Giovedì, 19 Aprile 2012 09:18

L’antispecismo a n dimensioni e la critica della critica critica

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Articolo in risposta a Antispecisti e destra: quale posta in gioco?


(Una seconda risposta è stata pubblicata sul sito della Veganzetta: qui)

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L’antispecismo a n dimensioni e la critica della critica critica

di Pico de Paperis

 

 

Finalmente il dibattito antispecista comincia ad entrare anche in casa Disney! Era ora, dopo decenni in cui noi figli di Walter siamo stati ignorati dal pensiero radicale (tranne che da quel genio solitario di Benjamin – che, forse non a caso si chiamava anche lui Walter – dalla cui penna ispirata uscirono le interessanti note su Mickey Mouse che ogni antispecista nonché femminista di prima, seconda, terza, quarta e quinta generazione dovrebbe leggere e rileggere). Certo, noi animali Disney non abbiamo ancora reso l’adeguato servigio al pensiero animalista/antispecista, e sì che potremmo, in quanto animali umanizzati o umani animalizzati, avere molto da dire sull’argomento.

Confesso che io seguo da anni la letteratura sugli animali, è una delle mie letture preferite accanto ai saggi di architettura invivibile, a quelli di matematiche tattili, di archeologia futurista e all’infinito numero di scienze inutili di cui sono cultore. L’antispecismo, soprattutto quello “radicale”, nonché il femminismo in ogni sua variante reale e immaginaria, rientra a pieno diritto nel novero dei miei interessi. Così non poteva sfuggirmi la recente polemica che ha coinvolto Cip & Ciop contro lo scritto di Adriano Fragano e Luca Carli.

 

Fragano e Carli hanno, secondo Cip & Ciop il torto di aver voluto distinguere illegittimamente un antispecismo “vecchio” da uno “nuovo” di cui loro sarebbero i primi ed esclusivi cultori. Non mi sembra una polemica di per sé molto interessante. O, almeno, non è ben centrata. A partire dal saggio di M. Filippi e di F. Trasatti intitolato L’albergo di Adamo, infatti, siamo sommersi da tentativi di questo tipo. Lì si trattava dell’antispecismo di “prima” e di “seconda” generazione, fondato su due modi diversi di intendere il rapporto tra il soggetto morale e l’altro: nel caso dell’antispecismo di “prima generazione” (Singer & co) si trattava del tentativo di giustificare l’inclusione  morale degli animali non umani a partire da una qualche somiglianza con il soggetto morale umano, mentre l’antispecismo di “seconda generazione” assumerebbe una posizione opposta valorizzando la differenza in quanto tale (non senza l’apporto di concetti e costrutti propri della filosofia “continentale”). C’è da dire che, nel definire queste due diverse forme dell’antispecismo, Filippi e Trasatti – a parte l’invenzione della distinzione stessa (in termini che si addicono più ad un motore che ad una corrente filosofico-culturale a dire il vero…) – non si attribuiscono meriti particolari e il volume raccoglie saggi di diversi autori tutti, più o meno, riconducibili alle nuove prospettive aperte nell’antispecismo dopo decenni di elaborazione teorica e pratica.

 

Fragano e Carli fanno un tentativo analogo distinguendo “vecchio” e “nuovo” antispecismo, tentativo di cui Cip & Ciop mostrano alcuni problemi teorici (ignorando il rapporto che probabilmente esiste tra questa distinzione e quella di Filippi-Trasatti). D’altronde, di recente, anche Leonoardo Caffo si è dedicato alla moda di distinguere l’antispecismo in fasi storiche, identificando addirittura un primo, un secondo e ora un terzo antispecismo. Il che mi ha fatto formulare la seguente legge scientifica: l’antispecismo si distingue in fasi diverse al suo interno in modo esponenziale rispetto alla sua esistenza temporale. Il che significa che se durante i primi trent’anni abbiamo avuto un solo antispecismo, nei successivi cinque anni esso si è diviso in 2 e nei due anni e mezzo successivi in 3. Poiché 3 = 2+1, prevedo che nei prossimi mesi qualcuno proporrà di distinguere l’antispecismo in 6 fasi (1+2+3), poi in 11 (1+2+3+5), poi in 22 (1+2+3+5+11), poi in 44 (1+2+3+5+11+22) ecc. Posta una durata infinita dell’antispecismo dovremmo giungere entro l’anno prossimo ad un antispecismo a n dimensioni, in cui n sta per infinito. E, conseguentemente, l’antispecismo non raggiungerà mai la tartaruga.

 

È possibile che la responsabilità di tutto questo risieda nel primo antispecista che si è permesso di distinguere all’interno dell’antispecismo due visioni distinte. No, non si tratta di Regan (che si oppose a Singer), né di Carol Adams (che si oppose tanto a Singer che a Regan), bensì di Marco Maurizi citato da Cip & Ciop nella loro polemica. Ma che c’entra qui Maurizi- dei cui scritti, in quanto cultore dell’inutile, io sono un accanito lettore?

 

Cip & Ciop attribuiscono a Maurizi l’ispirazione per cui Fragano e Carli distinguono tra l’antispecismo “vecchio” e “nuovo” e facendo riferimento alle Nove Tesi sullo specismo scritte da Maurizi nel lontano 2005. In realtà se un rapporto qui c’è deve essere attribuito al modo in cui Fragano e Carli interpretano le Tesi di Maurizi che non vengono affatto “abbondantemente citate”, come sostengono Cip & Ciop, dando ad intendere che le tesi sostenute da Fragano e Carli siano in qualche modo derivate da quelle di Maurizi (salvo poi aggiungere in nota che il pensiero di Fragano e Carli non sarebbe totalmente coerente con tali premesse…ma l’errore sta proprio nell’identificare in Maurizi le premesse del ragionamento di Fragano e Carli!). Ad ogni modo, in questo testo Maurizi in effetti distingue tra antispecismo “metafisico” e antispecismo “storico” criticando Singer e l’antispecismo che si è diffuso a partire dalla sua opera, per aver definito in modo astratto e astorico il fenomeno dello specismo. Questa tesi è stata ripresa da Fragano e Carli anche se le Tesi di Maurizi non vengono citate se non di sfuggita e non certo nei punti essenziali. È curioso che Cip & Ciop si concentrino solo sui passaggi citati e/o interpretati da Fragano e Carli ignorando il resto delle Tesi. Forse hanno letto solo questi passaggi? E poi, visto che criticano la critica di Maurizi a Singer, non si rendono conto che questo testo del 2005 era solo l’abbozzo di un programma di ricerca cui hanno fatto seguito altri voluminosi saggi, sia su internet che cartacei, che io – avido lettore di futilità teoriche – colleziono maniacalmente? Certo, poiché Fragano e Carli citano solo questo testo, e la polemica è rivolta contro di loro, forse non era necessario verificare se per caso Maurizi avesse sostenuto in modo più articolato le sue critiche a Singer. Ma sarebbe stato probabilmente più corretto. O, al limite, sarebbe stato meglio lasciarlo fuori dalla polemica stessa, tanto più che le tesi di Fragano e Carli si sostengono (o cadono) benissimo senza l’apporto delle Tesi di Maurizi. O forse si voleva parlare a suocera perché nuora intendesse? A Qui, Quo e Qua l’ardua sentenza…

 

Vediamo dunque qual è il passaggio delle Tesi incriminato:

 

[…] Marco Maurizi aveva affermato nella sua "Quarta Tesi":

 

        "...la "breve storia dello specismo" abbozzata da Singer in Animal Liberation non è una storia reale, (cioè di individui che vivono in società concrete, con bisogni specifici etc.), ma una storia di "idee". Singer cita alcuni pensatori che durante la storia hanno proposto questa o quella concezione dell’animale, come se la storia reale fosse fatta dai filosofi. Invece le teorie dei filosofi non fanno che rispecchiare un tipo di esistenza sociale."

 

        Questa è la differenza che caratterizza il "nuovo" antispecismo. Quelle del Singer sono solo idee, manca un "passaggio": capire come l'oppressione degli animali "sia nata e si sia evoluta" nell’agire concreto delle nostre società. È dunque nella ricostruzione storica delle condizioni "sociali, economiche, culturali, religiose ecc." che la novella concezione antispecista chiarisce la sua appartenenza politica. Andiamo allora a vedere cosa dice il Singer esattamente e confrontiamolo con ciò che gli è rimproverato dal Carli e dal Fragano, sulla scia del Maurizi.

 

        Dopo aver esposto in due lunghi capitoli il modo in cui gli animali vengono sfruttati al giorno d'oggi, Singer annuncia una storia dello specismo, ovvero dell'ideologia che supporta l'oppressione umana nei confronti degli animali. Non si capisce perché sia tanto riprovevole secondo il Carli e il Fragano il fatto di scrivere una storia del pensiero, per quale motivo uno che annunci di voler scrivere una storia delle idee debba essere rimproverato per il fatto di scrivere una storia delle idee. A meno che l'autore della storia in questione sostenga che essa corrisponda alla storia "reale", che è ciò che il Maurizi rimprovera al Singer. Tuttavia risulta evidente a chiunque legga Animal Liberation che tale libro non sostiene che le idee producano la storia reale, e che il capitolo in questione non intende offrire una spiegazione della genealogia del dominio degli esseri umani sugli animali. Molto più modestamente, il Singer afferma di voler spiegare il modo in cui il rapporto con gli animali ha fatto appello in passato a concezioni filosofiche che teorizzavano una superiorità umana; il suo scopo è mostrare il carattere obsoleto di tali concezioni perché risulti evidente la loro funzione di "camuffamento ideologico al servizio di pratiche egoistiche", minando così la plausibilità dello specismo attuale [4].

 

 

Cip & Ciop sostengono che Fragano e Carli attribuiscono a Singer una concezione sbagliata (le idee determinano la storia) perché si fondano su Maurizi, il quale sbaglia ad attribuire tale concezione a Singer. Scrivono: “andiamo allora a vedere cosa dice il Singer esattamente e confrontiamolo con ciò che gli è rimproverato” ma poi non lo fanno, limitandosi a affermare: “risulta evidente a chiunque legga Animal Liberation che tale libro non sostiene che le idee producano la storia reale”. Qui ci sono due errori.

 

Anzitutto, Maurizi cita la “breve storia dello specismo” perché Singer definisce in quelle pagine lo specismo “l’ideologia della nostra specie” e quindi azzera ogni considerazione storica e sociale (Prima Tesi), trasformando lo specismo in una caratteristica dell’essere umano come tale. Poiché in Animal Liberation lo specismo è definito esclusivamente come pregiudizio non è affatto ovvio, come sostengono Cip & Ciop, che quella di Singer è un’innocente “storia delle idee”. È un vizio concettuale che si è propagato a tutto l’antispecismo successivo. E a dimostrarlo sta il fatto che la definizione dello specismo in termini di prassi di dominio avverrà solo molto più tardi, con l’opera “sociologica” di David Nibert (Animal Rights/Human Rights, Rowman & Littlefield Publishers, Lanham/Bovider/New York/Oxford 2002) che, quando scriveva Maurizi, era ben lungi dall’essere accettata e che anzi è tuttora messa in discussione da chi insiste a concepire l’essere umano come un individuo che agisce nel vuoto sociale spinto con idee che gli nascono nella testa per partenogenesi: cioè la quasi totalità degli antispecisti! Maurizi scrisse quelle tesi e altri testi in quegli anni perché l’antispecismo (italiano?) sembrava del tutto incapace di pensare l’essere umano come zoon politikon, limitandosi a ripetere ciò che Singer aveva stabilito in Animal Liberation: lo specismo è un pregiudizio e tale pregiudizio determina l’azione degli individui, infatti può essere sconfitto con l’argomentazione razionale. Questa concezione spoliticizzante dello specismo era così pervasiva da essere fatta propria addirittura da un gruppo “politicizzato” come quello de La Nemesi, che pubblicò in quel periodo un editoriale intitolato “Il nostro antispecismo” cui Maurizi rispose sulla rivista Liberazioni riprendendo i termini della polemica con Singer.

Cip & Ciop difendono Singer da queste critiche ingenerose sostenendo che come filosofo morale che scrive nel 1975 non poteva fare di meglio:

 

        Peter Singer è un professore di Filosofia Morale e Bioetica, il suo Animal Liberation è del 1975: è una prova di onestà e di buon senso limitarsi a scrivere di ciò che si conosce. Da allora c’è stata una quantità enorme di studi di antropologia, economia, storia delle religioni e quant'altro che prendono ad oggetto la storia del rapporto fra uomo e animale; è un vantaggio e un compito di coloro che vengono dopo quello di poter usufruire di nuovi studi e dati storici, per poter precisare una strategia ed una visione più articolate; se davvero ciò che sta a cuore è un progetto di liberazione e non una rivendicazione identitaria.

 

Ma Singer, che prima di Animal Liberation ha scritto opere su Marx ed Hegel, non poteva certo ignorare ciò che chiunque abbia letto questi autori sa benissimo da due secoli: ovvero che l’individuo è un’astrazione e che l’azione e il pensiero sono intrinsecamente sociali e storici. Inoltre, non ci volevano studi antropologici, economici e religiosi all’avanguardia per sapere ciò che chiunque nel 1975 poteva sapere benissimo: che l’uccisione degli animali non umani assume forme storicamente e socialmente diverse e che quindi è privo di senso definire lo specismo “ideologia della nostra specie”. A meno di non voler difendere una specifica teoria sociale che concepisce la realtà sociale come aggregato di individui e delle loro idee nate nel vuoto pneumatico della rispettive zucche partenogenetiche, cioè a meno di non essere dei liberali utilitaristi. E, guarda caso, è proprio questo che Singer era nel 1975 ed è tutt’ora! La polemica di Marx contro Bentham a distanza di più di un secolo non ha perso nulla del suo mordente, solo che ora, invece del Moro e dello zombi Geremia, abbiamo il grafomane Maurizi e l’ammazza-infanti[3] Singer e siamo passati, così, dalla tragedia alla farsa.

L’innocente “storia delle idee” di Singer, perciò, ha fatto più danni di quanto Cip & Ciop siano disposti ad ammettere, come lo stesso Maurizi scrive in un altro suo superfluo testo:

 

Si potrebbe pensare che io attribuisca troppa importanza a questo saggio di “divulgazione” storica di Singer ma non è così e spero che ciò apparirà chiaro in questo capitolo. […] Rimane […] da spiegare come mai Singernon abbia sentito il bisogno di approfondire, se non proprio di correggere, le grossolane semplificazioni della sua “storia” ma le abbia anzi riproposte sia in P. Singer , “Prologo”, in In difesa degli animali, cit., pp. 13-23 che, recentemente, in P. Singer, Ripensare la vita, Il saggiatore, Milano 2000, pp. 171-174. La progressione singeriana – che salta allegramente dalla Bibbia ad Aristotele, da Aristotele a Tommaso e da qui a Cartesio e Kant – è riproposta pressoché identica in diversi autori antispecisti. Cfr. S. F. Sapontzis, “L’evoluzione degli animali nella filosofia morale”, in Etica e animali, I, (1), primavera 1988, pp. 18 e sgg.; R. Kalechofsky, “Metafore della natura : vivisezione e pornografia – La macchina manichea” , in Etica e animali, II, (1), primavera 1989, pp. 26-32; S. Finsen, “Affondando la scialuppa della ricerca”, in Etica e animali, ibid., pp. 16 e sgg.; S. Castignone, Povere bestie. I diritti degli animali, Marsilio, Venezia 1997, pp. 27-33; R. D. Ryder, The Political Animal. The Conquest of Speciesism, McFarland & Co., Jefferson/North Carolina/London 1998, pp. 5-42; A. Arrigoni, I diritti degli animali. Verso una civiltà senza sangue, Edizioni Cosmopolis, Torino 2004, pp. 57 e sgg. Ryder ha il buon cuore di distinguere un “primo cristianesimo” dal tomismo. Arrigoni approfondisce leggermente l’ottocento tedesco. Ma si tratta di distinzioni che non mutano la sostanza del discorso e, come ho detto, è questa stostanza, non la precisione storica, a fare difetto. (M. Maurizi, Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà, Novalogos, Aprilia 2011, p. 24n)

 

Gli antispecisti, ieri come oggi, pensano che la società sia fatta da ciò che gli esseri umani pensano su se stessi e gli animali, che lo specismo sia un problema di egoismo individuale e che come tale vada combattuto, convincendo gli esseri umani uno ad uno, fino a giungere là dove nessun uomo è mai giunto prima: l’utopia in cui tutti, discutendo razionalmente, potremo finalmente accordarci sul modo in cui vanno trattati i nostri simili e gli animali non umani. Una cazzata? Sì, infatti è quello che pensa Singer che, in quanto filosofo morale, concepisce la trasformazione sociale in termini di un “dibattito” universale! In One World – l’etica della globalizzazione Singer arriva addirittura a condividere l’idea hegeliana della “coscienza assoluta” come sintesi delle molteplici coscienze individuali. Se non è idealismo questo…

Eppure Cip & Ciop che apparentemente polemizzano con Fragano e Carli ma non si lasciano sfuggire l’occasione di lanciare qualche frecciatina anche all’ignaro Maurizi scrivono:

 

        D'altra parte, le "Nove Tesi" del Maurizi (ricalcate sulle "Tesi su Feuerbach" del Marx) ignorano, o fingono di ignorare, che Singer non è un idealista (contrariamente agli avversari che il Marx intendeva confutare nelle sue Tesi). L'interdipendenza tra l'organizzazione materiale di una società e la sua autorappresentazione ideale, principio cardine del materialismo storico marxiano è, al giorno d'oggi, una banalità anche per chi non si rifaccia direttamente al Marx. Certo, se si vuole invece sostenere un rapporto di determinazione stretta tra realtà ed ideologia, intesa come mera "giustificazione a posteriori" di pratiche acefale, guidate solo da un’insondabile Volontà di Dominio, difficilmente ne troveremo traccia non solo nel Singer, ma in qualsivoglia pensiero accorto dei rapporti di potere. Ne riparleremo cercando di chiarire cosa effettivamente hanno in mente i nostri autori. 

[…]

        Riportando le idee di Marco Maurizi si era sostenuto, contro il Singer, che il carattere effettivo dello specismo va cercato nella realtà sociale. Bisogna dire che questa concezione ha almeno il merito di non lasciare spazio ad un’idea di Natura Umana che agisce dietro i fatti! Ma il Singer non è il Feuerbach, né tantomeno lo Hegel. Il richiamo alla prassi concreta e alla sua priorità causale rispetto alle "idee", se aveva un senso formidabile contro quegli avversari, risulta ora piuttosto schematico, tanto più se si porta dietro un dualismo Stato/Società abbondantemente rivisto dagli attuali studi sul potere e sul politico.  

 

Maurizi non solo non “finge” di ignorare ma è invece del tutto convinto che Singer sia un’idealista, certo a patto che si intenda cosa sia un’idealista. L’idealismo, a partire da Marx, non consiste solo nell’inversione tra reale e ideale (su cui insistono un po’ troppo Cip & Ciop), ma anche, se non soprattutto, in una determinata concezione del soggetto. Se il soggetto è chiuso in se stesso, autodeterminato, impermeabile all’esterno, siamo di fronte ad una concezione cartesiana-fichitiana, cioè idealista, del soggetto. Ora, le teorie morali che partono da una nozione del soggetto secondo cui il soggetto determina se stesso e a partire da se stesso, sono idealistiche perché isolano il soggetto dal rapporto con l’altro (lo rendono dunque pura identità con sé). Se poi queste teorie morali pretendono di definire un valore morale oggettivo, universale e necessario, cioè posto al di sopra della storia, sono doppiamente idealistiche perché isolano questo soggetto anche dalle condizioni materiali della sua esistenza. Tutto questo è Marx che Maurizi conosce e usa legittimamente, sebbene le sue Tesi non siano affatto “ricalcate” sulle Tesi su Feuerbach, come Cip & Ciop affermano in modo perentorio e senza alcuna prova (la struttura dei due testi è completamente diversa sia nel contenuto che nello stile). Il riferimento mauriziano, al limite, sembra essere l’Ideologia tedesca, Miseria della filosofia e altre vacuità marxiane.

Quella che Cip & Ciop chiamano “interdipendenza tra l'organizzazione materiale di una società e la sua autorappresentazione ideale” e che considerano una banalità da tutti risaputa, è talmente risaputa che gli antispecisti ancora oggi nella stragrande maggioranza pensano di poter modificare la società agendo sulla sua autorappresentazione ideale. Se Singer, Regan & Co. non sono responsabili di questo perché, evidentemente secondo Cip & Ciop, le loro opere invece danno per scontata quella distinzione, vuol dire che scrivono veramente male. Oppure, leggendo le loro opere e le strategie di diffusione dell’antispecismo che propongono (dibattiti, comitati etici, vegetarismo ecc.), sorge il sospetto che qualche mano lesta abbia cancellato i numerosi passi in cui l’organizzazione materiale della società viene anche solo nominata e in cui si indica il modo di colpire quella stessa organizzazione materiale, piuttosto che rivolgersi al mondo iperuranico delle idee eterne della filosofia morale e all’azione di testimonianza individuale. Aspettiamo da Cip & Ciop un’edizione critica dell’opera di Singer e Regan in cui vengano restaurati i passi espunti vigliaccamente per farli apparire degli squallidi liberali, invece che dei convinti rivoluzionari.

Tralasciamo infine il piccato riferimento alla rozza “Volontà di Dominio” cui sarebbero da opporre le tesi più articolate e sottili di un Foucault o chissà chi altro, visto che Cip & Ciop ne parlano a (s)proposito di Maurizi, sempre per colpire Fragano e Carli. O forse il contrario? Chissà, ormai non si capisce più nulla in questo testo di critica della critica critica! Maurizi ha scritto diversi saggi e un libro, da me attentamente raccolti a maggior gloria dello sperpero di parole umane, in cui analizza i rapporti di violenza e di dominio, distinguendone forme diverse e articolate (sempre in termini storici e sociali e non astratti e moralistici). Metto a disposizione la mia biblioteca di Paperopoli semmai Cip & Ciop volessero farsi un’idea più precisa del pensiero di Maurizi. Nel frattempo farebbero meglio a dedicarsi ai testi che hanno effettivamente letto o, in alternativa, lasciare i testi che considerano inutili alla critica roditrice dei topi.

 

 



[1] "Nè un neonato nè un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente così negativo come uccidere una persona". Singer, Ripensare alla vita, Il Saggiatore 1996, pag. 20

Letto 4067 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Giugno 2012 13:52

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