Giovedì, 01 Marzo 2012 11:15

Riflessioni su buddismo e antispecismo - di Eva Melodia

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fonte: www.liberazioni.org
 

Riflessioni su buddismo e antispecismo

È possibile sostenere che buddismo e antispecismo, sebbene nati in contesti storico-culturali molto diversi, possano essere considerati parte di un identico movimento di liberazione? Per quanto si tratti di un’affermazione impegnativa, la cui dimostrazione può risultare difficile, ritengo che la risposta a questa domanda sia sì. Obiettivo di questa riflessione è, dunque, quello di evidenziare come buddismo e antispecismo condividano presupposti e finalità comuni, analizzando alcuni criteri teorici e pratici cui fanno riferimento. 

Prima di inizare questa analisi è però necessario precisare che non è facile fornire una definizione di entrambe queste filosofie: da un lato, infatti, l’antispecismo è una sistema di pensiero ancora molto giovane, che tuttavia negli ultimi decenni, col crescere dell’attenzione anche da parte del mondo accademico, ha avuto un’evoluzione teorica di notevole rilievo articolandosi in correnti molto diversificate (dalla teoria dei diritti alle teorie liberazioniste) (1), mentre dall’altro con il termine “buddismo” si intendono millenni di insegnamenti, spesso tramandati a voce e soggetti ad interpretazioni eterogenee, non tutte riconducibili direttamente al Buddha Siddhārta. Per tale ragione, al fine dell’analisi, prenderò prevalentemente in esame la corrente Mahāyāna (2) ed in particolare il Sutra del Loto (3), con accenni alla Scuola Nichiren (4), ignorandone volutamente gli aspetti mistici.

 

Aspetti antispecisti del buddismo

Secondo la tradizione, il buddismo trae la propria origine dalla compassione di un uomo, Siddhārtha Gautama (5), che si era prefisso di liberare gli esseri dalla sofferenza (6). Nel capitolo «Durata della Vita del Tathagata» del Sutra del Loto, Siddhārtha Gautama dichiara esplicitamente qual è il suo progetto: Questo è il mio pensiero costante: come posso fare sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano il corpo di Buddha? (7) e ancora ci spiega:

 

Uomini devoti, i sutra esposti dal Tathagata hanno tutti lo scopo di salvare ed emancipare gli esseri viventi (8).

 

In questo senso, il buddismo condivide con l’antispecismo il principio secondo cui non esiste un criterio che possa discriminare le sofferenze vissute dagli individui: l’antispecismo parifica dal punto di vista morale tutti gli animali indipendentemente dalla specie di appartenenza, il buddismo si interessa di tutti gli «esseri viventi».

Considerare seriamente proprio questa eguaglianza reale è, tuttavia, l’aspetto più difficile della questione, anche per coloro che si dichiarano antispecisti. La maggior parte di questi, infatti, pur comprendendo ed accettando in linea teorica l’eguaglianza tra la specie umana e le altre specie animali, di fatto orienta la propria attenzione quasi esclusivamente all’attribuzione di maggiori diritti per gli animali non umani, senza interrogarsi su quanto questo comporti un reale cambiamento delle strutture oppressive della società, ricadendo così, seppur inconsapevolmente, in quel principio di separazione uomo/natura e uomo/animale che è alla base del sistema di dominio su cui si erge la civiltà umana specista. Non prendere in considerazione la sofferenza di tutti gli animali, umani compresi, significa fossilizzarsi su una visione parziale ed incompleta e quindi incapace di elaborare strategie efficaci che portino a cambiamenti significativi.

Analogamente, i buddisti considerano benefici, diritti e doveri presentati negli insegnamenti del Buddha di pertinenza esclusiva degli umani. Si tratta di una interpretazione palesemente infondata ma, purtroppo, ampiamente diffusa, propagatasi forse anche a causa del condizionamento culturale specista, che non trova riscontro nei testi e che addirittura di fatto nega l’importanza di “svelare le falsità” cui invece il buddismo attribuisce un valore assoluto. Negli insegnamenti del Buddha, infatti, non è possibile rintracciare alcun discrimine morale fondato sulla specie o sulla razza: nella stragrande maggioranza dei casi, egli fa ricorso al termine «esseri viventi» o «esseri senzienti» (dove per senziente si intende “avente almeno un senso”) (9), chiamando così volutamente in causa anche gli esseri umani. In particolare, è utile ricordare che nel «Terzo Giro della Ruota del Dharma», che corrisponde agli insegnamenti relativi al Tathagatagarbha (10), ossia alla verità sulla Natura di Buddha, questa è ritenuta essere presente in tutti gli esseri senzienti: 
 

Quando guardo qualsiasi creatura con i miei occhi di Buddha, vedo che nascosta dentro le afflizioni mentali di avidità, desiderio, rabbia e stupidità giacciono maestosi ed inamovibili il regno del Buddha, la visione del Buddha, il corpo del Buddha. Figli miei, tutti gli esseri, sebbene si scoprano colmi di ogni sorta di afflizione, hanno la Naturadi Buddha (Tathagatagarbha) che è eternamente immacolata e che è colma di virtù per nulla differenti dalle mie (11).
 

L’insegnamento buddista di onorarela Naturadi Buddha indipendentemente dalla sua manifestazione – quella stessa Via praticata dal Bodhisattva (12) Mai Sprezzante (13) – è, dunque, da considerarsi parte della pratica per la realizzazione dell’Illuminazione, anche quando ci si rivolga ad un individuo non umano. Oltre al principio di uguaglianza tra gli esseri viventi, buddismo e antispecismo hanno molti altri punti di convergenza. Per ragioni di brevità mi limiterò ad evidenziare quelli più rilevanti.

In primo luogo, l’affermazione buddista secondo cui l’origine della sofferenza è da ricercarsi nella falsità (o illusione), ossia in quelle percezioni e convinzioni illusorie da cui hanno origine azioni che creano karma (14) negativo, in antitesi alla verità che il buddismo si prefigge appunto di rendere evidente. Anche l’antispecismo si assume il compito di svelare le assurdità prodotte dallo specismo e si impegna ad ostacolarlo e sradicarlo. L’antispecismo identifica e condanna i comportamenti che derivano da una visione specista proprio perché questa è causa di sofferenza stratificata: esso non si limita, infatti, ad attirare l’attenzione sulla sofferenza di taluni animali asserviti e soggiogati (discriminante che invece caratterizza la corrente protezionista dell’animalismo classico), ma smaschera il paradigma che lo produce, denunciandone tutte le conseguenze. Evidenziando la falsità che sta alla base del credo specista (il mito della gerarchia su base di specie) ed imputando ad esso l’avvelenamento della morale, l’antispecismo rende evidente come quest’ultima risulti inadatta ad impedire la sofferenza degli animali e come, leggittimando meccanismi di oppressione e violenza, li trasformi in vere e proprie istituzioni.

In secondo luogo, entrambe le filosofie non accettano la sofferenza come un mero dato di fatto, é come una condizione immutabile, e pertanto tutte e due prospettano la necessità di un cambiamento radicale e permanente da realizzare concretamente, agendo sia sul piano individuale che su quello sociale. In terzo luogo, anche se i due processi di liberazione proposti da buddismo e antipecismo sembrano a prima vista divergere (buddismo: l’individuo può liberare se stesso dalla sofferenza attraverso un percorso personale che parte dalla consapevolezza della propria condizione; antispecismo: gli animali non umani possono essere liberati solo per mano dell’uomo), essi coincidono se visti da una prospettiva più generale. Nella mistica buddista, infatti, secondo il principio olistico di Esho Funi (15) spiegato dal maestro Miao-Lo, la sofferenza e il processo di emancipazione da essa da personale diventa universale: l’azione basata su di una convinzione erronea (falsità o illusione) implica infatti una condizione di dolore e sofferenza non solo per l’individuo che agisce ma anche per il contesto in cui agisce, ivi compresi gli altri individui. Sebbene questi ultimi non siano affatto vittime, poiché artefici a loro volta del proprio karma, la coerenza (16) nella dimensione dell’illusione comporta una esperienza di sofferenza condivisa. E anche nella visione antispecista possiamo ritrovare un principio analogo: poiché, come detto precedentemente, lo specismo è considerato il paradigma su cui si fondano tutti i modelli sociali conosciuti e, dunque, tutte le interazioni intra e inter-specifiche, la liberazione può avvenire solo attraverso il superamento dell’intero paradigma specista configurandosi, dunque, come un processo di liberazione generalizzata.

C’è poi un altro aspetto cardine comune ai due sistemi di pensiero. Tanto il buddismo quanto l’antispecismo considerano come fonte di ogni errore una specifica convinzione falsa, ossia quella che sostiene l’esistenza di differenze significative tra individui, tali da motivare la discriminazione dell’alterità. Per quanto riguarda l’antispecismo ciò è relativamente evidente visto che lo specismo è definito, appunto, una “discriminazione su base di specie”. Anche il buddismo, però, considera tale convinzione come una delle forme assunte dall’«oscurità fondamentale» (17). Nel Gosho (18)  intitolato Il conseguimento della Buddità in questa esistenza, Nichiren afferma:
 

Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata è come uno specchio appannato che, però, una volta lucidato, sicuramente diverrà chiaro e rifletterà la natura essenziale di tutti i fenomeni e il vero aspetto della realtà (19).
 

Dissipare l’oscurità significa prima di ogni altra cosa, riconoscere la presenza della Natura di Buddha ovunque essa si trovi, in modo da assumere comportamenti coerenti e, più in particolare, riconoscere la dottrina del Mutuo Possesso dei Dieci Mondi (20); secondo questo principio, il buddismo sostiene che nessun essere vivente è privo del mondo di Buddità, e anche laddove questo non è immediatamente manifesto, si trova comunque in stato di latenza. Negare la Natura di Buddha in qualsiasi essere vivente significa, quindi, negare il Mutuo Possesso dei Dieci Mondi e permanere nell’oscurità, così che le azioni che ne conseguono siano cause di karma negativo. Non è rilevante l’«Aspetto» (21) con cui un individuo si manifesta in vita: la dottrina di Ichinen Sanzen (22) spiega come tale aspetto sia temporaneo e contestuale e pertanto crederlo immagine dell’intera (Vera) Entità della Vita (23) è pura illusione. Per questo motivo, agire ferendo o uccidendo o mancando di rispetto a qualsiasi individuo (24), in quanto convinti dall’aspetto o da altre caratteristiche esteriori che non abbia come noi la Natura di Buddha, è la causa negativa per eccellenza, che ostacolerà la realizzazione dell’Illuminazione.

Da ultimo, osservo brevemente come l’antispecismo possa essere considerato parte della Via del Bodhisattva nel suo aspetto più pratico. Senza entrare nel dettaglio delle azioni e delle scelte delle singole persone, che spesso agiscono incoerentemente rispetto ai loro stessi intenti, l’archetipo di un antispecista è l’immagine di colui che “toglie la sofferenza” attraverso un voto silente costruito, almeno idealmente, sulla compassione. Per questa ragione è possibile affermare che spesso l’azione antispecista permette di percorrere la via dell’estinzione del karma negativo, portando a sperimentare, in maniera talvolta inconsapevole, molti altri benefici, descritti negli insegnamenti buddisti come «retribuzione» (25):
 

Ogni essere vivente, dal sommo saggio alla più piccola mosca o zanzara, considera la vita come il bene più prezioso. Privare un essere vivente della vita è il peccato più grave. Quando il Buddha apparve in questo mondo, fece della compassione per gli esseri viventi il proprio fondamento. E come espressione di compassione per gli esseri viventi, il primo precetto è non togliere la vita e provvedere al sostentamento degli esseri viventi. Sostenendo la vita degli altri si ottengono tre benefici: primo, si sostiene la vita, secondo, si ravviva il volto e terzo, si acquista forza (26).
 

Completare l’antispecismo 

Rispetto all’antispecismo, che articola analisi teorica e pratica conseguente negli ambiti circoscritti dell’etica e della politica, il buddismo, nella sua elaborazione teorico-filosofica, spazia in tutti gli ambiti dell’esistenza umana, ampliando i propri confini fino ad abbracciare ogni causa di sofferenza. Così facendo, esso colma una carenza della teoria antispecista a proposito dell’analisi dei fattori fondamentali della sofferenza: la completezza di tale analisi è infatti necessaria alla comprensione delle vere cause della condizione di sofferenza. In tal senso possiamo affermare che il buddismo rappresenta un necessario complemento dell’antispecismo (27).

Il primo di tali fattori fondamentali è l’attenzione all’insieme delle dinamiche che influenzano gli esseri umani ed i loro comportamenti, che l’Occidente moderno ha iniziato a studiare attraverso la psicologia e la sociologia, ma costituiscono da sempre oggetto di analisi per la filosofia buddista. Secondo il principio buddista dei Dieci Mondi, ad esempio, tutti gli esseri viventi, e quindi anche gli umani, sono condizionati dal (agiscono coerentemente rispetto al) loro «stato vitale», che prende il nome di «mondo». A seconda di quale sia la condizione vitale sperimentata in un dato momento da un dato individuo, la percezioni e le reazioni saranno coerentemente diverse poiché sottoposte al filtro del mondo corrente. Ciò può avere conseguenze importanti sul modo di intendere alcune dinamiche umane quali l’empatia. Secondo questa visione, infatti, l’empatia non è più quella potenzialità “miracolosa” su cui l’antispecismo investe tante energie, ma solo una delle possibili reazioni che possono svilupparsi nel nostro interlocutore, reazione che corrisponde in modo coerente al contesto di un determinato stato vitale. Se, ad esempio, prendiamo in esame il Mondo di Inferno (stato vitale in cui la sofferenza è ritenuta distruttiva per colui che la sperimenta e per chi lo circonda), sappiamo che l’individuo che si trova in tale condizione tenderà a riversare anche all’esterno la propria sofferenza, imponendola agli altri, e reagendo nei loro confronti non empaticamente ma, al contrario, con indifferenza se non addirittura con sadismo. Da ciò risulta che, potenzialmente, anche una persona molto razionale e determinata a contrastare una specifica forma di sofferenza, ma che si trovi in quello che questo principio definisce Mondo di Collera (stato vitale che implica, tra le altre cose, il desiderio di rivalsa e soggiogamento di altri), agirà causando altra sofferenza a se stesso e agli altri, nella propria ricerca di rivalsa e non l’armonia. Percependo una realtà falsata, in quanto ottenebrata dal proprio stato vitale, costui risulterà accecato e incapace di percepire e affermare tutto ciò che potrebbe impedire o lenire la sofferenza.

Il buddismo afferma, di conseguenza, che, per sradicare la sofferenza (non a caso chiamata anche «cecità»), non serve tanto afferrare intellettivamente una qualche verità – come invece sostiene l’antispecismo occupandosi quasi esclusivamente di mostrare la sofferenza esplicita laddove si verifica o di confutare affermazioni illogiche – quanto piuttosto cambiare stato vitale così da poter contare su una percezione il più possibile scevra da filtri. Possiamo perciò sostenere che tutte le pratiche buddiste (prescindendo dai contrasti tra le varie scuole su quale sia il metodo più efficace in proposito) si propongono tale scopo: facilitare l’uscita dai mondi vitali bassi (28) per percepire, attraverso la Nona Coscienza (29), l’immutabile realtà. Più cura, quindi, nel considerare le cause che portano gli umani ad assumere determinati comportamenti e posizioni, ad avere certe percezioni piuttosto che altre. Più cura nel mettere in conto un aspetto che potremmo chiamare “spirituale” nell’affrontare il problema. Maggiore considerazione per il singolo e per il suo mondo. Questo è ciò che, a mio parere, manca alla teoria e alla prassi antispeciste.
 

Il metodo e la pratica

Prendere in considerazione le dinamiche “spirituali” intime degli umani nell’elaborazione delle strategie di diffusione dell’antispecismo e di lotta contro lo specismo può determinare un cambiamento importante sia in termini di metodo e di pratiche, sia di risultati. Gli antispecisti tendono ad investire tutte le proprie risorse ed energie nel raggiungimento del maggior numero di persone nel minor tempo possibile, mossi dall’ansia legittima di salvare quante più vite possibile, ma senza riuscire a raggiungere i risultati sperati, poichè fanno leva su mezzi di comunicazione mass-mediatici che, in quanto generalizzano il messaggio e lo pensano per un ascoltatore-tipo, un pubblico generico, senza soffermarsi sulla peculiare condizione di ascolto che caratterizza i singoli individui, sono da questo punto di vista intrinsecamente inefficaci. Il buddismo, al contrario, considerando la politica e i mezzi di comunicazione di massa come strumenti marginali, superficiali ed inaffidabili, si è diffuso e continua a diffondersi grazie alla comunicazione interpersonale e dialogica. Grandi conferenze e strumenti mediatici sono solo un piccolo supporto al lavoro quotidiano posto in essere dalle singole persone che si mettono in gioco mettendo in pratica questi insegnamenti complessi.

La scelta di non affidarsi eccessivamente a strumenti di diffusione con una direzionalità “uno-a-molti” (come possono essere conferenze, articoli e trasmissioni televisive) si basa proprio sull’accettazione delle intricate dinamiche che hanno luogo nell’intimo umano, che spesso vanificano il fluire delle informazioni. Una trasmissione “uno-a-uno”, per quanto oggettivamente più lenta, soprattutto in una fase iniziale, permette il raggiungimento di risultati qualitativamente migliori, poiché la comunicazione interpersonale può risultare più diretta e meno superficiale, capace di innescare una diffusione a catena. Ciò dipende dal fatto che un dialogo tra due o più persone non si basa solo sulle informazioni realmente scambiate, ma anche sulle emozioni vissute, sulla comprensione reciproca e sulla capacità di adattamento all’altro, smarcandosi il più possibile dai limiti imposti da circostanze potenzialmente avverse (come, appunto, il già citato «stato vitale»). È appunto ricorrendo a tale principio che, ad esempio, da decenni la scuola di Nichiren Daishonin, portata avanti dalla Soka Gakkai (30), si prodiga per la diffusione capillare del buddismo. Basandosi sulla profonda fiducia nella validità delle proprie idee (della propria verità) ed al convincimento che tutti possono avere un interesse diretto nell’apprenderle, la trasmissione avviene attraverso incontri periodici in piccoli gruppi che, attraverso il “banale” strumento del dialogo, si scambiano esperienze e informazioni, vivendo, nell’approccio intimo e personale, un’incoraggiante occasione di sostegno al cambiamento.

Nel caso dell’antispecismo, ciò non significherebbe riproporre ad oltranza i noti appuntamenti dedicati alla scelta vegan, ma piuttosto cominciare a portare le tematiche politiche e morali nella concretezza della vita delle persone, modulando il messaggio ai tempi e agli argomenti propri delle persone presenti in ciascuna circostanza. Tali incontri dovrebbero svolgere un dibattito e un’analisi approfondita delle questioni trattate, stabilendo in anticipo l’argomento da discutere in modo da consentire ai partecipanti di prepararsi al confronto, in una sorta di tavola rotonda dove nessuno deve assumere un ruolo da relatore né tanto meno da insegnante, ma dove ciascuno possa predisporsi alla critica come alla comprensione da e dell’altro. È necessario che l’ambiente antispecista prenda reale coscienza delle potenzialità dell’antispecismo come filosofia di vita in ogni suo aspetto e che investa nella comunicazione interpersonale, organizzando incontri tra piccoli gruppi interessati a scambiarsi le proprie esperienze di vita, per provare a sperimentare l’effetto di un progresso molto più profondo e radicato. È mia opinione, frutto della mia esperienza personale, che tale progresso, per quanto apparentemente più lento, una volta innescato può dare corso a risultati veloci e addirittura esponenziali.

Eva Melodia

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Note.

1 Cfr., al proposito, Massimo Filippi e Filippo Trasatti (a cura di), Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia, Mimesis, Milano 2010

2 Il buddismo Mahāyāna (Grande Veicolo) proclama la superiorità del percorso spirituale di Bodhisattva (basato sull’infinita compassione) rispetto a quello di Arhat (basato sulla personale ricerca del Risveglio o Illuminazione). Gli insegnamenti riferiti a tale corrente sono anche chiamati “definitivi” rispetto ai precedenti considerati “preparatori”

3 Il Saddharmapundarīka-sūtra: è uno dei testi più importanti della corrente Mahāyāna da cui sono nate molte scuole buddiste

4 Maestro buddista e importante studioso vissuto in Giappone nel 1200 d.C. Per talune scuole che hanno avuto origine dal suo insegnamento egli è un Bodhisattva, per altre egli è il Buddha Originale. Il suo insegnamento accetta il Sutra del Loto come l’Unico Veicolo e lo considera il “Re dei Sutra”

5 Filosofo, religioso e asceta buddista nato a Lumbini (Nepal) nel566 a. C.e morto a Kuśināgara (India) nel486 a.C

6 Il concetto di sofferenza è centrale nella filosofia buddista. Esistono tre tipi di sentieri che conducono alla sofferenza: ignoranza, stupidità e collera, che sono considerati stati in cui è implicita la sofferenza, e quattro sofferenze inevitabili: nascita, vecchiaia, malattia e morte. Per tale motivo anche un’azione “malvagia” è vista dal Buddha come espressione di una sofferenza di cui avere compassione

7 Il Sutra del Loto, trad. it. dell’associazione Soka Gakkai Italia, Esperia Edizioni, Firenze 1998, p. 305

8 Ibid., p. 297

9 Secondo la letteratura canonica in sanscrito sattva (esseri), jantu (esseri animali), bahujana o prānasameta (che hanno respiro) e jagat (quanto esiste); ancora in cinese yǒuqíng (dotati di sensazioni), zhòngshēng (moltitudine dei viventi) e hánshí (in grado di capire); o in Tibetano: skye dgu (totalità dei viventi) e sems can (possessore di mente)

10 Sutra in cui viene rivelata la comune Natura (detta anche «essenza», «matrice», «embrione») di Buddha presente in tutti gli esseri senzienti, oscurata da innumerevoli contaminazioni mentali e morali. Essa è visibile solo ai Buddha, ma è ciò a cui tutti possono risvegliarsi

11 Cit. in Donald S. Lopez, Jr., Buddhism in Practice,PrincetonUniversity Press,Princeton 1995, p. 96

12 Colui che sta percorrendo la via per diventare un Buddha e che per tale motivo ha fatto voto di salvare tutti gli esseri

13 Ingiapponese Fukyo e in sanscrito Sadapaributa. Nel capitolo «Il Bodhisattva Sadapaributa (Mai Sprezzante)» del Sutra del Loto, si parla di questo Bodhisattva che praticava la propria Via verso l’Illuminazione inchinandosi davanti ad ogni persona che incontrava e dichiarando: «Nutro per voi un profondo rispetto perché voi tutti state seguendo la via del Bodhisattva e certamente conseguirete la buddità» (Ibidem, p. 353). Egli continuò per tutta la vita ad inchinarsi di fronte a persone di ogni tipo, nonostante queste spesso reagissero insultandolo o picchiandolo, tenendosi fuori dalla loro portata di tiro. Da questo capitolo del Sutra del Loto nasce la pratica dell’onorarela Natura di Buddha indipendentemente dalla manifestazione assunta

14 Principio filosofico fondamentale sia per il buddismo che per induismo e jainismo, sintetizzabile nel principio di causa-effetto

15 Esho è formato da e-ho, l’ambiente sociale e naturale (e: ambiente oggettivo, ho: retribuzione), e sho-ho, l’individuo (sho: soggetto, ho: retribuzione). Funi (contrazione di nini funi: due ma non due) indica la loro inseparabilità. A proposito del rapporto dell’individuo con il suo ambiente, Nichiren utilizza la metafora del corpo e dell’ombra: «L’ambiente è paragonabile all’ombra e l’essere vivente al corpo. Come senza il corpo non c’è ombra così senza essere vivente non c’è ambiente. Inoltre, l’essere vivente è formato dall’ambiente», in Nichiren Daishonin, «Sui presagi», ne Gli Scritti di Nichiren Daishonin, trad. it di C. Micheli, Esperia Edizioni, Milano 1997, vol. 6, p. 130

16 Il principio dei Dieci Fattori parla di «coerenza dall’inizio alla fine». Causa Interna (di colui che agisce) e Causa Esterna (l’ambiente o la socialità in cui agisce) sono pertanto coerenti tra loro

17 Lo stato che permea la condizione di assenza di Illuminazione

18 Dal giapponese go-, prefisso onorifico, e sho, scritti. Solitamente si tratta di lettere che Nichiren Daishonin indirizzava ai propri discepoli e, in pochi casi, di trattati su argomenti specifici. Non tutti sono stati tradotti in italiano, ma è da essi che sono stati derivati tutti gli insegnamenti da cui ha avuto origine il buddismo di Nichiren Daishonin

19 Nichiren Daishonin, «Il conseguimento della Buddità in questa esistenza», ne Gli Scritti di Nichiren Daishonin, cit., vol. 4, p. 5

20 La dottrina dei Dieci Mondi afferma che gli esseri viventi sono costantemente in un’alternanza psicofisica tra queste condizioni vitali chiamate anche «regni»: «Inferno», «Avidità», «Animalità», «Collera», «Umanità», «Estasi», «Studio», «Parziale Illuminazione», «Bodhisattva», «Illuminazione». Il principio del Mutuo Possesso è la presenza di ciascuno dei Mondi in ognuno degli altri Mondi

21 Il primo dei Dieci Fattori. Gli altri nove sono: «Natura», «Entità», «Potere», «Azione», «Causa interna», «Causa esterna», «Effetto latente», «Retribuzione», «Coerenza dall’inizio alla fine»

22 La teoria di Ichinen Sanzen fu sviluppata in Cina nel VI secolo d.C. da T’ien-t’ai, teorico buddista insignito del titolo di Grande Maestro dalla corte imperiale. Egli basò la sua teoria sul Sutra del Loto che, anche per merito suo, arrivò ad essere considerato il supremo insegnamento del Buddha. Ichinen, «uno» ma anche «una mente» o «un pensiero», si riferisce alla vita che si manifesta in ogni momento dell’esistenza. Sanzen, «tremila», indica i fenomeni dell’universo: il numero tremila deriva dalla moltiplicazione dei diversi principi contenuti e costituenti Ichinen Sanzen

23 Nel capitolo «Shoho Jisso» del Sutra del Loto, cit., p. 30: «La vera entità di tutti i fenomeni (della Vita) è condivisa e comprensibile solo tra Budda». La vera entità della vita è quel fenomeno complesso descritto dal Buddha con la spiegazione dei Dieci Mondi, dei Dieci Fattori e dei Tre Regni dell’esistenza

24 Sono moltissime le ammonizioni in tal senso, ad esempio, in relazione alla pratica da seguire per un discepolo laico, al proposito cfr. John D. Ireland, «Dammikha», in The Discourse Collection: Selected Texts from the Sutta Nipata, Buddhist Publication Society, 1983, http:// www.accesstoinsight.org/lib/authors/ireland/wheel082.html: «Non uccida un essere vivente, né lo faccia uccidere, e neanche permetta ad altri di uccidere. Non ferisca qualsiasi essere vivente, sia forte sia debole, nel mondo» (trad. dell’autrice)

25 Secondo la teoria di causa-effetto, ad ogni causa corrisponde un effetto coerente chiamato genericamente “retribuzione karmica”

26 Nichiren Daishonin, «Lettera a Myomitsu Shonin», ne Gli scritti di Nichiren Daishonin, cit., vol. 7, p. 178

27 Per essere più precisi, ritengo che se i buddisti seguissero in modo coerente il principio che chiede la cessazione di ogni pensiero e azione che produce sofferenza negli esseri viventi, si potrebbe dire che il buddismo (inteso non solo come insegnamento del Buddha, ma anche come il movimento costituito da coloro che lo praticano) include le istanze antispeciste, completandole. Si tratta tuttavia di un discorso che, per ragioni di spazio, non è possibile sviluppare in questa sede

28 I primi sei Mondi: «Inferno», «Collera», «Avidità», «Animalità», «Umanità» e «Estasi»

29 «Il corpo è il palazzo della Nona Coscienza, l’immutabile realtà che regna su tutte le funzioni della vita», Nichiren Daishonin, «Il vero aspetto del Gohonzon», in Gli scritti di Nichiren Daishonin, cit., vol. 4, p. 201

30 Associazione laica nata allo scopo di diffondere il buddismo di Nichiren Daishonin

 

 

Ultima modifica il Giovedì, 01 Marzo 2012 11:29

2 commenti

  • Link al commento Giulia Mercoledì, 05 Giugno 2013 11:05 inviato da Giulia

    Complimenti per l'articolo. Non conoscevo l'antispecismo! Ci sono capitata per caso cercando uno scritto buddista.
    Vorrei solo dire che non esiste il "Buddismo Ufficiale Internazionale", ma solo tante scuole sparse per il mondo. In alcune nazioni si riuniscono in associazioni od unioni, in altre no, in altre ancora esiste piu' di una associazione od unione. Per esempio in Belgio la Soka Gakkai fa parte dell'Unine Buddista Nazionale che riunisce tutte le tradizioni, mentre in Italia no, per ragioni storiche e non religiose di per sè e di fatto partecipa ad attività interreligiose insieme all'UBI.
    Il concetto di riconoscimento "ufficiale" deriva da una concezione occidentale e cattolica della religione (la quale prevede una "Chiesa" ufficiale, appunto).
    Spero di aver contribuito all'approfondimento senza disturbare.
    Un saluto e un augurio per la vostra nobile battaglia.

  • Link al commento Claudio Vestrini Venerdì, 29 Giugno 2012 13:53 inviato da Claudio Vestrini

    Apprezzo molto questo articolo che indovina l'analogia col Buddismo, filosofia che predica la compassione per tutte le forme di vita. E' anche vero che il Buddismo Mahayana professa questa sensibilità e rispetto verso gli esseri senzienti, ovvero dotati di sensi e quindi e soprattutto gli animali assieme agli umani. trovo meno azzeccato restringere il discorso alla Soka Gakkai, perche enfatizza assai meno questi aspetti del rispetto per gli animali, che sono molto più presenti e trattati ad esempio nel Buddismo Tibetano. Si vedano i rituali della liberazione di animali imprigionati presso la scuola Mahayana tibetana dei Gelugpa, Inoltre vorrei precisare che la Soka Gakkai non è riconosciuta a pieno titolo dal Buddismo ufficiale internazionale, per aspetti intrinseci che non vorrei analizzare anche per mancanza di spazio e tempo necessari.
    Quindi una piena conferma sull'articolo, con un cordiale e fraterno invito a riconsiderare quale tipo di Buddismo portare ad esempio per la salvaguardia e compassione rivolta agli animali.

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