Martedì, 23 Ottobre 2012 08:15

Cosa chiedere all'antispecismo? - di Serena Nascimben

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Cosa chiedere all'antispecismo? - di Serena Nascimben Foto di Serena Nascimben

Riceviamo e pubblichiamo:


Cosa chiedere all'antispecismo?

di Serena Nascimben

 

Cosa ci si potrebbe attendere dall'antispecismo che ne giustifichi l'esistenza a prescindere dalla sua storia (dalle contrapposizioni teoriche e persino dalle attività svolte dagli antispecisti, spesso indistinguibili da quelle dei militanti in altri gruppi simili)?

La risposta potrebbe essere data dall'immaginarlo come un'area di ricerca e azione focalizzata sui rapporti tra le specie, con l'obbiettivo del superamento della concezione antropocentrica.

Certo un accordo in merito a cosa si debba intendere con il termine: specismo (considerato evidentemente da combattere) aiuterebbe…

Andrebbe chiarito prima di tutto se siano speciste solo le argomentazioni in favore di azioni di prevaricazione dell'uomo nei confronti delle altre specie e le azioni negative stesse, oppure se si creda nell'esistenza di una mentalità specista che si differenzi in qualcosa di più che nell'oggetto rispetto al razzismo o al sessismo, per prossimità con i quali si è costruito il termine stesso. E' possibile che questo qualcosa di diverso alla base del pregiudizio negativo nei confronti degli altri animali, nella maggior parte dei casi non esista, ma sicuramente il rapporto dell'uomo con l'alterità animale e tutto ciò che ne consegue a livello percezione della propria identità, fornisce interessanti spunti di riflessione e approfondimento che l'antispecismo non può permettersi di ignorare.

L'antispecismo dovrebbe perciò occuparsi in primo luogo dell'animale-uomo, perché è nell'uomo che si ha il pregiudizio nei confronti delle altre specie.

Non avrebbe senso parlare di mentalità specista nel caso dei grandi circuiti di sfruttamento che vedono l'animale solo incidentalmente protagonista, scaturendo in realtà da altro (bisogno, abitudine, volontà di guadagno in assenza di preoccupazioni etiche o di informazioni corrette): evidenziare e combattere tali meccanismi economico-politici è materia genericamente animalista. Potrebbe aver senso parlarne (o meglio trattare dell'atteggiamento specista delle mentalità) sul piano delle giustificazioni addotte da alcune fasce di consumatori finali che incrementano tali mercati, sicuramente lo si dovrebbe fare con attenzione agli ambiti culturali di provenienza e al quotidiano delle persone, perché è lì che lo specismo, inteso come pregiudizio, si manifesta più propriamente: nei piccoli conflitti di interesse con le altre specie (nelle reazioni di disgusto, di odio, nelle inutili cacce contro nemici inesistenti…).

Diversamente si starebbe considerando l'effetto finale di un processo senza incidere sulle cause perché controbattendo alle scuse o ai falsi miti, di solito, non si ottiene nulla (le persone si accorgono semmai di essere impreparate a discuterne, senza però dubitare delle proprie credenze).

Suggerire delle alternative comportamentali che scaturiscano da un'impostazione culturale nuova dovrebbe rientrare nei compiti dell'antispecismo, senza contrapporre dogmi a dogmi.

Caratteristica saliente dello specismo, accanto al pregiudizio, è poi l'atto di discriminare che è particolarmente esemplificativo della complessità del tema in oggetto, perché per certi versi potrebbe essere inteso come il suo contrario.

Ovviamente la discriminazione a cui ci si riferisce trattando dello specismo è quella finalizzata a concretizzare il pregiudizio, che lascia ai margini di un contesto più ampio chi avrebbe diritto ad accedervi e che comporta il creare disparità di trattamento tra individui simili, nei confronti di un diritto che dal punto di vista antispecista, si ritiene debba essergli riconosciuto.

Ma prima di questo, discriminare significa fare la differenza, discernere e quindi potrebbe anche intendersi come l'attitudine in grado di opporsi al pregiudizio, restituendo il vero.

Distinguendo però si separa, si contiene entro spazi, si tracciano confini, concreti o mentali che siano. E' fuor di dubbio che nel complesso gli esseri umani esercitino questo tipo di attività sulla pelle delle altre specie, ma il punto non è questo, perché proprio per combattere l'arroganza con cui l'uomo si pone nei confronti del resto del modo, occorre saper indagare nei meccanismi specisti e non ci si improvvisa.

Per fare un esempio, proponendosi di individuare i luoghi dello specismo, dal punto di vista della discriminazione, si dovrebbero elencare non solo quelli della perdita d'identità, del disagio, della violenza ecc. ma anche quelli dell'interazione uomo/a.animale, del compromesso, della ridefinizione dei rispettivi ruoli[1]:spazi quindi sostanzialmente positivi.

Sarebbe logico ed auspicabile che l'antispecismo amplificasse tali possibilità di ricerca.

A questo punto, avendo individuato più correttamente il bersaglio (colto nella possibile esistenza di una mentalità specista) resta da perseguire la massima pregnanza del termine antispecismo.

Poiché non è specificato che si voglia trattare di antispecismo animale, sarebbe giusto che si approfondissero anche i rapporti che intercorrono tra uomo e specie vegetali, tanto più che la distinzione tra i cosiddetti "regni" della natura non corrisponde affatto a demarcazioni nette.

Da sempre l'attività antropica interviene pesantemente sui vegetali[2] con conseguenze spesso impreviste anche per gli animali, uomo compreso. Sarebbe impensabile ragionare in termini antiecologici.  L'aspetto subdolo della questione è però che proprio nel tentativo di porre rimedio a squilibri ambientali[3], veri o presunti che siano, capaci per esempio di compromettere la biodiversità[4] degli ecosistemi, si compiono a volte ulteriori sopraffazioni a carico di esemplari di specie (vegetali e animali) che subiscono così un analogo, iniquo, trattamento.  

La realtà è fatta anche di piccoli eventi, massimamente complicati, non riuscire ad inquadrare i problemi in modo corretto, significherebbe prestare il fianco a coloro i quali non hanno affatto l'intenzione di porsi il problema della giustizia o della sofferenza per le altre specie. E' innegabile che l'essere senzienti della gran parte degli animali peserebbe considerevolmente in loro favore, in un ipotetico confronto tra specie animali e vegetali con vicende molto simili (pensiamo ad esempio alla nutria e all'ailanto[5]); non è però in funzione della gravità o dell'urgenza che l'antispecismo dovrebbe definire i propri interventi, ma in ragione dell'attinenza alla propria area tematica, possibilmente senza sovrapposizioni rispetto alle peculiarità di altri gruppi.  

Le analisi degli specialisti (degli storici, dei sociologi, dei politici ecc…) possono a dire il vero essere valutate correttamente solo con un pari livello di competenze, occorre perciò evitare di banalizzarne i contenuti rischiando di incrementare l'intolleranza nei confronti di chi non li condivida.

Come qualsiasi altro fenomeno, lo specismo può essere indagato da più punti di vista altrettanto validi. Non può essere allora che chi si auspica un generale cambiamento nei principi ispiratori del vivere collettivo, lo faccia contrapponendosi ad una visione più"intimista"del rapporto con le altre specie, perché le due cose non sono inconciliabili; però attenzione: si tratta di livelli diversi di comprensione del problema e più ci si allontana dall'esperienza diretta delle cose,  più è facile tradirne i valori corrispondenti.

Le parole con l'uso si trasformano rafforzando o affievolendo i propri significati di partenza, così come i movimenti e questo è normale, ma capita anche che alcuni termini divengano meri strumenti di differenziazione tra gruppi o di distinzione personale, congelandosi in un loro uso scontato e ripetitivo assolutamente da evitare.

Un esempio positivo di mutamento proviene dal mondo vegetariano che ha complessivamente accolto il pensiero animalista arricchendo la propria zoofilia di base, ma un gruppo vegetariano che di punto in bianco smettesse di occuparsi di altre tematiche legate al vegetarismo è chiaro che dovrebbe confrontarsi con coloro i quali derivino la medesima scelta dietetica da differenti motivazioni; se poi l'animalismo o altro dovessero assorbire tutte le forze di tale gruppo è evidente che questo perderebbe di ragione d'essere in quanto vegetariano. Nel caso dei rapporti tra specismo e veganesimo è evidente che se per il veganesimo l'antispecismo può rappresentare un'evoluzione, viceversa per l'antispecismo, l'identificazione con il veganesimo costituirebbe un'involuzione, restringendone il campo.

Dall'antispecismo (inteso come movimento) ci si dovrebbe aspettare la gratitudine nei confronti delle correnti di pensiero e dei movimenti che lo hanno preceduto.

Una cosa è evidenziare dei collegamenti in realtà diverse (ad esempio sfruttamento animale/sfruttamento umano…), un'altra è contribuire a addensare l'atmosfera attorno ad un tema che dovrebbe invece rimanere di ampio accesso, proprio nell'interesse dell'approfondimento delle sue potenzialità (di qui la scelta iniziale di ragionare a prescindere dalla storia dell'antispecismo).

Se ciò che potrebbe essere il contorno, diviene nei fatti una barriera invalicabile a protezione del nucleo centrale che in questo caso è l'antispecismo, il risultato non può che essere la faziosità. Quindi occorre dirlo molto chiaramente: o si ritiene che l'antispecismo meriti una trattazione separata rispetto all'esistente o conviene lasciarlo libero di costituire una definizione accessoria rispetto ad altre posizioni; rimpinguarlo di contenuti impropri, non ha senso.  Poiché quindi il "multitasking ideologico" restringe il dialogo a poche variabili che lo immobilizzano, sarebbe opportuno chiedere che l'antispecismo non divenisse l'ennesimo contenitore di idee affini, destinato a subire egemonie passeggere.

All'antispecismo si deve chiedere di fare della realtà delle altre specie l'unico vero punto di riferimento.



[1] Si pensi alle aree - cani nelle quali si distingue tra cani di proprietà e non, alle oasi feline caratterizzate da un accesso libero e volontario per i gatti, ma vietato alla maggior parte agli umani, agli ambienti domestici (con modalità diverse di fruizione degli spazi comuni) ecc…

[2] Dall'insediamento delle popolazioni umane sul territorio, alle ordinarie operazioni di manutenzione del tessuto urbano (disboscamenti e diserbi), ma soprattutto in relazione all'esercizio dell'attività agricola (scelte varietali, ibridazioni, manipolazioni genetiche).

[3]  In Italia superano il migliaio le specie vegetali alloctone, di cui 163 sono classificate invasive. (Fonte: Scarici E.  Minaccia alla biodiversità Acer 1/12. Il Verde Editoriale, Milano, 2012 ).                                                  

[4] Tra i diversi problemi quello delle invasive alien species appare oggi come emergente a causa della facilità con cui avvengono gli spostamenti di persone e merci da una parte all'altra del globo (con il conseguente ed involontario trasporto di materiale biologico in grado di riprodursi in cattività). C'è da augurarsi l'approfondimento di tali studi, per quanto non siano del tutto escludibili interessi di parte alla ricerca (non si dimentichi che persino gli OGM vengono spesso prospettati come panacea alle più diverse problematiche ambientali). Il ruolo dell'antispecismo dovrebbe essere prettamente culturale, interpretativo: è chiaro che c'è differenza tra un'importazione di specie "specista"ed una casuale, ma il risultato può essere lo stesso e se la soluzione risulta indifferente al dibattito scientifico, di certo non lo sarà per le specie coinvolte.

[5] L'ailanto(Ailanthus altissima) fu introdotto in Europa per alimentare un lepidottero(Philosamia cynthia) che avrebbe dovuto sostituire il Bombyx mori, soggetto ad epidemie, nella produzione della seta. I risultati furono scarsi, ma l'albero di diffuse ampiamente in natura ed è oggi considerato un'infestante degli ambienti urbani oltre che possibile fonte di depauperamento di taluni ecosistemi naturali. La nutria (Myocastor corpus) fu importata allo scopo allevarla per la pelliccia, ma quando tale commercio fallì molti esemplari furono rilasciati nell'ambiente. La (remota) probabilità che questi roditori fungano da vettore per parassiti nocivi all'uomo come la Fascicola epatica e la Leptospira interrogans, ha poi incrementato la già forte intolleranza nei loro confronti, rendendoli soggetti a persecuzioni più o meno legalizzate.

 

 

Letto 5044 volte Ultima modifica il Martedì, 23 Ottobre 2012 08:58

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