Lunedì, 06 Maggio 2013 08:32

Ripensare la ginecologia nell'ottica dell'ecovegfemminismo - di L. M. Chiechi

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RIPENSARE LA GINECOLOGIA NELL’OTTICA DELL’ECOVEGFEMMINISMO

di L. M. Chiechi

 

Stiamo assistendo a una crisi dei consolidati valori basati sul dominio, la supremazia, lo sfruttamento, frutti della cosiddetta società patriarcale storicamente strutturatisi con la società agricola e assorbiti poi dalla società industriale. I movimenti sociali che più hanno inciso su questa crisi sollevando importanti riflessioni morali sono quelli che non sono riusciti a rimanere indifferenti più estesa è stata la sofferenza, vale a dire l’ambiente, gli animali e le donne. Questi tre aspetti, che sembrano così distanti, non sono invece separati; essi rappresentano la rivendicazione del fondamentale dovere al rispetto, indispensabile a rendere eticamente degno il comportamento dell’uomo. Rispetto del territorio, degli animali non umani, degli umani resi deboli. Il concetto di rispetto deve essere inteso nel suo significato più nobile, in grado di riconoscere un attributo di sacralità al territorio, come bene comune, e a tutti gli altri esseri viventi per il solo fatto di essere.

Noi in questa sede affronteremo un unico aspetto di questa rivoluzione etica, cercando di capire come le riflessioni sollevate da queste tre forze, ambientalismo, animalismo e femminismo, possano scardinare anche il vecchio modo di concepire l’assistenza alla salute delle donne, compito delegato dalla società alla medicina, che contestiamo nella sua neutralità scientifica considerandola invece espressione dell’antica radice patriarcale.

AMBIENTE E SALUTE

Una delle più recenti acquisizioni scientifiche riguarda la costituzione del nostro corpo. Ora sappiamo che siamo formati non soltanto da 100.000 miliardi di cellule ma anche da 10.000.000 di miliardi di microrganismi rappresentati da batteri, virus, funghi, che colonizzano il nostro corpo ancor prima della nascita, sin dal passaggio nel canale da parto. Siamo in pratica costituiti più da microrganismi che da cellule (anche se questo microbioma costituisce solo il 3% della massa corporea). Ancor più sorprendente è la varietà di specie, sino ad ora impensata, presente nel nostro corpo: solo il colon ne contiene 4000, la bocca 800, la vagina 300 ecc, composizione microbica peraltro individuo-specifico, un complesso, questo nostro corpo, che Telmo Pievani definisce con efficace espressione: “condominio equosolidale”. È sorprendente per di più la circostanza che i nostri coinquilini non sono nostri parassiti anzi, essi sono indispensabili alla nostra sopravvivenza mentre noi non lo siamo alla loro. A complicare il senso della corporeità umana c’è poi il mistero dei mitocondri, microscopici organelli cellulari posti all’interno delle nostre cellule dove svolgono funzioni fondamentali, non accessorie. Il mitocondrio, come si sa, è dotato di un suo cromosoma proprio, e sembra rappresentare l'esito finale dell’integrazione cellulare di un piccolissimo batterio che più di un miliardo di anni fa si è introdotto nelle cellule degli organismi superiori ed è finito per diventarne parte integrante e indispensabile.

Chi siamo noi allora? Cos’è veramente questo nostro corpo?

Riferendoci all'ambiente la riflessione diventa ora immediata e radicale; noi non dobbiamo rapportarci con l’ambiente; noi siamo l’ambiente. Da questa inscindibilità corpo-ambiente deriva la salute e la malattia che non è, nella gran parte dei casi, quell'evento stocastico che ci colpisce per disgrazia, ma semplicemente il risultato di come noi riusciamo a essere ambiente. Si pensi all'alimentazione, la ordinaria istintiva attività cui dedichiamo sempre meno tempo e attenzione ma con la quale trasformiamo una parte di ambiente in parte di noi, che va a diventare quindi l’atto più intenso che possiamo fare e che invece la cucina edonistica e la moda del fast food hanno banalizzato e de-eticizzato. L’alimentazione umana è atto responsabile ed etico; non soltanto mangiamo quello che ci permette di sopravvivere, ma nel farlo esprimiamo sempre un giudizio morale sul cibo: per questo non mangiamo carne umana, o di cani, gatti, cavalli e via via sino al veganesimo per quanto il livello di empatia ci permette; non lo consideriamo, ma il livello emozionale è l’altro elemento costitutivo del benessere umano insieme a quello razionale con cui definiamo un ambiente sano. Anche dal punto di vista strettamente biomedico questo è un concetto importante; è l’ambiente che determina la malattia e la salute, e addirittura ciò che in uno specifico ambiente permette la salute in un altro causa la malattia; si consideri la cosiddetta anemia falciforme o drepanocitica, una malattia genetica che altera la funzionalità dei globuli rossi; quando il territorio era in gran parte paludoso e infestato da zanzare, vale a dire fino a un secolo fa, essa rappresentava un vantaggio per chi ne era affetto perché impediva la riproduzione del plasmodio della malaria all'interno degli eritrociti e così ostacolava lo sviluppo della malattia. Anche il diabete, adesso considerato una malattia sociale e dalle conseguenze devastanti, quando le fonti alimentari erano scarsissime di zucchero e la normale attività richiedeva sforzi fisici intensi, assicurava a chi ne era affetto un beneficio biologico, potendo ottimizzare le scarse quantità di zucchero disponibili da bruciare subito; oggi che gli alimenti sono ridotti a non-cibo[1], manufatti di ammassi di carboidrati, il vantaggio di una volta si è trasformato in temuta malattia. Forma più sofisticata di malattia causata dall’ambiente è ancora l’osteoporosi postmenopausale, in realtà una non-malattia auto-inflitta perché causata da spazi chiusi, privi di verde e senza sole, solo strade e ascensori che spingono alla inattività, agricoltura povera di micronutrienti salutistici, diete ricche di alterate proteine animali e carenti di acque calciche.

Un concetto ancora più ignorato è l’importanza che ha sull’essere umano la possibilità di poter vivere in armonia con l’ambiente, inteso come ecosistema naturale rispettato come tale, nel suo essere territorio, flora e fauna. Il suo effetto benefico è ben conosciuto tanto che sentiamo il bisogno di andare a cercarcelo nei pochi luoghi incontaminati ancora rimasti sul nostro pianeta e nelle riserve naturali così faticosamente salvaguardate. Se ne abbiamo la fortuna di incontrarli, rimaniamo istintivamente attratti dalla visione di uno scoiattolo, o dal canto di un cardellino, il che non è sorprendente; l’animale non è soltanto l’oggetto di; è l’animale che noi siamo[2], il nostro modo di essere al mondo. La medicina solo recentemente ha riconosciuto il valore della vicinanza animale e di come può contribuire al nostro benessere, facendolo però alla sua maniera con la pet-therapy, valorizzazione certo, ma pur sempre una forma di reificazione dell’animale. Il problema è che la medicina si muove lungo una traiettoria antica, aspira a trattare la malattia non a eliminarla, e conserva la grossa responsabilità di enfatizzare la sua importanza in sé misconoscendo il legame indissolubile con l’ambiente.  

 

LA PARTICOLARITA’ DELLA GINECOLOGIA

Per la ginecologia il discorso è ancora più complesso.

Come si sa la ginecologia, etimologicamente parola composita formata da gyné- donna, e –logos, discorso razionale, “è la parte della medicina che studia la biologia degli organi femminili e ne cura le malattie”, definizione oggi divenuta insufficiente dacché questa branca è passata a “curare” anche la fisiologia e più questa che quelle, crescente fenomeno che va sotto il nome di medicalizzazione. Questa problematica, sebbene ancora non completamente valutata nella sua pericolosità, riguarda il logos, senza che mai sia stato messo in discussione il concetto stesso di gyné, della donna, dandolo per scontato.  Per quanto strano possa sembrare questa definizione è invece estremamente difficoltosa perché basata sulla costruzione del genere, cui si vuole costringere la biologia. In realtà, in quale maniera arriviamo a definire una persona donna? in base al suo cromosoma, ai suoi organi genitali e riproduttivi, se ha o meno le mammelle? Quali gli elementi indispensabili? Con il termine donna si indica semplicemente la parte di umanità identificata con arbitrarie caratteristiche variate nel corso della storia, e che oggi sono definite fondamentalmente dal cariotipo XX (e XY per il maschio). Da questa classificazione rigidamente binaria costruita sin dagli albori della società agricola e perfezionata nel tempo dalla medicina, restano fuori le minoranze biologiche, le persone cioè non biologicamente corrispondenti, definite pertanto malate; oggi in più è stata creata una estesa categoria di persone “migliorabili”, le “affette da” malattia vera e propria (come la sindrome di Turner X0), o da “imperfezione” (aplasia vaginale, uterina ecc) correggibili chirurgicamente[3]. L’arbitraria definizione biologica di sesso ha introdotto in pratica un nuovo concetto di malattia, non più soggettivo, etimologicamente da male habere, definito cioè da chi sta male per il suo sentirsi male, ma impositiva e comunicata, l’essere malati perché non si rientra nello schema predefinito che classifica le persone come sane o normali; se non si è sani si è malati e se non si è normali si è mal-formati, con specifica gradualità interna[4].  

In realtà per la società sessista ciò che inizialmente era importante non è poi tanto l’anatomia, il fenotipo femminile e maschile, quanto la fisiologia, vale a dire la capacità a riprodurre che il fenotipo rende pubblicamente riconoscibile. Donna, nella sua accettazione sociale era solo la madre, potenziale, attuale o passata[5]. È la società postindustriale, e soprattutto quella tecnologica, che ha permesso la crisi della rigidità classificativa con il venir meno del valore del figlio come reificazione della proprietà ereditabile o della forza lavoro e/o guerriera. Sono in pratica gli enormi cambiamenti socio-economici permessi dalla tecnologia che stanno facendo franare le due grosse impalcature che hanno sorretto la società agricola sopravvissuta sino ad oggi: la discendenza filiale e lo sfruttamento animale. Nelle società pre-agricole, non soltanto il figlio perdeva rapidamente l’appartenenza materna per diventare figlio del gruppo una volta raggiunto lo svezzamento, ma il rapporto con l’animale era orizzontale tanto da rimanere unico; non solo il neonato umano era allattato direttamente dalle mammelle animali che divideva con gli altri cuccioli, ma anche le donne allattavano direttamente i cuccioli insieme ai loro figli, fenomeno conosciuto con il nome di “maternaggio”[6]. L’allentarsi delle costrizioni tipiche della società agricola e industriale hanno finalmente permesso lo svilupparsi di due poderose forze rivoluzionarie, il femminismo e l’antispecismo, in realtà presenti da sempre e costitutive della umanità, ma che solo oggi sono realisticamente in grado di operare un cambiamento radicale del vecchio costrutto patriarcale fondato sul dominio e lo sfruttamento.

Quello che in questa sede ci chiediamo è se sia possibile aspirare finalmente a una cura delle donne libera, femminile, rispettosa, non violenta, amorevole, dove sull’uscio della sala parto non ci sia ad accoglierle una lama affilata di medico sempre pronta a tagliarle da sopra o da sotto con episiotomie, tagli cesarei, isterectomie, o lacerarne le parti con forcipi o ventose, che non consideri i loro corpi scrutabili contenitori di un prodotto preteso perfetto da consegnare ai padri, corpi di donne per di più giudicati inadeguati, deboli e perfettibili.

L’ostetricia-ginecologia, branca del sapere scientifico sviluppatasi solo a partire dal XVII secolo[7], da quando cioè gravidanza e parto sono stati considerati meritevoli dell’interesse medico, rimane ancora ai margini della crisi innescata dai suddetti cambiamenti radicali. Il rifiuto della maternità imposta grazie alla contraccezione e il diritto all’aborto, sono state le vittoriose battaglie di libertà della donna, ma della donna ancora relegata al suo ruolo di “madre” rendicontante, una libertà quindi condizionata e non  ancora completamente affrancata. L’affrancamento completo infatti non può che essere nel suo diritto di essere considerata quella che è e non quella che dovrebbe essere, biologicamente e funzionalmente, prima che socialmente. Qui il ruolo della medicina, che da tempo è stata chiamata a giudice incaricato di far rispettare le direttive che normano la regolarità biologica stabilita, è fondamentale perché è lei che certifica la corrispondenza al modello precostituito, funzionale alle esigenze sociali. Ecco quindi che oggi la donna può (non più deve) riprodurre, ma dopo. Tutto fattibile, perché se è stata creata la malattia, con essa è fornita la terapia. È cioè nata questa nuova infermità caratteristica del terzo millennio, la sterilità sociale, che non è una sterilità biologica (derivante da infezioni, malformazioni ecc), ma dal progressivo posticipo della maternità al di là delle naturali possibilità perché così richiedono le necessità lavorative; ma la biologia è quella che è, sì modificabile culturalmente ma dai tempi lunghi; l’adesione biologica al modello sociale non sarebbe però possibile senza l’intervento della medicina, che da una parte asseconda le esigenze sociali con la contraccezione, divenuta perenne, quindi non più pianificazione familiare ma soppressione della possibilità riproduttiva; dall’altra promette con la fecondazione artificiale di permettere la gravidanza oltre il limite fisiologico.

E la salute della donna? La malattia derivante cioè dalla biologia negata, dalla maternità tardiva, dall’allattamento artificiale, dalle stimolazioni ormonali, dai trattamenti sostitutivi? Anch’esse fanno parte della malattia femminile socialmente indotta, con una differenza: prima lo era a causa delle troppe gravidanza oggi per la maternità negata. Rimane quindi ancora una medicina patriarcale nella sua aspirazione ad assoggettare il corpo femminile alle esigenze della società, giudicarlo nel suo essere biologico e ritenerlo a volte sbagliato, come fa per esempio con la menopausa, oltre che nell’adeguarlo anatomicamente al modello estetico idealizzato dai maschi.

Va però anche oltre. La pretesa non è soltanto riproduttiva, ma anche sessuale.

Carla Lonzi ha avuto il merito di decostruire l’impalcatura elaborata sulla sessualità femminile ponendo l’accento sulla sessualità clitoridea come espressione della sessualità femminile autonoma, opposta a quella vaginale culturalmente imposta perché corrispondente al piacere maschile e alle necessità riproduttive funzionali alla società patriarcale[8]. La costrizione culturale è stata talmente potente che la sessualità vaginale impedisce la clitoridea che le è propria. Questa riflessione porta noi a demistificare il costrutto medico della donna e a riconsiderare la modalità di “cura” della ginecologia così come si è strutturata nella società occidentale; è possibile, ci chiediamo, applicare questa riflessione femminista alle tradizionali modalità di cura della medicina? La ginecologia occidentale considera infatti come ammissibile un unico tipo di sessualità, vale a dire quella vaginale, considerando malattia l’impossibilità a questa e mettendo in essere tutta una serie di interventi chirurgici tesi a ripristinare  la “normalità”, perduta con la malattia o mai avuta. Si prenda per esempio il caso della sindrome di Rokitansky-Kϋster-Hauser,[9] definita una malformazione perché caratterizzata dalla presenza di corni uterini atresici e aplasia vaginale più o meno completa; questa è considerata una malattia e “La terapia deve mirare fondamentalmente a permettere alla donna di avere rapporti sessuali.[10], attraverso una serie di interventi molto complessi finalizzati a creare una neo-vagina[11] o, se presente una porzione di vagina, tentando l’allungamento progressivo di questo sfondato fino a raggiungere dimensioni minimali sufficienti al coito. Una complessa terapia unicamente mirata a realizzare la sessualità vaginale.

Ancora più intrigante è il caso della sindrome di Morris. Anche queste persone sono ritenute “malate”; nella forma completa, definita con l’acronimo CAIS, esse sono cromosomicamente XY ma fenotipicamente donne, con la particolarità di avere gonadi indifferenziate, assenza di utero, ovaie, e una vagina cortissima. In genere questa patologia è inserita nei testi specialistici nel grosso capitolo degli “Stati intersessuali – Patologia mal formativa dell’apparato genitale”, e viene curata con la rimozione delle gonadi considerate a rischio di neoplasia, terapia ormonale sostitutiva fino alla età della menopausa, e creazione di una neovagina per permettere il coito. L’effetto della diagnosi su queste persone che si sono fino a quel momento sentite normali e sono state considerate tali è spesso devastante. 

Risulta ben evidente come la medicina consideri unica forma di sessualità quella vaginale, che tale forma di sessualità sia considerata indispensabile tale che il suo impedimento ne costituisce la malattia, e che non contempli altra forma di sessualità oltre questa. C’è però una considerazione ancora più importante da fare: la sindrome di Morris è vista come una confusione di sessi, nella maggior parte dei casi un maschio che si manifesta come donna e che per ragioni di opportunità è bene lasciare stabilizzare nel genere intrapreso, una sindrome che pertanto viene etichettata tecnicamente come un pseudoermafroditismo maschile. La persona in sintesi non ha il diritto di essere quella che è, ma deve essere esaminata, giudicata, inquadrata, collocata in uno dei due sessi riconosciuti dalla società e costretta a seguire le regole, anche biologiche, del sesso assegnatole. Il compito di definire il “vero sesso” è stato da lungo tempo affidato alla medicina[12] che con la nascita della anatomia patologica si è illusa dapprima di poterlo fare con certezza sulla base della presenza del testicolo o dell’ovaio finché la tecnologia non ha reso disponibile l’indagine genetica come prova di certezza. Dal diciannovesimo secolo in poi la stessa tecnologia biomedica ha consentito di riparare alle “ambiguità” della natura rifinendole e avvicinandole alla normalità costituita laddove prima c’era soltanto la condanna e l’emarginazione. 

Il femminismo, se ha inciso (non compiutamente) sul diritto della donna a decidere del proprio corpo, non ha minimamente scalfito il comportamento medico in aspetti che non riguardino l’aborto e la contraccezione. Il diritto all’uguaglianza nel rispetto della diversità rivendicato dalle donne non ha coinvolto il concetto di creazione sociale di sesso, limitandosi al genere, accettando come essenziale la definizione tradizionale di sesso biologico nella costituzione dell’individuo e legittimando l’esistenza della divisione binaria dei sessi. Consequenziale è stato il relegare nella condizione di malato tutti gli altri, da consegnare quindi nelle mani dei medici per l’opportuna correzione. Il concetto di “sesso” e la sua logica assegnazione a maschio o femmina è stato, anche dal femminismo, accettato come unico “naturale” contestando quale imposizione culturale solo quello di “genere”.

Ancora più complessa è stata l’universalizzazione del messaggio femminista oltre la specie e la sua estensione a tutti gli esseri viventi, vale a dire l’antispecismo, che dovrebbe essere il più puro, più nobile di quello ambientalista perché quest’ultima è pur sempre lotta “interessata”. Non estendere la rivendicazione a tutti gli esseri viventi risulta sorprendente considerando i millenni di oppressione che la donna ha dovuto subire.

 

VEGANESIMO E SALUTISMO

Per la verità, come sottolineato da Annalisa Zabonati[13], la questione animale ha accompagnato da sempre la riflessione femminista svelando la comune matrice patriarcale delle due oppressioni e facendo intravedere come la dissoluzione della società patriarcale possa determinare la contemporanea dissoluzione dello specismo e del sessismo. Non siamo molto convinti che il sistema di dominio gerarchico ormai consolidato nei millenni di società patriarcale possa essere spazzato via così velocemente e non persistere a spese di nuove categorizzazioni di deboli, ma il punto che vorremmo discutere è l’elemento di novità introdotto recentemente dalla medicina nella scelta tutta etica del veganesimo, vale a dire l’aspetto salutistico dell’alimentazione. L’adesione all’alimentazione di tipo vegano in virtù del suo vantaggio salutistico rimette in discussione la piattaforma etica che la sostiene, potendosi così essere vegani e contemporaneamente specisti.

È sempre più evidente[14], e in effetti ormai ampiamente riconosciuto, come l’alimentazione vegetariana sia il tipo di alimentazione più salutistico per l’uomo; i danni dell’alimentazione carnivora sono conosciuti da tempo; la novità semmai è l’attuale ridimensionamento delle qualità benefiche del latte e dei suoi derivati, e l’evidenziazione dei suoi aspetti negativi nel favorire patologie come quelle tumorali[15], che stanno indirizzando i consigli alimentari verso il veganesimo[16] pur senza esplicitarlo. Noi concordiamo, ma non che chi non mangia carne e derivati automaticamente mangi sano perché, a parte la carenza di vitamina B12 che caratterizza oggi l’alimentazione strettamente vegana, vi è da considerare l’assunzione di dolciumi, zuccheri e farine raffinate che sono in grado di affliggere la salute umana. A questo vi è da aggiungere il cambiamento di uno stile di vita che porta a introdurre insufficienti quantità di acqua e di sali minerali in essa contenuti, abitudini voluttuarie che portano a sostituirla con bibite, bevande alcoliche ecc, senza considerare l’influenza di un ambiente inquinato sia dagli scarti industriali che dagli allevamenti intensivi, una condizione che porta a uno dei più cinici utilitarismi della medicina attuale: consigliare di ridurre il consumo di carne per ridurre i livelli di inquinamento ambientale[17]. Ma vi è anche da considerare la qualità degli alimenti vegetali prodotti dalla industria alimentare che li rende poveri di micronutrienti salutistici (antiossidanti, vitamine, fitoestrogeni) e ricchi di derivati chimici di sintesi usati come pesticidi, conservanti, maturativi, alcuni dei quali riconosciuti come sicuramente cancerogeni. Insomma noi affermiamo che se da una parte il ritorno utilitaristico deve integrare il principio etico ma non scalzarlo, l’etica deve essere estesa. Il diretto legame con l’ambiente, attento a tutta la filiera alimentare, risulta talmente evidente che finalmente è possibile affermare che la sostenibilità etica automaticamente si traduce in sostenibilità ambientale e sanitaria.         

Il veganesimo, che rappresenta la parte più ostativa del più ampio problema dell’antispecismo, e che sta emergendo come variegata necessità etica, ambientale, salutistica, può rappresentare l’elemento trainante di una rivoluzione etica femminista, la più adatta a imporre la sua differenza di genere in senso empatico; è possibile considerare questa antispecista la piattaforma in grado di sostenere tutte le battaglie contro le oppressioni perché chi si abitua a rispettare finanche l’essere vivente più indifeso, il muto detentore di diritti negati, automaticamente dovrebbe essere portato a rispettare il culturalmente creato diverso in base al sesso, la razza, la religione e via di seguito.

La ginecologia a questo punto non soltanto si trasforma in una branca rispettosa della donna come persona, portatrice delle sue differenze biologiche, tenuta alla responsabilità della sua salute senza deleghe, legittimata alla scelta materna o meno, alla modalità di parto, alle sue necessità biologiche a cominciare dall’allattamento al seno, a conservare la sua potenza biologica con il parto naturale e la maternità naturale senza espropriazioni esterne, ma diventa un non senso medico, esigendo come più adatta la definizione di medicina della riproduzione femminile lasciando la medicina di genere all’approccio personalizzato. Forse questo sarà solo per un breve periodo di tempo, quello necessario alla transizione verso la società senza genere né sesso ma solo di persone degne di rispetto per essere quello che sono. Prevedibilmente più che una scelta attiva sarà la graduale estinzione di una suddivisione non più funzionale e per di più conflittuale, e così si dissolverà definitivamente il pensiero femminile amorevole e solidale. Quando la tecnologia perfezionerà l’utero artificiale si completerà la gestazione extracorporea iniziata con la fecondazione in vitro [18]; a questo punto perderanno di valore anche i corpi fecondanti. Ma questo merita una profonda riflessione; non sappiamo che tipo di società sarà questa che semplicisticamente chiamiamo società tecnologica; certamente perderanno di significato il sesso, gli stati intersessuali, l’omosessualità e l’eterosessualità semplicemente perché ognuno potrà vivere la propria sessualità senza la necessità di chiedere la mappa cromosomica al suo partner e potrà avere un figlio senza dover affrontare la dura sfida parentale operata dai corpi. Se sarà una società migliore è difficile dirlo; sarà una società diversa che, risolta in tal modo la faccenda umana, temiamo lascerà la più dura delle sfide etiche, il rispetto del debole, forse ancora rappresentato dall’animale, l’innocente, il senza parola, l’unico meritevole di diritti senza possibilità di doveri.

 



[1] M Pollan. In difesa del cibo. Adelphi Milano 2009

[2] Riprendiamo qui l’espressione deriddiana per rimarcare la separazione culturale operata dall’uomo: “Una parola l’animale, un nome che gli uomini hanno istituito, un nome che essi si sono presi il diritto e l’autorità di dare all’altro vivente.” (J Deridda. L’animale che dunque sono. Editoriale Jaca Book Spa Milano 2006 p 62)

[3] Non si può qui affrontare il problema delle persone affette da GID (Gender Identity Disorder), perché molto complesso seppur stimolante; basti pensare che il requisito pregiudiziale per rientrare in questa categoria è rappresentato dalla perfetta normalità cariotipica-fenotipica del sesso che si vuole invertire

[4] Ci limitiamo in questa sede solo a questo aspetto perché la malattia “comunicata” è oggi molto estesa; si può stare bene ed essere gravemente ammalati, come succede per una neoplasia maligna scoperta con la diagnosi precoce, e sentirsi molto malati senza poter essere dichiarati tali perché la patologia non è evidente all’indagine medica.  

[5] Fra l’altro anche etimologicamente donna deriva dal latino domina, woman da wife man ecc

[6][6] V Fildes. Madre di latte. SanPaolo 1997 p 20-1: in un bassorilievo egizio del II millennio a. C. è raffigurata la dea Hathor con sembianze bovine nell’atto di allattare contemporaneamente un vitello e un bambino. La stessa dea Hathor viene raffigurata come donna con testa bovina in un altorilievo mentre allatta un bambino. Il maternaggio è stato riscontrato anche recentemente come pratica in uso presso le popolazioni ferme allo stato di raccoglitore-cacciatore.

[7] Abbiamo sviluppato l’argomento della esistenza di una cultura ostetrica come espressione del pensiero femminile e della sua definitiva soppressione da parte della medicina in LM Chiechi Arte non vi. La violenza della medicina occidentale sulla donna. Ediself-Futuro-Etico Bari 2012

[8] Riporto da A Cavarero, F Restaino Le filosofie femministe Bruno Mondadori 2002 l’efficace sintesi del pensiero di C Lonzi al riguardo:”L’autrice non si oppone al rapporto eterosessuale, ma ritiene che debba essere “rinegoziato” secondo le esigenze del piacere della donna, per non lasciare al lesbismo (alternativa “naturale” alla donna vaginale) il monopolio del piacere clitorideo”

[9] La sua presenza non è tanto rara essendo l’incidenza di circa un caso ogni 5000 neonati femmine

[10] G Pescetto, L De Cecco, D Pecorari, N Ragni. Ginecologia e Ostetricia. SEU Roma 2009, p 281.

[11] In genere si utilizza un tratto di intestino o lembi cutanei ribaltati nel canale vaginale neoformato, e se ne può immaginare le enormi problematiche

[12] AD Dreger. Hermaphrodites and the medical invention of sex. Harvard University Press. USA 2003

[13] A Zabonati Ecofemminismo e questione animale: una introduzione e una rassegna. DEP n. 20/2012 p 171-188

[14] Am J Clin Nutr 2013 Jan 30. Risk of hospitalization or death from ischemic heart disease among British vegetarians and non vegetarians: results from EPIC-Oxford cohhort study. Crowe FL, Appleby PN, Travis RC Key TJ.

[15] Si veda per tutti The China Study, di TC Campbell e TM Campbell II. MacroEdizioni 2011

[16] Le diete Mediterranea e Asiatica sono fondamentalmente semivegetariane, ma si consideri a proposito la recente “Healthy Eating Plate” food guide di Harvard scaricabile da http://www.care2.com/greenliving/harvard-declares-dairy-not-part-of-healthy-diet.hatml

[17] Proc Nutr Soc. 2010 Feb;69(1):103-18. Plenary Lecture 3: Food and the planet: nutritional dilemmas of greenhouse gas emission reductions through reduced intakes of meat and dairy foods. Millward DJ, Garnett T.

[18] La riproduzione senza utero o ectogenesi è già attuata con utero artificiale in veterinaria (Zoo Biol 2012; 31(2): 197-205. Construction and test o fan artificial uterus for ex situ development of shark embryos. Nick O, MeganE.)

In campo umano lo sviluppo embrionale è già stato effettuato e interrotto per motivi etici (Gynecol Obstet Fertil 2012; 40(11): 695-7 Reproduction without uterus? State of the art of ectogenesis. Chavette-Palmer, Lèvy R, Boileau P.) Alla Corneill University hanno fatto crescere un embrione in utero artificiale per sette giorni, interrompendo poi volontariamente la crescita. Si prevede la sua operatività clinica nell’arco di un ventennio.

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