Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta inviata da Camilla Lattanzi a Repubblica, in seguito alla pubblicazione di un articolo di Michele Serra sull'edizione dell'1/7/2014.

LETTERA APERTA A REPUBBLICA

Nell'infelice AMACA di martedì 1mo Luglio, Michele Serra ha purtroppo aggiunto un altro anello alla catena di luoghi comuni e dissimulazioni che caratterizza il rapporto della nostra società con gli animali. Affermando che la natura è cruenta Serra perde completamente di vista il fatto che l’episodio di Berna (un orsetto che viene soppresso dallo zoo in cui era ospitato) è in sé un’accusa all’innaturalità dello zoo stesso.

Serra però si guarda bene dal prendere posizione su queste anacronistiche e crudeli istituzioni, luoghi di segregazione e sofferenza estrema, né spende una parola sulla contenzione in uno spazio ristretto di un cucciolo d'orso assieme a un maschio adulto, sulla decisione tutta umana di sopprimere il cucciolo, sull'ottocentesca esibizione a scopo didattico del cadavere impagliato.

Né possiamo aspettarci che Serra si chieda “ma come caspita fanno in natura i cuccioli d’orso a diventare adulti?”, perché questa banale domanda farebbe cadere il suo fragile costrutto. Molto più opportuno per lui sorvolare, anche sullo sdegno che l’episodio ha sollevato nel mondo scientifico, e concentrarsi sull'esercizio del linciaggio verso la categoria de "gli animalisti".

Un linciaggio che a dire il vero non sorprende, perché capita spesso a intellettuali e commentatori provenienti dalle fila della sinistra - persone che un tempo volevano cambiare il mondo e oggi sono dei semplici ex, ben integrati nel sistema dominante - di bollare con stizza come "ideologici", "estremisti" e così via le persone che sono spinte ad agire da motivazioni etiche profonde e disinteressate, anziché da interessi personali, opportunistici, di carriera.  Oggi sono gli animalisti, domani gli ambientalisti, dopodomani i NO-TAV, i sindacati e tutto quello che disturba il processo di imborghesimento e cinica assimilazione al sistema di mercato.

L'unica bestia (se vogliamo usare il termine in senso dispregiativo, ma a essere intellettualmente onesti anche di ciò si potrebbe discutere) in tutto questo dibattito è il genere umano e il suo delirio antropocentrico di cui Serra - solo in questo senso - è un magnifico esemplare.

Guardiamoci dai quei tanti, troppi, ex comunisti, ex ribelli, ex rivoluzionari, ex noglobal che stanno purtroppo diventando i peggiori difensori dello status quo.


Camilla Lattanzi, Firenze

 aereo

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

jones pattrice, “Violation & Liberation Grassroots Animal Rights Activists Take on Sexual Assault”, in http://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247, s.d.

jones pattrice, “Crossing the mammalian-avian line”, in Satya Magazine, november-december 2004.

pattrice jones. “Mothers with Monkeywrenches: Feminist Reflections on the Animal Liberation Front”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II, (Eds.), Terrorist or Freedom Fotghters. Reflections on the Liberation of Animals, Lantern Books, Herndon-VA, 2004.

jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, january 2005.

jones pattrice, “What's wrong with rigths?”, in Satya Magazine, october 2005, trad. it. “Cosa c’è di sbagliato nei “diritti?”, in http://anguane.noblogs.org/?p=1269, 2013.

jones pattrice, “Fear of Feeling: Trauma and Recovery in the Animal Liberation Movement”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Paura dei sentimenti: trauma e guarigione nel movimento di liberazione animale”, in http://asinusnovus.net/2013/11/29/paura-dei-sentimenti-trauma-e-guarigione-nel-movimento-di-liberazione-animale/, 2013.

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jones pattrice, “Ewe Helps Rooster Stay Out of the Snow”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1632, feb. 2014.

jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

Pubblicato in Attualità - Notizie
Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 30 Settembre 2013 09:00

13 gattari ma con quali desideri

13 gattari ma con quali desideri

di Gabriele Lenzi

Fonte: resistenzafemminista.noblogs.org

 

Un intervento pensato per “Mio fratello è figlio unico”. Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini? Una riflessione sul desiderio di cura negli uomini, a partire da esperienze nell’animalismo. La difficoltà e talvolta il disinteresse a coltivare questo tipo di desideri corrisponde a una riluttanza a renderlo anche una via di trasformazione politica.

incontro

Da quasi dieci anni faccio volontariato animalista, a livello locale e in modo del tutto informale, con una piccola sezione di un’associazione nazionale. Svolgo alcuni compiti di pubbliche relazioni, come scrivere lettere e articoli destinati a quotidiani e, più spesso, presenziare a banchetti informativi cercando di intercettare adottanti affidabili per animali abbandonati. Per la maggior parte però si tratta di un volontariato molto pratico, incentrato sulla cura e la tutela delle colonie feline (aggregazioni spontanee di gatti randagi), con l’alimentazione e le catture temporanee ai fini di sterilizzazioni e di cure veterinarie. Queste situazioni dovrebbero essere seguite dal Comune e dalle ASL ma in realtà se ne occupano, da un lato, associazioni di volontariato, con un rapporto spesso difficile con le istituzioni, dall’altro lato una realtà enorme e tendenzialmente invisibile – con cui le associazioni entrano in contatto tanto più quanto più operano sul territorio – di persone che se ne prendono carico spontaneamente, senza essere parte di reti di volontariato organizzato.

Il dato che trovo interessante è che in tutta questa situazione c’è una caratterizzazione di genere nettissima. Sono entrato in contatto (collaborando o quantomeno incontrandosi nei gattili e canili, ai banchetti informativi, dai veterinari, negli uffici istituzionali, negli interventi sul territorio eccetera) con alcune centinaia di persone coinvolte nelle associazioni, e nella quasi totalità erano donne, di varie età, provenienze geografiche ed estrazioni sociali. Lavoro quindi in questo campo con donne da circa dieci anni, donne che curano gatti, cani, a volte animali usciti dai laboratori o altri abbandoni, che hanno diversi modi di essere animaliste, a volte non sono neanche vegetariane ma “appassionate” di animali, donne molto conflittuali tra cui è difficilissima la collaborazione. Ma, in pratica, tutte donne.

Lo scarso dato maschile in questo campo è ancora più interessante se poi, nel mio piccolo, e qui diventa arduo fare statistiche, devo osservare che i pochissimi uomini che ho conosciuto hanno interessanti caratteristiche antipatriarcali. Intanto, sforzandomi di ricordare tutti gli uomini volontari di associazioni con cui sono entrato in un contatto anche solo fugace in questa esperienza, sono riuscito a contarne tredici, me compreso. Di questi, cinque si dichiarano omosessuali. Uno si è fatto vasectomizzare per motivi ideologici, rinunciando a una delle caratteristiche maschili più caricate di significati simbolici. Uno svolge per professione un compito di cura: infermiere in ambito psichiatrico. Sei, tra cui io, ci siamo avvicinati al volontariato per tramite di attiviste, amiche o compagne: un dato in cui non mi pare scorretto leggere il desiderio e la capacità di dialogare e di farsi influenzare da donne. Quattro di questi tredici, però, ricoprivano ruoli di prestigio nelle associazioni, a livello locale o nazionale: ovvero, come osservo anche nella mia attività di supplente precario nelle scuole medie, i pochissimi uomini presenti si trovano facilmente ad assumere ruoli di potere. Quest’ultima considerazione si lega anche al fatto che la presenza maschile, come mi confermano attivisti in città come Milano e Roma, aumenta nell’animalismo “ad alti livelli”, meno pratico di quello di cui sto parlando: organizzazione di grandi associazioni, proposte di legge, approfondimento teorico, eccetera. Man mano, cioè, che ci si allontana dall’ “animalismo della cura”.

A livello di persone non associate che si occupano spontaneamente di tutela degli animali sul territorio urbano, la caratterizzazione di genere cambia leggermente, ma non sostanzialmente, e conferma lo stesso quadro generale. Le persone che si occupano di randagi – si parla di randagismo felino, che ha caratteristiche di abitudinarietà e rapporto stabile con uno stesso territorio – sono, anche qui, nella quasi totalità dei casi donne: “gattara”, d’altra parte, è un termine che se non trova spazio nelle leggi è comunque del tutto normalizzato negli Uffici Ambiente comunali, nelle Aziende Sanitarie Locali, dai veterinari.

Grazie ai banchetti informativi per strada, però, sono entrato in contatto anche con una realtà più sfumata. Moltissimi uomini si emozionano per gli animali e si fermano a raccontare rapporti idillici con gatti, cani e altri animali domestici. Le storie che si ascoltano sono storie di amicizia e di amore a volte stupende. Si sente anche dire da uomini che danno da mangiare a qualche gatto di passaggio o che hanno fatto qualche salvataggio o denunce per abbandoni a cui hanno assistito. Ma manca generalmente il salto dallo sporadico, dall’episodico, alla responsabilità più piena – non solo, come già visto, verso l’associazionismo, ma anche per esempio verso la cura delle colonie. Nel 2008 ho collaborato a un censimento delle colonie feline di un intero comune e ho raccolto dati riguardanti 126 colonie. Tra le persone che se ne erano dichiarate responsabili, 57 erano donne e 20 uomini (che non ho mai conosciuto ma erano noti a mie colleghe), proporzione apparentemente non disarmante ma che deve essere incrociata con il dato che soltanto tra le donne vi erano responsabili di più colonie (ossia, ad alcune di quelle 57 donne corrispondevano un centinaio di colonie), il che fa inoltre ipotizzare che probabilmente gli uomini curassero una colonia in un luogo abituale, mentre di certo alcune donne dovevano recarsi appositamente in alcune delle colonie seguite. In tutti questi anni, poi, personalmente non ho incontrato nessun uomo che si presentasse all’associazione per risolvere un problema sanitario di una colonia, o per la cattura e sterilizzazione degli animali, o per riuscire a catturare un animale evidentemente sperso o abbandonato in un’area pericolosa. Gli uomini, così sembra, tendenzialmente o riescono a risolvere la situazione da sé o affidano il singolo caso al fatalismo.

Sia i numeri dell’assenza maschile sia la frequente incapacità di organizzare o dar voce ai desideri di cura attestano un’ampia riluttanza verso un tema, quello del rapporto con gli animali, che pure non è una bizzarria se molte, moltissime donne vi si attivano, laddove ci siano situazioni di disagio e bisogno, dando a volte veramente un’energia e una quantità di risorse incredibili. In questo riconosco una riluttanza che mi attraversa. Io stesso sono stato una presenza incostante nella mia associazione. E uno dei motivi che sento più forti in questa distanza, un motivo che sento anche al centro della difficoltà alla cura in generale – degli altri, degli amici, dei dipendenti da me come possono essere animali domestici o potrebbero essere dei figli – è la spinta fortissima al privilegio del tempo libero e di uno spazio tutto per me che tende però a schiacciare altre attività e relazioni.

La presenza del privilegio di genere, insomma, mi pare evidente: l’uomo si sente legittimato a disinteressarsi della cura, o di una cura sistematica, anche quando entra in contatto con individui che ne avrebbero bisogno – e a cui pure ne dà un accenno, confermandone il bisogno, dimostrando di averlo compreso e persino di avere in nuce un desiderio di soddisfarlo. Personalmente, ci sono momenti in cui la richiesta di attenzione altrui mi risulta esasperante, sia pur senza che sia contemporaneamente impegnato in attività che non siano meno che futili. In questo non credo ci sia una differenza sostanziale con le donne – la differenza è che mi sento più legittimato della maggioranza di loro a dire di “no”. E quando la richiesta di attenzione può non cessare di fronte al nostro desiderio di allontanamento, mi sembra anche di riconoscere un’origine della violenza maschile, analoga alla presa di controllo e riconferma di potere di fronte a un “no” femminile (quale che sia), ma più specifica e legata appunto alla volontà di indipendenza e di libertà da vincoli di cura.

Più che una critica ad ogni individuale impegno e alla sua misura, quale che sia, la mia è una constatazione di una sorta di incapacità acquisita insieme al nostro genere, il prezzo dei nostri privilegi. La cura è un problema di eccesso (e di obbligo), una competenza che è dovuta a una gabbia, per le donne, e di difetto (e di privilegio), un delegare che è divenuto incapacità, per gli uomini. E lo stigma femminilizzante è senz’altro un guardiano del privilegio corrispondente a questa riluttanza maschile: “come quelle vecchiette che si inteneriscono per i gattini?” fu la reazione di un amico sapendo la mia attività animalista. Per motivi analoghi, credo ci sia un problema degli insegnanti uomini ad avvicinarsi al mondo delle scuole medie, per non dire dei livelli precedenti, in cui l’insegnamento si avvicina via via – inquietantemente per molti di noi – alla relazione di cura.

Riguardo la capacità di trovare in sé, ascoltare e dare voce a questi desideri di trasformazione, di cambiamento rispetto al modello dominante che non si prende cura che di se stesso, il mio personale problema è stato in passato quello dell’isolamento, di sentirmi “figlio unico” in questo percorso. Questo non è che un corollario dell’incapacità di individuare (o voler ammettere) la caratterizzazione di genere di certi disagi. Di fatto, fin da piccolo ho sempre sia subìto sia non voluto replicare un certo modo maschile di stare nel mondo che (anche con comportamenti che rientrano nella più pacata normalità accettata da chiunque, nei modi di scherzare e socializzare) è violento, aggressivo, machista, omofobo e misogino. Tra maschi però non si parla di questi disagi. Se non quando vediamo qualcun altro che ne parla. Gli uomini che non accettano tutto un certo sistema simbolico in genere se ne stanno in silenzio, diciamo che anziché prendere parola schivano i colpi dell’irreggimentazione patriarcale. Si sopporta quello che non ci piace di certi amici maschi o di certi ambienti maschili o misti – o talvolta si disertano. Si possono evitare frequentazioni femminili che ci rimandano il desiderio di un maschile virilista. Ma il silenzio non serve a molto; anzi c’è sempre il rischio di cadere in una sorta di narcisismo vittimista basato sulla propria superiore diversità. Per questo, a mio avviso, è importante per gli uomini darsi uno spazio – anche separatista – che invece raccolga questi disagi di fronte all’irreggimentazione e questi desideri di trasformazione e dia possibilità di esprimersi.

Eppure, lo spazio in cui gli uomini parlano tra loro di che cosa significhi essere uomini e si dedicano al tema del rapporto con le donne è tutt’altro che assente. I desideri degli uomini non sono nascosti. I maschi parlano ovunque di donne e di tutte le categorie che non rispondono al maschile eteronormativo: deridendole o esorcizzandone l’umanità. Esprimono pubblicamente i loro desideri come “utilizzatori finali” del bene di consumo femminile. Questi desideri non hanno bisogno di “liberarsi”, di trovare parola: sono già quelli dominanti – sono i desideri corrispondenti al modello attuale del neoliberismo patriarcale. Alcuni gruppi di uomini non si accontentano della misoginia che si respira ovunque ma, partendo proprio da un confronto tra di loro, da una condivisione e costruzione di alcuni propri desideri, giungono a esprimere in forma di rivendicazione perfino un rancore esplicito verso le donne.

Non si tratta dunque di trovare un luogo in cui dar voce ai desideri maschili attuali. Gli uomini dovrebbero invece costantemente analizzare quelli che si trovano a vivere, denudarli, metterli a confronto con i dettami più o meno espliciti della società da cui veniamo e di quella che costruiamo. Un dialogo tra uomini sul disagio e sui desideri maschili è dunque fondamentale, perché attraverso l’ascolto del desiderio di cambiamento degli altri uomini non si può non guardare dentro di noi anche quella riluttanza e quei desideri che portano, rispetto alla cura verso le relazioni, un grande numero di uomini alla presenza inefficente o all’assenza – se non alla presenza contro. Ma per mantenere una continua tensione positiva, tra l’esprimersi liberamente e il riconoscere il patriarcato da cui siamo attraversati, serve soprattutto un dialogo fittissimo con il femminismo, che del patriarcato ha smascherato l’invisibilità con un’urgenza di cui riconoscere la forza non dovrebbe spaventare noi uomini, ma esortarci a un dialogo in cui non assumere voci inautentiche, predisposte da stereotipi che ci ingabbiano.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

L’animalismo nel Movimento 5 Stelle: considerazioni ed esperienze

di Eva Melodia



Premessa

Il notevole successo del Movimento 5 Stelle alle ultime politiche (2013) ha comportato una improvvisa esplosione delle potenzialità di questo progetto ponendolo sotto i riflettori, ivi compresi quelli che ostinatamente, per ragione di interesse politicocercano di deformarne la portata e sopratutto gli intenti, come è accaduto nel caso delle ultime trattazioni in parlamento di tematiche legate alla sperimentazione animale. In seguito al vespaio che ne è nato quindi, ho pensato ad un veloce testo di chiarimento, sopratutto per i tanti critici esterni che lo stesso nutrono aspettative e speranze dal Movimento stesso.

Sono attivista nel Movimento 5 Stelle da che è nato, mi interessa raccontarlo con i miei occhi e la mia esperienza, senza la pretesa di andare oltre questa forma soggettiva, ed ovviamente generalizzando, con il solo intento di fornire qualche elemento in più per coloro che interessati, allarmati, perplessi, lo guardano da fuori non avendo di fatto tempo, modo, fiducia, di provare a mettere in gioco la propria vita per sperimentare in prima persona di cosa si tratta.

Dopo le ultime votazioni, un numero consistente di persone ha rincorso il carro dell’ultimo arrivato e tra questi molti animalisti, con (e per) il solito modo di pensare la politica, cioè avvinghiarsi al potentato di turno ed elemosinare leggi e leggiucole in favore degli animali, lanciando anatemi quando queste non venissero corrisposte.

Prima di allora, in verità, di animalisti attivisti (e sopratutto gli antispecisti) se ne sono visti poco o niente dentro al Movimento, nonostante i ripetuti appelli alla partecipazione, a parer mio per una totale incomprensione di ciò che il Movimento è e, di conseguenza, cosa possa fare, seguendo quali logiche e prassi.

 

Intendiamoci: che cos’è il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle, ne siamo tutti consapevoli, non è certo il primo untore di idee solidali, tendenzialmente ecologiste e tendendialmente anticapitaliste, né il primo gruppo politico ad affermare che serve un grande cambiamento - non solo generazionale – dell’intera baracca chiamata “classe” politica. Ciò che lo rende unico, benché allo stesso modo non sia il primo ad averne ipotizzato la necessità, sono le fondamenta radicate nell’esperienza tutta sperimentale – allo stato attuale – di forme di democrazia diretta, attraverso la quale si rigenera costantemente e, grazie alla quale, dovrebbe garantire non solo che eventuali concentrazioni di potere nelle mani di pochi non producano disastri per le moltitudini, ma soprattutto una rivoluzione culturale, laddove la obbligata partecipazione alla trattazione di qualsiasi tema - poiché nessun tema viene delegato per nessuna ragione -, comporta necessariamente una crescita conoscitiva competente per tutta la base ed induce - ci si creda o no - un lento, ma inesorabile, cambiamento virtuoso: un sempre maggiore interesse delle problematiche altrui e l’allargamento dei confini di interesse, ivi compresi i confini della percezione dell’alterità stessa.

Possiamo dunque dire che il Movimento è prima di tutto un metodo (anche se al momento decisamente caotico e non consolidato) grazie al quale una assemblea di cittadini prende delle decisioni collegiali in merito a proposte nate dall’iniziativa dei singoli, diventando il mezzo attraverso il quale ogni persona può proporre idee e cambiamenti senza incappare nella resistenza di lobby e gruppi di potere.

E’ il metodo a garantire i contenuti e non il contrario. Il metodo, che nel tempo è stato sintetizzato nel motto “uno vale uno”, resta il vero punto di riferimento ideologicamente inviolabile, cui poi tutta la politica del Movimento si ispira e su cui si modella, traducendosi ovviamente in scelte come già detto solidali, ecologiste, e che sempre per ovvietà stanno cercando di immaginare un modello sociopolitico ed economico completamente nuovo. Questo almeno è quel che riguarda quello che potremmo chiamare uno “zoccolo duro”, quello che ha dato vita a questa coraggiosa idea, che ci crede veramente, che la ha difesa in questi anni e resa una entità politica vera sapendo come il lavoro da fare sia lungo e duro, sopratutto in difesa e promozione del metodo stesso.

E’ sempre il Metodo dunque a filtrare ogni tipo di devianza autoritaria - che osservatori preoccupati, ma anche detrattori in malafede evocano in maniera copiosa – impedendo a persone, personaggi ed idee fervide di forme di oppressione, di prendere davvero o lungamente parte al progetto. Una sorta di sistema immunitario che reagisce molto efficacemente rigettando ai margini fino ad escludere, chiunque neghi l’assoluto valore dell’appiattimento ed annullamento di ogni gerarchia sociale o politica. Le assemblee dunque sono aperte a tutti e tutti, indipendentemente da durata, frequenza, o apporto partecipativo (o tanto meno da connotazioni biologiche o sociali di sorta), non prevedono responsabili, dirigenti, ruoli di potere di nessun tipo, e viene di fatto escluso chi dimostri a parole o con i fatti di cercare di cambiare questo sistema che rivendica eguaglianza tra tutti i partecipanti. Ciò ovviamente non può significare che mai si siano verificati tentativi di devianza o partecipazione di persone che singolarmente, intimamente dapprima ed esternamente poi, cercavano di violare il metodo, né che in tutta Italia non si siano mai verificati casi di autoritarismo o discriminazione.

Resta il fatto che l’impegno maggiore è stato dedicato in questi anni proprio a difendere il metodo, e proprio perché lo si considera la via capace non solo di esprimere e rappresentare uguaglianza tra gli individui, ma anche di sviluppare coerenti relazioni sociali nelle collettività.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo tema, che appunto è la base, ed infatti all’interno del Movimento stesso è l’argomento principale, quello sempre trattato, ed in continuo approfondimento.

 

Disgressione

 

Delle tante critiche che il Movimento riceve quotidianamente, una ritengo sia vera ed evidente.

Il livello medio di competenza in temi di lotta per i diritti, specializzata o generica, è piuttosto bassa, ivi comprese le competenze per ciò che concerne gli altro-da-umani e tanto più l’antispecismo. Un popolo intero di attivisti per i diritti di minoranze o categorie oppresse, si lamentano dello scarso profilo nella trattazione dei temi per loro prioritari non comprendendo come, essendo il Movimento un mezzo, ciò dipenda in buona sostanza dalla scarsa partecipazione e sfruttamento del mezzo stesso da parte delle persone come loro. In sintesi: il Movimento a costoro (tanto più agli animalisti ed agli antispecisti) non piace, ma la ragione dello scarso gradimento pare poi derivare proprio dalla loro scarsa presenza e quindi conseguente ovvia scarsa trattazione, approfondimento e competenza delle tematiche relative.

 

Tornando al metodo ed allo stato attuale, dopo qualche mese di partecipazione del Movimento alla vita istituzionale del paese, possiamo concentrare tutte le considerazioni possibili sulle attività in corso d’opera con un “o metodo o morte”. Si è creato uno scollamento (si spera temporaneo) tra la base e gli eletti, a causa di un immaturo progetto di strumenti che garantissero il metodo, tale per cui – è la triste verità – il progetto potrebbe trasformarsi in un fallimento doloroso, riferendo il nome di questo prezioso tentativo, ad uno qualsiasi dei tanti partitucoli susseguitisi negli anni in ogni parte del mondo.

Questo avverrà di certo se il metodo non resterà il fulcro del Movimento stesso e per fortuna, c’è chi di questo si rende ben conto resistendo a pressioni avverse di ogni tipo.

Le pressioni che spingono a porre il Metodo in secondo piano nascono da quattro fattori fondamentali:

- le difficoltà oggettive nel rendere nazionale e omologata una prassi ancora tutta da inventare e sperimentare

- attivisti del Movimento che per varie ragioni, stanno dimostrando di non riconoscere come vitale la garanzia del metodo

- Un numero spropositato di avventori dell’ultim’ora, saliti sulla carriola del vincitore senza saperne nulla ma volendo lo stesso partecipare a trascinarla da qualche parte non meglio identificata, luogo più prossimo alla deriva che ad una qualsiasi méta.

- Chi consapevolmente e con molta competenza vuole distruggere il Movimento.

Si potrebbe scrivere un trattato di sociologia su come sia appunto il metodo, sfruttando anche l’intelligenza collettiva, a rappresentare l’unica novità e speranza effettiva di questo gigantesco tentativo di cambiamento.

Osservando la storia recente però, dobbiamo riconoscere come lo stress subito dal Movimento (trovatosi a partecipare alle politiche mettendo in moto una macchina gigantesca a partire da zero), abbia reso evidenti le imperfezioni ancora in corso, compreso ad esempio il fatto (anche e proprio a causa di una scarsissima partecipazione di animalisti) che nel programma presentato per le politiche, non venissero trattate le tematiche che riguardano direttamente gli altro-da-umani.

Nella forzata e frettolosa discesa in campo alle politiche infatti, non c’è stato modo di garantire uno strumento univoco che blindasse un metodo orizzontale ugualitario a livello nazionale capace di permettere una veloce rielaborazione di quello che era già da tempo una bozza iniziale di programma nazionale, tanto meno di portarvi dentro tematiche animaliste, così capaci di scatenare lunghe e gravose polemiche.

Con l’arrivo poi di nuovi e numerosissimi partecipanti, ivi compresi gli animalisti, giunti sulla spinta del risultato elettorale, completamente privi della formazione e dell’esperienza fatta negli anni sui metodi di democrazia diretta o metodo del consenso, si è caduti velocemente in un baratro di pericolosi fraintendimenti.

 

Vivisezione e Circhi: due storie diverse

Come ho già detto, le tematiche classiche animaliste, dentro al programma del Movimento 5 Stelle non erano trattate. La storia vuole che al tempo della prima stesura del programma - qualche anno fa - gli animalisti competenti fossero circa zero e che al momento dell’improvvisa necessità di darsi al ballo delle elezioni, fossero forse ancora meno, per di più travolti (come tutti gli altri attivisti) dalla necessità di cogliere l’occasione come si poteva, cioè diciamocelo, imperfetti ed impreparati.

Non ci fu il tempo per creare una piattaforma di discussione, aggiornare davvero il programma, discutere nulla, portavi dentro nuove istanze, tanto meno da parte dei pochi e sparuti animalisti ed antispecisti, i quali avevano ben capito che prima bisognava fare sopravvivere il movimento - cioè il metodo - e poi, solo allora, si sarebbe potuto ampliarne le tematiche in trattazione.

Fino ad allora in realtà, le tematiche animaliste erano comunque state portate dentro il Movimento a partire dai programmi delle liste civiche. In particolare, un tentativo abolizionista del circo con animali. Le numerose singole istanze comunali contro questa barbarie peraltro, sono state un perfetto esempio di come il virtuosismo che sfocia da una partecipazione ampia e dalla trattazione orizzontale degli argomenti, porti inevitabilmente all’adesione a modelli sociali sempre più solidali.

Agli albori di un Movimento 5 Stelle Nazionale, i tanti singoli gruppi locali che avevano qualche animalista competente (capace di fare conoscere e trattare la tematica degli animali nei circhi) al loro interno, hanno aderito all’idea di trovare una via per bandirne l’attendamento, andando anche contro le leggi nazionali, o almeno provandoci, anche scontrandosi duramente con l’ostruzionismo delle maggioranze amministrative.

Questo, se da un lato ha conferito una prima errata aura “animalista” al Movimento (almeno agli occhi degli animalisti medi qui ben descritti da Marco Maurizi nel suo La guerra civile animalista)[i1] , decisamente inappropriata e derivante da una visione di tipo partitico di quello che invece è solo uno strumento di democrazia partecipativa e diretta, dall’altro è stato un banco di prova per la trattazione di tali tematiche. Ciò significa che il M5S non è animalista tanto quanto non è “antianimalista”, è solo lo specchio della realtà assembleare che lo compone in un dato momento con tutto che rimane, come già dicevo, il luogo ideale in cui fare crescere la riflessione etica.

La svista presa dagli animalisti ha portato all’assalto alla diligenza subito dopo le politiche, sulla base dell’idea che ci fosse qualcuno di “nuovo” cui mendicare leggi con una patina di salvatore della patria, dettata per lo più da una decisamente superficiale conoscenza di cosa fosse il Movimento. Lo stesso ha incendiato i cuori di tanti animalisti di ogni sfumatura, e purtroppo di tanti apolitici.
Perfettamente a digiuno di qualsiasi tematica trattata fino ad allora come Movimento, di metodi, di prassi, hanno iniziato a sbandierare come del Movimento (come fosse nel programma, come fosse una battaglia a cui aveva aderito) un tema chiave dell’animalismo e cioè l’antivivisezionismo, che nella sua accezione etica diventa antispecismo compiuto.

Esattamente come tutto il resto del mondo faceva, costoro avevano confuso e travisato completamente ciò che il Movimento era e stava facendo, scambiando una battaglia portata avanti personalmente da Beppe Grillo con un argomento trattato ed adottato dal Movimento stesso. Un banale ma gigantesco, continuo, errore, proprinato per mesi, facendo passare l’adesione di Grillo, come adesione di tutti i movimentisti e del Movimento stesso, mentre allo stesso identico modo si travisavano e sovrapponevano i ruoli di Grillo e del Movimento su decine di altri temi.

In realtà appunto, questo tema è da anni abbracciato da Grillo, che lo propone al Movimento con ottimi risultati in termini di adesione delle persone (scadendo però spesso in argomentazioni di tipo scientifico, che come sappiamo danno adito ad infiniti dibattiti, scontri, discussioni, opinioni, senza poi alcun punto di arrivo definitivo) ma non è mai stato trattato a livello nazionale, tanto da poterlo considerare assodato in alcun modo.
Neppure la questione dei circhi è mai stata trattata a livello nazionale con un metodo garantito od uno strumento veramente aperto, ma grazie all’innesco di un meccanismo a catena, la trattazione del tema si è diffusa in maniera capillare e lo stesso metodica, portando di fatto il Movimento a prendere una posizione contro l’attendamento dei circhi con animali.
C’è da dire poi, come dovrebbe essere evidente, che le due questioni ricoprono complessità assolutamente diverse ed interessi di parte lobbistica che nel caso della vivisezione sono infinitamente più grandi, rendendone le implicazioni infinitamente più onerose.
Nel parapiglia del pre-elezione poi, le parlamentarie del Movimento non hanno goduto del tempo necessario per vedere scremare i nomi dei candidati facendone emergere eventuali lati oscuri, motivo per cui è cara grazia se la maggior parte delle persone giunte a Roma è comunque dimostratamente capace e davvero interessato a garantire il Movimento nei suoi punti cardine: resta il fatto che sono state votate anche persone direttamente coinvolte in pratiche vivisettorie (cosa che a mio parere, non accadrà più) complicando oltremodo la già non facile situazione.
L’approccio scelto da Grillo per fare la sua personale campagna contro la vivisezione è di tipo scientifico (per quanto rivendichi anche qualche affermazione di natura etica) e resta alla mercé di tutto quel bagaglio scientifico pro-vivisezione che conosciamo benissimo. Ecco perchè, al momento della trattazione del recepimento delle nuove norme UE in parlamento si è scatenata una bagarre (un po’ di caos dobbiamo riconoscerlo), tra prese di posizione talvolta diverse e quasi mai forti come si spererebbe, alimentando un rumoreggiare alla base ai limiti del delirante.

Un numero notevole di attivisti che non ha alcuna reale percezione della questione, prende posizione convintamente impreparato, ed un numero consistente di animalisti apolitici spara a zero senza avere la minima idea di che cosa si stia parlando. Questi ultimi, i felicemente apolitici, apartitici, apatici, si dichiarano disinteressati alla politica, alle sue tematiche fuori dai temi animalisti e li giudicano slegati.. peccato però che con la questione vivisezione è invece emerso come e quanto tutti i temi siano strettamente correlati tra loro. Ad esempio l’europeismo e l’antieuropeismo entrano in gioco quando - come in questo caso - ci si trova a dover recepire delle normative che talvolta sono peggiorative della nostra legge nazionale (come nel caso di alcuni punti sulla sperimentazione animale), ma allo stesso modo sono determinanti quando al contrario sarebbero migliorativi (come spesso accade per quanto concerne le normative sulla caccia su cui l'Italia tende ad accumulare sistematicamente infrazioni).

Europa sì? Europa no? Europa perchè e fino a dove? L’apolitico il problema non se lo pone, non c’è la parola animaletto dentro.

Quando si spalanca l’occasione di partecipare a questo momento storico attraverso il Movimento invece, di solito ci si rende conto che non c’è questione cui si possa fuggire e nel bene e nel male, ci si pone un sacco di nuovi problemi.

Verrebbe da spiegare dunque, che di apolitici - di cui giusto l’animalismo è storicamente pieno - il Movimento non ha alcun bisogno.
Come dicevo, c’è ampio spazio di manovra perché il Movimento, come vocazione e capacità, ha quella di immaginare l’ancora inesistente, di sognare fino a rendere vero, basta che una qualsiasi idea diventi abbastanza solida. C’è spazio dunque per andare nella direzione dell’abolizione della vivisezione anche contro le normative sovranazionali, tanto quanto di andare contro gli stessi trattati sovranazionali, di rendersi o meno indipendenti, di sognare e provare a realizzare qualcosa di completamente diverso, fino ad un modello sociale davvero alternativo al presente.

Per fare ciò però, è necessario organizzarsi e trattare tali temi collocandoli all’interno della ricerca di un nuovo paradigma (verso cui è lampante, il Movimento sta andando) o modello, così che abbia delle speranze di essere compreso ed accettato, tanto da fare prendere posizioni ancora più determinate fino all’abolizione, in quel percorso che si costruirà nel tempo e che dà già chiari indizi di accogliere e coltivare spunti aspecisti: l’aspecismo è necessario per un concreto ecologismo ed è necessiario per una società solidale fondata su un’etica che abbia un senso compiuto.

Questo vale per ogni tema che riguardi diritti o discriminazioni di sorta, indipendentemente dalla categoria oppressa: animali, donne, stranieri, alterità di ogni tipo.
 

Esempi e prospettive future 

Ogni tema animalista e meglio ancora antispecista, ha delle buone possibilità di trovare un bacino di ascolto, interesse ed adesione all’interno della base del movimento, tanto da indurre poi cambiamenti politici anche grossi e per nulla mediati da interessi di parte. Il M5S è nella stanza dei bottoni ed è davvero al servizio dei cittadini che vogliono proporre e produrre cambiamento, potenzialmente quindi anche subito disponibile per proporre leggi, modifiche, abrogazioni. Questo però non può bastare: la sinergia tra modifiche nel sistema Stato e cambiamenti nella cultura della base popolare deve essere costruita un passo alla volta per garantire un cambiamento duraturo e può avvenire se e solo se, i temi vengono trattati con serietà, competenza e dedizione, dovendo non solo dimostrarne il valore assoluto agli occhi di chi magari ancora non si pone certe questioni, ma anche competere con migliaia di altri argomenti che capeggiano per gravità ed opprimente presenza quotidiana.

In più, non possiamo non tenere in conto che il Movimento in nessun caso può al momento spostare una virgola, non ottenendo quasi mai la maggioranza. Il vento però può cambiare e presto.

 

Alcuni Esempi:

1. Circhi: il Movimento ha già una sua politica attiva su questo argomento di tipo “abolizionista”. Basterebbe poco per rafforzarne le richieste e farle giungere in Parlamento, usandole anche per veicolare più in generale i temi dell’antispecismo. Per coloro quindi che da dentro e da fuori cercano già e giustamente, di usare il Movimento, questo a parer mio è il primo argomento passibile di efficace trattazione.

2. Vivisezione: è un tema ampiamente sulla bocca di tutti, apertamente ritenuto di interesse collettivo, quindi potenzialmente capace di ottenere grande attenzione. Va però spostato il fulcro della questione verso gli argomenti strettamente etici ed accettato che richiede tempo per essere davvero consolidato. Una presenza massiccia di attivisti contrari alla vivisezione non basta. Allo stato attuale, sebbene quasi tutti nutrano una avversione spontanea ed emotiva verso la tortura dell’animale usato nei laboratori (la vocina che urla “non è giusto!” la sentono probabilmente anche loro), si giustificano con ragioni scientifiche, rafforzandosi di quella forza che non regge davanti all’oppressiva potenza di Big Pharma e che è, per di più, sovranazionale. E’ necessaria una seria campagna interna ed esterna al Movimento.

3. caccia: sempre grazie ad una presa di posizione forte di Grillo, l’argomento è conosciuto anche se poco trattato. La mia percezione è che sia piuttosto scontata una adesione chiara verso la totale abolizione, ma darlo per scontato è di nuovo un errore. Una campagna di trattazione approfondita è doverosa e garantirebbe la riuscita di questo tema che parte già da buoni presupposti.

4. Produzione e compravendita animali d’affezione: questo tema, a parer mio chiave, non è minimamente trattato. In realtà è scarsamente considerato anche dal guazzabuglio animalista nonostante sia non solo fonte di infinite sofferenze per infiniti animali, ma veicolo esplicito di educazione e legittimazione specista. Non è di pubblico dominio la realtà di questa produzione né vi è una grande riflessione in merito.
Al contrario la produzione di animali d’affezione viene superficialmente riferita a quell’abominio che è l’”amore per gli animali”, paravento ufficiale di tutti gli abomini specisti. Si può dunque, attraverso una campagna mirata, fare conoscere la vera faccia di questo inaccettabile fenomeno e sulle orme di altri paesi o singole città, giungere ad una posizione chiara di abolizione.


E per il veganesimo?

La speranza c’è e si vede. L’intelligenza collettiva nel Movimento ha secondo me partecipato a produrre un crescente numero di vegetariani e vegani e il tema dei diritti dei veg* (e per ora blandamente quello dei diritti animali) è talmente presente e sentito che subito, anche domani, si potrebbe sottoporre ad un senatore o parlamentare una qualsiasi iniziativa volta a garantire mense vegane o altre riforme capaci di favorire la cultura del veganesimo, con la certezza che verrebbero velocemente messe in calendario, proposte e votate a favore dal Movimento. Anzi, va fatto, bisogna lavorarci su, anche sapendo di non avere la maggioranza dei voti in nessuna camera.

Tutto ciò che invece porta davvero ad un paradigma aspecista, tutti quei cabiamenti che condurranno ad una società che non consideri gli individui risorse e quindi priva del loro sfruttamento, va ancora pensato da zero, almeno in una ottica riformista (l’unica possibile attraverso un mezzo come il Movimento), ma di un riformismo radicale, le cui possibilità crescono, sono continuamente ridisegnate, e davvero in movimento. 

Pubblicato in Articoli

CANI: deformità di razza pura

di Michela Angelini

(Già pubblicato su anguane.noblogs.org)

 

Secondo L'FCI, federazione internazionale delle associazioni di allevatori canini, l'obiettivo dell'allevamento canino è produrre cani in salute con struttura e mentalità tipica della razza, cani che possano vivere una vita lunga e felice per il benessere e il piacere del proprietario e della società e del cane stesso[1].

 

L'allevamento sottostà a un regolamento, che cita:

i cani in perfetta salute, in termini di ereditarietà, sono quelli che trasmettono le caratteristiche dello standard di una razza, il suo tipo ed il suo temperamento e non presentano alcun difetto ereditario sostanziale che potrebbe minacciare l’aspetto funzionale della loro progenie.

I cani che presentano dei difetti eliminatori, come un temperamento malsano, una sordità od una cecità congenita, labbro leporino, palato spaccato, delle malformazioni notorie della mascella o dei difetti dentali pronunciati, un’atrofia progressiva della retina, i cani che soffrono di epilessia, i cani criptorchidi, monorchidi, albini, affetti da displasia severa accertata dell’anca oppure dei cani che presentano dei colori di pelo non desiderati non possono essere utilizzati per l’allevamento[2].

 

Perché proprietario e società dovrebbero beneficiare della salute del cane prima del cane stesso? Chi decide quando un difetto ereditario è “sostanziale” e quando un cane è, in realtà, escluso dalla riproduzione?

 

Una strada per tentare di rispondere a queste domande la troviamo con la visione del documentario della BBC “Pedigree Dog Exposed[3]”, che fa un'attenta analisi delle conseguenze della selezione canina negli ultimi due secoli:

Inizialmente e fino all'ottocento, i cani venivano allevati per funzioni pratiche, come la caccia, la guardia o qualsiasi altro lavoro che un cane potesse eseguire e, per poter svolgere questi compiti, era d'obbligo un'eccellente salute ed una perfetta funzionalità organica e meccanica. Dal 1800 in poi il sodalizio uomo – cane, che durava da migliaia di anni, si trasforma. Il cane diventa animale da compagnia, un status symbol, un vezzo, un ornamento da sfilata e, di conseguenza, l'uomo inizia a manipolarne la genetica, attraverso la selezione, mirando alla sola espressione di nuovi caratteri estetici, a scapito di quelli funzionali. Il premio per i vanitosi allevatori sarà la possibilità di uscire vincitori da rassegne canine, anch'esse nate nell'800, che renderanno il soggetto vincitore famoso, di pregio, richiesto riproduttore e nuovo oggetto di desiderio per la nuova borghesia vittoriana.

Modificazioni della morfologia canina in 100 anni di mostre

Come si evince da questi screen shot, presi dal documentario Pedigree Dog Exposed, l'ambizione di poter creare il cane progettato sulla carta ha portato, in appena 100 anni, alla comparsa di animali completamente diversi dai propri antenati. Consiglio anche la visione del breve documentario riguardante le modificazioni avvenute nel carlino, visibile al seguente link  http://www.youtube.com/watch?v=Wz0mJW_LKsU

 fig.1

 Fig. 1: Bassotto, notare la variazione dei diametri addominali e della lunghezza degli arti;

 fig.2

Fig. 2: Pastore Tedesco, la selezione per i cani da mostra ha voluto soggetti con la groppa estremamente inclinata che, di contro, presentano un'andatura decisamente innaturale e incoordinata;

 fig.3

Fig. 3: Basset Hound, notare l'allungamento delle orecchie, la pancia che rasenta il terreno e le numerosissime pieghe, soprattutto a livello degli arti;

 fig.4

 Fig. 4: modificazione della morfologia cranica del bull dog dovuta alla selezione.

L'inbreeding

Come è stato possibile ottenere modificazioni di questa portata in appena 100 anni di lavoro? Grazie all'inbreeding, o inincrocio.

Il metodo più sbrigativo per eliminare caratteri estetici non desiderati e per fissare caratteristiche fisiche desiderabili (dall'allevatore) è l'accoppiamento tra consanguinei (di solito tra fratelli o nonni – nipoti) perché, appunto, permette di mescolare geni di soggetti geneticamente molto simili. Grazie a questo metodo possono essere eliminati geni dominanti permettendo l'espressione di geni recessivi che, diversamente, resterebbero silenziati[4]. Restringendo sempre di più i geni trasmissibili da una generazione a quella seguente, si ottengono razze dalla struttura genetica ripetibile, meglio note come “razze pure”[5].

 

La tecnica dell''inbreeding è stata utilizzata al punto che i 10000 carlini che vivono in Gran Bretagna discendono da appena 50 cani.

L'inincrocio è, però, un'arma a doppio taglio; con tale sistema infatti, non possiamo scegliere quali geni recessivi far esprimere e quali no e, spesso, vengono espressi geni che  determinano problemi di salute e che, una volta fissati, verranno inesorabilmente trasmessi alla prole al pari di quelle caratteristiche fisiche che ci permettono di distinguere con tanta facilità una razza dall'altra.

Attualmente un cane di razza su quattro soffre di gravi problemi congeniti quali ipotiroidismo, epilessia, allergie, patologie cardiache o displasia dell'anca. Ognuna delle 50 razze più comuni è a rischio di un qualche problema genetico, causa di sofferenza per l'animale. Ad esempio i Labrador Retrivers sono predisposti a patologie osee, emofilia, neoplasie, epilessia e degenerazione retinica[6].

Nessuna razza è esente. Sul sito http://idid.vet.cam.ac.uk/search.php è stato raccolto un database da cui è possibile risalire a tutte le patologie  ereditarie che affliggono le razze canine. Per il Labrador le patologie elencate sono 39.

 

Secondo la ricercatrice genetista Dr. Elaine Ostrander, membro del team che ha pubblicato la sequenza genomica del cane, “l'esplosione delle razze canine avvenuta nei due secoli scorso rappresenta, forse, uno dei più grandi esperimenti genetici mai condotti dall'uomo[7] e, inoltre, grazie alle genealogie (Studio dell'origine e della discendenza) ben documentate, il compito di individuare  le mutazioni che causano le malattie o i geni che stanno  alla base di taglia, colore del mantello o  carattere risulta relativamente semplice. Si apre così un nuovo capitolo medico, che chiudo subito, riguardante lo studio delle malattie genetiche del cane per far luce su meccanismi patogenetici alla base delle malattie che colpiscono gli umani. Infatti, le dieci patologie più diffuse nei cani sono le stesse che affliggono la nostra specie: cancro, epilessia, allergie e malattie cardiache. Inoltre, i cani, vivendo a stretto contatto con noi, condividono gli stessi nostri fattori di rischio ambientali7. Studiamo la versione canina del gene del disturbo ossessivo-compulsivo, una malattia degenerativa dell’occhio dei cani comune anche all’uomo (PRA), un tipo raro di epilessia nei bassotti, di origine genetica esistente anche nell'uomo. Lo stesso vale per i tumori, alcuni dei quali insorgono in certe razze canine anche nel 60 per cento degli individui, mentre colpiscono solo un essere umano su 10 mila[8].

Mostri alle mostre

Chi acquista un cane di razza pura contribuisce alla spesa di 30 milioni di sterline, sborsata settimanalmente nel Regno Unito per la cura delle patologie di cui questi animali sono portatori[9], con la speranza di potersi guadagnare un podio a quelle famose rassegne canine dove sfilano soggetti tutt'altro che in salute.

 

Nel sopracitato documentario vengono presentati due casi degni di nota:

il primo è quello di un pastore tedesco i cui posteriori, selezionati per ribassare al massimo il posteriore, determinano un'andatura completamente anomala[10] ed un soggetto che non è praticamente più in grado di correre;

il secondo è quello di  un pechinese, che nonostante interventi chirurgici alla gola, per problemi (genetici) di respirazione, ha comunque vinto la più importante rassegna canina inglese diventando, sicuramente, un riproduttore molto richiesto.

 

Per alcune patologie, quando la prevalenza della malattia genetica comincia ad essere critica è previsto un programma di monitoraggio per escludere i soggetti portatori dalla riproduzione. Questo avviene, ad esempio, per la displasia dell'anca[11], ma non può certo essere applicato a tutte le 39 patologie genetiche evidenziate nel Labrador Retriver.

La verità è che i cani elevati dall'uomo allo status di razza pura, devono rassegnarsi a convivere con le patologie di cui sono portatori.

 

Nell'esempio che riportavo, i problemi respiratori del pechinese sono causati dall'estremo appiattimento del muso che ruba spazio alla sede delle prime vie aeree, rendendo difficoltoso il passaggio d'aria: la selezione di un carattere estetico ha determinato un problema anatomico collaterale. Ma c'è un caso ancor peggiore. Può lo standard di razza elevare un carattere che comporta patologie come principale segno distintivo della razza?

In Pedigree Dog Exposed, un'allevatrice dichiara “Che Rhodesian Ridgeback sarebbe un Rhodesian senza la cresta?”. Lo standard di razza, infatti, cita: la particolarità del Rhodesian Ridgeback è la presenza di una cresta sul dorso, formata da pelo che cresce in direzione opposta al resto del mantello. La cresta e' considerata l'emblema della razza: essa deve essere ben delineata, affusolata e simmetrica, deve iniziare immediatamente dietro le spalle e continuare fino al punto di prominenza delle anche[12].

Qualora il cane non presentasse la cresta, il codice etico del Club Rhodesian Ridgeback impone che i cuccioli non possano riprodursi e, pur sostenendo chi decide di sterilizzare i cani, ritiene sia diritto dell'allevatore la soppressione dei soggetti senza cresta.

Mentre gli allevatori condannano l'assenza di cresta come una tara genetica gravissima, la medicina ha collegato tale cresta alla presenza di una patologia che, nella sua espressione più grave, costringe all'eutanasia del cane perché troppo dolorosa: il seno dermoide[13]. Nessuno dei soggetti senza cresta ha mai sviluppato la malattia.

 

Il quadro evidenziato da quanto esposto e dall'inchiesta della BBC è piuttosto chiaro:

Un pugno di associazioni decide gli obiettivi da raggiungere con la selezione, formulati soprattutto su basi estetiche. Gli allevatori usano ogni metodo loro disponibile per creare il soggetto perfetto. Non ci son regole che escludano dai concorsi canini soggetti portatori di malattie genetiche e, spesso, il non far riprodurre cani malati resta un consiglio dato nelle segrete stanze di uno studio veterinario: non esistono reali divieti, finché il cane rientra nello standard di razza.

Conseguenze del documentario

La denuncia della BBC non poteva che portare a delle reazioni, sia da parte delle istituzioni che da parte del Kennel Club. A tre settimane dalla messa in onda del programma, è stata vietata l'eliminazione dei cuccioli non conformi allo standard di razza, sono stati rivisti alcuni aspetti degli standard di razza per cercare di ridurre l'espressione di caratteristiche estreme ed  è stato bannato l'accoppiamento genitore – figlio e fratello – sorella da parte del Kennel Cub che, pur ammettendo l'alto grado di consanguineità nelle razze canine, dichiara che non c'è evidenza scientifica che correli miglioramenti di salute e longevità con la riduzione della consanguineità.

 

Il Kennel Club non ha il potere di imporsi sulle associazioni di razza. Come dichiarato in Pedigree Dog Exposed, il Kennel Club è l'unico strumento di controllo della selezione e, se diventasse troppo reazionario, perderebbe il supporto della maggioranza diventando ininfluente nelle regole che formano gli standard di razza. 

Nel 2011 il Kennel Club ha registrato un dalmata, che presentava nella sua genealogia un parente di razza pointer. Lo scopo di questa operazione era la reintroduzione di un gene eliminato con la selezione del dalmata moderno, senza il quale tale razza è predisposta alla formazione di calcoli urinari. Il Club inglese dei Dalmata ha impedito che questo cane, ritenuto un incrocio, si accoppiasse con Dalmata puri che, in questo modo, restano predisposti alla formazione di calcoli urinari[14].

 

A seguito di un secondo documentario della BBC[15], il Kennel Club dichiara che ci sono problemi molto seri che riguardano la salute del cane e del benessere animale ma la stragrande maggioranza degli allevatori non si fa tanti scrupoli nel proseguire la propria opera.

Gli standard di razza rivisti dal Kennel Club, con supervisione veterinaria, puntano all'eliminazione di quelle caratteristiche ritenute esagerate come musi eccessivamente corti o rughe esagerate. Anche se il Kennel Club ha investito nella ricerca per evidenziare le malattie di origine ereditaria, cercando di sviluppare test che permettano di evidenziare gli animali portatori, in assenza di normativa specifica, nulla obbliga agli allevatori di dar precedenza alla moda sulla salute. Per cercare d'ovviare a questo problema, il Kennel Club promuove la presenza di veterinari alle mostre canine che vigilino sull'effettiva salute canina.[16]

Nel 2010 le autorità del Regno Unito hanno proibito ai giudici di premiare cani afflitti da tratti morfologici tali da ridurre “la vitalità, la salute, la fitness dell’animale”.

In Italia, intanto, le raccomandazioni del Comitato bioetico per la veterinaria, presentate già a fine 2008 in Parlamento sono rimaste lettera morta[17].

 

Certo, passi importanti sono stati fatti, ma resta comunque un fatto inconfutabile: la variabilità genetica nei cani di razza è ridotta al minimo, le malattie geneticamente trasmissibili sono cresciute in modo esponenziale, a causa della selezione selvaggia. Occorrerebbe una presa di coscienza ed attuare un importante rimescolamento tra razze per ri-arricchire quel patrimonio genetico che abbiamo ridotto all'osso, restituendo dignità e salute ai cani.

Può l'uomo rinunciare alle pieghe dello Sharpei, al muso schiacciato del Carlino e del Pechinese, al buffo muso del Bull Dog o alla cresta del Rhodesian? Siamo disposti a scambiare l'identità che abbiamo imposto alle varie razze con salute e dignità?

Oramai le patologie di razza sono diventate come delle note scritte in piccolo sul pedigree. Chi sceglie un cane di razza sceglie, spesso consapevolmente, un animale che avrà bisogno di cure specifiche e la chirurgia estetica nei pet fa passi da gigante[18].

Infondo se un Pechinese non respira perché non ridurre un po' quegli esagerati tessuti molli che ostruiscono la gola*?

Se uno Sharpei non ci vede per le pieghe eccessive, perché non fare un po' di taglia e cuci per ridargli la vista**?

fig.5

E se le pieghe di un Basset Hound sono esagerate e sede di ferite ed infezioni? Si eliminano! Perché, poi, non aprire le narici di quel Carlini, che faticano a tirar fiato***?

Poi c'è il botox, utile per distendere quelle antipatiche rughe che diverse razze hanno sul muso, così difficili da trattare con antibiotici locali quando si infettano. E quei cani che non hanno una chiusura corretta del morso? Sono perfetti, basta correggerli con  l'apparecchio dentale!

fig.6

Se il cane ingrassa troppo possiamo sempre portarlo a fare una bella seduta di liposuzione (Frequente negli USA, dove il 40% dei cani risulta sovrappeso).

Poi già che ci siamo possiamo ridare virilità a quei cani castrati mettendo due bei “neuticles[19]” al posto dei testicoli. Se le orecchie cadono possiamo inserire due pratici impianti in silicone per tenerle belle dritte e se la mammella dopo il parto è cadente possiamo sempre ridurla un po' con il bisturi.

Poi c'è la devocalizzazione (consentita in diversi stati USA), in caso il nostro cucciolo infastidisca i vicini, non vorremmo mai qualcuno sporgesse denuncia per il suo comportamento maleducato[20].

 

Il confine tra intervento a salvaguardia della salute e intervento per avere il toys dei nostri sogni è breve: un esempio su tutti è l'impianto di finti testicoli di silicone, i Neuticles, il cui prezzo va da 119$ a 599$, per non infastidire quei padroni per cui la mancanza di mascolinità nei propri fedeli amici può essere un problema[21]. Sono stati impiantati più di 148,000 testicoli di silicone nel mondo, solitamente l'impianto riguarda cani (ma ne esistono anche per cavalli, tori e gatti). Secondo Gregg Miller, inventore della protesi, gli animali non si accorgono del cambiamento quando il testicolo viene sostituito dal neuticle, ma il proprietario ha un cane dall'identità inconfutabilmente maschile quando va al parco. Diverse persone non avrebbero castrato il cane se non ci fosse stata la possibilità di impiantare i neuticles, per questo ritiene di contribuire al lavoro di contenimento della popolazione canina.

Il dottor Shulman, chirurgo estetico dell'Animal Medical Center of Southern California, dichiara che, essendo i pet membri della famiglia, è giusto che (chi può permetterselo) sfrutti le tecnologie disponibili e le competenze veterinarie per dare ai propri beniamini una miglior qualità della vita. Pur sconsigliando di intervenire senza fondate ragioni mediche, dichiara che non è raro che i cani vengano sottoposti a chirurgie estetiche completamente inutili[22] e a volte ci rimettono anche la vita[23].

Il veterinario brasiliano Edgar Brito, famoso per interventi estetici sugli animali, si chiede, “se le tecniche e i prodotti consentono di applicare agli animali quello che funziona per gli uomini perché non farlo?”[24]

E, allora, perché vietare ad un bel dobermann di essere ancora più bello portando le orecchie ancora più dritte, grazie all'impianto di protesi in silicone o perché impedire il tatuaggio agli oltre 2000 cani che, ad oggi in Italia, possono sfilare mostrando il loro bel tatoo, anche grazie alla rasatura permanente del pelo?[25]

 fig.7

Volendo rispondere alle domande che ponevo all'inizio, credo che nessuno di quelli che ha messo mano alla genetica canina, si sia soffermato sul significato di “difetto ereditario sostanziale” e che, a tutt'oggi, allevatori e associazioni di razza amino minimizzare tutti i problemi di salute e tendano a ritenere difetti ereditari sostanziali solo ed esclusivamente quelli che escono dai canoni estetici che essi stessi desiderano.

La smania di entrare a far parte, sfruttando il proprio animale, di quella elite da concorso canino, sviluppa una serie di “ingegni” utili al raggiro dei criteri d'ammissione. Perché non presentare il mio perfetto pastore tedesco ai concorsi, cui non potrebbe prendere parte per quell'insignificante depigmentazione tatuabile, del naso? Chi mi vieta di impiantare un neuticle ad un cane monorchide, di far una plastica ad un labbro leporino o di raddrizzare la dentatura storta con un'apparecchio ai denti?

Il delirio di bellezza dei padroni viene trasferito sugli animali che, dopo due secoli di maltrattamento genetico, oggi sono anche costretti a subire dolorosi e spesso inutili interventi estetici, in nome della vanità umana.

Oramai è diventata ovvia la risposta alla prima domanda. Con quanto qui esposto pare chiaro il motivo per cui il benessere del cane finisce dopo quello del proprietario e della società. Il cane deve adattarsi ai desideri del padrone, non può che essere un Dalmata con le macchie, uno Sharpei con le pieghe o un Rhodesian con la cresta. Il cane deve imparare che in appartamento non si abbaia, a costo di vedersi abbassato il volume chirurgicamente. Il cane deve incarnare la virilità, cui tanto tiene questa società, mostrando i suoi testicoli anche quando sono ormai stati rimossi. La società non è interessata ad aver cani sani, ci hanno insegnato che “la sterilizzazione riduce l'incidenza dei tumori mammari”, ma non che aumenta il rischio di emangiosarcoma o d'ipotiroidismo[26]. Sappiamo di poter trovare la razza perfetta per noi e compatibile con il nostro stile di vita[27], anche se non ci dicono tutte le patologie-omaggio con cui ci dovremo confrontare. Le malattie canine trainano anche l'economia. Oltre al giro di soldi per le cure e le chirurgie estetiche, cui ho già accennato, le grandi multinazionali del petfood stanno iniziando a produrre mangimi specifici per razza[28], illudendoci di porre una toppa a quei problemi metabolici che abbiamo così sapientemente selezionato. Poi c'è il mondo degli accessori inventati appositamente per compensare le esagerazioni anatomiche, come gli “snoods”, che i Cocker Spaniel indossano per non sporcarsi le lunghissime orecchie e non  ferirsele scuotendo la testa [29].

Pasqualino Santori, veterinario comportamentalista e presidente del Comitato bioetico per la veterinaria, dichiara: ““Una società che si vanta di essere attenta agli animali invece trascura i loro bisogni più elementari. Non si accorge del loro malessere”. Gli acquirenti dovrebbero sapere quali sono i rischi cui forse vanno incontro, e quindi poter firmare un consenso informato. Sarebbe una cosa sacrosanta. Ma sfortunatamente troppo distante dall’atteggiamento consumistico che abbiamo nei confronti degli animali”[30].

 

Un ultimo pensiero va a quel signore con i baffetti che visse su questa terra a metà dello scorso secolo. Chissà che faccia farebbe sapendo quanti mali porta la consanguineità alla razza pura e, di contro, di quanta ottima salute godano quei meticci fuori moda, che affollano i canili.  Pensateci prima di scegliere il vostro prossimo amico a quattro zampe.



[1] FCI INTERNATIONAL BREEDING STRATEGIES http://www.fci.be/uploaded_files/29-2010-annex-en.pdf

[2] ENCI - REGOLAMENTO INTERNAZIONALE DI ALLEVAMENTO http://www.enci.it/documenti/Ria2007.pdf

[3] http://www.youtube.com/watch?v=lc3HRO7n9ZY  http://pedigreedogsexposed.blogspot.it/

[4]Per maggiori informazioni: http://en.wikipedia.org/wiki/inbreeding

[5]http://www.bandalargaeditore.it/portfolio/darwin/D22%20genomica%20cani.pdf

[6]http://prime.peta.org/2013/03/beauty

[7]http://genome.cshlp.org/content/15/12/1706.full

[8]http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/2012/01/30/news/e_l_uomo_cre_il_cane-817354/

[9] Il fatto quotidiano, Animali e maltrattamento genetico: belli da morire di Vanna Brocca, 28 maggio 2013

[10]Vedi fig. 2

[12]http://www.rrci.it/standard.htm

[15]http://www.youtube.com/watch?v=x7RTsVfMHQk

[17] Il fatto quotidiano, Animali e maltrattamento genetico: belli da morire di Vanna Brocca, 28 maggio 2013

[18] La chirurgia plastica è un settore in forte espansione nel mercato degli animali da compagnia, la spesa supera i 50 miliardi di dollari (American Pet Products Association, 2011). http://www.businessweek.com/articles/2013-02-11/cutting-edge-canines-the-world-of-dog-plastic-surgery

*     l'esagerato schiacciamento del muso ha prodotto un vero e proprio collasso delle prime vie aeree. L'animale, per la carente ossigenazione e faticando a mantenere una corretta termoregolazione, può essere soggetto a colpi di calore.

**   Il ripiegamento può essere tale da determinare entropion, ovvero la palpebra si ripiega all'interno, andando a sfregare continuamente contro la cornea, determinando inevitabili infezioni.

*** La selezione ha portato alcune razze, come Carlino e Sharpei, ad aver narici estremamente ridotte, con conseguenti problemi di respirazione.

 

In figura: Sharpei cui sono state eliminate le pieghe cutanee sugli occhi che gli impedivano di vedere. Dobermann che ha subito l'impianto di protesi in silicone per migliorare la forma delle orecchie. Cane con apparecchio dentale.

 

[20]Per approfondimenti:

      http://abcnews.go.com/Health/Wellness/pets-plastic-surgery/story?id=14324694

      http://www.timesfreepress.com/news/2013/apr/04/sit-stay-nip-tuck/

      http://www.businessweek.com/articles/2013-02-11/cutting-edge-canines-the-world-of-dog-plastic-surgery

      http://d.repubblica.it/argomenti/2011/11/01/news/lifting_da_cani-618728/

      http://beforeitsnews.com/green-living/2010/08/dozens-of-states-still-allow-cruel-devocalization-of-pets-is-yours-one-of-them-133107.html

      http://ezinearticles.com/?Liposuction-­in-­Dogs?-­Believe-­It!&id=351787

      http://www.realself.com/blog/beauty-beasts-dog-plastic-surgery

 

[21]http://www.net1news.org/chirurgia-estetica-per-cani-riduzione-di-testicoli-e-mammelle.html

[22]http://www.nbcnews.com/id/6915955/ns/health-pet_health/t/more-pets-getting-nipped-tucked/#.UfTwdOHHIrY

[24]http://www.blitzquotidiano.it/ambiente/lifting-chirurgia-estetica-animali-botox-padroni-980859/

[25]http://www.lapresse.it/cronaca/aidaa-moda-di-tatuare-cani-anche-in-italia-e-maltrattamento-1.359895

[26]http://www.paroladicane.it/archivio/136-rischi-e-benefici-a-lungo-termine-sulla-salute-associati-alla-sterilizzazionecastrazione-nei-cani-.html

[27]http://www.pedigree.it/whatdog/selectadog_selectadog1.asp

[29]http://www.wigglewaggledesigns.com.au/#!what-is-a-snood/c12dk

[30] Il fatto quotidiano, Animali e maltrattamento genetico: belli da morire di Vanna Brocca, 28 maggio 2013

     http://www.corriere.it/animali/08_dicembre_18/cani_bioetica_razze_ogm_0925a38e-ccd5-11dd-95df-

     00144f02aabc.shtml

Pubblicato in Articoli
Lunedì, 22 Aprile 2013 16:00

Terrorista a chi? - di Sara Romagnoli

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia.

Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo).

E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà.

A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto  di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri.

Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico come barbarie.

Vale forse la pena ricordare che barbari erano tutti i NON greci dell’antichità e forse poiché troppo legato ad un termine ormai avvertito come desueto e poco pertinente (nonché chissà, anche poco politically correct, il che non guasta), ai termini barbaro e barbarie si sono sostituiti quelli decisamente più moderni ed inflazionati di terrorista e terrorismo.

Il terrorismo è dunque, infine, il paradigma di un’alterità minacciosa la cui forza pervasiva è tale per cui terroristi finiamo per diventarlo in fondo tutt* ogni qualvolta agiamo in modo tale da costituire una minaccia più o meno consistente ed effettiva nei confronti del sistema. 

Non stupisce pertanto più il quotidiano ricorso a termini che si possono tranquillamente ascrivere ad un linguaggio che è parte della dimensione ontologica di una realtà la cui (presunta) essenza benigna si contrappone alla controparte maligna.

Di fatto, si parla di (e non solo, poiché si accusa e si condanna anche per…) ecoterrorismo, così come ci si riferisce agli “ostaggi” di uno sciopero3, assimilando al terrorismo, con un’operazione d’illecita coincidenza, tutte quelle attività di contestazione che non rientrino nel paradigma dominante, criminalizzandole ed offrendole tramite i media, alla mercé di una massa frequentemente mal informata o ancor più spesso disinteressata perché formattata e convinta non vi sia la possibilità di contemplare altri punti di vista né tantomeno abituata allo sviluppo di una mente critica che sia in grado di (com)prendere la natura del terrorismo, quello vero.

È proprio grazie ad operazioni di questo tipo, che puntualmente SEMPRE,  attività di stampo “animalista” volte alla produzione di una critica che si manifesti in azione e prassi nei confronti di quei sistemi produttivi che si danno e si fanno grazie al loro sostanziale sfruttamento a carico di non umani, vengono definite TERRORISTE.

Cosa questa, che lascia perplessi tutti coloro (e ci auguriamo siano molti)che si soffermino anche solo per un momento a considerare gli eventi da un punto di vista logico-razionale, capace di effettuare un’analisi e quindi infine quasi obbligato verso una considerazione di base: il danneggiamento a carico di strutture e mezzi di produzione non può essere definito terrorismo, a meno che non ci si voglia avvalere di questo termine per fini che con la mera descrizione della realtà non hanno niente a che vedere. Non risulta infatti ancora a nessuno che i terroristi si siano mai preoccupati dell’incolumità degli individui, né che sia possibile suscitare e/o indurre terrore a carico di estesi parchi macchine composti di furgoni e altri mezzi di vario genere (la Disney di Cars effettivamente ha messo in dubbio anche questo ma confidiamo si siano resi conto un po’ tutti del fatto che si tratta di una finzione animata).

Il problema dell’uso indiscriminato e poco critico di termini come terrorismo consiste nel fatto che i protagonisti delle azioni di cui sopra, possono attraversare gli schermi televisivi “entrandovi come persone che compiono azioni di disobbedienza (intendendo con questa un disobbedire all’accettazione condivisa e sancita dalla costituzione, tale per cui è normale trattare individui senzienti che dispongono di corpi propri trattandoli e trasformandoli in prodotti di consumo di massa alla stregua di spighe di grano dalle quali produrre pane)ed uscendovi come terroristi tout-court”.

 

Tralasciando in questa sede eventuali approfondimenti e riflessioni sul concetto di terrorismo e su cosa questo implichi o no, ci si può limitare a considerare due questioni, che si stagliano al tempo stesso nella società come dati di fatto:

-          La Costituzione italiana non si addentra, dal punto di vista giuridico, nel fornire alcun tipo di definizione di “terrorismo”, limitandosi a specificare nelll'articolo 17, primo comma, che "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; il secondo comma dell'articolo 18 stabilisce che "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare"4.

-          Dalla Legge contro il terrorismo, approvata in Gran Bretagna nel 2000, tale per cui l'attentato terroristico è "un'azione o la minaccia di un'azione, che comprende gravi forme di violenza contro persone e beni, mette in pericolo la vita dell'individuo e rappresenta una grave minaccia per l'incolumità e la sicurezza della comunità o una parte di essa"5,  insomma, a conti fatti terrorista può essere anche solo la minaccia in quanto potenziale intenzione, istanza o desiderio, ma questo forse stupisce meno di tutto il resto, se così non fosse sulla base di cosa giustificare l’intera e pervasiva organizzazione delle misure di controllo e “securitarie”, più o meno preventive? Insomma, la massa va ritenuta in qualche modo stupida e/o narcotizzata, ma un motivo per farsi placidamente controllare anche quando si fa il bidet le andrà pur dato.

 

La cosa più sconcertante però, o quella che quantomeno lascia basite alcune anime sensibili (ed io sono tra quelle, lo ammetto), è che da tutto questo si evince chiaramente una cosa: l’assunzione di una realtà sociale entro la quale non solo gli unici individui tutelati dalla violenza sono individui umani (nessuno stupore, sia chiaro, non ci aspettavamo niente di più) ma, meraviglia delle meraviglie e al tempo stesso paradosso dei paradossi, la tutela di questi stessi individui è equiparata alla tutela dei loro o altrui beni, applicando una sorta di proprietà transitiva “a termine”6 che se non illecita lascia quantomeno perplessi.

Va da sé che a diventar terroristi basti poco, davvero poco.

terrorista

NOTE:

1 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008.

2 Con logica insiemistica ci si riferisce agli “insiemi” come collezione di elementi. Tali elementi possono o non possono appartenere all’insieme, non vi sono vie di mezzo. Più in generale, vi sono elementi per i quali si circoscrive un insieme di appartenenza che rappresenta il DENTRO e tale per cui quelli che vi rientrano lo fanno in virtù di ben precise caratteristiche definitorie; a questo DENTRO corrisponde un FUORI, ovvero tutti quegli elementi che non dispongono di suddette caratteristiche definitorie di appartenenza.

3 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008, p. 18.

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

6 Dico “a termine” poiché, banalmente parlando, l’incolumità e quindi la tutela di un vitello è tale sino al suo scadere, ovvero sino a quando il vitello “ha da essere trasformato in bistecca”. Ma questa è una riflessione che mi riservo di approfondire  in ulteriore articolo a parte.

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Giovedì, 28 Febbraio 2013 16:11

The gay animal - video

The Gay Animal


Video (sottotitolato in italiano a cura di Femminismo a Sud)

http://vimeo.com/59645069
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