Mercoledì, 28 Gennaio 2015 09:10

Cose da uomini - di Serena Nascimben

Abbiamo ricevuto questo testo con richiesta di pubblicazione nella categoria "Spazio Libero".


 

Cose da uomini

di Serena Nascimben

 

Esistono. Fuori e dentro i movimenti di difesa degli animali: donne accentratrici che detengono poteri, raggiunti e mantenuti grazie alla più scontata panoramica dei mezzucci indignitosi(femminili o maschili che si vogliano definire). Così come esistono "gattari"(uomini) che trattano i propri assistiti come oggetti personali, a cui potersi attaccare morbosamente. Probabilmente si tratta di casi isolati, ma non per questo meno persistenti e dannosi (minoranze) di cui non c'è traccia nei recenti articoli sull'antispecismo e le questioni di genere. Ma, c'è da credere che qualora se ne scrivesse, tali casi sarebbero inquadrati anch'essi come prodotto del sistema "androcentrico, etero-sessista, etnocentrico, capitalista…"e chi più ne ha, più ne metta.

Non è chiaro come sia possibile da un lato valorizzare l'attitudine alla cura come cifra distintiva della femminilità e dall'altro considerarla il frutto di un condizionamento maschilista.

Non è chiaro cosa impedisca ad alcune donne di identificarsi nel modello dell'"eroe liberatore"(altra cosa è realizzarlo), indipendentemente da com'è raffigurato, se non il sessismo al femminile di quelle stesse donne.

L'analisi del sessismo come microaggressione descritta da Annalisa Zabonati[1] è sicuramente calzante, riferita al maschilismo. Il rispondere dei fatti alle logiche note del pregiudizio e della sopraffazione, non è però sufficiente a provarne le cause. Si può essere emarginati ad esempio in ragione delle proprie opinioni o delle capacità, persino superiori, che si posseggono, divenendo oggetto di: "microsvalutazioni", "microinsulti" e "microassalti", senza che ciò abbia minimamente a che fare con una qualunque forma di pregiudizio o di volontà di sopraffazione. Semplicemente perché non si è graditi, perché si da fastidio, perché chi emargina non è disposto a ripensare sé stesso.

Non sono gli studi di genere ad essere "sbagliati", ma l'uso che talora se né fa.

Occupati in arrangiamenti di principio(cose da uomini insomma): intenti/e a barrare, *"stellinare", riassumere in acronimi impronunciabili o a togliere le maiuscole ai nomi propri, alcuni antispecisti/e/*, rischiano di scordarsi degli a-animali.

Sia chiaro che non è "obbligatorio" ritenere la questione animale emblematica di questo periodo storico o personalmente rilevante, se però la si menziona è essenziale che gli animali non vengano usati, ancora una volta, per fini umani.

Il tipo di approccio sopraccitato non aiuta gli animali sia, perché probabilmente, come scrive Leonardo Caffo: "La genealogia dei problemi non coincide con la loro soluzione"[2] sia, perché rende arduo instaurare un dialogo con chi li sfrutta, magari inconsapevolmente e lo stesso vale per chi opprime altri umani. Di un tono molto diverso il testo di Marco Reggio sul potenziale queer del veganismo nel quale si ribadisce come "l'obbiettivo non sia quello di sommare lotte diverse, ma coglierne i nessi"[3]; traguardo difficile, però, da raggiungere con originalità, dato che i temi sono affiancati in partenza sulla base di connessioni chiaramente individuate; l'intento è allora, probabilmente,  quello di scoprire ulteriori collegamenti che possano risultare tecnicamente utili o rivelatori. Che però Marco Maurizi ammetta di contemplare nella propria visione persino una, per quanto "strategica" e temporanea, limitazione della libertà dell'individuo[4], non rassicura.

La persistenza del maschilismo in una società che formalmente lo condanna, dovrebbe mettere in guardia nei confronti delle trasformazioni di costume, non supportate dal sentire individuale, invece alcuni antispecisti ritengono utopica l'idea di un cambiamento operato a partire dalle scelte ragionate degli individui. Ma, non è forse ancor più utopica l'idea di un miglioramento ottenuto attraverso una "trasformazione politica dei rapporti tra società e individuo, tra società e natura, tra il soggetto e la propria animalità rimossa dalla civiltà"[5]? Come attuarlo senza costrizioni?

Di certo sarebbe allarmante il pensiero di un movimento di "liberazione" favorevole a condizionare la vita delle persone.

L'impressione è amplificata dal fatto che le cose importanti, in scritti che sembrano porsi ad unica chiave di lettura, restano sottintese; in un certo senso, oscure e fraintendibili.

"Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa(…)per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi." [6] Molly Jane; " condividere(…) lo stesso posizionamento “dal basso”, mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà" [7] scrive Egon Botteghi, ribaltando la collocazione più favorevole ad una osservazione imparziale…

Che"nessuno possa interessarsi di (o avere cognizione di)un valore totalmente esterno o indipendente"[8](Ralph R. Acampora) è vero, ma, affermare di riconoscersi nell'a-animale è ben diverso dal dire di riconoscere l'a-animale in sé, per quanto le esperienze possano fondersi. Sentire un problema perché è proprio, non può essere l'obbiettivo. L'obbiettivo è sentirlo, quando non lo è. La confusione tra soggetto e oggetto potrebbe persino veicolare l'abuso, l'invasione di territori altrui perché percepiti come propri. Per questo continua ad essere importante esercitarsi al rispetto della diversità che passa anche attraverso il rifiuto dell'antropomorfizzazione, intesa come deformazione cosciente della realtà a modello umano. Annalisa Zabonati, scrive invece che l'antropomorfismo è: ”una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie."[9]. Certo, sarebbe ridicolo prendersela con "Topolino" o con le favole di Esopo, perché lì è evidente che l'attribuzione di caratteri tipicamente umani a soggetti di altre specie è funzionale alla necessità dell'uomo di vedere sé stesso con un certo distacco, dall'esterno, proiettandosi fuori da sé. Se c’è, in questo, un uso della natura, è sicuramente innocuo; chiedersene il motivo è più che legittimo, ma ha una valenza prevalentemente antropologica. La realtà che si va a leggere in quei casi, è rigorosamente circoscritta alla specie umana, che riguardi l'interiorità dei singoli individui, le dinamiche sociali o l'azione nel mondo. Nessuno pensa a Minni come ad un topo, femmina. Se invece qualcuno si inventasse che la coccinella è a pois per non vestirsi uguale alla dorifora(che è a righe)… direbbe chiaramente una stupidaggine (antropomorfizzando). Fa sorridere poi, che a qualcuno dispiaccia l'idea di concedere dei diritti perché suona paternalistico, essendo il diritto una regolamentazione di comportamenti umani che, non interessando  gli a-animali, non può "offendere".

Verosimilmente alcuni scritti antispecisti alludono a forme di comprensione (dell'a-animale e/o di se stessi) che si collocano su piani differenti, rispetto a quello delle "cose da uomini" (e da donne, ovviamente!) costituito dai ragionamenti e dai discorsi, rozzi o raffinati che siano.

Il nuovo corso dell'antispecismo, assecondante la volontà dell'etica animale di colmare il proprio "deficit affettivo/somatico "[10] ha ancora molta strada davanti. Far appello alla sensibilità non sarà, però sufficiente: occorrerà darne prova.



cose da uomini

[2] Caffo L., Il maiale non fa la rivoluzione.Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato, 2013, pag.61.

[3] Reggio M. Il potenziale queer del veganismo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere. Testo presentato ala seconda edizione di Liberazione Generale, Verona 24 Maggio 2014.

[7] Botteghi E., intervento in vista del dibattito su:Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista, 13 Settembre 2014.

[8] Acampora R. R.,Fenomenologia della compassione. Etica animale e filosofia del corpo, trad. it. di M. Filippi, Sonda, Casale Monferrato, 2008, pag.106.

[9] Zabonati A., op. cit.

[10] Acampora R. R.,op. cit., pag.143.

Pubblicato in Spazio Libero

La pubblicazione in Italia del Manifesto Queer Vegan di Rasmus Rahbek Simonsen rappresenta, credo, un piccolo sforzo utile ad avviare riflessioni con ripercussioni sia teoriche che a livello di attivismo politico. Ma l'aspetto più sintomatico del fatto che Simonsen qualche cosa di significativo l’abbia effettivamente detto è rappresentato, paradossalmente, da una recensione firmata da tale Lupo Glori, alias Rodolfo De Mattei (un vero anti-identitario!), pubblicata di recente su un sito di ispirazione cattolica tradizionalista, diretto nientepopodimeno che da un ex vice-Presidente del CNR, Roberto De Mattei.

Lupo Glori sembra sinceramente spaventato dalla pubblicazione di questo librettino rosa. In effetti, l'"ideologia del gender" è già abbastanza destabilizzante di per sè per chi parla di famiglia "naturale"; l'antispecismo è già di per sè una “delirante visione”, “finalizzata a mettere sullo stesso piano gli uomini e le bestie” (sic). Figuriamoci se provano a dialogare fra loro...

"Cosa hanno in comune la teoria queer e l'animalismo vegano"? chiede Lupo. Molto semplice rispondere: sono entrambi fumo negli occhi per l'ortodossia cattolica. Ma se fosse solo questo non sarebbe molto interessante accostare le due parole, queer e vegan, in un saggio, come fa Simonsen. Per fortuna, qualche idea in più su cosa abbiano in comune questi due termini, Simonsen sembra averla.

De Mattei mostra di aver compreso bene quali siano questi elementi sottolineati dall'autore del Manifesto. Veganismo e femminismo queer condividono un'“orgogliosa rivendicazione della devianza, intesa come comportamento antisociale e antinormativo”, una critica radicale all'identitarismo, una “resistenza metaforica e materiale all'ordine sociale dominante”. Entrambi attaccano le istanze essenzializzanti condensate nell'idea di “contronatura”, un'idea non a caso applicata sia all'omosessualità che al veganismo. Entrambi sono oggetti di pratiche di discriminazione (De Mattei denuncia – pardon, cita – l’omofobia e la vegefobia).

Insomma, Satana è fra noi... vegetariano e frocio. Un vero finocchio.

E non poteva certo lasciare indifferente un giornale diretto da un vice-Presidente del CNR contestato perchè ha detto che il terremoto in Giappone è stato un segno della bontà di Dio o che la caduta dell’Impero Romano è stata causata dagli omosessuali.

A dare retta a gente come Simonsen, dice Glori, non si sa dove si va a finire. Si comincia con la dissoluzione della famiglia tradizionale, per arrivare alla morte della società e della specie umana, passando per un'allegra orgia interspecifica. Eh sì, perchè alla fine della sua invettiva, il Nostro evoca lo spettro della zoorastia: umani che sodomizzano animali e - orrore ancor più grande - animali che sodomizzano umani. In effetti, su un sito di De Mattei (Roberto...) l’allarme era già stato lanciato da tempo: i rapporti sessuali con animali dilagano ed è “davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione”.

Insomma, Glori-De Mattei-Lupo-Rodolfo è davvero terrorizzato. Anche se, a leggere la sua fedele descrizione degli spunti di Simonsen, il suo appassionato riassunto dei temi più originali del libro, la sua padronanza delle tesi più ardite di Lee Edelman, sembra quasi che ne sia affascinato. Forse, questo “queer vegan” sotto sotto attrae anche gente insospettabile...

 

Grazia Didio

 

queer vegan manifesto 

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

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Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

Pubblicato in Materiali
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta inviata da Camilla Lattanzi a Repubblica, in seguito alla pubblicazione di un articolo di Michele Serra sull'edizione dell'1/7/2014.

LETTERA APERTA A REPUBBLICA

Nell'infelice AMACA di martedì 1mo Luglio, Michele Serra ha purtroppo aggiunto un altro anello alla catena di luoghi comuni e dissimulazioni che caratterizza il rapporto della nostra società con gli animali. Affermando che la natura è cruenta Serra perde completamente di vista il fatto che l’episodio di Berna (un orsetto che viene soppresso dallo zoo in cui era ospitato) è in sé un’accusa all’innaturalità dello zoo stesso.

Serra però si guarda bene dal prendere posizione su queste anacronistiche e crudeli istituzioni, luoghi di segregazione e sofferenza estrema, né spende una parola sulla contenzione in uno spazio ristretto di un cucciolo d'orso assieme a un maschio adulto, sulla decisione tutta umana di sopprimere il cucciolo, sull'ottocentesca esibizione a scopo didattico del cadavere impagliato.

Né possiamo aspettarci che Serra si chieda “ma come caspita fanno in natura i cuccioli d’orso a diventare adulti?”, perché questa banale domanda farebbe cadere il suo fragile costrutto. Molto più opportuno per lui sorvolare, anche sullo sdegno che l’episodio ha sollevato nel mondo scientifico, e concentrarsi sull'esercizio del linciaggio verso la categoria de "gli animalisti".

Un linciaggio che a dire il vero non sorprende, perché capita spesso a intellettuali e commentatori provenienti dalle fila della sinistra - persone che un tempo volevano cambiare il mondo e oggi sono dei semplici ex, ben integrati nel sistema dominante - di bollare con stizza come "ideologici", "estremisti" e così via le persone che sono spinte ad agire da motivazioni etiche profonde e disinteressate, anziché da interessi personali, opportunistici, di carriera.  Oggi sono gli animalisti, domani gli ambientalisti, dopodomani i NO-TAV, i sindacati e tutto quello che disturba il processo di imborghesimento e cinica assimilazione al sistema di mercato.

L'unica bestia (se vogliamo usare il termine in senso dispregiativo, ma a essere intellettualmente onesti anche di ciò si potrebbe discutere) in tutto questo dibattito è il genere umano e il suo delirio antropocentrico di cui Serra - solo in questo senso - è un magnifico esemplare.

Guardiamoci dai quei tanti, troppi, ex comunisti, ex ribelli, ex rivoluzionari, ex noglobal che stanno purtroppo diventando i peggiori difensori dello status quo.


Camilla Lattanzi, Firenze

 aereo

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

jones pattrice, “Violation & Liberation Grassroots Animal Rights Activists Take on Sexual Assault”, in http://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247, s.d.

jones pattrice, “Crossing the mammalian-avian line”, in Satya Magazine, november-december 2004.

pattrice jones. “Mothers with Monkeywrenches: Feminist Reflections on the Animal Liberation Front”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II, (Eds.), Terrorist or Freedom Fotghters. Reflections on the Liberation of Animals, Lantern Books, Herndon-VA, 2004.

jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, january 2005.

jones pattrice, “What's wrong with rigths?”, in Satya Magazine, october 2005, trad. it. “Cosa c’è di sbagliato nei “diritti?”, in http://anguane.noblogs.org/?p=1269, 2013.

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jones pattrice, “Ewe Helps Rooster Stay Out of the Snow”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1632, feb. 2014.

jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

Pubblicato in Attualità - Notizie
Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 30 Settembre 2013 09:00

13 gattari ma con quali desideri

13 gattari ma con quali desideri

di Gabriele Lenzi

Fonte: resistenzafemminista.noblogs.org

 

Un intervento pensato per “Mio fratello è figlio unico”. Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini? Una riflessione sul desiderio di cura negli uomini, a partire da esperienze nell’animalismo. La difficoltà e talvolta il disinteresse a coltivare questo tipo di desideri corrisponde a una riluttanza a renderlo anche una via di trasformazione politica.

incontro

Da quasi dieci anni faccio volontariato animalista, a livello locale e in modo del tutto informale, con una piccola sezione di un’associazione nazionale. Svolgo alcuni compiti di pubbliche relazioni, come scrivere lettere e articoli destinati a quotidiani e, più spesso, presenziare a banchetti informativi cercando di intercettare adottanti affidabili per animali abbandonati. Per la maggior parte però si tratta di un volontariato molto pratico, incentrato sulla cura e la tutela delle colonie feline (aggregazioni spontanee di gatti randagi), con l’alimentazione e le catture temporanee ai fini di sterilizzazioni e di cure veterinarie. Queste situazioni dovrebbero essere seguite dal Comune e dalle ASL ma in realtà se ne occupano, da un lato, associazioni di volontariato, con un rapporto spesso difficile con le istituzioni, dall’altro lato una realtà enorme e tendenzialmente invisibile – con cui le associazioni entrano in contatto tanto più quanto più operano sul territorio – di persone che se ne prendono carico spontaneamente, senza essere parte di reti di volontariato organizzato.

Il dato che trovo interessante è che in tutta questa situazione c’è una caratterizzazione di genere nettissima. Sono entrato in contatto (collaborando o quantomeno incontrandosi nei gattili e canili, ai banchetti informativi, dai veterinari, negli uffici istituzionali, negli interventi sul territorio eccetera) con alcune centinaia di persone coinvolte nelle associazioni, e nella quasi totalità erano donne, di varie età, provenienze geografiche ed estrazioni sociali. Lavoro quindi in questo campo con donne da circa dieci anni, donne che curano gatti, cani, a volte animali usciti dai laboratori o altri abbandoni, che hanno diversi modi di essere animaliste, a volte non sono neanche vegetariane ma “appassionate” di animali, donne molto conflittuali tra cui è difficilissima la collaborazione. Ma, in pratica, tutte donne.

Lo scarso dato maschile in questo campo è ancora più interessante se poi, nel mio piccolo, e qui diventa arduo fare statistiche, devo osservare che i pochissimi uomini che ho conosciuto hanno interessanti caratteristiche antipatriarcali. Intanto, sforzandomi di ricordare tutti gli uomini volontari di associazioni con cui sono entrato in un contatto anche solo fugace in questa esperienza, sono riuscito a contarne tredici, me compreso. Di questi, cinque si dichiarano omosessuali. Uno si è fatto vasectomizzare per motivi ideologici, rinunciando a una delle caratteristiche maschili più caricate di significati simbolici. Uno svolge per professione un compito di cura: infermiere in ambito psichiatrico. Sei, tra cui io, ci siamo avvicinati al volontariato per tramite di attiviste, amiche o compagne: un dato in cui non mi pare scorretto leggere il desiderio e la capacità di dialogare e di farsi influenzare da donne. Quattro di questi tredici, però, ricoprivano ruoli di prestigio nelle associazioni, a livello locale o nazionale: ovvero, come osservo anche nella mia attività di supplente precario nelle scuole medie, i pochissimi uomini presenti si trovano facilmente ad assumere ruoli di potere. Quest’ultima considerazione si lega anche al fatto che la presenza maschile, come mi confermano attivisti in città come Milano e Roma, aumenta nell’animalismo “ad alti livelli”, meno pratico di quello di cui sto parlando: organizzazione di grandi associazioni, proposte di legge, approfondimento teorico, eccetera. Man mano, cioè, che ci si allontana dall’ “animalismo della cura”.

A livello di persone non associate che si occupano spontaneamente di tutela degli animali sul territorio urbano, la caratterizzazione di genere cambia leggermente, ma non sostanzialmente, e conferma lo stesso quadro generale. Le persone che si occupano di randagi – si parla di randagismo felino, che ha caratteristiche di abitudinarietà e rapporto stabile con uno stesso territorio – sono, anche qui, nella quasi totalità dei casi donne: “gattara”, d’altra parte, è un termine che se non trova spazio nelle leggi è comunque del tutto normalizzato negli Uffici Ambiente comunali, nelle Aziende Sanitarie Locali, dai veterinari.

Grazie ai banchetti informativi per strada, però, sono entrato in contatto anche con una realtà più sfumata. Moltissimi uomini si emozionano per gli animali e si fermano a raccontare rapporti idillici con gatti, cani e altri animali domestici. Le storie che si ascoltano sono storie di amicizia e di amore a volte stupende. Si sente anche dire da uomini che danno da mangiare a qualche gatto di passaggio o che hanno fatto qualche salvataggio o denunce per abbandoni a cui hanno assistito. Ma manca generalmente il salto dallo sporadico, dall’episodico, alla responsabilità più piena – non solo, come già visto, verso l’associazionismo, ma anche per esempio verso la cura delle colonie. Nel 2008 ho collaborato a un censimento delle colonie feline di un intero comune e ho raccolto dati riguardanti 126 colonie. Tra le persone che se ne erano dichiarate responsabili, 57 erano donne e 20 uomini (che non ho mai conosciuto ma erano noti a mie colleghe), proporzione apparentemente non disarmante ma che deve essere incrociata con il dato che soltanto tra le donne vi erano responsabili di più colonie (ossia, ad alcune di quelle 57 donne corrispondevano un centinaio di colonie), il che fa inoltre ipotizzare che probabilmente gli uomini curassero una colonia in un luogo abituale, mentre di certo alcune donne dovevano recarsi appositamente in alcune delle colonie seguite. In tutti questi anni, poi, personalmente non ho incontrato nessun uomo che si presentasse all’associazione per risolvere un problema sanitario di una colonia, o per la cattura e sterilizzazione degli animali, o per riuscire a catturare un animale evidentemente sperso o abbandonato in un’area pericolosa. Gli uomini, così sembra, tendenzialmente o riescono a risolvere la situazione da sé o affidano il singolo caso al fatalismo.

Sia i numeri dell’assenza maschile sia la frequente incapacità di organizzare o dar voce ai desideri di cura attestano un’ampia riluttanza verso un tema, quello del rapporto con gli animali, che pure non è una bizzarria se molte, moltissime donne vi si attivano, laddove ci siano situazioni di disagio e bisogno, dando a volte veramente un’energia e una quantità di risorse incredibili. In questo riconosco una riluttanza che mi attraversa. Io stesso sono stato una presenza incostante nella mia associazione. E uno dei motivi che sento più forti in questa distanza, un motivo che sento anche al centro della difficoltà alla cura in generale – degli altri, degli amici, dei dipendenti da me come possono essere animali domestici o potrebbero essere dei figli – è la spinta fortissima al privilegio del tempo libero e di uno spazio tutto per me che tende però a schiacciare altre attività e relazioni.

La presenza del privilegio di genere, insomma, mi pare evidente: l’uomo si sente legittimato a disinteressarsi della cura, o di una cura sistematica, anche quando entra in contatto con individui che ne avrebbero bisogno – e a cui pure ne dà un accenno, confermandone il bisogno, dimostrando di averlo compreso e persino di avere in nuce un desiderio di soddisfarlo. Personalmente, ci sono momenti in cui la richiesta di attenzione altrui mi risulta esasperante, sia pur senza che sia contemporaneamente impegnato in attività che non siano meno che futili. In questo non credo ci sia una differenza sostanziale con le donne – la differenza è che mi sento più legittimato della maggioranza di loro a dire di “no”. E quando la richiesta di attenzione può non cessare di fronte al nostro desiderio di allontanamento, mi sembra anche di riconoscere un’origine della violenza maschile, analoga alla presa di controllo e riconferma di potere di fronte a un “no” femminile (quale che sia), ma più specifica e legata appunto alla volontà di indipendenza e di libertà da vincoli di cura.

Più che una critica ad ogni individuale impegno e alla sua misura, quale che sia, la mia è una constatazione di una sorta di incapacità acquisita insieme al nostro genere, il prezzo dei nostri privilegi. La cura è un problema di eccesso (e di obbligo), una competenza che è dovuta a una gabbia, per le donne, e di difetto (e di privilegio), un delegare che è divenuto incapacità, per gli uomini. E lo stigma femminilizzante è senz’altro un guardiano del privilegio corrispondente a questa riluttanza maschile: “come quelle vecchiette che si inteneriscono per i gattini?” fu la reazione di un amico sapendo la mia attività animalista. Per motivi analoghi, credo ci sia un problema degli insegnanti uomini ad avvicinarsi al mondo delle scuole medie, per non dire dei livelli precedenti, in cui l’insegnamento si avvicina via via – inquietantemente per molti di noi – alla relazione di cura.

Riguardo la capacità di trovare in sé, ascoltare e dare voce a questi desideri di trasformazione, di cambiamento rispetto al modello dominante che non si prende cura che di se stesso, il mio personale problema è stato in passato quello dell’isolamento, di sentirmi “figlio unico” in questo percorso. Questo non è che un corollario dell’incapacità di individuare (o voler ammettere) la caratterizzazione di genere di certi disagi. Di fatto, fin da piccolo ho sempre sia subìto sia non voluto replicare un certo modo maschile di stare nel mondo che (anche con comportamenti che rientrano nella più pacata normalità accettata da chiunque, nei modi di scherzare e socializzare) è violento, aggressivo, machista, omofobo e misogino. Tra maschi però non si parla di questi disagi. Se non quando vediamo qualcun altro che ne parla. Gli uomini che non accettano tutto un certo sistema simbolico in genere se ne stanno in silenzio, diciamo che anziché prendere parola schivano i colpi dell’irreggimentazione patriarcale. Si sopporta quello che non ci piace di certi amici maschi o di certi ambienti maschili o misti – o talvolta si disertano. Si possono evitare frequentazioni femminili che ci rimandano il desiderio di un maschile virilista. Ma il silenzio non serve a molto; anzi c’è sempre il rischio di cadere in una sorta di narcisismo vittimista basato sulla propria superiore diversità. Per questo, a mio avviso, è importante per gli uomini darsi uno spazio – anche separatista – che invece raccolga questi disagi di fronte all’irreggimentazione e questi desideri di trasformazione e dia possibilità di esprimersi.

Eppure, lo spazio in cui gli uomini parlano tra loro di che cosa significhi essere uomini e si dedicano al tema del rapporto con le donne è tutt’altro che assente. I desideri degli uomini non sono nascosti. I maschi parlano ovunque di donne e di tutte le categorie che non rispondono al maschile eteronormativo: deridendole o esorcizzandone l’umanità. Esprimono pubblicamente i loro desideri come “utilizzatori finali” del bene di consumo femminile. Questi desideri non hanno bisogno di “liberarsi”, di trovare parola: sono già quelli dominanti – sono i desideri corrispondenti al modello attuale del neoliberismo patriarcale. Alcuni gruppi di uomini non si accontentano della misoginia che si respira ovunque ma, partendo proprio da un confronto tra di loro, da una condivisione e costruzione di alcuni propri desideri, giungono a esprimere in forma di rivendicazione perfino un rancore esplicito verso le donne.

Non si tratta dunque di trovare un luogo in cui dar voce ai desideri maschili attuali. Gli uomini dovrebbero invece costantemente analizzare quelli che si trovano a vivere, denudarli, metterli a confronto con i dettami più o meno espliciti della società da cui veniamo e di quella che costruiamo. Un dialogo tra uomini sul disagio e sui desideri maschili è dunque fondamentale, perché attraverso l’ascolto del desiderio di cambiamento degli altri uomini non si può non guardare dentro di noi anche quella riluttanza e quei desideri che portano, rispetto alla cura verso le relazioni, un grande numero di uomini alla presenza inefficente o all’assenza – se non alla presenza contro. Ma per mantenere una continua tensione positiva, tra l’esprimersi liberamente e il riconoscere il patriarcato da cui siamo attraversati, serve soprattutto un dialogo fittissimo con il femminismo, che del patriarcato ha smascherato l’invisibilità con un’urgenza di cui riconoscere la forza non dovrebbe spaventare noi uomini, ma esortarci a un dialogo in cui non assumere voci inautentiche, predisposte da stereotipi che ci ingabbiano.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

L’animalismo nel Movimento 5 Stelle: considerazioni ed esperienze

di Eva Melodia



Premessa

Il notevole successo del Movimento 5 Stelle alle ultime politiche (2013) ha comportato una improvvisa esplosione delle potenzialità di questo progetto ponendolo sotto i riflettori, ivi compresi quelli che ostinatamente, per ragione di interesse politicocercano di deformarne la portata e sopratutto gli intenti, come è accaduto nel caso delle ultime trattazioni in parlamento di tematiche legate alla sperimentazione animale. In seguito al vespaio che ne è nato quindi, ho pensato ad un veloce testo di chiarimento, sopratutto per i tanti critici esterni che lo stesso nutrono aspettative e speranze dal Movimento stesso.

Sono attivista nel Movimento 5 Stelle da che è nato, mi interessa raccontarlo con i miei occhi e la mia esperienza, senza la pretesa di andare oltre questa forma soggettiva, ed ovviamente generalizzando, con il solo intento di fornire qualche elemento in più per coloro che interessati, allarmati, perplessi, lo guardano da fuori non avendo di fatto tempo, modo, fiducia, di provare a mettere in gioco la propria vita per sperimentare in prima persona di cosa si tratta.

Dopo le ultime votazioni, un numero consistente di persone ha rincorso il carro dell’ultimo arrivato e tra questi molti animalisti, con (e per) il solito modo di pensare la politica, cioè avvinghiarsi al potentato di turno ed elemosinare leggi e leggiucole in favore degli animali, lanciando anatemi quando queste non venissero corrisposte.

Prima di allora, in verità, di animalisti attivisti (e sopratutto gli antispecisti) se ne sono visti poco o niente dentro al Movimento, nonostante i ripetuti appelli alla partecipazione, a parer mio per una totale incomprensione di ciò che il Movimento è e, di conseguenza, cosa possa fare, seguendo quali logiche e prassi.

 

Intendiamoci: che cos’è il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle, ne siamo tutti consapevoli, non è certo il primo untore di idee solidali, tendenzialmente ecologiste e tendendialmente anticapitaliste, né il primo gruppo politico ad affermare che serve un grande cambiamento - non solo generazionale – dell’intera baracca chiamata “classe” politica. Ciò che lo rende unico, benché allo stesso modo non sia il primo ad averne ipotizzato la necessità, sono le fondamenta radicate nell’esperienza tutta sperimentale – allo stato attuale – di forme di democrazia diretta, attraverso la quale si rigenera costantemente e, grazie alla quale, dovrebbe garantire non solo che eventuali concentrazioni di potere nelle mani di pochi non producano disastri per le moltitudini, ma soprattutto una rivoluzione culturale, laddove la obbligata partecipazione alla trattazione di qualsiasi tema - poiché nessun tema viene delegato per nessuna ragione -, comporta necessariamente una crescita conoscitiva competente per tutta la base ed induce - ci si creda o no - un lento, ma inesorabile, cambiamento virtuoso: un sempre maggiore interesse delle problematiche altrui e l’allargamento dei confini di interesse, ivi compresi i confini della percezione dell’alterità stessa.

Possiamo dunque dire che il Movimento è prima di tutto un metodo (anche se al momento decisamente caotico e non consolidato) grazie al quale una assemblea di cittadini prende delle decisioni collegiali in merito a proposte nate dall’iniziativa dei singoli, diventando il mezzo attraverso il quale ogni persona può proporre idee e cambiamenti senza incappare nella resistenza di lobby e gruppi di potere.

E’ il metodo a garantire i contenuti e non il contrario. Il metodo, che nel tempo è stato sintetizzato nel motto “uno vale uno”, resta il vero punto di riferimento ideologicamente inviolabile, cui poi tutta la politica del Movimento si ispira e su cui si modella, traducendosi ovviamente in scelte come già detto solidali, ecologiste, e che sempre per ovvietà stanno cercando di immaginare un modello sociopolitico ed economico completamente nuovo. Questo almeno è quel che riguarda quello che potremmo chiamare uno “zoccolo duro”, quello che ha dato vita a questa coraggiosa idea, che ci crede veramente, che la ha difesa in questi anni e resa una entità politica vera sapendo come il lavoro da fare sia lungo e duro, sopratutto in difesa e promozione del metodo stesso.

E’ sempre il Metodo dunque a filtrare ogni tipo di devianza autoritaria - che osservatori preoccupati, ma anche detrattori in malafede evocano in maniera copiosa – impedendo a persone, personaggi ed idee fervide di forme di oppressione, di prendere davvero o lungamente parte al progetto. Una sorta di sistema immunitario che reagisce molto efficacemente rigettando ai margini fino ad escludere, chiunque neghi l’assoluto valore dell’appiattimento ed annullamento di ogni gerarchia sociale o politica. Le assemblee dunque sono aperte a tutti e tutti, indipendentemente da durata, frequenza, o apporto partecipativo (o tanto meno da connotazioni biologiche o sociali di sorta), non prevedono responsabili, dirigenti, ruoli di potere di nessun tipo, e viene di fatto escluso chi dimostri a parole o con i fatti di cercare di cambiare questo sistema che rivendica eguaglianza tra tutti i partecipanti. Ciò ovviamente non può significare che mai si siano verificati tentativi di devianza o partecipazione di persone che singolarmente, intimamente dapprima ed esternamente poi, cercavano di violare il metodo, né che in tutta Italia non si siano mai verificati casi di autoritarismo o discriminazione.

Resta il fatto che l’impegno maggiore è stato dedicato in questi anni proprio a difendere il metodo, e proprio perché lo si considera la via capace non solo di esprimere e rappresentare uguaglianza tra gli individui, ma anche di sviluppare coerenti relazioni sociali nelle collettività.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo tema, che appunto è la base, ed infatti all’interno del Movimento stesso è l’argomento principale, quello sempre trattato, ed in continuo approfondimento.

 

Disgressione

 

Delle tante critiche che il Movimento riceve quotidianamente, una ritengo sia vera ed evidente.

Il livello medio di competenza in temi di lotta per i diritti, specializzata o generica, è piuttosto bassa, ivi comprese le competenze per ciò che concerne gli altro-da-umani e tanto più l’antispecismo. Un popolo intero di attivisti per i diritti di minoranze o categorie oppresse, si lamentano dello scarso profilo nella trattazione dei temi per loro prioritari non comprendendo come, essendo il Movimento un mezzo, ciò dipenda in buona sostanza dalla scarsa partecipazione e sfruttamento del mezzo stesso da parte delle persone come loro. In sintesi: il Movimento a costoro (tanto più agli animalisti ed agli antispecisti) non piace, ma la ragione dello scarso gradimento pare poi derivare proprio dalla loro scarsa presenza e quindi conseguente ovvia scarsa trattazione, approfondimento e competenza delle tematiche relative.

 

Tornando al metodo ed allo stato attuale, dopo qualche mese di partecipazione del Movimento alla vita istituzionale del paese, possiamo concentrare tutte le considerazioni possibili sulle attività in corso d’opera con un “o metodo o morte”. Si è creato uno scollamento (si spera temporaneo) tra la base e gli eletti, a causa di un immaturo progetto di strumenti che garantissero il metodo, tale per cui – è la triste verità – il progetto potrebbe trasformarsi in un fallimento doloroso, riferendo il nome di questo prezioso tentativo, ad uno qualsiasi dei tanti partitucoli susseguitisi negli anni in ogni parte del mondo.

Questo avverrà di certo se il metodo non resterà il fulcro del Movimento stesso e per fortuna, c’è chi di questo si rende ben conto resistendo a pressioni avverse di ogni tipo.

Le pressioni che spingono a porre il Metodo in secondo piano nascono da quattro fattori fondamentali:

- le difficoltà oggettive nel rendere nazionale e omologata una prassi ancora tutta da inventare e sperimentare

- attivisti del Movimento che per varie ragioni, stanno dimostrando di non riconoscere come vitale la garanzia del metodo

- Un numero spropositato di avventori dell’ultim’ora, saliti sulla carriola del vincitore senza saperne nulla ma volendo lo stesso partecipare a trascinarla da qualche parte non meglio identificata, luogo più prossimo alla deriva che ad una qualsiasi méta.

- Chi consapevolmente e con molta competenza vuole distruggere il Movimento.

Si potrebbe scrivere un trattato di sociologia su come sia appunto il metodo, sfruttando anche l’intelligenza collettiva, a rappresentare l’unica novità e speranza effettiva di questo gigantesco tentativo di cambiamento.

Osservando la storia recente però, dobbiamo riconoscere come lo stress subito dal Movimento (trovatosi a partecipare alle politiche mettendo in moto una macchina gigantesca a partire da zero), abbia reso evidenti le imperfezioni ancora in corso, compreso ad esempio il fatto (anche e proprio a causa di una scarsissima partecipazione di animalisti) che nel programma presentato per le politiche, non venissero trattate le tematiche che riguardano direttamente gli altro-da-umani.

Nella forzata e frettolosa discesa in campo alle politiche infatti, non c’è stato modo di garantire uno strumento univoco che blindasse un metodo orizzontale ugualitario a livello nazionale capace di permettere una veloce rielaborazione di quello che era già da tempo una bozza iniziale di programma nazionale, tanto meno di portarvi dentro tematiche animaliste, così capaci di scatenare lunghe e gravose polemiche.

Con l’arrivo poi di nuovi e numerosissimi partecipanti, ivi compresi gli animalisti, giunti sulla spinta del risultato elettorale, completamente privi della formazione e dell’esperienza fatta negli anni sui metodi di democrazia diretta o metodo del consenso, si è caduti velocemente in un baratro di pericolosi fraintendimenti.

 

Vivisezione e Circhi: due storie diverse

Come ho già detto, le tematiche classiche animaliste, dentro al programma del Movimento 5 Stelle non erano trattate. La storia vuole che al tempo della prima stesura del programma - qualche anno fa - gli animalisti competenti fossero circa zero e che al momento dell’improvvisa necessità di darsi al ballo delle elezioni, fossero forse ancora meno, per di più travolti (come tutti gli altri attivisti) dalla necessità di cogliere l’occasione come si poteva, cioè diciamocelo, imperfetti ed impreparati.

Non ci fu il tempo per creare una piattaforma di discussione, aggiornare davvero il programma, discutere nulla, portavi dentro nuove istanze, tanto meno da parte dei pochi e sparuti animalisti ed antispecisti, i quali avevano ben capito che prima bisognava fare sopravvivere il movimento - cioè il metodo - e poi, solo allora, si sarebbe potuto ampliarne le tematiche in trattazione.

Fino ad allora in realtà, le tematiche animaliste erano comunque state portate dentro il Movimento a partire dai programmi delle liste civiche. In particolare, un tentativo abolizionista del circo con animali. Le numerose singole istanze comunali contro questa barbarie peraltro, sono state un perfetto esempio di come il virtuosismo che sfocia da una partecipazione ampia e dalla trattazione orizzontale degli argomenti, porti inevitabilmente all’adesione a modelli sociali sempre più solidali.

Agli albori di un Movimento 5 Stelle Nazionale, i tanti singoli gruppi locali che avevano qualche animalista competente (capace di fare conoscere e trattare la tematica degli animali nei circhi) al loro interno, hanno aderito all’idea di trovare una via per bandirne l’attendamento, andando anche contro le leggi nazionali, o almeno provandoci, anche scontrandosi duramente con l’ostruzionismo delle maggioranze amministrative.

Questo, se da un lato ha conferito una prima errata aura “animalista” al Movimento (almeno agli occhi degli animalisti medi qui ben descritti da Marco Maurizi nel suo La guerra civile animalista)[i1] , decisamente inappropriata e derivante da una visione di tipo partitico di quello che invece è solo uno strumento di democrazia partecipativa e diretta, dall’altro è stato un banco di prova per la trattazione di tali tematiche. Ciò significa che il M5S non è animalista tanto quanto non è “antianimalista”, è solo lo specchio della realtà assembleare che lo compone in un dato momento con tutto che rimane, come già dicevo, il luogo ideale in cui fare crescere la riflessione etica.

La svista presa dagli animalisti ha portato all’assalto alla diligenza subito dopo le politiche, sulla base dell’idea che ci fosse qualcuno di “nuovo” cui mendicare leggi con una patina di salvatore della patria, dettata per lo più da una decisamente superficiale conoscenza di cosa fosse il Movimento. Lo stesso ha incendiato i cuori di tanti animalisti di ogni sfumatura, e purtroppo di tanti apolitici.
Perfettamente a digiuno di qualsiasi tematica trattata fino ad allora come Movimento, di metodi, di prassi, hanno iniziato a sbandierare come del Movimento (come fosse nel programma, come fosse una battaglia a cui aveva aderito) un tema chiave dell’animalismo e cioè l’antivivisezionismo, che nella sua accezione etica diventa antispecismo compiuto.

Esattamente come tutto il resto del mondo faceva, costoro avevano confuso e travisato completamente ciò che il Movimento era e stava facendo, scambiando una battaglia portata avanti personalmente da Beppe Grillo con un argomento trattato ed adottato dal Movimento stesso. Un banale ma gigantesco, continuo, errore, proprinato per mesi, facendo passare l’adesione di Grillo, come adesione di tutti i movimentisti e del Movimento stesso, mentre allo stesso identico modo si travisavano e sovrapponevano i ruoli di Grillo e del Movimento su decine di altri temi.

In realtà appunto, questo tema è da anni abbracciato da Grillo, che lo propone al Movimento con ottimi risultati in termini di adesione delle persone (scadendo però spesso in argomentazioni di tipo scientifico, che come sappiamo danno adito ad infiniti dibattiti, scontri, discussioni, opinioni, senza poi alcun punto di arrivo definitivo) ma non è mai stato trattato a livello nazionale, tanto da poterlo considerare assodato in alcun modo.
Neppure la questione dei circhi è mai stata trattata a livello nazionale con un metodo garantito od uno strumento veramente aperto, ma grazie all’innesco di un meccanismo a catena, la trattazione del tema si è diffusa in maniera capillare e lo stesso metodica, portando di fatto il Movimento a prendere una posizione contro l’attendamento dei circhi con animali.
C’è da dire poi, come dovrebbe essere evidente, che le due questioni ricoprono complessità assolutamente diverse ed interessi di parte lobbistica che nel caso della vivisezione sono infinitamente più grandi, rendendone le implicazioni infinitamente più onerose.
Nel parapiglia del pre-elezione poi, le parlamentarie del Movimento non hanno goduto del tempo necessario per vedere scremare i nomi dei candidati facendone emergere eventuali lati oscuri, motivo per cui è cara grazia se la maggior parte delle persone giunte a Roma è comunque dimostratamente capace e davvero interessato a garantire il Movimento nei suoi punti cardine: resta il fatto che sono state votate anche persone direttamente coinvolte in pratiche vivisettorie (cosa che a mio parere, non accadrà più) complicando oltremodo la già non facile situazione.
L’approccio scelto da Grillo per fare la sua personale campagna contro la vivisezione è di tipo scientifico (per quanto rivendichi anche qualche affermazione di natura etica) e resta alla mercé di tutto quel bagaglio scientifico pro-vivisezione che conosciamo benissimo. Ecco perchè, al momento della trattazione del recepimento delle nuove norme UE in parlamento si è scatenata una bagarre (un po’ di caos dobbiamo riconoscerlo), tra prese di posizione talvolta diverse e quasi mai forti come si spererebbe, alimentando un rumoreggiare alla base ai limiti del delirante.

Un numero notevole di attivisti che non ha alcuna reale percezione della questione, prende posizione convintamente impreparato, ed un numero consistente di animalisti apolitici spara a zero senza avere la minima idea di che cosa si stia parlando. Questi ultimi, i felicemente apolitici, apartitici, apatici, si dichiarano disinteressati alla politica, alle sue tematiche fuori dai temi animalisti e li giudicano slegati.. peccato però che con la questione vivisezione è invece emerso come e quanto tutti i temi siano strettamente correlati tra loro. Ad esempio l’europeismo e l’antieuropeismo entrano in gioco quando - come in questo caso - ci si trova a dover recepire delle normative che talvolta sono peggiorative della nostra legge nazionale (come nel caso di alcuni punti sulla sperimentazione animale), ma allo stesso modo sono determinanti quando al contrario sarebbero migliorativi (come spesso accade per quanto concerne le normative sulla caccia su cui l'Italia tende ad accumulare sistematicamente infrazioni).

Europa sì? Europa no? Europa perchè e fino a dove? L’apolitico il problema non se lo pone, non c’è la parola animaletto dentro.

Quando si spalanca l’occasione di partecipare a questo momento storico attraverso il Movimento invece, di solito ci si rende conto che non c’è questione cui si possa fuggire e nel bene e nel male, ci si pone un sacco di nuovi problemi.

Verrebbe da spiegare dunque, che di apolitici - di cui giusto l’animalismo è storicamente pieno - il Movimento non ha alcun bisogno.
Come dicevo, c’è ampio spazio di manovra perché il Movimento, come vocazione e capacità, ha quella di immaginare l’ancora inesistente, di sognare fino a rendere vero, basta che una qualsiasi idea diventi abbastanza solida. C’è spazio dunque per andare nella direzione dell’abolizione della vivisezione anche contro le normative sovranazionali, tanto quanto di andare contro gli stessi trattati sovranazionali, di rendersi o meno indipendenti, di sognare e provare a realizzare qualcosa di completamente diverso, fino ad un modello sociale davvero alternativo al presente.

Per fare ciò però, è necessario organizzarsi e trattare tali temi collocandoli all’interno della ricerca di un nuovo paradigma (verso cui è lampante, il Movimento sta andando) o modello, così che abbia delle speranze di essere compreso ed accettato, tanto da fare prendere posizioni ancora più determinate fino all’abolizione, in quel percorso che si costruirà nel tempo e che dà già chiari indizi di accogliere e coltivare spunti aspecisti: l’aspecismo è necessario per un concreto ecologismo ed è necessiario per una società solidale fondata su un’etica che abbia un senso compiuto.

Questo vale per ogni tema che riguardi diritti o discriminazioni di sorta, indipendentemente dalla categoria oppressa: animali, donne, stranieri, alterità di ogni tipo.
 

Esempi e prospettive future 

Ogni tema animalista e meglio ancora antispecista, ha delle buone possibilità di trovare un bacino di ascolto, interesse ed adesione all’interno della base del movimento, tanto da indurre poi cambiamenti politici anche grossi e per nulla mediati da interessi di parte. Il M5S è nella stanza dei bottoni ed è davvero al servizio dei cittadini che vogliono proporre e produrre cambiamento, potenzialmente quindi anche subito disponibile per proporre leggi, modifiche, abrogazioni. Questo però non può bastare: la sinergia tra modifiche nel sistema Stato e cambiamenti nella cultura della base popolare deve essere costruita un passo alla volta per garantire un cambiamento duraturo e può avvenire se e solo se, i temi vengono trattati con serietà, competenza e dedizione, dovendo non solo dimostrarne il valore assoluto agli occhi di chi magari ancora non si pone certe questioni, ma anche competere con migliaia di altri argomenti che capeggiano per gravità ed opprimente presenza quotidiana.

In più, non possiamo non tenere in conto che il Movimento in nessun caso può al momento spostare una virgola, non ottenendo quasi mai la maggioranza. Il vento però può cambiare e presto.

 

Alcuni Esempi:

1. Circhi: il Movimento ha già una sua politica attiva su questo argomento di tipo “abolizionista”. Basterebbe poco per rafforzarne le richieste e farle giungere in Parlamento, usandole anche per veicolare più in generale i temi dell’antispecismo. Per coloro quindi che da dentro e da fuori cercano già e giustamente, di usare il Movimento, questo a parer mio è il primo argomento passibile di efficace trattazione.

2. Vivisezione: è un tema ampiamente sulla bocca di tutti, apertamente ritenuto di interesse collettivo, quindi potenzialmente capace di ottenere grande attenzione. Va però spostato il fulcro della questione verso gli argomenti strettamente etici ed accettato che richiede tempo per essere davvero consolidato. Una presenza massiccia di attivisti contrari alla vivisezione non basta. Allo stato attuale, sebbene quasi tutti nutrano una avversione spontanea ed emotiva verso la tortura dell’animale usato nei laboratori (la vocina che urla “non è giusto!” la sentono probabilmente anche loro), si giustificano con ragioni scientifiche, rafforzandosi di quella forza che non regge davanti all’oppressiva potenza di Big Pharma e che è, per di più, sovranazionale. E’ necessaria una seria campagna interna ed esterna al Movimento.

3. caccia: sempre grazie ad una presa di posizione forte di Grillo, l’argomento è conosciuto anche se poco trattato. La mia percezione è che sia piuttosto scontata una adesione chiara verso la totale abolizione, ma darlo per scontato è di nuovo un errore. Una campagna di trattazione approfondita è doverosa e garantirebbe la riuscita di questo tema che parte già da buoni presupposti.

4. Produzione e compravendita animali d’affezione: questo tema, a parer mio chiave, non è minimamente trattato. In realtà è scarsamente considerato anche dal guazzabuglio animalista nonostante sia non solo fonte di infinite sofferenze per infiniti animali, ma veicolo esplicito di educazione e legittimazione specista. Non è di pubblico dominio la realtà di questa produzione né vi è una grande riflessione in merito.
Al contrario la produzione di animali d’affezione viene superficialmente riferita a quell’abominio che è l’”amore per gli animali”, paravento ufficiale di tutti gli abomini specisti. Si può dunque, attraverso una campagna mirata, fare conoscere la vera faccia di questo inaccettabile fenomeno e sulle orme di altri paesi o singole città, giungere ad una posizione chiara di abolizione.


E per il veganesimo?

La speranza c’è e si vede. L’intelligenza collettiva nel Movimento ha secondo me partecipato a produrre un crescente numero di vegetariani e vegani e il tema dei diritti dei veg* (e per ora blandamente quello dei diritti animali) è talmente presente e sentito che subito, anche domani, si potrebbe sottoporre ad un senatore o parlamentare una qualsiasi iniziativa volta a garantire mense vegane o altre riforme capaci di favorire la cultura del veganesimo, con la certezza che verrebbero velocemente messe in calendario, proposte e votate a favore dal Movimento. Anzi, va fatto, bisogna lavorarci su, anche sapendo di non avere la maggioranza dei voti in nessuna camera.

Tutto ciò che invece porta davvero ad un paradigma aspecista, tutti quei cabiamenti che condurranno ad una società che non consideri gli individui risorse e quindi priva del loro sfruttamento, va ancora pensato da zero, almeno in una ottica riformista (l’unica possibile attraverso un mezzo come il Movimento), ma di un riformismo radicale, le cui possibilità crescono, sono continuamente ridisegnate, e davvero in movimento. 

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