Giovedì, 07 Giugno 2012 10:05

L'antivivisezionismo e i suoi superamenti, veri e presunti - di Agnese Pignataro

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

Pubblichiamo qui un articolo che Agnese Pignataro ha inviato ad Asinus Novus con l'obiettivo di partecipare al dibattito proposto nello specifico Dossier del numero IV dedicato alla sperimentazione animale. L'articolo è stato rifiutato dalla redazione di Asinus Novus, mentre l’autore dell’articolo commentato da Agnese Pignataro ha inserito le fonti da lei indicate. L’autrice ci ha quindi inviato il testo precisando che, oltre all’invito a citare alcune fonti relative all’antivivisezionismo etico / politico, esso contiene argomenti che potrebbero costituire un importante contributo sul tema dell'antivivisezionismo.


L'antivivisezionismo e i suoi superamenti, veri e presunti.

di Agnese Pignataro

Una mia collega mi ha segnalato più volte l'appello del blog Asinus Novus a contribuire alla discussione sull'antivivisezionismo, esortandomi a partecipare. Ho sempre declinato l'invito, sulla base dell'idea che ciò che ho scritto in merito anni fa costituisse già un contribuito corposo al dibattito e che non avessi nulla di veramente nuovo da aggiungere. Nei testi pubblicati tra 2004 e 2007 («Per una critica dell'antivivisezionismo scientifico», «Per una società senza cavie - parte prima», «Per una società senza cavie - parte seconda: questioni epistemologiche e indagini storiche sulla sperimentazione animale»), ho sostenuto:

- che la sperimentazione animale non è un problema epistemologico, come sostiene l'antivivisezionismo scientifico, ma una questione biopolitica;

- che tale questione si radica nel rapporto tra medicina sperimentale e società: da un lato in ciò che riguarda il potere della medicina di stabilire ciò che è bene, tanto per l'individuo quanto per la collettività, e dall'altro in ciò che riguarda l'intreccio tra selezione delle vittime sperimentali, umane e non, e dinamiche classiste, colonialiste, sessiste e speciste;

- che spetta alla società, e non ai «tecnici», prendere decisioni rispetto ai dilemmi etici posti da pratiche che si vogliono finalizzate al vantaggio della società stessa;

- che non potendo la medicina attuale, per il suo carattere di scienza sperimentale, fare a meno di cavie, è impossibile che essa possa essere riformata in senso etico, e che per risolvere il problema della sperimentazione animale è necessario un fondamentale cambiamento di paradigma.

Questo mio tentativo di impostare il tema in modo diverso da come era stato fatto nei decenni precedenti mi sembra ancora attuale. Ho quindi ritenuto inutile ripetere le stesse cose. Pur sapendo che oggi probabilmente le esprimerei in termini più maturi, volevo evitare quella tendenza al presenzialismo che caratterizza l'ambiente militante come quello accademico, in Italia come in Francia, e che porta a un'inutile proliferazione di ennesime variazioni su temi a volte essi stessi neanche troppo originali. Avevo anche la speranza – proabilmente ingenua – che chi si accosta alla questione oggi avesse l'accortezza di leggere e meditare i materiali che già sono stati prodotti in passato prima di prendere posizione.

Ora, tuttavia, la stessa collega mi segnala l'ultimo contributo pubblicato su Asinus Novus, «Verso un antivivisezionismo politico » di Marco Maurizi, nel quale trovo, con una certa sorpresa mista a imbarazzo, espressi proprio quei miei argomenti in un modo che sembra presentarli come nuovi, addirittura con espressioni letteralmente prese dai miei vecchi articoli senza che questi vengano citati. La cosa mi pare problematica non tanto per una questione di copyright, concetto che rifuggo interamente in particolar modo per quanto riguarda le idee, dato che chiunque può servirsi del lavoro svolto da altri – si tratta anzi di un presupposto di qualunque serio lavoro di ricerca, ferma restando l'opportunità di citare le proprie fonti. Il mio disagio, lungi quindi dal fare appello a una mera questione di principio, è relativo a ciò che l'omissione comporta per i contenuti stessi, e nello specifico concerne due punti.

Il primo riguarda la mancanza di una puntualizzazione del percorso storico del dibattito antivivisezionista in Italia. All'epoca in cui pubblicai i miei articoli, non mi limitai a questo, ma esposi e difesi le mie posizioni nei luoghi di dibattito allora disponibili (essenzialmente, due noti forum tuttora esistenti). Il che fece sì che le mie posizioni non restassero appannaggio dei soliti happy few, ma fossero portate a conoscenza delle principali realtà dell'animalismo di base, da anni, anzi da decenni, comodamente installato nei facili ed intoccabili slogan dell'antivivisezionismo scientifico. Questo portò, come si può ben immaginare, allo scatenarsi di una virulenta operazione di linciaggio morale nei miei confronti, sulla base dell'idea – che non esito a definire volgare – che chi non crede all'«inutilità» della vivisezione non possa che esservi implicitamente favorevole. Un comunicato della maggiore rete di attivismo animalista mi accusò – senza fare il mio nome, ma il riferimento era palese per tutti – di complicità morale con i vivisettori. Ma quella mia battaglia personale permise di aprire il dibattito su un tema che fino ad allora era rimasto tabù. Contribuì alla nascita e all'azione di realtà militanti, come la «Coalizione contro la vivisezione nelle università», che hanno tentanto di battersi contro la vivisezione in modo inedito, impostando un discorso più ampio che mirava a coinvolgere le cittadinanze locali. Consentì ad altre persone di esprimere dubbi ancora più articolati sull'antivivisezionismo scientifico alla luce del sole, senza nascondersi dietro a pseudonimi. Infine, quella mia battaglia rappresenta una delle principali condizioni di possibilità proprio dell'iniziativa che Asinus Novus ha intrapreso rilanciando questo dibattito in modo aperto, e della libertà di chiunque di poter partecipare esprimendo posizioni «dissidenti» senza temere di restare isolato e di essere messo alla gogna. La mia non è quindi un'oziosa e narcisistica divagazione storica, ma una puntualizzazione necessaria per capire perché oggi possiamo dire di aver percorso un po' di strada rispetto a dieci anni fa. Ed è paradossale che chi oggi beneficia di quel percorso si appropri dei presupposti del percorso stesso, che fondano anche la sua possibilità di esprimersi, e li presenti come idee sue appena partorite.

Il secondo punto è questo: l'articolo di Maurizi si presenta come un «superamento» della falsa alternativa tra antivivisezionismo scientifico e antivivisezionismo etico. Eppure in Italia il confronto tra queste due prospettive è progressivamente nato, come ho appena spiegato, a partire dal momento in cui i miei testi hanno messo in discussione la scontatezza dell'antivivisezionismo scientifico e hanno provato ad aprire un'altra pista di riflessione. Allora, se la spaccatura si è creata sulla base delle mie riflessioni, come è possibile che oggi si possano proporre i contenuti di quelle riflessioni, che ne erano il presupposto, come suo «superamento»? Si tratta di un evidente corto circuito. Ma esiste una spiegazione, ed è questa. Maurizi dà all'«etica» e all'«antivivisezionismo etico» un significato molto ristretto. Egli fa consistere l'etica nelle considerazioni di filosofi morali come Tom Regan o Gary Francione, per i quali si tratta di elaborare, sulla base di principi morali generali, risposte alla domanda su come debbano essere trattati gli animali in singoli contesti (nel caso della vivisezione, se possano essere usati come cavie oppure no). E riduce l'«antivivisezionismo etico» – come si evince quando parla a favore di «argomenti apparentemente 'impuri' dal punto di vista etico» – a una sorta di tabù, che consisterebbe nel rifuggire qualunque spunto estraneo a quella visione dell'etica. Invece, per me e per molte delle persone che in questi ultimi anni hanno abbracciato la posizione detta dell'«antivivisezionismo etico», questo ha un significato molto più vasto.

Innanzitutto, degli argomenti scientifici questa posizione rifiuta non solo i contenuti non convincenti ma anche il carattere strumentale: non solo e non tanto il fatto che essi non siano focalizzati sugli animali, quanto il fatto che tale détournement venga operato per timore del ridicolo e dell'indifferenza a cui attualmente espone qualunque discorso centrato sull'idea che gli animali siano importanti e degni di considerazione. Quindi non esiste nessuna paura di contaminazione rispetto ad argomenti non centrati sugli animali, a condizione però che siano convincenti e non strumentali. (Questo punto vale in generale per la diatriba tra «argomenti diretti» e «argomenti indiretti»).

Chiarito ciò, entriamo nel merito dei contenuti. L'antivivisezionismo etico consiste – come si può facilmente evincere dal sunto dei miei vecchi articoli che ho presentato sopra – in un'ampia riflessione sulla sperimentazione medica, sulle sue origini, sulle sue pratiche e sulla sua relazione con la democrazia, relazione prodotta dal fatto che la medicina sperimentale, diversamente dalle altre scienze della natura, ha a che fare con corpi viventi e sociali. Insomma, l'«antivivisezionismo etico» è tutto ciò che non è quello «scientifico», ovvero tutto ciò che può essere detto sulla sperimentazione animale all'infuori del mantra secondo cui «la vivisezione non è scientifica perché nessuna specie è modello di un'altra specie». E sulla base di questa concezione delle cose, la quasi totalità degli argomenti che Maurizi espone nel suo testo riprendendo quelli da me proposti negli anni passati possono essere tranquillamente intesi come facenti parte dell'antivivisezionismo etico. Il «superamento» propugnato da Maurizi, insomma, è già in atto. O meglio, non ha luogo di esistere, perché l'«alternativa secca» tra le due posizioni non è mai esistita nei termini da lui descritti: l'antivivisezionismo etico non rappresentava semplicemente una posizione antitetica a quella scientifica, ma un modo diverso di impostare il problema.

Per cui, il fatto che considerazioni di tipo «scientifico» non debbano essere completamente escluse dalla prospettiva «etica» mi trova perfettamente d'accordo. Non solo rispetto a quegli abbozzi di riflessione sui legàmi tra vivisezione e società (influenza del capitale sulla ricerca, necessità di una politica sanitaria preventiva, etc.) già presenti nei teorici dell'antivivisezionismo scientifico, abbozzi il cui contenuto era corretto ma, come giustamente notato da Maurizi, limitato da un'interpretazione che rinviava all'idea di una scienza degradata e degenerata, riducendoli a problemi interni alla scienza stessa: il che manifestava, è chiaro, la mancanza di una consistente ottica politica. Ma anche in relazione all'idea centrale dell'antivivisezionismo scientifico, nella quale risiede un certo grado di verità, occultato nelle sue versioni più rozze. È infatti impossibile e semplicistico negare l'esistenza di una dimensione aleatoria nella ricerca scientifica di ogni tipo, e in particolar modo quando essa si rivolge agli esseri viventi, i quali presentano sì alcuni caratteri generali ma anche altri irrimediabilmente individuali. Il torto dell'antivivisezionismo scientifico non sta nel focalizzare tale difficoltà della ricerca medica, ma innanzitutto nel pretendere che essa sia ignota ai ricercatori o da essi volutamente celata – quando invece essa è apertamente trattata dalla riflessione epistemologica –, e poi nell'affermare che essa rivelerebbe il carattere «non scientifico» della vivisezione – quando invece si tratta, come già detto, di un carattere strutturale di qualunque scienza sperimentale. La ricerca non può che comportare lunghe fasi di esplorazione per accumulare dati di ogni tipo dei quali non si può sapere in anticipo se saranno utili o no; successivamente e gradualmente, alcuni di essi troveranno sistemazione in una teoria. Nel caso della ricerca medica, che opera su esseri viventi e quindi ha delle conseguenze sul piano etico, questo carattere aleatorio fa sì che a un costo etico ingente e quantificabile corrispondano benefici incerti e non quantificabili. Anche in questo può allora consistere un'articolazione dell'antivivisezionismo scientifico con la prospettiva etica, nel mettere in luce tale incalcolabilità della sperimentazione animale, scalzando la rappresentazione semplicistica che vuole direttamente opposte la sopravvivenza di un umano e quella di un animale. Opposizione ideologica che non ha alcuna corrispondenza con la realtà della ricerca medica.

Non sarà inutile infine ricordare che l'ottica politica dell'antivivisezionismo etico non nasce neanche dai miei scritti, ma era già presente e consolidata nelle precedenti riflessioni dell'ecofemminismo e del femminismo vegetariano. Cosa che non stupisce quando si abbia una conoscenza anche approssimativa di queste due correnti: esse infatti ereditano dal femminismo nero e post coloniale la volontà di sviluppare un pensiero liberazionista il più possibile inclusivo che indaghi le intersezioni tra diverse forme di oppressione, aggiungendovi da parte loro l'apertura al mondo non umano (gli ecosistemi, gli animali). Questo approccio globale si combina poi con l'interesse, mutuato dall'etica del care, per una comprensione contestuale dei fenomeni analizzati. E come dimenticare la critica della scienza moderna operata dall'epistemologia femminista? Ecco allora che la riflessione femminista sulla sperimentazione animale non solo è perfettamente cosciente della questione della prevenzione delle malattie e della sua dipendenza dall'interesse economico e da fattori di ineguaglianza sociale, ma più in generale dell'interconnessione tra potere medico e oppressione razzista, sessista, specista e classista: questa consapevolezza ha indagato i presupposti dominatori e machisti del sapere medico e le sue conseguenze, che vanno dal modo in cui vengono  concettualizzati i corpi e i comportamenti di animali, donne e altre categorie oppresse, alle relazioni di potere che oppongono, all'interno dei laboratori, ricercatori uomini e ricercatrici donne, scienziati e personale tecnico, e infine al ruolo della tecnologia medica nella gestione, invasiva e paternalista, della salute delle categorie più deboli della società. Oltre che in testi, articoli, parti di opere più generali di numerose altre autrici, tali analisi sono sviluppate in modo approfondito nella monografia Feminism, Animals and Science di Lynda Birke, biologa e filosofa della scienza femminista (nonché vegana).

Insomma, l'antivivisezionismo è già politico, e da lungo tempo. Mi sembra che a tutto ciò, il contributo di Maurizi aggiunga un'unica cosa: la precisazione che la vivisezione continuerà a esistere finché il suo contesto sociale rimarrà immutato. Un po' come dire che finché la società resterà patriarcale, continueranno a verificarsi femminicidi. Con tutto il rispetto per Maurizi, non mi sembra una grande scoperta.

Letto 2696 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Giugno 2012 10:23

Lascia un commento

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.

© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.