Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

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Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 12 Novembre 2012 17:01

Transgenitorialità ed omogenitorialità

Transgenitorialità ed omogenitorialità: ciò che il convegno-tavola rotonda mi ha insegnato – by Michela Angelini

(fonte: anguane.noblogs.org/)

 

Il 3 novembre 2012, a Genova, si è tenuto il convegno e tavola rotonda Transgenitorialità e omogenitorialità,  organizzato da GenovaGaya e Rete Genitori Rainbow. Trovo che questo convegno, a detta dei presenti il primo che affronti il tema della transgenitorialità, sia stato un tripudio d’amore, di genitori che amano i propri figli e chiedono non altro che un ambiente migliore e non discriminatorio per poter svolgere tranquillamente la propria funzione genitoriale.

Presto, sul canale youtube di Rete Genitori Rainbow, sarà postata la ripresa dell’intera giornata, per cui non voglio scrivere un report, ma far mie le esperienze di chi ha parlato quel giorno e condividerle con chi leggerà questo scritto. Di seguito, quindi, riporto quel che mi ha regalato questa meravigliosa giornata. Ho deciso di dare un titoletto ad ogni intervento perché, credo, quello sia il messaggio che ognuna delle persone che è intervenuta mi ha passato.

Fabrizio Paoletti (genitore omosessuale, Rete Genitori Rainbow)

Dobbiamo accettare di poter essere buoni genitori

Una persona omosessuale o transessuale ha qualcosa, errori, problemi o caratteristiche che le impediscono di poter essere un bravo genitore? La risposta è sì: se stessi. Accettare il proprio sentire, amare quello che siamo, permette di superare qualsiasi conflitto interno e, con la collaborazione del partner, a non far pesare eventuali conflitti di coppia al bambino. Al contrario, paure, dubbi e vergogne frenano il coming out e convincono il genitore che non potrà mai essere all’altezza di educare un bambino. La funzione genitoriale, cioè la capacità – diritto di educare un bambino, non dipende né dal genere né dall’orientamento sessuale. Nelle coppie eterosessuali le funzioni genitoriali sono, sì, condivise fra i genitori, ma in modo indipendentemente rispetto il genere. Ogni persona, ogni genitore, ha delle attitudini proprie della persona, che non cambiano se il l’educatore ricalca o no lo stereotipo di genere, decide di avere un compagno o una compagna o se decide di cambiare il proprio genere. Tuttavia il genitore omosessuale o transessuale, spesso, si priva del diritto di godere del ruolo di genitore per paura di quelli che saranno gli esiti della rivelazione ai propri cari. La grande differenza tra una persona omosessuale e una persona transessuale è che la seconda non può nascondersi: quando prende consapevolezza di se, non può rimandare il proprio coming out con la famiglia, i cambiamenti fisici sarebbero troppo evidenti. Pur sembrando uno svantaggio, essendo costretta a rivelare il proprio essere, la persona transessuale si trova a dover affrontare, mantenere e ricreare il rapporto con i propri figli. La grande lezione che Fabrizio ci dà è che la propria serenità, la sicurezza in sé stessi, sono le principale caratteristica che qualsiasi genitore deve acquistare per sviluppare un felice rapporto con i propri figli. Nascondersi, scappare, dire bugie serve solo a peggiorare le cose.

Federica Bonazzi (psicologa e psicoterapeuta)

E’ così destabilizzante, come si crede, per il bambino che il genitore cambi sesso?

Esiste uno studio americano in cui viene valutato il rendimento scolastico (indice di riferimento per il benessere) di bambini con uno dei due genitori transessuale. Lo scopo della ricerca è stato quello di verificare se il cambio di sesso del genitore avesse, in qualche modo, turbato i figli. Di tutti i bambini presi in esame, il 73% non ha mostrato alcun calo del rendimento scolastico e, dei restanti, solo il 4% ha mostrato un calo importante. Nessun bambino ha mostrato disturbi della propria identità di genere. Spesso, però, la condizione di figlio di transessuale è accompagnata da stigma sociale, difatti più della metà dei bambini ha deciso di non parlare dell’accaduto con i compagni. L’adolescenza è risultata il periodo di maggior problematiche, seppur paragonabili, nella quantità, a quelle di un adolescente qualunque, perché è il periodo in cui la crescita passa attraverso un momento di forte rigidità, anche di genere, dove sovente viene anche interiorizzata l’omofobia: la paura del mondo esterno è tale che, in questo periodo, si tende al conformismo più estremo. Il momento di maggiore stress per il bambino non è, come si potrebbe pensare, al momento del cambiamento di sesso, ma il momento della separazione dei genitori. I fattori che facilitano l’accettazione del cambiamento di sesso del genitore sono sicuramente la giovane età del bambino, un rapporto positivo tra i genitori, nonostante la separazione, e un ambiente sociale, soprattutto scolastico, che non stigmatizzi il bambino. Volendo intervenire per far star meglio il bambino, mi pare ovvio che la variabile da prendere di mira sia l’ambiente sociale. Spingere per ottenere una maggior consapevolezza delle tematiche di genere nelle istituzioni e nelle scuole è sicuramente il primo passo da fare.

Elisa Brigiolini (psicologa)

Stiamo applicando le strategie corrette per eliminare il bullismo dalle scuole?

Di genitorialità altre non se ne parla se non in contesti associativi di persone interessate. Nelle scuole e nelle istituzioni manca qualsiasi dibattito riguardo questa tematica. L’omofobia ha una forte radice sociale e non è tollerando l’omosessualità che la si cancella. Occorre caricare il termine “omosessualità” di quel valore sociale positivo che è proprio di qualsiasi diversità. Nessun bambino nasce omofobo. I comportamenti omonegativi sono appresi e presenti anche in quei contesti dove l’omosessualità viene accettata, ma non valorizzata. Se poi si va a indagare i concetti di Genere, identità di genere e genderismo la situazione peggiora. Fuori da questa sala è radicato il concetto che i generi siano due e coincidenti con il sesso (genderismo), che ad ogni individuo spettino comportamenti, manierismi, tratti di personalità, interessi e abitudini tipizzati per genere e coincidenti con il sesso biologico (ruolo di genere). Lo stereotipo, cioè il bisogno di mettere ordine alla complessa realtà circostante con immagini fisse, viene appreso presto dal bambino, che poi vi ricorre continuamente. Confrontando, continuamente, la realtà con la fissa e rigida immagine stereotipata che ha in mente, finisce per credere che quest’ultima sia la realtà stessa. Lo stereotipo di genere è l’applicare immagini fisse alla divisione maschile/femminile.Tali stereotipi vengono perpetuati da famiglie e scuole e, il bambino, capisce presto che si debbano avere precise caratteristiche per non essere inferiore, sbagliato o escluso. I media, perpetuando l’immagine di una cultura omofoba ed eterosessista, di certo non aiutano. Le vittime del bullismo sono tutte quelle persone che non occupano il posto della virilità simbolica: omosessuali e transessuali, ma anche donne, secchioni, persone in sovrappeso. Cosa significa, allora, combattere il bullismo? Possiamo arginarlo se continuiamo a trasmettere ideali virilistici e stereotipi di genere? Ireos, associazione LGBT fiorentina, ha promosso incontri nelle scuole riguardanti stereotipi di genere, omofobia e transfobia. Lo scopo di questi incontri era far capire agli alunni che non per forza si dev’essere come lo stereotipo vorrebbe, che esistono altri tipi di famiglie, che si può essere genitore anche se si è omosessuali e che anche una persona omosessuale può avere figli. Confrontando le risposte date dagli alunni, mediante test somministrati prima e dopo del ciclo di incontro, gli atteggiamenti, dapprima omonegativi, riferiti alle persone omosessuali sono mutati in meglio. Alla domanda “i bambini delle famiglie omogenitoriali corrono rischi?” nessuna ricerca è riuscita ad evidenziare problemi di orientamento sessuale o di benessere dei bambini. Quel che genera problemi ed esclusione è lo stigma sociale, prodotto anche dal mancato riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nei contesti legali e sociali. Quando si parla di bullismo nelle scuole si tende sempre ad incolpare bambini perché hanno problemi o perché hanno avuto cattivi genitori. Difficilmente qualcuno pensa che la colpa sia dell’educazione oggi dominante, di quegli ideali di forza, virilità e normatività che facilmente arrivano alle orecchie dei bambini da parte di scuola, famiglie e media. L’esperimento educativo qui proposto dovrebbe, a mio avviso, essere esteso a tutto il territorio italiano, magari aggiungendo anche le cause non omofobiche e non genderiste di esclusione sociale se vogliamo veramente che il bullismo sparisca dalle scuole.

 Geraldine (genitore e donna transessuale)

Amore è andare lontano

Figlia di una cultura estremamente eteronormativa e priva dei mezzi di comunicazione che abbiamo oggi a disposizione, Geraldine, innamorandosi della moglie, prova ad accantonare quel che all’epoca identificava come travestitismo. Insieme hanno due figli, oggi di 20 anni e 26 anni. Maturando la consapevolezza di sè, confrontandosi con altre persone con gli stessi suoi dubbi e ricorrendo ad uno psicologo, decide di transizionare e, ovviamente, è costretta a rivelare il proprio sentire ai due figli. Il più giovane, maschio, reagisce piuttosto male. Dice di poter accettare la cosa solo “se non sei gay” e solo “se non cambi troppo d’aspetto”. La seconda, femmina, pur dichiarando che è certo un grosso colpo da digerire, si impegna comunque a portare avanti il rapporto. Dopo quattro mesi di ormoni, pur presentandosi in vesti maschili ai figli, i cambiamenti risultano evidenti ed il figlio decide di non vedere più il padre, pur continuando a mantenere rapporti telefonici. Geraldine, soprattutto per evitare l’inevitabile stigma sociale che i figli avrebbero subito restando nella loro stessa città, decide di trasferirsi e, nonostante la distanza, continua a restare genitore, cercando di fare ogni piccolo passo che le permetta di riconquistare la fiducia dei figli, perché è certo difficile far capire ad un ventenne, sicuro che certe cose funzionino solo in un unico modo, perché il padre cambia aspetto e che questo non significa affatto perderlo, ma avere accanto una persona che, stando meglio con se stessa, vivrà un rapporto ancor migliore con i figli.

Egon Botteghi (genitore, uomo transessuale)

Spiegare il mondo ai bambini, nel linguaggio dei bambini

Secondo Egon prima di se stesso venivano i figli, non voleva certo ferirli o destabilizzarli cambiando genere. Ma la sua psicologa, che ai tempi giudicava pazza per questo, insisteva sul fatto che prima veniva l’Egon individuo, poi l’Egon genitore, ruolo tra l’altro facilitato dalla giovane età dei bimbi di 3 e 5 anni. I problemi andavano risolti in quest’ordine, i bimbi prima o poi avrebbero fatto domande e solo a quel punto, con la massima trasparenza e sincerità andava data loro risposta. Sviluppando un sempre maggior rapporto di fiducia con la propria psicoterapeuta, Egon attende con ansia le domande dei figli. Nonostante vivesse al maschile già da tempo, i bimbi non sembrano accorgersi di nulla per un anno. Poi arriva la prima domanda, da parte del figlio più grande: “mamma, perché tutti ti chiamano Egon? Non è il tuo nome”. Spiegandogli tutto in modo chiaro e a portata di bambino e sempre in presenza della bimba più piccola, Egon inizia, così, il coming out con i due figli. Di certa utilità è stato, per i bimbi, avere un padre che avallava quel che Egon raccontava, è infatti importante che le figure di riferimento collaborino, per evitare qualsiasi incertezza e dare il massimo appoggio ai figli. Prima di raccontare di sé, Egon, introduce la transessualità grazie alla complicità di un’amica mtf in cui il bimbo più grande aveva nota una voce un po’ troppo maschile. Così, a piccoli passi, facendo sempre capire che, anche se c’erano evidenti cambiamenti esterni, la mamma era sempre la mamma, il rapporto con i figli non si è affatto deteriorato ma è addirittura migliorato, come aveva previsto la psicologa. Il periodo di maggiore stress per i bimbi, notato anche a scuola dagli insegnanti perché il bimbo tendeva a distrarsi, è stato il momento subito precedente alla separazione con il marito, poiché ricco di litigi e malumori. Sicuramente, per il coming out di genitori omosessuali e transessuali verso i figli, aiuta la giovane età. I bimbi piccoli non hanno ancora incamerato quell’ordine delle cose binario tipico della nostra società, quindi sono più aperti a visioni del mondo alternative. Relazioni positive con il/la compagn*, insegnati che monitorano il comportamento dei bimbi a scuola ma, sopratuttto essere chiari, positivi, trasparenti e seguire i consigli di una psicoterapeuta è sicuramentela chiave per catapultarsi in un rapporto di profonda fiducia e amore.

Saveria Ricci (Avvocata, Rete Lenford)

Il mondo è cambiato, giudici, aggiornatevi!

Rete Lenford, che prende il nome dall’avvocato giamaicano trucidato da due rapinatori che, vedendo una sua foto abbracciato ad un altro uomo, capirono di trovarsi di fronte ad un omosessuale, da anni lotta a fianco di persone transessuali ed omosessuali nei tribunali italiani. In 17 anni d’attività, l’avvocata, si è trovata ad affrontare una sola causa riguardante una transessuale genitore e ci riporta la sua esperienza. Anche se, in un paese civile, non si dovrebbe passare attraverso un tribunale per correggere i documenti delle persone transgender, la legge lo impone e notifica l’udienza a coniuge e figli. L’avvocata riporta, oltre all’imbarazzo proprio e del giudice per il dover “interrogare” un ragazzino riguardo il padre, come la risposta dal sedicenne sia stata una grande lezione di vita per sé e per tutti presenti. Il genitore viene descritto come ottimo padre, pur con un alone di fondo di tristezza. Il coming out ha dato spiegazione a questa tristezza, per cui ora il rapporto genitore- figlio è anche migliorato. L’appoggio della moglie, che ha aiutato il marito nella rivelazione a figli e suoceri, è sicuramente stato importante. Alla domanda del giudice riguardo quali problemi tale rivelazione avesse causato a scuola e con i compagni, il ragazzino risponde che il mondo è cambiato, che la trasgressione non è quella di una volta. Nonostante l’età adolescenziale, il buon rapporto di base che il genitore transessuale aveva con il figlio e l’appoggio da parte della moglie hanno prodotto una reazione positiva che, evidentemente, anche il sedicenne stesso è stato in grado di trasmettere ai propri compagni, che si sono messi a disposizione in caso avesse avuto bisogno d’aiuto. Ora sta alla legge mettersi al passo con i tempi.

Valentina Violino (madre lesbica Rete Genitori Rainbow)

Decostruire e ripensare la Genitorialità

Può la società ripensare alla genitorialità? I modelli di genere che perpetuiamo oggi vanno molto stretti, a tutti, eteronormati e non. Occorrerebbe procedere ad un vaglio critico che permetta di scardinare gli stereotipi, per creare una figura di genitore che non sia più lo stereotipo di madre e padre, ma a soggetti che incarnino le caratteristiche di entrambe le figure, variamente ripartite, scardinando, una volta per tutte, i ruoli di genere. Tutto questo porterebbe ad un concetto di genitorialità più ampio, che comprenda anche quelle persone genitori altri (genitori single, madri con figli da procreazione assistita, genitori da precedenti relazioni etero, ecc..), che non trovano posto nei libri scolastici e che, ignorati da società ed istituzioni, vengono continuamente discriminate. Dovremmo, forse, mettere da parte quella voglia di normalità, di essere uguali a chi ha oggi diritti riconosciuti sulla carta. Rischiamo di scivolare verso il conformismo, l’esistenza va ripensata e centrata sul valore delle differenze: La genitorialità altra necessita di essere riconosciuta e valorizzata quanto la genitorialità classica.

Anna Battistuzzi (presidente AGEDO)

Gli errori educativi li compiono tutti

Perché gli omosessuali non dovrebbero poter aver figli o adottarli? Da insegnante, quale Anna Battistuzzi è, rileva una certa voglia di schivare l’argomento “genitorialità altre” da parte dei colleghi. Risulta difficile avviare iniziative che facciano riflettere sugli stereotipi di genere e, di solito, sono attività che riguardano gli alunni delle scuole medie. Pochi sono, purtroppo, quegli insegnanti che si adoperano in prima persona per valorizzare le diversità di orientamento sessuale e genere negli alunni più piccoli. I genitori eterosessuali, della famiglia cosiddetta modello, in cosa sono migliori di quelli omosessuali? Non compiono forse anch’essi errori educativi? Crescere un bambino è sempre difficile, ci sono dei “no” che vanno detti, altri che non possono essere detti. Ma si sbaglia su questo. In tanti anni di insegnamento, riporta, ho visto tante cose che per me sono errori: dal bambino di sei anni che vuol fare ancora colazione con il biberon a quei bambini che crescono dettando regole ai genitori perché “ha un carattere forte”. Tutti compiono errori educativi, spesso anche dovuti all’obbligare il bambino a seguire stereotipi. E’ giusto pensare che un genitore omosessuale sia meno abile, nel crescere un figlio, di un genitore eterosessuale? A Torino è stato fatto uno studio su bambini di 5 – 6 anni, riguardante gli stereotipi di genere in asili nido e scuole infanzia. Questo perché si è presentata la necessità di parlare di una realtà, coppie di mamme con figli ottenuti con la procreazione medicalmente assistita, visibile, ma fin quel momento taciuta. Parlando con gli educatori delle scuole è stato possibile parlare di genitori e genitori quali figure di riferimento. I bambini piccoli hanno la mente aperta, non hanno ancora incamerato gli stereotipi, per cui dovrebbero essere i primi ad essere educati alle diversità, cosicché, cresciuti, svilupperanno valore critico e sarà più facile per loro contrastare gli stereotipi che la società impone.

Michela Bestagno (GenovaGaya)

..Eppure non ero Lesbica!

Michela ci racconta il proprio vissuto, da genitore altro, poiché ex convivente di una madre omosessuale. Non esistendo alcun riconoscimento per coppie conviventi dello stesso sesso e avendo una compagna che preferiva non far sapere della propria omosessualità pubblicamente, Michela si è spesso trovata a dover prendere il bambino dall’asilo in vesti di “amica della madre”. Come vien vista dalle educatrici un’amica, o la compagna di una madre, che si presenta all’asilo per prendere un bambino senza esserne parente? L’amica di famiglia non può avere troppa confidenza con il bambino, non sarebbe una cosa normale. Manca quel legame di sangue, che ha ad esempio una zia, anche se poi il bambino lo vede due volte al mese. Non ci vive assieme. Ancora una volta il rischio di esclusione per il bambino nasce da una lacuna, la mancanza di riconoscimento della figura di “genitore altro”, in quale non ha titolo per occuparsi del “figlio di qualcun altro”. Siamo sicuri, poi, che un bambino figlio di genitore omosessuale, soffra più d’esclusione d’altri? Michela ci racconta il proprio passato da “bambina grassa e con gli occhiali”, bombardata da insulti, anche se non era ancora lesbica, anche se era figlia di una “famiglia rispettosa e rispettata”. I bambini soffrono di esclusione sociale perché grassi, bassi, brutti o figli di mormoni. Qualsiasi genitore può essere genitore di un escluso finché non impareremo a riconoscere e valorizzare realtà diverse da quella che viviamo in prima persona. I bambini non sono buoni, sono ingenui, ma hanno anche risorse enormi, sanno vedere oltre l’aspetto esteriore e guardare l’anima delle persone. Sono più abili degli adulti nel vedere l’uomo in una persona ftm e la donna in una persona mtf. I bambini hanno solo bisogno di fiducia, rispetto, spiegazioni e appoggio. Se il genitore riesce a dare questo al figlio lui ricambierà, imparando ad amare le diversità del genitore e del mondo che lo circonda.

—–

Mi pare chiaro, dalle testimonianze dei vari relatori, e anche da dibattiti tra relatori e pubblico che non ho riportato, che i bambini chiedano solo una cosa: l’amore dei genitore. Non ci dobbiamo spaventare di cosa la nostra rivelazione potrebbe produrre, nascondersi non fa vivere un rapporto sereno e, come Michela ci insegna, nemmeno un bambino con due “genitori modello” è al sicuro dagli scherni. Il rischio d’esclusione c’è ma, sviluppando un rapporto sereno con il bambino, controllando rendimento scolastico e risolvendo i dubbi chiedendo aiuto ad uno psicoterapeuta, nulla è insormontabile. Occorre cambiare il sistema, dalle scuole alle istituzioni, fino all’immagine riflessa dai media. Dobbiamo dar visibilità alle genitorialità altre, in modo che entrino in quel mondo normato, pur conservando il proprio valore positivo tipico di ogni diversità.

I bambini possono essere educati alle diversità più facilmente tanto più sono piccoli. Non c’è alcuna destabilizzazione o imbarazzo, come dimostrano studi scientifici, nel parlare di omo e transessualità, ruoli di genere e genitori altri ai bambini. Far capire, oggi, ad un bambino il valore delle diversità produrrà, domani, un bambino più libero di essere sé stesso e più incline ad accettare gli altri. In questo le scuole hanno sicuramente un compito importante, eliminare gli stereotipi di genere e le immagini stereotipate raffiguranti famiglie eteronormate dai libri scolastici sarebbe di certo un grande passo, ma nulla cambia se non ci impegniamo in prima persona per cambiare le cose.

Più difficile, invece, è accettare il coming out di un genitore da parte di quei figli adolescenti o già adulti. Cambiare una realtà stereotipata e consolidata è molto più difficile che educare ad una realtà ricca di differenze, dove ogni diversa espressione di sé è un valore aggiunto.  Il lavoro da fare è sicuramente tanto e, convegni come questo, magari riproposti anche in contesti più pubblici, non fanno altro che evidenziare come il mondo che ci circonda, virilista, omofobo, genderista, sessista, stereotipato, sia solo una grande gabbia, che costringe ogni individuo ad uno spazio molto più stretto di quello che gli spetterebbe. Valorizzare le diversità, caricandole di valori positivi, significa rompere le gabbie ed essere finalmente liberi di star bene con sé stessi e con gli altri.

by Michela Angelini

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