Nicola Dembech

Le buone azioni vanno fatte in silenzio, 

                                         ma non troppo.

 

 

 

 

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni.                                          

Gandhi                                                                               

 

 

L'azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa [..] a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato.                        

Martin Luter King                                                           

 

 

Nella storia sono state le azioni che hanno prodotto cambiamenti significativi. In senso negativo l'impatto del comportamento delle recenti società umane sulla natura è dovunque devastante ed è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questi ultimi decenni è stato possibile un così radicale sconvolgimento di tutti gli ecosistemi e relativo effetto straziante sulla vita vegetale e animale. In senso oppositivo, ma positivo, i gesti di persone o movimenti tentano di contrastare e porre rimedio a ciò che in letteratura è stato definito ecocidio, lotta di classe, specismo, razzismo, sessismo, omofobia; in una parola dominio.

 

Ma qual è il significato di azione? e quanti significati può assumere? esistono azioni buone-positive, (giuste, morali) e azioni cattive-negative (criminali, violente)?

Sembra banale dirlo ma se consideriamo le azioni esclusivamente da un punto di vista della legalità, ogni atto significativo propenso a qualsiasi ipotetico cambiamento risulta essere delinquenziale se non addirittura violento. Dunque Gandhi e Martin Luter King, due nomi noti tra i tanti, dovrebbero essere considerati delinquenti, se non in alcuni casi leader criminali. Se invece valutiamo le azioni anche in termini di giusto e sbagliato comprendiamo facilmente che il confine della legalità può essere un sottile filo spinato teso alla volontà di mantenere inalterata la condizione sussistente.

 

Disobbedienza civile e azione diretta non-violenta rappresentano la manifestazione politica dei sentimenti umani che valicano questo confine. Entrambe informano il mondo che il campo di ogni battaglia non sono solo le aule dei tribunali ma i diversi ambienti della società in cui persiste una grave violazione della vita, della libertà e della giustizia. La prima rifiuta il rispetto di una legge in quanto ritenuta ingiusta, e la trasgredisce ai fini di cambiarla. La seconda è compiuta anche da individui la cui opera non è interposta al concetto stesso di ordinamento giudiziario e viene applicata "..come se l'attuale forma di potere non esistesse. [..] azione diretta vuol dire sforzarsi di agire come già si fosse liberi"1.  Entrambe le azioni utilizzano e si identificano in prassi e strategie non-violente pertanto tra esse non dovrebbero svilupparsi schieramenti e contrapposizioni in termini di considerazioni come  buono-cattivo, legittimo-illegittimo. La storia infatti è piena di avvenimenti che comprovano l'importanza di entrambe le azioni, per il semplice fatto che fino a quando ci saranno prepotenze e ingiustizie ci saranno persone disposte a combatterle. Che sia per mezzo della creatività di un'azione simbolica portata in piazza, un picchetto davanti alle sedi di una multinazionale che devasta il pianeta, per mezzo di occupazioni e allucchetamenti, attività di non-collaborazione come il rifiuto di pagare le tasse destinate a: - finanziamenti militari, zootecnici, lobby venatoria, grandi opere inutili e nocive, circhi che sfruttano animali -, oppure per gesti più fisici come quello del sabotaggio, la storia insegna che le più grandi conquiste sociali sono il frutto di un vasto quanto complesso compiuto storico che non può essere definito attraverso una semplice interpretazione degli eventi e di come avvengano i processi che favoriscono il cambiamento.

Disobbedienza civile e azione diretta, bensì richiedano molto coraggio, non sono puri gesti eroici ma un particolare quanto ragionato piano di lotta in grado di gestire e affrontare i conflitti a lungo termine.  Ambedue sono metodiche intelligenti e non il frutto di reazioni istintive e cariche di rabbia repressa, esse si concentrano sulla chiara evidenza, puntano dritte al problema cercando nell'obiettivo una specifica e possibile trasformazione della reatà.

 

Alcuni giorni fa si è appreso dai giornali la notizia di un blitz portato a termine da ignoti nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre scorso all'interno dell'allevamento di visoni situato a Olanda Di Savoia. Si può leggere la notizia qui http://bit.ly/1H2bn36. Un numero di animali quantificato tra cinquecento e ottocento, destinati a morte certa per mezzo di camere a gas, sono stati liberati uno a uno. Un'azione che, oltre all'imperativo morale che la muove, porta in sè un significato politico importante. Non solo attraverso questa specifica azione si porta alla luce una grave violazione etica andando a contrastare così un'ingiustizia, ma si affermano anche nuovi modi di concepire la società. Pertanto le persone che hanno compiuto tale azione non solo si oppongono alla sistematica distruzione dei corpi ma hanno reso visibile ed effettiva - anche solo per un momento - la forma e l'apparenza di un mondo libero nel quale tutti vorremmo vivere.

 

Ora, la circostanza che porta in sè un certo grado di preoccupazione si apprende dal fatto che diverse realtà e associazioni non hanno riportato la notizia all'interno dei propri spazi di informazione. Non è stata riportata una notizia, ovvero un'informazione su un fatto di attualità dal forte impatto politico che a detta di "capiscuola" dovrebbe drammatizzare così in profondo il problema tanto da non poterlo più ignorare.

Come è potuto accadere che una notizia di questo spessore sia passata in secondo piano? è stata solamente una disattenzione oppure alcune tipologie di azioni hanno perso valore? abbiamo veramente il diritto di rimanere in silenzio davanti a fatti di liberazione? perchè è sopratutto di questo che stiamo parlando, ed è proprio questo che è avvenuto, una liberazione. Prima di riconoscere nel fatto stesso un atto di ribellione, prima di ogni possibile affermazione politica, prima ancora che i giornali riportino la notizia, cinquecento-ottocento anime hanno avuto la possibilità, fosse anche minima, di riprendersi la vita che gli appeteneva. E ancora, come può esistere, e come possiamo rendere tangibile un periodo di transizione se non consideriamo le azioni che lo attraversano?

 

Per rispondere a queste domande nel modo più costruttivo possibile sarebbe opportuno fare un analisi del movimento2 in questi ultimi anni e cercare di capirne il sentimento attuale, gli approcci e i procedimenti. Cosa che non farò perchè oltre a chiari problemi di spazio so di non avere le giuste competenze. Devo però una spiegazione alla critica che pongo. Dunque la mia disapprovazione verso la mancata assunzione di responsabilità si ritrova nel fatto che diversi gruppi e associazioni non hanno saputo riconoscere in questo specifico atto di liberazione una risorsa nel più ampio senso del termine, ovvero comprendere che essa può contribuire in modo significativo alla risoluzione del particolare genere di sfruttamento di cui si sta discutendo. Di conseguenza, da un punto di vista politico, questa tipologia di azione non è da considerarsi solamente simbolica ma assume veri e propri aspetti pratici e incisivi nel momento in cui contribuisce positivamente alla risoluzione di un problema reale, pertanto favorisce un cambiamento positivo all'interno della società3.

 

Esistono poi anche questioni più generiche su cui, a partire da questo fatto, si potrebbe ragionare. Una di queste è possibile individuarla partendo dal significato stesso della parola tendenza, ovvero la disposizione verso un determinato modo di sentire e comunicare (l'attivismo), quindi di comportarsi e agire di conseguenza.

Il fatto che l'orientamento di alcune prassi (prevalenti) di attivismo - in parte o in toto divergenti da altre - possa addirittura arrivare a trascurare il corso di certi eventi che nel suo insieme costituiscono la storia del movimento di liberazione animale è appunto parte integrante e significativa del problema che pongo in questo articolo. Si intenda che tutto ciò non è affatto da considerarsi in termini di colpa nel senso di torto, bensì un problema interno che a mio avviso è da considerare e risolvere. Nessuno vuole una tipologia di attivismo dal pensiero unico e nemmeno una forma scriteriata, tuttavia l'insufficienza di spazi di incontro indispensabili per dare vita a momenti di confronto e ricerca, certamente non aiutano a decifrare problematicità che nascono nel momento in cui esiste assenza di discussione e apertura a probabili teorie collegiali. C'è ancora da capire se la tendenza sia quella di limitarsi e circoscrivere l'attivismo al concetto stesso di diritti animali oppure se la volontà collettiva possa superare tale barriera morale e polarizzare maggiormente i propri sforzi verso prassi più consolidate dal punto di vista delle più recenti teorie politiche dell'antispecismo.

 

 

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1) David Graeber, "Progetto Democrazia. Un'idea, una crisi, un movimento".

2) Sarebbe appropriato definire la realtà antispecista-animalista non come un movimento ma piuttosto l'esistenza di più enti che attraverso diversi modi di agire e pensare operano nel territorio.

3) Il numero di queste attività è drasticamente calato dagli anni ’90, in cui circa 125 allevamenti erano segnalati alla Camera di Commercio e la produzione era arrivata a 400mila animali uccisi ogni anno. Le motivazioni sono da ritrovarsi in parte nella crisi del settore della pellicceria e in parte nelle continue campagne di pressione, informazione e sensibilizzazione da parte di organizzazioni animaliste. Altro fattore determinante sono state sicuramente le decine di liberazioni di animali compiute da attivisti anonimi.

Fonte: http://www.visoniliberi.org/allevamenti_italia.htm

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Marco Reggio

Etica ed etichette: il veganismo entra nei supermercati?[1]

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non è il solito (demagogico) articolo contro i supermercati vegan. Non è certo un articolo a favore, ma vorrei provare ad affrontare la questione da una prospettiva  diversa rispetto a quella usuale.

Un po' di anni fa, lo stile di vita vegan era la modalità più ovvia di proporre i temi antispecisti al “pubblico” generico e alle singole persone. Lo slogan “go vegan”, che sintetizzava il proposito di convertire una a una le persone in quanto consumatori/trici, poteva persino costituire un modo di esprimere una radicalità, una presa di distanza dagli approcci zoofili e protezionistici. In modo quasi scontato, questo atteggiamento di ambiguità rispetto al carattere più o meno politico della questione (che oscillava tra la semplice scelta rispetto a differenti stili di consumo e l'affermazione di una presa di posizione incarnata contro i mattatoi) produceva una miriade di discorsi che, oggi, molt* attivist* considerano problematici: dal veganismo come efficace strumento di boicottaggio di un intero settore all'uso di argomenti indiretti quali la salute umana, gli sprechi di risorse, l'inquinamento, ecc.; dalla fissazione sulla parolina magica “vegan” al purismo delle varie “polizie vegane”, eternamente in cerca di birre da vietare perché chiarificate con l'albume d'uovo, di quantità infinitesimali di sostanze animali nelle caramelle, indaffarate nell'aggiornamento maniacale di vere e proprie liste di proscrizione con i vari E120[2] ad uso dei “veri vegani”. Quando qualche attivista[3] si proponeva di (ri)portare l'attenzione sullo sfruttamento di animali, il purismo vegan faceva molta fatica a mettersi in discussione, e spesso tacciava le voci critiche di disfattismo.

 

La conquista del supermercato

Nel frattempo, lo stile di vita vegan si affermava sull'unico terreno su cui si era impegnato, quello del consumo. A furia di elaborare strategie di propaganda basate sul presupposto della riduzione delle persone (soggetti? cittadin*? individui? Usare un termine o l'altro non è indifferente, ma ai fini del presente discorso non è poi così importante) a meri consumatori, si è ottenuto un primo “risultato”: i reparti alimentari dei supermercati hanno iniziato ad adeguarsi, o meglio a fiutare l'affare. E, infatti, ora traboccano di seitan, tofu e biscotti “cruelty free”. Anche sorvolando sul fatto che i supermercati stessi costituiscono un problema (una banalità di base di recente riscoperta persino da alcuni sacerdoti dell'antispecismo), in questi templi del capitalismo non cessano naturalmente di fare mostra di sé i pezzi dei corpi animali dei reparti di macelleria e pescheria. Anzi, questi reparti si ingrandiscono senza sosta.

E i sostenitori dello stile di vita vegan?

Molti di loro si sono accorti – di solito senza sentire alcuna necessità di fare autocritica – che qualcosa non quadrava. E hanno, di conseguenza, assunto posture critiche nei confronti del consumo vegan. Lo hanno fatto nei modi più disparati, ma in genere senza mutare davvero atteggiamento, forse proprio per mancanza di autocritica. Credo che una breve disamina delle reazioni più diffuse, tra quelle che riscuotono maggiori consensi fra i/le vegan animalisti/antispecisti in Italia, possa essere utile per comprendere alcuni aspetti meno discussi della questione.

 

Dallo stile di vita alla filosofia di vita...

Una prima reazione consiste – nulla di originale, in sé – nel mutare le parole d'ordine. Per esempio, lo “stile di vita vegan” con il suo corredo di “diventa vegan”, “ogni vegan salva x animali al giorno”, “non consumare derivati dello sfruttamento animale è un imperativo morale”, è potuto facilmente diventare “filosofia di vita vegan” (o altre varianti). Il problema è che non c'è sostanzialmente nulla che distingua la prima formulazione dalla seconda. La “filosofia di vita”, infatti, è sempre una presa di posizione individuale, assunta da un soggetto autonomo, razionale e a-relazionale (il tipico soggetto liberale occidentale, insomma); è un'assunzione di responsabilità che si diffonde poi in modo sostanzialmente moralista (talvolta quasi colonialista), che pretende di imporsi agli altri dall'alto della sua inattaccabilità argomentativa, che costituisce un perfezionamento dello stile di vita, una sua estensione a tutti gli aspetti dell'esistenza, ma pur sempre a partire dal soggetto-consumatore. Più sinceramente, però, sorge il dubbio che ad una parola screditata (“stile”) in quanto associata al tema delle “mode” passeggere, dei trend più o meno giovanili, delle “tendenze”, si sia voluta sostituire una parola più “nobile”. In effetti, “filosofia” fa più figo. Come negli altri casi, il punto è che l'abbandono dello stile di vita/consumo non è nato da una critica ragionata, ma dalla semplice necessità di distinguersi da un discorso che era via via meno etichettabile come discorso di minoranza, e quindi come discorso radicale. Questo caso è comunque relativamente marginale, e non ha avuto un successo particolarmente significativo.

 

Sempre più vegan

Un grande filone di risposte al fenomeno dei supermercati vegan è invece quello della radicalizzazione, dell'approfondimento dei requisiti del consumo vegan. Se l'ingiunzione a rifiutare carne, pesce, latte e derivati, uova e miele è ormai assumibile nella pratica quotidiana con relativa semplicità, è sempre possibile irrigidire questa ingiunzione, modificando pezzettino per pezzettino la definizione stessa di prodotto vegan. Per esempio, si potrà sostenere che alcuni ingredienti, anche se non derivano direttamente dallo sfruttamento animale, non sono etici, il che significa “eticamente non accettabili per il bravo vegano”. L'olio di palma, la cui produzione è causa di deforestazione, depauperamento dei suoli e, indirettamente, sofferenze e morte per molti animali, potrebbe quindi non essere soltanto oggetto di un boicottaggio o di una denuncia parallela, aggiuntiva rispetto a quella di chi sottolinea la violenza insita nella produzione di carne, latte e uova. L'olio di palma, pur essendo un prodotto vegetale, può, secondo questa logica, rientrare fra gli ingredienti “proibiti” in un prodotto che si definisca vegano. Questo significa che “vegan”, pur di non essere associabile ad alcun articolo della grande distribuzione, diventa un termine ombrello che significa tutto e niente. Consideriamo che un analogo discorso può essere fatto (e viene fatto!) non solo per gli ingredienti, ma anche per le modalità di produzione e per i soggetti che producono. Sfruttare i lavoratori è, ovviamente, una pratica a dir poco criticabile, ma con questa logica può divenire un ulteriore criterio per determinare cosa non è vegan. Similmente, le modalità di produzione che si basano su tecnologie altamente inquinanti possono rientrare fra i candidati a indicare il prodotto da escludere dalla dieta vegan: siamo sicuri che la soia sia davvero vegan? E il riso ogm? E ci sono poi i produttori, appunto. Se un produttore di biscotti vegan perfettamente compatibili con quanto detto sin qui fosse anche un produttore di merci che tanto compatibili non sono? O, peggio, se fosse una multinazionale? O, di peggio in peggio, una multinazionale della carne?

In sostanza, stiamo parlando di tutto e di niente, come si diceva sopra. “Vegan” significa “senza derivati animali e rispettoso di umani, ambiente, diseguaglianze sociali, ecc.”. Insomma, qualcosa come “vegan + equo e solidale”. Oppure, significa: “eticamente accettabile da tutti i punti di vista possibili” (!).

Una breve parentesi per chiarire un aspetto forse banale. Chi scrive non vede di buon occhio gli ogm, né lo yogurt di soia Granarolo, né le linee di biscotti Esselunga, né tantomeno la produzione attuale di olio di palma ad uso dei ricchi consumatori occidentali. Non è questo il punto. La lotta contro alcuni prodotti, alcuni produttori o contro alcuni fenomeni come lo sfruttamento lavorativo, l'espropriazione delle terre delle piccole comunità da parte delle multinazionali, la pubblicizzazione di prodotti cancerogeni come se fossero innocui, sono tutte lotte degne di essere intraprese, quanto la lotta contro lo sfruttamento animale (che peraltro non è da esse slegata). Il punto è se chi è interessato al termine “vegan” per questioni identitarie abbia compreso che addossando a tale termine la responsabilità di individuare senza appello tutti i mali del mondo se ne faccia un termine inservibile, inutile anche a denunciare quella forma di violenza che, avendo come vittime dei soggetti scarsamente considerati dall'opinione pubblica, necessita forse di una denuncia più forte e, soprattutto, più esplicita. Per questo, una critica delle “repliche” ai corner vegan nei supermercati avanzate da parte di chi ha a cuore il termine può fare emergere alcuni spunti utili alla liberazione animale.

 

“Non basta essere vegan”: dal supermercato vegan al super vegan

Il secondo grande filone delle risposte di chi, fino a poco tempo fa, ripeteva fino allo sfinimento lo slogan “go vegan”, è quello di mantenere, grosso modo, la definizione classica di prodotto “cruelty free”, spostando l'attenzione sulla posizione politica generale di chi mangia vegan. Chi mangia vegan, si dice, è – fatta eccezione per i salutisti e qualche ambientalista – animalista o antispecista. Critica cioè la discriminazione di specie, o l'antropocentrismo, o comunque le pratiche di violenza ai danni di tutti gli animali (con maggiore o minore consapevolezza del fatto che gli umani sono anch'essi animali). E siccome questa posizione – prosegue il ragionamento - deve confrontarsi, in qualche modo, con un assetto mondiale che è fatto di ingiustizie e di distribuzioni di potere inique sotto diversi aspetti, che esulano dalla sorte degli animali non umani oppure la implicano ma in modo meno diretto da come siamo abituati a pensare (gli ogm, Granarolo, Esselunga, l'olio di palma, ecc...), la parola “vegan” designerà solo un aspetto parziale della presa di posizione critica. Al vecchio “go vegan” si sostituisce dunque una retorica fatta di “essere vegan non basta”, “essere vegan è solo il primo passo”, “vegan perché antispecisti”, e così via. Beninteso: slogan condivisibili, tutto sommato. Il problema è però più sottile. La fiducia nel proselitismo vegan svanisce nonostante il successo ottenuto, perché ci si accorge che si tratta di una vittoria di Pirro. L'aumento del numero di vegan non significa automaticamente aumento di individui disposti a prendere posizione sullo specismo, e se la maggiore facilità ad alimentarsi senza prodotti animali promette di spingere verso un ulteriore aumento dei consumatori “animal friendly”, innescando un circolo virtuoso, è anche vero che questo circolo virtuoso riguarda soltanto l'ambito del consumo. Il che era francamente prevedibile, ma questo è un altro discorso. Il punto importante qui è che molt* si sono accorti di aver puntato sul termine sbagliato, perché questo termine è sussumibile dal capitalismo che – si sa, almeno fuori dai circoli antispecisti – è in grado di riassorbire qualsiasi istanza, dal pacifismo al comunismo, dall'anarchismo alle rivendicazioni delle comunità LGBT. Dopo essersi accorti di questo prevedibilissimo fenomeno, hanno pensato, semplicemente, di alzare la posta. “Vegan” è un termine recuperabile dal mercato? Può essere facilmente fagocitato, rimasticato e reimpastato persino per promuovere lo sfruttamento animale? Proponiamo un altro termine, meno ambiguo. La proposta, manco a dirlo, è “antispecista”.

Il problema non è tanto se questa proposta sia sensata o meno, ma che fondi la propria forza sulla potenza della parola in sé. È ovviamente possibile – e utile – discutere della terminologia, se la discussione verte sul significato dei termini[4]. Spesso l’etichetta di “antispecista”, quando viene proposta come soluzione delle contraddizioni dei/lle vegan, porta con sé pochi o nessun contenuto di reale critica al veganismo. Ne costituisce, insomma, un superamento puramente terminologico.

Di fatto, l’”antispecista” non è altro che un vegano 2.0.

In questi casi, “antispecista” può per esempio rimandare all’immagine di una persona vegan ma attenta ai problemi dello sfruttamento umano. In aggiunta al boicottaggio dei derivati animali, il “super vegan” esprimerà il proprio dissenso verso il capitalismo trasferendo semplicemente la propria modalità di lotta ad altri ambiti, allargando cioè (all’infinito?) la gamma di prodotti “vietati”. Non avendo sottoposto a critica il consumerismo vegan – e avendo frainteso il senso della sua inadeguatezza politica -, non farà altro che riprodurlo, propagarlo, sostenendo per esempio che McDonald’s si sconfigge principalmente... non entrandoci. Un errore strategico la cui portata diventa ancora più ampia: il rimedio è peggiore del male.

In altre versioni, “antispecista” significa semplicemente “consumatore vegan avverso alla grande distribuzione”. In questi casi, la soluzione al supermercato vegan è quella di disertarlo, continuando a proporre – in sostanza – uno stile di vita vegan, ma questa volta attento ai temi del km zero, del biologico, dell’autoproduzione. Ancora: il problema non è se il cibo bio o autoprodotto siano  cattive pratiche (anzi, è il contrario), ma se possano costituire una risposta politica al recupero della domanda vegan come target di consumatori da soddisfare.

In altri casi ancora, “antispecista” rimanda a un veganismo che rifiuta con sdegno motivazioni che non siano etico-politiche. Il vero antispecista sarebbe quello che compra i biscotti senza latte e uova solo perchè non vuole uccidere i vitelli e le galline. Anche questo – che è uno spostamento d’accento per me molto condivisibile – si rivela inutile se è declinato in termini di consumo. E infatti, puntualmente, dopo la diffusione delle merci vegan, spuntano anche i “biscotti antispecisti”. Gli antispecisti inorridiscono, ma sbagliano clamorosamente il bersaglio: “l’azienda che li produce non è antispecista!”, “è una multinazionale!”, “se i biscotti sono antispecisti non si possono trovare il supermercato, per definizione”. Tutto ciò è grottesco, e talvolta il grottesco è un sintomo di derive identitarie. In realtà, se non si fa autocritica sul fatto di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, per anni, che una posizione etica può essere rappresentata da un’etichetta, è inutile radicalizzare la propria etica, per poi scoprire che può essere sempre contenuta in un’etichetta, e che il terreno di scontro saranno sempre... i biscotti.

La questione è – letteralmente – se l’etica possa diventare un’etichetta, cioè una certificazione con una lista di ingredienti. Non aver colto che una presa di posizione etica (politica) non è esprimibile come somma di requisiti (la dieta vegan + il boicottaggio dell’olio di palma + un po’ di antisessismo e antirazzismo q.b., per esempio), rende insormontabile il problema delle etichette, di quelle etichette vegan che si stanno moltiplicando nei supermercati.

 

Spostare l’asticella della purezza?

Temo che qualsiasi proposta di sostituire “vegan” con una nuova etichetta sia poco produttiva, se prima non si è decostruito il veganismo per come lo conosciamo, e cioè come una pratica connotata da due vizi di fondo. Il primo è, come si è detto, quello di accettare acriticamente le regole del gioco del capitalismo, per cui i soggetti sono anzitutto consumatori, le ingiustizie sono l’effetto di tare individuali e il volontarismo è il comune denominatore di ogni soluzione possibile: ognun* cambia le proprie abitudini quotidiane, e il mondo cambierà radicalmente[5]. Come si è visto, questa logica può essere facilmente estesa a piacere: come c’è un consumo vegan, potrà esserci un consumo “antispecista”, “vegan etico”, ecc.

Il secondo vizio di fondo è quello identitario. Al di là del modo in cui si intendono le parole-chiave, l’attenzione stessa alle parole in sé è problematica. O almeno lo è il modo in cui la scelta delle etichette finisce per farla da padrona nel dibattito. Provate a discutere in un gruppo di vegan, un blog, un forum o – meglio ancora – su un social network, del fatto che ormai è facile trovare il cappuccino di soia o la brioche vegan al bar. Vi imbatterete in:

- quell* che se ne rallegrano, perché il mondo sta finalmente cambiando;

- quell* che sostengono che questo significa poco, in quanto dentro alla brioche c’è l’olio di palma;

- quell* che ricordano che l’unica soluzione è farsi i dolci in casa;

- quell* che più sottilmente dicono che non si tratta di una vittoria, ma in compenso è un segnale di attenzione (ci temono? vogliono comprarci a suon di cornetti?);

- quell* che dicono che dovrebbe diffondersi l’antispecismo e non il veganismo (come se l’antispecismo potesse diffondersi nelle vetrinette dei bar).

Immancabilmente, la discussione finirà su che cosa o chi si può definire vegan. Qualcuno dirà che quella brioche non è vegan, qualcun altro che il vero vegan non compra le brioche, oppure che il punto è se un vegan che compra il cornetto sia un vero antispecista, che cosa sia un vero antispecista, e così via. È evidente che al centro delle nostre preoccupazioni non c’è un progetto politico in grado di evidenziare la violenza sugli animali mettendola in connessione con il neoliberismo, né una tensione verso un veganismo destabilizzante[6] e anticapitalista, ma soltanto un’ansia identitaria che ben si sposa con l’attenzione agli stili di consumo.

Questa ossessione per l’identità, intesa come una continua (ri)definizione di chi o cosa può essere incluso nella comunità (nel senso più negativo del termine), struttura tutto l’impegno all’allargamento della base di attivist*, argomento di cui si parla da molto tempo. “Allargare la base”, cosa che spesso coincide con “veganizzare”, significa troppo spesso adoperarsi affinché nuovi soggetti aderiscano ai rigidi requisiti che possono farne membri della nostra comunità. Per inciso, questo identitarismo comunitario è responsabile anche della violenza verbale ed escludente che spesso si scatena contro i/le vegetarian*, talvolta trattati peggio degli onnivori[7].

Come sottolinea Maurizi nel testo citato sopra, anche se le riflessioni “teoriche” sono importanti, esse non possono sobbarcarsi l’onere di decidere delle strategie reali, le quali si svilupperanno solo nel movimento reale, nei gruppi che realmente si troveranno a discutere e decidere gli obiettivi di breve e medio termine. Ma se il “movimento” è identitario, gli obiettivi saranno decisi in funzione di un criterio unico e sommo: l’autoconservazione.

Come uscirne? Certamente, come dice Chloë Taylor[8], dovremmo forse smettere di dire che “siamo vegan” per dire invece che “mangiamo vegan”. Ma siamo sicur* che questo sia sufficiente, se poi ci affanniamo a dire che “siamo antispecisti”? Anche questo “ci”, questo “noi” cui faccio riferimento non deve essere dato per scontato: in questo contesto, si rivela parte del problema. Persino parlare di quanto emerso finora sembra necessitare di un “noi”, di un’appartenenza comune da cui proferire parola, un’appartenenza che è già, però, fin dall’inizio, un punto da mettere in discussione, forse il punto da mettere in discussione.

Ma anche dando per scontato che si debba per forza partire da un “noi”, seppur senza connotazioni troppo identitarie – per rispondere al quesito se sia sufficiente “alleggerire” il veganismo come nella proposta di C. Taylor – si può forse riflettere su un altro aspetto della questione. Invece di affannarci a definire chi è “con noi”, non sarebbe più produttivo investire energie nel ricercare la relazione con altri soggetti con cui condividere lotte, percorsi, incontri e saperi, apert* alle possibilità di reciproca contaminazione e senza dover per forza giocare il gioco dell’inclusione/esclusione, della distribuzione di patenti di antispecismo? Il rischio – da correre – è che si scoprano relazioni e prospettive che da dentro il recinto della nostra “comunità vegan” non siamo neanche in grado di scorgere.



 


 

NOTE

 

1 Ringrazio feminoska e Aldo Sottofattori per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti durante la stesura dell’articolo.

2 La sigla E120 è puramente casuale: chi scrive non si interessa dei nomi dei vari additivi usati dall'industria alimentare.

3 Un buon esempio è quello di Antonella Corabi: cfr. “Diffondere lo stile di vita vegan: una critica” (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica).

4 È il caso di Marco Maurizi che, di recente (Animalismo o antispecismo?, in “Liberazioni”, n. 22), ha proposto proprio di abbandonare il termine “animalismo” – e la centralità del veganismo – in favore di “antispecismo”. Che li si condivida o meno, sono però gli argomenti di Maurizi che sono interessanti e che dovrebbero essere oggetto di discussione, e non certo le parole che li riassumono (del resto, l’autore lo dice molto esplicitamente).

5 Ancora, per una critica di questa tendenza, si veda l’articolo di M. Maurizi, Animalismo o antispecismo?. Cfr., inoltre, Serena Contardi e Antonio Volpe, Editoriale, in “Animal Studies”, n. 7/2014.

6 Come è il caso del veganismo queer proposto da Rasmus R. Simonsen (Manifesto queer vegan, Ortica 2014).

7 Cfr. Marco Reggio, Che cosa rappresenta il veganismo?, antispecismo.net.

8 Foucault e "l'etica del cibo", in “Liberazioni”, n. 19/2014.

Pubblicato in Articoli

La pubblicazione in Italia del Manifesto Queer Vegan di Rasmus Rahbek Simonsen rappresenta, credo, un piccolo sforzo utile ad avviare riflessioni con ripercussioni sia teoriche che a livello di attivismo politico. Ma l'aspetto più sintomatico del fatto che Simonsen qualche cosa di significativo l’abbia effettivamente detto è rappresentato, paradossalmente, da una recensione firmata da tale Lupo Glori, alias Rodolfo De Mattei (un vero anti-identitario!), pubblicata di recente su un sito di ispirazione cattolica tradizionalista, diretto nientepopodimeno che da un ex vice-Presidente del CNR, Roberto De Mattei.

Lupo Glori sembra sinceramente spaventato dalla pubblicazione di questo librettino rosa. In effetti, l'"ideologia del gender" è già abbastanza destabilizzante di per sè per chi parla di famiglia "naturale"; l'antispecismo è già di per sè una “delirante visione”, “finalizzata a mettere sullo stesso piano gli uomini e le bestie” (sic). Figuriamoci se provano a dialogare fra loro...

"Cosa hanno in comune la teoria queer e l'animalismo vegano"? chiede Lupo. Molto semplice rispondere: sono entrambi fumo negli occhi per l'ortodossia cattolica. Ma se fosse solo questo non sarebbe molto interessante accostare le due parole, queer e vegan, in un saggio, come fa Simonsen. Per fortuna, qualche idea in più su cosa abbiano in comune questi due termini, Simonsen sembra averla.

De Mattei mostra di aver compreso bene quali siano questi elementi sottolineati dall'autore del Manifesto. Veganismo e femminismo queer condividono un'“orgogliosa rivendicazione della devianza, intesa come comportamento antisociale e antinormativo”, una critica radicale all'identitarismo, una “resistenza metaforica e materiale all'ordine sociale dominante”. Entrambi attaccano le istanze essenzializzanti condensate nell'idea di “contronatura”, un'idea non a caso applicata sia all'omosessualità che al veganismo. Entrambi sono oggetti di pratiche di discriminazione (De Mattei denuncia – pardon, cita – l’omofobia e la vegefobia).

Insomma, Satana è fra noi... vegetariano e frocio. Un vero finocchio.

E non poteva certo lasciare indifferente un giornale diretto da un vice-Presidente del CNR contestato perchè ha detto che il terremoto in Giappone è stato un segno della bontà di Dio o che la caduta dell’Impero Romano è stata causata dagli omosessuali.

A dare retta a gente come Simonsen, dice Glori, non si sa dove si va a finire. Si comincia con la dissoluzione della famiglia tradizionale, per arrivare alla morte della società e della specie umana, passando per un'allegra orgia interspecifica. Eh sì, perchè alla fine della sua invettiva, il Nostro evoca lo spettro della zoorastia: umani che sodomizzano animali e - orrore ancor più grande - animali che sodomizzano umani. In effetti, su un sito di De Mattei (Roberto...) l’allarme era già stato lanciato da tempo: i rapporti sessuali con animali dilagano ed è “davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione”.

Insomma, Glori-De Mattei-Lupo-Rodolfo è davvero terrorizzato. Anche se, a leggere la sua fedele descrizione degli spunti di Simonsen, il suo appassionato riassunto dei temi più originali del libro, la sua padronanza delle tesi più ardite di Lee Edelman, sembra quasi che ne sia affascinato. Forse, questo “queer vegan” sotto sotto attrae anche gente insospettabile...

 

Grazia Didio

 

queer vegan manifesto 

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

_______________________________________________________________________________________________

Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

Pubblicato in Materiali
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta inviata da Camilla Lattanzi a Repubblica, in seguito alla pubblicazione di un articolo di Michele Serra sull'edizione dell'1/7/2014.

LETTERA APERTA A REPUBBLICA

Nell'infelice AMACA di martedì 1mo Luglio, Michele Serra ha purtroppo aggiunto un altro anello alla catena di luoghi comuni e dissimulazioni che caratterizza il rapporto della nostra società con gli animali. Affermando che la natura è cruenta Serra perde completamente di vista il fatto che l’episodio di Berna (un orsetto che viene soppresso dallo zoo in cui era ospitato) è in sé un’accusa all’innaturalità dello zoo stesso.

Serra però si guarda bene dal prendere posizione su queste anacronistiche e crudeli istituzioni, luoghi di segregazione e sofferenza estrema, né spende una parola sulla contenzione in uno spazio ristretto di un cucciolo d'orso assieme a un maschio adulto, sulla decisione tutta umana di sopprimere il cucciolo, sull'ottocentesca esibizione a scopo didattico del cadavere impagliato.

Né possiamo aspettarci che Serra si chieda “ma come caspita fanno in natura i cuccioli d’orso a diventare adulti?”, perché questa banale domanda farebbe cadere il suo fragile costrutto. Molto più opportuno per lui sorvolare, anche sullo sdegno che l’episodio ha sollevato nel mondo scientifico, e concentrarsi sull'esercizio del linciaggio verso la categoria de "gli animalisti".

Un linciaggio che a dire il vero non sorprende, perché capita spesso a intellettuali e commentatori provenienti dalle fila della sinistra - persone che un tempo volevano cambiare il mondo e oggi sono dei semplici ex, ben integrati nel sistema dominante - di bollare con stizza come "ideologici", "estremisti" e così via le persone che sono spinte ad agire da motivazioni etiche profonde e disinteressate, anziché da interessi personali, opportunistici, di carriera.  Oggi sono gli animalisti, domani gli ambientalisti, dopodomani i NO-TAV, i sindacati e tutto quello che disturba il processo di imborghesimento e cinica assimilazione al sistema di mercato.

L'unica bestia (se vogliamo usare il termine in senso dispregiativo, ma a essere intellettualmente onesti anche di ciò si potrebbe discutere) in tutto questo dibattito è il genere umano e il suo delirio antropocentrico di cui Serra - solo in questo senso - è un magnifico esemplare.

Guardiamoci dai quei tanti, troppi, ex comunisti, ex ribelli, ex rivoluzionari, ex noglobal che stanno purtroppo diventando i peggiori difensori dello status quo.


Camilla Lattanzi, Firenze

 aereo

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

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jones pattrice, “Roadside Abstractions”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1426, aug. 2013.

jones pattrice, “Intersectionality and Animals”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1553, oct. 2013.

jones pattrice, “Ewe Helps Rooster Stay Out of the Snow”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1632, feb. 2014.

jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

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Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 30 Settembre 2013 09:00

13 gattari ma con quali desideri

13 gattari ma con quali desideri

di Gabriele Lenzi

Fonte: resistenzafemminista.noblogs.org

 

Un intervento pensato per “Mio fratello è figlio unico”. Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini? Una riflessione sul desiderio di cura negli uomini, a partire da esperienze nell’animalismo. La difficoltà e talvolta il disinteresse a coltivare questo tipo di desideri corrisponde a una riluttanza a renderlo anche una via di trasformazione politica.

incontro

Da quasi dieci anni faccio volontariato animalista, a livello locale e in modo del tutto informale, con una piccola sezione di un’associazione nazionale. Svolgo alcuni compiti di pubbliche relazioni, come scrivere lettere e articoli destinati a quotidiani e, più spesso, presenziare a banchetti informativi cercando di intercettare adottanti affidabili per animali abbandonati. Per la maggior parte però si tratta di un volontariato molto pratico, incentrato sulla cura e la tutela delle colonie feline (aggregazioni spontanee di gatti randagi), con l’alimentazione e le catture temporanee ai fini di sterilizzazioni e di cure veterinarie. Queste situazioni dovrebbero essere seguite dal Comune e dalle ASL ma in realtà se ne occupano, da un lato, associazioni di volontariato, con un rapporto spesso difficile con le istituzioni, dall’altro lato una realtà enorme e tendenzialmente invisibile – con cui le associazioni entrano in contatto tanto più quanto più operano sul territorio – di persone che se ne prendono carico spontaneamente, senza essere parte di reti di volontariato organizzato.

Il dato che trovo interessante è che in tutta questa situazione c’è una caratterizzazione di genere nettissima. Sono entrato in contatto (collaborando o quantomeno incontrandosi nei gattili e canili, ai banchetti informativi, dai veterinari, negli uffici istituzionali, negli interventi sul territorio eccetera) con alcune centinaia di persone coinvolte nelle associazioni, e nella quasi totalità erano donne, di varie età, provenienze geografiche ed estrazioni sociali. Lavoro quindi in questo campo con donne da circa dieci anni, donne che curano gatti, cani, a volte animali usciti dai laboratori o altri abbandoni, che hanno diversi modi di essere animaliste, a volte non sono neanche vegetariane ma “appassionate” di animali, donne molto conflittuali tra cui è difficilissima la collaborazione. Ma, in pratica, tutte donne.

Lo scarso dato maschile in questo campo è ancora più interessante se poi, nel mio piccolo, e qui diventa arduo fare statistiche, devo osservare che i pochissimi uomini che ho conosciuto hanno interessanti caratteristiche antipatriarcali. Intanto, sforzandomi di ricordare tutti gli uomini volontari di associazioni con cui sono entrato in un contatto anche solo fugace in questa esperienza, sono riuscito a contarne tredici, me compreso. Di questi, cinque si dichiarano omosessuali. Uno si è fatto vasectomizzare per motivi ideologici, rinunciando a una delle caratteristiche maschili più caricate di significati simbolici. Uno svolge per professione un compito di cura: infermiere in ambito psichiatrico. Sei, tra cui io, ci siamo avvicinati al volontariato per tramite di attiviste, amiche o compagne: un dato in cui non mi pare scorretto leggere il desiderio e la capacità di dialogare e di farsi influenzare da donne. Quattro di questi tredici, però, ricoprivano ruoli di prestigio nelle associazioni, a livello locale o nazionale: ovvero, come osservo anche nella mia attività di supplente precario nelle scuole medie, i pochissimi uomini presenti si trovano facilmente ad assumere ruoli di potere. Quest’ultima considerazione si lega anche al fatto che la presenza maschile, come mi confermano attivisti in città come Milano e Roma, aumenta nell’animalismo “ad alti livelli”, meno pratico di quello di cui sto parlando: organizzazione di grandi associazioni, proposte di legge, approfondimento teorico, eccetera. Man mano, cioè, che ci si allontana dall’ “animalismo della cura”.

A livello di persone non associate che si occupano spontaneamente di tutela degli animali sul territorio urbano, la caratterizzazione di genere cambia leggermente, ma non sostanzialmente, e conferma lo stesso quadro generale. Le persone che si occupano di randagi – si parla di randagismo felino, che ha caratteristiche di abitudinarietà e rapporto stabile con uno stesso territorio – sono, anche qui, nella quasi totalità dei casi donne: “gattara”, d’altra parte, è un termine che se non trova spazio nelle leggi è comunque del tutto normalizzato negli Uffici Ambiente comunali, nelle Aziende Sanitarie Locali, dai veterinari.

Grazie ai banchetti informativi per strada, però, sono entrato in contatto anche con una realtà più sfumata. Moltissimi uomini si emozionano per gli animali e si fermano a raccontare rapporti idillici con gatti, cani e altri animali domestici. Le storie che si ascoltano sono storie di amicizia e di amore a volte stupende. Si sente anche dire da uomini che danno da mangiare a qualche gatto di passaggio o che hanno fatto qualche salvataggio o denunce per abbandoni a cui hanno assistito. Ma manca generalmente il salto dallo sporadico, dall’episodico, alla responsabilità più piena – non solo, come già visto, verso l’associazionismo, ma anche per esempio verso la cura delle colonie. Nel 2008 ho collaborato a un censimento delle colonie feline di un intero comune e ho raccolto dati riguardanti 126 colonie. Tra le persone che se ne erano dichiarate responsabili, 57 erano donne e 20 uomini (che non ho mai conosciuto ma erano noti a mie colleghe), proporzione apparentemente non disarmante ma che deve essere incrociata con il dato che soltanto tra le donne vi erano responsabili di più colonie (ossia, ad alcune di quelle 57 donne corrispondevano un centinaio di colonie), il che fa inoltre ipotizzare che probabilmente gli uomini curassero una colonia in un luogo abituale, mentre di certo alcune donne dovevano recarsi appositamente in alcune delle colonie seguite. In tutti questi anni, poi, personalmente non ho incontrato nessun uomo che si presentasse all’associazione per risolvere un problema sanitario di una colonia, o per la cattura e sterilizzazione degli animali, o per riuscire a catturare un animale evidentemente sperso o abbandonato in un’area pericolosa. Gli uomini, così sembra, tendenzialmente o riescono a risolvere la situazione da sé o affidano il singolo caso al fatalismo.

Sia i numeri dell’assenza maschile sia la frequente incapacità di organizzare o dar voce ai desideri di cura attestano un’ampia riluttanza verso un tema, quello del rapporto con gli animali, che pure non è una bizzarria se molte, moltissime donne vi si attivano, laddove ci siano situazioni di disagio e bisogno, dando a volte veramente un’energia e una quantità di risorse incredibili. In questo riconosco una riluttanza che mi attraversa. Io stesso sono stato una presenza incostante nella mia associazione. E uno dei motivi che sento più forti in questa distanza, un motivo che sento anche al centro della difficoltà alla cura in generale – degli altri, degli amici, dei dipendenti da me come possono essere animali domestici o potrebbero essere dei figli – è la spinta fortissima al privilegio del tempo libero e di uno spazio tutto per me che tende però a schiacciare altre attività e relazioni.

La presenza del privilegio di genere, insomma, mi pare evidente: l’uomo si sente legittimato a disinteressarsi della cura, o di una cura sistematica, anche quando entra in contatto con individui che ne avrebbero bisogno – e a cui pure ne dà un accenno, confermandone il bisogno, dimostrando di averlo compreso e persino di avere in nuce un desiderio di soddisfarlo. Personalmente, ci sono momenti in cui la richiesta di attenzione altrui mi risulta esasperante, sia pur senza che sia contemporaneamente impegnato in attività che non siano meno che futili. In questo non credo ci sia una differenza sostanziale con le donne – la differenza è che mi sento più legittimato della maggioranza di loro a dire di “no”. E quando la richiesta di attenzione può non cessare di fronte al nostro desiderio di allontanamento, mi sembra anche di riconoscere un’origine della violenza maschile, analoga alla presa di controllo e riconferma di potere di fronte a un “no” femminile (quale che sia), ma più specifica e legata appunto alla volontà di indipendenza e di libertà da vincoli di cura.

Più che una critica ad ogni individuale impegno e alla sua misura, quale che sia, la mia è una constatazione di una sorta di incapacità acquisita insieme al nostro genere, il prezzo dei nostri privilegi. La cura è un problema di eccesso (e di obbligo), una competenza che è dovuta a una gabbia, per le donne, e di difetto (e di privilegio), un delegare che è divenuto incapacità, per gli uomini. E lo stigma femminilizzante è senz’altro un guardiano del privilegio corrispondente a questa riluttanza maschile: “come quelle vecchiette che si inteneriscono per i gattini?” fu la reazione di un amico sapendo la mia attività animalista. Per motivi analoghi, credo ci sia un problema degli insegnanti uomini ad avvicinarsi al mondo delle scuole medie, per non dire dei livelli precedenti, in cui l’insegnamento si avvicina via via – inquietantemente per molti di noi – alla relazione di cura.

Riguardo la capacità di trovare in sé, ascoltare e dare voce a questi desideri di trasformazione, di cambiamento rispetto al modello dominante che non si prende cura che di se stesso, il mio personale problema è stato in passato quello dell’isolamento, di sentirmi “figlio unico” in questo percorso. Questo non è che un corollario dell’incapacità di individuare (o voler ammettere) la caratterizzazione di genere di certi disagi. Di fatto, fin da piccolo ho sempre sia subìto sia non voluto replicare un certo modo maschile di stare nel mondo che (anche con comportamenti che rientrano nella più pacata normalità accettata da chiunque, nei modi di scherzare e socializzare) è violento, aggressivo, machista, omofobo e misogino. Tra maschi però non si parla di questi disagi. Se non quando vediamo qualcun altro che ne parla. Gli uomini che non accettano tutto un certo sistema simbolico in genere se ne stanno in silenzio, diciamo che anziché prendere parola schivano i colpi dell’irreggimentazione patriarcale. Si sopporta quello che non ci piace di certi amici maschi o di certi ambienti maschili o misti – o talvolta si disertano. Si possono evitare frequentazioni femminili che ci rimandano il desiderio di un maschile virilista. Ma il silenzio non serve a molto; anzi c’è sempre il rischio di cadere in una sorta di narcisismo vittimista basato sulla propria superiore diversità. Per questo, a mio avviso, è importante per gli uomini darsi uno spazio – anche separatista – che invece raccolga questi disagi di fronte all’irreggimentazione e questi desideri di trasformazione e dia possibilità di esprimersi.

Eppure, lo spazio in cui gli uomini parlano tra loro di che cosa significhi essere uomini e si dedicano al tema del rapporto con le donne è tutt’altro che assente. I desideri degli uomini non sono nascosti. I maschi parlano ovunque di donne e di tutte le categorie che non rispondono al maschile eteronormativo: deridendole o esorcizzandone l’umanità. Esprimono pubblicamente i loro desideri come “utilizzatori finali” del bene di consumo femminile. Questi desideri non hanno bisogno di “liberarsi”, di trovare parola: sono già quelli dominanti – sono i desideri corrispondenti al modello attuale del neoliberismo patriarcale. Alcuni gruppi di uomini non si accontentano della misoginia che si respira ovunque ma, partendo proprio da un confronto tra di loro, da una condivisione e costruzione di alcuni propri desideri, giungono a esprimere in forma di rivendicazione perfino un rancore esplicito verso le donne.

Non si tratta dunque di trovare un luogo in cui dar voce ai desideri maschili attuali. Gli uomini dovrebbero invece costantemente analizzare quelli che si trovano a vivere, denudarli, metterli a confronto con i dettami più o meno espliciti della società da cui veniamo e di quella che costruiamo. Un dialogo tra uomini sul disagio e sui desideri maschili è dunque fondamentale, perché attraverso l’ascolto del desiderio di cambiamento degli altri uomini non si può non guardare dentro di noi anche quella riluttanza e quei desideri che portano, rispetto alla cura verso le relazioni, un grande numero di uomini alla presenza inefficente o all’assenza – se non alla presenza contro. Ma per mantenere una continua tensione positiva, tra l’esprimersi liberamente e il riconoscere il patriarcato da cui siamo attraversati, serve soprattutto un dialogo fittissimo con il femminismo, che del patriarcato ha smascherato l’invisibilità con un’urgenza di cui riconoscere la forza non dovrebbe spaventare noi uomini, ma esortarci a un dialogo in cui non assumere voci inautentiche, predisposte da stereotipi che ci ingabbiano.

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