Spunti di Riflessione

Spunti di Riflessione (84)

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo. Testo dell'intervento:Nel 1949 Simone De Beauvoir scriveva ne Il secondo sesso "Donne non si nasce, si diventa”, intendendo con questo che la femminilità non è un dato biologico naturale acquisito, ma il frutto di un “insieme della storia e della società. In fondo le donne, addestrate ad agire secondo i desideri e le aspettative altrui, specie quelle del maschio, hanno sempre saputo che la femminilità ha i suoi trucchi che le rende appetibili e seduttive e che fornisce un ruolo all'interno della società patriarcale. Quindi non ci è stato difficile seguire Judith Butler, filosofa statunitense voce di spicco nei Gender Studies, e all'interno dei bar omosessuali ibn cui si esibivano ed esibiscono le drag queen (Gender Trouble, 1990) per capire la perfomatività del genere femminile: lo spettacolo dell'essere donna, con il giusto trucco e parrucco, le giuste movenze, le giuste intonazioni, può essere messo in scena da chiunque, anche da un uomo biologico. Diverso sembrava il discorso sulla mascolinità. L'uomo sembrava non aver né orpelli né finzione, era tutta “roba sua”, tutto al “naturale”. Poi vennero le rivendicazioni degli uomini omosessuali, che incarnavano un diverso modo di essere “maschi”, attraverso la scoperta l'emersione del "fenomeno" dei transessuali FtM (da donna a uomo) che riuscivano a costruire la “mascolinità” pur partendo da un corpo biologicamente femminile, così come la rivendicazione della mascolinità femminile (J.Halberstam,…
Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams) TESTO DELL'INTERVENTO: Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto). La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio. Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad…
Quando si tratta di animali, per alcune persone niente è già troppo Fonte: intersezioni.noblogs.org Traduzione di questo articolo uscito sull’Huffington Post di Marco Reggio e feminoska, revisione di Eleonora. N.B.: Nel testo in questione viene usato il termine ‘animali’ a designare gli animali non umani; pur rispettando la lettera del testo originale, ci preme sottolineare che animali non umani sarebbe stato un termine più felice, sia nell’ottica di riaffermare la ns. consapevolezza di essere anche noi animali - seppure umani – ed inoltre perché la dicotomia umano-animale è funzionale a quell’idea di ‘superiorità morale’ dell’animale umano sull’animale non umano che vogliamo demolire (come ben spiegato nella traduzione del testo Farla finita con l’idea di umanità precedentemente pubblicata su Intersezioni)… buona lettura! Qualche giorno fa, ventiquattro intellettuali scuotevano l’opinione pubblica per far emergere finalmente una riflessione collettiva sullo status giuridico degli animali, considerati finora come delle “cose” dal Codice Civile francese. In risposta a tale appello, Guy Birenbaum ha pubblicato una nota indignata: com’è possibile emozionarsi per la sorte degli animali mentre il paese versa in una così grave situazione? – ha spiegato Birenbaum in sostanza (sostanza che il “bilancio” da lui aggiunto in fondo alla nota, in fin dei conti, non riesce a mitigare). Non analizzerò qui il ricorso – probabilmente considerato spiritoso dall’autore – a prese in giro nei confronti delle/gli intellettuali e a metafore sessuali, per non dire sessiste (“anche se non sono un intellettuale, voglio che vengano protette le cagne a pelo lungo, i maiali e le…
Poter imporre il proprio dominio non significa essere nel giusto. Farla finita con l'idea di umanità - seconda parte (vedi prima parte) Fonte: intersezioni Bisogna anche liberarsi dell’idea dominante di naturalità. Per noi è scontato essere parte della specie umana, e questo è un concetto importante, poiché rappresenta un criterio morale: siamo nat* in quest’evidenza, ce l’hanno insegnata. Ci riconosciamo l’un l’altr* come esseri umani e sappiamo che ci sono diritti e doveri impliciti in questa nozione. Ci percepiamo come uman*, piuttosto che come animali, esseri senzienti o individui. Ci percepiamo come individui attraverso il nostro percepirci come uman*. Siamo individui, persone, perché siamo umani. Mentre gli animali sono reificati dall’appartenenza alla loro specie, spersonalizzati, l’appartenenza alla specie umana è qualcosa che ci rende persone, individui, esseri unici. Dobbiamo sbarazzarci dell’idea della naturalità della nostra appartenenza all’umanità. La situazione non è sempre stata questa. Ho già fatto l’esempio del Medioevo in Occidente, quando il senso di appartenenza che superava tutti gli altri era la cristianità; tra gli antichi greci, l’appartenenza fondamentale che permetteva di riconoscersi come eguali, pari, era la cittadinanza: chi non faceva parte della polis poteva essere ridott* in schiavitù. In altre culture, il gruppo di appartenenza fondamentale non è l’umanità ma il gruppo tribale, l’etnia, o un gruppo più ampio – comunque non la specie. È un processo storico e politico quello che ha portato alla situazione attuale, in cui è la specie a costituire la nostra appartenenza fondamentale. Questo processo è sempre presentato come un fenomeno…
Riceviamo e pubblichiamo dal blog intersezioni Farla finita con l'idea di umanità - prima parte Gli sfruttatori distorcono sempre la realtà, camuffandola in una bella confezione che inganna la maggioranza delle persone. Uno degli aspetti che sicuramente impedisce a molt* attivist* (e alla generalità delle persone, ovviamente) di vedere le connessioni tra antispecismo e antisessismo/razzismo/fascismo, deriva da quell’idea – tutta specista, ma oramai peculiare al nostro modo di stare al mondo – che ci viene inculcata fin da piccol*, che quella che chiamiamo la nostra umanità porti con sé in ‘dote’ un valore di merito intrinseco alla nostra specie e solo ad essa. Un valore a ben vedere molto ambiguo, dal momento che, se ad un livello teorico viene associato con caratteristiche assolutamente positive (umanità, gentilezza, generosità, ecc…), nella pratica diventa la giustificazione incontestabile per brutalità e violenze efferate e continue su altri animali, umani e non. La conferenza che abbiamo qui tradotto, di Yves Bonnardel, smaschera questo meccanismo perverso e mette in luce come l’umanità non sia assolutamente una caratteristica ‘naturale’ e connaturata all’essere umano, bensì un costrutto politico volto alla dominazione e alla giustificazione della violenza. Essendo il testo abbastanza lungo, si è scelto di dividerlo in due parti per renderne più agevole la lettura. Farla finita con l’idea di umanità Conferenza tenuta da Yves Bonnardel in occasione de Les Estivales de la Question Animale Traduzione di feminoska ed Eleonora. Il titolo che ho proposto è “Farla finita con l’idea di umanità” perché a mio avviso [questo] è…
Lunedì, 30 Settembre 2013 09:00

13 gattari ma con quali desideri

13 gattari ma con quali desideri di Gabriele Lenzi Fonte: resistenzafemminista.noblogs.org Un intervento pensato per “Mio fratello è figlio unico”. Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini? Una riflessione sul desiderio di cura negli uomini, a partire da esperienze nell’animalismo. La difficoltà e talvolta il disinteresse a coltivare questo tipo di desideri corrisponde a una riluttanza a renderlo anche una via di trasformazione politica. Da quasi dieci anni faccio volontariato animalista, a livello locale e in modo del tutto informale, con una piccola sezione di un’associazione nazionale. Svolgo alcuni compiti di pubbliche relazioni, come scrivere lettere e articoli destinati a quotidiani e, più spesso, presenziare a banchetti informativi cercando di intercettare adottanti affidabili per animali abbandonati. Per la maggior parte però si tratta di un volontariato molto pratico, incentrato sulla cura e la tutela delle colonie feline (aggregazioni spontanee di gatti randagi), con l’alimentazione e le catture temporanee ai fini di sterilizzazioni e di cure veterinarie. Queste situazioni dovrebbero essere seguite dal Comune e dalle ASL ma in realtà se ne occupano, da un lato, associazioni di volontariato, con un rapporto spesso difficile con le istituzioni, dall’altro lato una realtà enorme e tendenzialmente invisibile – con cui le associazioni entrano in contatto tanto più quanto più operano sul territorio – di persone che se ne prendono carico spontaneamente, senza essere parte di reti di volontariato organizzato. Il dato che trovo interessante è che in tutta questa situazione c’è una caratterizzazione di genere nettissima. Sono entrato in contatto (collaborando o…
Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana di Egon Botteghi Fonte: http://www.intersexioni.it/ foto di Sarah Kashna Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni. Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me. Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati. Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti. La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta. La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro. Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli. La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più. Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare. Per loro ero una…
Lunedì, 29 Luglio 2013 08:08

Una Rosa non è una rosa - di Egon Botteghi

Una Rosa non è una rosa Report di un dibattito a cui ho assistito sul femminicidio e la violenza di genere di Egon Botteghi Se, in una notte di quasi mezza estate, durante un dibattito sui rapporti tra i generi, viene consegnata, da un uomo, una rosa a tutte le astanti, quella rosa non è più una rosa ma un simbolo del potere.Quel povero fiore reciso dalla sua pianta, diviene uno scettro al contrario, il simbolo del dominio dei re sulle regine.Nella nostra cultura, fatta di marie vergini e dame cortesi, "la donna non si tocca neanche con un fiore", ma la si può punire, anche con la morte, se non si adegua alle aspettative ed alle richieste del suo "cavaliere".Ed è stato così anche per Ilaria Leone, morta lo scorso primo Maggio, il mese delle rose e delle spose, pestata a sangue, violentata e lasciata morire soffocata nel suo stesso sangue, abbandonata dal suo assassino in un uliveto a Castagneto Carducci.Ilaria era una donna di diciannove anni, doveva comprare del fumo da un uomo che invece ha preteso il suo corpo, e l'ha picchiata perchè diceva di no, provocandone la morte.Quando le solite voci "benpensanti" hanno cominciato a frinire (la ragazza se l'è cercata, non si va sole a fare certe cose, anzi certe cose non si fanno proprio), alcune donne del suo paese si sono ribellate ed hanno fondato l'associazione "Iaia" (dal nomignolo della vittima): "Ilaria associazione impegno antiviolenza".Così, ieri, 27 luglio 2013, l'associazione Iaia ha organizzato un…
Martedì, 23 Luglio 2013 08:04

Nessun rispetto - di Barbara X

NESSUN RISPETTO di Barbara X Quando ho notato le scritte che compaiono sulle t-shirt ritratte nell'immagine che accompagna queste mie considerazioni, ho provato a immaginare la reazione di tante altre donne, magari sottobraccio ai propri mariti e fidanzati, magari non impegnate politicamente: nell'udire i commenti, i motteggi e le risate dei propri cavalieri è probabile che abbiano chinato lo sguardo verso il basso, con un sorrisetto imbarazzato e pudico, senza accennare ad alcuna rimostranza, evitando così di turbare il momento di ilarità. La donna è gentile per natura, si dice. Non ho mai amato produrmi in dilettantesche e stucchevoli citazioni dotte (che lascio volentieri ad altri), ma per spiegare quale significato io voglia attribuire al predicato nominale "gentile", ricorro senz'altro alla definizione che ne diede Pier Paolo Pasolini nel 1970, in uno scritto apparso sulla rivista Tempo: "[...] L'uso dell'aggettivo 'gentile', da me riferito all'operaio, non aveva il significato pedestre e banale per cui 'gentile' è chi cede il posto a una signora sull'autobus o sorride al cameriere nell'ordinare un risotto. Gentile è esattamente l'opposto di volgare. La volgarità è aggressiva, ricattatoria, prepotente, possessiva, presuntuosa: essa nasce - nel nostro particolare momento storico - dalla 'sottocultura' borghese [...]" Lo squallido, mostruoso universo fascista del mercato e della dittatura psichica dei media e l'ingannevole dimensione dell'ormai ipertrofico sviluppo tecnologico hanno distorto tale significato, per adeguarlo agli inoppugnabili codici sociali instaurati dal sistema patriarcale e fallocentrico, per compiacere alle ferree leggi del consumo di massa, che nella sua violenta ottusità travolge, smembra …
Nutrizione umana nella formazione medica di basedi Eva MelodiaUn argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti. Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto…
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