Tutto Antispecismo.Net

Tutto Antispecismo.Net (251)

Categorie figlie

Materiali

Materiali (17)

Immagini, volantini, appelli, etc...

Visualizza articoli ...
Spazio Libero

Spazio Libero (13)

N.B.: Antispecismo.Net offre attraverso la categoria di contenuti "SPAZIO LIBERO", la possibilità a chiunque di proporre materiali, propri o di terzi.
Salvo violazioni di natiquette o scarso interesse per il progetto stesso, il materiale proposto verrà pubblicato senza interferire o filtrarne il contenuto.
Questa scelta mira a garantire uno spazio di espressione il più possibile libero e partecipato.

Lo Staff ANet valuta in maniera indipendente ed insindacabile cosa pubblicare e quando.

Visualizza articoli ...
ATTENZIONE: IL DIBATTITO E' STATO ANNULLATO:
http://oltrelaspecie.blogspot.com/2013/05/20-maggio-milano-universita-statale.html

da Oltre la Specie:

Car* amic*,
vi segnaliamo un appuntamento di particolare importanza, dopo la liberazione delle cavie dal laboratorio di Farmacologia del 20 aprile a Milano da parte di attivisti di Fermare Green Hill.

Dopo quello storico giorno, il dibattito aperto sui media locali e nazionali sull'azione di occupazione dello stabulario e sulla legittimità della sperimentazione animale arriva presso la stessa università.

20 MAGGIO, ORE 14.30 - UNIVERSITA' STATALE, MILANO

"E' GIUSTO SPERIMENTARE SUGLI ANIMALI"?
Dibattito aperto con gli attivisti di "Fermare Green Hill" e i ricercatori pro-sperimentazione

Intervengono:
-Lorenzo Lo Prete, Fermare Green Hill
-Massimo Tettamanti, Consigliere Scientifico I-Care
-Alberto Ferrari, Pro-Test Italia
-Alessandro Papale, Università S.Raffaele
Coordina: Sandro Zucchi, Università Statale

LUNEDI' 20 MAGGIO UNIVERSITA' STATALE VIA FESTA DEL PERDONO ORE 14.30 - AULA 422
RIPENSARE LA GINECOLOGIA NELL’OTTICA DELL’ECOVEGFEMMINISMO di L. M. Chiechi   Stiamo assistendo a una crisi dei consolidati valori basati sul dominio, la supremazia, lo sfruttamento, frutti della cosiddetta società patriarcale storicamente strutturatisi con la società agricola e assorbiti poi dalla società industriale. I movimenti sociali che più hanno inciso su questa crisi sollevando importanti riflessioni morali sono quelli che non sono riusciti a rimanere indifferenti più estesa è stata la sofferenza, vale a dire l’ambiente, gli animali e le donne. Questi tre aspetti, che sembrano così distanti, non sono invece separati; essi rappresentano la rivendicazione del fondamentale dovere al rispetto, indispensabile a rendere eticamente degno il comportamento dell’uomo. Rispetto del territorio, degli animali non umani, degli umani resi deboli. Il concetto di rispetto deve essere inteso nel suo significato più nobile, in grado di riconoscere un attributo di sacralità al territorio, come bene comune, e a tutti gli altri esseri…

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia.

Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo).

E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà.

A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto  di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri.

Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico come barbarie.

Vale forse la pena ricordare che barbari erano tutti i NON greci dell’antichità e forse poiché troppo legato ad un termine ormai avvertito come desueto e poco pertinente (nonché chissà, anche poco politically correct, il che non guasta), ai termini barbaro e barbarie si sono sostituiti quelli decisamente più moderni ed inflazionati di terrorista e terrorismo.

Il terrorismo è dunque, infine, il paradigma di un’alterità minacciosa la cui forza pervasiva è tale per cui terroristi finiamo per diventarlo in fondo tutt* ogni qualvolta agiamo in modo tale da costituire una minaccia più o meno consistente ed effettiva nei confronti del sistema. 

Non stupisce pertanto più il quotidiano ricorso a termini che si possono tranquillamente ascrivere ad un linguaggio che è parte della dimensione ontologica di una realtà la cui (presunta) essenza benigna si contrappone alla controparte maligna.

Di fatto, si parla di (e non solo, poiché si accusa e si condanna anche per…) ecoterrorismo, così come ci si riferisce agli “ostaggi” di uno sciopero3, assimilando al terrorismo, con un’operazione d’illecita coincidenza, tutte quelle attività di contestazione che non rientrino nel paradigma dominante, criminalizzandole ed offrendole tramite i media, alla mercé di una massa frequentemente mal informata o ancor più spesso disinteressata perché formattata e convinta non vi sia la possibilità di contemplare altri punti di vista né tantomeno abituata allo sviluppo di una mente critica che sia in grado di (com)prendere la natura del terrorismo, quello vero.

È proprio grazie ad operazioni di questo tipo, che puntualmente SEMPRE,  attività di stampo “animalista” volte alla produzione di una critica che si manifesti in azione e prassi nei confronti di quei sistemi produttivi che si danno e si fanno grazie al loro sostanziale sfruttamento a carico di non umani, vengono definite TERRORISTE.

Cosa questa, che lascia perplessi tutti coloro (e ci auguriamo siano molti)che si soffermino anche solo per un momento a considerare gli eventi da un punto di vista logico-razionale, capace di effettuare un’analisi e quindi infine quasi obbligato verso una considerazione di base: il danneggiamento a carico di strutture e mezzi di produzione non può essere definito terrorismo, a meno che non ci si voglia avvalere di questo termine per fini che con la mera descrizione della realtà non hanno niente a che vedere. Non risulta infatti ancora a nessuno che i terroristi si siano mai preoccupati dell’incolumità degli individui, né che sia possibile suscitare e/o indurre terrore a carico di estesi parchi macchine composti di furgoni e altri mezzi di vario genere (la Disney di Cars effettivamente ha messo in dubbio anche questo ma confidiamo si siano resi conto un po’ tutti del fatto che si tratta di una finzione animata).

Il problema dell’uso indiscriminato e poco critico di termini come terrorismo consiste nel fatto che i protagonisti delle azioni di cui sopra, possono attraversare gli schermi televisivi “entrandovi come persone che compiono azioni di disobbedienza (intendendo con questa un disobbedire all’accettazione condivisa e sancita dalla costituzione, tale per cui è normale trattare individui senzienti che dispongono di corpi propri trattandoli e trasformandoli in prodotti di consumo di massa alla stregua di spighe di grano dalle quali produrre pane)ed uscendovi come terroristi tout-court”.

 

Tralasciando in questa sede eventuali approfondimenti e riflessioni sul concetto di terrorismo e su cosa questo implichi o no, ci si può limitare a considerare due questioni, che si stagliano al tempo stesso nella società come dati di fatto:

-          La Costituzione italiana non si addentra, dal punto di vista giuridico, nel fornire alcun tipo di definizione di “terrorismo”, limitandosi a specificare nelll'articolo 17, primo comma, che "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; il secondo comma dell'articolo 18 stabilisce che "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare"4.

-          Dalla Legge contro il terrorismo, approvata in Gran Bretagna nel 2000, tale per cui l'attentato terroristico è "un'azione o la minaccia di un'azione, che comprende gravi forme di violenza contro persone e beni, mette in pericolo la vita dell'individuo e rappresenta una grave minaccia per l'incolumità e la sicurezza della comunità o una parte di essa"5,  insomma, a conti fatti terrorista può essere anche solo la minaccia in quanto potenziale intenzione, istanza o desiderio, ma questo forse stupisce meno di tutto il resto, se così non fosse sulla base di cosa giustificare l’intera e pervasiva organizzazione delle misure di controllo e “securitarie”, più o meno preventive? Insomma, la massa va ritenuta in qualche modo stupida e/o narcotizzata, ma un motivo per farsi placidamente controllare anche quando si fa il bidet le andrà pur dato.

 

La cosa più sconcertante però, o quella che quantomeno lascia basite alcune anime sensibili (ed io sono tra quelle, lo ammetto), è che da tutto questo si evince chiaramente una cosa: l’assunzione di una realtà sociale entro la quale non solo gli unici individui tutelati dalla violenza sono individui umani (nessuno stupore, sia chiaro, non ci aspettavamo niente di più) ma, meraviglia delle meraviglie e al tempo stesso paradosso dei paradossi, la tutela di questi stessi individui è equiparata alla tutela dei loro o altrui beni, applicando una sorta di proprietà transitiva “a termine”6 che se non illecita lascia quantomeno perplessi.

Va da sé che a diventar terroristi basti poco, davvero poco.

terrorista

NOTE:

1 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008.

2 Con logica insiemistica ci si riferisce agli “insiemi” come collezione di elementi. Tali elementi possono o non possono appartenere all’insieme, non vi sono vie di mezzo. Più in generale, vi sono elementi per i quali si circoscrive un insieme di appartenenza che rappresenta il DENTRO e tale per cui quelli che vi rientrano lo fanno in virtù di ben precise caratteristiche definitorie; a questo DENTRO corrisponde un FUORI, ovvero tutti quegli elementi che non dispongono di suddette caratteristiche definitorie di appartenenza.

3 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008, p. 18.

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

6 Dico “a termine” poiché, banalmente parlando, l’incolumità e quindi la tutela di un vitello è tale sino al suo scadere, ovvero sino a quando il vitello “ha da essere trasformato in bistecca”. Ma questa è una riflessione che mi riservo di approfondire  in ulteriore articolo a parte.

Riceviamo e facciamo eco: COMUNICATO STAMPA: MUOS, GRAVISSIMO ACCORDO MONTI-CROCETTA L'esito della riunione sul MUOS, tenutasi ieri, fra il presidente della regione Crocetta e il governo Monti - presente all'incontro insieme al Ministro Cancellieri e vari altri componenti di un esecutivo privo di qualsiasi consenso popolare e che continua incredibilmente a prendere gravi provvedimenti, ben oltre l'ordinaria amministrazione cui dovrebbe limitarsi - è l'ennesimo atto di sudditanza agli Stati Uniti, l'ennesimo tentativo di imporre alla popolazione siciliana il megaradar e le sue drammatiche conseguenze.   Invece di insistere sul blocco dell'installazione, i cui effetti dannosi sulla salute e sull'ambiente sono ormai largamente provati, e che ancora una volta renderà la Sicilia un avamposto di guerra, il funambolico Crocetta trova l'accordo al ribasso con Monti: una commissione di esperti valuterà  "l'impatto sull'ambiente e sulla salute delle popolazioni interessate delle emissioni elettromagnetiche anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti,…
Lunedì, 11 Marzo 2013 13:41

Maschi: uccidere è naturale!

Scritto da

Maschi: uccidere è naturale!

Segnaliamo alcuni brani tratti da A. Biavardi, Sbuccia il maschio, Mondadori, Milano 2002. Andrea Biavardi è stato il primo direttore dell'edizione italiana di "Men's Health", lanciata nel 2000.

Crediamo non ci sia bisogno di alcun commento... [1]


"Combatti la natura e ti rovinerai. [...]
Gli uomini sono aggressivi e hanno il senso della gerarchia. Le donne sono invece protettive e collaborative. E' così che la natura ci ha voluti, e sapeva cosa stava facendo. [...]


Uccidere scarafaggi e mosche è un piacere per noi maschi. E' una forma di sopraffazione dell'uomo sull'animale. Quindi non una deviazione mentale, ma un istinto primordiale sano. Sanissimo. E' l'istinto naturale della caccia, contro la quale è in atto una crociata planetaria. Che solo la diminuzione dei boschi e l'avanzare del cemento possono in parte giustificare. E' la gratificazione di avere avuto la meglio su una preda. Una sensazione molto piacevole. Fai fuori quella piccola bestia schifosa e hai la certezza che non tornerà mai più a infastidirti. [...]


Le fantasie che stai facendo ora sulla collega d'ufficio dipendono dal testosterone. Se hai questi picchi ormonali ogni quindici-venti minuti, è normale che anche i tuoi pensieri sessuali aumentino. Quindi la prossima volta che metti una mano sul sedere alla tua collega, saprai come risponderle: "Ho le mie cose". In caso di denuncia per molestie puoi sempre invocare l'infermità ormonale. [...]
Ora non dovrai cercare assurde motivazioni al tuo essere maschio - non uno stronzo, ma semplicemente diverso dalle donne. Ecco che cosa vuol dire il piacere di essere uomo. Sono così e me ne vanto. Liberatorio. Ammettilo".

(A. Biavardi, Sbuccia il maschio, Mondadori, Milano 2002, pp. 27, 166, 167, 177, 112, 210).

[1] Un'analisi di questi ed altri brani significativi del libro è contenuta in: S. Bellassai, L'invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell'Italia contemporanea, Carocci, Roma 2011, pp. 149-150.

cacciatori

Intervista a Lorenzo Guadagnucci

di:

Fonte: mangialibri.com

Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione.



Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?
Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova.


In Restiamo animali affronti da varie angolazioni la “questione animale”. Perché, secondo te, c’è tanta indifferenza nei confronti di un massacro che avviene sotto i nostri occhi?
L'indifferenza è grande perché viviamo in un sistema che contempla nella sua struttura la sottomissione e lo sterminio degli animali. Ciò ha reso possibile l'affermazione di un'ideologia che riesce a rappresentare come un'ovvietà, quasi un dato di natura, il dominio dell'umanità sugli altri animali, ridotti a macchine da carne. Le persone sono indifferenti alla sorte degli animali perché sono educate fin dall'infanzia a considerare gli animali non umani come oggetti, con l'esclusione di alcune specie dette “di affezione” a seconda della parte di mondo nella quale si vive: la manipolazione comincia prestissimo e dura tutta la vita. L'indifferenza, l'assuefazione alla violenza, la deresponsabilizzazione sono dovuti a relazioni di potere. Qualcosa di analogo avviene anche al di fuori della relazione umani/animali. Meccanismi simili stanno alla base del razzismo, del nazionalismo, del sessismo, dell'omofobia.


Gary Yourofsky, un attivista vegan americano, afferma che “se va bene per lo stomaco, va bene per gli occhi” e nei suoi incontri mostra immagini forti e cruente di ciò che avviene nei mattatoi. Credi possa essere un buon metodo di sensibilizzazione?
I metodi di informazione e sensibilizzazione sono molteplici e ognuno può avere una sua validità. L'uso di immagini forti, di documentazione presa all'interno di allevamenti e mattatoi ha sicuramente un valore informativo importante, tant'è che le industrie della carne, delle uova, quelle casearie non gradiscono la diffusione di fotografie e filmati del genere. Allevamenti e mattatoi non sono affatto case di vetro e il loro occultamento è una parte importante della strategia commerciale di queste industrie e della stessa ideologia che giustifica lo schiavismo animale. Non sono però convinto che la colpevolizzazione delle singole persone sia la strada principale nella lotta verso la liberazione animale. La diffusione delle conoscenze sulla reale condizione degli animali nella nostra società, come la diffusione dell'alimentazione ‘cruelty free’, sono certamente importanti, ma il cuore della questione animale è prettamente politico. Io credo che non potremo nemmeno immaginare un'autentica liberazione animale senza mettere in discussione i fondamenti della società attuale, che è antropocentrica, che poggia su una logica di dominio anche all'interno della società umana, che pare disposta a distruggere le stesse condizioni minime di vita sul pianeta. Il tema è enorme, ma se non ripensiamo la stessa posizione dell'uomo rispetto alla natura, non possiamo fare grandi avanzamenti verso la liberazione animale.


Credi che il consumo di prodotti animali sia in qualche modo veicolato da un sistema, da una volontà ‘superiore’, che ovviamente ruota intorno al denaro?
Credo che il sistema capitalistico, specie nella sua fase consumistica, quella che è cominciata nel secondo dopoguerra, abbia trovato una perfetta consonanza con la logica di dominio sugli animali ereditata dal passato. Gli animali sono stati ridotti a merce, a meri oggetti e come tali vengono trattati e ˗ quel che è peggio ˗ anche  percepiti dalle persone che se ne nutrono, che ne indossano le spoglie e così via. La logica del profitto, come ben sappiamo, è spietata e in questa fase storica si avvale anche dalla passiva accettazione del suo primato da parte di masse sterminate di persone.


La questione animale si affronta da secoli. Eppure il consumo di prodotti animali cresce a dismisura. Si pensa ancora, in un retaggio da dopoguerra, che mangiare carne faccia bene, nonostante si abbiano le prove scientifiche che è proprio il consumo eccessivo di carne a provare alcuni tumori. Perché, secondo te?
Torniamo a quello che dicevamo prima. La sorte ignobile riservata agli animali è possibile grazie alla collaborazione di una moltitudine di persone, che vengono deresponsabilizzate (chi si sente complice della sorte infame inflitta a maiali, mucche, galline, pesci o ancora, se allarghiamo lo sguardo oltre il mondo occidentale, anche a cani, gatti, tartarughe e così via?); i cittadini diventano clienti, chiamati a consumare ciò che trovano al supermercato, sono ridotti a tubi digerenti. Questo avviene perché i reali meccanismi di produzione sono giustificati da un sistema culturale e ideologico che riesce a rappresentare come ovvio, naturale, normale ciò che non è né ovvio, né naturale, né normale, cioè lo schiavismo e lo sterminio di massa degli animali. Di questa ideologia fanno parte anche la scomparsa, l'emarginazione, l'occultamento delle conoscenze medico-scientifiche disponibili. Ormai tutti gli studi più seri riconoscono che l'alimentazione a base carnea è la più pericolosa per salute, ma sia il discorso corrente da uomo della strada, sia i consigli di 'buon senso' dei medici di base affermano l'esatto contrario. Melanie Joy chiama tutto ciò 'carnismo': un'ideologia che riesce ad occultare la verità e anche ad essere invisibile. La manipolazione è così macroscopica e scoperta che non viene notata: sembra troppo clamorosa per essere vera. Quante volte ci siamo sentiti dire “ma il mio medico mi dice di stare attento, se voglio passare a una dieta vegetariana”'; “a mangiare un po' di tutto si fa sempre bene”; “un bambino non può fare a meno della carne nella fase della crescita”; “dove prendi le proteine?”, e così via, in una serie infinita di luoghi comuni che passano di bocca in bocca ma che sono privi di fondamento. È l'eterna favola del re nudo. Al momento la minoranza animalista, vegana, nonviolenta non ha una voce abbastanza forte da riuscire a farsi sentire quando grida che non è vero ciò che si dice sul magnifico abbigliamento del re.


Sei stato vegetariano per tanti anni e in seguito hai abbracciato il veganismo. Credi che in qualche modo i vegetariani vivano in un limbo (anche ipocrita, se vogliamo) alimentato dalla falsa convinzione che la produzione di latte e uova non porti morte?
In base alla mia esperienza diretta, credo che in ogni vegetariano ci sia un potenziale vegano. Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. Limitavo questa mia scelta alla mia vita quotidiana, senza attribuirle una valenza politica, e fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte: un po' per vigliaccheria, un po' per quieto vivere. Credo che per buona parte dei vegetariani avvenga qualcosa di simile: viviamo in una società ‘carnista’ che già percepisce la scelta vegetariana come una specie di eresia. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. Non nego di avere avuto io stesso dei pregiudizi sull'estremismo dei vegani: i condizionamenti sono forti ed è difficile restarne immuni. In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora. Ma io non vedo una contrapposizione fra vegetariani e vegani: credo anzi che l'obiettivo comune sia contribuire alla liberazione animale, sapendo che la cultura prevalente, le abitudini più radicate vanno in direzione opposta. Il mio atteggiamento è dunque di incoraggiamento: verso i vegetariani affinché facciano quel piccolo passo mancante in direzione dell'alimentazione vegana, verso gli uni e degli altri a impegnarsi al massimo per i diritti degli animali e quindi per cambiare la cultura e i rapporti di potere esistenti nella nostra società”.


“Sei vegano? Quindi mangi solo verdure”. È una frase che spesso si sente dire un vegano. C’è molta disinformazione al riguardo. In che modo credi si possa sensibilizzare la gente a rompere l’abitudine e la tradizione dello sfruttamento animale?
Cambiare le tradizione, spingere le persone ad abbandonare abitudini consolidate è quanto di più difficile si possa fare, perciò credo che si debba agire su tutti i piani, con un'azione per così dire multipla. Il tema centrale per me è quello politico: bisogna finalmente superare lo steccato che separa l'attivismo animalista dalla militanza politica. Ripeto: non è possibile immaginare la liberazione animale senza rivoluzionare la nostra società. Io ad esempio, ogni volta che vengo invitato a parlare di Genova G8, di diritti umani, di razzismo ed è previsto un buffet o una cena, specifico che per coerenza mi aspetto “cibi nonviolenti”. Ma mi domando quanto dovremo ancora aspettare prima che una forza politica lanci una campagna contro i consumi di prodotti animali: avrebbe un grande spessore etico ed enormi valenze in termini di tutela della salute pubblica e protezione dell'ambiente. Una definitiva legittimazione politica del discorso animalista (ma sarebbe meglio dire antispecista) avrebbe un enorme effetto sulla cultura generale e sulla percezione che le persone hanno di questi temi. Bisogna poi agire sul piano dell'informazione, ad esempio in campo medico, dove il pregiudizio carnista è ancora forte quanto infondato. E poi c'è il piano dell'azione, che può essere sia l'esempio personale – quindi non rinunciare mai a spiegare i motivi che hanno spinto a compiere la scelta cruelty free, dimostrando che è possibile per chiunque – sia la pressione affinché l'alimentazione “veg” diventi un diritto nel mondo della scuola, del lavoro, delle strutture pubbliche: penso alle mense, ai menu negli ospedali e nelle carceri, e così via. 


Come sarebbe la società se l’uomo rinunciasse allo sfruttamento animale e a tutto ciò che ruota intorno ad esso?
Sarebbe una società antiautoritaria, tendenzialmente egalitaria, in una relazione di maggiore armonia con la natura e con gli altri animali.

repressione

Immagini da un mattatoio con le pareti di vetro

di Camilla Lattanzi e Marco Reggio


Navigando sul web alla ricerca di documentazione su allevamenti e macelli, ci siamo imbattuti in una serie d’immagini impressionanti. Per gli animalisti è cosa frequente, del resto.

In questo caso però non si tratta di qualche investigazione che mostra agli ignari consumatori la realtà degli allevamenti, né di qualche pubblicità dell’industria della carne. Si tratta del catalogo di un’azienda che illustra la sua collezione di indumenti da lavoro. Insomma, un testo commerciale, ma che di per sé non ha nulla a che fare con lo sfruttamento animale. Fra i tanti lavori – si sa – c’è quello di chi mette fine alle vite generalmente brevi degli animali, o di chi si cura di smembrarne i corpi per metterli “sul mercato” sotto forma di cibo. Quello del macellaio è in un certo senso un lavoro come gli altri, e la “normalità” di questa professione, in una società che ritiene giusto basare la propria alimentazione - e i propri consumi in genere - sulla sofferenza di altri viventi (umani o non umani), viene ribadita costantemente in ogni ambito della vita sociale.

catalogo indumenti da lavoro: il macellaio                                         

Le immagini di questo catalogo, però, ci parlano di una ipernormalità, di una normalità ostentata. Nello stesso fascicolo, accanto alle tute da lavoro per attività pericolose (gettarsi fra le fiamme, lavorare sotto terra o sospesi in aria), reclamizzate con tanta enfasi, con tanto ricorso alla figura dell’eroe, del maschio temerario, muscoloso e spavaldo, troviamo gli accessori per chi lavora nei mattatoi, pubblicizzati con la stessa enfasi e la stessa iconografia: ma in che cosa un macellaio può ricordare un pompiere? In cosa consisterebbe il suo eroismo? Quali pericoli sprezzantemente sfida chi riceve in custodia un animale inerme e condannato o addirittura già morto da squartare?