Giovedì, 17 Maggio 2012 00:00

E Aspecismo sarà - di Eva Melodia

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E Aspecismo sarà

di Eva Melodia
 

Quando qualcuno mi dice di sapere cos’è l’antispecismo, con convinta espressione del viso di chi ha tutto chiaro e pensa anche di sapertelo spiegare velocemente, ecco, di solito molto semplicemente non gli credo.
Soprattutto poi, quando percepisco che a tale sostantivo viene attribuita una qualche precisa forma identitaria, mi riempio di bolle, quelle dell’allergia.
Trovo infatti quanto meno improbabile che l’opposizione (anti) ad un fenomeno multi-millenario (lo specismo), pluriculturale, variegato, stratificato, spesso occulto e subdolo quanto specializzato rispetto al diverso oggetto/soggetto su cui si articola, possa rispondere ad una qualche entità statica, semplice, sintetica, cui i singoli individui umani dovrebbero riferirsi diventandone emblema attraverso l’adesione ad un comportamento preciso e ben stirato: una divisa insomma.
Nella tentazione di dire “L’antispecismo è questo” ci sono cascata anche io, e più volte. Dopo diversi anni però, devo essere onesta e dire che ciò che talvolta mi è sembrato di incastonare perfettamente come una pietra intagliata nel suo anello, mi è poi anche (e ben più spesso!!) toccato metterlo in discussione ricadendo periodicamente nella stratosfera dei dubbi, dei forse, dei ma: il tempo passato con la sensazione di avere tra le mani la chiarezza dell’oggetto reale, di essere in contatto con una teoria del tutto valida, o di avere aderito ad una prassi perfettamente efficace, è di fatto davvero quasi nullo.

 

L’aspecismo che non ci appartiene

Ciò che sappiamo dell’antispecismo, grazie agli infiniti sforzi sia di chi usa la testa, come di chi agisce sperimentando, è che si tratta genericamente dell’adesione ad un ideale di competizione con il suo antagonista, lo specismo, costituendo modelli sociopolitici “a-specisti”. Ecco tutto.
Ogni volta che si prova a restringere l’ambito di questa affermazione che in effetti è una maglia molto larga, si rischia di cadere sia nell’odiosa perdita di tempo in cui si confondono i mezzi e i fini, sia in una delirante lotta moralista che cerca di stabilire chi indossa la divisa stirata meglio.
Chiunque si definisca con entusiasmo (piuttosto che a denti stretti) “antispecista”, allo stato attuale non può in nessuna maniera davvero moralizzare altri rispetto alla perfezione della propria divisa, qualsiasi essa sia: nessuno di noi è davvero a-specista, poiché siamo calati in un sistema talmente specista tale per cui solo i mai vissuti possono sentirsi liberi dalle prassi di oppressione.
La verità è che il primario interesse di chi si oppone allo specismo dovrebbe essere riconoscere di esservi completamente intinto e lottare per crearsi una possibilità reale di emancipazione totale da esso.

L’aspecismo, dobbiamo tenerlo sempre presente, non ci appartiene storicamente da infinito tempo. Possiamo dire che non lo conosciamo, non ci è quindi davvero possibile andare oltre le fantasticherie su come sarebbe il mondo senza questo caposaldo della cultura umana eppure, lo stesso, si cerca di restringere la maglia rispetto al definire cosa comporti l’emancipazione dallo specismo, chi è dentro e chi è fuori dal magnifico mondo della perfezione, mandando in tilt completamente il poco reale anti-specismo esistente, ovvero la poca forza che in una maniera o nell’altra si oppone e contrappone allo specismo.

 

Veganesimo e aspecismo

Il primo bug delle attuali logiche che si spacciano per “perfettoantispecismo”, è la sovrapposizione ontologica tra veganismo (quello perfetto appunto, sia mai che ci si ingolli anche un “E89646211”) e aspecismo (confusionariamente identificato anche in questo caso come antispecismo), come se essere vegan comportasse davvero una ideale estraneità dalla realtà sistemica specista. Ovviamente questo non è vero. L’assenza di consumo di derivati animali, anche quella più raffinata ed affinata da ricerca nanometrica dei derivati animali nei prodotti di consumo, non implica purtroppo l’essere davvero consapevolmente o inconsapevolmente estranei all’oppressione ed al dominio degli altri-da-umano.
La grande macchina specista ci rende parte della fonte di energia che la attiva in quelli che sono i suoi comportamenti programmati, cioè oppressione e dominio. Ciascuno di noi limitandosi al veganesimo, salvo trasferimento su Marte, partecipa ed alimenta esattamente quale fonte di energia, senza interferire realmente né sul comportamento né sulla programmazione della macchina ed è per questo che ormai, a parer mio lecitamente, si evince che essere vegan non basta. Di sicuro non basta per poter redarguire altri dall’alto dei cieli in termini morali, ma sopratutto non basta per dirsi utili ed interessati alla liberazione delle vittime di dominio e oppressione. Serve invece opporsi (anti) agli ingranaggi della macchina, lavorando in maniera determinata per interferire con essa, modificarne i comportamenti, riprogrammarla e renderla aspecista: serve l’anti-specismo.

 

L’antispecismo e la divisa unica

Stabilito che non è il veganesimo la perla perfetta, non corrispondendo in se stesso all’antispecismo, né tanto meno corrispondendo completamente allo scopo dell’antispecismo quindi l’aspecismo, possiamo affermare che il veganesimo è una pratica coerente con l’intenzione anti-specista (perché comunque blandamente si oppone attraverso un cambio di consumi che influenza minimamente le economie), e coerente con la permanenza su questa terra in maniera parzialmente aspecista.
Come già detto, l’emancipazione personale dallo specismo dipende dalla possibilità reale di emanciparsi come individui, il che è fattibile solo o estraniandosi completamente dal sistema (dicevamo andando su Marte), oppure agendo sul sistema fino a renderlo compatibile con l’emancipazione dell’individuo, di fatto rendendo il sistema non solo aspecista, ma anti-specista.
L’intenzione di agire sul sistema e di opporsi al modello esistente è intenzione politica, e per quanto si possa discutere e litigarsi la prassi politica che meglio e prima porta all’ obbiettivo (ricordandoci che è l’aspecismo, non la moralità assoluta, non il veganesimo, non la liberazione di quella classe di individui o quell’altra), è di fatto identica in tutti coloro che la esprimono attraverso le loro azioni. Anti-specista è perciò, chiunque si opponga e agisca politicamente per interferire con le prassi del sistema-specismo e riprogrammarne i comportamenti, indipendentemente da quanto si possa dimostrarne l’efficienza o meno rispetto al tanto bramato sogno di liberazione per tutti.
La divisa unica, quella che in molti cercano di disegnare per poi deprecare quella altrui, finisce con lo scadere in un moralismo fuorviante, a scapito di una comunicazione chiara e puntuale verso coloro che all’antispecismo si avvicinano.

 

Il veganesimo: un punto qualsiasi di una retta che va dall’intenzione, all’aspecismo.

A questo punto potremmo chiederci se nasce prima l’uovo o la gallina. Nasce prima l’intenzione di opporsi al sistema che ingenera specismo o l’azione che si oppone in qualsiasi modo? E quando sbandieriamo moralità a piene mani, cosa stiamo affermando che dovrebbe nascere prima, l’intenzione o l’azione?
La domanda è ovviamente retorica (poiché salvo totale appiattimento dell’encefalogramma, l’azione segue di norma una qualsiasi intenzione), ma solo certificando l’idea per cui gli individui umani assumono comportamenti specisti non per istinto, bensì per ciò che chiamiamo “cultura”.
Tutti convinti che la nascita dell’intenzione preceda l’azione in generale, siamo anche convinti che nel caso dell’antispecismo, l’intenzione debba seguire una precisa linea temporale divenendo azione in termini di scelta etica (di consumo) e successivamente azione politica, o caso mai avere nascita contemporanea.
Sebbene di norma sia possibile giudicare la moralità altrui attraverso le sue intenzioni, - non potremmo fare altro visto che la moralità appartiene all’esercizio dell’intelletto e non alle semplici movenze del corpo -, la maggior parte dei gruppi che si definiscono antispecisti, non accolgono coloro che ancora non hanno fatto la scelta di consumo etico - quella perfetta o quasi - che si chiama veganesimo, anche se fossero già in corso intenzioni e azioni politiche anti-speciste di notevole rilievo e impegno.
Come a dire che in questo caso più che l’anti-specismo, conta l’a-specismo, cioè una sua espressione parziale: conta più quanto sei già eventualmente giunto alla mèta - quella meta personale che riguarda solo il consumo -, anziché quanto intendi agire (ed agisci) per giungere davvero a quella che può intendersi come una vera liberazione dallo specismo.

Il veganesimo non corrisponde alla méta che è l’aspecismo - e che solo una vera intenzione politica anti-specista potrà forse un giorno realizzare - eppure, sovrapponendosi e confondendosi, il veganesimo diventa il requisito minimo perché l’intenzione di opposizione allo specismo venga legittimata, si possa parlare di antispecismo e si venga accolti nei gruppi che si propongono come oppositori. Tutto questo, dimentichi forse di tutto quel mondo infinito di realtà nel globo dove lo specismo è tale per cui il veganesimo non è assolutamente possibile nell’immediato, dove parlarne allo stato attuale sarebbe ridicolo, e dove con questa logica diventa irrazionale e assurdo parlare pure di anti-specismo, cioè di come eventualmente avviarsi verso i cambiamenti che rendano lo stesso veganesimo prima o poi attuabile.

L’intenzione anti-specista nasce a monte di una qualsiasi azione e può benissimo nascere dando il via a molte azioni anti-speciste senza per forza far sì che la prima sia proprio quella scelta di consumo detta veganesimo poiché, mentre il veganesimo non necessariamente implica l’intenzione di opporsi allo specismo ed ai suoi sempre più grossi esoscheletri, l’anti-specismo è un percorso fatto di azioni di opposizione ad oppressione e dominio dell’alterità (propriamente chiamata specie ) che nasce da una intenzione e di cui la scelta di consumo - più o meno radicale - non è un punto di arrivo, ma solo una x in un qualsiasi punto di una retta o meglio, di un sentiero a zig zag e saliscendi.

 

Antispecismo è liberazione

Il rischio che declassare il veganesimo da “requisito minimo e necessario” a “pratica aspecista variabilmente antispecista” elevi alla nobile casata antispecista anche tutto quel mondo "animal-affine" che si prodiga in iniziative e spende tempo a fiumi, senza però modificare nulla del proprio approccio a costrutti specisti quali “carne” o “derivato animale”, semplicemente non esiste.
E’ infatti il concetto di liberazione a fare la differenza, il quale, sempre nei pressi dell’intenzione (cioè dell’origine dell’azione) specializza quest’ultima rendendola “intenzione di liberare” e rappresenta ciò che pone la differenza tra l’antispecismo - in una qualsiasi delle forme comportamentali e politiche che assume - e tutte le altre forme di protezionismo specista.
Avremmo così innumerevoli sfumature di anti-specism(i)o, fili colorati che si arrotolano attorno allo stesso gomitolo facendolo crescere, che se considerati come tali, ci permetterebbero di avere una reale misura di quanto e come ci si stia davvero o meno spostando rispetto all’iniziale punto di partenza, poiché ciò che infine conta per realizzare l’aspecismo, non è dare chiari connotati all’anti-specismo bensì quanta forza sempre maggiore verrà dedicata a tale scopo.
Fare cresce l’antispecismo significa allora dare spazio alle forze che agiscono ed aiutarle a diventare ancora più forti, ancora più precise nell’affinare le prassi capaci di riprogrammare la macchina - la vita sociale e relazionale su questo pianeta - , senza cercare di incapsularle per nostro bisogno di semplificazione o tanto meno di moralismo piramidale.

 

Un percorso virtuoso di emancipazione personale e politico

Si può assolutamente discutere della velocità di spostamento sulla nostra direttrice che va dall’intenzione di opporsi e liberare, fino all’aspecismo che verrà, di quali prassi più e meglio ci condurranno a tale méta, certo, ma bisogna rivedere il metodo selettivo con cui invece che includere, accogliere ed aiutare nello sviluppare queste intenzioni (quelle che diventano azioni quali “anche” il veganesimo), tendiamo a recidere i legami con chiunque non sia omologato alla combinazione di azioni che ciascuno di noi ritiene e a torto, il fine ultimo della creazione di un antispecista.
Con questo atteggiamento si rischia di escludere dal contagio virtuoso coloro - singoli ma anche gruppi - che nel tempo stanno sviluppando l’intenzione e stanno già magari non troppo lucidamente opponendosi politicamente, e di autoesiliarsi dal mondo fertile di intenzioni che invece andrebbero coltivate.
Nella caos della durissima critica interna al movimento e di quella spietata verso l’esterno del movimento, si disperde a parere mio un vastissimo panorama fecondo di antispecismo e se ne disperde uno ancora più vasto per cui lo specismo è già qualcosa di cui diffidare, ma a cui nessuno spiegherà con calma come l’aspecismo non sia affatto parte di una rinuncia a se stessi, bensì al contrario, il culmine di un percorso di autoliberazione inscindibile dal contesto sociopolitico in cui si è sviluppato.

 

Letto 3505 volte Ultima modifica il Giovedì, 17 Maggio 2012 09:27

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