Mercoledì, 16 Maggio 2012 08:32

Antropocentrismo - Anti-specismo - di Gemma Polonara

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Pubblichiamo un commento di Gemma Polonara nato da "Dell'umano che viene all'idea" di Marco Maurizi.


Antropocentrismo - Anti-specismo

di Gemma Polonara


‘Il fatto che l’universo sia stato creato per l’uomo, ponendo l’uomo al centro e ordinando tutto a suo beneficio, non è solo la giustificazione del potere che l’uomo esercita sulla natura, ma anche la speranza che l’universo possa apparirci come un luogo accogliente e degno di essere vissuto.’

In seno alla questione dell’antropocentrismo, mi preme d’offrire due considerazioni: in primis, rilevare l’assoluta impensabilità in termini filosofico-teologici dell’enunciato ‘…che l’universo sia stato creato per l’uomo’. Infatti, considerando le definizioni positive della deità (le quali unicamente si mostrano adeguate in questa sede, giacché si discetta dei ‘fini’universali, sì che la suddetta affermazione potrebbe rileggersi ‘…che lo scopo dell’universo sia l’uomo’), nei termini tradizionali di Causa Prima, Motore Immobile, Meghiston Mathema, Fine Ultimo, Pan en to Pan, se vogliamo ammettere che essa possieda un Fine, dobbiamo concludere che questo non possa collocarsi di là da essa, poiché nulla esiste di là dal Dio; pertanto, Dio non può avere scopo che sia fuori da Dio stesso o non sia Dio stesso. 

Dunque Dio non crea ‘per’ l’uomo, ma crea ‘con’ l’uomo, non poiché renda questi compartecipe della propria facoltà creatrice (se non in seconda istanza), ma poiché lo include, giustappunto, nella sua creazione. E tanto dovrebbe esser sufficiente, all’umano, per annichilare il sentimento d’inanità che così frequentemente lo attanaglia. Infatti, perché mai l’universo dovrebbe apparirci degno d’essere vissuto nel solo caso in cui potessimo arrogarci il diritto di signoreggiarlo, o meglio, di tiranneggiarlo a nostro piacere? Perché mai concepire il ‘potere’, inteso quale ebbrezza d’auto-affermazione - mirata al conseguimento del piacere -, quale unico antidoto ad altrimenti ineluttabili esiti nichilistici? Semmai, esso sarebbe da ravvisarsi nella ‘potenza’, intesa questa piuttosto come facoltà di porre in atto un’azione intelligente (produttrice di effetti positivi non per l’individuo, ma per l’eco-sistema), commisurata all’altezza della propria funzione ontologica nell’universo, e dunque più assimilabile al concetto di dovere che non di piacere (quando poi le due cose, a ben vedere, non coincidano).

Dunque qualsiasi sistema teologico che voglia proclamarsi ‘antispecista’ (per cui nessuna specie ha più valore d’un’altra nei termini di ‘priorità nel diritto alla vita’) non può mai e in nessun caso, date le premesse di cui sopra, concepire l’uomo alla stregua d’un Fine, ma sempre dovrebbe guardare ad esso nei termini d’uno Strumento della Deità. In conclusione, laddove per ‘antropocentrismo’ s’intenda un sistema di valori che ponga l’uomo quale il fine dell’universo, e per ‘antispecismo’ un sistema di valori per cui nessuna specie abbia più ‘diritto alla vita’ di un’altra sul piano ontologico, ‘antropocentrismo’ e ‘antispecismo’ rappresentano un’antinomia irriducibile.

La seconda precisazione concerne la differenza spaziale-ontologica tra i termini ‘centro’ e ‘sommità’. Volendo considerare una gerarchia di valore, o per meglio dire, di potenza (intesa, mi ripeto, come facoltà d’azione intelligente), allorché ascriviamo all’essere umano un ruolo centrale (come avviene nei tre monoteismi occidentali, ma come altresì avviene in seno a numerose maglie della filosofia occidentale, non ultima quella dei maghi panteisti rinascimentali), è opportuno meditare come dobbiamo iconograficamente riferirci ad un’idea di verticalità, piuttosto che di circolarità. Nel secondo caso, infatti, si finisce col concepire l’uomo stesso come centro della Creazione-cerchio, quasi ascrivendogli una statura titanica, per non dire blasfema… L’uomo occuperebbe infatti in un tale sistema spaziale il posto che aspetta al solo Dio, dal cui centro impenetrabile l’intera manifestazione promana e in cui Principio e Fine, quasi per un sistema di onde concentriche che dal Divino si dipartono per poi richiudersi in esso, vengono a coincidere.
Nel primo caso, diversamente, l’uomo si pone quale termine medio d’un ipotetica linea di emanazione dal Divino stesso (sommità) al puro Bios animale (infimità). Tale è l’unico centro cui esso mi pare possa effettivamente aspirare: centro che è più che altro punto medio e che qualifica l’uomo stesso, in virtù di tale prerogativa, come creatura ‘medianica’ a tutti gli effetti.  Di nuovo, l’uomo deve di necessità riconoscersi uno strumento dell’universo, giammai il suo fine! Chiaramente, se consideriamo il tratto che proceda dalla suddetta ‘infimità’ all’umanità (quello pertinente al nostro mondo duale sub-lunare), e quello che piuttosto procede dall’umanità alla divinità (quello delle sfere metafisiche sovrasensibili), veniamo a notare come (relativamente al primo) l’uomo rivesta in effetti una posizione sommitale, ma si dovrebbe poi considerare che cosa questo effettivamente implichi, alla luce di una digressione sul reale significato del concetto (che qui mi permetto di introdurre) di ‘gerarchia di valore-potenza’ (inteso qui non come ‘priorità nel diritto alla vita’, ma come ‘facoltà d’assolvere un’azione in-telligente proporzionata al grado di sviluppo inerente alla propria natura’).

Innanzitutto, se l’uomo appare qui ‘superiore’ alla sfera del bios, è (lo ribadisco) in ragione delle sue facoltà strumentali e non delle sue prerogative ‘finali’. Consideriamo anche il reale significato del termine superiore (più prossimo alla sommità), che concettualmente è assimilabile a quello  di ‘migliore’ (più prossimo al Bene): in che cosa dunque sarebbe superiore l’uomo alla bestia? Potremmo rispondere, esattamente nella stessa cosa in cui è superiore il Dio all’uomo, il Dio rappresentandola Sommitàstessa ed anchela Qualitàontologicamente intesa, il Bene. La qual cosa si mostra ai nostri occhi l’Intelligenza, intesa come facoltà di pensare il Bene (s’intende quello Sommo, vale a dire universale, poiché la qualità di pensare il proprio bene in termini utilitaristici e materiali è da ravvedersi piuttosto nella furbizia). Ma se colui che più PENSA, più E’ (in termini ontologici, è più vicino al Sommo Ente e Sommo Pensante), e colui che più E’ più HA (non dandosi altro possesso che l’essere), e colui che più HA più DA’ (per una legge di processione quasi meccanica), ne discende che quanto più si possiedala Scienzadel Bene tanto più si sia costretti ad offrire il Bene stesso. ‘Superiore’, dunque, è colui che dà, non colui che prende, e pertanto il qualificarsi come superiori non legittima affatto l’azione predatoria e usurpatrice praticata verso quanto si va a qualificare come inferiore, anzi, semmai, la squalifica irrimediabilmente. Se dunque volessimo definire l’‘antropocentrismo’ quale un sistema di valori che definisca l’uomo quale ‘centro strumentale’ dell’universo’ e di nuovo l’antispecismo come un sistema di valori per cui nessuna specie abbia più ‘diritto alla vita’ di un’altra dal punto di vista ontologico, vedremmo come i due termini si mostrino perfettamente compatibili. Tuttavia, vorrei qui osare ridefinire lo stesso concetto di specismo, che a mio avviso non va affatto demonizzato, ma considerato nella sua accezione, per dir così, Virtuosa: infatti, se è pur vero che esso sia da intendersi come un’attitudine discriminatoria nei rispetti delle specie esistenti, tale da ammettere che certune siano superiori in valore a certe altre, bisogna però convenire che, data la digressione di cui sopra sul significato recondito dei termini ‘superiore’ (nella capacità di concepire il Bene) e ‘valore’ (facoltà di porre in atto un’azione In-telligente), aderire ad un’etica consapevolmente specista non dovrebbe affatto implicare la perpetrazione d’alcun abuso o prevaricazione sulle nature qualificate come ‘inferiori’: tutt’altro, dovrebbe accompagnarsi ad un’ammissione di responsabilità tale, nell’individuo che si riconosca ‘superiore’, da porlo ad eterno servizio di tutto quanto di ‘inferiore’ possa da questi giovare.

‘In questo senso, quell’esigenza di sensatezza, quel desiderio di sfuggire alla mancanza di una vita precaria, è ideologia e non può essere salvata, perché implica gli assunti più violenti e distruttivi dello spiritualismo: che l’uomo possa salvarsi perché non è un animale, che il corpo sia la “tomba” dell’anima, che la natura tutta sia in fondo qualcosa di morto che deve essere trasceso per accedere alla “vera” vita.’

Di questo paragrafo non condivido la scelta del termine ‘trasceso’, poiché mi pare cheLa Trascendenza debba piuttosto intendersi nei termini d’uno sfondamento in senso superiore e non in direzione discendente-distruttiva. Pure considerando la premessa che ‘la natura tutta sia in fondo qualcosa di morto che deve essere trasceso per accedere alla vera vita’, non si capirebbe come tale istanza di trascendenza possa sboccare negli esiti ‘più violenti e distruttivi dello spiritualismo’. Si trascende, vale a dire ‘si va oltre’ la natura quando si assume un atteggiamento sopra-naturale nel reame dualistico, ovvero quando si è in grado di cogliere in esso l’Unità di fondo… Di che la sopraffazione violenta è la più pura negazione. 

‘Perché quel mondo estraneo, insensato, mortifero è lo stesso che la religione aveva insegnato e che nasceva dalla fondamentale estraneità che si era venuta creando nei millenni tra gli umani e gli altri animali, dalla nostra caparbia incapacità di ascoltarli e capirli, dalla morte che infliggiamo loro giustificandoci col fatto che anche essi ci mangerebbero se potessero.’

Fatto paradossale è che persino tale alibi risulti impraticabile dall’essere umano, date le circostanze in cui esso realizza le proprie consuetudini alimentari, la mattanza essendo inferta pressoché esclusivamente ad animali erbivori, e a ben vedere alle bestie più mansuete del globo, che quindi, persino in un ipotetico stato di natura (condizione comunque tanto anacronistica da non giustificare neppure un’eventuale ecatombe di carnivori), non potrebbero in alcuna maniera nuocere all’uomo: miti buoi, candidi agnellini, innocenti gallinelle, morbidi conigli: ecco la minaccia incombente sull’inerme ‘stirpe degli uomini’! Per non parlare del povero vituperato maiale, il quale, oltre ad essere barbaramente straziato dal mostro umano che ne fa una portata immancabile della sua crapula quotidiana deve pure subir l’onta di rappresentare ai nostri occhi tutto quanto di sordido si possa immaginare, essendo assurto a emblema di lordura materiale e spirituale, salvo poi essere presentato agli infanti nei termini vezzeggiativi di ‘maialino’.

‘Depurato da tale zavorra antropocentrica, questo infinito potrebbe ancora essere inteso nelle sfumature più diverse: dal panteismo naturalista alla più pura trascendenza. In un certo senso li accoglierebbe e li supererebbe entrambi, così come, forse, l’opposizione tra religione e ateismo.’

Sono piuttosto dell’avviso che, ‘depurato da tale zavorra antropocentrica’ (stando alla definizione più invalsa di antropocentrismo) tale Infinito debba di necessità essere inteso in entrambe le sfumature di immanenza panteistica e trascendenza iper-naturale. In una parola, Dio è nel mondo, ma anche di là da esso: nel mondo come molti, di là da esso come Uno. Plotino proponeva, sulla scorta del maestro Platone, l’immagine esemplificativa del Sole (Uno Immanifesto) coi suoi raggi (i Molti manifesti).
Al contrario, Religione ed ateismo permangono a mio avviso i termini d’un’antinomia irriducibile, la prima programmaticamente mostrandosi come la scienza metafisica il cui scopo sia giustappunto quello di riconciliare Materia e Spirito, Molti ed Uno, Visibile e Invisibile; il secondo apparendo invece come la più assoluta negazione di qualsiasi principio ‘divino’, e immanente e trascendente.

Letto 2691 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Giugno 2012 13:52

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