Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
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Le ambiguità di un "non-manifesto": Michela Brambilla e l'animalismo

di Aldo Sottofattori

da: "Liberazioni", n.15, anno IV, inverno 2013

Sono note le capacità del sistema di inglobare le istanze politiche, sociali o culturali che nascono come elementi perturbatori dell’ordine costituito al fine di spegnerne il potenziale di cambiamento. In questo modo, sono state assorbite concezioni importanti come il pacifismo con le guerre umanitarie, l’ecologia con la green economy, il movimento operaio con l’insistenza sui comuni interessi dei lavoratori e degli imprenditori, il femminismo con la cooptazione nel nuovo ordine liberista di temi, discorsi e parole d’ordine tipici di quel pensiero. Cosicché, svuotati del necessario consenso, questi movimenti si sono ridotti ad “ambienti” la cui carica destabilizzante si è fortemente ridotta. Anche il movimento per la liberazione animale, l’ultimo arrivato nella lista dei movimenti di contestazione dell’esistente, corre questo pericolo? Secondo un’interpretazione che a prima vista appare ragionevole, la teoria della liberazione animale dovrebbe essere al riparo da questo destino. La sua prospettiva appare talmente lontana dai fini dichiarati e perseguiti da tutte le istituzioni della società contemporanea da indurre a pensare che una qualsiasi forma di cooptazione sia impossibile. Ma è davvero così?

Fornisce materiale di riflessione il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla[1], parlamentare del PdL e ex-ministro del Turismo nell’ultimo governo Berlusconi, un testo strutturato in 10 capitoli in onore a quella tradizione di origine mosaica che tende a dilatare fino a questo numero qualunque prescrizione venga data rispetto a qualsiasi cosa. Intorno al personaggio girano molte voci che tenderebbero a screditare il suo sincero interesse per la condizione degli animali. Che si tratti di leggende, di realtà o di realtà condite con leggende poco interessa. Il documento qui preso in esame è, invece, sufficiente per inquadrare un certo tipo di mentalità circolante che si autocelebra come fortemente impegnata sulla questione animale e di cui l’ex-ministra si fa insistente portabandiera.

Una prima doverosa domanda è questa: il documento costituisce un autentico manifesto o ne richiama malamente e indebitamente le pretese?
...

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[1] Michela Vittoria Brambilla, Manifesto animalista, Mondadori, Milano 2012.

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ATTENZIONE: IL DIBATTITO E' STATO ANNULLATO:
http://oltrelaspecie.blogspot.com/2013/05/20-maggio-milano-universita-statale.html

da Oltre la Specie:

Car* amic*,
vi segnaliamo un appuntamento di particolare importanza, dopo la liberazione delle cavie dal laboratorio di Farmacologia del 20 aprile a Milano da parte di attivisti di Fermare Green Hill.

Dopo quello storico giorno, il dibattito aperto sui media locali e nazionali sull'azione di occupazione dello stabulario e sulla legittimità della sperimentazione animale arriva presso la stessa università.

20 MAGGIO, ORE 14.30 - UNIVERSITA' STATALE, MILANO

"E' GIUSTO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI"?
Dibattito aperto con gli attivisti di "Fermare Green Hill" e i ricercatori pro-sperimentazione

Intervengono:
-Lorenzo Lo Prete, Fermare Green Hill
-Massimo Tettamanti, Consigliere Scientifico I-Care
-Alberto Ferrari, Pro-Test Italia
-Alessandro Papale, Università S.Raffaele
Coordina: Sandro Zucchi, Università Statale

LUNEDI' 20 MAGGIO UNIVERSITA' STATALE VIA FESTA DEL PERDONO ORE 14.30 - AULA 422
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IL POLITICO ANIMALISTA: “NO ALL’ANIMALISMO POLITICO” – sulla manifestazione di Correzzana

di Marco Reggio

 

C’è da farsi girare la testa. Le dichiarazioni di Massimo Turci, Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano, sembrano quasi una barzelletta. Leggiamole:

Turci: "No all'animalismo politico"

"La manifestazione antivivisezione di Correzzana è stata un'occasione clamorosamente persa per mostrare unità d'intenti del mondo animalista - è la dichiarazione di Massimo Turci Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano - infatti un gruppo di sedicenti animalisti provenienti dai centro sociali ha tentato di impedire la partecipazione al corteo ad associazioni e persone a loro non gradite sbandierando il solito ritornello dell'antifascismo. Questa volta non c'è questione politica che tenga, esprimo piena totale e convinta solidarietà ai volontari OIPA, LAV, ENPA, altre associazioni e ai tanti presenti che, essendo lì per manifestare contro la tortura nei confronti degli animali, sono stati coinvolti in un indegno tafferuglio. Nessuno può arrogarsi il diritto di selezionare i partecipanti a una manifestazione democratica e quindi - conclude Turci - condanno senza mezzi termini il comportamento razzista di chi antepone bassi interessi politici alla salute e ai diritti degli animali".

Massimo Turci

Consigliere Delegato Diritti Animali - Provincia di Milano

Chi ha pronunciato queste parole è infatti un politico, animalista – per così dire -, ma pur sempre un politico. Certo, si potrebbe dire, “si pronuncia a favore dell’apoliticità del movimento perchè non partecipa in quanto politico ma in quanto individuo”. Questo, in effetti, sarebbe in linea di principio possibile (anche se come operazione presenterebbe non poche difficoltà per un personaggio pubblico pubblicamente impegnato in ruoli istituzionali). Ma non è questo il caso. Qui abbiamo una cosa molto più semplice: un politico, rappresentante della Provincia, che interviene su una questione in quanto politico (la firma è eloquente...).

C’è di più. Riflettiamo un attimo sulla funzione degli Uffici per i Diritti Animali, o su analoghe strutture comunali e provinciali. Le pressioni degli animalisti, dell’opinione pubblica e l’avanzamento generale della considerazione per i non umani (alcuni più di altri, ma questo ora è secondario) generano delle risposte istituzionali. Una di queste risposte è quella di creare degli organismi che affrontino una serie di problemi – naturalmente in chiave blandamente protezionistica – legati allo status degli animali non umani nella società. Questi organismi danno dunque una risposta politica ad una serie di istanze etiche diffuse. E lo fanno con lo strumento più ovvio nel nostro attuale sistema politico: la creazione di organismi gestiti da rappresentanti delle istituzioni (spesso provenienti dai partiti politici) che dovrebbero almeno far rispettare le poche leggi che ci sono per le poche specie che vengono tutelate, e fare un po’ di opera di sensibilizzazione sul piano culturale. La Provincia di Milano (centrodestra) – per fare un esempio a caso – ha messo fra i consiglieri per i diritti animali un tizio evidentemente legato al centrodestra e che, se volessimo dare retta a come si presenta nella sua pagina facebook, è addirittura un nostalgico del ventennio fascista. Ma potrebbe anche presentarsi come nostalgico della Comune di Kronstadt, in fondo. Il punto è che si tratta un rappresentante politico, che fa politica “per gli animali” all’interno di uno degli strumenti (molto debole, certo) che la democrazia antropocentrica ha concesso alle istanze animaliste. Insomma, è un politico animalista. O almeno, quella è la sua funzione.

E forte di questa funzione, costui ci viene a dire “no all’animalismo politico”.

Come già segnalato tempo fa, in qualche modo dichiarare “non faccio politica” ad un corteo antivivisezione è già aprire la strada alla destra, e ad un fascismo strisciante che utilizza – quello sì – gli animali per farsi largo in un periodo di qualunquismo diffuso[1].



[1] Sul tema è ritornato di recente Antonio Volpe, proprio in seguito ai fatti del 20 ottobre (vedi qui).

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Mercoledì, 24 Ottobre 2012 08:08

Antispecismo: un movimento apolitico?

Pubblichiamo alcune brevi riflessioni di Antonio Volpe, stimolate da una discussione su facebook sul tema del carattere politico del movimento antispecista, a partire dalle polemiche seguite al corteo antivivisezionista di sabato 20 ottobre contro Harlan

Antispecismo: un movimento apolitico?

Non capisco come si possa pensare di far crescere il movimento politicamente, e quindi anche convincere dell'assurdità dell'"apoliticità", senza spiegare alla gente come l'apoliticità sia una contraddizione in termini (non solo logici, ma materiali) che serve al sistema capitalista per spoliticizzare, appunto, il pensiero e i gesti della gente, riducendoli al qualunquismo, all'immobilità e quindi alla perfetta docilità.

Perché gli slogan vanno anche bene, ma poi bisogna articolare dei discorsi in comune in un regime dialogico, che richiede una gran gran pazienza.

Serve a poco affermare in modo apodittico (cioè senza argomentare) che l'antispecismo è politico, che non riguarda solo i non umani ecc... Perché? Perché siamo tutti sfruttati. Bene. Ma se alla gente è stata scippata la possibilità di pensare e agire politicamente, come può vedere questo comune sfruttamento? Il massimo che può dire è governo ladro, ma questo dimostra la totale incapacità di analisi della condizione di dominio in cui si è installati, dalla testa ai piedi.

Se non riusciamo a dare strumenti analitici alla gente, la politica resterà sempre quella roba sporca che sta in parlamento, e il resto guerra di bande.

Se non riusciamo a spiegare che lo sfruttamento di questo capitalismo è peggiore di quello di fabbrica, perché la catena di montaggio materiale è stata disarticolata e riarticolata in una catena di montaggio immateriale globale e capillare che ha isolato i singoli lavoratori impedendo loro qualsiasi possibilità di agire in comune per allargare gli spazi di libertà e fronteggiare l'estorsione capitalista. Se non riusciamo a dare strumenti per la lettura delle strategie disciplinari che innervano i rapporti sociali, le relazioni di tutti, fin nelle relazioni interpersonali. Strumenti per leggere come il potere sulla vita e sulla morte dei viventi non riguardi solo gli animali non umani, perché è un unico bio/zoo-potere che coinvolge umani e non umani.  Per leggere le dinamiche dei microfascimi (l'autoritarismo crescente e disseminato, la guerra ai migranti, le retoriche securitarie, ecc...)

Se non riusciamo ad articolare questi discorsi, e articolarli in un dialogo paziente che non paga subito, avremmo sempre più "apolitici" a cui non frega un cazzo né dei neofascisti né tantomeno del capitalismo, che non capiranno che lo sfruttamento animale è un pilastro di quello, e che non si esce dall'uno senza uscire dall'altro (fra l'altro: un mondo di animali liberati e umani sfruttati? ma come si fa anche solo a immaginarlo? un mondo che calpesta ogni giorno ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo nel nord come nel sud del mondo che si intenerisce per maiali e vacche? ma per favore...).

Senza dialogare, senza proporre, senza spiegare, in questo movimento l'antispecismo sarà sempre più un'isola in mezzo a un oceano crescente di spoliticizzazione e qualunquismo (vogliamo parlare di fascismo? beh questo criptofascismo è peggiore del neofascimo dichiarato, perché è immensamente più diffuso, capillare, e subdolo). Gli antispecisti finiranno in un'oasi protetta in mezzo a uno sterminato animalismo colluso col potere e i rapporti di forza vigenti, feroce contro le veline e docile col sistema. Non bastano, non più, slogan, striscioni e tafferugli. E' come parlarsi fra di noi che siamo già tutti (almeno su alcuni punti...) d'accordo, un parlarsi addosso cieco verso l'esterno: un mondo che è un po' di più grande di micro(o nano?)cosmo antispecista. "Nano" non è sarcasmo, ma un'unità di misura

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E' chiaro che l'antispecismo è politico. Ma non ha senso addossare la colpa agli "apolitici" di quel che a loro è stato scippato in trent'anni di strategia di spoliticizzazione da parte del potere. Non si cresce "da soli", ma in comune, nel dialogo: pretendere che ognuno capisca individualmente è una posizione speculare a quella dell'individualismo proprietario capitalista, che ci vuole tutti isolati nel calcolare le nostre scelte in base a criteri di utilità, calcolo nel quale ricadono anche l'etica e la "politica" o quel che resta di essa.

Leggendo gli interventi è chiaro che qui non si capisce neppure che ad essere sfruttati e addomesticati siamo *anche* noi, ognuno di noi, nella sua singolarità (che è roba diversa dell'individualità proprietaria), che ad essere scippato della condivisione, della libertà e della possibilità di scegliersi è *anche* ognuno di noi umani. Non dico i migranti, non dico l'80% della popolazione mondiale, ma neanche del proprio sfruttamento e disciplinamento ci si rende più conto.

Ed di questo, ripeto, tanto più davanti a un potere così forte e pervasivo come quello del capitalismo attuale (il più pericoloso dei fascismi), non si può dare colpa ai singoli. E' insostenibile, perché parte dello sfruttamento stesso è questo scippo collettivo della politica.

Non è fare chissà quale contorsione discorsiva questo: c'è un dibattito in merito che va avanti da vent'anni.

O si cresce insieme, o non si cresce affatto. Né gli apolitici nella loro ingenuità (che finisce nel "tutto va bene" per gli animali: ma noi che siamo, poi, se non animali?) né noi antispecisti nel nostro sguardo sulle cose e sul mondo. Né politicamente, né, di conseguenza, strategicamente...

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Fonte: Musi e Muse - rivista antispecista on line

Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»?

Nel quadro delle attuali mobilitazioni contro la sperimentazione animale (manifestazioni contro Green Hill, Marshall, Harlan…), alle quali esprimiamo il nostro sostegno, proponiamo in anteprima dal n°1 di MeM (la cui pubblicazione è prevista per fine novembre 2012) un articolo che potrà forse fornire qualche strumento dialettico in più al movimento di liberazione animale.

La Redazione di Musi e Muse


Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»? Rispondono la storia della medicina, l’etica del care e il pensiero di David Hume.

Di Agnese Pignataro.

«The Brown Rats» (illustrazione tratta da un testo di storia naturale del 1840; fonte: The Graphics Fairy).


Chi si oppone alla sperimentazione su animali nella ricerca medica fa in genere uso di argomenti cosiddetti «scientifici», che mettono in discussione la validità epistemologica di tale pratica, ed etici, che ne contestano l’accettabilità sul piano morale. Ai primi argomenti, i sostenitori della sperimentazione animale oppongono una serie di contro-dimostrazioni volte a mostrare l’utilità scientifica della sperimentazione animale, aggiungendovi spesso una contro-accusa malevola agli antivivisezionisti, quella di essere «incoerenti» sul piano etico. Il procedimento argomentativo è questo: visto che la sperimentazione animale è una pratica utile e indispensabile per la ricerca medica, chi la critica e tuttavia beneficia dei risultati di tale ricerca (facendo uso di farmaci, ricorrendo ad assistenza medica…) è colpevole di «incoerenza».

È lecito pensare che gli argomenti scientifici contro la sperimentazione animale siano (anche) un tentativo di sfuggire a questa impasse: difatti, chi è dell’idea che la medicina possa progredire senza ricorrere al «sacrificio» di animali può trovare perfettamente coerente il fatto di ricevere cure mediche, visto che, secondo lei o lui, queste avrebbero potuto essere ottenute in modo non violento. Chi invece si oppone alla sperimentazione animale ma non trova opportuno utilizzare argomenti scientifici contro di essa1 si trova costretto dalla retorica pro-sperimentazione animale a prendere sul serio la questione della coerenza. Precisiamo: si tratta appunto di un’accusa puramente retorica, non priva di una punta di disonestà, giacché svia la discussione dal piano collettivo – il più rilevante, visto che la sperimentazione animale è una pratica esclusivamente collettiva – al piano individuale, spingendo l’interlocutore a fornire giustificazioni relative alla sua vita personale (nonché spesso a scelte molto private). Ovviamente è possibile scegliere di ignorare del tutto tale accusa e concentrarsi sulle implicazioni sociali e politiche della sperimentazione animale. Tale scelta di lanciare l’attacco in tutt’altra direzione ha però il difetto di lasciare completamente scoperto il fianco già mirato dall’avversario; in altre parole, essa lascia pensare che di fronte all’accusa di incoerenza, gli antivivisezionisti, al di là delle (dubbie -(2)) contestazioni epistemologiche della sperimentazione animale, siano semplicemente incapaci di rispondere.

In questo nostro contributo ci proponiamo invece di prendere sul serio l’accusa e di tentare di abbozzare una risposta. Essa ci permetterà di mettere in luce alcuni caratteri importanti dell’agire etico umano pesantemente occultati da dibattiti come quello di cui ci stiamo occupando; tali dibattiti trovano infatti la loro ragion d’essere in una visione presupposta dell’agire morale che, come cercheremo di mostrare, corrisponde poco ai fatti della vita. Nella nostra riflessione, dopo una breve digressione storica, ci appoggeremo in un primo momento all’etica del care e poi al pensiero di David Hume.

In prima battuta, notiamo che l’accusa di incoerenza, se sviluppata fino in fondo, si ritorce su tutti coloro che usufruiscono dei risultati della ricerca medica anche qualora siano completamente indifferenti alla sorte degli animali di laboratorio. Tenendo conto del carattere accumulativo delle conoscenze della scienza moderna e della presenza di elementi aleatorî nei procedimenti di ricerca, è difficile che il beneficiario di un farmaco o di un procedimento chirurgico possa conoscerne con precisione l’intero percorso sperimentale e possa valutarne i costi umani. Non evocheremo casi specifici recenti di sperimentazione umana (come quelli di farmaci testati su soggetti umani svantaggiati a loro insaputa o in condizioni poco trasparenti), ma risaliremo indietro nella storia fino ad arrivare alle radici della medicina moderna: pensiamo allo sviluppo dell’anatomia reso possibile a partire dal Rinascimento grazie allo sdoganamento della dissezione di cadaveri umani. Il passaggio dalla conoscenza basata sui libri a quella basata sull’osservazione diretta della natura che ha dato il via alla scienza moderna è presentato, in modo spesso molto enfatico, come una tappa fondamentale dello sviluppo del nostro sapere e della nostra civiltà. Eppure quando la natura osservata consiste in un cadavere umano, l’operazione non è banale, giacché il rispetto dovuto al corpo defunto è un carattere culturalmente e antropologicamente fondante di moltissime società umane, e particolarmente della nostra fin dai suoi albori (si rileggano i canti XXII e XXIV dell’Iliade); esso marca ciò che è umano, nel duplice senso di human e di humane. Se si guarda all’atto della dissezione di un corpo umano facendo astrazione dalla propaganda delle «magnifiche sorti e progressive» di un certo positivismo scientifico, non è difficile rendersi conto che essa presenta un carattere di profanazione. Quindi, in epoche in cui la nozione di consenso informato era di là da venire, la manipolazione scientifica di corpi morti si poteva ottenere solo accedendo ai luoghi sociali in cui tale rispetto era affievolito, selezionando cadaveri di soggetti verso i quali la società si sentiva meno vincolata. Concretamente, nella Roma del Cinquecento, i cadaveri destinati alla dissezione anatomica provenivano da «condannati a morte, possibilmente impiccati, stranieri o almeno non originari del luogo in cui saranno giustiziati e dissezionati, familiari e amici sufficientemente lontani, appartenenti a classi sociali basse» (3).

Tornando quindi alla nostra questione di partenza, potremmo chiederci a questo punto se chi oggi beneficia del sapere medico occidentale debba essere favorevole alla pena di morte nonché essere razzista e classista per potersi dire coerente; e se, viceversa, chi è contro la pena di morte, si professa antirazzista e ha convinzioni egualitarie debba rinunciare a prendere farmaci o ad andare dal dottore per potersi dire coerente (4). C’è da aspettarsi che anche il più sfegatato libertario non si riterrebbe vincolato a rinunciare a un farmaco importante per il benessere suo o dei suoi cari in memoria, per esempio, di Frolio d’Alì, africano, impiccato a Roma per furto il 13 gennaio del 1561 e poi dissezionato dai medici della Sapienza, per quanto grave e penosa la storia di costui possa essere immaginata. Arriviamo allora a una prima conclusione: se non vogliamo essere costretti a pensare che tutta la società è incoerente, dobbiamo riconoscere che è la questione della coerenza ad essere malposta. E il motivo è semplice: la coerenza è una nozione logica che non ha presa diretta sul nostro comportamento morale.

La struttura logica dell’accusa di incoerenza è: se A, allora B. Se pensi A (laddove per A si può intendere non solo l’antivivisezionismo ma qualsiasi altra opinione), allora devi comportarti nel modo B. Ora, l’esempio della dissezione anatomica mostra che questa esigenza è esagerata, impraticabile e di fatto impraticata. Se i comportamenti morali dovessero realmente misurarsi con una tale nozione di coerenza saremmo costretti a scegliere tra lo scetticismo morale e l’autodistruzione. Fortunatamente le cose non stanno così. Difatti, nella nostra vita quotidiana noi riusciamo a praticare scelte morali, e questo in virtù del fatto che esse non sono guidate da operazioni logiche, ma da una capacità di pervenire a un aggiustamento tra le nostre convizioni e le situazioni concrete cui ci confrontiamo. In tale aggiustamento non entrano in gioco solo riflessioni astratte, ma anche motivazioni originate dall’insieme delle nostre responsabilità (verso noi stessi e verso gli altri), dalle nostre risposte emotive personali e da una messa in prospettiva di ogni scelta nel quadro globale della nostra vita, come messo in luce dall’etica del care (5).

Si pensi al famoso dilemma di Heinz ne In a Different Voice di Carol Gilligan, in cui si chiede se un tale Heinz, impossibilitato a comprare un farmaco necessario per curare la moglie gravemente malata, debba o no rubarlo, e alle diverse soluzioni proposte dai bambini intervistati da Gilligan: il bambino risponde di sì senza alcuna esitazione, in base a un ragionamento astratto secondo cui la vita umana è più importante del rispetto della proprietà altrui; la bambina invece inserisce il dilemma in una cornice narrativa, anticipando le conseguenze del furto sulla trama di relazioni e sulle responsabilità assunte dall’immaginario protagonista (Heinz andrebbe in prigione e non potrebbe continuare ad assistere la moglie) e arrivando così a escludere in modo categorico l’idea del furto in favore della ricerca di soluzioni alternative più concilianti (cercare dei soldi in prestito, trovare un accordo con il farmacista…) (6). Seguendo questa prospettiva, schierarsi contro la sperimentazione animale pur continuando a fare uso, quando strettamente necessario, di farmaci o terapie messi a punto grazie a essa è una scelta ragionevole: essa consiste infatti nell’usufruire dei mezzi oggi disponibili per restare in vita e in buona salute al fine di adempiere i propri doveri verso se stessi e i propri cari, così come verso gli stessi animali di laboratorio, disponendo della propria esistenza per battersi allo scopo di cambiare le loro condizioni di vita. Si tratta in fin dei conti di un altro tipo di coerenza, più complessa e concreta, laddove quella presa a modello dal tipo di obiezione a cui stiamo controbattendo è una coerenza parossistica e autodistruttiva. E dunque sterile, perché, così come Heinz sarebbe impossibilitato ad aiutare sua moglie se finisse in prigione per aver scelto la via della coerenza, quale utilità potrebbe avere per gli animali di laboratorio un antivivisezionista coerente ma morto?

La nozione di ragionevolezza appena evocata ci conduce al confronto con la filosofia morale di David Hume. In un passo molto famoso del Treatise on Human Nature (1739-1740) il pensatore scozzese afferma che «la ragione è e deve solo essere schiava delle passioni» (7). Questa affermazione non è ovviamente un invito ad abbandonare ogni remora morale in favore delle proprie pulsioni più sfrenate, ma, per essere compreso, va letto nel contesto dell’antropologia humeana. Contro le etiche razionalistiche dell’epoca, Hume afferma che la ragione, intesa come la facoltà di pervenire a conclusioni vere o false sulla base di un ragionamento analitico o di un’esperienza sensibile, non può in sé produrre le azioni, ma solo fornire informazioni che accompagnano le deliberazioni. Queste, a loro volta, sono guidate solo ed esclusivamente dalle passioni, e «quando una di queste passioni è calma e non causa alcun disordine nell’animo, viene molto facilmente scambiata per una determinazione della ragione e si suppone che essa proceda dalla stessa facoltà che giudica del vero e del falso»(8). È richiamandoci a quest’ultima immagine della ragione come «passione tranquilla» che abbiamo definito «ragionevole» il comportamento apparentemente incoerente dell’antivivisezionista, laddove la coerenza a tutti i costi fino all’autodistruzione appare come un’opzione «razionale» solo in conformità con una visione analitica della ragione (quella vista sopra secondo cui A=>B), risultando invece completamente sragionevole se valutata con i criterî di cui ci serviamo nella vita di tutti i giorni. Afferma Hume: «Non è contrario alla ragione [sottinteso: analitica] che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito; né è contrario alla ragione [idem] che io scelga la mia completa rovina per risparmiare il più piccolo dolore a un indiano o a una persona che mi è del tutto sconosciuta»(9). In altre parole, la coerenza della ragione è solo dimostrativa, relativa cioè alla verità o falsità di un giudizio, ma non può applicarsi alla relazione tra idee e azioni. Negli esempi proposti da Hume, i giudizi secondo cui la distruzione del mondo permetterebbe di evitare di graffiarmi e secondo cui la mia rovina gioverebbe a una persona sconosciuta possono essere completamente veri, eppure questo valore di verità, in se stesso, non mi dà alcuna indicazione su ciò che devo, o ciò che è bene, fare. Osserva Eugenio Lecaldano commentando questo stesso passaggio di Hume: «la sola conoscenza intellettuale di per se stessa ci porterebbe o all’immobilità o a ciechi automatismi, o a non essere in grado, appunto, di preferire un graffio al proprio dito alla stessa distruzione del mondo» (10).

Questo approccio non ci costringe però nel vicolo cieco del relativismo etico, come si potrebbe pensare. Per Hume come per le teoriche del care la centralità dei sentimenti nell’etica non si traduce nell’idea che tali sentimenti siano irrimediabilmente soggettivi e arbitrarî. Al contrario, l’uniformità riscontrata nei comportamenti morali umani al di là di variabili storiche e culturali suggerisce l’esistenza di princìpi costanti dell’agire etico, ai quali possiamo dare il nome di simpatia, senso morale, empatia, care (11). Sono proprio tali princìpi che vediamo in opera nella scelta dell’antivivisezionista di esprimere sollecitudine sia per gli animali di laboratorio, opponendosi alla sperimentazione animale, che per se stessi e per i propri cari, prendendosi cura della propria e della loro salute attraverso le opportunità fornite dalla medicina. Tra l’altro quest’ultimo fatto, lungi dall’essere una manifestazione di egoismo o vigliaccheria come suggerito da chi lancia l’accusa di incoerenza, mostra invece l’estensione della sollecitudine dell’antivivisezionista alla vita umana, e non alla sola vita animale. Laddove la coerenza, provocando la morte per il rifiuto delle cure mediche, mostrerebbe piuttosto un disprezzo della vita umana, disprezzo che i sostenitori della sperimentazione animale attribuiscono a gran voce agli antivivisezionisti; per cui, se questi ultimi accettassero di piegarsi all’esigenza di coerenza, non farebbero altro che il gioco dei loro avversari.

Ci sembra allora di poter dire che la posizione antivivisezionista non è né incoerente né stupida, ma anzi può essere definita sana, giacché essa rimane spontaneamente aliena dall’assurda alternativa proposta dall’approccio della «coerenza», quella tra l’abbandono di ogni preoccupazione morale e l’autodistruzione, preferendovi invece una ragionevole alchimia tra diverse preoccupazioni e responsabilità. Un procedimento che del resto, lo ripetiamo, tutti noi mettiamo in atto costantemente nella vita di tutti i giorni in moltissimi altri contesti.

Note

1. Per esempio, per i motivi che abbiamo spiegati in «Per una critica dell’antivivisezionismo scientifico».

2. Come abbiamo cercato di dimostrare in «Per una società senza cavie» (Liberazioni rivista on line, n. 2) e «Per una società senza cavie – parte seconda: questioni epistemologiche e indagini storiche sulla sperimentazione animale» (Liberazioni rivista on line, n. 4).

3. Andrea Carlino, La fabbrica del corpo. Libri e dissezione nel Rinascimento, Einaudi, Torino 1994, p. 104. La maggior parte degli individui presenti nei documenti esaminati da Carlino era stata condannata alla pena capitale per furto.

4. Ci si potrebbe obiettare che oggi le cose funzionano in modo diverso e che la ricerca medica attuale soddisfa criteri di rispetto della persona umana. Ora, non solo questo è lungi dall’essere provato, e non solo l’onere della prova spetta a chi lo afferma, ma soprattutto: a partire da quando questo cambiamento di metodi sarebbe riscontrabile, e, di conseguenza, di quali progressi della medicina la persona nonviolenta, antirazzista etc. può usufruire e di quali no per poter aspirare alla palma della coerenza?

5. Per una introduzione sintetica all’etica del care e alla sua applicazione all’etica animale v. Agnese Pignataro, «Ascoltando voci diverse», Diogene magazine n°22/marzo-maggio 2011, pp. 40-43.

6. Carol Gilligan, In a Different Voice, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) and London (England) 1982, 1993, pp. 25-29 (trad. it. Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, trad. it. di A. Bottini, Feltrinelli, Milano, 1987).

7. David Hume, Trattato sulla natura umana, Libro II, parte terza, sezione terza «Motivi che influenzano la volontà» (in Opere filosofiche/I, a cura di E. Lecaldano, trad. it. di A. Carlini, E. Lecaldano e E. Mistretta, Laterza, Bari 1987-1993, p. 436).

8. Ivi, p. 438.

9. Ivi, p. 437.

10. Eugenio Lecaldano, Hume e la nascita dell’etica contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1991 1998, p. 172.

11. In questa sede intendiamo evidenziare la prossimità tra la visione di Hume e quella delle teoriche del care relativamente alle modalità di approccio dei dilemmi etici. Naturalmente tra le due visioni esistono anche differenze, sia quanto ai presupposti antropologici delle rispettive teorie etiche che quanto alla portata dei sentimenti morali.

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Segnaliamo un recente articolo sul caso Green Hill

L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Liberazioni, nr. 10 (autunno 2012)
(può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista)


Green Hill: un caso su cui riflettere

di Marco Reggio
 

Scopo del presente articolo è quello di suggerire alcuni elementi di riflessione sulla mobilitazione contro Green Hill, l’allevamento di cani beagle per la vivisezione[1]. L’incalzante susseguirsi degli eventi, in questi due anni, ha ostacolato l’apertura di un dibattito che invece sarebbe stato utile per lo sviluppo di strategie di lotta antispecista, a maggior ragione adesso che la chiusura dell’allevamento sembra a portata di mano.

La mobilitazione contro uno dei più grandi allevamenti italiani di animali per la vivisezione inizia nella primavera del 2010 con l’inaugurazione della campagna «Salviamo i Cani di Green Hill», nata nell’ambiente dell’animalismo radicale sull’onda della chiusura dell’allevamento “Morini”[2] e promossa dal «Coordinamento Fermare Green Hill» (FGH). Se il riscontro in termini di partecipazione è stato fin da subito incoraggiante e ha coinvolto – seppur in posizione defilata – anche molte associazioni protezioniste, la risonanza mediatica, almeno in questa prima fase, è stata invece modesta. Dopo due mobilitazioni nazionali, FGH promuove una manifestazione nazionale a Roma (25 settembre 2010), in cui le rivendicazioni per la chiusura dell’allevamento si uniscono alle proteste contro la nuova Direttiva Europea sulla vivisezione, giudicata, dai più, deludente se non peggiorativa: partecipano circa 10.000 manifestanti.

Nei mesi successivi, si susseguono mobilitazioni di vario genere – dai presidi, alle iniziative di tipo legale, alle raccolte firme – che, pur non riuscendo a conseguire risultati significativi, contribuiscono a mantenere viva, sebbene a fasi alterne, una discreta attenzione sul caso Green Hill e sulla sperimentazione animale in Italia. In seguito, la pressione si sposta progressivamente verso obiettivi diversi: dal Comune di Montichiari, che concede i permessi per l’allevamento, alla ASL, alla Regione, che promette di promulgare leggi contro gli allevamenti per la vivisezione in Lombardia, fino al Parlamento, cui viene di fatto demandata la responsabilità di agire a livello normativo per chiudere Green Hill. Quest’ultimo passaggio è incoraggiato, in particolare, dalla presentazione da parte dell’On. Michela Vittoria Brambilla – Ministro al Turismo del governo Berlusconi dal maggio 2009 al novembre 2011, – di un emendamento alla legge comunitaria di recepimento della Direttiva Europea 63/2010 per la regolamentazione dell’uso di animali a fini scientifici ed educativi. L’emendamento, secondo la Ministra, vietando l’allevamento di cani, gatti e primati per laboratori, permetterebbe «di voltar pagina con la sperimentazione animale dopo decenni di orrori». L’on. Brambilla, nel frattempo, partecipa con crescente assiduità alle mobilitazioni, dando così grande rilievo mediatico alla protesta.

La presenza di un’importante figura del governo, insieme all’interessamento di alcuni media scandalistici,  funge da cassa di risonanza e attrae grandi consensi nella parte (maggioritaria) del movimento animalista convinta della trasversalità della lotta e dell’utilità dell’intervento dell’on. Brambilla. In questa fase, nasce il gruppo «Occupy Green Hill» (OGH) che accetta e ricerca la collaborazione della Ministra. Le mobilitazioni promosse da questo gruppo sono spesso distinte da quelle di FGH, in quanto quest’ultimo non accetta il rapporto con la parlamentare, anche se stenta ad esplicitare chiaramente questa scelta. La maggior parte degli attivisti sembra non comprendere i motivi della divisione e partecipa pertanto alle iniziative di entrambi i gruppi. L’idea dominante è che la mobilitazione contro la vivisezione non sia un fatto “politico”, e che, quindi, chiunque aiuti a dare visibilità e incisività alla lotta debba essere ben accetto , indipendentemente da come o in nome di che cosa lo faccia.

Oltre che dalla presenza dell’on. Brambilla e dalle proteste di massa (cortei e presidi), l’attenzione viene tenuta alta da alcune azioni eclatanti di FGH: l’occupazione per alcune ore del tetto dell’allevamento da parte di 5 attivisti e l’incatenamento (sempre per alcune ore) ai cancelli degli uffici amministrativi dello stesso. Per tutta la durata della campagna contro Green Hill, almeno fino all’aprile del 2012, non avvengono liberazioni o danneggiamenti rilevanti, né scontri di piazza, come accaduto invece in passato per altre mobilitazioni.

In attesa della discussione parlamentare dell’emendamento dell’on. Brambilla, si concretizzano da parte del fronte pro-vivisezione varie prese di posizione in difesa della ricerca con animali, segno della necessità di controbattere ad un’ondata emotiva antivivisezionista che rischia di puntare i riflettori sul mondo della sperimentazione animale. La diatriba finisce per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e il 28 aprile 2012, durante un corteo indetto da OGH, diversi manifestanti, non riconducibili ad alcun gruppo specifico, scavalcano le recinzioni ed entrano nell’allevamento. Sotto gli occhi di pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto, i manifestanti liberano “illegalmente” decine di beagle. Alcuni di questi vengono ripresi, altri vengono portati via dai manifestanti. Dodici attivisti vengono arrestati.

Le proteste prendono slancio e, tra maggio e giugno, sia le giornate di mobilitazione internazionali indette da FGH che quelle organizzate da OGH trovano grande seguito. Il dibattito parlamentare, nel frattempo, viene rinviato. Al momento, dopo un altro corteo indetto da FGH, che ha visto la partecipazione di circa 3.000 persone, e dopo l’improvviso quanto inaspettato sequestro giudiziario dell’allevamento e l’affido temporaneo a LAV e Lega Ambiente dei 2.500 beagle ivi rinchiusi, non è stata ancora definitivamente discussa la Legge comunitaria 2001 e, soprattutto, non si sa se verrà approvata e se sì con quali modifiche[3].

 

UNA TURISTA PER CASO?

Uno dei punti meno dibattuti – se si eccettuano le polemiche di basso profilo che tipicamente animano i social network – è il ruolo giocato dall’on. Brambilla nella campagna contro Green Hill. L’onorevole del PdL inizia il suo impegno pubblico nella campagna con la manifestazione nazionale di Roma, ma la sua presenza si fa più assidua e plateale a partire dall’autunno 2011. Ritengo si possa affermare che sia soprattutto suo il “merito” della risonanza mediatica della protesta contro l’allevamento, protesta che – nonostante i numeri significativi ed alcune azioni eclatanti di FGH – stenta ad affermarsi sui maggiori organi di stampa e sui canali televisivi nazionali. In realtà, quella che a tratti potrebbe sembrare una presenza episodica, dettata dalla volontà di racimolare qualche voto, va inquadrata in una strategia di creazione del consenso cominciata in precedenza. L’on. Brambilla, infatti, è notoriamente un’animalista già nel momento in cui si affaccia alla politica nazionale tra le fila del partito di Silvio Berlusconi. Nella primavera del 2010 aveva lanciato il manifesto «La Coscienza degli Animali», insieme a Umberto Veronesi e ad altre personalità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura. I principi enunciati sono improntati ad una visione zoofila e protezionista della questione animale, con dichiarazioni di intenti abolizionisti in alcuni campi limitati (caccia e circhi), visione questa che ben si concilia con la trasversalità politica dei suoi promotori e che non viene contestata neppure negli ambienti animalisti radicali, che evidentemente ne sottovalutano la portata[4].

Il tipo di animalismo che l’on. Brambilla incarna si sposa con alcuni aspetti che caratterizzano fin dall’inizio la campagna contro Green Hill. In particolare, il fatto che l’obiettivo scelto sia un allevamento di cani beagle ha permesso di coinvolgere nella protesta molte persone legate al mondo dei canili e della zoofilia, e nella maggior parte dei casi con scarsa preparazione politica e con scarsa propensione alla stessa. Tale area è già politicamente trasversale e, quindi, accoglie con favore la dichiarazione d’ingresso nella mobilitazione da parte dell’on. Brambilla: «Non faccio politica» (un’evidente assurdità, soprattutto per una Ministra!). In secondo luogo, anche la volontà di concentrarsi su un singolo e specifico obiettivo presenta implicitamente la questione della tortura degli animali come un fatto “tecnico”, risolvibile estirpando uno ad uno gli allevamenti. Questo aspetto, insieme al diffuso uso nell’ambiente animalista sia radicale che protezionista di argomenti antivivisezionisti di tipo “scientifico”, ha forse favorito il prevalere di un approccio “apolitico”.

Dopo un anno di visibilità mediatica grazie alla campagna contro Green Hill e dopo i mutamenti nello scenario politico nazionale, l’on. Brambilla è ora accreditata come personaggio “emergente”, portatrice di un cospicuo consenso per il PdL: la stampa prevede, fra le altre possibilità, che fondi una lista civica nazionale per le prossime elezioni.

Parallelamente, in campo animalista, ha rafforzato la sua piccola associazione, la «Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente» (LeIDAA), fino a fondare un soggetto nazionale, «Nel Cuore - Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente», che si pone come interlocutore delle istituzioni, grazie all’adesione delle più grandi associazioni ambientaliste e animaliste italiane: OIPA, ENPA, LAV, LNDC, LeIDAA, LIPU, Marevivo e WWF.

Il dibattito nel mondo antispecista sulla presenza dell’on. Brambilla rimane scarso; la maggioranza dei militanti (anche “di sinistra”) ne accettano e ne difendono l’operato. Il suo emendamento alla Legge comunitaria 2011 è considerato come qualcosa da sostenere comunque, benché prenda in considerazione unicamente cani, gatti e primati, e non sia chiaro se contenga reali miglioramenti sul fronte delle limitazioni alla vivisezione. Altrettanto poco chiaro è se la sua approvazione porterebbe alla chiusura di Green Hill, come da lei sostenuto.

 

PET, CAVIE, MALTRATTAMENTI

Nonostante alcuni cambiamenti di rotta rispetto alle precedenti campagne, la percezione dell’opinione pubblica animalista è quella di un movimento che prende di mira una singola azienda, per determinarne la chiusura, con l’intento implicito, una volta ottenuto il successo sperato, di concentrarsi su un’altra azienda, e poi sulla successiva, e così via. La visione sottesa a tale operare è quella di un sistema – il sistema vivisezione – che crollerebbe per progressiva mancanza di fornitori. Infatti, come nel caso della campagna «Chiudere Morini», il conflitto generato dal basso non è diretto ai laboratori, ma agli allevatori. Da un lato, questo richiamo all’obiettivo immediato (chiudere il posto x) è uno dei motivi del successo numerico della mobilitazione, poiché il conseguimento di un risultato raggiungibile è allettante per chi si muove in un ambito difficile, come quello della lotta allo sfruttamento animale. Dall’altro, incentiva (forse non ineluttabilmente) un approccio squisitamente strumentale, quasi “tecnico” alla questione. In virtù di tale approccio, qualunque strategia comunicativa così come qualunque cavillo burocratico vanno bene, purché “funzionino” per determinare la chiusura, in questo caso, di Green Hill. Probabilmente non è una coincidenza che la vittoria che in questi giorni si prospetta sembra essere stata innescata da un esposto legale sulle irregolarità evidenziate nella gestione della struttura; irregolarità, tra l’altro, per lungo tempo eluse dagli stessi enti pubblici preposti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni. L’“affaire Green Hill”, insomma, mostra di essere un caso di mala-gestione (privata e pubblica). Proprio per questo riesce a spostare l’attenzione dalla questione etica più complessa (l’uso degli animali nella ricerca e la chiusura degli allevamenti) a quella contingente (il problema del benessere degli animali all’interno degli allevamenti), mostrando dunque, almeno da questo punto di vista, la debolezza di una campagna, che si vorrebbe abolizionista, impostata però sul principio emergenziale del “tutto fa brodo”.

Allo stesso modo può essere interpretato anche il nome della campagna: «Salviamo i cani di Green Hill». Il modo di percepire la lotta da parte delle migliaia di animalisti accorsi alle varie proteste sembra improntato dal desiderio di salvare quel gruppo di cani, il cui valore simbolico è stato ingigantito in questi due anni dagli slogan dei vari gruppi di pressione; slogan che hanno trovato terreno fertile in una zoofilia abituata a considerare il problema dei pet e del randagismo in un’ottica emergenziale più che strutturale. Una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una maggiore riflessione collettiva sul carattere sistemico della vivisezione (e della produzione in serie delle cavie animali) avrebbe forse permesso di evidenziare la sostituibilità[5] di quei cani e degli animali da laboratorio più in generale. Si tratta di un elemento di cui tenere conto, a maggior ragione, alla luce dei recenti sviluppi del caso[6].

Accanto a questo aspetto, va considerata la scelta di impostare la protesta sull’empatia nei confronti di una particolare specie (i cani) di una particolare razza (i beagle). Infatti, il doppio status di cui godono gli animali detenuti dentro i capannoni di Green Hill ha implicazioni su diversi piani: l’ambivalenza del loro status morale sul piano giuridico, contemporaneamente da pet e da cavia, si riflette anche, sul piano emotivo e simbolico. I proclami di lotta in favore delle cavie di ogni specie sono stati perlopiù vanificati, proprio a causa di questa ambiguità. Non solo: alcune strategie specifiche della campagna hanno avuto l’effetto collaterale di rafforzare lo iato fra cavie-pet e cavie-tout-court. In particolare, la scelta di fare leva sull’applicazione della legge sui canili e sugli allevamenti di cani per mettere in difficoltà l’allevamento ha incentivato implicitamente proprio  la mobilitazione (emotiva e fisica) a favore dei “cani”. Paradossalmente, il fallimento nell’uso di tale leva giuridica ha sancito la vera natura della questione: a Green Hill si applica la legge sulla sperimentazione animale, poiché i suoi detenuti non sono randagi – potenziali animali d’affezione –, ma materiali da esperimento scientifico[7].

Con queste premesse, lo scivolamento del movimento verso parole d’ordine e strategie ambigue è sembrato quasi inarrestabile. Infatti, come detto, l’enfasi sul maltrattamento dei cani rinchiusi nelle strutture della Marshall ha finito per oscurare rapidamente la denuncia della detenzione in sé e della finalità di tale pratica (rifornire i laboratori): le percosse, le soppressioni motivate da ragioni economiche e perfino le irregolarità formali hanno costituito – a tratti – potenti leve per suscitare indignazione e mobilitazione, con il rischio, però, di promuovere la classica logica delle “mele marce”.

 

DAGLI ALLEVAMENTI AI LABORATORI

Un altro aspetto, tipico delle campagne di pressione animaliste, dalla campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) in poi, è quello di concentrarsi sulla vivisezione come impresa, più che come sistema. Che cosa significa che la vivisezione è un’impresa (perché, in effetti, è anche questo)? Significa che, sia nel pubblico che nel privato, è un’attività produttiva sostenuta da altre attività produttive, tra cui la fornitura di animali da esperimenti. L’approccio delle campagne mira a togliere ossigeno all’“impresa vivisezione”, colpendone i fornitori. Quest’ottica, dal punto di vista strategico, non tiene conto dei più elementari meccanismi del capitalismo nell’era della globalizzazione, cioè di un mondo in cui alla chiusura di un allevamento in Italia si può rispondere con l’importazione di cavie da Paesi in cui regole, costi e impatto del dissenso sono minori. In tal senso, questa strategia si riduce ad un semplice escamotage per parlare, genericamente, di vivisezione. Soprattutto, però, denota una visione ancora non sufficientemente matura per la costituzione di un movimento contro l’uso di cavie nella ricerca scientifica, poiché non individua nel paradigma della sperimentazione animale (privata e, soprattutto, universitaria) il bandolo della matassa. La scelta di individuare gli allevamenti di cavie, anziché i laboratori, come possibili obiettivi di una campagna è densa di implicazioni che vanno ben al di là della sola questione economica; implicazioni che dovremmo iniziare ad indagare prima possibile: altrimenti, i proclami abolizionisti dei settori più radicali della protesta rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti.

              


[1] L’allevamento Green Hill, sito a Montichiari (BS), è di proprietà della multinazionale britannica Marshall Farm (http:// www.marshallbio.com). Dal 23 luglio 2012 è stato posto sotto sequestro probatorio dal Tribunale di Brescia.

[2] L’allevamento di topi, cavie e cani per la sperimentazione, sito a S. Polo d’Enza (RE), di proprietà della ditta Stefano Morini Sas, ha chiuso alla fine del 2009, dopo una campagna di pressione avviata nell’ottobre del 2002 dal «Coordinamento Chiudere Morini» (http://www.chiuderemorini.net).

[3] I fatti riportati sono desunti dalle agenzie di stampa e dai documenti ufficiali diffusi tramite internet (siti web, newsletter, comunicati, ecc.) dei principali gruppi che hanno organizzato e partecipato alla mobilitazione contro Green Hill (http://fermaregreenhill.net, http://occupygrenhill.it,  http://www.michelavittoriabrambilla.it). Una cronologia degli eventi è reperibile in ANet: http.//www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=193:ghdueanni, dove è anche pubblicata una raccolta di commenti e comunicati riguardo all’“emendamento Brambilla” e al relativo dibattito: http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=6:su-green-hill-e-labolizione-della-vivisezione-in-italia. Le successive considerazioni sulle caratteristiche della campagna contro l’allevamento Green Hill si basano essenzialmente su queste fonti. Va precisato, per completezza, che chi scrive non ha partecipato alle mobilitazioni: le osservazioni espresse sono dunque basate sulle prese di posizioni pubbliche dei vari attori in gioco, il che, inevitabilmente, costituisce al tempo stesso un limite e una ricchezza del presente saggio. Alcuni elementi di analisi della campagna contro Green Hill sono contenuti, inoltre, nel mio «Antispecisti neri? Parliamone…», in http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri).

[4] Unica eccezione è l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, http://www.liberazioni.org/ra/ra/t30.htm.

[5] Il salvataggio dei 2.500 beagle detenuti nell’allevamento di Montichiari è letteralmente il salvataggio di quei beagle, che vengono rimpiazzati (replacement) da altrettanti cani, probabilmente allevati in altri stabilimenti della stessa multinazionale, poiché gli esperimenti cui sono destinati e il business che ne deriva, naturalmente non cessano.

[6] Nei giorni in cui questo articolo veniva scritto, la Procura di Brescia ha ordinato il sequestro della struttura e l’affidamento temporaneo dei beagle tramite LAV e Legambiente. Ovviamente, l’affido di 2.500 cani alle strutture legate al volontariato animalista pone problemi rilevanti con notevoli implicazioni politiche, di cui sarà necessario discutere, non appena il quadro diverrà più chiaro. Per ora, credo sia utile rilevare che la gestione delle vittime è stata scaricata in modo dichiarato, da parte delle stesse istituzioni colpevoli dei maltrattamenti, sul buon cuore degli animalisti: «La procura ha nominato i nuovi custodi per non fare pesare su Comune e ASL un compito oneroso sotto molti punti di vista, benché con il sequestro del mangime presente nell'allevamento il cibo ai beagle è garantito per i prossimi due mesi. Ma secondo la procura c'era pure il “concreto pericolo che la Green Hill 2001, realizzando l'impossibilità di riprendere l'attività, possa non corrispondere più lo stipendio al personale deputato al nutrimento dei cani, i quali potrebbero cessare il servizio”», Wilma Petenzi, «La società ricorre: “Dissequestrate”», in «Corriere della Sera», 25 luglio 2012, http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ luglio_25/20120725BRE02_11-2011163467643.shtml.

[7] La legge invocata in un primo tempo da FGH è la Legge Regionale 33/2009, che obbliga tutti i canili e gli allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi. La legge applicata all’allevamento è invece la Legge 116/92, che norma i laboratori e – sommariamente – i loro fornitori.

Pubblicato in Articoli
Venerdì, 28 Settembre 2012 07:22

17/10 a Monza: Liberi pensieri su Green Hill

Monza, mercoledì 17 ottobre dalle ore 19.30

c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza 

Cena e dibattito "Liberi pensieri su Green Hill"

a cura di Oltre la Specie

Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro
GRADITA PRENOTAZIONE!

Info e prenotazioni: 039-490403 348-2603861
Dettagli nella locandina


Pagina evento sul blog di Oltre la Specie

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www.oltrelaspecie.org



  
Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
25 settembre 2012

Green Hill, indagati la sindaca, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia


Articoli stampa:

- Repubblica Milano

- Corriere di Brescia

- Il Giornale di Brescia


Vedi anche:

- Cronologia della lotta contro Green Hill

- Dossier su Green Hill di Antispecismo.net


Pubblicato in Attualità - Notizie
Lunedì, 30 Luglio 2012 12:44

Green Hill: due anni di lotte

Pubblichiamo di seguito una cronologia sommaria degli eventi relativi alla lotta contro l'allevamento di cani per la vivisezione "Green Hill", a partire dalla primavera 2010 fino a luglio 2012, curata da Antispecismo.net.
Auspichiamo che possa costituire un valido strumento per il dibattito sulla campagna e sulle prospettive del movimento antivivisezionista in Italia.
Le fonti sono quelle segnalate di volta in volta tramite i link, oltre alle principali agenzie di stampa.
Nonostante il tentativo di presentare un resoconto il più "oggettivo" possibile, sappiamo che la seguente cronologia è necessariamente parziale. Chiunque voglia segnalarci inesattezze o mancanze e pertanto invitat* a scriverci.

(Vedi anche: contributi su Green Hill raccolti da Antispecismo.net)


 GREEN HILL: CRONOLOGIA 2010-2012

  • MARZO 2010: Nasce il Coordinamento Fermare Green Hill (FGH)
  • 24 APRILE 2010: Corteo di FGH (2.000 persone) a Montichiari
  • MAGGIO 2010: nasce il Manifesto “La Coscienza degli Animali” di Michela Vittoria Brambilla ed altri personaggi del mondo della scienza, dello spettacolo, della politica.
  • 25 MAGGIO 2010: Presidio (1.000 persone) davanti a Green Hill
  • GIUGNO 2010: Iniziano proteste contro la ASL Lombarda (Milano)
  • 25 SETTEMBRE 2010: Corteo a Roma (10.000 persone); poca attenzione medicatica; presente M.V. Brambilla che non è invitata, ma la cui presenza a titolo individuale viene tollerata
  • 6 NOVEMBRE 2010: Corteo nazionale a Montichiari fino a Green Hill (2.000 persone)
  • OTTOBRE-NOVEMBRE 2010: FGH punta sull’applicazione delle leggi sugli allevamenti di cani (Legge Regionale 33/2009 che obbliga tutti i canili e allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi)
  • 18 GENNAIO 2011: contestazione di FGH durante il Consiglio Regionale
  • FEBBRAIO 2011: presidi FGH e comitato di cittadini antivivisezionisti di Montichiari
  • 5 MARZO 2011: corteo nazionale FGH a Milano (3.000 persone); ancora poca attenzione mediatica
  • APRILE 2011: depositato progetto di legge regionale contro gli allevamenti per la vivisezione (verrà poi ritirato un anno dopo)
  • APRILE-MAGGIO 2011: proteste scenografiche a Milano, Roma, Bologna
  • MAGGIO 2011: proposta di legge Brambilla sulla vivisezione
  • SETTEMBRE 2011: L’OIPA perquisisce Green Hill e presenta un esposto per la sua chiusura motivando la richiesta con irregolarità (di tipo sostanzialmente amministrativo), senza successo
  • SETTEMBRE 2011: FGH annuncia di rivedere la strategia, ammette che “Green Hill di fatto ancora oggi opera seguendo solo ed esclusivamente la Legge 116/92, legge nazionale che regola la vivisezione, sia i laboratori che in poche sintetiche e imprecise righe anche i fornitori di animali”, la Regione sostanzialmente fatto voltafaccia; le mobilitazioni si concentrano a Montichiari
  • 14-15 OTTOBRE 2011: due giorni di mobilitazione a Montichiari
  • 14 OTTOBRE 2011: Occupazione per 29 ore del tetto di un capanno di Green Hill da parte di 5 attivist* di FGH
  • NOVEMBRE 2011: la pressione si sposta sul sindaco di Montichiari cui viene sottoposta un’istanza di chiusura per ragioni legali, senza successo
  • 19 NOVEMBRE 2011: corteo di FGH a Montichiari (4.000 persone)
  • 2 DICEMBRE 2011: due proteste (una del comitato montichiarese, l’altra di FGH) con 200 persone; alcuni “cani sciolti” iniziano lo sciopero della fame ad oltranza; arriva loro il sostegno della ministra Brambilla
  • DICEMBRE 2011: nasce “Occupy GreenHill” (OGH), in supporto allo sciopero della fame, con un presidio permanente sotto il municipio e poi sotto l’allevamento
  • 23 DICEMBRE 2011: presidio di FGH alla Regione Lombardia (100 persone)
  • 14 GENNAIO 2012: fiaccolata di OGH a Montichiari (migliaia di persone)
  • 4 FEBBRAIO 2012: presidio di FGH a Brescia (70 persone)
  • 7 FEBBRAIO 2012: ufficializzata la proposta di legge regionale
  • FEBBRAIO 2012: scoppia lo scandalo macachi alla Harlan di Correzzana. Viene denunciato l’arrivo di 750 macachi all’azienda di vivisezione lombarda Harlan; interviene M.V.Brambilla insieme ad alcune associazioni protezioniste e al gruppo “CentoperCentoAnimalisti”, ottenendo grandissima visibilità e bloccando temporaneamente la consegna degli animali.
  • 3 MARZO 2012: oltre 50 iniziative di OGH in tutta Italia
  • 11 MARZO 2012: allucchettamento di attivisti FGH all’Ospedale S.Raffaele di Milano (centro dove si pratica la vivisezione), davanti ad un serraglio erronamente ritenuto allevamento di scimmie da laboratorio; dopo qualche ora gli attivisti se ne vanno con la promessa del responsabile comunicazione dell’ospedale di rispondere pubblicamente ad alcune domande sulle sperimentazioni al S.Raffaele (promessa poi non mantenuta)
  • 15 MARZO 2012: FGH lancia l’operazione “altrimenti ci arrabbiamo”, con cui invita a scrivere ai parlamentari per non affossare il progetto di legge antivivisezione, e di appendere striscioni in tutta Italia
  • 20 MARZO 2012: attivisti FGH si allucchettano ad un ufficio di GH nell’ambito dell’operazione “altrimenti ci arrabbiamo”; se ne vanno spontaneamente dopo poche ore
  • 24 MARZO 2012: nasce “Nel Cuore” di M.V.Brambilla, Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente
  • APRILE 2012: campagna pubblicitaria della lobby della vivisezione
  • 28  APRILE 2012: durante un corteo (1.000 persone) indetto da Occupy Green Hill, diversi manifestanti non riconducibili ad alcun gruppo entrano nell’allevamento e sotto gli occhi delle poche forze dell’ordine liberano decine di beagle. Alcuni vengono recuperati, altri si salvano. Dodici arresti
  • 8 MAGGIO 2012: giornata mondiale FGH contro Green Hill, giorno prima dei lavori della commissione del Senato; 82 proteste nel mondo
  • 16 MAGGIO 2012: giornata di mobilitazione OGH, circa 50 città
  • 16 GIUGNO 2012: corteo nazionale a Roma indetto da OGH e dal Coordinamento Antispecista del Lazio (10.000 persone), presente come protagonista l’on. Brambilla; buon rilievo mediatico
  • 30 GIUGNO 2012: corteo nazionale a Montichiari indetto da FGH (3.000 persone)
  • 23 LUGLIO 2012: la Procura di Brescia pone sotto sequestro l’allevamento per maltrattamenti emersi a seguito di un esposto di LAV e Legambiente; in un primo momento di cani sono affidati alla struttura stessa, poi vengono affidati a LAV e Legambiente; viene organizzato il progetto “SOS Green Hill” per trovare e selezionare gli affidatari dei cani (le associazioni che vi partecipano sono: Apnec (Associazione Professionale Nazionale Educatori Cinofili), Avcpp (Associazione Volontari Canile Porta Portese), Comitato "Montichiari contro Green Hill", Coordinamento "Fermare Green Hill", Enpa, Lav, Leidaa, Legambiente, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Libertas, Occupy Green Hill, Oipa, Vita da Cani
  • 27 LUGLIO 2012: i beagle iniziano ad uscire materialmente dall’allevamento
  • 3 AGOSTO 2012: la Procura conferma il sequestro dei beagle ma restituisce la struttura ai proprietari
  • 25 SETTEMBRE 2012: indagati la sindachessa, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia
  • 1 OTTOBRE 2012: dopo il sequestro probatorio dei beagle viene disposto il sequestro preventivo (che blocca le attività della struttura)
  • 25 OTTOBRE 2012: il tribunale del riesame dispone il dissequestro della struttura (i beagle restano invece alle famiglie affidatarie)
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