Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke

di Egon Botteghi e Marco Reggio


Marco.
Mi è parso di capire che la pubblicazione dell’articolo di Lynda Birke, "Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali", sull’ultimo numero di Musi e Muse, ti abbia creato un po’ di disagio.
Forse non è la parola giusta, “disagio”, comunque, che pensieri ti ha suscitato?

Egon.
Può darsi che "disagio" sia invece la parola giusta...
Leggere su quella bella rivista online, interessata "ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale", le opinioni di una etologa-sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio "sano" interspecifico, temo possa legittimare, nel mondo animalista, tale pratica che io trovo invece deplorevole.
L'articolo è molto interessante, ma quando mi sono imbattuto in questo ho provato un moto di disappunto: "Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano."
Quanto dice sull'abilità equestre è vero, ma messo così sembra un elogio che si può ritrovare in tutti i manuali di equitazione che con l'animalismo e la liberazione animale non c'entrano niente, anzi sono la cultura di secoli di dominazione sugli equini.
In queste parole può esserci celato anche un concetto pericoloso, usatissimo per giustificare l'uso del cavallo, e cioè quello che anche il cavallo ci guadagna qualcosa, che acquisisce nuove capacità, che cresce.
Questo assunto è usatissimo da coloro che cercano di dare giustificazioni meno "becere" all'uso del cavallo, sia da lavoro che da diporto, come ad esempio nella filosofia steineriana, per cui il cavallo si "innalza" nell'incontro con l'uomo.
Gli etologi italiani più alla moda e considerati "illuminati", che si occupano di equini, per giustificare l'atto di cavalcarli, ancora dicono che la vita psichica del cavallo viene arricchita dall'incontro con l'essere umano... insomma, noi li rendiamo più intelligenti!
Per questi studiosi la relazione diviene così importante che sopravanza i diritti delle singole parti, dei singoli attori della relazione.
Per me è invece più importante il diritto del cavallo a non imparare l'half pass, o come si dice in italiano, "l'appoggiata", in quanto privo per lui di senso, che la "meravigliosa" connessione di questi due corpi.
Corpi però che non sono sullo stesso piano, dove uno impartisce ordini e l'altro esegue.
Senza contare che "l'appoggiata" è una figura del dressage, come ricorda la stessa autrice, che è una disciplina olimpica tra le più devastanti per la psiche ed il fisico del cavallo e di derivazione militare.

Marco.
Io non conosco i cavalli, ma devo dire che ho trovato l'articolo molto interessante, perchè riesce a descrivere una relazione che si instaura nonostante la base di questa relazione non sia paritaria, e che sembra positiva per entrambi i soggetti. Ma dico "sembra", perchè in effetti non sapevo nulla dell'half pass, della sua origine, e così via, e dovremmo sempre farci la domanda se al cavallo fa piacere questa relazione, se alcuni elementi di questa relazione siano un peso che sopporta, o che accetta volentieri, o ancora che rifiuterebbe se possibile. Certo, anche io ho un senso di mancanza nel leggere testi come questo. Mi succede per esempio con Vinciane Despret o Donna Haraway: si trovano osservazioni non solo illuminanti, ma in grado di aprire una visione migliore delle nostre relazioni con gli animali, davvero più rispettose della loro complessità, secondo me. Al tempo stesso, mi sembra che manchi una parola chiara su un aspetto delle relazioni, cioè l'elemento di unilateralità, di sfruttamento economico. Una prospettiva che mette al centro le relazioni, e riesce a vederne dei potenziali positivi anche nei contesti di sfruttamento, mi sembra necessaria, ma quando ignora l'esistenza dello sfruttamento, il carattere (anche) economico del rapporto, può essere controproducente, almeno nei casi più eclatanti, in cui di fatto si finisce per giustificare lo sfruttamento, purchè "dolce" (come ha mostrato Agnese Pignataro a proposito delle tesi di Larréere e Porcher, nel suo articolo "Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?").
Nonostante questo, mi chiedo se non si possa trarre qualcosa (o anche molto) dalle voci di etologi, sociologi, persino allevatori, in materia di relazioni fra noi e gli animali, partendo non tanto dal fatto che l'animale "ci guadagna qualcosa", ma che gli umani ci "guadagnano", in termini di relazione, una relazione vissuta nel e col corpo. Questo, certamente, per noi deve avere come punto di partenza la non costrizione, il rispetto dei desideri altrui, ma anche dove non c'è si possono trovare elementi per una prospettiva diversa.

Egon.
Sicuramente gli esseri umani guadagnano qualcosa nella relazione con l'animale altro, ma credo che bisogna cercare di essere sempre molto vigili ed onesti sul che cosa e sopratutto sul come gli animali altri vengono coinvolti.
Gli esseri umani sono relazionali e relazionanti nel profondo, secondo me, vivono nella relazione e le relazioni li rendono vivi.
Quando però si "sconfina" oltre la specie c'è da tenere sempre a freno, a mio avviso, una spinta "predatoria" ed acquisente rispetto a questo altro, un impulso alla manipolazione, al voler toccare, al voler appropriarsi, al voler farsi riconoscere. Una sorta di ansia egocentrica.
Un etologo il cui campo preferito erano gli insetti, riferendosi a noi umani, al nostro modo chiassoso di relazionarci, affermava che, in quanto scimmie, siamo destinati a ciò.
Riusciamo a godere dell'altro senza invaderlo?
Il presupposto secondo me deve essere sempre la libertà dai condizionamenti fisici e psicologici, che nel caso del cavallo, ad esempio, sono moltissimi.
E' vero che nella relazione chiunque sia coinvolto cambierà qualcosa di sè dopo questo incontro, ma quale attenzione poniamo affinchè la relazione con l'animale altro non sia di tipo coloniastico?
Certo che chi lotta per la liberazione degli animali sarà avvantaggiato nello sforzo se conosce qualcosa di loro, e se questi animali sono domestici, questa conoscenza passerà giocoforza attraverso i luoghi della loro prigionia e quindi attraverso gli allevamenti e gli allevatori, i campi di equitazione, gli zoo e sarà ancora più preziosa quella che avverrà nei rifugi.
Però perchè alle volte non noto tutto questo zelo e fervore nel cercare di conoscere (ed aiutare nella loro loro lotta per la sopravvivenza) gli animali che non si possono toccare, che non dipendono da noi, che in qualche modo non gratificano il nostro egocentrismo e voglia di protagonismo (penso ai selvatici, ma non solo quelli esotici, ma quelli che vivono intorno a noi, ai limiti delle città e nelle campagne, con la loro eroica resistenza e penso agli animali sinantropi, così affascinanti nell'aver scelto il nostro habitat e nell'usarlo mantenendo però la loro libertà e selvatichezza ed anzi, in qualche modo, "sfruttandoci")?
Riusciamo a sentirci in relazione soddisfacente con i gabbiani che nidificano e allevano la prole sul tetto del palazzo di fronte? Per quanto mi riguarda la mia risposta è sì, e tanto di più dal momento che le loro stridula grida esistono a prescindere da me.

Marco.
Il problema che poni, ovviamente, non è semplice. Mi sembra che in parte si riconduca a una domanda: è possibile che relazioni nate da motivazioni egoistiche, da rapporti di dominio o di sfruttamento, o persino relazioni che sono soltanto economiche, stimolino lo sviluppo di elementi relazionali in cui i soggetti in gioco traggono beneficio (piacere, accrescimento, ecc.)? Non credo che né io né tu possiamo avere una risposta, ma a volte io rifletto su storie anche banali che dimostrano la complessità di questo tema. Per esempio, una mia amica ha avuto in regalo un uccellino. Lei non è antispecista, animalista e non ha una particolare sensibilità verso gli animali nel senso che intendiamo noi "attivisti", né una particolare sensibilità politica che possa darle strumenti di critica della detenzione di un animale in gabbia. In passato, ha comprato animali e non è contraria a farlo, in linea di massima (gli è stato regalato, questo uccellino, ma potrebbe averlo anche comprato, direi). Eppure, dopo una settimana di convivenza ha preso la gabbietta, l’ha messa nell’unico bagno del suo bilocale, l’ha aperta e ora vive con un uccellino che svolazza… in bagno! (Naturalmente, si tratta di una specie che non poteva essere semplicemente liberata). Ora ne è nato un rapporto che evidentemente è bello per entrambi. Certo, nasce da un atto di liberazione (aprire una gabbia). Ma questo atto di liberazione non è l’atto di un antispecista con le sue categorie morali già costruite, tutt’altro. E’ l’atto di una persona che ha maturato questa intenzione proprio a partire da un rapporto che io direi viziato in partenza, cioè da un individuo che viene comprato e regalato come se fosse un qualsiasi oggetto. In effetti, questo presupposto indubbiamente inquina i rapporti, ma che spazi ci sono perché possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?

Egon.
Hai assolutamente ragione Marco... nè io nè te possiamo risolvere con un aut-aut la complessità di questo tema e delle questioni morali che pone. Ti ringrazio ancora per stimolare questo scambio: evidentemente noi due siamo in una relazione di crescita.
Provo però a rispondere alla tua ultima, affascinante domanda: "che spazi ci sono perchè possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?"
Come la vedo io in questa fase della mia vita, questo spazio è uno spazio direi quasi geopolitico.
Secondo me dovremmo imparare a vedere gli individui delle altre specie come appartenenti a popolazioni con cui dobbiamo contrattare il nostro essere sul pianeta, il nostro spazio sulla terra.
Non vedo questo in ottica protezionistica, per preservare gli ecosistemi che sostengono anche la specie umana, che perirebbe insieme agli altri, ma proprio come esercizio di diplomazia con altre specie che detengono i nostri stessi diritti di appartenenza ad un territorio.
Noi non dovremmo interpretare e decidere cosa sia meglio per le popolazioni di animali altri, ma proprio essere in grado di tradurre le loro richieste.
Così il mio sogno potrebbe essere fare il console presso alcune società di bonobo...

bastaschiaviblogspot.it
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Dal care al dialogo: il femminismo e il trattamento degli animali

Di Josephine Donovan.

Traduzione dall’inglese di Michela Pezzarini; revisione: Josephine Donovan, Agnese Pignataro.

Fonte: Musi e Muse, n. 2 (luglio 2013)

Questo articolo è tratto dal volume collettivo The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader, Columbia University Press, 2007. Una versione molto più lunga e leggermente diversa era apparsa con il titolo «Feminism and the Treatment of Animals: From Care to Dialogue» in Signs: Journal of Women in Culture and Society, 2006, vol.31, n.2.

Immagine tratta dal sito The Public Domanin Review.

[Nota della traduttrice: ove possibile si è scelto di non tradurre il termine inglese care, che ha un campo semantico più ampio dell’italiano cura].


woodcut_donna_animali 

Dagli anni Ottanta le femministe hanno iniziato a introdurre la teoria del care nel dibattito filosofico su come gli umani debbano trattare gli animali non umani. La teoria del care, un filone importante della teoria femminista contemporanea, è stata originariamente articolata da Carol Gilligan e in seguito elaborata, perfezionata e ampiamente criticata fin dalla sua prima formulazione nei tardi anni Settanta. Da quando le autrici e gli autori presenti nella prima parte di questo volume [The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader] hanno applicato la teoria del care alla questione animale nei primi anni Novanta, essa si è affermata come uno dei principali filoni teorici dell’etica animale.

Questo articolo vuole tentare di affinare e rafforzare ulteriormente la teoria femminista del care in etica animale. Spero di riposizionare la discussione per porre in evidenza la natura dialogica della teoria del care: non si tratta tanto, come dimostrerò, del prendersi cura [care for] degli animali come le madri (umane e non umane) fanno nei confronti dei propri piccoli, ma piuttosto di ascoltarli, di offrire loro la nostra attenzione emotiva, prendendo a cuore [care about] ciò che ci dicono. Come sottolineo nella conclusione del mio articolo «Animal Rights and Feminist Theory»: «Non si devono uccidere, mangiare, torturare e sfruttare gli animali perché loro non vogliono ciò e noi lo sappiamo». In altre parole in questo articolo propongo di spostare la fonte epistemologica della teorizzazione sugli animali negli animali stessi. Non si potrebbe, mi domando, estendere la standpoint theory femminista agli animali, includendo in questo modo il loro punto di vista nelle nostre deliberazioni etiche?

La standpoint theory per gli animali

Poiché offre una prospettiva politica teoricamente più sofisticata di quella del care, la standpoint theory – una corrente significativa nella teoria femminista contemporanea – può rivelarsi un utile apporto alla teoria del care che si occupa del trattamento etico degli animali [1]. Specialmente nell’articolazione originaria di György Lukács, la standpoint theory sembrerebbe particolarmente adatta per l’approccio dialogico che vado proponendo. Il filosofo marxista Lukács sviluppò questa idea nell’opera Storia e coscienza di classe ([1923] 1978), in cui teorizzò che il proletariato manifesta un’epistemologia particolare e privilegiata a causa della propria mercificazione o reificazione nel processo di produzione capitalista. Quando un soggetto è trattato come un oggetto, afferma Lukács, l’esperienza evoca necessariamente una coscienza critica nata dalla paradossale consapevolezza di non essere una cosa. Nell’automatizzazione della produzione capitalista, nota Lukàcs, il lavoratore «è perciò costretto a subire come oggetto del processo la propria mercificazione, la propria riduzione a pura quantità. Ma proprio per questo egli viene spinto al di là dell’immediatezza di questa condizione» (p. 219). Sotto la «crosta quantificante», comunque, si trova un «nucleo qualitativo e vivente» (p. 223), da cui nasce una coscienza critica e sovversiva. Lukàcs sviluppa così il concetto: «la mercificazione dell’operatività separata dalla personalità complessiva dell’uomo arriva a trasformarsi in coscienza di classe rivoluzionaria soltanto nel proletariato» (p. 226).

E ancora: «A questo oggettivo occultamento della forma di merce corrisponde, dal punto di vista soggettivo, il fatto che il processo di reificazione, la mercificazione dell’operaio, mentre da un lato annienta l’operaio stesso [...] storpiando ed atrofizzando il suo ‘spirito’, dall’altro non trasforma in merce la sua stessa essenza spirituale-umana» (pp. 226-227).

La standpoint theory femminista – secondo Nancy Hartsock (1983) – ha generalmente collocato l’origine del risveglio della coscienza critica di un gruppo oppresso non tanto nella reificazione quanto nell’esperienza corporea e nella pratica (o nel ricordo) del lavoro artigianale non industriale di valore d’uso [2]; comunque, al fine di elaborare un approccio femminista alla questione animale, l’enfasi di Lukàcs sulla reificazione in quanto elemento primario costitutivo del punto di vista critico sembrerebbe più utile.

Nell’applicazione della teoria agli animali è oltremodo chiaro che essi nel processo di produzione vengono letteralmente ridotti a numeri e trasformati in merce – ancor più di quanto non avvenga ai proletari, i cui corpi almeno non sono trasformati dal processo produttivo, letteralmente, in morti oggetti da consumare – anche se accade che siano trattati come strumenti meccanici. Tuttavia il punto che appare immediatamente problematico nell’applicazione della standpoint theory agli animali è la questione sul come il loro punto di vista soggettivo debba essere articolato. Poiché è ovvio che, a differenza dei lavoratori umani, gli animali sono incapaci di condividere tra di loro le proprie opinioni critiche, come sono incapaci di organizzare la resistenza alla propria reificazione e uccisione nei mattatoi. D’altra parte il fatto che raramente i lavoratori hanno espresso un punto di vista proletario di propria iniziativa o si sono spontaneamente ribellati in massa al trattamento subito (un eterno problema del pensiero rivoluzionario), suggerisce che le differenze tra i due casi non sono rilevanti come potrebbe risultare a prima vista. Spesso, nella pratica, i teorici marxisti sono ricorsi all’idea di un’avanguardia intellettuale che guidi il proletariato e lo educhi a riconoscere e combattere le ingiustizie che gli sono inflitte (l’esempio più famoso è la concezione leninista del partito di avanguardia ). E appunto una questione centrale della standpoint theory femminista è quella del rapporto tra i teorici e le teoriche che articolano il punto di vista delle donne e le donne per conto delle quali tale punto di vista viene articolato (Hartsock 1998, pp. 234-38).

Nel caso degli animali è chiaro che c’è bisogno che i loro difensori umani ne articolino il punto di vista – colto, come qui sosteniamo, nel dialogo con essi – a testimoniare che non vogliono essere ammazzati, né sfruttati o maltrattati. C’è inoltre bisogno di difensori umani per proteggersi e organizzarsi contro le pratiche che reificano e trasformano in merce i soggetti animali.

Un’etica dialogica del care per il trattamento degli animali

«Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo» è un famoso aforisma di Ludwig Wittgenstein ([1953], 2009 p. 292). La teoria che qui espongo è appunto che i leoni parlano eccome, e che non è impossibile capire gran parte di quello che dicono. Diversi studiosi hanno già sottolineato che gli umani devono imparare a interpretare gli idiomi del mondo naturale. Jonathan Bate ci ha proposto di imparare la sintassi della terra [land], piuttosto che interpretarla attraverso la nostra «prigione linguistica», per sviluppare un’adeguata comprensione dell’ambiente (Bate 1998, p.65, nella citazione di Simons 2002, p.77).

Similmente Patrick Murphy ha auspicato la nascita di una «dialogica ecofemminista» in cui gli umani apprendano a leggere i dialetti degli animali. Murphy ha sostenuto che è possibile riconoscere gli altri non umani come soggetti parlanti e non solamente oggetti del nostro discorso» (1991, p. 50) [3]. Precedentemente il fenomenologo Max Scheler aveva espresso un pensiero simile rispetto alla necessità di apprendere la «grammatica universale» dell’espressione dei viventi ([1923] 2010). Più di un secolo fa la scrittrice americana Sarah Orne Jewett rifletteva con queste parole proprio sulla possibilità di imparare la lingua dei non umani:

Chi sarà il linguista che imparerà la prima parola del monito di un vecchio corvo che avverte la compagna del pericolo […]? Per quanto tempo ci toccherà andare a scuola quando le persone dovranno imparare a parlare con gli alberi e gli uccelli e tutti gli animali nella loro lingua! […] Non è necessario soggiogarli perché ci diventino familiari e ci rispondano, possiamo incontrarli sul loro stesso terreno. (1881 pp. 4-5) [A riprova che una comprensione del vissuto animale è già possibile, rimando al capitolo intitolato «L’enigma del corvo» in Quando il lupo vivrà con l’agnello (V. Despret 2004) sul linguaggio e sulle abitudini di alcune comunità di corvi studiate da B. Heinrich e descritte in Ravens in Winter (1991), n.d.t.]

Sicuramente c’è ancora chi solleva l’interrogativo epistemologico su come essere certi di sapere che cosa pensi o provi un animale. Direi che la risposta è che nell’interpretazione di un animale mettiamo in atto gli stessi processi mentali ed emotivi che impieghiamo per interpretare un umano [4]. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, la mimica facciale, il tono della voce… sono tutti segni importanti. È anche utile conoscere gli usi e la cultura della specie; inoltre, come avviene tra umani, la frequentazione di un individuo permette di capirne bisogni e preferenze che sono del tutto personali. Prestando attenzione, studiando ciò che viene significato, si giunge a conoscere e ad avere a cuore l’essere significante [5]. In questo modo i referenti assenti della famosa definizione di Carol Adams (1990) sono reintegrati nel discorso e alle loro storie è permesso prendere parte alla narrazione, aprendo così, in breve, la possibilità di dialogo con loro.

La premessa qui sottesa è che una delle principali modalità attraverso cui avviene la conoscenza è quella dell’analogia basata sull’omologia. Se quel cane abbaia, uggiola, cammina avanti e indietro leccandosi una ferita aperta – e poiché so che con una ferita aperta mi comporterei (e mi sentirei) anch’io in modo simile, lamentandomi e agitandomi ansiosamente per il dolore – concludo che l’animale sta provando un dolore simile al mio e sta così esprimendo tutto il suo disagio. In breve, si immagina quello che l’animale sta provando sulla base di ciò che si proverebbe in una situazione simile [6]. Aggiungo che la manifestazione ripetuta di reazioni simili in contesti simili conduce per induzione alla conclusione generale che i cani quando sono feriti provano dolore come noi, insomma cioè che provano dolore – e che questo non piace neppure a loro. Quindi chiedersi se gli umani possano capire gli animali è, a mio giudizio, una domanda oziosa: che possano farlo è ampiamente dimostrato dal fatto che ci sono ripetutamente riusciti, come sostiene Midgley (1983, pp.113, 115, 133, 142).

Va da sé che, come accade tra umani, c’è sempre il rischio di interpretare erroneamente la comunicazione dell’interlocutore animale e di intrepretare come omologo un comportamento che omologo non è. Sappiamo bene che tutta la comunicazione è imperfetta, e restano molti i misteri nel comportamento animale (così come in quello umano). Le teoriche e i teorici femministi dell’etica del care hanno esplorato alcune delle difficoltà inerenti al tentativo di valutare i bisogni di un umano che non comunica e/o il rischio di imporgli quelle che sono le nostre opinioni o bisogni. Ma come riassume Alison Jaggar, le teoriche e i teorici del care sostengono che generalmente «tali rischi possono essere evitati» – o almeno ridotti al minimo, aggiungerei io – «migliorando le pratiche della sollecitudione, intesa come una disciplina i cui prerequisiti includono atteggiamenti e capacità quali l’apertura, la ricettività, l’empatia, la sensibilità e l’immaginazione» (1995, p.190).

Capire che un animale prova dolore o disagio – anche entrando in empatia o in simpatia con esso o essa – non garantisce, d’altra parte, che l’umano agirà eticamente nei suoi confronti. L’originaria reazione emotiva ed empatica dunque deve essere arricchita da una prospettiva etico-politica (raggiunta con la preparazione e l’educazione) che permetta all’umano di analizzare la situazione con occhio critico in modo da stabilire chi è responsabile della sofferenza dell’animale e quale sia il modo migliore di alleviarla. Nel suo recente libro Davanti al dolore degli altri, Susan Sontag ci mette in guardia: le persone di fronte ad immagini rappresentanti il dolore di altri esseri umani (Sontag non prende in considerazione immagini di animali) non hanno automaticamente una reazione morale, e se l’autrice definisce «in termini morali […] un mostro» la persona che non ha una reazione compassionevole per difetto «di immaginazione e di empatia» (p. 11), sostiene anche che varie ideologie spesso interferiscono con la risposta etica. Troppo spesso, dichiara Sontag, l’empatia implica una posizione privilegiata e un senso di superiorità privi di riflessione personale su come si stia contribuendo alla sofferenza di cui ci si rammarica. Sontag auspica quindi che un’elevata consapevolezza politica «umanitaria» accompagni la risposta simpatetica, permettendole di sfociare in un’azione che sia veramente etica. Le foto di atrocità «non possono essere più di un invito a prestare attenzione, a riflettere» (pp. 97, 109) su chi è responsabile di quella sofferenza – e a porsi altre domande come questa.

Si è fatto notare nell’introduzione che l’etica femminista del care include una prospettiva politica. Come hanno rilevato diverse autrici e autori che contribuiscono a questo volume [The Feminist care Tradition in Animal Ethics, a Reader], nel condurre le persone a vedere il male e a prendersi a cuore [to care about] la sofferenza, si tratta in larga misura di fare piazza pulita delle razionalizzazioni ideologiche che legittimano sfruttamento e crudeltà sugli animali. E riconoscere il grossolano abuso dell’eufemismo ai fini di camuffare tale atteggiamento (come ampiamente documentato nel libro di Joan Dunayer Animal Equality, 2001) è un importante passo in questa direzione.

Non si tratta però soltanto di integrare il care con una prospettiva politica, poiché l’esperienza del care [come cura e interesse empatico, n.d.t.] può condurre da sé all’analisi politica – come rileva Joan Tronto (1993) (2006) nel suo appello per un’«etica politica della cura» (p.170): «La cura diviene uno strumento per l’analisi politica critica, quando usiamo questo concetto per svelare le relazioni di potere» (p.191).

In altre parole, nonstante Tronto non si occupi della questione animale, quando si prova empatia per un animale sofferente, ci si chiederà spontaneamente perché questo animale stia soffrendo. È possibile che la risposta conduca ad un’analisi politica delle cause del suo disagio. Dunque l’educazione al pensiero critico, sottolineano queste teoriche e teorici, è tassativa se si vuole che un’etica del care funzioni.

C’è anche bisogno di educare alle pratiche di cura e all’empatia, come proposto da Nel Noddings (1984, p.153) [7]. Anni fa a questo riguardo Gregory Bateson e Mary Catherine Bateson asserivano che «l’empatia è una disciplina» e quindi può essere insegnata (1987, p. 195). In molte religioni come disciplina spirituale, sottolineano, ai fini della comprensione empatica si fanno degli esercizi basati sull’immaginazione: tale pratica potrebbe essere debitamente introdotta in istituzioni laiche come le scuole (soprattutto quelle superiori). Certamente una larga parte dello scopo di tale disciplina non dovrà essere la semplice identificazione emotiva ma anche la comprensione intellettiva, l’apprendimento dell’ascolto, dell’interessamento serio e profondo a ciò che gli animali ci dicono, della rispettosa e sollecita interpretazione del loro linguaggio. L’etologia, disciplina in pieno sviluppo, ci sta fornendo nuove e importanti informazioni che ci supporteranno in tale studio.

Concludendo dunque, un’etica femminista del care per gli animali deve essere politica nella prospettiva e dialogica nel metodo. Rifiutando l’imperativo imperialista del metodo scientifico, in cui «la voce del soggetto scientifico […] parla con un’autorità generale e astratta [e] gli oggetti interrogati ‘si esprimono’ solo in risposta alle domande poste dalla persona di scienza» (così Sandra Harding ha caratterizzato l’incontro nel laboratorio di ricerca, 1986, p.124), gli umani devono smettere di imporre la loro voce su quella degli animali.

La nostra relazione con gli animali non deve più essere quella della «conquista di un oggetto estraneo» – come sostiene Rosemary Radford Ruether – bensì «la conversazione tra due soggetti». Dobbiamo riconoscere «che l’’altro’ ha una sua propria ‘natura’ che dev’essere rispettata e con cui si deve entrare in conversazione» (1975, p. 195-96). Su queste basi e riflettendo sul contesto politico, si può fondare un’etica dialogica per il trattamento degli animali [8].

 


Note

1. Carol Adams ha avviato questa linea di pensiero nel suo articolo del 1997 «’Mad Cow’ Disease and the Animal Industrial Complex» (si vedano soprattutto pag. 29, 41-42 e 44). Adams elabora una lettura leggermente diversa dalla mia, descrivendo le mucche come «lavoratrici alienate» il cui punto di vista è stato ignorato. Si veda anche l’articolo di Deborah Slicer (1998). Se la teoria del care e la standpoint theory derivano da tradizioni filosofiche diverse, esse trovano un punto di contatto nel riguardo per le sofferenze altrui. E nella formulazione originale della standpoint theory femminista, Nancy Hartstock (1983) ha identificato come standpoint femminista l’ontologia relazionale femminile che è alla base della teoria del care. Ciò detto, la differenza tra la teoria del care e la standpoint theory femminista risiede nel fatto che la seconda è più una teoria politica che intende individuare le cause delle sofferenze e affrontarle ed eliminarle politicamente; la teoria del care è piuttosto una teoria morale finalizzata ad alleviare le sofferenze nell’immediato. Entrambi gli approcci sono necessari, come sostengo di seguito.

Mentre i poststrutturalisti e i postmoderni hanno criticato la standpoint theory femminista per il suo presunto essenzialismo e per l’attribuzione di una percezione privilegiata agli oppressi (proletariato), rimane tuttavia ovvio che certi gruppi sono trattati come se fossero detentori di una identità essenziale che permette di abusare di loro.

Il che è perfettamente formulato nel titolo dell’articolo di Laura Lee Down sull’argomento: «If ‘Woman’ is just an Empty Category , Then Why Am I Afraid to Walk Alone at Night?» (2005) [Se 'donna' è solo una vuota categoria, allora perché ho paura di camminare per strada da sola di notte? n.d.t.] . Si veda anche Godfrey (2005). Come le donne gli animali, nel loro essere determinati in quanto oggetti, sono costretti entro una identità essenziale, alla quale resistono in quanto soggetti. Tale resistenza critica, di cui gli umani prendono conoscenza comunicando con loro, è il punto di vista degli animali.

2. Fa eccezione Catherine McKinnon: in «Sexuality, Pornography, and Method» ([1990] 1995) propone di considerare l’«oggettivazione sessuale» come la base per l’emergenza del punto di vista delle donne (135). Per uno sguardo d’insieme delle standpoint theories femministe, si veda Harding (1968, p.141-51).

3. Negli ultimi anni un certo numero di altri teorici letterari hanno iniziato ad esplorare la possibilità di un’analisi dialogica del punto di vista animale. Si veda Josephine Donovan, «Aestheticizing Animal Cruelty», in College Literature 38, n. 4, 2011, pp. 201-217.

4. Questa affermazione va a contraddire in una certa misura Thomas Nagel che nel suo «Cosa si prova ad essere un pipistrello» ([1974] 2013), sostiene che a noi umani è preclusa la «fenomenologia del pipistrello»; cioè che possiamo solo immaginare che cosa potrebbe essere per noi essere pipistrelli ma non che cosa significhi essere pipistrelli per i pipistrelli. Fino ad certo punto Nagel ha ragione, naturalmente il fatto che siamo limitati dal nostro apparato mentale è un truismo epistemologico. Tuttavia ritengo che sia possibile fare uno sforzo maggiore nella decifrazione della comunicazione animale e che pur non potendo mai comprendere appieno come ci si senta ad essere un pipistrello, possiamo comprendere alcuni dati fondamentali rilevanti della sua esperienza sufficienti alla formulazione di una risposta etica. Per una visione alternativa a quella di Nagel si faccia riferimento a «Understanding Dogs» di Kenneth Shapiro (1989), in cui si sostiene che noi riconosciamo la validità della comunicazione «cinestetica» interspecifica.

Nonostante Val Plumwood proponga un’«etica dialogica interspecifica» nel suo recente Environmental Culture (2002, p.167-95), che parrebbe essere coerente con ciò che propongo in questo scritto, ella sostiene – incorentemente – che questa etica considera accettabile uccidere e mangiare animali non umani: «[questi] si possono considerare allo stesso tempo come alterità comunicanti e come cibo» (p.157). Ciò contraddirrebbe lo scopo di un’etica dialogica, che è quello di rispondere eticamente a ciò che «l’alterità comunicante» ci dice, invariabilmente appunto che non vuole essere uccisa e mangiata.

5. Questa è una mia modifica della terminologia strutturalista classica.

6. In merito alla conoscenza degli stati d’animo altrui, nel testo classico che è «Le altre menti» ([1946] 1993), J. L. Austin sottolinea che un prerequisto primario di tale comunicazione è il fatto che si sia già provata quella sensazione in prima persona (p.102). Austin tuttavia come Nagel nega la possibilità di conoscere «cosa si provi ad essere un gatto o uno scarafaggio» (p.102, nota).

7. Noddings (1991) comunque ha espresso delle riserve sull’applicazione della teoria del care agli animali. Si veda anche la mia critica alla posizione di Noddings (Donovan, 1991).

8. Altre teoriche e teorici che hanno sostenuto ed esplorato la teoria etica dialogica sono Martin Buber, Simone Weil, Iris Murdoch e Michail Bachtin. Si troveranno ulteriori approfondimenti nel mio articolo «Attention to Suffering: Sympathy as a Basis for Ethical Treatment of Animals» (in The Feminist care Tradition in Animal Ethics, a Reader, capitolo 7).


Bibliografia

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Pubblicato in Articoli
Da: Musi e Muse

Intervista a Florence Burgat di Agnese Pignataro.

Articolo originariamente pubblicato su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 50-53.


Nel suo percorso di ricerca, lei ha messo in luce e denunciato l’indigenza ontologica che la filosofia attribuisce da sempre agli animali non umani. Con la pubblicazione di Liberté et inquiétude de la vie animale (Kimé, 2006), ha mostrato la fecondità del pensiero fenomenologico per sottrarre l’animale a questa indigenza. Può evocare rapidamente il suo lavoro precedente? Perché si è rivolta alla fenonomenologia?

In Animal, mon prochain (Odile Jacob, 1997), sono partita dal discorso sulla differenza tra l’umano e l’animale nella filosofia moderna e contemporanea. Mi è sembrato che si delineassero due grandi strade: quella di un’opposizione radicale (l’animale è definito da ciò di cui è privo, ossia la ragione, l’anima, la coscienza, il linguaggio, e mai nella sua singolarità); e quella di un continuismo tra i due. Ho cercato di mostrare il modo in cui questo discorso produce il concetto di «animalità» e costruisce una visione indigente degli animali che giustifica (o almeno rende non problematica sul piano morale) la loro utilizzazione o sfruttamento. Se da un lato le ragioni per cui occorreva criticare il discorso sulla differenza radicale erano perfettamente chiare, dall’altro ho notato che anche il continuismo porta a una visione indigente degli animali, nella misura in cui essi sono visti come possessori delle qualità e degli attributi riconosciuti all’uomo ma allo stato di abbozzo, di brutta copia. La fenomenologia, dal canto suo, offre gli strumenti che permettono di pensare l’originalità dell’esistenza propria di quei viventi che contribuiscono alla costituzione del mondo, ovvero per i quali le cose hanno un significato, manifestato dal loro comportamento.

 

Per uscire dalla cornice dualista che abbiamo ereditato da Cartesio, lei rifiuta sia il materialismo che l’evoluzionismo. Quali sono secondo lei i punti deboli di queste correnti di pensiero, dal punto di vista teoretico e morale, nel pensare gli animali?

Rispetto all’evoluzionismo, vorrei precisare che la mia critica si rivolge a quello che ho chiamato l’evoluzionismo del senso comune. Il limite di queste due strade consiste, a mio avviso, nel fatto che esse riaffermano una visione gerarchica degli esseri, perché in entrambi i casi l’essere umano rimane appollaiato in cima ad una struttura, la scala evolutiva, monopolizzando tutti gli attributi e possedendoli in senso pieno. Il materialismo tende a livellare dal basso, per così dire. Il fatto di proclamare che l’uomo è un animale o di parlare di animale umano non mi sembra in alcun modo costituire un progresso nel lavoro di rivalorizzazione dell’essere animale. Del resto, i difensori del materialismo e della continuità finiscono sempre con l’introdurre una differenza ineffabile tra umani ed animali sul piano morale. Un taglio che non può essere fondato su alcun criterio reale ed è quindi in verità ancora più netto.

Lei ritiene che la rottura ontologica fondamentale non si collochi tra l’animale e l’umano, ma tra il vegetale e l’animale: l’animalità costituirebbe una dimensione ontologica nuova in seno al vivente. Per quale ragione?

Il criterio del movimento spontaneo è decisivo. In effetti, l’animale lascia liberamente il luogo in cui si trova per recarsi altrove, «da qualche parte», rendendo questo luogo una contingenza, come direbbe Hegel. Questo spostamento porta l’individuo a percepirsi come un essere separato ed consegnato a un mondo ostile. La vita animale, insomma, affronta la doppia prova della libertà e dell’inquietudine. Accanto a questi criteri, non dobbiamo mai dimenticare che la sensibilità animale, che riveste forme molteplici in funzione delle specie, è diversa dall’irritabilità vegetale. La sensibilità è indissociabile da una esperienza del piacere o del dolore, mentre l’irritabilità è una reazione senza soggetto, che non si manifesta in prima persona. Mi si potrebbe rimproverare di riproporre a mia volta un modello privativo in merito ai vegetali. Non si può tuttavia negare la presenza negli animali di un sistema nervoso centrale, che è la condizione biologica necessaria, anche se non sufficiente, della coscienza.

Contro l’idea di Heidegger della povertà di mondo dell’animale, lei argomenta in favore dell’esistenza di più mondi animali. Ciò che caratterizza fondamentalmente questi mondi è l’incompletezza, per via della distanza spaziale e temporale che separa l’animale dagli oggetti che soddisferanno i suoi bisogni. In questo modo, secondo lei, l’animale è sottomesso alla prova dell’attesa e della pazienza e sperimenta inoltre un senso di finitezza. Non ha l’impressione di spingersi troppo oltre?

Parliamo appunto di un sentimento, e non di una coscienza riflessiva della finitezza. Non si tratta di riconoscere agli animali il sapere concettuale della finitezza, ma un’esperienza vissuta in occasione di questo o quell’evento (la morte di un altro, lo spavento causato da un grande pericolo, l’imminenza della propria morte). È un sentimento che possono avere o no a seconda della loro biografia. In ogni caso, dobbiamo disfarci dell’assimilazione tra l’esperienza vissuta e la rappresentazione che possiamo averne a posteriori e attraverso concetti. La singolarità della vita animale risiede secondo Hans Jonas nel nodo che racchiude la motricità, la percezione e l’emozione; si tratta quindi di una vita che si interiorizza e perde la sua tranquillità. Nessun filosofo si è spinto più in là di Hegel, che scrive che l’animale è pervaso da «un sentimento di incertezza, di ansietà e di infelicità». Questa disposizione non dipende da situazioni contingenti (come la cattività) ma costituisce la condizione esistenziale fondamentale degli animali.

Basandosi sulle analisi di biologi come Jacob von Uexküll o Frederik Buytendijk, lei spiega che ogni mondo animale è regolato da una sua propria struttura di significati. Può descrivere il doppio processo di ricezione e creazione di significati nel soggetto animale?

Per Uexküll è un soggetto ogni individuo che agisce e percepisce, a cui si aprono quindi un mondo della percezione e un mondo dell’azione. Gli animali sono dei soggetti in questo senso. Per loro, esistono degli oggetti rilevanti, ovvero che hanno una connotazione di attività, che chiamano all’azione e che sono dunque dotati di un significato particolare. Uexküll chiama «cerchio funzionale» questa struttura, che collega il soggetto a quegli oggetti che fanno parte del suo mondo. Per spiegare ciò, egli prende come esempio una stanza umana vista da un uomo, un cane e una mosca, per valutare il significato ogni volta particolare che si lega agli oggetti presenti in essa. La tavola non ha la stessa connotazione di attività per l’uomo (scrivere), per il cane (sdraiarvisi sotto) e per la mosca (superficie su cui posarsi). Non esistono oggetti in quanto tali, nè significati unici di un oggetto: ciascuno è portatore di più significati specifici. È il soggetto che dà un significato all’oggetto e non solo sulla base del suo equipaggiamento biologico ma anche in funzione del suo modo di vivere. Penso in particolare agli animali domestici o di compagnia, che abitano due mondi contemporaneamente. Uexküll parla di «luoghi magici» nei quali il cane ama recarsi per ragioni che sfuggono alle spiegazioni oggettive. Si potrebbe arrivare a parlare, con Marc Richir, di una libertà fenomenologica, nella misura in cui gli animali non hanno un punto di vista definitivamente fissato sulle cose.

Seguendo Merleau-Ponty, lei definisce il comportamento come «una relazione dialettica con ciò che lo circonda»: in che modo questa concezione confuta gli esperimenti di laboratorio sugli animali (in particolare quelli behavioristi)?

In laboratorio, vengono indotte reazioni in un contesto vitale costruito in modo analitico. La spontaneità, che caratterizza il comportamento nella sua dimensione di indeterminazione, e la totalità non scomponibile che esso costituisce, sono distrutte. Georges Canguilhem, in La conoscenza della vita (1965), scrive che un «animale in situazione di sperimentazione si trova in una situazione anormale per lui, di cui non ha bisogno in base alle proprie norme, che non ha scelto, che gli viene imposta. Un organismo non è mai uguale alla totalità teorica delle sue possibilità».

Lei evoca la riflessione di Hegel sulla capacità degli animali d’interessarsi agli oggetti lasciandoli sussistere. Dobbiamo quindi pensare che gli animali possiedano una forma di sapere disinteressato?

Per Hegel, gli animali non sono unicamente sottomessi ai bisogni biologici, ma sono esseri desideranti. Nella sua analisi del desiderio animale, Hegel non abbozza una definizione del sapere animale ma di un atteggiamento che alcuni animali mantengono verso le cose in certi momenti. Al di là del fatto che nel desiderare qualcosa l’animale fa esistere questa cosa nel modo del «non ancora», e manifesta dunque un rapporto non immediato nei suoi confronti, Hegel apre un’altra dimensione: una forma particolare di essere presso le cose, di lasciarle essere senza tuttavia restare indifferente ad esse. Egli vede in ciò un atteggiamento contemplativo, che può essere considerato una parte del sapere, a condizione di predisporre nel sapere uno spazio per una modalità non appropriante. Per cui si tratta più di una modalità del desiderio che della conoscenza in quanto tale.

Come Erwin Straus, lei vede la relazione alinguistica tra l’io e il mondo che si manifesta nel sentire come il luogo di una comprensione reciproca tra umani ed animali. Al di là dei mondi di significato propri ad ogni specie esiste dunque anche un mondo in comune?

La questione del mondo è complessa: questo concetto non ha lo stesso senso in Husserl, Uexküll, Heidegger… Per Erwin Strauss, il mondo comune è quello dell’affezione, del sentire e del muoversi. È difficile distinguere ciò che è proprio a ogni specie e contemporaneamente comprendere in cosa siamo una comunità attraverso questo nodo già evocato della motricità, della percezione e dell’emozione. Il mondo comune si dà anche nel mistero dell’attaccamento che si può annodare tra individui non appartenenti alla stessa specie. È un sentiero aperto per la meditazione filosofica.

Lei è vegetariana ed esprime nelle sue opere una indignazione profonda verso le pratiche violente degli umani nei confronti degli animali: in che misura pensa che la filosofia, e in particolare la fenomenologia, possa contribuire a migliorare la condizione degli animali nella nostra società?

Nel mio lavoro si possono distinguere due tipi di testi. Alcuni, piuttosto brevi e direttamente impegnati contro queste pratiche violente, intendono far apparire la mostruosità di un processo nel quale tutto accade come se le catene che conducono alla morte dei miliardi di animali esistessero in un mondo parallelo, dal momento che il nesso tra la moltitudine di prodotti ricavati da queste morti e gli individui morti per essi non si presenta mai alla nostra mente. È come se la cosa non esistesse, e ciò non si deve solo all’invisibilità dell’uccisione, ma al fatto che questa morte non è tematizzata come crimine e a volte neanche come morte. Alcuni altri lavori – e si tratta allora dei miei libri – tentano di contrastare le concezioni soggiacenti a queste utilizzazioni. La fenomenologia fornisce gli strumenti che permettono di far passare gli animali dalla categoria di «semplice vivente» a quella di esistente, per così dire. Ogni animale traccia la propria vita ed è un essere biografico. Occorre far valere questo dato contro la determinazione (storica, scientifica, economica, filosofica) che annienta miliardi di animali terrestri e marini.


Approfondire

Florence Burgat, Une autre existence. La condition animale, Albin Michel, Paris 2012.

Florence Burgat, Liberté et inquiétude de la vie animale, Kimé, Paris 2006.

Florence Burgat, Animal mon prochain, Odile Jacob, Paris 1997.

Pubblicato in Articoli
Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

Pubblicato in Attualità - Notizie

La costruzione sociale dei corpi commestibili e degli umani come predatori

Di Carol J. Adams.

Tratto da: C. Adams, «Ecofeminism and the Eating of Animals», Hypathia, No. 6, Spring 1991, pp. 134-137.

Traduzione di Marco Reggio originariamente pubblicata su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 44-46, ripubblicata su Musi e Muse

 


Siamo o no predatori? Nel tentativo di considerare noi stessi come esseri naturali, alcuni sostengono che gli umani sono semplicemente predatori, come alcuni altri animali. Il vegetarismo, pertanto, è considerato innaturale, mentre il carnivorismo di altri animali viene reso paradigmatico. I sostenitori dei diritti animali sono criticati «perché non capiscono che il fatto che una specie dia o riceva sostentamento da un’altra rappresenta la modalità con cui la natura mantiene la vita» (Ahlers 1990, p. 433). Le profonde differenze rispetto agli animali carnivori vengono ignorate poiché la nozione dell’umano come predatore è conforme all’idea secondo cui noi abbiamo bisogno di mangiare carne. In realtà, il carnivorismo è un dato di fatto solo per il 20% circa degli animali non umani. Possiamo davvero generalizzare a partire da questo dato e sostenere di conoscere precisamente che cosa sia la «modalità naturale», e possiamo estrapolare il ruolo degli umani conformemente a questo paradigma?

Alcune femministe hanno sostenuto che mangiare animali sia naturale perché noi non possediamo il doppio stomaco o i molari piatti tipici degli erbivori ed inoltre gli scimpanzé mangiano carne e lo considerano un cibo speciale (Kevles 1990). Questo argomento tratto dall’anatomia implica un’operazione di filtraggio selettivo. Infatti, tutti i primati sono principalmente erbivori. Sebbene alcuni scimpanzé siano stati osservati mentre mangiavano cadaveri – al massimo sei volte al mese – alcuni di essi non ne mangiano mai. La carne di cadavere costituisce meno del 4% della dieta degli scimpanzé; molti mangiano insetti, e non mangiano latticini (Barnard 1990). Vi sembra paragonabile alla dieta degli esseri umani?

 

Gli scimpanzé, come la maggior parte degli animali carnivori, sono apparentemente molto più adatti a catturare animali rispetto agli esseri umani. Noi siamo molto più lenti. Loro possiedono canini molto sporgenti per strappare la pelle; tutti gli ominidi hanno perso i lunghi canini 3,5 milioni di anni fa, apparentemente per facilitare la frantumazione necessaria ad una dieta a base di frutta, foglie, semi oleosi, germogli e legumi. Se anche noi riusciamo ad afferrare le prede, non possiamo lacerarne la pelle. È vero che gli scimpanzé si comportano come se la carne fosse un cibo speciale. Quando gli umani vivevano come raccoglitori e quando il petrolio era raro, la carne degli animali morti era una buona fonte di calorie. Può darsi che la connotazione di «cibo speciale» abbia a che fare con una capacità di riconoscere fonti di calorie concentrate. Comunque, non abbiamo più bisogno di fonti di calorie concentrate come il grasso animale, dal momento che il nostro problema non è la scarsità di grasso ma piuttosto l’eccesso di grasso.

Quando viene presentato l’argomento per cui mangiare carne sarebbe naturale, si presume che si debba continuare a consumare animali perché questo è ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere: per sopravvivere conformemente ad una vita libera dai vincoli artificiali e culturali che ci privano della possibilità di esperire la nostra reale essenza. Il paradigma degli animali carnivori fornisce la rassicurazione che mangiare animali sia naturale. Ma come facciamo a sapere che cosa è naturale quando si tratta di alimentazione, sia per via della costruzione sociale della realtà, sia per via del fatto che la nostra storia indica un messaggio molto ambivalente riguardo il cibarsi di animali? Alcuni li mangiavano, ma la maggior parte no, o almeno non in grande quantità.

L’argomento riguardante che cosa sia naturale – ovvero, secondo un significato di tale termine, non culturalmente costruito, non artificiale, ma qualcosa che riporta alla nostra vera essenza – si ritrova in un contesto diverso che desta sempre dei sospetti da parte delle femministe. Viene spesso sostenuto che la subordinazione della donna all’uomo è naturale. Questo argomento cerca di negare la realtà sociale facendo appello a quella «naturale». L’argomento del predatore «naturale», analogamente, ignora la costruzione sociale. Dato che mangiamo cadaveri in modo molto diverso da qualsiasi altro animale – smembrati, non appena uccisi, non crudi, e accompagnati da altri cibi – che cosa rende naturale tale abitudine?

La carne è un costrutto culturale fatto per sembrare naturale e inevitabile. Nel momento in cui viene elaborato l’argomento dell’analogia con gli animali carnivori, l’individuo che lo elabora ha probabilmente consumato animali da prima ancora di aver imparato a parlare. Le razionalizzazioni del consumo di animali sono state probabilmente suggerite quando questo individuo, all’età di quattro o cinque anni, è rimasto sconcertato nello scoprire che la carne proviene da animali morti. Il sapore dei corpi morti viene prima delle giustificazioni razionali, ed offre una forte base per credere che tali razionalizzazioni siano vere; inoltre, i figli del boom economico hanno dovuto fare i conti con un ulteriore problema, e cioè con il fatto che durante la loro crescita carne e latticini sono stati consacrati come due dei quattro gruppi di cibi fondamentali. (Questo è accaduto negli anni Cinquanta come conseguenza di un’azione lobbystica dell’industria della carne e del latte. All’alba del nuovo secolo, ci sono invece dodici gruppi di cibi fondamentali.) Quindi gli individui non hanno semplicemente sperimentato una gratificazione a livello di gusto nel mangiare animali, ma forse credono davvero a quanto è stato loro detto incessantemente fin dall’infanzia, ossia che gli animali morti sono necessari per la sopravvivenza umana. L’idea che mangiare carne sia naturale si sviluppa in tale contesto. L’ideologia fa sembrare naturale, predestinato ciò che è artificiale. In realtà, l’ideologia stessa scompare dietro la facciata per cui si tratterebbe di una questione di «cibo».

Noi interagiamo con singoli animali quotidianamente nel momento in cui li mangiamo. Ciò nonostante, questa relazione e le sue implicazioni sono ricollocate in modo che gli animali scompaiano e che si possa dire che stiamo interagendo con una forma di cibo che è stata chiamata «carne». In The Sexual Politics of Meat, ho chiamato questo processo concettuale in cui l’animale scompare la struttura del referente assente. Gli animali di nome e di fatto vengono resi assenti in quanto animali affinché esista la carne. Se gli animali sono vivi non possono essere carne. Dunque, un corpo morto sostituisce l’animale vivo e gli animali diventano referenti assenti. Senza gli animali non ci sarebbe alcun carnivorismo, eppure sono assenti dall’atto di mangiare carne poiché sono stati trasformati in cibo.

Gli animali vengono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i corpi morti prima che i consumatori condividano il fatto di cibarsene. Il referente assente ci permette di dimenticarci dell’animale in quanto entità a sé stante. L’arrosto nel piatto è smembrato a partire dal maiale o dalla scrofa che una volta era. Il referente assente ci permette inoltre di resistere ai tentativi di rendere presenti gli animali, perpetuando una gerarchia fra mezzi e fini.

Il referente assente deriva dalla prigionia ideologica e la rinforza: l’ideologia patriarcale stabilisce la posizione culturale di uomo e animale; crea dei criteri che presuppongano l’importanza della differenza di specie quando si considera chi può essere un mezzo e chi può essere un fine, e poi ci indottrina a credere che abbiamo bisogno di mangiare animali. Contemporaneamente, la struttura del referente assente mantiene gli animali assenti dalla nostra comprensione dell’ideologia patriarcale e ci rende restii a considerare gli animali come presenti.

Ciò significa che dobbiamo continuare ad interpretare gli animali dal punto di vista dei bisogni e degli interessi umani: li vediamo come utilizzabili e consumabili. Molti discorsi femministi sono partecipi di questa struttura nel momento in cui non riescono a rendere visibili gli animali.

L’ontologia riassume l’ideologia. In altri termini, l’ideologia crea ciò che appare come ontologico: se le donne sono ontologizzate come oggetti sessuali (o stuprabili, come sostengono alcune femministe), gli animali sono ontologizzati come fonti di carne. Ontologizzando donne e animali come oggetti, il nostro linguaggio elimina contemporaneamente il fatto che qualcun altro agisca come soggetto / agente / esecutore di violenza.

Sarah Lucia Hoagland dimostra come funziona tale meccanismo: «John ha picchiato Mary» diventa «Mary è stata picchiata da John», poi «Mary è stata picchiata», infine «donne picchiate», e quindi «donne maltrattate». Hoagland fa notare che «ora qualcosa che gli uomini fanno alle donne è diventato al contrario qualcosa che è parte della natura delle donne. E perdiamo completamente di vista John».

La nozione del corpo animale come commestibile si presenta in modo analogo e rimuove l’azione degli umani che comprano animali morti per consumarli: «Qualcuno uccide gli animali in modo che io possa mangiarne i corpi sotto forma di carne» diventa «gli animali vengono uccisi per essere mangiati come carne», poi «gli animali sono carne», infine «animali da carne», e quindi «carne». Qualcosa che facciamo agli animali è diventato al contrario qualcosa che è parte della natura degli animali, e perdiamo completamente di vista il nostro ruolo.


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