Nicola Dembech

Le buone azioni vanno fatte in silenzio, 

                                         ma non troppo.

 

 

 

 

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni.                                          

Gandhi                                                                               

 

 

L'azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa [..] a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato.                        

Martin Luter King                                                           

 

 

Nella storia sono state le azioni che hanno prodotto cambiamenti significativi. In senso negativo l'impatto del comportamento delle recenti società umane sulla natura è dovunque devastante ed è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questi ultimi decenni è stato possibile un così radicale sconvolgimento di tutti gli ecosistemi e relativo effetto straziante sulla vita vegetale e animale. In senso oppositivo, ma positivo, i gesti di persone o movimenti tentano di contrastare e porre rimedio a ciò che in letteratura è stato definito ecocidio, lotta di classe, specismo, razzismo, sessismo, omofobia; in una parola dominio.

 

Ma qual è il significato di azione? e quanti significati può assumere? esistono azioni buone-positive, (giuste, morali) e azioni cattive-negative (criminali, violente)?

Sembra banale dirlo ma se consideriamo le azioni esclusivamente da un punto di vista della legalità, ogni atto significativo propenso a qualsiasi ipotetico cambiamento risulta essere delinquenziale se non addirittura violento. Dunque Gandhi e Martin Luter King, due nomi noti tra i tanti, dovrebbero essere considerati delinquenti, se non in alcuni casi leader criminali. Se invece valutiamo le azioni anche in termini di giusto e sbagliato comprendiamo facilmente che il confine della legalità può essere un sottile filo spinato teso alla volontà di mantenere inalterata la condizione sussistente.

 

Disobbedienza civile e azione diretta non-violenta rappresentano la manifestazione politica dei sentimenti umani che valicano questo confine. Entrambe informano il mondo che il campo di ogni battaglia non sono solo le aule dei tribunali ma i diversi ambienti della società in cui persiste una grave violazione della vita, della libertà e della giustizia. La prima rifiuta il rispetto di una legge in quanto ritenuta ingiusta, e la trasgredisce ai fini di cambiarla. La seconda è compiuta anche da individui la cui opera non è interposta al concetto stesso di ordinamento giudiziario e viene applicata "..come se l'attuale forma di potere non esistesse. [..] azione diretta vuol dire sforzarsi di agire come già si fosse liberi"1.  Entrambe le azioni utilizzano e si identificano in prassi e strategie non-violente pertanto tra esse non dovrebbero svilupparsi schieramenti e contrapposizioni in termini di considerazioni come  buono-cattivo, legittimo-illegittimo. La storia infatti è piena di avvenimenti che comprovano l'importanza di entrambe le azioni, per il semplice fatto che fino a quando ci saranno prepotenze e ingiustizie ci saranno persone disposte a combatterle. Che sia per mezzo della creatività di un'azione simbolica portata in piazza, un picchetto davanti alle sedi di una multinazionale che devasta il pianeta, per mezzo di occupazioni e allucchetamenti, attività di non-collaborazione come il rifiuto di pagare le tasse destinate a: - finanziamenti militari, zootecnici, lobby venatoria, grandi opere inutili e nocive, circhi che sfruttano animali -, oppure per gesti più fisici come quello del sabotaggio, la storia insegna che le più grandi conquiste sociali sono il frutto di un vasto quanto complesso compiuto storico che non può essere definito attraverso una semplice interpretazione degli eventi e di come avvengano i processi che favoriscono il cambiamento.

Disobbedienza civile e azione diretta, bensì richiedano molto coraggio, non sono puri gesti eroici ma un particolare quanto ragionato piano di lotta in grado di gestire e affrontare i conflitti a lungo termine.  Ambedue sono metodiche intelligenti e non il frutto di reazioni istintive e cariche di rabbia repressa, esse si concentrano sulla chiara evidenza, puntano dritte al problema cercando nell'obiettivo una specifica e possibile trasformazione della reatà.

 

Alcuni giorni fa si è appreso dai giornali la notizia di un blitz portato a termine da ignoti nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre scorso all'interno dell'allevamento di visoni situato a Olanda Di Savoia. Si può leggere la notizia qui http://bit.ly/1H2bn36. Un numero di animali quantificato tra cinquecento e ottocento, destinati a morte certa per mezzo di camere a gas, sono stati liberati uno a uno. Un'azione che, oltre all'imperativo morale che la muove, porta in sè un significato politico importante. Non solo attraverso questa specifica azione si porta alla luce una grave violazione etica andando a contrastare così un'ingiustizia, ma si affermano anche nuovi modi di concepire la società. Pertanto le persone che hanno compiuto tale azione non solo si oppongono alla sistematica distruzione dei corpi ma hanno reso visibile ed effettiva - anche solo per un momento - la forma e l'apparenza di un mondo libero nel quale tutti vorremmo vivere.

 

Ora, la circostanza che porta in sè un certo grado di preoccupazione si apprende dal fatto che diverse realtà e associazioni non hanno riportato la notizia all'interno dei propri spazi di informazione. Non è stata riportata una notizia, ovvero un'informazione su un fatto di attualità dal forte impatto politico che a detta di "capiscuola" dovrebbe drammatizzare così in profondo il problema tanto da non poterlo più ignorare.

Come è potuto accadere che una notizia di questo spessore sia passata in secondo piano? è stata solamente una disattenzione oppure alcune tipologie di azioni hanno perso valore? abbiamo veramente il diritto di rimanere in silenzio davanti a fatti di liberazione? perchè è sopratutto di questo che stiamo parlando, ed è proprio questo che è avvenuto, una liberazione. Prima di riconoscere nel fatto stesso un atto di ribellione, prima di ogni possibile affermazione politica, prima ancora che i giornali riportino la notizia, cinquecento-ottocento anime hanno avuto la possibilità, fosse anche minima, di riprendersi la vita che gli appeteneva. E ancora, come può esistere, e come possiamo rendere tangibile un periodo di transizione se non consideriamo le azioni che lo attraversano?

 

Per rispondere a queste domande nel modo più costruttivo possibile sarebbe opportuno fare un analisi del movimento2 in questi ultimi anni e cercare di capirne il sentimento attuale, gli approcci e i procedimenti. Cosa che non farò perchè oltre a chiari problemi di spazio so di non avere le giuste competenze. Devo però una spiegazione alla critica che pongo. Dunque la mia disapprovazione verso la mancata assunzione di responsabilità si ritrova nel fatto che diversi gruppi e associazioni non hanno saputo riconoscere in questo specifico atto di liberazione una risorsa nel più ampio senso del termine, ovvero comprendere che essa può contribuire in modo significativo alla risoluzione del particolare genere di sfruttamento di cui si sta discutendo. Di conseguenza, da un punto di vista politico, questa tipologia di azione non è da considerarsi solamente simbolica ma assume veri e propri aspetti pratici e incisivi nel momento in cui contribuisce positivamente alla risoluzione di un problema reale, pertanto favorisce un cambiamento positivo all'interno della società3.

 

Esistono poi anche questioni più generiche su cui, a partire da questo fatto, si potrebbe ragionare. Una di queste è possibile individuarla partendo dal significato stesso della parola tendenza, ovvero la disposizione verso un determinato modo di sentire e comunicare (l'attivismo), quindi di comportarsi e agire di conseguenza.

Il fatto che l'orientamento di alcune prassi (prevalenti) di attivismo - in parte o in toto divergenti da altre - possa addirittura arrivare a trascurare il corso di certi eventi che nel suo insieme costituiscono la storia del movimento di liberazione animale è appunto parte integrante e significativa del problema che pongo in questo articolo. Si intenda che tutto ciò non è affatto da considerarsi in termini di colpa nel senso di torto, bensì un problema interno che a mio avviso è da considerare e risolvere. Nessuno vuole una tipologia di attivismo dal pensiero unico e nemmeno una forma scriteriata, tuttavia l'insufficienza di spazi di incontro indispensabili per dare vita a momenti di confronto e ricerca, certamente non aiutano a decifrare problematicità che nascono nel momento in cui esiste assenza di discussione e apertura a probabili teorie collegiali. C'è ancora da capire se la tendenza sia quella di limitarsi e circoscrivere l'attivismo al concetto stesso di diritti animali oppure se la volontà collettiva possa superare tale barriera morale e polarizzare maggiormente i propri sforzi verso prassi più consolidate dal punto di vista delle più recenti teorie politiche dell'antispecismo.

 

 allevamento

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1) David Graeber, "Progetto Democrazia. Un'idea, una crisi, un movimento".

2) Sarebbe appropriato definire la realtà antispecista-animalista non come un movimento ma piuttosto l'esistenza di più enti che attraverso diversi modi di agire e pensare operano nel territorio.

3) Il numero di queste attività è drasticamente calato dagli anni ’90, in cui circa 125 allevamenti erano segnalati alla Camera di Commercio e la produzione era arrivata a 400mila animali uccisi ogni anno. Le motivazioni sono da ritrovarsi in parte nella crisi del settore della pellicceria e in parte nelle continue campagne di pressione, informazione e sensibilizzazione da parte di organizzazioni animaliste. Altro fattore determinante sono state sicuramente le decine di liberazioni di animali compiute da attivisti anonimi.

Fonte: http://www.visoniliberi.org/allevamenti_italia.htm

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Un nuovo tabù (anzi due!) per un nuovo millennio

di Eva Melodia


L’Ucraina si spezza contesa in una lotta tra bande di ladri, predatori della domenica, piccoli e grandi imperatori giunti fino a noi direttamente dal medioevo, talvolta con tanto di corone pacchiane e sempre con ricolmi della boria che li contraddistingue.

Ci sarebbe da pensare, ad essere tignosi, che il karma paga in un modo o nell’altro: oggi spazzi via un intera generazione di cani per il campionato di calcio tu, domani vieni spazzato via - magari quale intera etnia - dallo Stato che fino a ieri credevi sovrano e che improvvisamente vale più da mezzo che da intero.

Le logiche del karma però non sono così semplici e puerili. Si resta allora e solo col cerino in mano ogni volta che l’Ucraina viene nominata, mentre il triste ricordo di tutte quelle creature animali davvero innocenti aggrava il senso di scoramento alla conta dei morti umani e altro-da-umani nei conflitti.

Un numero notevole di persone proprio poco tempo fa, si dichiarava entusiasta all’idea di candidare Gino Strada come presidente della Repubblica. Al di là del percorso fatto per giungere a tale ipotesi, Gino Strada piace a tutti (o quasi) per l’immersione totale in cui lo si immagina mentre allevia le sofferenze della piaga per eccellenza e dai suoi ripugnanti effetti, la guerra.

Il solo apprezzamento però per Strada o per uomini ed associazioni similari di fatto, è qualcosa che non impegna e anzi che fa trandy, molto chic, costando poco...basta devolvere qualche spicciolo ad Emergency per godere di quel piccolo senso di gratificazione che ne deriva senza dover fare sforzo alcuno.

Altra cosa è prendere seriamente ed abbracciare fino in fondo una posizione contro la guerra, contro ogni pagliacciata che chiamiamo tale e che costa invece molto cara e sulla pelle dei viventi, anche andando a modificare le proprie abitudini per interferire con essa e negarne ogni plausibile supporto. Ecco che lì, Gino Strada piace sì, ma con cautela: lui e il suo insistere nel “"Occorre che la guerra diventi tabù culturale per la maggior parte degli esseri umani”.

A fare ciò per davvero, andando quindi ben oltre il versamento su c/c, ci si potrebbe improvvisamente ritrovare a fare i conti con la bizzarria tale per cui un esibizionista che si calasse le brache in pubblico, sarebbe molto meglio tollerato rispetto al primo venuto che dia aria ai denti sostenendo il tal intervento militare. Ci si troverebbe forse ad affermare che due uomini intenti a baciarsi in pubblico non hanno rilevanza morale alcuna (nessuna necessità di ridicole reazioni isteriche da parte di eventuali Maschi Selvatici, per intendersi), ma che al contrario, i militari devono diminuire di numero costantemente fino a sparire dalla faccia della coscienza umana, loro e le loro lustre ed attraenti divise.

O ancora, le donne potrebbero prensentarsi in costume da bagno senza essersi depilate serenamente, certe che una seria riprovazione è comunemente destinata a chi regala ARMI GIOCATTOLO ai bambini fomentando in loro il bisogno di eguagliare i vari simboli virilisti e machisti evidenziati come sprezzanti del dolore, piuttosto che a chi se ne frega degli standard estetici imposti dalla cultura del “maschio che non deve chiedere mai”.

Sullo sprezzo del dolore a ben vedere, si gioca in fondo gran parte della partita tanto che il milite - di mente e di fatto - sprezza e combatte. Sprezza il proprio di dolore, ma tanto più quello altrui. Al dolore egli si abitua con onore nel nome di cause più alte (da Dio e suoi ausiliari, fino alla “madre” patria o alla “madre” natura, quasi sempre di parenti inventati si tratta), e s’abitua anche al dolore degli altri, giustificandolo con argomentata tesi, quella nenia con cui gli esseri umani vengono addestrati (addormentati diremmo) ad eseguire ordini come ad esempio distruggere, uccidere, sopportare la paura di morire, violare il proprio basico senso di giustizia, in antitesi alla proprie migliori potenziali capacità ed anche necessità fisiologiche.

Essa è anche la nenia con cui i macellai vengono addestrati nella società a svolgere il compito più infame, quello di avvilire, mortificare e trucidare innocenti. Sprezzo del dolore, sprezzo della compassione, ovvero militari della porchetta.

Poi qualcosa fa saltare il banco - per poco sia chiaro, il meccanismo di difesa della baracca è piuttosto efficiente - e succede che qualche militare o macellaio passi il limite della comune violenta decenza.

Non è la guerra a violare la decenza ovviamente, come non lo è la macellazione di creature indifese, lo è invece, dare chiari segni di squilibrio sociopatico in conseguenza ad esse.

Se dopo avere recitato la propria parte come da copione per anni, da “sparatutto” o “squartatutto” - copioni che i più non vogliono certo interpretare perché troppo vomitevoli per una coscenza sana - allo schiavo di turno “salta il tombino”  dimostrando compromessa la capacità di distinguere i poco etici limiti imposti dal proprio meschino compito sociale, ecco che la decenza sfrigola. Se questi schiavi giungono a non sapere più gestire il limite su come sia lecito uccidere e violare gli altri e come invece non sia ritenuto carino farlo, oppure se non riescono più ad accettare di opprimere individui sensibili e dunque cominciano a percepirli davvero come oggetti finendo per trattarli davvero come tali, così che la voce dell’innocenza smarrita si plachi... ebbene, niente di peggio per la decenza da quattro soldi che imperversa da millenni: colpevole.

E’ così dunque che fa scandalo ogni notizia che riporti quanto spesso i militari abusino dei civili od anche dei cosidetti nemici, allo stesso modo dei tanti video come questo (fatto girare sul profilo non di un animalista, ma di un personaggio noto nel mondo della controinformazione Claudio Messora) sulle “crudeltà” negli allevamenti.

I Militari che valicano quel limite (non tanto il proprio, massacrato ben prima, bensì quello del comune pudore bellico), quando e se beccati dall’opinione pubblica, vengono magari condannati al carcere, così come gli operatori della macellazione, pizzicati a mostrare tutta la loro umanità straziata mentre sfogano l’io disturbato contro coloro che dovrebbero solo puntualmente macellare.

Li si manda a svolgere per noi un compito che noi mai vorremmo affrontare, giacché mai vorremmo sporcare le nostre mani di sangue o impazzire, ma pretendiamo che siano ligi ed impassibili nell’eseguire solo gli ordini, nel fare quel che c’è da fare... così al mattatoio, così in guerra!

Che tu sia un macellaio (operaio della carne animale) al mattatoio o un militare (operaio della carne umana) in guerra, quel che conta è che tu sia il piccolo ingranaggio funzionale e puntuale della catena di smontaggio, altrimenti, l’indignazione farà di te un colpevole, sebbene l’evidenza ci dimostri che nulla di umano (per l’umano) può esistere tanto al macello quanto in guerra. Invece, l’umano - l’individuo di specie umana capace di comportamenti che chiamiamo umani ben rappresentati da socialità, empatia, solidarietà, etc…) coinvolto in queste mattanze deve necessariamente annientarsi, scomparire o al più adattarsi come può, lasciando esordire fenomeni dis-umani di varia entità.

Sono centiania di migliaia gli umani così schierati a dare forza a uno come Putin o come Obama (uno vale l’altro), popolando gli eserciti della vergogna. Altrettanti sono pronti, scattanti, via, negli eserciti minori, anche in paesi piccoli e deboli come la Romania.
Tutti pronti a combattere all’ordine del loro capo banda, incapaci di fare l’unica cosa che andrebbe fatta: rivolgere la bocca di fuoco verso il presunto padrone, costringendolo anzi a fuggire, per poi abbandonare le armi e meglio ancora, distruggerle.

Basterebbe talmente poco per cambiare tutto...perché le armi vere sono già nelle mani degli schiavi...e invece la guerra ancora non è affatto un tabù e i bambini sopratutto i maschi, continuano a giocare alla guerra con le armi giocattolo trovate sotto l’albero di Natale, come niente fosse, come ci fosse qualcosa di divertente o nobile da emulare.

Gino Strada riporta sulla sua pagina facebook: "La guerra non può essere umanizzata. Può solo essere abolita." -- Albert ‪#‎Einstein.

Ebbene, è esattamente la stessa cosa che io, come tanti altri, affermo dei macelli.

La guerra deve diventare un tabù e l’uccisione di animali anche. Entrambi vanno aboliti, sono finiti gli alibi.

 

Ps: nei giorni in cui scrivevo queste riflessioni ho potuto ascoltare una intervista in Radio ad Arturo Parisi, ex Ministro della Difesa. Parlando in particolare dell’acquisto dei famosi F35, egli con molta convinzione affermava che l’esigenza di militarizzarsi e stare al passo con il balletto bellico mondiale non è affatto venuto meno, mentre al contrario è venuta meno nella popolazione la percezione di tale esigenza.

L’esigenza eventualmente però, da qualche parte nascerà pure. E se non nasce nella popolazione, che neppure la percepisce, chi è che ancora la vuole la maledetta guerra? Risposta: i soliti noti.

E allora togliamoli di lì. Togliamoli dai gangli del potere, togliamo loro l’abito sacrale dei dominanti e cominciamo a ridere di loro emarginandoli, come è giusto che sia: rompiamo loro il giocattolo.

 

 

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I SIGNORI DELLA GUERRA

di Annalisa Zabonati
 

In questi giorni carichi di entusiasmo ed emozioni per la liberazione di alcuni cani dal lager di Green Hill a Montichiari (BS) molti/e attivisti/e si stanno interrogando sulle azioni di lotta e sulle logiche politiche più ampie di rifiuto delle ideologie del dominio che vedono rivoli di uno stesso fenomeno carsico specismo, sessismo, classismo, naturismo, adultismo, razzismo, etnocentrismo, e ogni forma di sfruttamento e discriminazione.

La guerra è una manifestazione di questa violenza diffusa che accampa diritti e doveri di ogni buon cittadino nell'accettazione della difesa del suolo patrio. Questa difesa ha almeno tre aspetti nell'attualità italiana: il potere economico-finanziario-bancario, la propaganda guerrafondaia spacciata per intervento umanitario e lo sfruttamento degli altro-da-umani per la sperimentazione militare, il loro uso in campo bellico, l'indifferenza della loro morte e la loro non-nominazione.

Il potere, cioè il condizionamento unidirezionale, delle istituzioni economiche, finanziarie e bancarie nel sostegno ai governi, ai mercenari, ai “ribelli” che ricorrono alla forza della guerra per conquistare territori, popolazioni, risorse. Molte sono infatti le banche che non solo riciclano i soldi degli acquisti di armamenti, ma che investono proprio in queste attività, magari confidando nella ingenua credenza che addirittura offrono posti di lavoro (la solita vecchia fandonia che contrappone la classe lavoratrice, sempre bistrattata, ai movimenti radicali e antagonisti, che criticano appunto l'accettazione di uno status quo sulla base di miseri privilegi, che ingrassano le solite caste). Per avere informazioni puntuali con dossier e aggiornamenti sulle “banche armate” visitare http://www.banchearmate.it/home.htm.

La propaganda guerrafondaia che i signori della guerra e i governi collusi continuano a presentare come interventi umanitari e di esportazione della democrazia è espressione della spartizione geopolitica di territori e popolazioni. La guerra in ogni sua forma, invasione umanitaria e pseudodemocratica compresa, è la sconfitta del riconoscimento della legittima capacità sovrana di ogni popolazione umana e di ogni popolazione nonumana di utilizzare spazi e risorse dei territori in cui vivono. Spacciare per interventi umanitari le macchine-da-soldi delle organizzazioni non governative neocolonialiste è una manovra propagandistica che afferma il dominio assoluto di una parte di mondo su tutto il resto (viventi compresi). Indulgere nella credenza che le nostre civili culture possano risolvere i problemi che le nostre stesse logiche imperialiste hanno creato è autentica follia demagogica. Unica possibilità è il disarmo globale, la fine degli eserciti e la possibilità di risolvere i conflitti con la conoscenza, la comunicazione, la comprensione reciproca. Una delle varie campagne in atto è la richiesta al governo italiano di non acquisto dei cacciabombardieri F35 (http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3201). Qui un calendario delle date per il ripudio della guerra.

Per gli/le animalisti antispecisti c'è un ulteriore tema scottante: gli altro-da-umani che sono utilizzati nella sperimentazione dell'industria bellica, negli addestramenti delle truppe, nei campi di battaglia e vittime della guerra. In una società specista i nonumani non hanno statuto, sono alla mercé di tutti coloro che se ne vogliano servire per ogni scopo e con ogni forma di sfruttamento. Le poche e discutibilissime regolamentazioni in questo campo sono ovviamente a tutto svantaggio dei nonumani, resi ancora una volta oggetti inanimati, ma utili per verificare in vivo gli effetti della logica del dominio umano che è coniugato in una forma estrema di androantropocentrismo.

Alcuni link sull'argomento:
http://www.gondrano.it/desert/lab/aig.htm;
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=953;
http://www.youtube.com/watch?v=3oiUyZ_d7ts;
http://www.terranauta.it/a1871/uominianimali/bestiario_bellico_l_utilizzo_degli_animali_in_operazioni_di_guerra.html

Ciò che si può fare è ovviamente dissentire dall'acquisto di armi e dalla partecipazione a qualsiasi forma neocoloniale di campagna militare, attraverso l'obiezione alle spese militari, le richieste di non acquisto di armi e di ritiro delle truppe, la richiesta di smantellamento dell'esercito e degli apparati militari, la denuncia dello sfruttamento degli animali per scopi e in situazioni bellici, la richiesta di conversione delle festività paramilitari (come il 2 giugno).
 

Annalisa Zabonati x Antispecismo.Net

 

Pubblicato in Attualità - Notizie
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