Riceviamo e pubblichiamo questa critica estremamente attuale anche alla luce dei risvolti razzisti della triste vicenda che si sta svolgendo ora, in Europa, in seguito agli attentati alla rivista Charlie Hebdo.


“I barbari e noi”: una critica antirazzista e antispecista alle campagne contro la macellazione halal

 

L'associazione animalista Animal Equility ha recentemente fatto uscire un video, girato con una telecamera nascosta, che riprende scene da un macello italiano in cui si effettuano uccisioni di animali secondo le regole della macellazione islamica. In questi casi gli animali vengono uccisi tramite dissanguamento, esattamente come nella procedura nostrana, con la differenza che non vengono prima storditi con un colpo di pistola elettrica.

Nonostante gli animali macellati con rito islamico ed ebraico, in Italia, rappresentino solo una percentuale minima del totale (sono circa 200 le strutture in cui è anche permessa la macellazione rituale), si è sentita comunque l'esigenza di andare a “investigare” anche questa realtà e lanciare la campagna “Fermiamo la crudeltà rituale”, con relativa petizione per chiedere la revoca della deroga che in Italia rende possibile la macellazione rituale.

In una questione delicata come questa, in cui entrano in gioco non solo la sofferenza animale ma anche differenze culturali e religiose che spesso danno adito al razzismo, è però molto pericoloso non prendere in considerazione i precedenti rispetto a chi ha portato avanti, fino ad ora, battaglie contro la macellazione islamica: non a caso, gruppi xenofobi, razzisti e di estrema destra. Se una generica sensibilità delle persone verso la sofferenza animale è stata finora usata strumentalmente da questi gruppi come arma ulteriore per fomentare il razzismo e la discriminazione verso alcuni gruppi etnici, non bastano le buone intenzioni a mettere al riparo da conseguenze simili.

 

Non dubitiamo che la maggior parte delle persone di Animal Equality siano state spinte da una sincera empatia per gli animali, e non da idee razziste, alla decisione di produrre e diffondere questo video con i relativi contenuti, ma di fatto le conseguenze sono esattamente le stesse, ovvero la conferma di determinati stereotipi razzisti. Non aver tenuto in alcun conto le possibili ripercussioni razziste del messaggio prodotto dal video, e le strumentalizzazioni che alcuni gruppi ne avrebbero fatto, è già di per sé indice di una scarsa attenzione e riflessione in merito al funzionamento del razzismo nella nostra società.

 

Un ulteriore dubbio sorge sull'enfasi posta da Animal Equality sulla sola macellazione “halal” anziché anche su quella “kosher”, dal momento che le regole di macellazione sono le stesse. Il motivo non sarà che mentre è sempre scomodo essere eventualmente accusati di antisemitismo, prendersela con gli islamici, di questi tempi, è invece abbastanza sdoganato?

 

Il razzismo e la xenofobia già diffusi in Italia e in tutta Europa si sono arricchiti negli ultimi anni di una buona dose di islamofobia, fomentata dai mass-media degli stati occidentali, che hanno bisogno di giustificare in qualche modo i loro attacchi imperialisti in Medioriente con la scusa di “portare la democrazia” laddove vigerebbe la barbarie. L'enfasi, nei notiziari, sulle gesta dei gruppi islamici estremisti non fa che rafforzare questo razzismo generale verso arabi e musulmani.

 

Il discorso sulla macellazione islamica, non a caso, è sempre stato utilizzato strumentalmente dai gruppi di destra per cavalcare e fomentare il razzismo. Nel 2001 la Lega Nord fece una proposta di legge per vietare la macellazione islamica, poi la rilanciò nel 2003 e ancora nel 2011. “Stranamente”, un partito che mai si era interessato prima del benessere animale, anzi, sempre al fianco della lobby dei cacciatori, decise di farsi paladino della giustizia degli animali proprio in questo ambito. Non a caso con una leggera venatura razzista... Queste le dichiarazioni dell'onorevole leghista Giovanna Bianchi, firmataria della proposta di legge del 2003: "Le pratiche in uso nelle macellerie islamiche ci preoccupano perché vanno contro la nostra cultura occidentale che tiene in considerazione il rispetto degli animali. Non vedo perché regole che valgono per tutti non debbano essere applicate anche da cittadini di culture diverse". (1)

 

Lo stesso è accaduto in Francia, dove la galassia animalista è costellata da gruppi di destra se non apertamente fascisti, nell'indifferenza generale. Nel gennaio 2011 fu lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale degli animali, sostenuta da alcune associazioni animaliste, tra cui la Fondazione Brigitte Bardot. Brigitte Bardot, militante del Front National (estrema destra), è proprio il personaggio simbolo dell'ambiente animalista francese: fascista, razzista, omofoba, ma che importa? Difende gli animali. Ecco alcune delle sue dichiarazioni: “Ce l'ho a morte con i musulmani che continuano a praticare la macellazione rituale” e con i politici che non si occupano "dell'immonda sofferenza degli animali nei macelli, soggetti a certi rituali che invadono il nostro territorio, sprezzando la legge europea, la quale impone lo stordimento prima del dissanguamento”;“ne abbiamo abbastanza di essere presi in giro da tutta questa popolazione che ci distrugge, distrugge il nostro Paese, imponendo i suoi atti”. Per queste dichiarazioni la Bardot nel 2008 è stata condannata a pagare 15.000 euro dal Tribunale di Parigi per istigazione all’odio verso la comunità musulmana.

 

A rilanciare il dibattito sulla carne halal nell'opinione pubblica in Francia, nel 2010, fu ancora Marine Le Pen, presidentessa del Front National, nota per le sue esternazioni anti-Islam. In risposta all'apertura di alcuni fast-food halal della catena Quick, Le Pen dichiarò che “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”, arrivando poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, una società francese-belga: “è dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”. (2)

 

In molti altri paesi europei è accaduto qualcosa di simile, con gruppi di estrema destra a guidare le battaglie contro la carne halal. L'esempio della Francia ci mostra anche come, se il movimento animalista si riduce a parlare solo di sofferenza animale prescindendo da una critica più ampia al sistema dominante (che comprende aspetti come il capitalismo, il governo, le leggi, i partiti politici, il razzismo, il sessismo ecc.), quindi annullando l'aspetto politico della critica allo sfruttamento animale per lasciare spazio solo a quello emotivo, si apre la strada alla presenza di individui e gruppi di destra, se non addirittura fascisti.

 

Qual è in definitiva il messaggio implicito che viene fatto passare dall'investigazione di Animal Equality, e che fomenta stereotipi razzisti? Il messaggio che noi italiani possiamo stare con la coscienza a posto, visto che noi rispettiamo gli animali e mangiamo carne di animali macellati in maniera più “umana”, al contrario di quanto fanno quei musulmani incivili, barbari e crudeli verso gli animali (“animali uccisi barbaramente”, così è scritto nel testo di presentazione di Animal Equality). La contrapposizione che viene immediato realizzare tra “carne halal” e “carne italiana” è una contrapposizione che si rifletterà automaticamente in una serie di stereotipi contrapposti tra arabi e italiani che rafforzano il razzismo verso lo “straniero”.

 

Purtroppo non è il primo caso in cui Animal Equality volge l'attenzione verso altre culture e paesi per denunciare il loro specismo, che viene da contrapporre in maniera erronea alla nostra sensibilità verso gli animali, senza alcuna preoccupazione verso le implicazioni razziste a cui un tale tipo di discorso può dare adito: precedentemente all'investigazione sulla macellazione halal, ve n'è stata una sul commercio della carne di cane e gatto in Cina, oltre ad una campagna internazionale – con proteste anche a Roma - contro il Festival di Gadhimai in Nepal, una festa religiosa che si svolge ogni cinque anni in onore della dea hindu Gadhimai e che comporta il sacrificio di un grandissimo numero di animali.

 

...

 

Oltre a far scattare un campanello d'allarme sul razzismo, l'investigazione di Animal Equality fa sorgere anche altri dubbi più inerenti all'aspetto della sofferenza animale.

 

Siamo davvero sicuri che la macellazione rituale provochi più sofferenza agli animali rispetto a quella tradizionale? Forse sì o forse no, ma di certo non si può trarre una conclusione di questo tipo mostrando cosa accade in un solo macello e portandolo a modello di cos'è la macellazione rituale islamica, soprattutto quando nel caso esemplificativo portato vengono violate proprio tutta una serie di regole che caratterizzano la macellazione halal. Il fatto che in alcune tradizioni religiose l'uccisione di un animale venga sacralizzata e si svolga secondo rituali ben precisi serve anche a mettere in evidenza come l'uccisione di un essere vivente non sia un atto semplice, ordinario e meccanico, ma abbia un suo peso. Significativo il contributo della filosofa bioeticista e animalista Luisella Battaglia sull'argomento:

 

 L’idea stessa della ritualità nasce da una visione teocentrica in cui l’uomo, come l’animale, sono entrambi creature sia pure di diverso rango ontologico: tutti gli accorgimenti e le prescrizioni del codice alimentare islamico--il fatto, ad es., che l’animale non debba vederne un altro macellato davanti a sé, che non debba aver sentore del sangue, né percepire la lama, il fatto che debba essere accarezzato e adagiato sul fianco sinistro in un luogo in cui non ci siano tracce di sangue per non essere terrorizzato etc.—obbediscono a tale visione. La nostra macellazione, invece, è un atto meramente tecnico, obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica: la sua etica mira a garantire l’osservanza di talune regole minimali—come la riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni; non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e in ciò risiede la sua laicità. Perché dovremmo considerarla moralmente ‘superiore’?

Il problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e di produttività, dove la difficile compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive. Nel macello industriale sono innumerevoli gli animali uccisi e, pertanto, non vi possono essere rispettate le prescrizioni rituali. Inoltre, la struttura, quando è appositamente attrezzata, è dotata di una gabbia di ferro che imprigiona l’animale e che, bloccandone i movimenti, contribuisce a terrorizzarlo piuttosto che a tranquillizzarlo. Del pari, se il taglio delle vene giugulari non viene effettuato in modo preciso—cosa assai frequente quando le uccisioni si susseguono a ritmo accelerato e si possono sommare gli sbagli per stanchezza e necessità di affrettare le operazioni—la morte può essere notevolmente prolungata.

 

- tratto da: La macellazione rituale: non sentiamoci superiori per la "pietà" dei nostri macelli (Il Carroccio contro l'Islam) di Luisella Battaglia, da "Il Secolo XIX" mercoledì 5 febbraio 2003 - (3)

 

 

Se proprio vogliamo entrare nella logica di quale tipo di macellazione provochi più sofferenza agli animali, non sarà che forse è proprio la dimensione industriale a porre meno attenzione a ridurre la sofferenza del singolo animale, considerandolo solo un oggetto da fare a pezzi con la maggiore rapidità possibile per far scorrere la catena di montaggio?

 

E' fondamentale però chiedersi che senso abbia entrare in questo tipo di disquisizioni, e addirittura mettere in campo una battaglia, che più riformista non si può, contro un certo tipo di macellazione piuttosto che un altro.  Porre l'accento sulla prolungata sofferenza dell'animale macellato senza stordimento, una sofferenza che assolutamente non vogliamo negare né sminuire, devia completamente l'attenzione dal reale problema: lo specismo che è causa dello sfruttamento animale.

 

Quello che l'antispecismo vuole criticare è il fatto in sé di uccidere gli animali per il nostro interesse, e ancora di più tutto quello che vi sta a monte: l'allevamento, la prigionia, la proprietà, l'addomesticamento degli animali. Al contrario, la richiesta implicita che viene espressa con questo tipo di campagne non è forse che l'animale venga ucciso più “umanamente”? Un messaggio di questo tipo non ottiene esattamente l'effetto opposto, ovvero di mettere a posto le coscienze mentre il vero orrore continua ad andare avanti ancora più indisturbato?



 

Parliamo poi del metodo. Porsi come obiettivo l'abrogazione di una deroga, o un qualunque cambiamento di legge, vuole dire rivolgersi al mondo della politica, dei partiti, del governo, in cui evidentemente si ha una qualche fiducia, o che si pensa di “usare strumentalmente”, mentre invece si viene usati per i loro interessi elettorali. Accettare aiuto e supporto da chiunque voglia fare qualcosa “in difesa degli animali”, nonostante in altri campi quel qualcuno metta in atto politiche fasciste che vanno contro l'immigrazione o la popolazione in generale o approvi leggi liberticide che stringono il cappio del controllo sociale intorno a tutti noi, questo sembra non importare. Allo stesso modo vengono accolte con favore leggi che prevedono l'inasprimento delle pene riguardanti casi di maltrattamento animale, in un'ottica punitiva e giustizialista, dimenticando che se si lotta contro le gabbie per animali queste dovrebbero comprendere anche le carceri, gabbie per animali umani.

 

La campagna di Animal Equality contro la macellazione halal è stata raccolta dal partito dei Cinque stelle, che ha lanciato una proposta di legge per vietare la macellazione senza stordimento, una mossa che si annovera sulla scia di altre proposte sul benessere animale lanciate dallo stesso partito e già bocciate dal governo Renzi (sul blocco dei finanziamenti europei agli allevamenti intensivi, il divieto di uccidere gli animali da pelliccia, il divieto dell’utilizzo dei richiami vivi ed l'esclusione dai finanziamenti governativi per i circhi che prevedono l’esibizione di animali).

 

Anche la Lega Nord non ha perso occasione per rilanciare la sua proposta di mettere fine alla macellazione halal, con dichiarazioni di questo tenore da parte del deputato Marco Rondini: "No a inutili crudeltà inflitte agli animali nel nome dell’Islam". “Questo paese, segnato dal buonismo da discount è arrivato a concedere ad alcuni mattatoi di adottare questa barbara usanza. L’eccessiva tolleranza sta segnando la condanna a morte della nostra civiltà. Non accettiamo nessun cedimento di fronte a istanze che ci hanno fatto tollerare fino ad ora una pratica aberrante, da noi condannata da anni, come la macellazione rituale” (4). La Lega Nord di Sarzana (Ln) ha proposto di vietare la carne halal nelle mense scolastiche, con le solite argomentazioni che vedono noi italiani come attenti ai diritti animali in contrasto con le usanze barbare “di chi, ospite nel nostro Paese, pretende di imporre le proprie leggi e tradizioni” (5).

 

Come hanno fatto in passato altri partiti e ministri (vogliamo parlare dell'onorevole Brambilla?), anche Lega Nord e Cinque Stelle possono così sperare di crearsi una facciata animal-friendly e ottenere qualche voto in più tra quel bacino elettorale che si interessa (blandamente e ipocritamente) del benessere animale, un tema sempre più in voga anche sui media mainstream.

 

Peccato che più se ne dibatte in parlamento, nei programmi tv e nelle riviste di moda e lifestyle, più la liberazione animale – compresa in un progetto di stravolgimento totale di questa civilizzazione – appaia sempre più distante e irraggiungibile.

 

 

Note:

(1): http://www2.varesenews.it/articoli/2001/ottobre/sud/29-10bianchi.htm

(2): http://www.agoravox.it/Francia-se-il-fast-food-diventa.html

(3): http://www.peacelink.it/animali/a/b334.html

(4): http://www.leganord.org/index.php/notizie2/13169-islam-mozione-lega-in-semestre-ue-stop-a-macellazione-halal

(5): http://www.cittadellaspezia.com/Sarzana/Sarzana-Val-di-Magra/Bagnone-Ln-La-macellazione-halal-e-un-166081.aspx

 

 

Pubblicato in Spazio Libero

Un nuovo tabù (anzi due!) per un nuovo millennio

di Eva Melodia


L’Ucraina si spezza contesa in una lotta tra bande di ladri, predatori della domenica, piccoli e grandi imperatori giunti fino a noi direttamente dal medioevo, talvolta con tanto di corone pacchiane e sempre con ricolmi della boria che li contraddistingue.

Ci sarebbe da pensare, ad essere tignosi, che il karma paga in un modo o nell’altro: oggi spazzi via un intera generazione di cani per il campionato di calcio tu, domani vieni spazzato via - magari quale intera etnia - dallo Stato che fino a ieri credevi sovrano e che improvvisamente vale più da mezzo che da intero.

Le logiche del karma però non sono così semplici e puerili. Si resta allora e solo col cerino in mano ogni volta che l’Ucraina viene nominata, mentre il triste ricordo di tutte quelle creature animali davvero innocenti aggrava il senso di scoramento alla conta dei morti umani e altro-da-umani nei conflitti.

Un numero notevole di persone proprio poco tempo fa, si dichiarava entusiasta all’idea di candidare Gino Strada come presidente della Repubblica. Al di là del percorso fatto per giungere a tale ipotesi, Gino Strada piace a tutti (o quasi) per l’immersione totale in cui lo si immagina mentre allevia le sofferenze della piaga per eccellenza e dai suoi ripugnanti effetti, la guerra.

Il solo apprezzamento però per Strada o per uomini ed associazioni similari di fatto, è qualcosa che non impegna e anzi che fa trandy, molto chic, costando poco...basta devolvere qualche spicciolo ad Emergency per godere di quel piccolo senso di gratificazione che ne deriva senza dover fare sforzo alcuno.

Altra cosa è prendere seriamente ed abbracciare fino in fondo una posizione contro la guerra, contro ogni pagliacciata che chiamiamo tale e che costa invece molto cara e sulla pelle dei viventi, anche andando a modificare le proprie abitudini per interferire con essa e negarne ogni plausibile supporto. Ecco che lì, Gino Strada piace sì, ma con cautela: lui e il suo insistere nel “"Occorre che la guerra diventi tabù culturale per la maggior parte degli esseri umani”.

A fare ciò per davvero, andando quindi ben oltre il versamento su c/c, ci si potrebbe improvvisamente ritrovare a fare i conti con la bizzarria tale per cui un esibizionista che si calasse le brache in pubblico, sarebbe molto meglio tollerato rispetto al primo venuto che dia aria ai denti sostenendo il tal intervento militare. Ci si troverebbe forse ad affermare che due uomini intenti a baciarsi in pubblico non hanno rilevanza morale alcuna (nessuna necessità di ridicole reazioni isteriche da parte di eventuali Maschi Selvatici, per intendersi), ma che al contrario, i militari devono diminuire di numero costantemente fino a sparire dalla faccia della coscienza umana, loro e le loro lustre ed attraenti divise.

O ancora, le donne potrebbero prensentarsi in costume da bagno senza essersi depilate serenamente, certe che una seria riprovazione è comunemente destinata a chi regala ARMI GIOCATTOLO ai bambini fomentando in loro il bisogno di eguagliare i vari simboli virilisti e machisti evidenziati come sprezzanti del dolore, piuttosto che a chi se ne frega degli standard estetici imposti dalla cultura del “maschio che non deve chiedere mai”.

Sullo sprezzo del dolore a ben vedere, si gioca in fondo gran parte della partita tanto che il milite - di mente e di fatto - sprezza e combatte. Sprezza il proprio di dolore, ma tanto più quello altrui. Al dolore egli si abitua con onore nel nome di cause più alte (da Dio e suoi ausiliari, fino alla “madre” patria o alla “madre” natura, quasi sempre di parenti inventati si tratta), e s’abitua anche al dolore degli altri, giustificandolo con argomentata tesi, quella nenia con cui gli esseri umani vengono addestrati (addormentati diremmo) ad eseguire ordini come ad esempio distruggere, uccidere, sopportare la paura di morire, violare il proprio basico senso di giustizia, in antitesi alla proprie migliori potenziali capacità ed anche necessità fisiologiche.

Essa è anche la nenia con cui i macellai vengono addestrati nella società a svolgere il compito più infame, quello di avvilire, mortificare e trucidare innocenti. Sprezzo del dolore, sprezzo della compassione, ovvero militari della porchetta.

Poi qualcosa fa saltare il banco - per poco sia chiaro, il meccanismo di difesa della baracca è piuttosto efficiente - e succede che qualche militare o macellaio passi il limite della comune violenta decenza.

Non è la guerra a violare la decenza ovviamente, come non lo è la macellazione di creature indifese, lo è invece, dare chiari segni di squilibrio sociopatico in conseguenza ad esse.

Se dopo avere recitato la propria parte come da copione per anni, da “sparatutto” o “squartatutto” - copioni che i più non vogliono certo interpretare perché troppo vomitevoli per una coscenza sana - allo schiavo di turno “salta il tombino”  dimostrando compromessa la capacità di distinguere i poco etici limiti imposti dal proprio meschino compito sociale, ecco che la decenza sfrigola. Se questi schiavi giungono a non sapere più gestire il limite su come sia lecito uccidere e violare gli altri e come invece non sia ritenuto carino farlo, oppure se non riescono più ad accettare di opprimere individui sensibili e dunque cominciano a percepirli davvero come oggetti finendo per trattarli davvero come tali, così che la voce dell’innocenza smarrita si plachi... ebbene, niente di peggio per la decenza da quattro soldi che imperversa da millenni: colpevole.

E’ così dunque che fa scandalo ogni notizia che riporti quanto spesso i militari abusino dei civili od anche dei cosidetti nemici, allo stesso modo dei tanti video come questo (fatto girare sul profilo non di un animalista, ma di un personaggio noto nel mondo della controinformazione Claudio Messora) sulle “crudeltà” negli allevamenti.

I Militari che valicano quel limite (non tanto il proprio, massacrato ben prima, bensì quello del comune pudore bellico), quando e se beccati dall’opinione pubblica, vengono magari condannati al carcere, così come gli operatori della macellazione, pizzicati a mostrare tutta la loro umanità straziata mentre sfogano l’io disturbato contro coloro che dovrebbero solo puntualmente macellare.

Li si manda a svolgere per noi un compito che noi mai vorremmo affrontare, giacché mai vorremmo sporcare le nostre mani di sangue o impazzire, ma pretendiamo che siano ligi ed impassibili nell’eseguire solo gli ordini, nel fare quel che c’è da fare... così al mattatoio, così in guerra!

Che tu sia un macellaio (operaio della carne animale) al mattatoio o un militare (operaio della carne umana) in guerra, quel che conta è che tu sia il piccolo ingranaggio funzionale e puntuale della catena di smontaggio, altrimenti, l’indignazione farà di te un colpevole, sebbene l’evidenza ci dimostri che nulla di umano (per l’umano) può esistere tanto al macello quanto in guerra. Invece, l’umano - l’individuo di specie umana capace di comportamenti che chiamiamo umani ben rappresentati da socialità, empatia, solidarietà, etc…) coinvolto in queste mattanze deve necessariamente annientarsi, scomparire o al più adattarsi come può, lasciando esordire fenomeni dis-umani di varia entità.

Sono centiania di migliaia gli umani così schierati a dare forza a uno come Putin o come Obama (uno vale l’altro), popolando gli eserciti della vergogna. Altrettanti sono pronti, scattanti, via, negli eserciti minori, anche in paesi piccoli e deboli come la Romania.
Tutti pronti a combattere all’ordine del loro capo banda, incapaci di fare l’unica cosa che andrebbe fatta: rivolgere la bocca di fuoco verso il presunto padrone, costringendolo anzi a fuggire, per poi abbandonare le armi e meglio ancora, distruggerle.

Basterebbe talmente poco per cambiare tutto...perché le armi vere sono già nelle mani degli schiavi...e invece la guerra ancora non è affatto un tabù e i bambini sopratutto i maschi, continuano a giocare alla guerra con le armi giocattolo trovate sotto l’albero di Natale, come niente fosse, come ci fosse qualcosa di divertente o nobile da emulare.

Gino Strada riporta sulla sua pagina facebook: "La guerra non può essere umanizzata. Può solo essere abolita." -- Albert ‪#‎Einstein.

Ebbene, è esattamente la stessa cosa che io, come tanti altri, affermo dei macelli.

La guerra deve diventare un tabù e l’uccisione di animali anche. Entrambi vanno aboliti, sono finiti gli alibi.

 

Ps: nei giorni in cui scrivevo queste riflessioni ho potuto ascoltare una intervista in Radio ad Arturo Parisi, ex Ministro della Difesa. Parlando in particolare dell’acquisto dei famosi F35, egli con molta convinzione affermava che l’esigenza di militarizzarsi e stare al passo con il balletto bellico mondiale non è affatto venuto meno, mentre al contrario è venuta meno nella popolazione la percezione di tale esigenza.

L’esigenza eventualmente però, da qualche parte nascerà pure. E se non nasce nella popolazione, che neppure la percepisce, chi è che ancora la vuole la maledetta guerra? Risposta: i soliti noti.

E allora togliamoli di lì. Togliamoli dai gangli del potere, togliamo loro l’abito sacrale dei dominanti e cominciamo a ridere di loro emarginandoli, come è giusto che sia: rompiamo loro il giocattolo.

 

 

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Lavorando in incognito in un macello: un intervista con Timothy Pachirat

Fonte traduzione italiana
Intervista in lingua originale
Pagina personale di Timothy Pachirat

Della violenza nei macelli e nell’industria alimentare si sono già dette moltissime cose e penso che la questione sia sufficientemente chiara a chiunque non si rifiuti di prendere in considerazione i fatti conosciuti. Quello che mette in evidenza quest’intervista è un aspetto meno discusso e, a mio avviso, molto più interessante. Si parla infatti di come sia possibile che l’esercizio della violenza diventi accettabile e normale da parte delle persone che la operano direttamente e da chi, da questa violenza, trae beneficio.

È un discorso che si presta ad essere allargato, come fa notare anche l’autore, in altri ambiti al di fuori del caso del macello industriale qua evidenziato.

Della violenza nei macelli e nell’industria alimentare si sono già dette moltissime cose e penso che la questione sia sufficientemente chiara a chiunque non si rifiuti di prendere in considerazione i fatti conosciuti. Quello che mette in evidenza quest’intervista è un aspetto meno discusso e, a mio avviso, molto più interessante. Si parla infatti di come sia possibile che l’esercizio della violenza diventi accettabile e normale da parte delle persone che la operano direttamente e da chi, da questa violenza, trae beneficio.

È un discorso che si presta ad essere allargato, come fa notare anche l’autore, in altri ambiti al di fuori del caso del macello industriale qua evidenziato.

La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana.

I meccanismi che permettono questo, sono infatti utilizzabili efficacemente come strategie politiche. Quando tempo fa mi chiedevo cosa passasse per la mente di chi vuol diventare soldato, intendevo capire anche questo genere di meccanismi. La burocratizzazione della società, il funzionamento interno dei governi, dell’esercito, sono anch’essi meccanismi che portano ad ottenere i medesimi effetti. Si comprende, quindi, come sia possibile accettare la violenza della guerra, di governi, delle forze dell’ordine sia da parte di chi quella violenza la attua personalmente, sia da chi ne trae beneficio.

La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna.

Voglio introdurre quest’intervista mostrando due video divertenti. Il primo è il famoso sketch dei Monty Python della barzelletta mortale, il secondo è una candid camera brasilianasegnalatami da Rita.

Ho fatto personalmente la traduzione dell’intervista. Chi sapesse come migliorarla, specialmente traducendo alcuni termini gergali in equivalenti italiani, mi scriva i suggerimenti nei commenti. :)

 

Fonte: boingboing. Intervista di Avi Solomon.

Timothy Pachirat, assistente professore in Politica alla The New School for Social Research ed autore di Every Twelve Seconds, non è il primo a trovare analogie fra la violenza industrializzata e politica, all’interno del mattatoio. Ma invece di scrivervi una relazione, trovò un lavoro sul campo, per capire il funzionamento dal punto di vista di chi lavora là. L’ho intervistato sulla sua esperienza sul “piano del macello”.

Avi Solomon: Parlaci un po’ di te.

Timothy Pachirat: Sono nato e cresciuto nella Thailandia del nordest, in una famiglia Tailandese-Americana. Al liceo ho trascorso un anno nel deserto delle zone rurali dell’Oregon, comeexchange student, lavorando in un ranch, coltivando alfalfa, e – inverosimilmente – diventandorunning back nella squadra di football della scuola. Da allora, ho vissuto in Illinois, Indiana, Connecticut, Alabama, Nebraska, e New York City lavorando come costruttore di tralicci edilizi, fattorino delle pizze, terapista comportamentale per bambini autistici, padre casalingo, studente diplomato, operaio di un mattatoio, e, per gli ultimi quattro anni, come assistente professore di politica nella The New School for Social Research.

Avi: Cos’è stato a suggerirti l’importanza di fare ricerca in campo etnografico?

Timothy: Come molti ragazzi di razza mista, cultura mista, lingua mista, ho sviluppato una specie di innata sensibilità etnografica, per via del complesso terreno culturale nel quale sono cresciuto. Molto prima di aver mai sentito la parola “etnografia”, ad esempio, trascorsi le mie pause autunnali e primaverili da non diplomato dormendo a fianco ed arrivando a conoscere gli uomini e le donne senzatetto di Lower Wacker Drive a Chicago, come modo per trovare un senso all’enorme disuguaglianza che percepivo nella società americana e nel mondo. Mentre perseguivo un dottorato di ricerca in scienze politiche all’università di Yale, mi è sembrato naturale gravitare verso un orientamento nella ricerca che mi permettesse di impegnarmi con tutto il corpo – come partecipe ed osservatore – con le esperienze vissute di persone con cui non avrei mai potuto entrare in contatto altrimenti. Stavo imparando molte fantasiose teorie che sulla carta erano eccitanti, e stavo imparando alcune potenti tecniche di analisi statistica, ma solo l’etnografia mi ha permesso di valutare quelle tecniche e concetti made-in-accademia contro le situate, specifiche e meravigliosamente complesse esperienze vissute nei veri mondi sociali, dei quali, i concetti e le tecniche si proponevano di descrivere e spiegare.

Avi: Perché hai scelto di andare in incognito in un macello?

Timothy: Volevo capire come i processi di violenza di massa divengono normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello. La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana. Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, la casa di cura, il reparto psichiatrico, il campo profughi, il centro di detenzione, la stanza degli interrogatori, e la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”, un “territorio segregato ed isolato”, nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “invisibile”, e “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello sul “piano del macello” di un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone de confinamento.

Avi: Puoi dirci di più del macello in cui hai lavorato?

Timothy: Dato che il mio obiettivo non era di scrivere la descrizione di un posto in particolare, non farò il nome del macello nel Nebraska in cui ho lavorato, e neppure i nomi delle persone che ho incontrato là. Il macello impiega circa ottocento lavoratori non sindacalizzati, la maggior parte immigranti dall’America centrale e del sud, Asia sudorientale, ed Africa orientale. Produce oltre 820 milioni di dollari l’anno in vendita e distribuzione all’interno ed all’esterno degli Stati Uniti ed è classificato fra i maggiori impianti di macellazione di bestiame al mondo per volume di produzione. La velocità della catena di produzione sul piano del macello è di circa trecento animali per ora, uno ogni dodici secondi. In una tipica giornata di lavoro, qua vengono uccisi fra i duemila duecento ed i duemila cinquecento animali, che sommati fanno più di diecimila animali uccisi per settimana lavorativa (cinque giorni), o più di mezzo milione di animali macellati ogni anno.

Avi: Quali lavori hai finito per fare, lì?

Timothy: Il mio primo lavoro consisteva nell’appendere i fegati nel congelatore. Per dieci ore ogni giorni, mi trovavo alla temperatura di 1 grado a prendere fegati appena estirpati da una linea sopraelevata per appenderli a dei carrelli per essere raffreddati ed impacchettati. Poi venni trasferito agli scivoli, dove conducevo i bovini vivi nella knoking box, dove veniva loro sparato in testa con una pistola a proiettile captivo (NB: La Pistola captiva è provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetrando nel cranio provoca un rapido stordimento, ma non uccide l’animale). Infine, venni promosso ad una posizione di controllo-qualità, un lavoro che mi diede accesso ad ogni parte del piano del macello e mi rese un intermediario tra gli ispettori federali della USDA ed i manager del piano del macello.

Avi: Come ti sei acclimatato al lavoro?

Timothy: Lentamente e dolorosamente. Ogni lavoro arrivava con il suo insieme di sfide fisiche, psicologiche ed emotive. Anche se era fisicamente impegnativa, la mia battaglia principale nell’appendere fegati dentro il congelatore era contro l’insopportabile monotonia. Scherzi, battute ed anche il dolore fisico diventarono modi per negoziare con quella monotonia. Il lavoro agli scivoli mi tirò fuori dall’ambiente freddo e sterile del congelatore e mi obbligò a confrontarmi con il dolore e la paura di ogni singolo animale che veniva condotto lungo la linea serpeggiante fino alla knocking box. Lavorare al controllo qualità mi costrinse a padroneggiare un insieme di requisiti tecnici e burocratici e mi rese complice nel sorvegliare e disciplinare i miei ex colleghi alla catena di produzione.

Avi: Come ti trattavano i colleghi?

Timothy: Non sarei mai potuto durare più di qualche giorno nel macello, se non fosse stato per la gentilezza, l’accoglienza e, in alcuni casi, l’amicizia del compagni di lavoro alla catena. Mi hanno mostrato come fare il lavoro, salvato quando ho fatto casini, e, più importante, insegnato come sopravvivere al lavoro. Eppure, c’erano divisioni e tensioni fra i lavoratori, in base a razza, genere e responsabilità lavorative. Oltre a mostrare le forme di solidarietà fra i lavoratori, il mio libro entra anche nei dettagli di queste tensioni e come le ho affrontate.

Avi: Chi il “knocker”?

Timothy: Il knocker è il lavoratore che sta nella knocking box e spara nella testa ad ogni singolo animale con la pistola a proiettile captivo. Dei 121 diversi lavori, all’interno del piano macellazione, che illustro e descrivo nel libro, solo il knocker vede gli animali mentre sono ancora senzienti e da loro colpo che si suppone li renda insensibili. In media, ogni giorno, questo solo operaio spara a 2500 singoli animali, ad una frequenza di uno ogni dodici secondi.

Avi: Chi altro è direttamente coinvolto nell’uccisione di ogni bovino?

Timothy: Dopo che il knocker spara agli animali, essi cadono su un nastro trasportatore dove vengono incatenati ed issati su una linea sopraelevata. Appesi per le zampe posteriori, viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte, che li porta lontani dalla linea visiva del knocker. Quindi, un presticker and sticker(?) recide le arterie della carotide e la vena giugulare. Gli animali si dissanguano mentre continuano a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di rimozione di parti del corpo e pelli. Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale sull’uccisione.

Avi: Sei stato in grado di intervistare qualche knocker?

Timothy: Non sono stato in grado di intervistare direttamente il knocker, ma ho parlato con molti altri operai riguardo a come essi percepiscono il knocker. C’è una specie di mitologia collettiva costruita attorno a questo particolare lavoratore, una mitologia che permette un implicito scambio morale nel quale solo il knocker è colui che fa l’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello è moralmente scollegato dall’uccisione. È una finzione, ma convincente: fra tutti gli operai del macello, solo il knocker porta il colpo che mette inizio all’irreversibile processo che trasforma le creature viventi, in morti. Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione, questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quel 1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

Avi: Quali sono le strategie principali usate per nascondere la violenza nel macello?

Timothy: La prima e più ovvia è che la violenza dell’uccisione industrializzata viene nascosta alla società in generale. Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigranti, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani. Inoltre, delle leggi promosse dalle industrie della carne e del bestiame, che sono attualmente al vaglio in sei stati, criminalizzano il pubblicizzare ciò che avviene nei macelli o in altre strutture con animali, senza il permesso dei proprietari degli stessi. La Casa dei Rappresentanti dell’Iowa, ad esempio, lo scorso anno, ha inoltrato una proposta al senato dell’Iowa che renderebbe reato la distribuzione o il possesso di video, audio o materiale stampato, raccolto tramite accesso non autorizzato a macelli o strutture con animali.

In secondo luogo, il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. L’ufficio è diviso dal reparto fabbricazione, che a sua volta è isolato dal congelatore, il quale è isolato dal piano macellazione. È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione, o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso.

Ma la terza, e più importante, il lavoro di uccisione è nascosto persino nel luogo dove ci si aspetterebbe che fosse più visibile: il piano macellazione stesso. La complessa divisione in mansioni e spazi, agisce allo scopo di compartimentalizzare e neutralizzare l’esperienza del “lavoro di uccidere” per tutti gli operai del piano macellazione. Ho già menzionato la divisione di mansioni nella quale solo una manciata di operai, su un totale di oltre 800, è direttamente coinvolta o ha una visuale sull’uccisione degli animali. Per dare un altro esempio, il piano della macellazione è diviso spazialmente in un lato pulito ed un latosporco. Il lato sporco si riferisce a tutto ciò che accade quando le pelli degli animali sono ancora attaccate ed il lato pulito a tutto ciò che accade dopo che le pelli sono state rimosse. Gli operai del lato pulito sono segregati dagli operai del lato sporco anche durante le pause per il pranzo ed il bagno. Questo si traduce in una specie di compartimentazione fenomenologica dove quella minoranza di lavoratori che si occupa degli “animali” quando le pelli sono ancora attaccate, è tenuta separata dalla maggioranza dei lavoratori che si occupa delle “carcasse” dopo che le pelli sono state rimosse. In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del lato sporco, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi.

Oltre alle divisioni di spazio e mansioni, l’uso del linguaggio è un altro modo per nascondere la violenza dell’uccidere. Fin dal momento in cui il bestiame viene scaricato dai camion all’interno dei recinti di sosta, i manager ed i supervisori del piano macellazione, si riferiscono ad esso come “carne”. Anche se sono esseri senzienti vivi che ancora respirano, essi vengono già linguisticamente ridotti a carne inanimata, oggetti da usare. Similarmente, esistono una sfilza di acronimi e termini tecnici in tutto il sistema di controllo sicurezza alimentare, che riducono il lavoro dell’operaio di controllo qualità ad un regime di tipo tecnico burocratico, piuttosto che ad uno nel quale sia costretto il confronto con tutta quella massiccia sottrazione di vite. Anche se l’operaio al controllo qualità ha piena libertà di accesso e movimento per tutto il piano macellazione e vede ogni aspetto dell’uccidere, la sua capacità interpretativa viene interdetta dalle richieste burocratiche e tecniche del lavoro. Temperature, pressioni idrauliche, concentrazioni di acido, conto dei batteri, e sterilizzazione dei coltelli diventano l’obiettivo primario, al contrario della massiccia, incessante sottrazione di vite.

Avi: C’è qualcuno consapevole di queste strategie, fra chi lavora al macello?

Timothy: Io non penso che qualcuno si sia seduto ed abbia detto, “Progettiamo un processo di macellazione che crei la massima distanza fra ogni lavoratore e la violenza dell’uccidere, in modo da permettere ad ognuno di essi di contribuirvi senza dover affrontare direttamente la violenza”. La divisione fra lato pulito e sporco menzionata prima, ad esempio, è apertamente motivata da una logica di sicurezza alimentare. Il bestiame entra nel macello ricoperto di feci e vomito, e dal punto di vista della sicurezza alimentare, la sfida è di rimuovere le pelli minimizzando il trasferimento di questi contaminanti alla carne sottostante. Ma la cosa affascinante è che l’effetto di questa organizzazione di spazio e mansioni, non solo aumenta l’”efficienza” o la “sicurezza alimentare”, ma anche la distanza e l’occultamento del processo di violenza da parte di chi vi partecipa direttamente. Da un punto di vista politico, un punto di vista interessato a comprendere come le relazioni di dominio violento e sfruttamento vengono prodotte, sono proprio questi gli effetti che contano di più.

Avi: Le fabbriche della morte di Auschwitz avevano gli stessi meccanismi di lavoro?

Timothy: Consiglio lo stupendo libro di Zygmunt Bauman, Modernità ed Olocausto, a chi fosse interessato a come i meccanismi paralleli di distanza ed occultamento funzionavano per neutralizzare il lavoro di uccisione che veniva messo in atto ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna. Il sociologo francese Norbert Elias sostiene – in modo convincente, a mio avviso – che l’”occultamento” e lo “spostamento” della violenza, piuttosto che la sua eliminazione o riduzione, siano il segno distintivo della civilizzazione. Dal mio punto di vista, la macellazione industrializzata contemporanea fornisce un caso esemplare che mette in luce alcune delle caratteristiche più salienti di questo fenomeno.

Avi: La violenza si trova nascosta anche nella più “normale” delle vite. Come possiamo individuare questa presenza pervasiva nella nostra vita quotidiana?

Timothy: Noi – con “noi” inteso come i relativamente ricchi e potenti – viviamo in un tempo ed un ordine spaziale nel quale la “normalità” delle nostre vite richiede una complicità attiva a forme di sfruttamento e violenza, che altrimenti denigreremmo e disapproveremmo se le distanze fisiche, sociali, spaziali e linguistiche che ci separano da chi subisce, finissero per collassare. Questo è vero per la brutale e del tutto inutile detenzione ed uccisione di miliari di animali all’anno per cibo, per lo sfruttamento e la sofferenza degli operai di Shenzhen, in Cina, dove vengono prodotti i nostri iPad e cellulari, per le “tecniche d’interrogatorio avanzate” sviluppate nel nome della sicurezza, per i “danni collaterali” causati dagli aerei a pilotaggio remoto che le nostre tasse finanziano. La nostra complicità non sta nell’infliggere direttamente la violenza, quanto nel nostro tacito accordo di guardare altrove e non fare alcune semplicissime domande: “Da dove arriva questa carne e come ha fatto a finire qua?” “Chi ha assemblato l’ultimo gadget che mi è appena arrivato per posta?” “Che cosa significa creare categorie di essere umani torturabili?” I meccanismi di occultamento ed allontanamento insiti nel nelle nostre divisioni di spazio e mansioni e nell’uso sconsiderato di linguaggi eufemistici rendono seducentemente facile evitare di perseguire le complesse risposte a queste semplici domande, nonostante la nostra determinazione.

Mesi dopo aver lasciato il macello, mi misi a discutere con una brillante amica su chi fosse più moralmente responsabile dell’uccisione degli animali: chi mangia la carne, o gli 800 lavoratori che operano l’uccisione. Lei sosteneva, con passione e convinzione, che le persone che operavano le uccisioni erano le più responsabili, perché essere erano quelle che eseguivano le azioni fisiche che sottraevano la vita dagli animali. Chi mangia carne, affermava, è solo indirettamente responsabile. A quel tempo, io presi la posizione opposta, ritenendo che coloro che ne beneficiavano alla distanza, delegando questo terribile lavoro ad altri e scaricandovi la responsabilità, avevano maggiore responsabilità morale, specialmente in contesti come quello del macello, dove coloro che nella società hanno meno opportunità, svolgono il lavoro sporco.

Ora sono più propenso a pensare che sia la preoccupazione della responsabilità morale a servire da deviazione. Nelle parole del filosofo John Lachs, “La responsabilità di un’azione può venire passata, ma non la sua esperienza.” Sono molto interessato a chiedere cosa possa significare, per chi beneficia del lavoro fisicamente e moralmente sporco, assumersi non solo parte della responsabilità, ma anche farne esperienza diretta. Cosa potrebbe significare, con altre parole, il collasso di alcuni dei meccanismi di allontanamento fisico, sociale e linguistico che separano le nostre vite “normali” dalla violenza e lo sfruttamento richiesti per mantenerle e perpetrarle? Esploro alcune di queste domande in modo più dettagliato nel capitolo finale del mio libro.

Avi: Chi era Cinci Freedom? A quale scopo mitizzante serve?

Timothy: Apro il libro con la storia di una mucca che fuggì da un macello lungo strada, fino quella dove lavoravo. La polizia di Omaha inseguì la mucca e la mise all’angolo in un vicolo che confinava con il mio macello. Accadde durante i dieci minuti della nostra pausa pomeridiana e molti degli operai del macello videro la polizia aprire il fuoco con i fucili contro l’animale. Il giorno successivo in mesa, la rabbia, il disgusto e l’orrore per l’uccisione dell’animale da parte della polizia era palpabile, così com’era forte il senso di identificazione con il trattamento dell’animale nelle mani della polizia. Eppure, alla fine della pausa pranzo, gli operai tornarono al lavoro su quel piano macellazione che ammazza 2500 animali ogni giorno.

Cinci Freedom era un’altra mucca charolaise che fuggì da un macello di Cincinnati nel 2002. Venne ricatturata dopo svariati giorni solo grazie all’aiuto dell’equipaggiamento di rilevazione termica fornito da un elicottero della polizia. A differenza dell’anonima mucca di Omaha che fu abbattuta dalla polizia, Cinci Freedom divenne immediatamente una celebrità. Il sindaco le diede le chiavi della città e venne trasportata al The Farm Sanctuarya Watkins Glen, NY, dove visse fino al 2008.

Anche se a prima vita le sorti della mucca di Omaha e di Cinci Freedom sono state molto differenti, penso che entrambe le risposte fossero modi ugualmente efficaci per neutralizzare la minaccia rappresentata da questi animali. Le loro fughe dal macello non erano solo fughe fisiche, ma anche concettuali, momenti di rottura della routine in un sistema di uccisione altrimenti automatizzato e normalizzato. Lo sterminio e l’elevazione a celebrità (non dissimile dal rituale della grazia presidenziale al tacchino del Giorno del Ringraziamento) sono entrambi modi per contenere la minaccia rappresentata da questi momenti di rottura concettuale. Essi mettono in evidenza anche il limitare le rotture come tattica politica, ad esempio la rottura digitale che avviene quando vengono resi pubblici dei video scioccanti girati sotto copertura nei macelli e in altre zone di confinamento dove il lavoro della violenza viene regolarmente effettuato per nostro contro.

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Segnaliamo un articolo comparso sul blog antisessista e antispecista Femminismo a Sud:

In questa orribile settimana di inizio aprile non riesco a non pensare alla mattanza di maiali e agnelli (e quanti altri animali non umani!) che, inesorabile, si sta compiendo… per la gioia di tutti quegli esseri umani che non riescono ad essere felici senza far pagare ad altri esseri in dolore, sangue e morte il tributo al loro benessere.

Basta uscire dalla rassicurante cinta delle città, che tutto divorano inconsapevoli, per vedere camion e camion di morte diretti verso i mattatoi ...

Continua su Femminismo a Sud
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