Martedì, 05 Giugno 2012 13:54

Essere Preda - di Val Plumwood

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Essere preda

di Val Plumwood

 

L’attacco di un coccodrillo può rivelare la verità sulla natura in un istante.

Ma possono essere necessari anni per esprimere a parole questa intuizione.

 

All’inizio della stagione delle piogge, le umide foreste di alberi del tè del Kakadu[1] sono particolarmente belle, quando le ninfee formano figure bianche, rosa e blu di una bellezza da sogno sui nuvoloni splendenti riflessi nelle acque ferme.

La prima volta, le ninfee e la fantastica vita degli uccelli mi avevano attirato verso un pomeriggio di gioia e di idillio, quando mi avventurai per la prima volta verso la East Alligator Lagoon su di una canoa presa in prestito dai gestori del parco. «Puoi farti un bel giro sulle acque calme» mi aveva detto il Ranger «ma non andare sul canale principale. La corrente è troppo forte, e, se ti succede qualcosa, ci sono i coccodrilli. Ce ne sono parecchi lungo il fiume!» Seguii il suo avvertimento e mi saziai osservando la vita degli uccelli e la magica bellezza delle lagune di ninfee, incurante dei coccodrilli. Questa volta, volevo ripetere quell’esperienza nonostante la pioggerella iniziasse a cadere mentre raggiungevo l’imbarco delle canoe. Partii per un giro di un giorno alla ricerca di un sito di arte rupestre aborigena, lungo la laguna e poi su per un canale laterale. La pioggerella in poche ore divenne pioggia forte, e la magia svanì. Gli uccelli erano invisibili, le ninfee erano più rade, e la laguna sembrava anche un po’ minacciosa. Ora notai quanto profondamente poggiasse in acqua la canoa da quattordici piedi, solo pochi pollici di fibra di vetro fra me ed i grossi sauri, parenti stretti degli antichi dinosauri. Non molto tempo fa, i coccodrilli marini erano considerati in via d’estinzione, dato che praticamente tutti gli esemplari adulti nel nord-Australia venivano uccisi dai cacciatori di professione. Ma ora, dopo oltre un decennio di protezione, sono i grandi animali più numerosi del Kakadu National Park. Per me, che ero attivamente impegnata nella conservazione di posti come quelli, il coccodrillo era un simbolo del potere e dell’integrità di questo luogo e dell’incredibile ricchezza dei suoi habitat acquatici.

 

Dopo ore di perlustrazione del dedalo di canali bassi nella palude, non avevo trovato il canale aperto che porta al sito di arte rupestre, così come indicato sulla cartina muta del ranger. Quando, sotto la pioggia sferzante, accostai la canoa ad una roccia affiorante per fare uno spuntino frettoloso e fradicio, provai la strana sensazione di essere osservata. Non essendo mai stata, nella filosofia o nella vita, una persona timida, piuttosto che ritornare sconfitta alla mia afosa roulotte, decisi di esplorare un profondo canale aperto, vicino al fiume che avevo percorso il giorno prima.

 

La pioggia ed il vento divennero più forti, e varie volte accostai per scaricare acqua dalla canoa. In poco tempo il canale formò argini di fango trascinando tronchi d’albero. Più avanti il fiume si allargò ed alla fine fu ostruito da un grosso banco sabbioso. Spinsi la canoa verso il banco di sabbia, guardandomi intorno attentamente prima di scendere nella secca e tirar su la canoa. Nella canoa – mi era stato detto –  sarei stata al sicuro dai coccodrilli, ma nuotare e sostare o camminare lungo la riva era pericoloso. Le rive sono uno dei luoghi di cattura preferiti dai coccodrilli. Non vidi nulla, ma la sensazione di inquietudine che mi aveva accompagnato per tutto il giorno si fece più intensa.

 

La pioggia si placò per un poco, ed io attraversai un banco di sabbia per vedere altri di questi luoghi sbalorditivi. Quando raggiunsi la cima di una lieve duna, rimasi sconvolta nell’intravedere le acque fangose dell’East Alligator River scorrere silenziose a un centinaio di metri. Il canale mi aveva riportato al fiume principale. Nulla si muoveva lungo l’argine, ma un grosso crollo di pietre dalla scarpata dall’altro lato attirò la mia attenzione. Una formazione rocciosa particolarmente sorprendente – un’unica grande roccia in equilibrio precario su di una roccia molto più piccola – attirò la mia attenzione. Mentre guardavo, il mio senso di disagio, si tramutò da un sussurro in un urlo di pericolo. La strana formazione mi fece venire improvvisamente in mente due cose: gli indigeni Gagadgu proprietari del Kakadu, cui non avevo chiesto consiglio sull’idea di venire in questo luogo, e la precarietà della mia stessa vita, delle vite umane. In quanto esemplare solitario di una delle maggiori prede del coccodrillo marino, mi trovavo in uno dei più pericolosi luoghi sulla terra.

Tornai indietro con un senso di sollievo. Non avevo trovato le pitture rupestri, ma era troppo tardi per cercarle. La strana formazione rocciosa si presentava al loro posto come lo scopo della giornata, ed ora sarei potuta tornare al comfort della roulotte.

Non appena spinsi la canoa in mezzo alla corrente, la pioggia ed il vento ricominciarono. Non erano più di cinque o sei minuti che navigavo lungo il canale quando, facendo una curva, vidi al centro della corrente qualcosa che sembrava un tronco galleggiante: non ricordavo di averlo visto all’andata. Quando la corrente mi spinse verso di esso, il tronco rivelò degli occhi. Un coccodrillo! Non sembrava un grosso esemplare. Ero vicina, ora, ma non ero particolarmente spaventata: un incontro avrebbe reso più interessante la giornata.

Anche se stavo remando per evitare il coccodrillo, le nostre traiettorie erano stranamente convergenti. Sapevo che sarebbe stato vicino, ma ero completamente impreparata per la grande botta che fece quando colpì la canoa. Colpì ancora, ancora e poi ancora, stavolta da dietro, facendo tremare la fragile imbarcazione. Mentre vogavo furiosamente, i colpi continuavano. Stava accadendo una cosa incredibile: la canoa era sotto attacco! Per la prima volta mi si presentò chiaramente il fatto di essere preda. Realizzai che dovevo uscire dalla canoa o avrei rischiato di ribaltarmi.

L’argine ora si presentava come un’alta e ripida parete di fango scivoloso. L’unica ovvia via di fuga era un albero del tè vicino al muro dell’argine fangoso. Presi l’istantanea decisione di saltare sui rami inferiori ed arrampicarmi verso la salvezza. Indirizzai la canoa verso l’albero e mi misi in piedi per saltare. Nello stesso istante, il coccodrillo si precipitò fuori accanto alla canoa, ed i suoi bellissimi occhi chiazzati d’oro guardarono dritti nei miei. Forse avrei potuto ingannarlo, mandarlo via bluffando, come fanno – secondo quanto avevo letto – i cacciatori di tigri inglesi. Agitai le braccia e gridai “Vai via!” (In fin dei conti siamo sempre britannici, qui!). L’occhio dorato scintillò con interesse. Mi tesi per il salto e mi lanciai. Prima ancora che il piede toccasse il primo ramo ebbi una visione sfocata ed incredula di grandi fauci dentate che erompevano dall’acqua. Poi, fui afferrata fra le gambe in una presa a tenaglia rovente e fui fatta roteare nell’oscurità soffocante delle acque.

I nostri ultimi pensieri durante le esperienze di pre-morte possono dirci molto sulla struttura della soggettività. Credo che una struttura capace di sostenere azioni e scopi debba vedere il mondo “dall’interno”, strutturato per sostenere il concetto di un sé stabile, narrativo; noi ricreiamo così il mondo come se fosse nostro, dotandolo di significato, reimmaginandolo come sensato, vivibile, e affrontabile con speranza e determinazione. La discrepanza fra questa versione centrata sul soggetto e la realtà emerge in situazioni estreme.

Nel suo affannoso tentativo finale di proteggere se stessa dalla consapevolezza che minaccia la struttura narrativa, la mente può fabbricare all’istante un estremo dubbio di proporzioni esagerate: «tutto ciò non sta accadendo davvero». «Questo è un incubo da cui mi sveglierò presto». Questa disperata illusione venne distrutta non appena colpii l’acqua. In quel lampo , intravidi per la prima volta il mondo “dall’esterno”, come un mondo non più mio, un irriconoscibile paesaggio desolato, fatto di cruda necessità, indifferente nei confronti della mia vita o della mia morte.

Pochi di quelli che hanno sperimentato il rollio della morte[2] del coccodrillo sono tornati indietro a raccontarlo. Si tratta sostanzialmente di un’esperienza di puro terrore indescrivibile a parole. La respirazione del coccodrillo ed il suo sistema cardiaco non sono fatti per la lotta prolungata, quindi il rollio è un’intensa esplosione di potenza, progettata per vincere rapidamente la resistenza della vittima. Poi, il coccodrillo tiene sott’acqua la preda che lotta debolmente, finché quest’ultima non annega. Il rollio della morte fu una centrifuga di oscurità ribollente che durò un’eternità, insopportabile, ma quando mi sembrava tutto fuorché finito, il rollio improvvisamente cessò. I miei piedi toccarono il fondo, la testa  uscì dal pelo dell’acqua, e, tossendo, inspirai l’aria, stupita di essere viva. Il coccodrillo mi teneva ancora nella sua morsa a tenaglia fra le gambe. Avevo appena cominciato a piangere pensando al mio corpo maciullato, quando il coccodrillo mi gettò improvvisamente in un secondo rollio della morte.

Quando il terribile turbine si fermò ancora, riemersi, ancora nella morsa del coccodrillo, accanto ad un robusto ramo di un ampio fico[3] che cresceva nell’acqua. Afferrai il ramo, giurando di lasciare che il coccodrillo mi facesse a pezzi piuttosto che gettarmi nuovamente in quell’inferno tempestoso e soffocante. Per la prima volta, mi resi conto che il coccodrillo stava ringhiando, come se fosse arrabbiato. Mi preparai a subire un altro rollio, ma a quel punto le sue fauci, semplicemente, si rilassarono: ero libera. Afferrai stretto il ramo e mi allontanai, girando intorno alla parte posteriore del fico per evitare il banco di fango minaccioso, e provai un’altra volta ad arrampicarmi sull’albero del tè.

Come un incubo ricorrente, l’orrore del mio primo tentativo di fuga si ripeté. Appena balzai sul ramo di prima, il coccodrillo mi afferrò ancora, stavolta intorno alla parte superiore della coscia sinistra, e mi tirò sotto. Come gli altri, il terzo rollio della morte cessò, e risalimmo ancora accanto al ramo di fico. Mi stavo indebolendo, ma riuscivo a capire che il coccodrillo in questo modo ci metteva molto tempo ad uccidermi. Invocai una fine veloce, e decisi di provocarlo attaccandolo con le mani. Tastando la schiena dietro di me lungo la testa, mi imbattei in due protuberanze. Pensando di aver trovato le cavità oculari, vi conficcai i pollici con tutte le mie forze. I pollici scivolarono in due buchi caldi e cedevoli (che potevano essere le orecchie, o forse le narici), e il coccodrillo non fece nulla più che indietreggiare. Affondai ancora i pollici. Li affondai un’altra volta; dopo un po’ sentii che le fauci del coccodrillo si rilassavano, e venivo liberata.

Sapevo che dovevo rompere lo schema; l’unico modo era quello di andare sull’argine di fango scivoloso. Cercai a tentoni un appiglio, ma scivolai indietro verso le fauci che mi aspettavano. La seconda volta quasi ci riuscii, prima di scivolare indietro nuovamente, perché frenai la caduta afferrando un ciuffo d’erba. Rimasi lì appesa, esausta. «Non posso farcela» pensai «Dovrà solo venire e prendermi». Il ciuffo d’erba inizio a cedere. Agitando furiosamente le braccia per non scivolare ulteriormente, affondai le dita nel fango. Questa era l’indicazione di cui avevo bisogno per sopravvivere. Usai questo metodo e le forze residue per scalare l’argine e raggiungere la cima. Ero viva!

Fuggire dal coccodrillo non era la fine della mia lotta per sopravvivere. Ero sola, gravemente ferita, a molte miglia dai soccorsi. Durante l’attacco, non avevo ancora registrato pienamente il dolore per le ferite. Appena feci i miei primi, frettolosi passi, mi accorsi che qualcosa non andava alla gamba. Non aspettai di verificare il danno, ma scappai via dal coccodrillo verso la stazione dei ranger.

Dopo aver messo più distanza possibile fra me ed il coccodrillo, mi fermai e mi resi conto per la prima volta di quanto serie fossero le mie ferite. Non tolsi i pantaloni per vedere il danno inflitto dal primo colpo alla regione inguinale. Ciò che riuscii a vedere fu già abbastanza. La coscia sinistra pendeva aperta, con pezzi di adipe, tendine e muscolo in vista, e una sensazione nauseante di intorpidimento pervadeva l’intero corpo. Strappai alcuni pezzi di vestiti per fasciare le ferite e fare un laccio emostatico per la coscia sanguinante, poi barcollai, ancora esaltata per la fuga. Andai ad una certa distanza prima di rendermi conto, sentendomi mancare, che avevo attraversato la palude oltre la stazione dei ranger con la canoa e che non sarei potuta tornare indietro senza di essa.

Avrei dovuto sperare in una squadra di soccorso, ma avrei potuto portare al massimo le mie chance muovendomi seguendo la corrente verso la riva della palude, ad almeno due miglia da lì. Avanzai a stento attraverso la pioggia battente, invocando ad alta voce pietà dal cielo, chiedendo perdono al coccodrillo infuriato, chiedendo scusa a quel luogo per la mia intrusione. Giunsi ad un affluente straripato e feci una lunga deviazione controcorrente cercando un posto sicuro per attraversare.

La mia notevole esperienza nel muovermi nelle terre selvagge mi fu molto utile a mantenermi sul corso del fiume (navigare era per me una seconda natura).

Dopo parecchie ore, iniziai a svenire e dovetti strisciare per l’ultimo tratto fino alla riva della palude. Mi stesi lì nell’oscurità avvolgente in attesa degli eventi. Non mi aspettavo che partisse una squadra di soccorso fino al giorno seguente, e dubitavo di poter sopravvivere oltre la notte.

La pioggia ed il vento cessarono con l’arrivo dell’oscurità, e tutto diventò completamente tranquillo. I dingo[4] ululavano, e nugoli di zanzare ronzavano intorno al mio corpo. Speravo di svenire rapidamente, ma rimanevo cosciente. Sentivo forti rumori turbinare nell’acqua, e sapevo di essere facile preda di un altro coccodrillo. Dopo un lasso di tempo che mi sembrò lunghissimo, sentii in lontananza il suono di un motore e vidi una luce che si muoveva sul lato opposto della palude. Pensando che fosse una barca, mi sollevai sul gomito e chiesi aiuto. Credetti di udire una debole risposta, ma poi il rumore del motore si allontanò e le luci andarono via. Mi sentivo distrutta come un naufrago che fa disperatamente segnali ad una nave di passaggio e non viene visto.

Le luci non provenivano da una barca. Passando nei pressi della mia roulotte, il ranger aveva notato che all’interno la luce era spenta. Era andato all’imbarco delle canoe con un triciclo a motore e aveva capito che non avevo fatto ritorno. Aveva sentito la mia debole richiesta d’aiuto, e dopo un po’ apparve una piccola imbarcazione di soccorso. All’inizio del viaggio di tredici ore verso il Darwin Hospital, i soccorritori discutevano di risalire il fiume il giorno dopo per sparare ad un coccodrillo. Mi opposi duramente a questo progetto: io ero l’intrusa, e non sarebbe servito a nulla di buono un atto di vendetta a caso. L’acqua intorno al luogo in cui mi ero distesa era piena di coccodrilli. Il mattino successivo, quel luogo era sotto sei piedi d’acqua, inondato dalle piogge che segnalavano l’inizio della stagione umida.

Alla fine, venni trovata in tempo e sopravvissi malgrado le circostanze. Una analoga combinazione di fortuna e di cure umane mi consentì di sconfiggere un’infezione alla gamba che minacciava l’amputazione o peggio ancora. Probabilmente, devo ringraziare gli incredibilmente resistenti pantaloncini Paddy Pallin[5] per il fatto che le ferite all’inguine non siano state così gravi come quelle alla gamba. Sono davvero fortunata a poter ancora camminare bene e ad aver perso una piccola parte delle mie precedenti capacità. Lo stupore di essere viva dopo essere stata tenuta – letteralmente – fra le fauci della morte non mi ha mai abbandonato del tutto. Durante il primo anno, l’esperienza dell’esistenza come una benedizione inaspettata gettava uno splendore dorato sulla mia vita, nonostante le ferite e il dolore. Lo splendore è lentamente svanito, ma un po’ di quella nuova riconoscenza per essere viva è rimasta, anche se resto indecisa su chi dovrei ringraziare. Il dono della riconoscenza veniva dal lampo scottante della conoscenza pre-morte, una visione fugace “dall’esterno” di quel mondo alieno e incomprensibile in cui la narrazione del sé è finita.

Ero sopravvissuta all’attacco del coccodrillo, ma non alla tendenza culturale della narrativa predominante che rappresenta gli attacchi nei termini del mito maschilista del mostro. Lo scontro non mi si è presentato immediatamente come una lotta mitica. Ricordo di aver pensato con sollievo, quando riuscii a fuggire dal luogo dell’attacco, che a quel punto avrei avuto una buona scusa per essere in ritardo con un articolo scaduto, ed una storia assurda ma originale da raccontare agli amici. Le aggressioni di coccodrilli nel North Queensland avevano spesso causato stermini di massa di coccodrilli, e temevo che la mia esperienza potesse mettere ancora in pericolo quelle creature. E’ per questo che cercai di dare la minima pubblicità possibile all’episodio, tenendo la storia per i miei amici.

Ciò si dimostrò davvero difficile. La macchina mediatica diffuse comunque una versione confusa, ed io fui messa parecchio sotto pressione, soprattutto dalle autorità dell’ospedale, le cui linee telefoniche furono intasate per giorni, per rilasciare un’intervista alla stampa. Tutti, ovviamente, vogliamo rievocare la nostra storia, ed io non facevo eccezione. Durante quelle incredibili frazioni di secondo in cui il coccodrillo mi trascinava per la seconda volta dall’albero all’acqua, ebbi una formidabile visione di alcuni amici che discutevano della mia morte afflitti e confusi. L’oggetto del mio rimpianto era il fatto che loro potessero pensare che io fossi stata catturata dal coccodrillo mentre mi arrischiavo a farmi una nuotata. E’ così importante la storia e così profonda la connessione con le altre, realizzata dalla stessa narrazione, che ossessiona persino i nostri disperati momenti finali.

In ugual modo, la narrazione stessa viene minacciata quando altri prendono il controllo della sua storia e a questa viene dato un significato estraneo. Questo è quanto fanno i mass-media quando stereotipano e sensazionalizzano storie come la mia, o quando assimilano e riorganizzano le storie delle popolazioni indigene e di altri gruppi subordinati. In quanto storia che evoca il mito del mostro, la mia storia era particolarmente soggetta all’appropriazione maschilista. L’imposizione della narrazione dominante ricorse in molti modi: nell’esagerazione delle dimensioni del coccodrillo, nella rappresentazione dello scontro come un eroico incontro di lotta, e soprattutto nella sua sessualizzazione. L’episodio sembrava fornire materiale irresistibile per l’immaginazione pornografica, che incoraggiava l’identificazione maschile con il coccodrillo e l’interpretazione dell’aggressione come un sadico stupro.

Nonostante fossi sopravvissuta in parte grazie alla mia resistenza attiva ed alla mia esperienza di luoghi selvaggi, uno dei maggiori significati imposti alla storia fu che la terra selvaggia non è un luogo adatto alle donne. Molti dei mass-media australiani avevano difficoltà ad accettare che le donne potessero essere abili nei luoghi selvaggi, ma l’espressione più esasperata di questa forma mentis era Crocodile Dundee, che venne filmato nel Kakadu non molto dopo il mio scontro. Due recenti resoconti di fughe avevano entrambe coinvolto donne energiche, una delle quali aveva peraltro salvato un uomo. Comunque, la trama del film aveva lacerato l’esperienza lungo convenzionali linee di genere, appropriandosi dei ruoli di lotta attiva e di fuga ad uso dell’eroe maschile ed incarnando i ruoli di “vittima” passiva nel personaggio di una donna irrazionale e indifesa che doveva essere salvata dal coccodrillo-sadico (il maschio rivale) dall’eroe delle terre selvagge.

Dovetti aspettare circa un decennio prima di potermi rimpossessare della mia storia e scrivere su di essa con le mie modalità. Per le nostre stesse narrazioni, rievocare le nostre storie è fondamentale, è un modo per partecipare alla cultura ed esserne rafforzati. Rievocare la storia di un evento traumatico può avere un incredibile potere curativo. Durante il mio ricovero, sembrava che ogni narrazione si portasse via un pezzo del dolore e dell’angoscia del ricordo. Rievocare la storia può aiutarci a superare non solo le ferite sociali, ma persino la nostra stessa morte biologica. Le culture si distinguono per l’efficacia con cui riescono a rievocare le proprie storie. A causa della sua concezione dell’uomo come altamente individualizzato, la cultura occidentale contemporanea è – credo – relativamente impoverita sotto questo aspetto. Per contro, molte culture australiane aborigene offrono ricche opportunità di rievocare le storie. Di più: il pensiero aborigeno riguardo alla morte vede animali, piante e umani condividere una forza vitale comune. Spesso, nella loro cultura le storie presentano continuità e fluidità fra gli umani e le altre forme di vita, continuità che consente un certo grado di trascendenza della morte individuale.

Nel pensiero occidentale, al contrario, l’uomo viene mantenuto separato dalla natura come radicalmente altro. Le religioni come il cristianesimo devono poi cercare la continuità narrativa per l’individuo nell’idea di un autentico sé che appartiene ad un regno eterno, elevato rispetto alla sottostante sfera della natura e della vita animale. L’anima eterna è la vera, permanente e caratterizzante parte del sé umano, mentre il corpo è animale e corruttibile. Ma trascendere la morte in tal modo comporta un alto prezzo; questo tipo di trascendenza tratta la terra come un dominio inferiore e decaduto, la vera identità umana come una natura esterna, e fornisce la continuità narrativa all’individuo solo nell’isolamento dalla comunità culturale ed ecologica ed in opposizione al corpo mortale della persona.

Mi pare che nella cultura umana sopraffattrice dell’occidente ci sia un grosso sforzo di negare che noi umani siamo comunque animali collocati nella catena alimentare. Questa negazione del fatto che noi stessi siamo cibo per altri si riflette in molti aspetti della nostra morte e delle pratiche di sepoltura: le bare resistenti, convenzionalmente sepolte ben al di sotto del livello dell’attività degli animali che vivono nel terreno, e la lapide sulla tomba per impedire ad ogni altra cosa di disseppellirci impediscono al corpo umano occidentale di diventare cibo per altre specie. Anche i film ed i racconti dell’orrore riflettono questa radicato timore di diventare cibo per altre forme di vita: il genere horror è fatto di cadaveri pieni di vermi, vampiri che succhiano il sangue e mostri alieni che mangiano gli umani. Orrore e sdegno solitamente salutano le storie di altre specie che mangiano gli umani. Anche venire mordicchiati dalle sanguisughe, dai pappataci e dalle zanzare può suscitare diversi livelli di isteria.

Questa concezione dell’identità umana colloca gli umani al di fuori e al di sopra della catena alimentare, non in quanto partecipante al banchetto in una catena di reciprocità, ma come manipolatori esterni e come suoi padroni: gli Animali possono essere cibo per noi, ma noi non possiamo mai esserlo per loro. L’indignazione che proviamo all’idea di un essere umano mangiato non è certamente quello che proviamo all’idea degli animali ridotti a cibo. L’idea della preda umana minaccia la visione dualistica del dominio umano in cui noi umani manipoliamo la natura dall’esterno, come predatori e mai come prede. Possiamo consumare ogni giorno altri animali a miliardi, ma noi stessi non possiamo essere cibo per i vermi, e certamente non possiamo essere carne per i coccodrilli. Questa è una delle ragioni per cui al giorno d’oggi trattiamo in modo così disumano gli animali che trasformiamo in cibo, perché non riusciamo ad immaginare noi stessi collocati in una posizione simile come cibo. Agiamo come se vivessimo in un regno separato, un mondo di cultura in cui non siamo mai cibo, mentre gli altri animali abitano un mondo diverso, un mondo di natura in cui non sono altro che cibo, e in cui le loro vite possono essere completamente alterate per questo scopo.

Prima dello scontro, era come se vedessi l’intero universo incorniciato dalla mia propria narrazione, come se le due cose fossero unite fra loro perfettamente e senza soluzioni di continuità. Quando la mia narrazione e la storia più ampia vennero fatte a pezzi, io intravidi un mondo terribilmente indifferente in cui non avevo più significato di qualsiasi altro essere commestibile. Il pensiero “Non è possibile che stia accadendo a me, io sono un essere umano, io sono di più che puro cibo” era un elemento della mia incredulità estrema. Si trattava di una riduzione scioccante da essere umano complesso a semplice pezzo di carne. La riflessione mi ha persuaso che non solo gli umani, ma tutte le creature possono ugualmente reclamare di essere più che puro cibo. Siamo commestibili, ma siamo anche molto di più che commestibili. Un’alimentazione rispettosa ed ecologica deve riconoscere entrambe queste cose. Io ero vegetariana ai tempi del mio scontro con il coccodrillo, e sono rimasta tale. Ciò non perché io pensi che la predazione stessa sia demoniaca e impura, ma perché mi oppongo alla degradazione delle vite animali nei sistemi di allevamento industriale che li trattano come carne vivente.

I grandi predatori come leoni e coccodrilli costituiscono per noi una prova importante. La capacità di un ecosistema di sostentare i grandi predatori è un segno della sua integrità ecologica. I coccodrilli e altre creature che possono attentare alla vita umana costituiscono inoltre una prova dell’accettazione della nostra identità ecologica. Quando è loro consentito di vivere in libertà, queste creature indicano quanto siamo preparati a coesistere con la diversità della terra, e a riconoscerci in termini mutualistici, ecologici, come un anello della catena alimentare, predatori tanto quanto prede.

Così, la storia della lotta con il coccodrillo assume ora, per me, un significato pressoché opposto a quello veicolato dalla narrazione dominante, dalla narrazione sul “mostro”[6]. Si tratta di una storia umiliante e ammonitrice che riguarda la nostra relazione con la terra ed il bisogno di riconoscere la nostra propria animalità e la nostra vulnerabilità ecologica. Ho appreso molte lezioni da questo episodio, una delle quali è quella di conoscere meglio quando tornare sui propri passi ed essere più aperti ai tipi di avvertimento che quel giorno avevo ignorato. Come quel giorno stesso, ancor più adesso, il senso di quegli eventi risiede per me nella strana formazione rocciosa che simboleggiava così bene le lezioni sulla vulnerabilità del genere umano che stavo per imparare, lezioni ampiamente insensibili alla cultura tecnologica che ora domina la terra. Nel mio lavoro di filosofa, vedo sempre più buoni motivi per sottolineare la nostra incapacità di percepire tale vulnerabilità, di realizzare fino a che punto siamo fuorviati nel vederci come padroni di una natura addomesticata e malleabile. La roccia in bilico mi suggerisce un legame fra la mia personale insensibilità e quella della mia cultura. Speriamo che non sia necessaria un’analoga esperienza di pre-morte per trasmetterci tutti gli insegnamenti della saggezza della roccia in bilico.

 

Val Plumwood è sopravvissuta a questa disavventura nel febbraio del 1985. Dopo un periodo di lavoro come Visiting Professor di Studi Femminili alla North Carolina State University, è ritornata in Australia ed è ora ARC Fellow presso l’Università di Sidney. Il suo ultimo libro è “Feminism and the Mastery of Nature” (Routledge). Testo adattato da “The Ultimate Journey” (Travelers’ Tales, 1999).

 

Traduzione italiana: Marco Reggio

Testo originale

 

 



[1] Parco Nazionale nel nord dell’Austrialia (N.d.T.).

[2] Nel testo, “death roll”, tipico dell’attacco del coccodrillo (N.d.T.).

[3] Nel testo, “sandpaper fig”, ficus coronata (N.d.T.).

[4] Cani selvatici australiani (N.d.T.).

[5] Nota linea di abbigliamento da escursioni (N.d.T.).

[6] Gioco di parole intraducibile nel testo originale: “the master/monster narrative” (N.d.T.).

Letto 2427 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Giugno 2012 15:36

6 commenti

  • Link al commento Marco Lunedì, 10 Settembre 2012 07:32 inviato da Marco

    ciao Valentina. Alcuni testi sono stati pubblicati in altri siti, altri verranno pubblicati qui, altri posso girarteli. Scrivimi pure a marco.reggio @ unimi.it

  • Link al commento Valentina Domenica, 09 Settembre 2012 13:50 inviato da Valentina

    Ciao Marco, sai se è possibile ritrovare gli articoli di DonnEAnimali? Anche contattandole per vedere se si può rimettere online qualcosa. Mi interesserebbe leggere anche "Anima, animus, animale" di Carol Adams, online non si trova, nemmeno su cahiers antispecistes. :(

  • Link al commento Marco Reggio Giovedì, 07 Giugno 2012 14:18 inviato da Marco Reggio

    semplice. Da parecchio tempo il Collettivo DonnEAnimali non è più attivo. Il sito era stato mantenuto come archivio dei materiali prodotti, ora non più on line. Qualcosa è comunque, se non erro, tradotto sul sito dei cahiers antispecistes.

  • Link al commento Telin Giovedì, 07 Giugno 2012 11:18 inviato da Telin

    Ah, non sapevo della dismissione. Posso chiederne lumi? Io spero che Anet diventi un buon punto di approfondimento della tematica perché più passa il tempo e più leggo una strettissima correlazione tra la volontà di dominare le donne e lo strumento fatto del dominio sugli animali.

  • Link al commento Marco Reggio Giovedì, 07 Giugno 2012 09:12 inviato da Marco Reggio

    :) L'avevo tradotto parecchio tempo fa per il progetto DonnEAnimali, il cui sito è dismesso da qualche mese, sono contento che non vada perso il testo.

  • Link al commento Serena C. Mercoledì, 06 Giugno 2012 10:29 inviato da Serena C.

    Grazie Marco!

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