Lunedì, 07 Luglio 2014 08:45

Siamo tutte frocie: mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo - di Egon Botteghi

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Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Letto 5962 volte Ultima modifica il Lunedì, 07 Luglio 2014 14:28

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