO 2012: corteo nazionale a Montichiari indetto da FGH (3.000 persone)
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23 LUGLIO 2012: la Procura di Brescia pone sotto sequestro l’allevamento per maltrattamenti emersi a seguito di un esposto di LAV e Legambiente; in un primo momento di cani sono affidati alla struttura stessa, poi vengono affidati a LAV e Legambiente; viene organizzato il progetto “SOS Green Hill” per trovare e selezionare gli affidatari dei cani (le associazioni che vi partecipano sono: Apnec (Associazione Professionale Nazionale Educatori Cinofili), Avcpp (Associazione Volontari Canile Porta Portese), Comitato "Montichiari contro Green Hill", Coordinamento "Fermare Green Hill", Enpa, Lav, Leidaa, Legambiente, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Libertas, Occupy Green Hill, Oipa, Vita da Cani
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27 LUGLIO 2012: i beagle iniziano ad uscire materialmente dall’allevamento
- 3 AGOSTO 2012: la Procura conferma il sequestro dei beagle ma restituisce la struttura ai proprietari
- 25 SETTEMBRE 2012: indagati la sindachessa, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia
- 1 OTTOBRE 2012: dopo il sequestro probatorio dei beagle viene disposto il sequestro preventivo (che blocca le attività della struttura)
- 25 OTTOBRE 2012: il tribunale del riesame dispone il dissequestro della struttura (i beagle restano invece alle famiglie affidatarie)
Green Hill: i beagle lasciano il lager!
I beagle lasciano Green Hill: la procura firma il decreto di custodia
I cani affidati a Legambiente e Lav, le associazioni che hanno presentato l'esposto che ha portato al sequestro del canile
I beagle lasciano il lager: lunedì 23 luglio la procura ha infatti firmato il decreto di custodia e affidato i cani a Legambiente e Lav (lega antivivisezione), le associazioni che hanno presentato l'esposto da cui è scaturito, nei giorni scorsi, il sequestro del canile. Spetta a loro prendersi cura dei cuccioli finché non saranno individuate della famiglie adottive.
Aggiornamenti:
Antispecisti neri? parliamone - di Marco Reggio
ANTISPECISTI NERI? PARLIAMONE
di Marco Reggio
Con questo scritto vorrei esprimere alcune considerazioni sul “dibattito”[1] fra il settimanale Left ed alcuni antispecisti che hanno risposto all’articolo di Andrea Musella sulle infiltrazioni neofasciste nella mobilitazione contro Green Hill. Credo che la risposta di Leonardo Caffo e – soprattutto – quella di Leonora Pigliucci non colgano nel segno, perdendo un’importante occasione di riflessione sulla più rilevante campagna antivivisezionista italiana del momento e sulle pratiche antispeciste in generale. Entrambi rilevano infatti, giustamente, il rischio che possa passare il messaggio per cui occuparsi dei diritti animali sia automaticamente un’attività “di destra”. Tuttavia, l’articolo di Musella è anche – nelle o al di là delle intenzioni dell’autore, poco importa – un’esortazione a considerare il perchè delle infiltrazioni della destra nell’ambiente animalista/antispecista, interrogandosi sui presupposti di una deriva qualunquista che ha – di fatto – investito la protesta contro Green Hill. Negare quest’ultimo punto significa nascondere la testa sotto la sabbia, atteggiamento di miopia politica che Musella implicitamente – a ragione? – ci rimprovera.
Mi soffermerò dunque su alcune affermazioni della risposta di Pigliucci che, a mio parere, offrono una descrizione del problema fuorviante sia per il dibattito interno che per lo sviluppo di una dialettica costruttiva fra gli antispecisti e quelle porzioni di opinione pubblica dotate di diverse sensibilità e portatrici di diverse istanze (antirazzismo, femminismo, critica anticapitalista, ecc.), ma comunque interessate al tema dello sfruttamento animale[2].
ANTISPECISTI FASCISTI
Anzitutto, l’articolo di Pigliucci si premura di sminuire la misura dell’infiltrazione della destra, incarnata in due soggetti – conniventi ma ben differenti -, il gruppo “centopercentoanimalisti” e l’On. Michela Vittoria Brambilla. Il primo viene identificato sostanzialmente con il suo leader dal passato forzanovista, e relegato ai margini del “movimento”. E’ vero che – come dice l’articolo – “quella dei centopercentoanimalisti è una minoranza [...] che agisce con molta pompa verbale, ma poca sostanza”; tuttavia, quello che va discusso è l’appoggio passivo che tale gruppo riceve da un vasto ambiente di sostenitori della lotta contro Green Hill. Se questo gruppo è marginale, la consapevolezza delle sue pratiche autoritarie e prevaricatorie è comunque scarsa: l’indifferenza con cui gli attivisti accolgono spesso tali problematici aspetti non è certo indice di una deriva neofascista in senso stretto, ma di una forte tendenza al qualunquismo e al populismo, questo sì. Non è qui la sede adatta per indagare il legame fra qualunquismo e fascistizzazione del movimento: posso rimandare alle pregnanti analisi di Munus Umanus (Animalismo: dall’attivismo politico al linciaggio e Il regalo avvelenato della Regina Brambilla), nonchè al più recente articolo di Barbara X (Adesso Basta! Da che parte stai?). Per inciso, l’articolo di Pigliucci sembra considerare, come punto centrale, il passato neofascista del leader dei Centopercentoanimalisti. Questo è, a mio avviso, un errore. Anche se il passato di tale personaggio può essere la spia dei caratteri autoritari del suo gruppo, sono questi ultimi – appunto – che debbono interessarci, sono questi che dobbiamo analizzare, respingere ed evitare di riprodurre: il verticismo, il culto della personalità, la pratica e la retorica ultra-machista, la visione del conflitto sociale come guerra distruttiva, l’aggressione violenta (ancorchè verbale) del nemico “interno”, gli attacchi ad personam per silenziare il dissenso, la logica dell’”o con noi o contro di noi”, il rifiuto sprezzante dell’animalismo “politicizzato”. Concentrarsi sull’aspetto più visibile (talvolta quasi folkloristico) del neofascismo è – temo – un errore che non fa soltanto Musella, nè Pigliucci, nè gli animalisti in generale. Il fascismo democratico di Berlusconi e Bossi, per esempio, è stato negli ultimi decenni molto più dannoso delle attività delle varie formazioni vistosamente neofasciste. La prassi antifascista dovrebbe sempre preoccuparsi di smascherare i nessi fra il fascismo estremo e il ben più pericoloso fascismo filo-istituzionale[3].
ANTISPECISTI IN PARLAMENTO
Se la presenza di questo gruppo può essere, in senso stretto, circoscritta, molto più ottimistica – troppo – sembra essere la minimizzazione dell’influenza di Michela Vittoria Brambilla. L’articolo di Pigliucci parla di «presenza estemporanea»: magari fosse vero.
L’ex Ministra del Turismo è presente ormai da quasi due anni ai cortei anti-GreenHill[4], e non perde occasione di mostrarsi in televisione o sui giornali. Non è una sorpresa – o non dovrebbe esserlo – per gli antispecisti, dato che i mesi della primavera del 2010 hanno visto esordire sia la campagna “Fermare Green Hill”, sia il manifesto per la “Coscienza degli Animali”, un movimento d’opinione politicamente trasversale creato insieme a personaggi del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo. Il movimento “libertario” non ha saputo però spendere mezza parola contro questa operazione di spoliticizzazione e strumentalizzazione delle istanze antispeciste[5], salvo lamentarsi – di recente – del presenzialismo inarrestabile di M.V. Brambilla[6]. Nel frattempo, questa paladina dei diritti animali in cerca di voti per un centrodestra in crisi, ha fatto crescere, grazie al suo progressivo inserimento nel movimento, la propria associazione animalista, per poi fondare la “FIDAA – Nel Cuore” (Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente), con lo scopo di egemonizzare la gestione del rapporto fra associazionismo ambientalista/animalista e istituzioni.
Certo, M.V.B. non ha fondato la campagna – che nasce nell’ambito dell’animalismo radicale -, ma la moltitudine di persone che questa campagna ha saputo coinvolgere (superando ampiamente il potenziale di precedenti iniziative), ne approva perlopiù il presenzialismo come utile “alla causa”. La maggiorparte di queste persone fatica a capire le ragioni delle critiche a M.V.B., e partecipa indifferentemente alle mobilitazioni di entrambi i gruppi oggi maggiormente attivi: il Coordinamento Fermare Green Hill (d’ispirazione libertaria: è la realtà cui verosimilmente fa riferimento Pigliucci) e Occupy Green Hill (legato a Brambilla ed espressamente “apolitico”). Già, Occupy Green Hill.
La liberazione di decine di beagle del 28 aprile è avvenuta proprio durante un corteo indetto non da Fermare Green Hill, ma da Occupy Green Hill, cioè da quella parte del movimento legato a Michela Vittoria Brambilla, non dal “movimento libertario”. L’altro momento storico di rivendicazione del valore dell’azione diretta è, secondo Pigliucci – che addirittura rimprovera a Musella di averlo voluto boicottare – la manifestazione di Roma del 16 giugno[7]. Ebbene, anche questo corteo è stato indetto da Occupy Green Hill, e ha visto sfilare, accolta trionfalmente fra gli attivisti, proprio M.V.Brambilla.
ANTISPECISTI IN DIVISA
Anche la seguente affermazione dell’articolo di Pigliucci mi sembra contribuire alla confusione: «la liberazione di 70 cani dall’allevamento di Green Hill che ha sdoganato l’azione diretta al punto che il 30 giugno c’è stato un nuovo tentato blitz di liberazione di massa». Si ignora qui che questo tentativo è stato fatto in opposizione alla piattaforma ed al parere del Coordinamento Fermare Green Hill che l’aveva organizzata, proprio perchè il Coordinamento – a differenza di molti manifestanti politicamente impreparati – ha rilevato l’evidente ingenuità ed impraticabilità di un simile tentativo[8].
Non solo. Se l’intento di Pigliucci è quello di sottolineare l’urgenza di alcune questioni politiche («c’è bisogno di diventare un soggetto politico»; «la presa di posizione netta non è più rimandabile»), non si può non concordare con tale esortazione. Se, però, lo scopo è anche quello di mostrare “all’esterno” (cioè a Musella, a Left, alla sinistra, all’opinione pubblica) che il movimento respinge i rigurgiti neofascisti ed esprime una significativa profondità di pensiero e di prassi, bisogna stare attenti a fornire interpretazioni meno ingenue del conflitto politico. Ricondurre – anche solo in forma di ipotesi plausibile – la facilità della liberazione di decine di beagle al buon cuore dei poliziotti[9], non può che far sorridere chi è avvezzo alla politica fatta in piazza e magari anche un po’ prevenuto nei confronti dei difensori dei “cagnolini”. A ben vedere, potrebbe anche fare un po’ incazzare, se si pensa – proprio in questi giorni in cui persino la magistratura riconosce che non proprio tutto funziona alla perfezione nelle caserme e nelle questure – a che cosa hanno fatto questo “uomini e donne con familiarità ai cani” nella Scuola Diaz, a Bolzaneto, nei corteo no-Tav, ai vari Aldrovandi, Bianzino, Cucchi. La lista è infinita, e comprende anche i pestaggi selvaggi avvenuti al corteo nazionale contro l’allevamento Morini e la vivisezione: chissà, forse le squadre di piacchiatori in divisa erano composte soltanto di uomini e donne senza animali domestici...
A dirla tutta, l’ingenuità di questa interpretazione rivela una visione molto vicina a quel sentire comune animalista che ha spianato la strada a Michela Vittoria Brambilla: un’idea confusa di cambiamento sociale – quasi fatalista – mossa unicamente da una compassione per i “cagnolini”[10].
«A conferma di questa interpretazione sentimentale ci sono altrettanti video, caricati su internet sull’onda di un moto ingenuo (poiché anche quelli adesso costituiscono per molti indizi di colpevolezza) dove si vedono i liberatori commossi che baciano e alzano al cielo i cagnolini, fotografandosi alla luce del sole (chi è così sciocco, se non chi sa di essere dalla parte di una ragione più alta di una stupida proprietà privata, da fermarsi a immortalare il proprio reato sotto gli occhi dei poliziotti?)». Non c’è bisogno di trovare spiegazioni altisonanti per questa sciocchezza: si tratta di una sciocchezza. Le persone che hanno compiuto questo bellissimo gesto erano effettivamente persone dalla scarsa o nulla preparazione politica, tanto ingenue da farsi fotografare mentre commettono un reato (forse pensavano che anche gli agenti della DIGOS che avrebbero visionato i filmati hanno un cagnolino a casa ad aspettarli... sul divano).
ANTISPECISTI FILOSOFI
Alcune affermazioni sul percorso da cui prende le mosse la campagna contro Green Hill contenute nell’articolo mi hanno decisamente sorpreso, anche perchè sembrano voler chiarire la ricostruzione parziale ed imprecisa fatta da Musella.
Anzitutto, si parla di una storia «articolata sia come pratiche e soprattutto come pensiero». Delle pratiche vedremo poco oltre. Va intanto notato come pratiche e pensiero abbiano finora percorso due strade ben distinte: il «filone politico dell’antispecismo», la «seconda generazione» è sconosciuta – quando non invisa - agli attivisti e non ha esercitato se non una minima influenza sulle forme di azione antispecista[11]. Del resto, a parte Singer e Regan (il “primo” antispecismo), gli autori citati o suggeriti sono stati – loro sì – poco più di una «presenza estemporanea» nell’antispecismo. Mi riferisco a Horkeimer (chiamato in causa esplicitamente), Adorno, Heidegger, Lévinas, e – in misura minore – Agamben e Derrida (questi ultimi hanno in effetti affrontato in modo più diretto e consistente la questione animale, anche da un punto di vista non antropocentrico). Immagino che Pigliucci si riferisse a costoro. Non intendo qui sminuire la portata degli spunti presenti nella loro elaborazione concettuale[12], ma soltanto sottolineare come nessuno di loro si sia occupato principalmente della questione animale: per chi si occupa d’altro (come Musella, per esempio) è dunque normale non ravvisare la presenza di un corpus teoretico antispecista “di seconda generazione”, che – se esisterà – è ai suoi esordi e si fonda proprio sul lavoro di chi fa emergere i più importanti spunti di autori antropocentrici e li sviluppa in senso antispecista.
ANTISPECISTI IN AZIONE
In secondo luogo, l’articolo di Pigliucci ci ricorda che l’allevamento di Montichiari (a proposito, non è «l’unico in Italia»[13]) viene attaccato in seguito alla chiusura di Morini, avvenuta grazie alla campagna “Chiudere Morini”. Ora, è questa stessa vicenda ad aver indicato definitivamente come la strategia delle campagne di pressione sia da superare: i tempi inevitabilmente lunghi di chiusura di un allevamento lasciano infatti la possibilità di riorganizzare il mercato di rifornimento dei laboratori. Proprio per questo – e per altri motivi – la campagna contro Green Hill ha rapidamente mutato impostazione, almeno in parte, insistendo sulla necessità di creare attenzione mediatica sul dramma della vivisezione e puntando a modifiche legislative con implicazioni più ampie rispetto alla chiusura di un singolo allevamento. E invece, secondo l’articolo, Musella dovrebbe sapere che “questa modalità di lotta è mutuata da un modello anglosassone che ha una sua storia interessante, che con le stesse strategie di accerchiamento pacifico e boicottaggio economico ha portato alla chiusura di diversi allevamenti e laboratori del Regno Unito”. Questa modalità di lotta, che si sviluppa intorno alla campagna SHAC, semplicemente è fallita, ed è stata sostanzialmente abbandonata in tutti i paesi in cui si era diffusa. Ed è fallita a caro prezzo, stimabile negli svariati anni di galera comminati agli attivisti: perciò, spacciare questo metodo – oggi – come “interessante” è a mio avviso non solo sbagliato, ma pericoloso. Un’altra grande campagna italiana (AIP), fondata su principi in buona parte differenti, ma accomunata a tali campagne dall’idea fondamentale di abbattere un settore dello sfruttamento animale tramite il boicottaggio di singole aziende su cui concentrarsi “in serie”, è parimenti stata conclusa senza successo, e purtroppo anche senza una vera e propria riflessione pubblica. Per fortuna, qualche riflessione non pubblica c’è stata, dato che la campagna contro Green Hill ha, sotto questo aspetto, intrapreso strategie più mature.
ANTISPECISTI IN DISCUSSIONE
In conclusione, credo siano molto importanti i problemi che l’articolo di Pigliucci pone al movimento, ma altrettanto ingenua la ricostruzione della sua storia, del suo carattere libertario, antifascista e politicamente consapevole. La descrizione dei caratteri del movimento è talmente ottimistica da condurre ad usare espressioni quasi grottesche, come «rivoluzione in culla». Al contrario, una seria riflessione sul perchè il qualunquismo permea l’antispecismo è urgente ed è soltanto all’inizio, ma d’ora in poi non basterà dirsi ritualmente antisessisti e antirazzisti, o stigmatizzare i trascorsi fascisti del leader del gruppo avverso.
[1] Non si è trattato, in realtà, di un vero dibattito, poichè, a mio avviso, nessuno è entrato nel merito delle questioni sollevate – in modo piuttosto generico – da Left.
[2] Va però considerato che molte delle affermazioni che io critico, nell’articolo di Pigliucci, sono più facilmente comprensibili se si considera che quell’articolo, nelle intenzioni dell’autrice, doveva essere pubblicato su Left, ed era quindi rivolto ai lettori di tale rivista, presumibilmente poco edotti su molte dinamiche dell’ambiente animalista/antispecista.
[3] Non è un caso che i gruppi animalisti più facilmente associabili all’estrema destra (a CasaPound, in particolare) siano stati agevolmente tenuti alla larga dal Coordinamento Fermare Green Hill, grazie a dei semplici slogan, cosa che non funziona altrettanto bene con il fascismo strisciante del qualunquismo animalista.
[4] La sua prima partecipazione dichiarata è del 25 settembre 2010. Ad onor del vero, dal settembre 2010, per circa un anno M.V. Brambilla si interessa comunque marginalmente alla campagna; dall’autunno del 2011, invece, partecipa con frequenza alle iniziative e rilascia continue dichiarazioni a mezzo stampa.
[5] Unica eccezione, l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, che ha beneficiato di scarsissima eco anche negli ambienti “radicali”. Successivamente, il tema è stato trattato a latere in altri scritti, raccolti qui.
[6] Anche in questo caso, gli attacchi più frequenti a M.V.B. sono ad personam: le industrie ittiche di famiglia, la malagestione del canile di Merate. Benchè anche queste possano essere preoccupanti spie della strumentalità delle operazioni dell’Onorevole, dovremmo interessarci piuttosto a ciò che costei rappresenta politicamente, di quale visione di antispecismo sia portatrice (una visione apolitica e perciò di destra, paternalista, spesso xenofoba).
[7] “...più di 10.000 in piazza, per la più imponente manifestazione antispecista degli ultimi tempi” (L.Pigliucci).
[8] Si veda il comunicato 30 giugno: un corteo su cui riflettere.
[9] «... che gli stessi poliziotti, verosimilmente donne e uomini con familiarità ai cani (di quadrupedi, cani e gatti, ne abitano nell’80% delle case italiane), una volta compreso quello che stava per accadere, cioè la salvezza dalla tortura vivisettoria per piccoli snoopy di due mesi di età, non se la siano sentita di fermare i loro salvatori» (sic). Forse la “familiarità” dei tutori dell’ordine con i cani deriva anche dai rapporti di lavoro che con questi intrattengono: anche questa è familiarità, dopotutto.
[10] Non si intende qui sminuire il valore dell’empatia, indispensabile per l’antispecismo, quanto la sua espressione più ambiguamente legata all’animale d’affezione inteso almeno in parte come oggetto (Brambilla: i cani sono «esseri che hanno diritto a una famiglia, alla pappa e a un divano»...), e soprattutto l’idea che l’empatia possa bastare a se stessa, senza il bisogno di farsi strategia politica. Il Coordinamento Fermare Green Hill ha giustamente cercato di ricondurre al buon senso chi vedeva nelle forze dell’ordine dei possibili “solidali” con la causa: «Anche se comprendiamo lo spirito con cui molti speravano di poter entrare nell’allevamento, aprirne le porte e salvare gli animali, è un po’ ingenuo pensare che la polizia avrebbe permesso un’altra liberazione da Green Hill. Ed è sprovveduto quando si vede come stanno le cose scagliarsi addosso alla celere in antisommossa a mani alzate insultandoli dicendo che tanto “non possono farci niente”. Evidentemente oltre alla giusta rabbia per quanto accade in questo lager c’è stata molta ingenuità e mancanza di cognizione sul ruolo che la polizia ha in questi casi» (comunicato 30 giugno: un corteo su cui riflettere).
[11] Il Coordinamento Fermare Green Hill (cioè il movimento politico libertario cui l’articolo fa riferimento, insieme al pensiero antispecista politico) ha sovente mostrato insofferenza verso la filosofia antispecista, ed in particolare verso la cosiddetta “seconda generazione”. Le citazioni seguenti – estratte dalle lettere aperte di due degli attivisti del Coordinamento saliti per 30 ore sul tetto dell’allevamento Green Hill il 14 ottobre 2011 - sono in tal senso eloquenti. «La liberazione animale non è un concetto da discutere accademicamente in aule universitarie. Non è un pretesto per nutrire il proprio ego. Non è una “cosa umana” che si presta a dissertazioni di vario genere. Non trova luogo su facebook, sui forum o in altri luoghi irreali, che, curiosamente, come gli allevamenti sono non-luoghi, fatti di non-tempo e non-spazio. La liberazione animale è semplicemente qui ed ora, per tutti quelli che stanno aspettando la morte per mano umana». «Senza la partecipazione attiva non si possono cambiare le cose, e parlo anche di chi cerca di affrontare il discorso anche (o solo) a livello filosofico (tranne quando parla di cose che non sa e\o spara cazzate)».
[12] Si veda a questo proposito M. Calarco, Zoografie, Mimesis 2012.
[13] Forse è l’unico allevamento di beagle. Ma è rilevante che lo sia?