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Riceviamo e pubblichiamo.

“Siamo le Collettive Femministe Queer e abbiamo deciso di scrivere questo comunicato per fare chiarezza su quanto accaduto ieri, Sabato 25 Giugno, durante il discorso del Sindaco Beppe Sala al Milano Pride 2016.
Molti giornali hanno fatto riferimento a noi come a un “gruppetto di antagonisti”, avulsi dal resto del corteo, mossi dall’unico intento di disturbare lo svolgimento della manifestazione. La nostra rete è attiva da più di un anno, raccogliendo una molteplicità di realtà LGBTQIA presenti nella città da molto tempo, e in questi mesi ci siamo impegnate a creare spazi gratuiti e occasioni di confronto, all’interno di una Milano che sempre di più dopo Expo è diventata la città degli aperitivi patinati, della cultura mercificata e dello svago classista.

Abbiamo riflettuto a lungo sulla nostra partecipazione al Pride, coscienti del progressivo impoverimento di contenuti politici della manifestazione, schiacciata tra spinte etero-normalizzanti e la vetrinizzazione della comunità LGBTQIA. Abbiamo infine deciso di partecipare al corteo, convinte dell’importanza di portare in piazza un’alternativa critica in un Pride dominato dai loghi di Amazon, Google e Vitasnella, dai comizi paternalistici piovuti dal palco di piazza Oberdan e dalla martellante assimilazione delle nuove famiglie LGBTQIA alla famiglia etero-patriarcale.

Contro tutto questo è stato rivolta la nostra contestazione, durante la quale abbiamo scelto di denunciare la mercificazione dei diritti civili, utilizzati come strumento di consenso politico, e della città di Milano, dove periferie (reali e simboliche) vengono nascoste e dimenticate, per fare spazio a centri gentrificati e igienizzati. La nostra azione è stata accolta non solo dalla violenza e della brutalità della security, ma anche dai cori di alcuni degli stessi partecipanti al corteo degli arcobaleni che ci intimavano di andarcene, in un tentativo di censurare ogni forma di dissenso. Abbiamo subito pugni, sberle, spintoni e sputi, mentre dal palco echeggiavano parole come “inclusività”, “uguaglianza” e “amore”. Siamo state allontanate dal corteo per mano della DIGOS, mentre il neosindaco chiosava: “Questa è la Milano che voglio”.

Non lasceremo che questi atti spengano le nostre rivendicazioni. Continueremo a denunciare chiunque voglia spingere “fuori” la favolosa diversità che abita ancora la città di Milano.

A presto,
CFQ”

Nicola Dembech

Le buone azioni vanno fatte in silenzio, 

                                         ma non troppo.

 

 

 

 

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni.                                          

Gandhi                                                                               

 

 

L'azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa [..] a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato.                        

Martin Luter King                                                           

 

 

Nella storia sono state le azioni che hanno prodotto cambiamenti significativi. In senso negativo l'impatto del comportamento delle recenti società umane sulla natura è dovunque devastante ed è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questi ultimi decenni è stato possibile un così radicale sconvolgimento di tutti gli ecosistemi e relativo effetto straziante sulla vita vegetale e animale. In senso oppositivo, ma positivo, i gesti di persone o movimenti tentano di contrastare e porre rimedio a ciò che in letteratura è stato definito ecocidio, lotta di classe, specismo, razzismo, sessismo, omofobia; in una parola dominio.

 

Ma qual è il significato di azione? e quanti significati può assumere? esistono azioni buone-positive, (giuste, morali) e azioni cattive-negative (criminali, violente)?

Sembra banale dirlo ma se consideriamo le azioni esclusivamente da un punto di vista della legalità, ogni atto significativo propenso a qualsiasi ipotetico cambiamento risulta essere delinquenziale se non addirittura violento. Dunque Gandhi e Martin Luter King, due nomi noti tra i tanti, dovrebbero essere considerati delinquenti, se non in alcuni casi leader criminali. Se invece valutiamo le azioni anche in termini di giusto e sbagliato comprendiamo facilmente che il confine della legalità può essere un sottile filo spinato teso alla volontà di mantenere inalterata la condizione sussistente.

 

Disobbedienza civile e azione diretta non-violenta rappresentano la manifestazione politica dei sentimenti umani che valicano questo confine. Entrambe informano il mondo che il campo di ogni battaglia non sono solo le aule dei tribunali ma i diversi ambienti della società in cui persiste una grave violazione della vita, della libertà e della giustizia. La prima rifiuta il rispetto di una legge in quanto ritenuta ingiusta, e la trasgredisce ai fini di cambiarla. La seconda è compiuta anche da individui la cui opera non è interposta al concetto stesso di ordinamento giudiziario e viene applicata "..come se l'attuale forma di potere non esistesse. [..] azione diretta vuol dire sforzarsi di agire come già si fosse liberi"1.  Entrambe le azioni utilizzano e si identificano in prassi e strategie non-violente pertanto tra esse non dovrebbero svilupparsi schieramenti e contrapposizioni in termini di considerazioni come  buono-cattivo, legittimo-illegittimo. La storia infatti è piena di avvenimenti che comprovano l'importanza di entrambe le azioni, per il semplice fatto che fino a quando ci saranno prepotenze e ingiustizie ci saranno persone disposte a combatterle. Che sia per mezzo della creatività di un'azione simbolica portata in piazza, un picchetto davanti alle sedi di una multinazionale che devasta il pianeta, per mezzo di occupazioni e allucchetamenti, attività di non-collaborazione come il rifiuto di pagare le tasse destinate a: - finanziamenti militari, zootecnici, lobby venatoria, grandi opere inutili e nocive, circhi che sfruttano animali -, oppure per gesti più fisici come quello del sabotaggio, la storia insegna che le più grandi conquiste sociali sono il frutto di un vasto quanto complesso compiuto storico che non può essere definito attraverso una semplice interpretazione degli eventi e di come avvengano i processi che favoriscono il cambiamento.

Disobbedienza civile e azione diretta, bensì richiedano molto coraggio, non sono puri gesti eroici ma un particolare quanto ragionato piano di lotta in grado di gestire e affrontare i conflitti a lungo termine.  Ambedue sono metodiche intelligenti e non il frutto di reazioni istintive e cariche di rabbia repressa, esse si concentrano sulla chiara evidenza, puntano dritte al problema cercando nell'obiettivo una specifica e possibile trasformazione della reatà.

 

Alcuni giorni fa si è appreso dai giornali la notizia di un blitz portato a termine da ignoti nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre scorso all'interno dell'allevamento di visoni situato a Olanda Di Savoia. Si può leggere la notizia qui http://bit.ly/1H2bn36. Un numero di animali quantificato tra cinquecento e ottocento, destinati a morte certa per mezzo di camere a gas, sono stati liberati uno a uno. Un'azione che, oltre all'imperativo morale che la muove, porta in sè un significato politico importante. Non solo attraverso questa specifica azione si porta alla luce una grave violazione etica andando a contrastare così un'ingiustizia, ma si affermano anche nuovi modi di concepire la società. Pertanto le persone che hanno compiuto tale azione non solo si oppongono alla sistematica distruzione dei corpi ma hanno reso visibile ed effettiva - anche solo per un momento - la forma e l'apparenza di un mondo libero nel quale tutti vorremmo vivere.

 

Ora, la circostanza che porta in sè un certo grado di preoccupazione si apprende dal fatto che diverse realtà e associazioni non hanno riportato la notizia all'interno dei propri spazi di informazione. Non è stata riportata una notizia, ovvero un'informazione su un fatto di attualità dal forte impatto politico che a detta di "capiscuola" dovrebbe drammatizzare così in profondo il problema tanto da non poterlo più ignorare.

Come è potuto accadere che una notizia di questo spessore sia passata in secondo piano? è stata solamente una disattenzione oppure alcune tipologie di azioni hanno perso valore? abbiamo veramente il diritto di rimanere in silenzio davanti a fatti di liberazione? perchè è sopratutto di questo che stiamo parlando, ed è proprio questo che è avvenuto, una liberazione. Prima di riconoscere nel fatto stesso un atto di ribellione, prima di ogni possibile affermazione politica, prima ancora che i giornali riportino la notizia, cinquecento-ottocento anime hanno avuto la possibilità, fosse anche minima, di riprendersi la vita che gli appeteneva. E ancora, come può esistere, e come possiamo rendere tangibile un periodo di transizione se non consideriamo le azioni che lo attraversano?

 

Per rispondere a queste domande nel modo più costruttivo possibile sarebbe opportuno fare un analisi del movimento2 in questi ultimi anni e cercare di capirne il sentimento attuale, gli approcci e i procedimenti. Cosa che non farò perchè oltre a chiari problemi di spazio so di non avere le giuste competenze. Devo però una spiegazione alla critica che pongo. Dunque la mia disapprovazione verso la mancata assunzione di responsabilità si ritrova nel fatto che diversi gruppi e associazioni non hanno saputo riconoscere in questo specifico atto di liberazione una risorsa nel più ampio senso del termine, ovvero comprendere che essa può contribuire in modo significativo alla risoluzione del particolare genere di sfruttamento di cui si sta discutendo. Di conseguenza, da un punto di vista politico, questa tipologia di azione non è da considerarsi solamente simbolica ma assume veri e propri aspetti pratici e incisivi nel momento in cui contribuisce positivamente alla risoluzione di un problema reale, pertanto favorisce un cambiamento positivo all'interno della società3.

 

Esistono poi anche questioni più generiche su cui, a partire da questo fatto, si potrebbe ragionare. Una di queste è possibile individuarla partendo dal significato stesso della parola tendenza, ovvero la disposizione verso un determinato modo di sentire e comunicare (l'attivismo), quindi di comportarsi e agire di conseguenza.

Il fatto che l'orientamento di alcune prassi (prevalenti) di attivismo - in parte o in toto divergenti da altre - possa addirittura arrivare a trascurare il corso di certi eventi che nel suo insieme costituiscono la storia del movimento di liberazione animale è appunto parte integrante e significativa del problema che pongo in questo articolo. Si intenda che tutto ciò non è affatto da considerarsi in termini di colpa nel senso di torto, bensì un problema interno che a mio avviso è da considerare e risolvere. Nessuno vuole una tipologia di attivismo dal pensiero unico e nemmeno una forma scriteriata, tuttavia l'insufficienza di spazi di incontro indispensabili per dare vita a momenti di confronto e ricerca, certamente non aiutano a decifrare problematicità che nascono nel momento in cui esiste assenza di discussione e apertura a probabili teorie collegiali. C'è ancora da capire se la tendenza sia quella di limitarsi e circoscrivere l'attivismo al concetto stesso di diritti animali oppure se la volontà collettiva possa superare tale barriera morale e polarizzare maggiormente i propri sforzi verso prassi più consolidate dal punto di vista delle più recenti teorie politiche dell'antispecismo.

 

 allevamento

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1) David Graeber, "Progetto Democrazia. Un'idea, una crisi, un movimento".

2) Sarebbe appropriato definire la realtà antispecista-animalista non come un movimento ma piuttosto l'esistenza di più enti che attraverso diversi modi di agire e pensare operano nel territorio.

3) Il numero di queste attività è drasticamente calato dagli anni ’90, in cui circa 125 allevamenti erano segnalati alla Camera di Commercio e la produzione era arrivata a 400mila animali uccisi ogni anno. Le motivazioni sono da ritrovarsi in parte nella crisi del settore della pellicceria e in parte nelle continue campagne di pressione, informazione e sensibilizzazione da parte di organizzazioni animaliste. Altro fattore determinante sono state sicuramente le decine di liberazioni di animali compiute da attivisti anonimi.

Fonte: http://www.visoniliberi.org/allevamenti_italia.htm

Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

.

Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Nella primavera del 2015 è nato il Cirque, Centro Interuniversitario di Ricerca Queer, con una convenzione tra l'Università di Pisa, L'Università di Palermo e L'Università dell'Aquila.
Questo il sito del centro, da cui si può anche iscriversi alla mailing list: http://cirque.unipi.it/

"Il CIRQUE (Centro interuniversitario di ricerca queer) nasce dal desiderio di creare uno spazio inclusivo, aperto e vitale per gli studi queer all’interno dell’accademia italiana, e dalla convinzione che gli strumenti metodologici del queer possano dimostrarsi produttivi per la comprensione di un’ampia varietà di oggetti e di fenomeni, e portare a risultati originali, illuminanti e di grande rilevanza politica ed etica"
 
La prima attività messa a punto dal Centro è il ciclo di seminari per l'anno accademico 2015-16, che prenderà il via Mercoledì 21 Ottobre P.V e che sarà aperto da un intervento di Egon Botteghi sulle connessione tra sessismo, specismo, transfobia, percorsi di transizioni e problemi legati allo sfruttamento dei cavalli in ambito equestre.
 

Gli incontri si svolgeranno nell'Aula 1 di Palazzo Ricci, Pisa.


Università di Pisa Università dell’Aquila Università di Palermo

CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca Queer

Seminari CIRQUE 2015-2016

Tutti gli incontri si svolgeranno nell’aula 1 di Palazzo Ricci, via del Collegio Ricci 10, Pisa

con inizio alle ore 17.30 in punto (senza quarto d’ora accademico).

Mercoledì 21 ottobre Egon Botteghi Collettivo Intersexioni, Collettivo Anguane, Rete Genitori Rainbow

Non aprire quella porta. Viaggio in un percorso di transizioni

Mercoledì 4 novembre Giuseppe Burgio Università di Palermo

La bisessualità maschile. Pratiche, modelli e soggettività della fluidità sessuale

Mercoledì 18 novembre Carmen Dell’Aversano Università di Pisa

Per un’etica queer

Mercoledì 2 dicembre Federico Zappino

Norma sacrificale / Norma eterosessuale

Mercoledì 9 dicembre Antonio Rotelli Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford

La violenza invisibile contro i minori omosessuali a scuola. Le responsabilità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti.

Mercoledì 16 dicembre Elisa Virgili Archivio Queer Italia

Il progetto Archivio Queer Italia: una piattaforma per teoria, arte e attivismo

Mercoledì 13 gennaio Fabio Ferrari Franklin University Switzerland

Che cos’è la famiglia queer? Ideologie lgbt, desiderio, e riproduzione umana in un contesto globale

Mercoledì 27 gennaio Massimo Fusillo Università dell’Aquila

Generi e ruoli: seduzione, compulsività, sadomasochismo

Mercoledì 10 febbraio Federico Oliveri Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace – Università di Pisa

Disobbedire ai confini: i migranti come soggettività queer

Mercoledì 9 marzo Gina Gioia Università di Viterbo

Queer Legal Theory: qualche sviluppo nell’ordinamento italiano

Mercoledì 23 marzo Rachele Borghi Universitè Paris IV Sorbonne

Performare la geografia, queerizzare gli spazi

Mercoledì 6 aprile Lorenzo Bernini Centro di ricerca PoliTeSse - Politiche e Teorie della Sessualità – Università di Verona

Il sessuale politico: dal freudomarxismo alle teorie queer antisociali

Mercoledì 20 aprile Alessandro Grilli Università di Pisa

La normalità come performance: funzioni (e disfunzioni) degli scambi sociali coercitivi nella rappresentazione letteraria

Mercoledì 4 maggio Silvia Antosa Università di Palermo

Identità queer e spazi della performatività

Mercoledì 11 maggio Gabriele Bizzarri Università di Padova

Queer e identità periferica: l'America latina oltre il postcoloniale

Mercoledì 18 maggio Laura Corradi Università della Calabria

Profili del desiderio e politiche della bisessualità

 
Perché allatto da ben cinque anni? Perché sono un animale

di Eva Melodia


Allatto senza interruzioni da più di cinque anni. 
A parecchie persone sembrano tanti, lo so. 
Per intendersi, sono circa il numero di anni durante i quali vengono sfruttate le mucche da latte e per loro, poveracce, incatenate, ingabbiate, violentate... per loro sono un tempo infinito che per di più termina con l’ignobile atto infame dell’uccisione. Dopo che ci hanno nutriti (obbligate, sia chiaro) come fossero nostre madri e più delle nostre madri, ecco che un bel colpo in testa ne cancella la dignità e con essa il senso del dono del latte materno.
Per le femmine umane invece, no, non sono tanti. Per me di sicuro non lo sono stati perché, anche se non sono una mucca, resto un animale e per la precisione un mammifero per il quale allattare a lungo rientra nelle capacità assolutamente fisiologiche.
In questi cinque anni ho acquisito una certa esperienza personale, mi sono documentata parecchio, e ne ho anche viste davvero di tutti i colori.  Questo non significa che sia un guru sull'argomento. Ho solo avuto tempo e modo di riflettere approfonditamente sul tema dell'allattamento naturale a termine, di pormi delle domande ed infine di trovare le mie risposte.
Cercherò di essere leggera in questa mia critica dell'esistente, perché so che potrei ferire delle donne che di fatto non hanno allattato i propri figli. Vorrei fosse chiaro che il mio non è un giudizio verso alcuna delle loro scelte sull'allattamento. 
Al contrario il mio è un attacco diretto esclusivamente alla permanenza nella cultura umana di quello che chiamiamo specismo, con i suoi fronzoli teorici, i quali a parer mio sono estremamente dannosi poiché influenzano la formazione culturale del nostro tempo, l'organizzazione sociale umana a qualsiasi latitudine, e purtroppo determinano anche interferenze con la fisiologia umana senza scrupolo alcuno, anche quando si tratta di permettere ad una persona di instaurare il più semplice dei legami con la più semplice delle creature che un umano possa incontrare: il neonato.

L'intera "baracca medicalizzante" che regna sovrana quando si tratta di gravidanza e parto la dice già lunga sull'approccio culturale (ed al momento preponderante) rispetto ad eventi fisiologici come la nascita di un bambino, e cioè quello votato al controllo.
Diverse persone ne sono sempre più consapevoli, per questo esiste una crescente richiesta di  naturalità o di ritorno ad essa nelle procedure che accompagnano questi delicati momenti perché al contrario, Il neonato, nel paradigma sociosanitario fondato sul controllo e sulla vendita di prodotti finalizzati ad esso, non è affatto considerato come la creatura più semplice.  
A ben vedere, sfruttando il bisogno genitoriale di prendersene cura, diventa il soggetto più complesso e complicato,  oggetto da tenere rigorosamente sotto  l'occhio attento di un medico. I neonati sono così da normalizzare  con profilassi e prevenzioni varie, integratori e prodotti medicali, al fine di ridurre presunti rischi apocalittici. Infine sono da  indirizzare,  da guidare e trattare con mezzi e strumenti adatti - cibo dedicato, prodotti dedicati, oggetti studiati apposta, -, a suon di corsi preparatori e acquisti in parafarmacia.

Quando troviamo un gattino in strada però, tutto sommato questa patologica "sindrome da controllo" che sembra cogliere di colpo ed interamente le famiglie, non ci coglie, neppure quando riversiamo sulla creatura pelosa il massimo dell'affetto.
Eppure il "gattino" è una creatura ben diversa da un umano, e questo di sicuro complica il suo accudimento nonostante la sua semplicità di neonato. Anche volendo, non potendo accudirlo come una madre gatta, è più complessa la relazione e la cura di un cucciolo di una specie così radicalmente diversa dalla nostra, ma lo stesso, è tanto se lo portiamo a sverminare da un veterinario.
Di più. Se abbiamo a che fare con un gatta gravida e decidiamo di accudirla, non è affatto scontata l'azione di portarla da un veterinario. La maggior parte di noi l'accudirebbe con amore e con semplicità e un minimo di informazioni di base, lasciando fare alla fisiologia così che presto e quasi sempre senza intoppi, avremmo una allegra combriccola di gattini che mai ci verrebbe in mente di allattare con latte artificiale avendo a disposizione le puppe di una madre sana e disponibile...
Ci verrebbe mai in mente di pesarli, se non solo riscontrando gravi deficit di crescita? Ci verrebbe mai il dubbio che il latte della gatta possa non essere "sufficiente/abbastanza ricco/nutriente"? Ci verrebbe mai l'idea dell'"aggiunta"?
Ci verrebbe mai in mente di separare i cuccioli dalla madre e dare loro da mangiare con il timer ogni tre ore anziché lasciarli con la madre a gestirsi in autonomia fame e allattamento?
Secondo me no, se non sotto l'influenza nefasta di un veterinario che dall'alto delle sue competenze volesse insinuarci qualche assurdo tarlo, come infatti purtroppo è accaduto in pediatria su vasta scala negli ultimi 50 e in tutto il
mondo.

A tutt'oggi ancora, quando si tratta di neonati umani, i tarli sono insinuati (e non con rarità) proprio dalla figura corrispondete al veterinario in ambito sanitario umano: il pediatra. Questa figura, sulla quale si dovrebbe potere contare, risulta  invece spesso non avere neppure competenze basilari sull'allattamento (il pediatra!?!), approcciando la nutrizione del neonato con nozioni degli anni '50 e non raramente considerando la formula  (erroneamente chiamata "latte artificiale") come un valido sostituto delle tetta umana.  Questa è la mia esperienza, certo, ma una esperienza piuttosto allargata grazie alla mia volontà di indagare il fenomeno e che mi ha spinto verso lo studio e la raccolta di dati, ed anche all'ascolto delle esperienze di tante altre madri.
Quando va bene, questa ingerenza da parte del personale medico avviene in buona fede, ma genera lo stesso pessima fortuna per il neonato e la madre poiché anche solo la frequente prassi di "prescrivere" l'"aggiunta", crea una interferenza difficilmente sana bile  che porta troppo spesso ad interrompere l'allattamento al seno. Quando va male e li beccano, la società intera sembra cadere dal pero nel vedere questa categoria santificata, quella dei pediatri, con le manette per "spaccio" di "latte artificiale". Raramente, troppo raramente, si aprono gli occhi su un fenomeno che è sistemico, culturale e strettamente colluso con gli interessi di mercato.
Oltre a questo però, vi chiederete ancora cosa centri lo specismo...

Io invece mi chiedo come sia possibile per i sopracitati ed eventuali spacciatori di latte artificiale, convincere così facilmente moltissime donne a non nutrire in maniera adeguata i loro figli. Fomentando l'idea della carenza o assenza di produzione del latte e riescono a persuadere di ciò con una facilità incomprensibile se si considera quanto un genitore abbia realmente (di solito) intenzione di prendersi cura dei figli nel migliore dei modi, anche a costo di sacrifici personali.


Crediti Immagine: Michael Coghlan



L'unica risposta che risulta ragionevole è che esistano delle basi solide culturali, a monte del tarlo su cui lavorano con facilità i venditori di polverine, propedeutiche all'accettazione di informazioni altrimenti facilmente confutabili
e rifiutabili proprio  nell'interesse del bambino.

Esse si costituiscono durante le fasi educative di accettazione dello specismo, così copiosamente presente nel quotidiano conscio (ma anche nell'inconscio) degli adulti e dei bambini educati a suon di discriminazioni di specie, l'unico presupposto capace di convalidare affermazioni che partendo da  altri  assunti, considereremmo assurde.

Risvegliandosi alla triste realta, scopriamo come l'essere consacrati allo specismo ci abbia di fatto convinti che, in quanto umani, 
non siamo animali. Forse un "pochinoooooo", sì, ma  non proprio come gli altri. Certo, sì, la  scienza  insiste a definirci mammiferi. Ma non si intende  "proprio"  come le gatte! Sì è vero, nasciamo, cresciamo, invecchiamo e muoriamo come tutti gli altri animali, ma poiché l'ultima parte non ci aggrada tanto, l'illusione di essere altro-da-animali  ci permette di continuare a sguazzare nella vana speranza che si sia trattato solo di un missunderstanding  con Dio. Qualcosa è andato storto e per ora ci tocca morire, ahinoi, ma presto la scienza (che siede nel regno dei cieli al fianco di San Paolo) risolverà il problema riportandoci giustamente alla condizione di altro-da-mortali, ovvero immortali.

Negare l'animalità, la cui accettazione ci relegherebbe alla categoria di "esseri  finiti" e a tempo determinato, ci concede la ragionevole speranza di non essere davvero "mortali" come gli altri, di rifiutare il legame con la terra dei vermi, con la natura intesa come l'insieme delle impietose regole che distribuiscono vita solo per un tempo breve e definito.

Quello che ripetiamo nei gesti quotidiani ostinatamente è che no, non siamo animali mammiferi  come ad esempio le mucche.  Quelle sì che le puoi spremere per anni  in seguito ad una sola gravidanza, tanto che possono sfamare un quartiere da sole con il loro sacrificio.  Noi femmine umane invece, non essendo veramente animali, non possiamo contare come gli altri  mammiferi sulle mammelle, quale strumento massimo ottimizzato per, e finalizzato alla, sopravvivenza della specie. No. In noi il latte "va via", "si annacqua", può "non bastare", può "non essere abbastanza nutriente".
Eh, oh. Son questioni di specie.

Si vede, (come sostenevano i razzisti del  ku klux klan) che la condizione di "esseri superiori" (come ci raccontiamo di essere da molto tempo) comporta anche la fregatura di essere meno adatti alla sopravvivenza, più gracili, addirittura incapaci di allattare la propria prole, per grantire la sopravvivenza della specie... o no?
In questo calderone delirante di solito troviamo anche le tesi tali per cui saremmo la specie "dominante". Eppure dovrebbe apparire strano che la specie "dominante" sia così  incompiuta ed imperfetta da poter sfamare un solo bambino su due, tanto da dover lasciar morir di fame l'altro, salvo l'avere una farmacia nei pressi.
Grazie al cielo, questi sconclusionati ragionamenti si palesano solo discutendo con i convinti specisti, quelli che difendono la purezza e "superiorità del genoma" umano (quelli che, stringi stringi, anche quando si dichiarano anarchici magnapreti, finiscono con il tagliare corto come il più pio dei pretini), lasciandoti basito di fronte ad un tale dogma, di fatto religioso. Nell'ordinario tran tran invece, prospera l'assunto assurdo e sottaciuto capace di condizionare i comportamenti, più e meglio di qualsiasi sconclusionata teoria.

Tornando all'allattamento appunto, sappiamo che solo l'1% delle donne incombe in reale impossibilità di allattare, solitamente per gravi problemi di salute o altri limiti contingenti socio-sanitari, quali complicanze al parto o gravi problemi di salute della madre e del bambino. Lo sappiamo perché laddove non esiste l'alternativa, come in alcune regioni dell'Africa, laddove il cibo è un lusso che di sicuro non si compra come un bene di lusso in farmacia, dove l'acqua è un veleno perché contaminata, dove solo le donne che davvero non possono, non allattano, si raggiungono quote medie del 95%. Tenendo conto delle maggiori difficoltà sanitarie di quei paesi, è evidente che nelle nostre opulenti società, il tasso di donne perfettamente in grado di allattare dovrebbe essere ancora più alto.

Scopriamo invece che nella virtuosa Toscana, nonostante  l'apparente avanguardia nella promozione dell'allattamento al seno rispetto al resto dell'Italia, solo il 70% circa delle donne allatta alla dimissione dall'ospedale dopo il parto, e che la percenutale precipita dopo un mese, dopo tre mesi, e al sesto mese del neonato solo il 31% delle donne allatta ancora nonostante le raccomandazioni dell'OMS ad allattare in maniera esclusiva almeno fino ai sei mesi compiuti .
Come è possibile dunque, che addirittura il 30% delle donne non allatti (neppure per pochi giorni) il proprio bambino e che sia convinta che la cosa resti tutto sommato sana e/o giustificabile?
In primis, come già suggerito, c'è l'idea (decisamente confutata ormai da parecchio tempo!!) secondo la quale la formula  sarebbe il corrispettivo a pagamento del latte materno, solo che pure più comoda perché i neonati lo puppano in fretta, poi dormono come sassi, e si può delegare all'ingrato compito anche il babbo, ed anche di notte.
Peccato appunto che si tratti di una idea scientificamente inconsistente. Al contrario, accontentarsi di quei preparati liquidi e bianchi, così falsamente ed apparentemente simili, significa rinunciare a tutti i componenti viventi e specie-specifici presenti nel latte materno come enzimi, anticorpi e batteri buoni, che sono di fatto il vero nutrimento  per il bambino.
Un tempo c'erano le balie a sfamare i neonati. Certo, erano vittime tra le tante vittime di un sistema classista, ma che almeno riconosceva l'importanza dell'allattamento. Successivamente sono state create le banche del latte, per raccogliere almeno in parte la preziosa composizione di questo prodotto fisiologico che niente può comparare... 
Poi, grazie al consumismo ed anche al più sfrenato scientismo, tutto ciò è praticamente scomparso sostituito da barattoli di surrogato in polvere prodotto in laboratorio. 
Vuoi che un ometto in camice bianco non si capace di  formulare una brodaglia bianca eguagliando l'evoluzione? Figuarati! I latti artificiali sono pure testati (sugli animali ovviamente)! Cosa ci sarà mai di più sicuro, innocuo, adatto, visto che sono stati studiati apposta? Ci sarebbe da chiedersi: "ma apposta per cosa?".
Inoltre, chi ha avuto un po' di esperienza con i neonati e magari un po' l'occhio lungo, anche solo con uno sguardo noterebbe la differenza tra il latte materno e quello artificiale.
Molto poco elegante da dire forse, ma efficacie come esempio, è l'osservazione della cacca del bambino. Il neonato allattato al seno produce una sostanza giallo-arancione, viscida, semiliquida, e dall'odore inconfondibile di yogurt...i fermenti lattici (prima linea di difesa immunitaria di tipo "generico", da cui dipende la formazione di una robusta flora batterica) nel latte materno sono talmente numerosi che l'odore è inconfondibile anche una volta espulsi.
Le feci del neonato allattato con la formula invece, sono di solito un impasto morbido e denso, spesso di colore verde. Sono l'icona del vero aspetto di questi composti farinosi, disciolti per risultare liquidi, e tinteggiati per sembrare bianchi come il latte (cosa che incide non poco nel dare l'illusione di essere sulla strada della "sana nutrizione") e privi di qualsiasi sostanza attiva.
Tutto ciò, da tempo, mi fa riflettere e scontrare con il resto del mondo anche se devo ammettere, le cose stanno migliorando grazie all'impegno sopratutto di una classe professionale semi-dimenticata, quella delle ostetriche.
Il mio cruccio nasce dal rendermi sempre più conto che le "basi speciste" ci impediscono non solo di fondare la società umana sull'empatia invece che sulla misera competizione, nel nome di miti incredibili e già screditati ma lo stesso duri a morire, ma anche ci inducono ad interferire con la cura delle creature di cui la società si fa vanto di avere massima attenzione!
Ho visto donne piangere sotto la pressione di pediatri da manicomio,  sgridate perché il figlio non "prendeva peso" secondo le "tabelle di crescita" e cedere ai ricatti di questa mentalità che infiltra dubbi in tutta la famiglia. 
L'obbiettivo è chiaro, lampante: la madre si deve sentire in colpa, inadatta, e deve giungere a credere il prodotto di sintesi venduto in farmacia migliore del proprio latte animale
Non metto in alcun modo in dubbio le reali difficoltà delle donne nell'accudimento dei neonati. Anzi, magari già provate dalla fatica e sollevate dall'incarico tutto materno di sfamare con il proprio corpo il piagnucoloso neonato, magari impreparate a spiegarsi perché quel mucchieto di ossa voglia stare attaccato al seno anche 24 ore su 24, per talune di loro è irragionevole resistere alla sentenza del luminare che prescrive l'aggiunta.
Essa però, sia chiaro e lo si sa da sempre, interferisce con la produzione di latte materno rendendo le concomitanza difficile, quasi impossibile.
Per altro, non ho mai sentito di pediatri che nella fase delicata del primo mese (durante il quale il bambino starebbe appiccicato come una cozza alla madre per stimolare il suo seno a produrre il latte necessario) incoraggiassero le donne rassicurandole per ridurne l'ansia. Nessuna sentenza dall'alto delle loro lauree, che si tratti solo di una fase fisiologica necessaria e salubre, e che sarebbe irragionevole spaventarsene. 
Eppure da cinque anni non faccio altro che parlare con altre donne e cercare di sostenerle, quindi di racconti sulla gestione del pediatra dell'allattamento ne ho sentiti davvero tanti. Sarà un "caso statistico"? Mah, certezze non posso averne senza dati puntuali alla mano, ma suggerisco la necessità di indagare seriamente in che modo le donne vengano davvero tutelate dalla classe medica in queste delicate fasi.
Di fatto solo le ostetriche, e non sempre, cercano di  proteggere l'allattamento, di sicuro comunque solo per ragioni sanitarie. Pochi di noi meditano sulla natura  tutta animalesca degli umani in quanto mammiferi, esplicita nello sfamare con la mammella il proprio cucciolo.
Non ho sentito di nessun sanitario che abbia mai spiegato ad una neomamma che è proprio la  sua animalità a garantirle tutto il latte che le serve, tutto quello che serve in assoluto e che tanto basta.
Negli anni, ho visto anche qualche madre resistere con grinta, magari cambiando pediatra (anche mandandoli allegramente al diavolo), riuscendo così quasi sempre a raggiungere l'auspicabile traguardo dell'"allattamento a termine".
Costoro, si può dire, hanno reagito in difesa del proprio latte e del proprio bambino e forse inconsapevolmente, in difesa della propria animalità... quella che ci è necessaria e che rende quindi la fine dello specismo auspicabile non solo in quanto obbligo morale ed etico, ma anche quale necessità di specie.

Marco Reggio

Etica ed etichette: il veganismo entra nei supermercati?[1]

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non è il solito (demagogico) articolo contro i supermercati vegan. Non è certo un articolo a favore, ma vorrei provare ad affrontare la questione da una prospettiva  diversa rispetto a quella usuale.

Un po' di anni fa, lo stile di vita vegan era la modalità più ovvia di proporre i temi antispecisti al “pubblico” generico e alle singole persone. Lo slogan “go vegan”, che sintetizzava il proposito di convertire una a una le persone in quanto consumatori/trici, poteva persino costituire un modo di esprimere una radicalità, una presa di distanza dagli approcci zoofili e protezionistici. In modo quasi scontato, questo atteggiamento di ambiguità rispetto al carattere più o meno politico della questione (che oscillava tra la semplice scelta rispetto a differenti stili di consumo e l'affermazione di una presa di posizione incarnata contro i mattatoi) produceva una miriade di discorsi che, oggi, molt* attivist* considerano problematici: dal veganismo come efficace strumento di boicottaggio di un intero settore all'uso di argomenti indiretti quali la salute umana, gli sprechi di risorse, l'inquinamento, ecc.; dalla fissazione sulla parolina magica “vegan” al purismo delle varie “polizie vegane”, eternamente in cerca di birre da vietare perché chiarificate con l'albume d'uovo, di quantità infinitesimali di sostanze animali nelle caramelle, indaffarate nell'aggiornamento maniacale di vere e proprie liste di proscrizione con i vari E120[2] ad uso dei “veri vegani”. Quando qualche attivista[3] si proponeva di (ri)portare l'attenzione sullo sfruttamento di animali, il purismo vegan faceva molta fatica a mettersi in discussione, e spesso tacciava le voci critiche di disfattismo.

 

La conquista del supermercato

Nel frattempo, lo stile di vita vegan si affermava sull'unico terreno su cui si era impegnato, quello del consumo. A furia di elaborare strategie di propaganda basate sul presupposto della riduzione delle persone (soggetti? cittadin*? individui? Usare un termine o l'altro non è indifferente, ma ai fini del presente discorso non è poi così importante) a meri consumatori, si è ottenuto un primo “risultato”: i reparti alimentari dei supermercati hanno iniziato ad adeguarsi, o meglio a fiutare l'affare. E, infatti, ora traboccano di seitan, tofu e biscotti “cruelty free”. Anche sorvolando sul fatto che i supermercati stessi costituiscono un problema (una banalità di base di recente riscoperta persino da alcuni sacerdoti dell'antispecismo), in questi templi del capitalismo non cessano naturalmente di fare mostra di sé i pezzi dei corpi animali dei reparti di macelleria e pescheria. Anzi, questi reparti si ingrandiscono senza sosta.

E i sostenitori dello stile di vita vegan?

Molti di loro si sono accorti – di solito senza sentire alcuna necessità di fare autocritica – che qualcosa non quadrava. E hanno, di conseguenza, assunto posture critiche nei confronti del consumo vegan. Lo hanno fatto nei modi più disparati, ma in genere senza mutare davvero atteggiamento, forse proprio per mancanza di autocritica. Credo che una breve disamina delle reazioni più diffuse, tra quelle che riscuotono maggiori consensi fra i/le vegan animalisti/antispecisti in Italia, possa essere utile per comprendere alcuni aspetti meno discussi della questione.

 

Dallo stile di vita alla filosofia di vita...

Una prima reazione consiste – nulla di originale, in sé – nel mutare le parole d'ordine. Per esempio, lo “stile di vita vegan” con il suo corredo di “diventa vegan”, “ogni vegan salva x animali al giorno”, “non consumare derivati dello sfruttamento animale è un imperativo morale”, è potuto facilmente diventare “filosofia di vita vegan” (o altre varianti). Il problema è che non c'è sostanzialmente nulla che distingua la prima formulazione dalla seconda. La “filosofia di vita”, infatti, è sempre una presa di posizione individuale, assunta da un soggetto autonomo, razionale e a-relazionale (il tipico soggetto liberale occidentale, insomma); è un'assunzione di responsabilità che si diffonde poi in modo sostanzialmente moralista (talvolta quasi colonialista), che pretende di imporsi agli altri dall'alto della sua inattaccabilità argomentativa, che costituisce un perfezionamento dello stile di vita, una sua estensione a tutti gli aspetti dell'esistenza, ma pur sempre a partire dal soggetto-consumatore. Più sinceramente, però, sorge il dubbio che ad una parola screditata (“stile”) in quanto associata al tema delle “mode” passeggere, dei trend più o meno giovanili, delle “tendenze”, si sia voluta sostituire una parola più “nobile”. In effetti, “filosofia” fa più figo. Come negli altri casi, il punto è che l'abbandono dello stile di vita/consumo non è nato da una critica ragionata, ma dalla semplice necessità di distinguersi da un discorso che era via via meno etichettabile come discorso di minoranza, e quindi come discorso radicale. Questo caso è comunque relativamente marginale, e non ha avuto un successo particolarmente significativo.

 

Sempre più vegan

Un grande filone di risposte al fenomeno dei supermercati vegan è invece quello della radicalizzazione, dell'approfondimento dei requisiti del consumo vegan. Se l'ingiunzione a rifiutare carne, pesce, latte e derivati, uova e miele è ormai assumibile nella pratica quotidiana con relativa semplicità, è sempre possibile irrigidire questa ingiunzione, modificando pezzettino per pezzettino la definizione stessa di prodotto vegan. Per esempio, si potrà sostenere che alcuni ingredienti, anche se non derivano direttamente dallo sfruttamento animale, non sono etici, il che significa “eticamente non accettabili per il bravo vegano”. L'olio di palma, la cui produzione è causa di deforestazione, depauperamento dei suoli e, indirettamente, sofferenze e morte per molti animali, potrebbe quindi non essere soltanto oggetto di un boicottaggio o di una denuncia parallela, aggiuntiva rispetto a quella di chi sottolinea la violenza insita nella produzione di carne, latte e uova. L'olio di palma, pur essendo un prodotto vegetale, può, secondo questa logica, rientrare fra gli ingredienti “proibiti” in un prodotto che si definisca vegano. Questo significa che “vegan”, pur di non essere associabile ad alcun articolo della grande distribuzione, diventa un termine ombrello che significa tutto e niente. Consideriamo che un analogo discorso può essere fatto (e viene fatto!) non solo per gli ingredienti, ma anche per le modalità di produzione e per i soggetti che producono. Sfruttare i lavoratori è, ovviamente, una pratica a dir poco criticabile, ma con questa logica può divenire un ulteriore criterio per determinare cosa non è vegan. Similmente, le modalità di produzione che si basano su tecnologie altamente inquinanti possono rientrare fra i candidati a indicare il prodotto da escludere dalla dieta vegan: siamo sicuri che la soia sia davvero vegan? E il riso ogm? E ci sono poi i produttori, appunto. Se un produttore di biscotti vegan perfettamente compatibili con quanto detto sin qui fosse anche un produttore di merci che tanto compatibili non sono? O, peggio, se fosse una multinazionale? O, di peggio in peggio, una multinazionale della carne?

In sostanza, stiamo parlando di tutto e di niente, come si diceva sopra. “Vegan” significa “senza derivati animali e rispettoso di umani, ambiente, diseguaglianze sociali, ecc.”. Insomma, qualcosa come “vegan + equo e solidale”. Oppure, significa: “eticamente accettabile da tutti i punti di vista possibili” (!).

Una breve parentesi per chiarire un aspetto forse banale. Chi scrive non vede di buon occhio gli ogm, né lo yogurt di soia Granarolo, né le linee di biscotti Esselunga, né tantomeno la produzione attuale di olio di palma ad uso dei ricchi consumatori occidentali. Non è questo il punto. La lotta contro alcuni prodotti, alcuni produttori o contro alcuni fenomeni come lo sfruttamento lavorativo, l'espropriazione delle terre delle piccole comunità da parte delle multinazionali, la pubblicizzazione di prodotti cancerogeni come se fossero innocui, sono tutte lotte degne di essere intraprese, quanto la lotta contro lo sfruttamento animale (che peraltro non è da esse slegata). Il punto è se chi è interessato al termine “vegan” per questioni identitarie abbia compreso che addossando a tale termine la responsabilità di individuare senza appello tutti i mali del mondo se ne faccia un termine inservibile, inutile anche a denunciare quella forma di violenza che, avendo come vittime dei soggetti scarsamente considerati dall'opinione pubblica, necessita forse di una denuncia più forte e, soprattutto, più esplicita. Per questo, una critica delle “repliche” ai corner vegan nei supermercati avanzate da parte di chi ha a cuore il termine può fare emergere alcuni spunti utili alla liberazione animale.

 

“Non basta essere vegan”: dal supermercato vegan al super vegan

Il secondo grande filone delle risposte di chi, fino a poco tempo fa, ripeteva fino allo sfinimento lo slogan “go vegan”, è quello di mantenere, grosso modo, la definizione classica di prodotto “cruelty free”, spostando l'attenzione sulla posizione politica generale di chi mangia vegan. Chi mangia vegan, si dice, è – fatta eccezione per i salutisti e qualche ambientalista – animalista o antispecista. Critica cioè la discriminazione di specie, o l'antropocentrismo, o comunque le pratiche di violenza ai danni di tutti gli animali (con maggiore o minore consapevolezza del fatto che gli umani sono anch'essi animali). E siccome questa posizione – prosegue il ragionamento - deve confrontarsi, in qualche modo, con un assetto mondiale che è fatto di ingiustizie e di distribuzioni di potere inique sotto diversi aspetti, che esulano dalla sorte degli animali non umani oppure la implicano ma in modo meno diretto da come siamo abituati a pensare (gli ogm, Granarolo, Esselunga, l'olio di palma, ecc...), la parola “vegan” designerà solo un aspetto parziale della presa di posizione critica. Al vecchio “go vegan” si sostituisce dunque una retorica fatta di “essere vegan non basta”, “essere vegan è solo il primo passo”, “vegan perché antispecisti”, e così via. Beninteso: slogan condivisibili, tutto sommato. Il problema è però più sottile. La fiducia nel proselitismo vegan svanisce nonostante il successo ottenuto, perché ci si accorge che si tratta di una vittoria di Pirro. L'aumento del numero di vegan non significa automaticamente aumento di individui disposti a prendere posizione sullo specismo, e se la maggiore facilità ad alimentarsi senza prodotti animali promette di spingere verso un ulteriore aumento dei consumatori “animal friendly”, innescando un circolo virtuoso, è anche vero che questo circolo virtuoso riguarda soltanto l'ambito del consumo. Il che era francamente prevedibile, ma questo è un altro discorso. Il punto importante qui è che molt* si sono accorti di aver puntato sul termine sbagliato, perché questo termine è sussumibile dal capitalismo che – si sa, almeno fuori dai circoli antispecisti – è in grado di riassorbire qualsiasi istanza, dal pacifismo al comunismo, dall'anarchismo alle rivendicazioni delle comunità LGBT. Dopo essersi accorti di questo prevedibilissimo fenomeno, hanno pensato, semplicemente, di alzare la posta. “Vegan” è un termine recuperabile dal mercato? Può essere facilmente fagocitato, rimasticato e reimpastato persino per promuovere lo sfruttamento animale? Proponiamo un altro termine, meno ambiguo. La proposta, manco a dirlo, è “antispecista”.

Il problema non è tanto se questa proposta sia sensata o meno, ma che fondi la propria forza sulla potenza della parola in sé. È ovviamente possibile – e utile – discutere della terminologia, se la discussione verte sul significato dei termini[4]. Spesso l’etichetta di “antispecista”, quando viene proposta come soluzione delle contraddizioni dei/lle vegan, porta con sé pochi o nessun contenuto di reale critica al veganismo. Ne costituisce, insomma, un superamento puramente terminologico.

Di fatto, l’”antispecista” non è altro che un vegano 2.0.

In questi casi, “antispecista” può per esempio rimandare all’immagine di una persona vegan ma attenta ai problemi dello sfruttamento umano. In aggiunta al boicottaggio dei derivati animali, il “super vegan” esprimerà il proprio dissenso verso il capitalismo trasferendo semplicemente la propria modalità di lotta ad altri ambiti, allargando cioè (all’infinito?) la gamma di prodotti “vietati”. Non avendo sottoposto a critica il consumerismo vegan – e avendo frainteso il senso della sua inadeguatezza politica -, non farà altro che riprodurlo, propagarlo, sostenendo per esempio che McDonald’s si sconfigge principalmente... non entrandoci. Un errore strategico la cui portata diventa ancora più ampia: il rimedio è peggiore del male.

In altre versioni, “antispecista” significa semplicemente “consumatore vegan avverso alla grande distribuzione”. In questi casi, la soluzione al supermercato vegan è quella di disertarlo, continuando a proporre – in sostanza – uno stile di vita vegan, ma questa volta attento ai temi del km zero, del biologico, dell’autoproduzione. Ancora: il problema non è se il cibo bio o autoprodotto siano  cattive pratiche (anzi, è il contrario), ma se possano costituire una risposta politica al recupero della domanda vegan come target di consumatori da soddisfare.

In altri casi ancora, “antispecista” rimanda a un veganismo che rifiuta con sdegno motivazioni che non siano etico-politiche. Il vero antispecista sarebbe quello che compra i biscotti senza latte e uova solo perchè non vuole uccidere i vitelli e le galline. Anche questo – che è uno spostamento d’accento per me molto condivisibile – si rivela inutile se è declinato in termini di consumo. E infatti, puntualmente, dopo la diffusione delle merci vegan, spuntano anche i “biscotti antispecisti”. Gli antispecisti inorridiscono, ma sbagliano clamorosamente il bersaglio: “l’azienda che li produce non è antispecista!”, “è una multinazionale!”, “se i biscotti sono antispecisti non si possono trovare il supermercato, per definizione”. Tutto ciò è grottesco, e talvolta il grottesco è un sintomo di derive identitarie. In realtà, se non si fa autocritica sul fatto di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, per anni, che una posizione etica può essere rappresentata da un’etichetta, è inutile radicalizzare la propria etica, per poi scoprire che può essere sempre contenuta in un’etichetta, e che il terreno di scontro saranno sempre... i biscotti.

La questione è – letteralmente – se l’etica possa diventare un’etichetta, cioè una certificazione con una lista di ingredienti. Non aver colto che una presa di posizione etica (politica) non è esprimibile come somma di requisiti (la dieta vegan + il boicottaggio dell’olio di palma + un po’ di antisessismo e antirazzismo q.b., per esempio), rende insormontabile il problema delle etichette, di quelle etichette vegan che si stanno moltiplicando nei supermercati.

 

Spostare l’asticella della purezza?

Temo che qualsiasi proposta di sostituire “vegan” con una nuova etichetta sia poco produttiva, se prima non si è decostruito il veganismo per come lo conosciamo, e cioè come una pratica connotata da due vizi di fondo. Il primo è, come si è detto, quello di accettare acriticamente le regole del gioco del capitalismo, per cui i soggetti sono anzitutto consumatori, le ingiustizie sono l’effetto di tare individuali e il volontarismo è il comune denominatore di ogni soluzione possibile: ognun* cambia le proprie abitudini quotidiane, e il mondo cambierà radicalmente[5]. Come si è visto, questa logica può essere facilmente estesa a piacere: come c’è un consumo vegan, potrà esserci un consumo “antispecista”, “vegan etico”, ecc.

Il secondo vizio di fondo è quello identitario. Al di là del modo in cui si intendono le parole-chiave, l’attenzione stessa alle parole in sé è problematica. O almeno lo è il modo in cui la scelta delle etichette finisce per farla da padrona nel dibattito. Provate a discutere in un gruppo di vegan, un blog, un forum o – meglio ancora – su un social network, del fatto che ormai è facile trovare il cappuccino di soia o la brioche vegan al bar. Vi imbatterete in:

- quell* che se ne rallegrano, perché il mondo sta finalmente cambiando;

- quell* che sostengono che questo significa poco, in quanto dentro alla brioche c’è l’olio di palma;

- quell* che ricordano che l’unica soluzione è farsi i dolci in casa;

- quell* che più sottilmente dicono che non si tratta di una vittoria, ma in compenso è un segnale di attenzione (ci temono? vogliono comprarci a suon di cornetti?);

- quell* che dicono che dovrebbe diffondersi l’antispecismo e non il veganismo (come se l’antispecismo potesse diffondersi nelle vetrinette dei bar).

Immancabilmente, la discussione finirà su che cosa o chi si può definire vegan. Qualcuno dirà che quella brioche non è vegan, qualcun altro che il vero vegan non compra le brioche, oppure che il punto è se un vegan che compra il cornetto sia un vero antispecista, che cosa sia un vero antispecista, e così via. È evidente che al centro delle nostre preoccupazioni non c’è un progetto politico in grado di evidenziare la violenza sugli animali mettendola in connessione con il neoliberismo, né una tensione verso un veganismo destabilizzante[6] e anticapitalista, ma soltanto un’ansia identitaria che ben si sposa con l’attenzione agli stili di consumo.

Questa ossessione per l’identità, intesa come una continua (ri)definizione di chi o cosa può essere incluso nella comunità (nel senso più negativo del termine), struttura tutto l’impegno all’allargamento della base di attivist*, argomento di cui si parla da molto tempo. “Allargare la base”, cosa che spesso coincide con “veganizzare”, significa troppo spesso adoperarsi affinché nuovi soggetti aderiscano ai rigidi requisiti che possono farne membri della nostra comunità. Per inciso, questo identitarismo comunitario è responsabile anche della violenza verbale ed escludente che spesso si scatena contro i/le vegetarian*, talvolta trattati peggio degli onnivori[7].

Come sottolinea Maurizi nel testo citato sopra, anche se le riflessioni “teoriche” sono importanti, esse non possono sobbarcarsi l’onere di decidere delle strategie reali, le quali si svilupperanno solo nel movimento reale, nei gruppi che realmente si troveranno a discutere e decidere gli obiettivi di breve e medio termine. Ma se il “movimento” è identitario, gli obiettivi saranno decisi in funzione di un criterio unico e sommo: l’autoconservazione.

Come uscirne? Certamente, come dice Chloë Taylor[8], dovremmo forse smettere di dire che “siamo vegan” per dire invece che “mangiamo vegan”. Ma siamo sicur* che questo sia sufficiente, se poi ci affanniamo a dire che “siamo antispecisti”? Anche questo “ci”, questo “noi” cui faccio riferimento non deve essere dato per scontato: in questo contesto, si rivela parte del problema. Persino parlare di quanto emerso finora sembra necessitare di un “noi”, di un’appartenenza comune da cui proferire parola, un’appartenenza che è già, però, fin dall’inizio, un punto da mettere in discussione, forse il punto da mettere in discussione.

Ma anche dando per scontato che si debba per forza partire da un “noi”, seppur senza connotazioni troppo identitarie – per rispondere al quesito se sia sufficiente “alleggerire” il veganismo come nella proposta di C. Taylor – si può forse riflettere su un altro aspetto della questione. Invece di affannarci a definire chi è “con noi”, non sarebbe più produttivo investire energie nel ricercare la relazione con altri soggetti con cui condividere lotte, percorsi, incontri e saperi, apert* alle possibilità di reciproca contaminazione e senza dover per forza giocare il gioco dell’inclusione/esclusione, della distribuzione di patenti di antispecismo? Il rischio – da correre – è che si scoprano relazioni e prospettive che da dentro il recinto della nostra “comunità vegan” non siamo neanche in grado di scorgere.



 


 

NOTE

 

1 Ringrazio feminoska e Aldo Sottofattori per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti durante la stesura dell’articolo.

2 La sigla E120 è puramente casuale: chi scrive non si interessa dei nomi dei vari additivi usati dall'industria alimentare.

3 Un buon esempio è quello di Antonella Corabi: cfr. “Diffondere lo stile di vita vegan: una critica” (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica).

4 È il caso di Marco Maurizi che, di recente (Animalismo o antispecismo?, in “Liberazioni”, n. 22), ha proposto proprio di abbandonare il termine “animalismo” – e la centralità del veganismo – in favore di “antispecismo”. Che li si condivida o meno, sono però gli argomenti di Maurizi che sono interessanti e che dovrebbero essere oggetto di discussione, e non certo le parole che li riassumono (del resto, l’autore lo dice molto esplicitamente).

5 Ancora, per una critica di questa tendenza, si veda l’articolo di M. Maurizi, Animalismo o antispecismo?. Cfr., inoltre, Serena Contardi e Antonio Volpe, Editoriale, in “Animal Studies”, n. 7/2014.

6 Come è il caso del veganismo queer proposto da Rasmus R. Simonsen (Manifesto queer vegan, Ortica 2014).

7 Cfr. Marco Reggio, Che cosa rappresenta il veganismo?, antispecismo.net.

8 Foucault e "l'etica del cibo", in “Liberazioni”, n. 19/2014.

Fonte: intersexioni.it

Dignità delle persone e autodeterminazione:

oltre i confini del binarismo di sesso/genere

di Michela Balocchi ed Egon Botteghi

Le intersezioni di intersexioni

Il collettivo intersexioni nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un piccolo gruppo eterogeneo di persone, già legate tra loro da esperienze pluriennali di collaborazione sul tema dei diritti umani e legate anche da forti rapporti di amicizia e stima reciproca. L’eterogeneità del gruppo è data da molteplici fattori: proveniamo da diversi percorsi lavorativi ed educativi, cosa che ci arricchisce reciprocamente; da diverse aree geografiche, cosa che ha reso la nostra presenza sul territorio più diffusa di quanto lo possa essere un’associazione con base locale; da diverse appartenenze o non-appartenenze identitarie e vari sono i nostri posizionamenti (2), cosa che ci rende buone alleate, decisamente allergiche a essenzialismi e determinismi biologici (3). Ci accomuna l’interesse per l’analisi delle cause delle discriminazioni basate su caratteristiche ascrittive, così come di quelle economiche e sociali, l’impegno all’elaborazione teorica unito al desiderio di incidere concretamente sulla realtà per contribuire a cambiarla, a migliorarla, la contaminazione tra teoria e pratica, tra accademia e militanza e soprattutto uno sguardo intersezionale dai margini, anche come studiose di confine (4).

Quello di intersexioni è sicuramente un progetto ambizioso e complesso. Siamo state le prime, e al momento siamo le uniche, in Italia ad unire l’impegno sul tema della conoscenza scientifica delle questioni intersex e dell’advocacy per i diritti umani delle persone con tratti intersex/dsd (5) all’analisi di altre aree che vedono diritti umani violati e forme di oppressione e di prevaricazione per genere, identità ed espressione di genere orientamento affettivo-sessuale, caratteristiche somatiche ed etniche. Se alcune di noi già lavoravano, dal punto di vista teorico e/o pratico, alla decostruzione delle strutture di potere collegate alle ideologie genderiste, sessismo, omotransintersex-negatività e razzismo, evidenziandone interconnessioni e forme di produzione e riproduzione macro e micro sociali, a questo si è unita – fin dalla fondazione del collettivo – una riflessione sullo specismo, che ci ha aiutate ad approfondire, da punti di vista per molte di noi inediti, le radici comuni tra le diverse forme di dominio e di violenza, di cui si possono riscontrare le origini comuni nell’economia e ideologia pastorale e patriarcale (Mason 2007).

 

Continua su intersexioni.it

 

 

 

Bisogni di leggerezza

 

Il variegato panorama mainstream ci offre, specie negli ultimi tempi, delle perle di saggezza a cui si non possiamo rimanere indifferenti.

Per chi pensava che oltre al filone stile PETA (belli, famosi, ricchi e possibilmente bianchi) non si potesse più andare, ebbene, certe nostrane spontaneità dimostrano il contrario. Può capitare, infatti, nel nostro Paese che avvicinandoti a un tavolo informativo per prendere un volantino si diventi vulnerabili all'incontro ravvicinato col membro sventolante, momentaneo sponsor appena di ritorno dell'Isola dei Famosi. E se si auspicava che l’abuso di certo nudismo prèt a porter, di cui forse è andato perduto il significato rivendicativo, ecco che arriva in rete il trailer di Vegan Chronicles. Una figa-ta!

All’insegna del ‘famose ‘na risata’ (a spese dell’artri) confermando in modo imbarazzante tutti gli stereotipi del caso, ci viene proposto in salsa rosa uno dei leit motiv più gettonato da quella stessa cultura del dominio e del controllo di cui siamo intrisi e che accomuna tutti: la vagina.

Chi conosce un testo fondamentale come ‘The Sexual Politics Of Meat’ scritto daquella buontempona di Carol Adams, ha più o meno intuito come ‘stupro degli animali’ e ‘corpo delle donne’ siano elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

(per parziale presa visione qui il link).

Di che si tratta? In sostanza i due giovani/sprovveduti/ingenui/vegani autori – cosa si sono immaginati di proporre in risposta ai cassamortari che postano sul loro sito foto (credendole provocatorie) che li ritraggono sorridenti accanto a poveri animali sgozzati? Una terapia radicale a base di vagina, come scientificamente sottolineano i due bravi.

Niente di nuovo, dunque.

Gli autori/interpreti mostrano alla telecamera, tramite un altro pc, una grande vagina-tipo. “C’è un’entrata e poi un corridoio, e se la situazione lo consente una seconda uscita" Uau!!! Ma chestile! Ammiccano e ridacchiano. Si capisce chiaramente che sono degli esperti, anzi lo affermano in diretta. Soprattutto sono molto originali almeno tanto quanto i loro antagonisti. E soprattutto sono giovani, più o meno carini,bianchi,eterosessuali, famosi e soprattutto vegani.

Che si strumentalizzi il corpo delle donne (senza neanche pagare i diritti d’autore) è cosa nota, così come lo sono i corpi di altri animali.

Sfugge forse ai ragazzi di Vegan Chronicles che tra le nefandezze che circolano in rete ad esempio, c’è una foto in cui una vagina, presumibilmente vergine, è stata ricostruita pari pari con delle fette di mortadella(si sono impegnati di più ).

Ma non importa,quando si parla si stile di vita , non esistono esitazioni: ogni mezzo è lecito!

Che importa poi se si ripercorrono e confermano certe routine culturali patriarcali,misogine, omofobe, feroci,alienanti, rozze e vivisettorie. Fra un po’ ci sarà l’elezione di miss e mr Vegan, con tanto di maglietta dedicata, e ‘sta a guardà er capello!!!

In tutte queste operazioni identitarie va da sé che proprio i protagonisti vengano offuscati: i du’ pischelli e loro seguito? NOO! Sempre con ste manie di protagonismo! Parliamo di tutti quegli animali che, ancora una volta, diventano invisibili.

Già, proprio“quelli”, i torturati, i denigrati, gli allevati per essere ammazzati, gli umiliati e offesi, quelli a cui persino realtà animaliste vorrebbero negare la capacità di autodeterminazione e il desiderio di libertà (al contrario, invece, l’allevatore sa bene di cosa sono capaci i suoi schiavi).

Così presenti e così invisibili in un’orgia collettiva di sguardi pornografici. È proprio allora che la vagina medicale torna sulla breccia. Parte smembrata del corpo femminile (con funzione anche “riproduttiva”,sottolineano i due spiritosi) tanto che si potrebbe collocarla su un bancone di macelleria, rosa tre le rose.

Ma si sa ,c’è bisogno di leggerezza. E soprattutto di machismo (che per altro in diversi casi ottiene persino il plauso di certo femminile. Aiuto!)

Un sentito ringraziamento, dunque, agli spiritosi ignari seppellitori di lotte, lacrime e sangue, che in pieno stile consumistico, si ripropongono esattamente uguali alla società che si vorrebbe cambiare.

Ragioniamo gente, ragioniamo. Fortunatamente mangiamo vegano, ma non siamo vegane.

 

Laura Lucchini, Francesca De Matteis

 

brittney

CreditFoto: BrittneyWest's Art

Facebook non è certo il mondo intero, ma uno spaccato del mondo, in qualche modo può mostrarlo... soprattutto se, come nel mio caso, lo si utilizza a fini di divulgazione politica, magari su diverse tematiche, aggregando quindi persone molto diverse tra loro.

Ci tengo a precisare che, a parte qualche parente o amico di primissimo pelo, non ho mai chiesto l'amicizia a nessuno. Sono consapevole di come il mio profilo risulti fortemente doloroso e lascio che a farsene carico sia chi decide di accettare (oppure no) le mie miriadi di documenti durissimi e le spigolose critiche morali che in nome della sola amicizia non avrebbero alcuna ragione di essere fatte.

I miei "amici" su facebook sono quasi tutti contatti arrivati fino a me considerandomi "amica" perché animalista, amica perché antispecista, amica perché movimentista, perché ecologista, perché buddista, etc.. una, più, o tutte queste cose messe insieme.

Leggendo dunque tra i miei tanti contatti, per la maggior parte sconosciuti, scopro talvolta altissimi momenti di umanità che taluni desiderano condividere, ma purtroppo anche molti picchi di bassezza ignobile e spudorata.

In particolare solo le perle razziste a sprecarsi, come anche le grasse risate sulla sofferenza altrui, soprattutto animale.

Tutto ciò ha il patetico filo conduttore di una cultura del dominio, e lo sappiamo (qualcuno lo sa): l'oppresso, cieco e “instupidito” non fa che opprimere a sua volta, per partecipare e riscattarsi in qualche modo...difendendo i propri piccoli privilegi e finendo con l'ostentare l'empatia di una zucchina.

Eppure, io non cancello nessuno. Neanche quando a leggervi provo immenso dolore e le mie speranze vacillano.

Non vi cancello cari razzisti, spessissimo animalisti, perché è tanto per voi quanto per il più efferato dei macellai (o mangiatore goliardico di persone altro-da-umane) che continuo a coltivare speranza: è per voi, in fondo, che mi affanno. Se è vero che esiste un problema, e l'oppressione dei deboli per me è il problema... ecco che voi ne fate parte tanto da essere, in fondo, con la vostra superbia e stupidità, la forza motrice di questa macchina delle ingiustizie.

Tanto quanto il piccolo ingranaggio umano che accompagna ridacchiando il maiale al macello, voi che senza un minimo di amor proprio o dignità, inneggiate contro Rom e negri siete l'ottusa rotella su cui continua a scorre il nastro trasportatore di ogni abbietta ineguaglianza sociale. Ignoranti per definizione (fate i nazionalisti, ma spesso non sapreste distinguere la nazionalità neanche leggendola sulla carta di identità), se non avete ancora tutti e due i piedi nella fossa c'è per voi speranza come per qualsiasi pellicciaro o cacciatore e per ciò, mai mi sognerei di escludervi dai potenziali redivivi al regno degli umani.

Per questo non cancello nessuno, né quelli che fotografano le grigliate, né quelli che esultano contando altri 700 migranti morti.

Penso a loro... e immagino che da dove forse vi osservano ora, riescono meglio di me a provare la pietà che di fatto meritate.

Non vi cancello perché purtroppo non basta cancellare un profilo, non basta neppure cancellare qualcuno dalla propria vita, per cancellare i danni che provoca pompando la propria ostinata ignoranza.

Resto qui invece, in attesa, sperando che un giorno sia dato anche a voi di fare due più due, perché così vorrebbe l'intelligenza datavi da madre natura e magari così, riuscirò nell'intento di aiutarvi a contare:

  • 1+1 = i bombardamenti nei paesi arabi e nord africani li fanno i paesi occidentali;
  • 2+2 = i bombardamenti e le guerre servono solo a trattenere il potere o a riportarlo, nelle mani dei pochi che  controllano energie e risorse, sfruttando sia il pianeta (anche il vostro) che gli individui (anche voi) come fossero risorse;
  • 3+3 = i migranti sono quasi sempre persone in fuga dalle oppressioni che i vostri pesantissimi culi hanno voluto finora ignorare. Per altro, sarebbe carino che imparaste la differenza tra le parole "migrante", "rifugiato", "clandestino"...non tanto perché faccia grande differenza morale, ma almeno per fornire il sospetto che siate capaci di comprendere un testo;
  • 4+4 = i soggetti che sfruttano ed opprimono il “baubau” (l'odiato da voi migrante) sono gli stessi che continuano a prendere a calci i vostri (sempre) pesantissimi culi, ma mi rendo conto che spesso non non vi accorgete di avere un culo talmente gonfio di calci da non sentire più i colpi;
  • 5+5 = i flussi migratori sono un (il) business gigantesco di cui la mafia moderna è diretta e prima promotrice. Magari pensate che le miriadi di venditori ambulanti che vediamo lungo tutta la costa a vendere Nike contraffatte, abbiano personalmente disegnato il logo sulle scarpe... resta il fatto che spesso siete proprio voi i puntuali acquirenti, disposti a tutto  per avere di che fare i fighi con gli amichetti, chiaramente sotto costo;
  • 6+6 = la mafia è dentro le istituzioni grazie a connivenza e servilismo della miriade di ignoranti che sfogano le proprie frustrazioni esprimendo odio verso capri espiatori, ovviamente senza comprendere minimamente i fenomeni che li circondano, figuriamoci concetti complessi come i fenomeni sociali e migratori..
Syria

Dunque, tornando a noi: no, non vi cancello. Aspetto il momento in cui con un po' di buon senso la smetterete di dare la colpa all’uomo nero come fanno i bambini piccoli e gli adulti gravemente disinformati ed inizierete a fare qualcosa di utile per risolvere giganteschi problemi che pesano tonnellate di sofferenza, iniziando  con lo smettere di foraggiare la mafia comprando Dolce e Gabbana in spiaggia. Magari la smetterete di dare potere al caporale di turno con la vostra omertà e di accettare contratti a tempo determinato di una settimana rinnovati per anni, di votare per chi ha trovato un lavoro da schiavo al vostro parente, di allungare la lingua per leccare il culo al potente di turno ogni volta che passa per la vostra strada, il quale guarda in po’ è quello che propone gli interventi militari “umanitari”.

Chissà. Se ciascuno cominciasse a fare la propria parte, forse i problemi si affronterebbero alla radice, senza queste iniezioni strappa lacrime ad ogni strage annunciata e correlati sfoghi razzisti.

Forse si riuscirebbe a dire basta all'industria bellica senza difenderla solo perché sono gli stessi che producono fucili da caccia, dolce passatempo per i rambo “civili” e un po' vili..

Forse si inizierebbe a dire no alle esportazioni coatte di democrazia, si lotterebbe per sistemi democratici garantisti di degna civiltà, si lotterebbe per il disarmo e per l'equità nei diritti in tutto il mondo così che magari l'algerino avrebbe meno fregola di abbandonare la propria vita per venire in Italia a fare lo schiavo e l'italiano non sentirebbe tutta 'sta urgenza di andare a cercare lavoro in un call-centre in India.

Forse si smetterebbe anche di ridere di fronte ad un agnello sgozzato sulla tavola o ad un bambino affogato in mare.

Resta il fatto che io non vi cancello, al contrario, vi aspetto.


Crediti Immagine: IHH Humanitarian Relief Fo

 

“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

 

“Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione” (Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)

Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perchè poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perchè il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perchè data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perchè ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perchè i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perchè quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).

Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?
 

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perchè era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perchè in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.

Allora udìì chiaramente “Liberami!”

Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.

Sono un cavallo, liberami.

 



[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004

[4]     Recinti

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