Lunedì, 16 Aprile 2012 00:00

Antispecisti e destra: quale posta in gioco?

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Antispecisti e destra: quale posta in gioco?
Di Cip & Ciop


IL VECCHIO E IL NUOVO

       Questo testo è un commento critico all'articolo "Antispecisti di destra?" di Adriano Fragano e Luca Carli, apparso sul sito de La Veganzetta e poi ripubblicato in versione ridotta su A rivista anarchica [1]. Tale articolo mira a confutare l'esistenza di un "antispecismo di destra" dichiarandolo impossibile e "assurdo". Una conclusione per la quale sarebbe bastato semplicemente osservare che, visto che l'antispecismo è una teoria egualitaria, e visto che il pensiero di destra è fondamentalmente contrario all'idea di uguaglianza, i due non sono compatibili.

        La conclusione qui esposta in poche parole è stata invece dilatata su tredici pagine. Perché? L’articolo del Carli e del Fragano vuole reagire alla pubblicazione di un dossier sulla questione animale da parte della rivista Charta Minuta, che fa capo al gruppo parlamentare Futuro e Libertà. Ma, paradossalmente, a parte una stringata citazione dell'inizio di tale dossier, non esiste nessun tentativo di analisi e confutazione del suo contenuto; cosa che ci si sarebbe aspettati se il problema dei nostri autori fosse stato davvero quello di contestare la possibilità di una destra antispecista. La gran parte del testo del Carli e del Fragano è invece occupata da una disquisizione che si sforza di mostrare una fondamentale differenza tra l'antispecismo di prima maniera (Peter Singer, Tom Regan) e quello di cui si fanno portavoce gli autori; ovvero, per riprendere i termini coniati da Marco Maurizi nelle sue "Nove Tesi", qui abbondantemente citate, tra antispecismo "metafisico" e antispecismo "storico" [2]. Accostando tali precisazioni sulla differenza tra antispecismo "vecchio" e "nuovo" all'argomento cardine del testo relativo all'inconciliabilità tra antispecismo e destra, i nostri autori arrivano a un risultato sconcertante: la teoria di cui si dichiara l'incompatibilità con la destra non è l'antispecismo tout court, ma solo la variante professata dagli autori, mentre l'antispecismo di prima maniera può prestarsi senza problemi ad un uso destrorso:

        "...se l’antispecismo si limitasse a denunciare la discriminazione arbitraria che subiscono gli Animali a causa della loro appartenenza a una specie diversa da quella umana, ossia una discriminazione basata unicamente su motivi biologici, ciò non basterebbe, ad esempio, a escludere la possibilità di un antispecismo di destra. (6)"

        In realtà l'impostazione del dossier di Futuro e Libertà è talmente distante da ogni possibile interpretazione dell'antispecismo che tutti i bizantinismi dei nostri autori su antispecismo vecchio e nuovo risultano inutili. Evidentemente allora la preoccupazione principale dell'articolo è altrove: si tratta del tentativo di stabilire un'identità del pensiero antispecista che ne garantisca la separazione e la riconoscibilità non solo da un'ideologia conservatrice o francamente reazionaria, ma anche e soprattutto dall'animalismo "classico" e dal vecchio antispecismo. Vediamo dove vengano individuati  i limiti di tali movimenti e quali siano le fondamentali novità del nuovo antispecismo.

        Per l'animalismo classico la descrizione è presto fatta: il Carli e il Fragano lo descrivono come un sentimento di zoofilia, un protezionismo senza teoria che si esaurisce in interventi su singole situazioni di eccezione, un generico atteggiamento di benevolenza che non si pone troppe domande. Per le anime semplici che professano questo animalismo, la possibile parentela con la destra non pone troppi problemi. Per coloro invece che si ispirano all’antispecismo, la problematizzazione dell’aspetto politico è d’obbligo. A tal fine però bisogna definire con chiarezza cosa si intenda con il termine antispecismo, dandone un'interpretazione che non sia "superficiale". Solo questo permetterà, secondo gli autori, di mostrare in modo valido e indiscutibile la sua assoluta incompatibilità con qualsivoglia pensiero reazionario.


IDEE E REALTÀ : L'ANTISPECISMO DEL SINGER

        L’individuazione, con il nuovo termine di "specismo", dell'atteggiamento pregiudiziale che l’umanità ha nei confronti degli altri animali diventa un punto di riferimento a partire dagli scritti di Peter Singer. Tuttavia, per il Carli e il Fragano, la concezione che il Singer e con lui il "vecchio" antispecismo ha di quest’ultimo rimane circoscritta entro dei "limiti" che le impediscono di poter marcare la differenza da "gruppi ideologicamente legati a idee conservatrici, o addirittura fasciste o neonaziste" (3). (Notiamo a margine che strane contaminazioni si riscontrano anche nelle pubblicazioni dei "nuovi" antispecisti [3]).

        Secondo loro, quella del Singer non sarebbe una "seria critica alla società umana moderna" perché si limita a criticare l'aspetto ideologico dell'oppressione animale, non considerando che tale aspetto può essere compreso solo se si rapporta alla realtà economica e sociale di cui è espressione.

        "Del rapporto valori/società, rapporto necessariamente biunivoco, [Singer] consider[a] solo un aspetto come se la società umana non fosse altro che il prodotto dei valori che rappresenta. (5)"

E a dimostrazione di ciò si fa notare che:

        "...la storia dello specismo abbozzata da Singer [...] è una storia "ideale" nel senso che riguarda unicamente le concezioni che alcuni filosofi avevano degli Animali senza indagare minimamente se le stesse non fossero, in realtà, influenzate dal tipo di società in cui vivevano. (5)"

Si tratta di una citazione quasi letterale di ciò che Marco Maurizi aveva affermato nella sua "Quarta Tesi":

        "...la "breve storia dello specismo" abbozzata da Singer in Animal Liberation non è una storia reale, (cioè di individui che vivono in società concrete, con bisogni specifici etc.), ma una storia di "idee". Singer cita alcuni pensatori che durante la storia hanno proposto questa o quella concezione dell’animale, come se la storia reale fosse fatta dai filosofi. Invece le teorie dei filosofi non fanno che rispecchiare un tipo di esistenza sociale."

        Questa è la differenza che caratterizza il "nuovo" antispecismo. Quelle del Singer sono solo idee, manca un "passaggio": capire come l'oppressione degli animali "sia nata e si sia evoluta" nell’agire concreto delle nostre società. È dunque nella ricostruzione storica delle condizioni "sociali, economiche, culturali, religiose ecc." che la novella concezione antispecista chiarisce la sua appartenenza politica. Andiamo allora a vedere cosa dice il Singer esattamente e confrontiamolo con ciò che gli è rimproverato dal Carli e dal Fragano, sulla scia del Maurizi.

        Dopo aver esposto in due lunghi capitoli il modo in cui gli animali vengono sfruttati al giorno d'oggi, Singer annuncia una storia dello specismo, ovvero dell'ideologia che supporta l'oppressione umana nei confronti degli animali. Non si capisce perché sia tanto riprovevole secondo il Carli e il Fragano il fatto di scrivere una storia del pensiero, per quale motivo uno che annunci di voler scrivere una storia delle idee debba essere rimproverato per il fatto di scrivere una storia delle idee. A meno che l'autore della storia in questione sostenga che essa corrisponda alla storia "reale", che è ciò che il Maurizi rimprovera al Singer. Tuttavia risulta evidente a chiunque legga Animal Liberation che tale libro non sostiene che le idee producano la storia reale, e che il capitolo in questione non intende offrire una spiegazione della genealogia del dominio degli esseri umani sugli animali. Molto più modestamente, il Singer afferma di voler spiegare il modo in cui il rapporto con gli animali ha fatto appello in passato a concezioni filosofiche che teorizzavano una superiorità umana; il suo scopo è mostrare il carattere obsoleto di tali concezioni perché risulti evidente la loro funzione di "camuffamento ideologico al servizio di pratiche egoistiche", minando così la plausibilità dello specismo attuale [4].

        Peter Singer è un professore di Filosofia Morale e Bioetica, il suo Animal Liberation è del 1975: è una prova di onestà e di buon senso limitarsi a scrivere di ciò che si conosce. Da allora c’è stata una quantità enorme di studi di antropologia, economia, storia delle religioni e quant'altro che prendono ad oggetto la storia del rapporto fra uomo e animale; è un vantaggio e un compito di coloro che vengono dopo quello di poter usufruire di nuovi studi e dati storici, per poter precisare una strategia ed una visione più articolate; se davvero ciò che sta a cuore è un progetto di liberazione e non una rivendicazione identitaria.

        D'altra parte, le "Nove Tesi" del Maurizi (ricalcate sulle "Tesi su Feuerbach" del Marx) ignorano, o fingono di ignorare, che Singer non è un idealista (contrariamente agli avversari che il Marx intendeva confutare nelle sue Tesi). L'interdipendenza tra l'organizzazione materiale di una società e la sua autorappresentazione ideale, principio cardine del materialismo storico marxiano è, al giorno d'oggi, una banalità anche per chi non si rifaccia direttamente al Marx. Certo, se si vuole invece sostenere un rapporto di determinazione stretta tra realtà ed ideologia, intesa come mera "giustificazione a posteriori" di pratiche acefale, guidate solo da un’insondabile Volontà di Dominio, difficilmente ne troveremo traccia non solo nel Singer, ma in qualsivoglia pensiero accorto dei rapporti di potere. Ne riparleremo cercando di chiarire cosa effettivamente hanno in mente i nostri autori.

 

UNA STORIA INUTLE: IL CONFRONTO CON IL RAZZISMO

        Comunque stiano le cose rispetto al Singer, secondo i nostri autori ciò che caratterizza il "nuovo" antispecismo sarebbe la messa in luce dell’aspetto concreto, di "prassi", dello specismo: l'analisi storica, come comprensione della prassi concreta, rivela che il nesso fra lo specismo e altre forme di discriminazione non è una mera analogia, ma una correlazione necessaria. Da ciò l'inconciliabilità con il pensiero di destra. Il Carli e il Fragano illustrano questo rapporto con la loro ricostruzione del razzismo; possiamo così vedere all’opera cosa intendano i nostri per analisi storica.

        Seguiamo la ricostruzione del razzismo presente nel testo di Veganzetta, più dettagliata che in quello pubblicato su A Rivista Anarchica. Il razzismo, vi si sostiene, è la "convinzione preconcetta" che esistano delle differenze biologiche fra gli esseri umani, e che queste diano luogo a differenze di valore. Dunque il razzismo è un fenomeno recente, dato che presuppone delle categorie di tipo biologico. Prima di questo tipo di sapere, la discriminazione esisteva sempre, ma si basava su differenze di altro tipo (riguardava coloro che non parlano la stessa lingua e non hanno gli stessi costumi del gruppo di riferimento). Oggi, visto il crollo dell'ipotesi biologica, tornano ad essere rilevanti le differenze culturali, anche se ormai in funzione di mera protezione identitaria. Si tratta della stessa cosa? Si e no: i soggetti e le caratteristiche cui ci si richiama sono diversi, ma al fondo, ed è ciò che importa, troviamo sempre "la discriminazione e l'oppressione nei confronti degli altri", il "totale asservimento alla classe dominante" (8). Le "forme discriminatorie basate su differenze fittizie e irrilevanti" reperite da questa ricostruzione non sarebbero però "arbitrarie": l’analogia con lo specismo è ora "storico-culturale", poiché dietro di essa l’analisi storica ci mostra la loro vera ragion d’essere: "una prassi di sistematico sfruttamento" (9).

        In questa presunta ricostruzione storica, però, la Storia ha un ben misero ruolo: non ci racconta altro che un fantastico rigoglio nominalista, inventato per nascondere meglio e con figure sempre nuove una struttura invariante. Perché infatti queste "impressionanti analogie" tra razzismo e specismo sarebbero più vincolanti di quelle già rilevate dal Singer? Secondo gli autori, perché esse sono l'espressione, solo diversamente agghindata, di una stessa struttura eterna e sempre identica: l'"idea folle", o il "desiderio", di dominio. Tutta la cosiddetta analisi storica, insomma, ha qui l'unica funzione di lasciar cogliere, dietro il suo scintillio di nomi, l'orrendo Moloch.

        Il "nuovo" antispecismo dei nostri autori ha dunque un carattere di universalità molto particolare: non solo è più ampio, è più fondamentale: è la critica di quella discriminazione empirica che si tiene più vicina all'Origine, alla Scissione Primigenia che ha intaccato l'Unità fra Natura, Uomo e Animali. La discriminazione dell’Animale è importante non tanto in se stessa, per i suoi caratteri storici specifici, quanto per il fatto che funziona come pars totalis, come quella fattualità in cui appare il Vero. L’idea di società che qui si sostiene è quella di una Totalità che si esprime tutta in ciascuna delle sue parti, secondo un’idea cara al Leibniz, - sebbene, come è d’uopo nella modernità, di una Totalità Negativa, quella dell’impulso al Dominio.

        Se lo sfruttamento è qualcosa che "non può essere né separato né suddiviso in ordine temporale" e tantomeno rispetto ai soggetti che ne patiscono le conseguenze e se "è per esercitare il proprio dominio sulla terra che alcuni uomini hanno iniziato a schiavizzare altri Umani e alcuni Animali" (10), allora più che un rapporto di forze storicamente determinato ciò che gli autori hanno in mente è in effetti una "radice profonda" contro cui le rivendicazioni di tutti i soggetti discriminati, (le minoranze etniche, le donne [5], ma anche, perché no, la natura) coincidono e si fondono:

        "Tuttavia bisogna anche ammettere che se questo percorso è stato intrapreso, e se queste sono le sue conseguenze, vi sarà pur stata una motivazione di base, una causa scatenante, e pertanto è chiaro che se siamo riusciti a dare il peggio di noi, forse questo peggio era già presente a livello primigenio nel nostro essere. È onesto ammettere che ciò che siamo deriva da una parte di noi, del nostro complesso essere, e che scienza, tecnologia e religione hanno funzionato da amplificatore causando l’immensa espansione del nostro ego che tutto ha sovrastato. (11; il primo periodo di questo paragrafo è assente nella versione pubblicata su A rivista anarchica)."

        Ma queste affermazioni che più metafisiche non si può mandano a picco tutte le speculazioni contro l'antispecismo del Singer: dopo aver accusato quest’ultimo di credere che le idee non siano "influenzate dal tipo di società in cui (si) viv(e)", il Carli e il Fragano si mettono a parlare dell'esistenza di un qualcosa di "primigenio", di essenziale (quindi di non storicamente/materialmente/socialmente determinato) in "noi" (tutte e tutti, in ogni tempo e luogo) esseri umani, qualcosa che sarebbe alla base dei crimini da "noi" commessi contro gli altri umani e contro i non umani. Non si può non restare perplessi di fronte  a quella che ci sembra proprio "una incredibile e assurda commistione di idee e di principi".

 

CONCLUSIONI

        Riportando le idee di Marco Maurizi si era sostenuto, contro il Singer, che il carattere effettivo dello specismo va cercato nella realtà sociale. Bisogna dire che questa concezione ha almeno il merito di non lasciare spazio ad un’idea di Natura Umana che agisce dietro i fatti! Ma il Singer non è il Feuerbach, né tantomeno lo Hegel. Il richiamo alla prassi concreta e alla sua priorità causale rispetto alle "idee", se aveva un senso formidabile contro quegli avversari, risulta ora piuttosto schematico, tanto più se si porta dietro un dualismo Stato/Società abbondantemente rivisto dagli attuali studi sul potere e sul politico. Anche per quanto riguarda l'individuazione e la costituzione del soggetto che si trattava di liberare, nel materialismo storico la dicotomia struttura/sovrastruttura risultava chiarificante: rivolgendosi al suo effettivo divenire, questo soggetto avrebbe potuto raggiungere la consapevolezza di sé necessaria per ribaltare i rapporti di dominio. Il suo non era un atto volontaristico, ma il riconoscimento di una situazione di fatto, la manifestazione diretta e non "capovolta" della realtà.

        Evidentemente questa ricostruzione non è applicabile alla soggettività animale; anche parlare di un unico soggetto per tutti i vari animali rivela solo un'ottica troppo umana: la storia ci racconta una molteplicità di rapporti, squilibrati certo, ma specifici e caratteristici, con quelli che, a vario titolo, diventarono gli “altri”. È su questi rapporti, sulle loro conflittualità, intrecci e connivenze, che bisogna lavorare.

        Ma se la storia non ci annuncia una buona novella, l’altra linea di pensiero qui sostenuta, quella del "cammino dell’Uomo", dell'"immensa espansione del nostro ego" verso la tirannia,  può solo concludersi con uno slancio della volontà: noi, affermano il Carli e il Fragano, "non siamo solo questo, ma molto altro e, conseguentemente, possiamo realmente ripensarci e reinventarci, ripensando e reinventando anche la nostra società" (11). Qui si è mille miglia lontani dal materialismo storico: le "istanze di liberazione ed emancipazione" restano tali, sia nel caso che si passi per il racconto di come si è arrivati a conculcarle in un "processo durato millenni", ma sostanzialmente monotono, sia che non si faccia questo lungo giro. Non c'è bisogno di chiamare in causa il divenire storico per affermare, in pieno rigore, che mangiare un altro sia una forma di sopraffazione.

        Che cosa resta di tutto questo sforzo di costituirsi un'identità contro le confusioni e l'ignoranza di "generazioni di attivisti del tutto sprovvisti di strumenti analitici e di conoscenze critiche"? Una sentenza di condanna verso la "devianza". "La colpevole mancanza di elaborazione teorica e l'adozione acritica e inconsapevole della sola prassi vegana" quali artefici dell'attuale situazione in cui il messaggio antispecista viene "annichilito e assorbito da rinate forze autoritarie" (13). Allora un dubbio comincia ad inquietare la pletora degli zoofili (anzi, delle zoofile): che non sia tanto dal Singer o dalla destra che i nostri autori finiscono per differenziarsi, quanto dalla loro empatia rozza e senza concetto. E forse vedranno comparire, dietro tanto furore, la figura nota della mosca cocchiera.

 

Note

 

[1] Il dossier "Antispecisti di destra?" di Luca Carli e Adriano Fragano può essere scaricato qui: http://www.veganzetta.org/wp-content/uploads/2010/12/veganzetta_dossier_antispecismo_di_destra.pdf

La versione pubblicata su A rivista anarchica si può leggere qui: http://anarca-bolo.ch/a-rivista/360/65.htm. Salvo dove diversamente indicato, le citazioni riportate in questo testo sono tutte presenti sia nel dossier pubblicato sul sito Veganzetta che nell'articolo pubblicato su A rivista anarchica. Le cifre indicate tra parentesi di seguito alle citazioni si riferiscono alla paginazione del dossier su Veganzetta.

 

[2] "Nove Tesi: Antispecismo Storico e Antispecismo Metafisico"

(http://www.liberazioni.org/ra/ra/officina035.html). Nelle sue Nove Tesi, il Maurizi accusa l’antispecismo teorizzato da Peter Singer di contrapporre l’uomo all’animale in modo astratto, cioè senza tener conto dell'organizzazione materiale della società, e di concepire lo specismo come causa dell'oppressione degli animali, peccando quindi di idealismo. Questa accusa, come vedremo, si basa su una forzatura delle posizioni di Singer. Il Maurizi contrappone all'antispecismo "metafisico" del Singer il proprio antispecismo, che chiama "storico", secondo il quale  "è a partire dall’organizzazione della società umana che si comprende il costituirsi dello specismo e non il contrario". Vedremo in che modo il Carli e il Fragano, malgrado facciano apertamente riferimento all'antispecismo "storico" del Maurizi, entrino grossolanamente in contraddizione con esso.

 

[3] Ci riferiamo ai testi sul "nuovo" antispecismo ad opera di Francesco Pullia: "Per un'ontologia antispecista" (Liberazioni n°3 – Inverno 2010) e la voce "Vulnerabilità" in AA. VV., Altri versi. Sinfonia per gli animali a 26 voci (Oltre La Specie, 2011). Il Pullia sostiene che la distinzione fra destra e sinistra non sia più utile, né esplicativamente né descrittivamente (cf. la sua recensione de Il fascista libertario di L. Lanna

http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2011/03/la-via-libertaria-alla-destra-del.html); ciò ha importanti conseguenze anche sulla sua concezione della storia, ”curiosamente” vicina al revisionismo (cf.  http://www.orvietonews.it/it/index.php?id=21501, e la risposta dell’ANPI-Umbria http://anpiumbria.blogspot.com/2009/09/revisionismo-ternano-la-brigata-gramsci.html).

 

[4] P. Singer, Liberazione animale, Mondadori 1991, p. 196.

 

[5] Notevole il modo in cui, nel pensiero che i nostri autori vorrebbero radicale e rivoluzionario, l'oppressione delle donne, che ospita tutte le gamme dello sfruttamento capitalista, della schiavitù (domestica e sessuale) e della violenza (mutilazioni, uccisioni), venga ridotta ad una mera questione di... "denigrazione" (9).

Letto 4774 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Giugno 2012 13:46

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