Venerdì, 07 Dicembre 2012 17:14

L’amore non si dice, si fa. Susanna Tamaro, Michela Vittoria Brambilla e gli animali - di Puppy Riot

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L’amore non si dice, si fa.

Susanna Tamaro, Michela Vittoria Brambilla e gli animali

Puppy Riot

“L'amore
non e' nel cuore
ma e' riconoscersi dall'odore”

(E. Finardi)

Abbiamo appena finito di leggere l’articolo “Michela Brambilla e il Manifesto per gli animali” di Susanna Tamaro[1] e subito abbiamo pensato che il titolo potrebbe dare torto a questo articolo così importante e così pieno di sagge riflessioni. Rendiamogli dunque giustizia rivivendone i passaggi più significativi (cioè tutti) valorizzati dalle nostre acute considerazioni.

“Ho appena finito di leggere il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla e subito ho pensato che il titolo potrebbe dare torto a questo libro così importante e così pieno di sagge riflessioni. Nel nostro Paese, infatti - vuoi per l'estremismo di certi movimenti, vuoi per un certo moralismo deteriore che aleggia soprattutto tra le persone sempre inclini alla denuncia, ma non all'umile e modesta azione concreta - la parola «animalista» suscita spesso atteggiamenti di sufficienza e di irritazione”.

Estremismo di certi movimenti? Ma quali? Parla chiaro, Susanna. Un certo moralismo? Deteriore? Quale? E chi sono queste persone sempre inclini alla denuncia? mah. Umile e modesta azione concreta? Cioè? Altro che atteggiamenti di sufficienza e irritazione, la parola «animalista» dovrebbe più che altro suscitare un grosso punto interrogativo, a questo punto. Oddio, un po’ di irritazione forse sì: insomma, non si capisce di cosa diamine si stia parlando.  

“Il retropensiero è presto detto: ma in fondo cosa vogliono questi fanatici? Ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi: la fame nel mondo, le guerre, la pedofilia, etc. Certo, se pensiamo alla vita e al mondo come un insieme di realtà stagne, incomunicabili e ininfluenzabili le une dalle altre, questa accusa trova la sua ragione di esistere, così come lo trova se crediamo che la realtà sia solo materia e che il suo senso ultimo sia esclusivamente quello di produrre altra materia - denaro, benessere, sovrabbondanza. Ma se invece reputiamo che il nostro rapporto con la realtà sia qualcosa di più complesso, di infinitamente più sottile, e che ciò che ci lega a lei sia il frutto di un dialogo ininterrotto tra la mente e il cuore, non possiamo non interrogarci su come questo orrore si insinui e modifichi la nostra vita di tutti i giorni”.

Giusto per fare un po’ di chiarezza: stai dicendo che se le cose del mondo sono slegate fra loro, ce ne possiamo fottere allegramente degli animali? Dunque possiamo occuparci “di questo orrore” solo se ha una qualche influenza sulla fame nel mondo, sulla pedofilia o sulle guerre? Ma poi: quale influenza? In che modo? Tramite  una realtà più complessa, “infinamente sottile”, tramite un “dialogo ininterrotto tra la mente e il cuore”? Misteri della fede… Ma proviamo a capirci meglio. Anche accettando la tua visione spiritualistica: come può giovarti allo “spirito” una scelta morale in favore degli animali, se in fondo è compiuta – diciamocelo – per opportunismo?

“Il libro, i cui proventi andranno integralmente a sostenere i nostri amici in difficoltà”,

“Nostri” amici? Vacci piano. Feltri e Brambilla, per esempio, saranno amici tuoi, non certo nostri. Comunque, Michela Vittoria dev’essere un po’ in difficoltà se si è ridotta a raccattare voti persino fra gli “estremisti di certi movimenti”… O ci vuoi raccontare che i voti non sono una forma di provento?

“è diviso in dieci capitoli che affrontano ognuno un punto critico della sofferenza animale. Si parte dalla chiusura di Green Hill, per passare poi al problema del randagismo, agli orrori della vivisezione, alla sofferenza degli animali selvatici nei circhi”,

e quelli domestici, nei circhi?

“senza ignorare la crudele follia degli allevamenti intensivi. Leggendo questo libro, non ho potuto fare a meno di pensare ai bambini”,

Potevi dirlo prima. Ora si scopre perché dicevi che il titolo “Manifesto Animalista” non rende giustizia al libro…

“al loro innato amore per la natura”

Sì sì, il titolo era proprio fuorviante. Si tratta di un libro che parla di bambini, sassi e orchidee.

“e al loro desiderio di difendere e di proteggere queste creature più deboli”.

Ah no, ecco, ci sono anche gli animali. O almeno, quelli fra loro che sono più deboli di un bambino.

“Se loro sapessero che cosa c'è dietro a quello che le loro madri inconsapevolmente mettono loro nei piatti, sicuramente si sentirebbero male”.

Va bene, abbiamo capito: ce l’hai con le donne. Primo: chi l’ha detto – a parte i preti – che siano le madri e non i padri a dover riempire i piatti? Ma concediamo pure che siano le donne a far le cameriere in casa: in effetti, è molto spesso questa la realtà. Secondo: la bistecca è qualcosa di più dell’atto fisico di adagiarla in un piatto. Quel pezzo di corpo animale è stato prima comperato, ed è stato scelto da entrambi i genitori. Anzi, dato che ti piace fare riferimento alla realtà sociale, dobbiamo proprio dire che di solito è il padre che insiste tanto per averla a tavola.

“Il tradimento del patto tra l'uomo e l'animale domestico, cioè quello più antico creatosi fra due specie diverse nella storia dell'evoluzione, è sicuramente uno dei punti su cui bisogna riflettere con più lucidità e con più forza”.

Ecco, riflettiamoci bene. Prima di riflettere sul tradimento del patto, però, riflettiamo sul patto. Primo: chi l’avrebbe stipulato? E, secondo: che cosa prevede? Che gli animali ci diano carne, latte e uova mentre in cambio noi gli diamo la garanzia di gustarli a fondo e – bontà nostra – con immensa riconoscenza?

“L'irrompere del consumismo alimentare ha introdotto nella nostra società l'allevamento intensivo di tutte le specie edibili - galline, maiali, mucche soprattutto - trasformando queste creature in puri oggetti da reddito. Non si può mangiare un pollo se si conoscono le condizioni della sua nascita e della sua crescita, così come non ci si può cibare di un vitello o di una qualsiasi altra creatura senziente la cui vita sia stata un unico e assoluto percorso di dolore”.

Insomma, le nostre papille hanno il sacrosanto diritto di ammazzare, ma perbacco, con un po’ di moderazione!

“Ogni ideologia va lasciata, ogni moralismo abbandonato davanti a questi esseri che ci vivono accanto condividendo il mistero della sofferenza e della morte”.

Ma quale ideologia? Ma quale moralismo? Piuttosto: chiediamoci perché “ci vivono accanto”. Semplice: perché sono costretti. Ecco, non costringiamoli pure ad essere cristiani: per te la sofferenza e la morte saranno pure un mistero, ma per loro, poveri stolti convinti che la “realtà sia solo materia”, sofferenza e morte sono dati di fatto.

“«Amate gli animali» scriveva Dostoevskij nei Fratelli Karamazov . «Dio ha dato loro un principio di pensiero e una gioia senza inquietudine». Dovremmo rispettare questo principio di pensiero e dovremmo abbeverarci a questa gioia senza inquietudine”.

Scherzi a parte, parliamone seriamente. Gli animali non umani non sono cuccioletti teneri da proteggere, né umani in miniatura da rispettare perché manifestano una piccola, commovente porzione delle nostre facoltà. Lasciamo stare Dostoevskij: gli animali non hanno un “principio di pensiero” (umano?), semplicemente pensano diversamente. E chi ti ha detto che la loro gioia sia senza inquietudine? Ancora una volta, si idealizzano gli animali per non parlare veramente di loro.

“Cosa c'è di più straordinariamente emozionante, infatti, dello sguardo di una mucca che ha appena dato alla luce il suo vitellino? C'è orgoglio in quello sguardo, sollecitudine, tenerezza, la forma più alta di amore che è quella della maternità”.

Ecco, ancora puzza di incenso. Chi l’ha detto che la maternità è la forma più alta d’amore? Di certo è la più commovente per i buoni cristiani, ma questo non dimostra nulla. Abbiamo già detto che il cristianesimo agli animali vogliamo risparmiarlo, no? Tanto più che non stiamo parlando della maternità reale, ma di una maternità idealizzata, che esclude – già che parliamo di animali, diciamola tutta – quella delle specie in cui la madre abbandona i figli, in cui li divora, in cui è il padre ad accudirli… Siamo sinceri: non è che parlando della mucca con il vitello stai pensando alla Vergine Maria?[2]

“È capitato a molti di noi di ammirare la pienezza di questa serenità durante le passeggiate in montagna, ma a pochi è dato di contemplare gli sguardi delle mucche, delle galline, dei maiali rinchiusi negli allevamenti intensivi. La gioia senza inquietudine sostituita da un abisso di dolore”,

Oddio… ma allora abbiamo capito che cosa intendevi con “gioia senza inquietudine”… Intendevi i prati di montagna in cui alle mucche i vitelli vengono rapiti qualche mese dopo e al mattatoio ci arrivano con la pancia piena di erbetta fresca.

“da un'interrogazione sulla sofferenza da cui distogliamo costantemente lo sguardo”,

Aridaje! Ma se qualcuno ti strappasse tutte le unghie, soffriresti o ti interrogheresti sulla sofferenza?

“perché altrimenti non potremmo più comprare quella carne in offerta al supermercato, né gustare quelle uova prodotte da creature piene di piaghe, con il becco tagliato, le ossa spezzate dall'osteoporosi per non aver mai potuto muoversi nella loro breve vita, o mangiare quei formaggi la cui pubblicità - clamorosamente falsa - ci fa credere prodotti da mucche cresciute felicemente al pascolo. Una mucca da latte, finché cresceva nelle fattorie, amorevolmente curata dai suoi padroni, viveva una media di quindici anni, spesso anche venti”.

“…perché altrimenti non potremmo più comprare quel cotone a basso costo al mercato, né gustare quel caffè prodotto da negri in catene pieni di ferite. Uno schiavo negro, finchè viveva in una piccola piantagione familiare, amorevolmente curato dai suoi padroni, viveva una vita degna di questo nome”. Suona bene anche così?

certo che lavorare in un asilo / dove c'è sempre casino / tranquilli qui non si può stare per niente / ci vuole un agente / ci vuole un agente / allora avviate la polizia / che la situazione ritornerà / come prima / più di prima / t'amerò...

(V. Rossi)

“Ora la stessa mucca non supera mediamente i quattro: spinta chimicamente a produrre una quantità di latte superiore alle sue possibilità fisiologiche, presto si sfinisce e si ammala di mastite; per curare la mastite, allora, le si somministrano antibiotici e, se gli antibiotici non funzionano, la si manda al macello. Sarà per questo che siamo tutti diventati allergici al latte?”

No, non sarà per questo. Va bene credere che il mondo non sia un insieme di “realtà stagne, incomunicabili e ininfluenzabili le une dalle altre”, ma non esageriamo…

“Così, se pensiamo che il mondo non sia solo l'ottusità della materia, non possiamo non essere ossessionati da quegli sguardi, dalla devastazione di quel dolore silenzioso, incatenato e nascosto nell'anonimità dei capannoni”.

Traduciamo: i materialisti sono autorizzati ad ammazzare gli animali e mangiarseli. Anzi, sono autorizzati a fare qualsiasi cosa, dato che pensano che il mondo sia solo l’ottusità della materia.

“Quello sguardo ci chiede una sola cosa: cos'hai fatto del patto di fiducia che da sempre ci ha legato?”

Eh già, un animale al mattatoio ha a disposizione una sola cosa da chiedere con lo sguardo, come se avesse di fronte una lampada di Aladino un po’ spilorcia, e come se la gioca questa possibilità? Chiede di essere salvato? Chiede di rivedere il figlio, la nostra tenera madre orgogliosa? Niente affatto. Chiede che cosa ne è delle clausole del contratto. “Cos’hai fatto del patto di fiducia che da sempre ci ha legato”? Semplice: l’ho rispettato. Se non sbaglio ti avevo promesso, in cambio della tua carne, che avrei gustato la tua carne. Ti assicuro che a me piace anche se ti ho allevato intensivamente.

“Come hai potuto pensare che io fossi un oggetto inerte? Gli oggetti non hanno sguardi, e lo sguardo rimanda sempre all'altro, in uno specchiarsi di reciproca responsabilità”.

Reciproca responsabilità. Questa è proprio bella.

“E subito segue un'altra domanda: cosa stai facendo a te stesso, come stai vivendo tu, perché come mi hai ridotto a cosa, anche tu, essere umano, ti stai cosificando”.

Ah, no, la lampada di Aladino ha concesso una seconda possibilità, forse impietosita dall’uso che era stato fatto della prima. Vediamo come la usa il nostro schiavo tradito. Stavolta chiederà di fuggire – penserete voi. Che stolti materialisti siete: al contrario, si preoccupa per il suo carnefice. E sì, perché anche lui, mentre sgozza e sventra, si “cosifica”.

“Gli estremi della zootecnia non sono altro che la proiezione di quello che la nostra società sta diventando - un mondo omologato, irregimentato, valutato esclusivamente sul criterio della vendita e del consumo. Un mondo che ha come unico orizzonte la materia e il profitto e che impone ai suoi abitanti, in maniera subdola, la totale anestesia del cuore”.

E per fortuna che la lampada di Aladino ci ha rinunciato… Altrimenti Susanna Tamaro allo sguardo animale avrebbe fatto fare anche questo ennesimo predicozzo…

“Così, da qualche settimana, non posso liberarmi dallo sguardo di terrore di Alexander, la giovane giraffa scappata da uno zoo a Imola, inseguita per le strade della città dal furgoncino del circo fino a che la morte non l'ha stroncata. Un animale alto cinque metri e di novecentoventi chili costretto a stare in catene, per il divertimento di chi?”

Ah, perché, se fosse stato basso e leggero? Cos’è, la compassione a peso? Stentiamo a crederci: anche tu, così devota, ossessionata dalle dimensioni… Ah, no, come siamo meschini! Forse è una questione più spirituale: la giraffa, così alta, è “infinitamente sottile”, come il nostro rapporto con la realtà.

“E non sapevano, gli addetti al circo, che se si vuole riprendere un erbivoro fuggito non si deve mai inseguirlo perché in tal modo si esaspera il suo naturale terrore del predatore?”

Evidentemente non lo sapevano. E allora?

“Che tristezza, che dolore, vedere la splendida maestà di quell'animale agonizzare tra le macchine e i marciapiedi di una città italiana!”

Ah, quindi non è soltanto questione di peso e dimensioni. Né di sottigliezza (fisica e spirituale, s’intende). Eh, no, si tratta di regalità. Nientemeno.

“Certo, si dirà, è solo una giraffa che muore”.

In effetti, viene da dirlo. Ah no, già, è un membro della famiglia reale… e grosso per giunta.

“Ma forse è venuto il momento di porci una domanda che reputo piuttosto fondamentale. La questione non è tra essere animalisti o meno, tra essere pro questo o contro quell'altro, ma piuttosto capire se la misericordia e la compassione sono sentimenti che hanno ancora diritto di esistere nel nostro cuore”.

OK, hai diritto alla misericordia e se vuoi anche alla compassione. Ma la questione è: sei pro o contro lo sfruttamento degli animali? (intendevi questo con “questo” e “quell’altro”?)

“Perché è evidente che tutta la grande questione della sofferenza evitabile imposta agli animali dall'ottusità dei nostri comportamenti alla fine ritorna a questo quesito. «La misericordia è l'incendio del cuore per ogni creatura», scriveva Isacco di Ninive. «Per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste»”.

E pure per i ferri da stiro, dai, non lesiniamo.

“L'amore, la misericordia e la compassione non sono mai alternativi, ma sempre comprensivi. Non si amano gli animali o i bambini, si amano i bambini e gli animali, perché ciò che separa, ciò che divide non è mai nel segno dell'amore”[3].

Dato che l’articolo sembra scritto da un prete, qualcuno più malizioso di noi potrebbe augurarsi che gli animali continuino tranquillamente a non essere amati… ma non pensiamoci troppo. Già che dobbiamo amare tutti, facciamo che amiamo anche gli adulti, però. Certo non sono teneri come i bambini e come i cuccioletti, ma del resto nemmeno i ratti e gli scarafaggi lo sono (oppure questi sono esclusi dall’Amore Universale?).

Madonna con bambino 



[1] Susanna Tamaro, Michela Brambilla e il Manifesto per gli animali. La sofferenza e la compassione che ci manca, Corriere della Sera, 4/12/2012 (http://www.corriere.it/animali/12_dicembre_04/sofferenza-animali-manca-compassione_39080a14-3dde-11e2-ab02-9e37f2f89044.shtml).

[2] "Mamma c'è n'è una sola. Anche troppa” (Giorgio Gaber).

Letto 4117 volte Ultima modifica il Domenica, 09 Dicembre 2012 22:07

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