Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie

di Egon Botteghi 

Grazie all'invito che mi è stato rivolto dall'organizzazione del Veganch'io 2014, nel cui programma è stato inserito il dibattito “Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie”, ho potuto ulteriormente approfondire la lettura dell'articolo di Lynda Birke “Vite Intrecciate”, apparso su Musi e Muse nel Marzo del 2014 (Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali).

 

Questa pubblicazione era già stata oggetto di uno scambio di riflessione tra me e Marco Reggio, leggibili su Antispecismo.Net (Dialogo tra Egon Botteghi e Marco Reggio).

In quell'occasione espressi il mio “disagio” nel “leggere su quella bella rivista online, interessata ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali, con la prospettiva della liberazione animale, le opinioni di una etologa- sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio “sano” interspecifico” temendo anche che, così facendo, si potesse, in qualche modo, “legittimare, nel mondo animalista, tale pratica, che io trovo invece deplorevole”

Dopo aver approfondito gli scritti di Lynda Birke mi sento di confermare le impressioni che ebbi allora e di poter riaffermare  quello che mi sembra il nocciolo della questione, e nel farlo cito la stessa fondatrice della rivista Musi e Muse, Agnese Pignataro: “ Non è sufficiente che una relazione sia in “vita” […] per provare che quella relazione è degna di continuare a “vivere”, se appare che una delle parti riceve un danno nella sua autonomia e integrità fisica” (in DEP, N°23/2013).

Dal momento che l'equitazione rientra in quest'ultimo caso, vorrei ancora spiegare perchè le relazioni che si creano in questo alveo non sono sostenibili in uno scenario di liberazione animale e di convinzioni antispeciste.

Forse questo non è un problema nell'agenda dell'autrice del saggio in questione, che non credo  si definisca antispecista e liberazionista, ma lo deve essere per quelli che in tale definizione si rispecchiano e che tale pratica politica vogliono portare avanti.

Lynda Birke è in effetti una etologa e sociologa britannica che si inserisce nel variegato universo degli HAS: “Human-Animal studies” (non è un caso, forse, che io lessi per la prima volta quella sigla, sette anni fa, ad un congresso di “barefooters” in Nevada, di persone quindi impegnate alla diffusione del “cavallo scalzo” e dell'equitazione naturale).

Lei stessa, in questo articolo oggetto di dibattito, fà una introduzione alla genesi degli HAS:” Lo sviluppo di uno specifico interesse per gli Human-Animal Studies (HAS), è stato d’altra parte collegato all’affermazione della difesa dei diritti degli animali e all’attivismo. In parte seguendo le varie politiche della liberazione degli anni Settanta come il femminismo, ci si è ispirati a schemi simili, specialmente dopo la pubblicazione nel 1975 di Liberazione animale, l’importante testo di Peter Singer. Gli HAS sono stati influenzati dalla messa in discussione postmoderna del confine tra natura e cultura: molti non umani sono, dopo tutto, profondamente coinvolti in una cultura condivisa.”

Poco più sotto afferma:“ inevitabile che nei nuovi campi di indagine emergenti vi siano anche degli aspetti problematici. È mia opinione, per esempio, che i women’s studies scaturiti dall’attivismo politico si siano ben presto allontanati dall’attivismo per arroccarsi negli studi accademici: esiste un certo rischio che lo stesso accada agli HAS. Personalmente troverei meno interessante occuparmi di HAS se non fossi convinta che possano avere un impatto su come gli animali vengono trattati nella società ampiamente intesa, oltre che sulle azioni politiche che si possono intraprendere per proteggere i loro interessi”.

Ecco, io mi domando come questa autrice pensi di difendere gli interessi dei cavalli continuando a sottoporli a pratiche basate sullo sfruttamento e scrivere saggi dalla groppa dei cavalli senza mettere in discussione tale pratiche e la sua stessa posizione.

Potendo fare una generalizzazione, mi viene il dubbio che Birke si trovi nella posizione di moltissimi etologi equini di mia conoscenza, quella cioè di dovere difendere il proprio campo di lavoro ed il proprio business: senza l'equitazione, senza la pratica di montare, più o meno eticamente, i cavalli, senza proprietari che hanno problemi da risolvere con il proprio cavallo, senza l'allevamento del cavallo a fini sportivi o di diporto, questi professionisti non avrebbero campi di impiego.

In più mi sembra che l'autrice faccia proprio quello che critica, cioè si inserisca in uno stile degli HAS finalizzato alla produzione accademica più che alla messa in questione della sofferenza animale.

Il pensiero corre a questo punto al veemente ed accorato articolo di Steve Best “Ascesa e caduta dei Critical Animal studies”, pubblicato in Italia nella rivista Liberazioni, dove l'autore subito afferma:  “La crescita, l'accettazione e il successo degli animal studies nello sterilizzato ambiente accademico, richiede normalmente che il professore-ricercatore si ammorbidisca, che l’antispecismo venga svuotato delle sue implicazioni sovversive e che si attenui la sfida al dualismo uomo/animale che rafforza la tirannia violenta degli esseri umani sugli altri animali. L'ambiente accademico addomestica la forza critico-sistemica del"punto di vista degli animali"

e ancora :”Considerando che gli animal studies sono talmente ampi, generici, aperti e costituiscono un campo indefinito, essi offrono possibilità a tutti. Inoltre le somiglianze tra il paradigma degli animal studies e il tradizionale umanismo, il positivismo, o le concezioni generali analitiche sono più significative delle differenze. Infatti anche negli animal studies non ci si aspetta che ci sia coerenza tra la ricerca e l'etica o tra la teoria e la pratica,cosicché l'integrità personale e accademica di chi si impegna negli animal studies difficilmente richiede di assumere gli impegni normativi e politici del veganismo, della liberazione animale e della trasformazione sociale.”

Best è davvero duro in questo articolo, ma io non penso che sia lontano dalla realtà : ”Dato l’interesse degli accademici a sfruttare le nuove tendenze per pubblicazioni, conferenze, progressi nella carriera, le ampie frontiere del “selvaggio west” dei MAS hanno un fascino seducente per arrivisti in cerca di capitali accademici, soprattutto, se uno si è liberato dell’impegno verso i diritti degli animali e il dibattito politico. Divenuti una sorta di lotteria accademica o un terreno di gioco interdisciplinare aperto a tutti, i MAS possono essere qualsiasi cosa per chiunque. Sia che l’ingenuo opportunista sia un welfarista, un allevatore, un sostenitore della vivisezione, un fautore del partito della carne o uno sfacciato sostenitore della supremazia umana, gli viene srotolato un tappeto di benvenuto per entrare nella comunità e nella professione accademica” (MAS è la sigla con cui Best indica quelli che definisce i Mainstream Animal Studies).

Perchè la lettura di Birke va incastrarsi, nella mia mente, allo spietato “J'accuse” di Best?

Perchè anch'io, come l'autrice, ho “scavallato qui e là” per più di 25 anni, sperimentando in prima persona quasi ogni utilizzo del cavallo e credo di aver imparato cosa significhi questo per la maggior parte dei cavalli e degli esseri umani.

Non ho potuto quindi leggere con neutro distacco questo che, secondo me, è un elogio molto tradizionale all'equitazione, che l'autrice fa nel suo articolo: “Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano.”

Voglio quindi parlare di cosa sia l'half pass, di cosa sia il dressage e di chi siano i cavalli da dressage.

Parlare di una relazione senza raccontare l'istituto dove questa stessa è nata, specialmente se vi sono problemi di coercizione e di mancanza di autodeterminazione, senza pensare a  denunciarli, parlando soltanto del funzionamento di tale relazione, secondo me è una grave mancanza.

L'half pass che Birke si diletta, da amazzone provetta, a sperimentare sul vecchio cavallo in pensione (in pensione da cosa, da quale disciplina, da quale impiego, da quale vita?) si traduce in italiano con appoggiata e fa parte del repertorio dei movimenti che compongono la disciplina del dressage, una delle discipline olimpiche classiche dell'equitazione.

Innanzitutto una breve riflessione sugli sport equestri e sul comitato olimpico degli sport equestri.

Tutti gli sport sono una sfida che l'essere umano lancia a se stesso, per superare i propri limiti di forza, velocità, resistenza, abilità: gli atleti sono uomini e donne.

Solo negli sport equestri questa sfida ad andare al di là dei propri limiti è richiesta ad un soggetto terzo, un essere che di sua volontà non andrebbe mai ad una olimpiade e cioè, a cavalli e cavalle. Lo sport equestre non andrebbe chiamato sport e dovrebbe essere cancellato dai programmi olimpici, perchè è uno sport parassita, parassita lo sforzo, la vita, l'impegno di un essere che non ha mai dato il suo consenso al suo ingaggio in questa sfida ed in questo assurdo “gioco”.

Tra queste il dressage, o gare di addestarmento, è una delle più odiose, con la sua derivazione militare ed il suo equipaggiamento fortemente punitivo per il cavallo.

I cavalli sono costretti ad eseguire delle arie (dei movimenti prestabiliti, molto impegnativi sul piano fisico e psicologico), a suon di musica, su di un campo rettangolare.

Nelle gare da un certo livello in poi è obbligatorio che il cavallo indossi, come imboccatura, morso e filetto, cioè una delle cose più dolorose che si possono usare per impartire le nostre volontà ai cavalli, che quindi il cavaliere o amazzoni montino con doppie redini e che indossino speroni lunghissimi, se non addirittura con le rotelle.

Sulla durezza dell'addestramento impartito ai propri cavalli dal Gotha del dressage internazionale ci sono fiumi di testimonianze ed anche un movimento di indignazione all'interno stesso dei praticanti degli sport equestri, tanto che la FEI (la federazione internazionale per gli sport equestri) ha dovuto ufficialmente bandire, nel 2010, la pratica del ROLLKUR, un metodo di addestramento per il portamento della testa del cavallo utilizzato da pluri medaglie olimpiche.

Come tacere tutto questo in un articolo di Animal Studies senza dare implicitamente ragione a Best?

In un altro articolo di Birke che ho avuto il piacere di leggere, (http://www.depauw.edu/humanimalia/issue09/birke-holmberg-thompson.html),  l'autrice, insieme ad altri studiosi, prende in esame la questione dei passaporti, che sia umani che non umani devono avere per spostarsi da uno stato all'altro.

Il caso parte dal fatto che lei stessa, ospite a Calais, aveva con sé il suo passaporto, quello del cane e quello del suo cavallo.

Così ci viene mostrato il passaporto del cavallo Tivoli, i cui timbri testimoniano, con un certo orgoglio da parte della sua umana, il suo viaggiare per gare internazionali, senza battere ciglio sugli sport equestri. E mentre i colleghi almeno si sforzano di fare un'analisi sui dispositivi di controllo dei passaporti, Birke ancora è entusiasta delle relazioni che questi passaporti testimoniano, e si rammarica solo che, nell'atto di esibirli in dogana, queste relazioni siano sospese, riducendo l'individualità ad un numero su di un documento.

Anche qui ho perso la “freddezza” dello studioso, essendo poi il problema dei documenti un problema assai sentito per una persona transessuale come me, costretta a vivere con un documento non conforme alla mia identità di genere, per non essermi ancora sottoposto all'operazione di sterilizzazione forzata.

Tornando all'articolo preso in esame dall'inizio, dopo l'elogio all'equitazione come esempio di “Embodiment” (una relazione cioè vissuta fin dentro al corpo, che cambia il corpo), il secondo esempio che Birke propone è preso dagli studi di Despret sul caso di Hans “l'intelligente” e su alcuni ratti di laboratorio.

Anche qui nessuna problematizzazione della vivisezione: “I due studi citati pongono in evidenza” soltanto “un’importante omissione in molti lavori sugli animali e i loro umani: le interrelazioni sono profondamente vissute nel nostro corpo [embodied] e portano le aspettative di tale incarnazione [embodiment]: descrivono la profondità degli intrecci che legano i due esseri viventi che compongono una relazione. “

Non è un caso che anche un'ottima autrice come Vincent Despret, di cui ho veramente apprezzato molte analisi, che mi hanno aiutato a fare molte connessione mentali, mi metta a disagio quando elogia entusiasticamente il lavoro della zootecnica francese Jocelyne Porcher (Eleveurs et animaux. Re-inventer le lien, PUF, Paris, 2003), a difesa dell'allevamento tradizionale dei bovini.

Così Birke, alla fine del suo scritto, esorta tutti i colleghi degli HAS a “continuare a fare ricerca su come gli umani e i non umani convivono, su come le nostre vite ed esperienze abitano il nostro corpo [are embodied], su come i non umani sono costruttori di relazioni tanto quanto noi (e a volte anche di più). Sono i co-costruttori dei nostri mondi reciproci”

Io, dalla mia umile posizione di attivista per la liberazione animale e dall'oppressione del genere, con una laurea in filosofia ma nessuna carriera accademica, con una vita vissuta al fianco dei cavalli, mi sento di dire che nessun cavallo da dressage vorrebbe “co-costruire” il mondo del dressage, se ne potesse avere una scelta.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke

di Egon Botteghi e Marco Reggio


Marco.
Mi è parso di capire che la pubblicazione dell’articolo di Lynda Birke, "Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali", sull’ultimo numero di Musi e Muse, ti abbia creato un po’ di disagio.
Forse non è la parola giusta, “disagio”, comunque, che pensieri ti ha suscitato?

Egon.
Può darsi che "disagio" sia invece la parola giusta...
Leggere su quella bella rivista online, interessata "ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale", le opinioni di una etologa-sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio "sano" interspecifico, temo possa legittimare, nel mondo animalista, tale pratica che io trovo invece deplorevole.
L'articolo è molto interessante, ma quando mi sono imbattuto in questo ho provato un moto di disappunto: "Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano."
Quanto dice sull'abilità equestre è vero, ma messo così sembra un elogio che si può ritrovare in tutti i manuali di equitazione che con l'animalismo e la liberazione animale non c'entrano niente, anzi sono la cultura di secoli di dominazione sugli equini.
In queste parole può esserci celato anche un concetto pericoloso, usatissimo per giustificare l'uso del cavallo, e cioè quello che anche il cavallo ci guadagna qualcosa, che acquisisce nuove capacità, che cresce.
Questo assunto è usatissimo da coloro che cercano di dare giustificazioni meno "becere" all'uso del cavallo, sia da lavoro che da diporto, come ad esempio nella filosofia steineriana, per cui il cavallo si "innalza" nell'incontro con l'uomo.
Gli etologi italiani più alla moda e considerati "illuminati", che si occupano di equini, per giustificare l'atto di cavalcarli, ancora dicono che la vita psichica del cavallo viene arricchita dall'incontro con l'essere umano... insomma, noi li rendiamo più intelligenti!
Per questi studiosi la relazione diviene così importante che sopravanza i diritti delle singole parti, dei singoli attori della relazione.
Per me è invece più importante il diritto del cavallo a non imparare l'half pass, o come si dice in italiano, "l'appoggiata", in quanto privo per lui di senso, che la "meravigliosa" connessione di questi due corpi.
Corpi però che non sono sullo stesso piano, dove uno impartisce ordini e l'altro esegue.
Senza contare che "l'appoggiata" è una figura del dressage, come ricorda la stessa autrice, che è una disciplina olimpica tra le più devastanti per la psiche ed il fisico del cavallo e di derivazione militare.

Marco.
Io non conosco i cavalli, ma devo dire che ho trovato l'articolo molto interessante, perchè riesce a descrivere una relazione che si instaura nonostante la base di questa relazione non sia paritaria, e che sembra positiva per entrambi i soggetti. Ma dico "sembra", perchè in effetti non sapevo nulla dell'half pass, della sua origine, e così via, e dovremmo sempre farci la domanda se al cavallo fa piacere questa relazione, se alcuni elementi di questa relazione siano un peso che sopporta, o che accetta volentieri, o ancora che rifiuterebbe se possibile. Certo, anche io ho un senso di mancanza nel leggere testi come questo. Mi succede per esempio con Vinciane Despret o Donna Haraway: si trovano osservazioni non solo illuminanti, ma in grado di aprire una visione migliore delle nostre relazioni con gli animali, davvero più rispettose della loro complessità, secondo me. Al tempo stesso, mi sembra che manchi una parola chiara su un aspetto delle relazioni, cioè l'elemento di unilateralità, di sfruttamento economico. Una prospettiva che mette al centro le relazioni, e riesce a vederne dei potenziali positivi anche nei contesti di sfruttamento, mi sembra necessaria, ma quando ignora l'esistenza dello sfruttamento, il carattere (anche) economico del rapporto, può essere controproducente, almeno nei casi più eclatanti, in cui di fatto si finisce per giustificare lo sfruttamento, purchè "dolce" (come ha mostrato Agnese Pignataro a proposito delle tesi di Larréere e Porcher, nel suo articolo "Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?").
Nonostante questo, mi chiedo se non si possa trarre qualcosa (o anche molto) dalle voci di etologi, sociologi, persino allevatori, in materia di relazioni fra noi e gli animali, partendo non tanto dal fatto che l'animale "ci guadagna qualcosa", ma che gli umani ci "guadagnano", in termini di relazione, una relazione vissuta nel e col corpo. Questo, certamente, per noi deve avere come punto di partenza la non costrizione, il rispetto dei desideri altrui, ma anche dove non c'è si possono trovare elementi per una prospettiva diversa.

Egon.
Sicuramente gli esseri umani guadagnano qualcosa nella relazione con l'animale altro, ma credo che bisogna cercare di essere sempre molto vigili ed onesti sul che cosa e sopratutto sul come gli animali altri vengono coinvolti.
Gli esseri umani sono relazionali e relazionanti nel profondo, secondo me, vivono nella relazione e le relazioni li rendono vivi.
Quando però si "sconfina" oltre la specie c'è da tenere sempre a freno, a mio avviso, una spinta "predatoria" ed acquisente rispetto a questo altro, un impulso alla manipolazione, al voler toccare, al voler appropriarsi, al voler farsi riconoscere. Una sorta di ansia egocentrica.
Un etologo il cui campo preferito erano gli insetti, riferendosi a noi umani, al nostro modo chiassoso di relazionarci, affermava che, in quanto scimmie, siamo destinati a ciò.
Riusciamo a godere dell'altro senza invaderlo?
Il presupposto secondo me deve essere sempre la libertà dai condizionamenti fisici e psicologici, che nel caso del cavallo, ad esempio, sono moltissimi.
E' vero che nella relazione chiunque sia coinvolto cambierà qualcosa di sè dopo questo incontro, ma quale attenzione poniamo affinchè la relazione con l'animale altro non sia di tipo coloniastico?
Certo che chi lotta per la liberazione degli animali sarà avvantaggiato nello sforzo se conosce qualcosa di loro, e se questi animali sono domestici, questa conoscenza passerà giocoforza attraverso i luoghi della loro prigionia e quindi attraverso gli allevamenti e gli allevatori, i campi di equitazione, gli zoo e sarà ancora più preziosa quella che avverrà nei rifugi.
Però perchè alle volte non noto tutto questo zelo e fervore nel cercare di conoscere (ed aiutare nella loro loro lotta per la sopravvivenza) gli animali che non si possono toccare, che non dipendono da noi, che in qualche modo non gratificano il nostro egocentrismo e voglia di protagonismo (penso ai selvatici, ma non solo quelli esotici, ma quelli che vivono intorno a noi, ai limiti delle città e nelle campagne, con la loro eroica resistenza e penso agli animali sinantropi, così affascinanti nell'aver scelto il nostro habitat e nell'usarlo mantenendo però la loro libertà e selvatichezza ed anzi, in qualche modo, "sfruttandoci")?
Riusciamo a sentirci in relazione soddisfacente con i gabbiani che nidificano e allevano la prole sul tetto del palazzo di fronte? Per quanto mi riguarda la mia risposta è sì, e tanto di più dal momento che le loro stridula grida esistono a prescindere da me.

Marco.
Il problema che poni, ovviamente, non è semplice. Mi sembra che in parte si riconduca a una domanda: è possibile che relazioni nate da motivazioni egoistiche, da rapporti di dominio o di sfruttamento, o persino relazioni che sono soltanto economiche, stimolino lo sviluppo di elementi relazionali in cui i soggetti in gioco traggono beneficio (piacere, accrescimento, ecc.)? Non credo che né io né tu possiamo avere una risposta, ma a volte io rifletto su storie anche banali che dimostrano la complessità di questo tema. Per esempio, una mia amica ha avuto in regalo un uccellino. Lei non è antispecista, animalista e non ha una particolare sensibilità verso gli animali nel senso che intendiamo noi "attivisti", né una particolare sensibilità politica che possa darle strumenti di critica della detenzione di un animale in gabbia. In passato, ha comprato animali e non è contraria a farlo, in linea di massima (gli è stato regalato, questo uccellino, ma potrebbe averlo anche comprato, direi). Eppure, dopo una settimana di convivenza ha preso la gabbietta, l’ha messa nell’unico bagno del suo bilocale, l’ha aperta e ora vive con un uccellino che svolazza… in bagno! (Naturalmente, si tratta di una specie che non poteva essere semplicemente liberata). Ora ne è nato un rapporto che evidentemente è bello per entrambi. Certo, nasce da un atto di liberazione (aprire una gabbia). Ma questo atto di liberazione non è l’atto di un antispecista con le sue categorie morali già costruite, tutt’altro. E’ l’atto di una persona che ha maturato questa intenzione proprio a partire da un rapporto che io direi viziato in partenza, cioè da un individuo che viene comprato e regalato come se fosse un qualsiasi oggetto. In effetti, questo presupposto indubbiamente inquina i rapporti, ma che spazi ci sono perché possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?

Egon.
Hai assolutamente ragione Marco... nè io nè te possiamo risolvere con un aut-aut la complessità di questo tema e delle questioni morali che pone. Ti ringrazio ancora per stimolare questo scambio: evidentemente noi due siamo in una relazione di crescita.
Provo però a rispondere alla tua ultima, affascinante domanda: "che spazi ci sono perchè possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?"
Come la vedo io in questa fase della mia vita, questo spazio è uno spazio direi quasi geopolitico.
Secondo me dovremmo imparare a vedere gli individui delle altre specie come appartenenti a popolazioni con cui dobbiamo contrattare il nostro essere sul pianeta, il nostro spazio sulla terra.
Non vedo questo in ottica protezionistica, per preservare gli ecosistemi che sostengono anche la specie umana, che perirebbe insieme agli altri, ma proprio come esercizio di diplomazia con altre specie che detengono i nostri stessi diritti di appartenenza ad un territorio.
Noi non dovremmo interpretare e decidere cosa sia meglio per le popolazioni di animali altri, ma proprio essere in grado di tradurre le loro richieste.
Così il mio sogno potrebbe essere fare il console presso alcune società di bonobo...

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