Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

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Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina

di Egon Botteghi

 

Quando ho letto la notizia dell'orango Sandra, che potrebbe essere liberata dallo zoo in cui vive reclusa da vent'anni, in quanto riconosciuta dai giudici argentini  come “persona non umana”(vedi notizia su La Stampa, e qui la notizia in lingua originale), ho subito pensato alla psicologa argentina Florencia Gonzales Leone, conosciuta a Napoli durante un convegno internazionale sull'identità di genere.

Con lei ebbi infatti un interessante scambio di opinioni riguardo all'avanzatissima legge argentina che permette alle persone gender variant di cambiare i propri documenti con un semplice atto amministrativo, senza dover ricorrere ad alcun intervento medico e legale sul proprio corpo, concedendo quindi piena autodeterminazione sulla propria identità di genere (vedi articolo di Repubblica; e qui la traduzione integrale della legge argentina).

Secondo Leone, questo rispetto per l'identità propria di ogni individuo, trova radici nel tragico passato argentino, con la vicenda dei desaparecidos, dove la presenza e l'identità di migliaia di persone sono state cancellate dalla violenza assurda del regime dittatoriale.

A tal proposito la psicologa sud americana scrive, in un articolo sull'argomento pubblicato da Intersexioni:

 

“Io vengo dall’Argentina, un paese in cui la dittatura militare ci ha lasciato trenta mila “desaparecidos” e tutta una società ferita, una storia che è piena di vuoti. Sono migliaia i libri, gli archivi e la storia che è stata bruciata, distrutta, come migliaia le famiglie di tutto il paese. Il motivo? Risolvere la problematica della diversità (di idee, di ideologie, ecc.) attraverso l’eliminazione della “diversità”. Trenta mila desaparecidos! 30 mila! per capire l’importanza della libertà di pensiero, di espressione, di ideologia e di vita in qualunque paese al mondo.

Ancora oggi, ogni Giovedì nella “Plaza de Mayo” di Buenos Aires, un gruppo di donne, chiamate Madres de Plaza de Mayo, lotta per il diritto a sapere dove sono finiti i corpi dei loro figli e dove sono oggi i loro nipoti. Qual è lo scopo ultimo di questa lotta? Il diritto all’identità! L’Argentina è un paese che ancora oggi prova a lottare con molto sudore ogni giorno per ricostruire la sua identità. Noi argentini abbiamo un’identità spezzata, rubata, negata che stiamo provando a mettere insieme attraverso la riappropriazione di ogni pezzo di un grande puzzle che ci permetterà di arrivare a scoprire chi siamo. Tutto questo è possibile solo attraverso la difesa della memoria, del rispetto per le idee proprie ed altrui e soprattutto con leggi che tutelano i diritti di ogni singolo cittadino.

Un’identità ha diversi modi di essere “rubata”, e per questo quando al convegno ascoltavo l’esigenza e il dispiacere dei cittadini italiani per la mancanza di leggi in Italia rispetto all’identità di genere, ho iniziato, un po’ inconsciamente, a porre in associazione questi temi tra loro, in special modo le identità rubate, perché un governo che non garantisce i diritti di ogni singolo individuo alla fine sta rubando a quel cittadino il suo diritto a esistere.

 La legge sull’identità di genere in Argentina, numero 26.743, permette che le persone trans* (travestiti, transessuali e trans gender) siano iscritte all’anagrafe e nella carta di identità col nome e il sesso che loro stessi hanno scelto. Inoltre questa legge consente e comporta che tutti i trattamenti medici di adeguamento all’espressione di genere siano garantiti dal sistema sanitario nazionale, sia pubblico sia privato.

La legge 26.743 è stata approvata il 9 maggio di 2012 e a oggi è l’unica legge al mondo che non patologizza la condizione trans.


Il 10 dicembre del 2013, in Argentina, si festeggiano i primi 30 anni di democrazia.

È una data concreta e simbolica per ricordare che, nè in Argentina né in nessun altro paese del mondo, si debbano attendere 30 mila desaparecidos per capire il vero senso della vita e il diritto a esistere¡K Mai Più!!”

Florencia Gonzales mi raccontava, che in seguito a questa legge, le persone gender variant che vogliono adeguare il proprio documento alla propria identità sociale percepita, devono solo recarsi in questi uffici per l'identità, luoghi nati appunto dopo la tragica vicenda dei desparicidos, e non nei tribunali, come qui in Italia.

Sono convinto che non sia un caso che la sentenza che attribiusce ad un animale non umano l' “habeas corpus” e quindi il diritto alla libertà venga dallo stesso paese in cui è stato sancito il diritto alla completa autodeterminazione alle persone trans, facendosi carico dell'inanienabile rispetto all'identità di ognuno, dimostrando ancora una volta l'intima correlazione tra le lotte per la liberazione.

 Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina - di Egon Botteghi

Pubblicato in Attualità - Notizie

L'ambiente antispecista si trova ad una svolta. Da un lato deve iniziare a pensarsi finalmente come un movimento, che significa avere degli strumenti teorici e delle prassi politiche in grado di coagulare persone e gruppi su proposizioni ideologiche e su obiettivi strategici, e dall'altro deve riconoscere le sue zone d'ombra.

Dirsi antispecista non è sufficiente per far parte di un movimento. E un insieme di persone e gruppi non fanno un movimento. Inoltre le questioni politiche devono essere all'ordine del giorno per coloro che sono impegnati nell'attivismo antispecista.

L'antispecismo è una delle posizioni che assieme ad altre, antisessismo, antiomotransnegatività, antirazzismo, antiageismo, antiableismo, anticlassismo, antifascismo ecc., concorrono a delineare i presupposti per una critica al sistema eterosessista capitalista specista e neocoloniale.

Cominciare dal basso senza pretendere di essere inclusiv* è una delle considerazioni che potrebbe contraddistinguere l'antispecismo che si interroga sulle oppressioni dei soggetti altro-da-umani considerati l'estrema colonia dell'oppressione e dello sfruttamento.

Al contempo si dovrebbe avere uno sguardo critico anche al proprio interno, per favorire una presa di coscienza politica in linea con le potenzialità dell'antispecismo politico. Partendo da questo si possono ritenere essenziali almeno tre questioni: il paternalismo, il sessismo e l'omotransnegatività che aleggiano e ancora inchiodano il movimento antispecista su posizioni integraliste e autoritarie.

Il paternalismo è l'atteggiamento benevolo e opportunista utilizzato da chi si autonomina fautor* dei diritti o portavoce di qualcun* altr*. Nell'antispecismo e nell'animalismo questa condotta è molto spesso frutto simbolico e reale della retorica della presunta superiorità umana e conseguenza della difficoltà a cogliere i segnali e i messaggi da coloro che vivono direttamente le discriminazioni dentro e fuori il movimento[1], seppur all'interno della mitologia antispecista che rivendica invece una pariteticità presunta. E così si dà voce ai/alle senza voce, si critica l'antropomorfismo che invece è una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie confondendolo con l'antropocentrismo, si diffida di coloro che militano anche in altre realtà politiche, si tende a sminuire la portata dei privilegi come sesso/genere, classe, cultura, ecc.

Il sessismo è l'altro nodo cruciale del movimento, che tende a minimizzare la sua presenza e il continuo flusso di elementi discriminatori sulla base del sesso e del genere. Il tipico atteggiamento ancora una volta proviene dall'idea onnicomprensiva dell'antispecismo quale panacea di ogni oppressione. E così si pensa che tutto si risolva rassettando le cucine e cucinando fianco a fianco, concedendo la parola alle attiviste, promulgando l'uguaglianza e aborrendo la discriminazione palese e ridondante, ma senza osservare le minuzie dell'oppressione di atteggiamenti e comportamenti fallocentrici che perpetuano la domesticazione delle donne, sorridendo ancora troppo spesso delle “gattare in scarpe da tennis” perché emotive, perché lontane dal prototipo dell'“eroe liberatore”, perché le attiviste, pur in numero assai più elevato degli attivisti, si ricavano e gli viene lasciato sempre lo spazio della cura e dell'empatia, ma mai della politica, novelle angeli del rifugio antispecista o delle liberazioni progettate dagli uomini.

E infine, ma non ultima l'omotransnegatività, baluardo del sessismo che lo usa come arma per reprimere, controllare, eliminare tutt* coloro che non rientrano nei canoni dell'eteronormatività binaria. Volutamente si ribadisce l'estraneità dal pensiero radicale di omotransfobia che indica una paura per le persone lgbtqi qualora invece si tratta di vera e propria oppressione, subalternità e inferiorizzazione addirittura esprimendo discutibili pareri sulla naturalità della condizione lgbtqi, specie trans, e sul peccato originario di utilizzo di farmaci (gli ormoni necessari per un riassetto dell'integrità mente-corpo) provenienti dalle deplorevoli fauci della farmacopea multinazionale. Non solo ma addirittura gli/le attivist* lgbtqi quando assieme alle attiviste femministe propongono delle riflessioni critiche sul movimento antispecista subito si alzano scudi a difesa dello status quo, dichiarando che si devono di volta in volta riferire chi cosa e come ha agito in modo da non sparare nella mischia, non comprendendo de facto che il problema non è solo individuare chi agisce in modo paternalista, sessista e omotransnegativo ma far emergere queste discriminazione sommerse, quotidiane, insidiose, minime, che hanno appunto una dimensione micro che poco o punto si presta a considerarle eclatanti e quindi condannabili. È l'annoso problema che viene ogni volta ribaltato chi è vittima e chi è carnefice, senza considerare che la questione non va posta in questi termini, ma deve essere realmente smantellato il complesso patriarcale pastorale che vede i gruppi e le persone marginali sempre svantaggiate e oggetto di oppressione. Non va nemmeno colta la provocazione che, oltre ad assimilare senza distinzione i vari protagonisti di un atteggiamento più che di un'azione o episodio, porta a deplorare chi non si espone, chi non denuncia, chi è in qualche modo complice perché chi vive la microdiscriminazione si assume molto spesso la responsabilità degli accadimenti, in un processo di autoresponsabilizzazione indotta. Così come non va semplicemente affermato che chi non si ribella è complice del sistema e quindi accetta la situazione in essere. In primis perché per essere complici bisogna avere la possibilità di scelta, e in secondo il sistema si adopera per avere emissar* in grado di mantenere l'ordine costituito. Non va neppure bene indicare tutto sotto l'egida del “punto finale”o dell'“obbedienza dovuta” che de-responsabilizza chi è sessista, paternalista, omotransnegativ*.

Chi come antispecista ha la dignità di analizzare a partire dalle proprie esperienze dirette queste discriminazioni all'interno del movimento deve essere accolt*, ascoltat*, incoraggiat* e non lasciat* sol* e nemmeno essere accusat* di essere indecifrabile, pernicios*, pericolos*.

Quanto è emerso quindi nel seminario sul sessismo e l'omotransnegatività del X incontro di Liberazione Animale del 2014 è materiale prezioso perché esperienze di vita vissuta, perché è documentazione sulle presunzioni di totalità e onnicomprensività dell'antispecismo, perché smarca dei temi che hanno e continuano ad infastidire molt* attivist*, che peraltro preferiscono non prendere posizioni politiche su questi argomenti e anzi vedono con fastidio persino l'uso dell'appellativo compagn*.

Leggere i testi di Egon Botteghi e di Annalisa Zabonati significa porsi in un'ottica intersiziale politica radicale, riconoscere le difficoltà emergenti da quell'esperienza e consente pertanto di aprirsi a una rilettura autenticamente libertaria e antispecista del movimento nel suo insieme e di coloro che dicono di appartenervi.


[1]      Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2 – Atti della Giornata, 2014.

Lo Staff di Antispecismo.Net 



Discorso critico sul sessismo

Il sessismo nel movimento animalista antispecista

di Annalisa Zabonati

Premessa

Il Collettivo Anguane nasce nel 2012 dalla volontà di un piccolo gruppo di attivist* animalist* antispecist* in seguito alle esperienze di strisciante, ma a volte molto palese, sessismo 1 e omotransnegatività 2 proprio in quell’ambiente. Ci siamo dat* il compito di riflettere su queste forme di discriminazione a partire da noi stess* per poter avere uno sguardo diretto e una critica in grado di permettere una discussione franca sulla questione.

Se all’inizio, come spesso accade, pensavamo di avere delle responsabilità dovute alla nostra scarsa denuncia del sistema fallicoantispecista, ci siamo poi rinfrancat* confrontandoci con altr* compagn* di movimenti radicali, compreso ovviamente quello animalista-antispecista, oltre alla documentazione che abbiamo fatto circolare tra di noi e con altr*, non considerandoci casi isolati e/o speciali.

Pensavamo di aver trovato “casa”, il luogo fisico, psicologico e politico in cui delineare un progetto di coinvolgimento totale. Ma abbiamo dovuto rivedere i nostri entusiasmi e ricrederci sulla capacità effettivamente rivoluzionaria dell’antispecismo o almeno di certa parte dell’ambiente antispecista.

Abbiamo raccolto le idee, le esperienze e cominciato a considerare l’iterazione di alcuni atteggiamenti e comportamenti nei movimenti radicali, affrontata rivendicando uno spazio “femminista” dentro e fuori i movimenti stessi, con la consapevolezza che nella vita quotidiana il mondo è costruito ad immagine e somiglianza del maschio bianco occidentale borghese, nonostante certo femminismo liberal-radical-chic pensi di riuscire a stanare l’androcentrismo patriarcale accettando di sedere nell’agorà patriarcale e di mantenere atteggiamenti conciliatori.

A tutt’oggi negli ambienti libertari, radicali, antagonisti e nell’animalismo antispecista, imperversa fin troppo spesso il famigerato “club degli uomini” da cui le attiviste donne e le/gli attivist* lgbtqisono nella migliore delle ipotesi tollerat*, nella peggiore esclus* ed emarginat*.

 

Riconoscere i sistemi di dominio e controllo androantropocentrici per sovvertirli

La cultura del dominio esercita il controllo dei s-oggetti umani e altro-da-umani con paradigmi androantropocentrici, quali il patriarcato (il sistema socio-culturale, politico ed economico in cui l’autorità è appannaggio degli uomini e le risorse e i beni sono da loro governati), l’androcrazia (il governo degli uomini attraverso la violenza, la colonizzazione/imperialismo – reali e figurati – la proprietà e l’egemonia), la domesticazione e l’allevamento (il sistema pastorale inteso come dominio e sfruttamento dei nonumani da parte degli umani), che assieme ad altri schemi di controllo e oppressione possono essere efficacemente indicati come sistema kiriarchico3 in cui una categoria/casta/genere/specie/classe/condizione monopolizza le relazioni di potere a proprio vantaggio avversando le altre, che subisce condizioni di oppressione intersiziale4.

Per mantenere questo modello funzionante e funzionale l’ideologia del dominio degli uomini subordina le donne e chi non rientra nel prototipo eterosessuale, quindi le persone lgbtqi attraverso la pratica diffusa del sessismo, che con le parole di Suzanne Pharr è

[…] quel sistema che subordina le donne agli uomini, tenuto in piedi da tre potenti armi progettate per infliggere dolore e privazione alle donne. [...] queste armi sono l’economia, la violenza e l’omofobia5.

Lo sviluppo e il mantenimento del dominio prevede un sistema circolare di oppressione, il complesso oppressivo, che si basa sul maltrattamento sistematico, la disinformazione/mal-informazione, le menzogne, gli stereotipi, le sanzioni sociali, le istituzioni fallocentriche, la repressione, le discriminazioni a tutti i livelli.

I meccanismi attraverso cui si attua il sistema oppressivo sono l’assimilazione, il biasimo per i s-oggetti oppressi, la normalizzazione, l’autosvalutazione, l’invisibilizzazione, l’isolamento, la violenza, il tokenismo6, le pratiche di “washing”. Questi potenti strumenti eternano la servitù e indeboliscono le resistenze, insinuando continuamente il dubbio sulle proprie capacità.

Le oppressioni hanno radici comuni e sono tutte interrelate: sessismo, razzismo, omotransnegatività, classismo, capacità/abilità, antisemitismo, ageismo/età, specismo, etc., senza gerarchie di oppressione, sono tutte distruttive e tutte da smantellare con un approccio che potremmo definire olistico e intersezionale politico. L’etica olistica è un processo collettivo che si basa sulla solidarietà e la reciprocità che ha la sua matrice nell’interdipendenza e soprattutto nel rispetto7. L’intersezionalità politica è suggerita dall’approccio anarchico che critica l’intersezionalità “liberale” che somma le varie oppressione per farne un ibrido magmatico che non distingue i vari principi di funzionamento per ogni sfruttamento. Propone invece una rilettura del concetto per rilevare sia le similitudini che le differenze dei meccanismi oppressivi, comprendendone ogni funzionalità singola e quali siano i modi utilizzati dai sistemi di dominio per mantenersi e autoriprodursi8.

 

Il sessismo come microaggressione

La microaggressione, concetto sviluppato a partire dagli anni ’70 per illustrare i comportamenti razzisti contro gli afroamericani prima e successivamente contro immigrati di origine asiatica e latina, definisce l’umiliazione verbale e comportamentale diffusa e quotidiana, intenzionale o involontaria, che ferisce e offende una persona o un gruppo per l’appartenenza a un genere, per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere, per la “razza”, per la classe, etc.9. Le microaggressioni sono invisibili e impalpabili, ma non per questo meno devastanti sotto il profilo psicologico e sociale. Si basano sulla sottovalutazione del loro impatto sui soggetti-bersaglio e sulla tolleranza alle discriminazioni.

Hanno una forma subdola, fondata su almeno tre meccanismi principali:

  • la microsvalutazione (commenti verbali e/o comportamentali che escludono, negano o annullano pensieri, emozioni ed esperienze);

  • il microinsulto (commenti e/o marcature maleducati, insensibili, avvilenti);

  • il microassalto (attacchi verbali e non verbali violenti attraverso insulti, evitamenti e discriminazioni).

Le microaggressioni sono la manifestazione di una visione oppressiva che crea, nutre e rinforza la marginalizzazione. Poiché ci crediamo immuni da questi comportamenti e atteggiamenti li neghiamo evitando accuratamente di affrontarli. Ognun* esprime forme infinitesimali di razzismo, sessismo, eterosessismo, specismo, ableismo, ageismo, etc. perché siamo nat* e cresciut* in ambienti che sono impregnati di forme diversificate di discriminazione10.

 

Il sessismo come micromachismo

Il micromachismo è il risultato di pratiche di dominio e violenza maschili che permeano i rapporti quotidiani tra i generi, al fine di mantenere i privilegi di sesso e genere fondati sul binarismo eterosessista e sulla conseguente subordinazione delle donne e di coloro che non rientrano nella normatività etero. Funziona sulla bassa soglia, con intensità minime e sottili, apparentemente inavvertibili, che producono pressioni e inoculano esitazioni sull’autostima e il senso di sé11. L’espropriazione continua e costante di autorevolezza verso le donne e tutti i soggetti ritenuti inidonei a ricoprire ruoli sociali privilegiati forgia i comportamenti discriminatori.

Tipici funzioni del micromachismo sono:

  • la negazione delle discriminazioni di genere e sessuale e dell’importanza della pressione sessista;

  • l’imposizione e il mantenimento delle differenze di ruolo e delle diversità di genere e di sesso nelle competenze e nelle capacità;

  • la continua riproposizione alle donne e alle persone lgbtqi di ruoli e funzioni di basso profilo considerate tipicamente femminili e femminilizzanti;

  • la ridicolizzazione delle rivendicazioni femministe (e per estensione anche quelle lgbtqi);

  • l’estraneità presunta ai comportamenti e atteggiamenti machisti.

Come per le microaggressioni, il o meglio i micormachismi sono dei microabusi e delle microviolenze usati in modo diffuso e permanente. Gli uomini sono “addestrati” socialmente a sviluppare queste capacità che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di un’ideologia dell’egemonia maschile/patriarcale/androcentrica. Ovviamente per poter esercitare il micromachismo gli uomini sono sostenuti da un forte alleato quale è l’ordine sociale12 che rende fertile il terreno del monopolio del potere in tutti i campi e che vede le donne e le persone lgbtqi continuamente valutate e giudicate, mantenendo così le gerarchie e le relazioni di dominio. Al pari di ogni pratica di discriminazione il micromachismo, che ovviamente rinforza il patriarcato e l’androcentrismo, utilizza:

  • l’oggettificazione, cioè la convinzione che lo status di persona sia appannaggio solo del maschio bianco, borghese, occidentale, eterosessuale attivando la circolarità dell’abuso in considerazione dell’assenza della qualità di personaper le donne e per gli/le lgbtqi;

  • l’identificazione proiettiva, l’inoculazione psicologica di proprie idee e atteggiamenti condizionanti.

Per osservare in modo più analitico i micromachismi, Luis Bonino13 propone una classificazione che auspica possa essere ulteriormente ampliata, integrata e dettagliata. Questa prevede i micromachismi coercitivi o diretti, i micromachismi occulti o indiretti, e i micromachismi della crisi, che nella quotidianità molto spesso si ritrovano accorpati.

Attraverso il micromachismo coercitivo l’uomo usa la forza fisica, psichica, economica, sociale e personale per soggiogare la donna e le persone lgbtqi e renderl* inerm* e subordinat*, limitandone la libertà e l’autodeterminazione attivando reazioni di disistima, impotenza e inibizione alienanti. Le manovre per esercitare questo tipo di micromachismo si basano sull’intimidazione fondata sull’abuso e l’aggressione, il controllo economico che prevede la monopolizzazione e la limitazione dell’accesso al denaro sia nelle relazioni familiari e di coppia che nella società, l’assenza di contributo al governo domestico, l’uso esclusivo e abusante dello spazio fisico e temporale dentro e fuori l’ambito relazionale, l’insistenza asfissiante per ottenere ciò che si desidera, l’imposizione sessuale, intimazione della superiorità e della logica maschili, la manipolazione sulle decisioni e le scelte.

micromachismi occulti sono molto efficaci nella realizzazione dell’asimmetria relazionale e di potere al punto da minare l’autonomia e il senso di sé della donna e della persona lgbtqi. L’obiettivo è quello di ottenere la subordinazione “inconsapevole” e condizionata che conferisce carattere di inalterabilità delle condizioni di vita. Si fonda soprattutto sulla svalutazione continua e minuta delle capacità e delle risorse al punto da rendere la persona insicura e dubbiosa oltre che dipendente, anche dall’approvazione dell’uomo. Si presentano sotto la forma di sfruttamento della capacità di cura femminile/femminilizzata, sviluppata dal condizionamento socio-culturale, utilizzata per forzare la disponibilità delle donne e relegarle a ruoli di assistenza e accudimento. Un altro meccanismo occulto è quello della maternalizzazione che induce le donne a svolgere il ruolo materno nelle varie relazioni oltre a costringere ad assumere come naturale la funzione di madre e moglie. L’intimità è proposta come unica possibilità relazionale che crea dipendenza affettiva spesso frustrata da comportamenti che inducono il sentimento di carenza dell’intimità, all’interno di un circolo vizioso basato in realtà sulla pseudointimità nutrita dall’esautorizzazione, la squalifica, la negazione delle qualità positive, l’esaltazione delle qualità maschili, la collusione con terze persone e soprattutto con il terrorismo misogino cioè la denigrazione improvvisa e in pubblico.

Un altro strumento del micromachismo occulto è il paternalismo che prevede l’utilizzo di comportamenti apparentemente benevoli, ma che celano l’autoritarismo e la bassa considerazione per le donne e le persone lgbtqi, rinforzato dallamanipolazione emozionale e affettiva usata come dispositivo di controllo delle relazioni.

Un altro tipo di micromachismo è quello della crisi usato quando ci sono situazioni di difficoltà conseguenti a mutamenti relazionali e/o sociali che scompensano e minacciano la presunta superiorità maschile. Per mantenere il controllo sono quindi attivati i meccanismi dell’ipercontrollo delle attività delle donne e delle persone lgbtqi, l’appoggio apparente che ha in realtà l’intento di neutralizzare l’avanzamento di richieste di maggiori spazi e autorevolezza, ma anche la colpevolizzazione per le proprie aspirazioni, la minaccia di abbandono, l’accusa di scarsa considerazione dei ruoli di genere.

Questi diversi micromachismi, che possono prevederne anche altri, provocano nelle donne e nelle persone lgbtqi senso di impotenza, di esaurimento delle risorse personali ed emotive, il sentimento di disistima e di insicurezza, la paralisi sociale e relazionale, un malessere diffuso. D’altro canto per gli uomini invece i micromachismi rinforzano le loro posizioni di dominio, di affermazione dell’identità maschile, di conferma del potere attraverso l’obbedienza e il controllo delle relazioni.

Sessismo nei movimenti sociali e politici

I movimenti sono dei gruppi di “minoranza”, sottoposti a forti pressioni che inducono i propri componenti ad enfatizzare i differenti fattori di coesione per mantenere un concetto positivo del gruppo stesso. Queste comunità necessitano di processi interattivi e sociali in grado di mantenere una forte identità in grado di contrastare le minacce esterne, dato che sono gruppi che propongono valori diversi da quelli della maggioranza di potere e in quanto tali sono considerati marginali e devianti14.

L’ideale del “buon attivista” o “attivista eroico”15 alimenta la convinzione dell’adeguatezza personale agli obiettiviperseguiti e perseguibili e della congruenza tra teoria e prassi nel pubblico come nel privato. I concetti si trasformano inslogan emblematici che riassumono in modo simbolico e sincretico le convinzioni ideologiche. Gli stessi slogan sono assunti come “profezie autoavverantesi” che solo per il fatto di essere pronunciati confermano le posizioni politiche ed ideologiche espresse, specie nei valori antidiscriminatori. Spesso il risultato è la negazione dei pregiudizi, degli stereotipi e dei meccanismi inconsci di dominio che favoriscono la creazione di identità collettive idealizzate impermeabili alle critiche.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi dei gruppi di “minoranza” si trovano spesso a fronteggiare forti ostilità sia all’esterno che all’interno del gruppo stesso, con la difficoltà a riconoscere le incongruenze tra i componenti del gruppo di appartenenza.

Il femminismo, la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non sono sempre considerate centrali per le lotte rivoluzionarie collettive, ma troppo spesso sono valutate solo come una questione dedicata che va affrontata dalle donne o comunque da chi è pro-femminismo e/o alleato del femminismo e dalle persone lgbtqi e loro alleat* ritenendo necessario mantenere il focus sul “lavoro politico”16, come se il tema sessismo/patriarcato/genere/liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non fosse né rivoluzionario né tanto meno cruciale.

Gli attivisti maschi che cercano di esprimere delle critiche alla visione mascolinizzata del gruppo, oltre che della società intera, devono rinunciare alla quota di potere che gli viene dall’appartenenza al genere maschile. Per questo è importante affrontare la questione del sessismo nei movimenti radicali, anche se ciò significa attaccare l’identità del gruppo e l’autopercezione dei singoli componenti. Il principio che “i panni sporchi si lavano in famiglia” è bandito perché il sessismo sta bene e vive in mezzo a noi

Per atmosfera sessista intendiamo ambienti dove gli uomini parlano forte e più delle donne, tagliano loro la parola, gli dicono che sono belle, fanno battute sessiste e quando glielo si fa notare rispondono: “Ma no, stavamo solo scherzando! Non siamo mica sessisti, non avete proprio il senso dell’umorismo…”

Situazioni dove gli uomini prendono più spazio fisico e sonoro delle donne, dove sono loro che scelgono gli argomenti di conversazione, che sono di solito tipicamente maschili, ovvero che riguardano il campo pubblico e completamente distaccato da tutto ciò che è personale (tecnica, attivismo, attualità mondiale…). In questo genere di discussioni la parola degli uomini è più credibile, più ascoltata, legittima, e per prendere parte alle discussioni bisogna avere degli aneddoti da raccontare, delle conoscenze, mostrarsi forti. Si tratta spesso di misurarsi per sapere chi è il/la più forte, il/la più interessante.

Sono ambienti in cui le interazioni uomo/donna si situano unicamente all’interno della sfera della seduzione. Seduzione che in un ambito “normale” etero è anche impregnata di rapporti di potere e di codici eterosessisti. Questi ambienti creano degli spazi dove gli uomini sono più a loro agio delle donne, dove sono loro che controllano ciò che succede. I gay possono scegliere se far finta di ridere alle battute omofobe o tacere; le lesbiche sono scambiate per donne eterosessuali o considerate come non interessanti perché non disponibili; le donne etero giudicate poco attraenti sono escluse dai giochi della seduzione, ecc.17.

L’obiettivo dei movimenti radicali è quello di favorire e realizzare contesti sociali egualitari e questo deve cominciare da subito, a partire dai movimenti stessi che iniziando da analisi politiche devono svilupparle in comportamenti e idee quotidiani che sfidino la morale comune, anche degli/delle attivist* al fine di sprigionare le potenzialità rivoluzionarie per contrastare le discriminazioni dentro e fuori i movimenti

I fattori di discriminazione possono essere molteplici, l’età (se l’età della persona non è in media con quella del gruppo), l’esperienza (se non è abbastanza “vissuta” come gli/le altr*), il carattere (se non è abbastanza intraprendente), il look (se non è abbastanza cool per i canoni dello stile giusto), la lingua (se non parla la stessa lingua del gruppo), l’orientamento sessuale (per esempio se è gay in un ambiente prevalentemente eterosessuale), il peso (per esempio se è grassa in un mondo di magri), il fisico (se non è abbastanza fit per aggregarsi o è diversamente abile), le capacità tecniche (è meno brava o ignora come fare determinate cose pratiche). Questi fattori fanno sì che le persone discriminanti mettano in ombra le altre nei momenti collettivi, per esempio prendendo più spazio nelle discussioni, nel prendere decisioni, nei giochi di seduzione, ecc..18.

Per poter concretizzare questo ci dobbiamo impegnare a smantellare il sessismo che aleggia negli ambienti radicali e antagonisti, a cominciare da ieri19.

 

Il sessismo nel movimento animalista e nell’antispecismo

Il movimento animalista e antispecista internazionale e italiano presentano manifestazioni e atteggiamenti sessisti e omotransnegativi. Da un lato ci sono esempi di un uso sessista del corpo delle donne in campagne di denuncia dei maltrattamenti animali, dall’altro nei gruppi si riscontrano spesso discriminazioni e talora molestie e violenze verso le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi. La percezione del micromachismo e delle conseguenti microaggressioni da parte delle/degli attivist* animalist* non è un fenomeno nuovo, come ha dimostrato Marti Kheel nel 1985, con il suo articoloSpeaking the unspeakable: Sexism in the animal rights movement, in cui evidenzia che la consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento20.

pattrice jones, anni dopo, ribadisce in molti suoi scritti l’uso strumentale delle differenze di genere anche per i nonumani, e in uno suo articolo denuncia un episodio di violenza avvenuta tra attivisti durante un meeting animalista21.

Nel suo scritto Marti Kheel descrive i microsessismi quotidiani di cui è stata testimone diretta come attivista animalista e dichiara

Mentre il crescente interesse degli uomini per il movimento per i diritti animali è degno di plauso, alcune delle conseguenze dell’influsso maschile nel movimento non lo sono. Come è accaduto in numerosi altri movimenti (come ad esempio nel movimento pacifista), gli uomini vi sono entrati e hanno preso il sopravvento. Nonostante un numero notevole di associazioni importanti siano gestite da donne (Society for Animal Rights, United Action for Animals and the Animal Welfare Institute), la maggior parte delle associazioni più diffuse è coordinata da uomini. Anche la divisione del lavoro nei movimenti più grandi tende a seguire gli stereotipi sessuali22.

Ma l’osservazione e l’esperienza del sessismo non deve fermare le donne e le persone lgbtqi e la loro militanza23

Come possono le donne combattere il dominio e la gerarchia nel movimento animalista? Per esempio, segnalando il sessismo quando si manifesta, incoraggiando forme di organizzazione non gerarchica e insegnando agli attivisti maschi comportamenti non sessisti. Un’altra opzione che alcune donne hanno scelto è quella di creare associazioni e gruppi solo di donne, come abbiamo fatto noi. I gruppi separati di donne non sono una novità. Esistono da molti anni nel movimento pacifista, e organizzano eventi dedicati come ad esempio i Women’s Peace Camps in Inghilterra, Italia e alle Seneca Falls di New York24.

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di “supposto sapere” sulle varie forme di oppressione e dominio. L’antispecismo si basa però su teorie coniugate al maschile. Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il “boys’ club”, sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del “sapere animalista/antispecista”25, nonostante la produzione teorica delle studiose e attiviste sia altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tali atteggiamenti e comportamenti “corporativi” condizionano e danneggiano le prassi politiche, l’attivismo, la militanza, gli attivisti e le attiviste di ogni sesso, genere, orientamento sessuale.

Gli attivisti maschi sono fortemente refrattari alle discussioni sulle modalità sessiste di agire all’interno dei gruppi, con il risultato che sono negati e rimossi tutti quei comportamenti chiaramente discriminatori nei confronti delle attiviste e de*attivist* trans e omosessuali. La tolleranza manifestata è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla scarsa o nulla conoscenza dei temi derivanti dalle rivendicazioni delle lotte di liberazione femminista e lgbtqi.

In base a diverse analisi su gruppi antispecisti suffragate da ricerche in ambienti politici radicali e antagonisti e da testimonianze di attivist* che hanno vissuto direttamente o indirettamente queste discriminazioni, non si può negare la presenza di interazioni sessiste nonostante la rimozione oscurantista e retrogada che tende a minimizzare, azzerare, ridicolizzare ogni tentativo di critica e/o denuncia. Persino alcune attiviste negano l’evidenza del sessismo e dell’omotransnegatività a riprova delle difficoltà a smarcarsi da habitus implacabili e gerarchici, e sembrano inconsapevoli delle discriminazioni derivanti da questi atteggiamenti e comportamenti. Dichiarano che la questione di genere e sesso è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la complicità al sistema di dominio. La complicità al sistema egemonico è comunque una condizione di collaborazione non consensuale ma coatta dovuta alla condizione di scarsa o assente libertà e autodeterminazione26.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti e omotransnegativi si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano e sono avvertit* come disturbant*, perché incrinano la mitologia della compassione e dell’empatia di chi si batte per i più deboli e per i “senza voce”. Un altro stralcio di paternalismo buonista che finalmente si sta sfaldando27 e ribalta le logiche antropocentriche di molto attivismo animalista e antispecista.

Il movimento animalista e antispecista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne, uomini e attivist* lgbtqi sono sottopost* alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più manifeste ed eclatanti e si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano. La razionalizzazione e la negazione del sessismo e dell’omotransnegatività sono i meccanismi utilizzati per minimizzare e celare questi comportamenti e atteggiamenti soprattutto affermando che le teorie e le prassi alternative e radicali sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere, quale ad esempio quello dei maschi eterosessuali.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali nonumani, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere e di sesso si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso28. Si mantengono e si evidenziano profonde distanze sia tra i militanti e le militanti che tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso29.

Il movimento antispecista ritiene di includere la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, e pertanto non può esimersi di fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Le attiviste e gli/le attiviste lgbtqi troppo spesso si mimetizzano, non esibiscono interessi e saperi e lasciano lo spazio a chi tradizionalmente se lo prende, assumendo e mantenendo ruoli secondari, declinati ancora troppo frequentemente alla devozione e all’abnegazione.

Si esprime una sessizzazzione pervasiva e sommessa, inconsapevole ma renitente, diffusa e continua che combina e ricombina l’habitus quale struttura strutturante. Si sviluppano pratiche, valori, credenze, interpretazioni che mantengono e rinforzano i privilegi sessisti, faticando a sviluppare il loro riconoscimento utile a demolirli.

Nell’ambiente antispecista sono stati riscontrati e si continuano a constatare i seguenti microsessismi30:

  • divisionedi compiti e ruoli in base al sesso e al genere degli/le attivist*;

  • negazione delle difficoltà comunicative e relazionali che scaturiscono dalla scarsa rappresentanza in ruoli di coordinamento e rappresentanza della seppur numerosa presenza femminile ed lgbtqi nell’attivismo di base (grassroot);

  • antisessismo e antiomotransnegatività presunti dell’antispecismo;

  • evitamento dei temi inerenti la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi, del femminismo e dell’attivismo lgbtqi radicale;

  • convinzione cristallizzata e inamovibile che l’antispecismo al suo interno sia scevro da discriminazioni e abusi tra umani;

  • certezza che la liberazione animale sia prioritaria;

  • convincimento che la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi avverrà in concomitanza con la liberazione animale e pertanto non è necessario prenderla in considerazione;

  • minimizzazione della significatività del femminismo e e del movimento lgbtqi;

  • credenza della superiorità ideologica dell’antispecismo sulle altre teorie e prassi di liberazione.

Piuttosto che affrontare il sessismo sul “fronte interno” risulta più abbordabile la stigmatizzare della sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni animaliste protezioniste che espongono i corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, in uno scenario di evidente conservatorismo patriarcale che utilizza la sessuopornografia rinforzando de facto il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro31

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione32.

Ciononostante i “due” sessismi, all’interno del movimento e del movimento verso l’esterno sono parte integrante del medesimo sistema androantropocentrico patriarcale e pastorale. Al contempo, come molto spesso è sottolineato dalle attiviste e dalle teoriche antispeciste e lgbtqi, gli stessi movimenti di liberazione delle donne e lgbtqi non possono più esimersi dal ritenere la liberazione animale parte integrante delle loro lotte.

___________________

Note
 1 Il termine sessismo (sexism) sostituisce e integra nel movimento femminista del 1968 il concetto dimaschilismo (male chauvinism), anche se a vario titolo sono usati entrambi e a volte come sinonimi.
 2 I concetti di omofobia e transfobia sono criticabili in quanto riconducibili ad una “patologia” psicologica, la fobia appunto. Il rifiuto e la negazione della dignità delle persone lgbtqi è invece un costrutto sociale e politico che impatta sulle vite di chi è emarginat*, discriminat* e dominat* per la non conformazione alla norma eterosessuale/eterosessista, per questo si opta per l’utilizzo di termini quali omonegatività, transnegatività e omotransnegatività, riconducibili proprio alla condotta sociale collettiva a cui aderisce anche la singola persona, cfr. Celia Kitzinger, The Social Construction of Lesbianism, Sage Publication, 1988; FacciamoBreccia (a cura di),L’Itaglia è tutta qua, Istant Book_1, 2009; Paolo Pedote – Nicoletta Poidimani, We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia, Mimesis, Milano 2007.
3 Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.
4 Zabonati Annalisa, “Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio”, LiberAzione Gener-ale 2Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
5  Suzanne Pharr, Homophobia: a Weapon of Sexism, Womens Project, USA, 1988/1997, p. 9.
6 Il termine si riferisce alla cosiddetta discriminazione positiva, cioè alla pratica di inclusione di alcune persone delle minoranze in posizioni di prestigio, senza però capacità d’influenza, al fine di dirottare e annullare le critiche al potere e all’autorità.
7 Kheel Marti, “From heroic to holistic ethics: The ecofeminist challenge”, in Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Greta Gaard ( Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.
8 Volcano Abbey – Rouge J., “Insurrections at the intersections: feminism, intersectionality and anarchism”, Quiet Rumors: An Anarcha-Feminist Reader, Dark Star Collective (Ed.), Ak Press, Oakland, CA, USA, 2012, tr.it. Annalisa Zabonati, “Insurrezioni alle intersezioni: femminismo, intersezionalità e anarchismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=1447.
9 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, in American Psychologist, LXII, 4, 2007, pp. 271-286; Derald Wing Sue, Microaggressions and Marginality. Manifestation, Dynamics, and Impacts, Wiley & Sons, New Jerey 2010.
10 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, op. cit..
11 Luis Bonino Méndez, “Las microviolencias y sus efectos. Claves para su detección”, in Revista Argentina de Clínica Psicológica, VIII, 1999, pp 221-233Luis Bonino Méndez, “Los varones hacia la paridad en lo doméstico. Discursos sociales y práticas masculinas”, ©2000; Luis Bonino Méndez, “Micromachismos. La violencia invisible en la pareja”,©2000.
12 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit., p. 4.
13 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit..
14 Barbara Biglia, “Transformando dinámicas generizadas: Propuestas de activistas de Movimientos Sociales mixtos”, inAthenea Digital, 4, 2003, pp. 1-25; Barbara Biglia – Esther Luna González, “Reconocer el sexismo en espacios participativos”, in Revista de Investigación en Educación, X, 1, 2012, pp. 88-99.
15 Kheel MartiDirect Action and the Heroic Ideal: An Ecofeminist Critique, in Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Nocella Anthony J. – Best Steve (Eds.), AK Press, Oakland-CA 2006, pp. 306–318.
16 Walia Harsha, “Challenging patriarchy in political organizing”http://www.coloursofresistance.org/731/challenging-patriarchy-in-political-organizing/ .
17 Les enrageuse, Lavomatic. Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario, tr. it. Mel’ma, 2010, pp. 26-27.
18 Ma di Mel’ma, Scagliare una pietra al patriarcatoAnarchia e femminismo. Lettera aperta per capire le femministe, 2010, p. 11.
19 Beallor Angela, Sexism in the anarchist movementNortheastern Anarchist #2 Spring 2001.
20 In Feminists for Animal Rights Newsletter, II, 1, 1985, tradotto in italiano https://anguane.noblogs.org/?p=987.
21 pattrice jones, “Violation & Liberation. Grassroots Animal Rights Activists Take On Sexual Assault”, inhttp://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247.
22 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
23 “É un termine, quello di militanza, che nei movimenti italiani degli anni zero (dal ciclo cosiddetto ‘no global’ in avanti) è spesso stato sostituito dalla più anglosassone definizione di ‘attivista’. Questa parziale eclissi o sostituzione va assunta nella sua ambivalenza: se da un lato marca l’irriducibile distanza dalle forme di organizzazione rappresentativa, dall’altro rischia però di smarrire – insieme alle stucchevoli malinconie identitarie – anche il senso della determinazione storica del pensiero e delle pratiche (parallelamente cancellato dalle recenti riforme universitarie). Affrontando la questione della militanza dobbiamo allora mettere a critica un doppio rischio: da un lato, l’idea di una continuità lineare e atemporale delle pratiche politiche e di organizzazione; dall’altro, un nuovismo che presume di potersi liberare di ciò che sta alle proprie spalle senza conoscerlo e renderlo produttivo. In breve, del bagaglio di ricchezze di cui farsi innovativamente continuatori e degli errori da non ripetere. Nostalgia delle radici e assenza di genealogie sono infatti pericoli alla fin fine speculari, e solitamente si rafforzano per reciproca reazione” – “Stili della militanza – Dal movimento operaio a Occupy”, UniNomade, 6/2/2013, http://www.uninomade.org/stili-della-militanza/.
24 Ibidem.
25 Rohman Carrie, “Disciplinary Becomings: Horizons of Knowledge in Animal Studies”Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 510-515.
26 Patrizia Romito – Geneviève Cresson, Vita di relazione, svalorizzazione di sé e sofferenza mentale, inCurare nella differenza, Paola Leonardi (a cura di), FrancoAngeli, Milano 1995pp. 226-245.
27 Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2, Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
28 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
29 Glasser L. Carol, “Tied oppressions: An analysis of how sexist imagery reinforces speciesist sentiment”,The Brock Review, XII, 1, 2011, pp. 51-68.
30 Zabonati Annalisa, “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza”, M&M – musi e muse, 3, 2014.
31 Deckha Maneesha, “Disturbing images. Peta and the feminist ethics of animal advocacy”, Ethics & the Environment, XIII, 2, 2008, pp. 35-76; Glasser L. Carol, “Tied oppressions”, op.cit..
32http://www.vegina.net.


 

Pubblicato in Articoli
Antispecismo.Net ha scelto di ripubblicare il testo - denuncia di Egon Botteghi volendo prendere posizione rispetto al tentativo qualunquista e negazionista di sminuire la portata dei temi trattati, finalmente sottoposti a lente di ingrandimento.
Come gruppo sosteniamo appieno la scelta di Egon di mantenere la denuncia al di fuori dell'analisi di singole realtà o persone, nonostante la conoscenza diretta ed indiretta ormai acquisita delle situazioni più critiche. 
Intendiamo sottolineare come questa lo staff di Antispecismo.Net consideri parimenti degne di osservazione (analisi, critica, ed opposizione) ogni forma di oppressione, discriminazione od esclusione degli individui. Per tale ragione mai liquideremmo un simile testo come un "tentativo di farsi pubblicità" - affermazione incredibilmente davvero apparsa in questi giorni in pubblica piazza -, considerando sessismo e omo/transfobia parte integrante del paradigma che vogliamo abbandonare e vedere dimenticato dalla società umana. La nostra posizione condivisa è consultabile anche come introduzione al testo di annalisa zabonati "Discorso critico sul sessismo: il sessismo nel movimento animalista antispecista - di annalisa zabonati".

Di seguito l’intervento di Egon Botteghi per il Collettivo Anguane in  vista del dibattito su “Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista”

coordinato dal Collettivo Anguane durante il X incontro di Liberazione Animale.

13 Settembre 2014

Buongiorno a tutt*, mi chiamo Egon e come alcun* di voi sanno, sono un uomo transessuale. Ho iniziato la mia transizione da donna a uomo nel 2011, mentre ero già impegnato da alcuni anni nel movimento per la liberazione animale, nel cosiddetto movimento antispecista italiano. Nel 2008 ho infatti co-fondato un rifugio per animali domestici da reddito, trasformando il centro ippico che stavo gestendo e liberando i cavalli con cui lavoravo da molto tempo.

E’ stato il primo dei cambiamenti imprevedibili della mia vita, che mi hanno portato, da essere un allenatore e addestratore di cavalli e un istruttore appassionato di equitazione, in un altrettanto appassionato detrattore degli sport equestri e della schiavitù equina.

Questo cambiamento è stato possibile perchè la motivazione originale del mio essere “persona di cavalli”, derivava, fin da quando ero bambino, da un genuino interesse per questi animali (e per tutti gli animali in genere), così come accade per la maggioranza dei proprietari dei cavalli, che sono veramente convinti di amare il proprio animale.

Purtroppo l’equitazione ci viene presentata e proposta come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come un modo per essere vicino a questi animali, facendo scomparire il punto di vista del cavallo e la reale conoscenza delle sue esigenze. Il cavallo è trasformato nell’animale da equitazione, e chi pratica l’equitazione in “amante degli animali”, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia.

Per questo ritengo importantissimo divulgare le informazioni su queste pratiche, come sto cercando di fare con una mostra sull’equitazione e fare quello che è stato fatto a me, quando partecipai allo stage che nel 2008 cambiò la mia vita. L’insegnante che teneva il corso, da francese che era, usò un francesismo:

Io vi metto il naso nella merda, poi voi decidete se starci o meno, ma non potete più dire che non è merda”,

ci disse, mostrandoci un documentario sul rapporto uomo-cavallo (Alexander Nevzorov “Il cavallo crocifisso e risorto”).

Così, cercando di liberare le altre persone, ho cominciato a connettermi con la necessità della mia stessa liberazione ed il dolore per quello che non avevo mai voluto affrontare è esploso: nonostante la cosa mi terrorizzasse, dovetti riconoscere di essere una persona transessuale.

Quanto questo possa essere difficile lo dico con le semplice parole di un’altra persona FtM (female to male, transessuale da donna a uomo): “Non è facile scoprire di essere l’indiano in un film di cowboy”.

Sì, ero il cattivo della situazione, quello dalla parte sbagliata della barricata, e con enorme tristezza ho dovuto constatare che questo valeva anche in ambiente antispecista.

Quando ho iniziato la transizione credevo di trovarmi in una situazione privilegiata rispetto a tant* altr*: vivevo e lavoravo con persone vegan ed antispeciste e quindi pensavo che non avrei incontrato difficoltà di inclusione.

In realtà ho dovuto scoprire con shock che l’unica ferita quasi mortale l’ho ricevuta in questo ambiente e che per questo ho perso il lavoro ed il progetto che avevo fondato e seguito per anni, cosi’ che ho avuto la necessità di allontanarmi per un certo periodo dal movimento per sopravvivere.

Sottoscrivo quanto Annaliza Zabonati ha scritto nel suo saggio contenuto negli atti di “Liberazione Generale”:

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio… La tolleranza manifestata [rispetto alle persone lgbtqi] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione di liberazione femminista e lgbtqi”.

Furono proprio Annalisa ed Erika, ora mie compagne nel collettivo anarco-veg-femminista Anguane, ad intervistarmi per prime su questi temi per conto di Antispecismo.net.

In quell’intervista risposi a cuore aperto, mostrando già le criticità che il mio essere gender non conforming scatenava nell’ambiente “progressista” in cui vivevo e lavoravo e raccontai il primo episodio apertamente transfobico in cui ero incappato:

… purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi di cattiveria gratuita.”

Al tempo sottovalutai il peso che queste posizioni ostili avrebbero avuto sulla mia vicenda, come sottovalutai, anche se mi faceva atrocemente soffrire, l’accusa che mi veniva rivolta come persona transessuale, anche dalle persone che in quel momento sostenevano di volermi bene e di essere al mio fianco:

se sei transessuale e prendi ormoni, allora non sei un vero antispecista, non sei più dalla parte degli animali, ma finanzi il sistema e le case farmaceutiche e sei CONTRONATURA”.

Questa è una frase che i transessuali antispecisti si sono sentiti dire dai loro “compagni” di movimento decine e decine di volte. Una compagna, ad esempio, scrivendo ad un compagno in carcere, gli raccontava che era in coppia con un ragazzo transessuale, anch’egli vegan ed antispecista. Questi gli ha risposto che per lui era inconcepibile e fuori discussione che un transessuale potesse essere considerato antispecista, perchè consumatore di ormoni!

Vorrei quindi analizzare questa accusa, che ha il sapore di una sentenza, pezzo per pezzo.

Se sei transessuale”:
la quasi totale maggioranza degli antispecisti non sa cosa sia una persona transessuale (nonostante ci sia una forte presenza di persone transessuali nel movimento, sia a livello nazionale che internazionale, e questo, vedremo perchè, non è un caso) e quando gli viene spiegato deve capire che non è una scelta. Non si sceglie di essere transessuali come oggi scelgo che vestito mettermi o cosa mangiare, è una condizione che insorge molto probabilmente dalla nascita (la scienza è ancora alla ricerca di spiegazioni), di cui si può prendere consapevolezza a vari stadi della vita e con cui devi fare, prima o poi, i conti. Non è una posizione facile o privilegiata nelle nostre società, questo è indubbio.

Quindi “se sei transessuale e fai uso di ormoni”, lo fai perchè non hai scelta! Non hai scelta perchè una delle condizioni primarie per la sopravvivenza è il riconoscimento di quello che si è.

Quindi, in una società come la nostra, dove la donna è quella con la vagina e le tette e l’uomo è quello con il pene ed i peli, una persona che nasce con una identità maschile in un corpo femminile, ha la necessità di portare delle modificazioni al proprio corpo per poter essere riconosciuto e per poter sopravvivere.

Il non riconoscimento porta ad una vita da inferno, che può sfociare nel suicidio.

Come sostiene Michela Angelini, medico veterinario transgender e vegan, attivista lgbtqi, “la transessualità è una questione sociale”.
Quindi non si possono colpevolizzare le persone transessuali se accettano l’unica soluzione che è al momento, nello sviluppo della nostra società, praticabile per rimanere in vita, contando poi che moltissime persone transessuali, una volta fatto il percorso di transizione, continuano a parlare ed agire contro la società binaria e sessista, che divide i corpi e le vite di donne e uomini in maniera così biunivoca.

Se un domani vivremo in una società che riconoscerà le varianti all’essere uomo-pene o donna-vagina e le rispetterà per quello che sono, una società dove una persona gender non conforming potrà scegliere di vivere serenamente anche senza interventi, lo dovremo anche alle persone transessuali che oggi si operano per sopravvivere ma che continuano a lottare per divulgare conoscenza e pratiche di liberazioni dei corpi.

Le stesse persone che additano le persone transessuali come a traditori della causa e alimentatori del sistema, quando si ammalano ed hanno bisogno di medicinali allopatici, pena il rischio di una debilitazione grave, le comprano, perchè non hanno alternative valide.

Non possiamo dire ad una persona transessuale di vivere serenamente nel suo corpo non conforme all’identità e pretendere di farsi rispettare per l’identità percepita, perchè questa modalità e la società che potrebbe supportare questa possibilità ancora da noi non esiste. Deve essere ancora costruita, e non si può costruire da morti. Se io vado in giro glabra e con le tette, sarò sempre considerato una donna, avendo poi anche il documento che parla per me e quanto questo possa diventare incompatibile con la vita, deve essere molto chiaro.

Le stesse persone che mi esortavano, nell’isola felice in cui credevo di vivere, a farmi considerare un uomo pur restando con il mio corpo femminile, mi hanno dimostrato di non riuscire a vedermi come tale.

Non si può neanche tacere il fatto che una persona transessuale, vegana ed antispecista, non prende “alla leggera” il passo di assumere ormoni cross-sex. Queste persone spesso passano anni ad interrogarsi, a studiare, sondare, ed anche soffrire, nel tentativo di capire come far collimare la propria sofferenza con le proprie esigenze etiche. Tutto quello che c’è da sapere su come sono prodotti, da chi e per quali scopi i farmaci che prende già lo sa, e forse ha anche cercato alternative più “naturali”, che però non hanno funzionato. Non sarà l’ennesimo antispecista integerrimo e giudicante a svelargli delle verità!

Sei contro natura!:
troppo spesso molti antispecisti si dimenticano, o ignorano completamente, come la Natura sia stata la più grande alleata delle più grandi oppressioni e inique distribuzioni di potere. La personificazione della potente e sempre buona e perfetta Natura, il ritorno al cui stato tutt* aspiriamo, ha preso da anni il posto di Dio nel regolare la scala dei valori dei viventi. I neri erano per natura inferiori ai bianchi, così come le donne agli uomini, così come, per la Natura, non doveva esistere l’omosessualità ed il sesso fuori dagli schemi procreativi.

Insomma la Natura è sempre stata specchio dei desideri di quello che era più conveniente alle strutture del potere. Per dirla con le parole di Franz De Waal:

come illusionisti, prima infilano nel cilindro della natura i loro pregiudizi ideologici, poi li tirano fuori per le orecchie, così da mostrarci come la natura concordi con loro”. (“L’età dell’empatia”).

Questa ideologia è perpetuata dagli antispecisti per pura ignoranza, e questo è un fatto grave in un movimento che si suppone radicale e rivoluzionario.

La transessualità comunque esiste in natura. Esiste in molti animali, che cambiano proprio sesso durante la vita, ed è sempre esistita nell’essere umano. Il fatto che dagli anni ’50 del secolo scorso, in occidente, il transessuale sia stato individuato come un individuo che cambia sesso con l’ausilio della medicina, è una questione intrinseca alla nostra stessa società. Qui non si pone la questione dell’uovo e della gallina, ma la risposta è chiara: prima c’erano le persone transessuali e poi i ritrovati tecnici della medicina occidentale che ha deciso di “curarli” in una determinata maniera.

Come detto, la persona transessuale non sceglie di essere tale, non lo fa perchè è un tipo particolarmente esuberante, o confuso o alla ricerca di forti e nuove emozioni e non è un derivato della tecnologia medica e delle storture del sistema.

Scoprirsi transessuali, intraprendere un percorso di riassegnazione di genere, equivale a scendere di molti piani nella scala dei valori che la nostra società assegna ai viventi. Nel mio caso ero nato come donna bianca, possidente, sana, occidentale, quindi vicino alla perfezione rappresentata dall’uomo bianco, possidente, eterosessuale, e seguire il mio destino di persona transgender equivaleva a scendere di categoria, a prendere “un ascensore per l’inferno” e ad unirmi alle schiere dei dannati che sperimentano ogni sorta di oppressione nella nostra piramide sociale… voleva dire scendere parecchi piani, fino a trovarmi nella sfera dell’altro da umano, di animale, direi quasi di oggetto, per questo era tanto terrifico per me.

Questo ha voluto dire molto nella prospettiva del mio attivismo antispecista, perchè ha cambiato in modo drastico il mio posizionamento.

Sentire che la lotta ti appartiene, che ne va della propria vita, passare da una posizione di privilegio ad una di svantaggio, vedere nel mondo persone trucidate perchè sono come anche tu sei, condividere a volte con quelli per cui lottavi anche prima, come ad esempio gli animali altro da umani, lo stesso posizionamento “dal basso”, mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà, ad essere “resistente”, a non cadere in banalizzazioni ed in giudizi, che credendo di fare del bene, creano altre categorizzazione di sfruttamento ed inutile stigma.

Non ero più nell’eterea schiera dei “buoni”, e per lo più bianchi e occidentali, che, pur essendo nati con tutti i privilegi (che però stentano a riconoscere perchè rimangono a loro stessi invisibili non avendone mai sperimentato l’eclisse) si affannano nella lotta per i “senza voce”, per i poveri animali oppressi e sfruttati: ero diventato anch’io allo stesso livello degli animali, condividevo il solito piano.

E non era un piano che potevo abbandonare alla fine della manifestazione o della discussione perchè io su quel piano ci vivevo.

Adesso ero anch’io un essere che poteva essere cacciato, ucciso, denigrato, negato.
Da quando io stesso sono diventato, per il senso comune, un ibrido tra vivente ed oggetto, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra umano ed animale, da quando il confine, creato dalla nostra società, che ha il potere di accettare o di escludere, passa proprio in mezzo al mio corpo vivente e reale, il mio modo di fare attivismo è diventato più consapevole e sono diventato anche un ponte,un ponte tra le varie lotte contro le oppressioni.

Nel mio caso cerco di gettare un ponte, un dialogo tra le lotte per la sopravvivenza delle persone lgbtqi e gli animali altro da umani e cerco di mettere in guardia la teoria e la pratica antispecista da posizioni essenzialistiche e giudicanti.

Già due anni fa, in occasione del penultimo incontro di Liberazione animale, presentai un articolo ed un workshop dal titolo “Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere”, dove mettevo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che in Italia affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese.

Fu un intervento un po’ spiazzante: l’organizzazione mi aveva affidato il compito di parlare di rifugi, ed io parlai sì di rifugi e dei problemi che hanno a salvare gli animali da reddito per colpa della burocrazia, ma parlai anche della sterilizzazione forzata dei transessuali, sempre ad opera della burocrazia. La maggior parte delle persone ne fu molto colpita, ma il silenzio raggelante di alcuni ancora mi rimbomba nelle orecchie.

E il silenzio è quello che accompagna queste vicende: le aggressioni omo-transfobicche all’interno del movimento non vengono denunciate e le persone che ne sono vittime vengono lasciate sole, come fosse una questione di scaramucce personali e non un’aggressione all’essenza del movimento stesso.

Un altro silenzio di cui mi dispiaccio è quello intorno alla questione intersex.
Tra le persone che infatti mi sono state più vicino nel difficilissimo momento dell’inizio della mia transizione c’erano Alessandro Comeni, uomo intersessuale, e Michela Balocchi, sociologa che si occupava della questione intersex, per cui sono venuto a conoscenza del trattamento che queste persone ricevono, fin da neonati. Ho subito pensato che questo doveva essere un tema che doveva entrare di diritto nell’agenda dell’antispecismo nostrano, aiutando così la difficile creazione di un movimento intersex anche nel nostro paese.

Spinti dalle connessioni che c’erano nelle nostre lotte, abbiamo fondato il collettivo Intersexioni, composto da attivisti e studiosi della questione intersex, transessuale, cross-dress, omosessuale, femminista ed antispecista.

Grazie al lavoro di questo collettivo, alcune persone che operavano su altri fronti del pensiero critico e della liberazione, sono diventate vegan e molti si stanno comunque interessando alla questione animale.

Purtroppo non ho visto la stessa contaminazione dalle parti del movimento antispecista: il mio appello per lottare anche per la sopravvivenza delle persone intersex è caduto nel vuoto.

La consapevolezza però che la questione della lotta al sessismo, all’eteronormatività, all’omo-trans-negatività è centrale in un movimento radicale come quello che l’antispecismo vuole essere è troppo forte per darsi per vinti, per cui è stato avviato nel 2013 il progetto “Liberazione Gener-ale”, che vuole essere un momento di studio politico e di creazione di pratiche per rendere produttive le connessioni tra le varie lotte, la cui prima sessione, svoltasi a Firenze, era proprio incentrata sulle intersezioni tra liberazione animale e questione lgbtqi.

La sessione di quest’anno, il cui focus era il sessismo sulle donne, sugli animali e sulle persone lgbtqi, ha mostrato ancora una volta la difficoltà di parlare di certi argomenti in ambienti radicali che viaggiano su binari paralleli e che non dialogano abbastanza ed è comunque stato un successo anche solo per il fatto di aver unito nell’organizzazione gruppi ed associazioni antispeciste con un circolo storico lgbtqi come il circolo Pink di Verona.

Coraggiosamente e come atto politico è stato infatti scelto come luogo la città di Verona, da anni protagonista di pesantissimi attacchi, da parte della destra e dell’amministrazione, verso il “deviante” (che si tratti di omosessuali, transessuali, famiglie non tradizionali o homeless, che vengono trattati con gli stessi dispositivi degli animali considerati “nocivi” e contrari al decoro).

In quella sede sono usciti spunti molto interessanti su quello che l’antispecismo può fare nella lotta all’eteronormatività, che è uno dei pilastri portanti del “grattacielo”, se avrà il coraggio di sfruttare le possibili incursioni nei “bassifondi” che la vegan-negatività può “regalare”.

Sarebbe anche utile creare una campagna di sostegno per le persone trans prigioniere in carcere, vittime della repressione contro il movimento di liberazione animale.

Come dice l’attivista e studiosa Pattrice Jones, grande esempio di ponte, ogni progetto dovrebbe essere costruito per incrementare e favorire le connessioni,

favorendo le connessioni saremo maggiormente in grado di smontare la struttura [del sistema], lavorando insieme su questi progetti, edificheremo ponti tra i movimenti, così tutti avremo più partecipanti, e i progetti comuni ci permetteranno di ottenere due o tre obiettivi in una volta, e anche se non troviamo quei progetti bisogna tenere a mente le connessioni, qualsiasi cosa stiamo facendo.”

Quindi il movimento antispecista, per essere veramente un movimento radicale e libertario efficace e sinceramente tale, deve operare su queste giunture che tengono insieme, sempre prendendo a spunto le parole di Jones, “la casa del padrone” , per scardinarle.

Ma per scardinare una struttura ben costruita dobbiamo lavorare sodo, quindi non si può parlare di eterosessismo, omotransnegatività, sessismo, senza intervenire su di esso, sopratutto quando insorge all’interno stesso del movimento. Non si può colmare l’imbarazzante silenzio su episodi conclamati con un vano parlare. Il movimento dovrebbe unirsi a difesa dei propri valori non negoziabili, non certo per coscrivere e bandire, ma per crescere e consolidarsi e divenire realtà.

Pubblicato in Articoli

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

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[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

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fonte: https://anguane.noblogs.org/?p=1983


Diritto d'opinione omofoba

di Michela Angelini


Omofobia: Grazie al Carroccio eliminati i contenuti liberticidi. Così titola il quotidiano “la Padania”. Se l’approvazione incassata ieri dalla camera dovesse confermarsi anche in senato, sarebbe sancito il diritto di diffondere idee ed ideali omofobi per quelle organizzazioni ed istituzioni che ritengono l’omofobia un valore. Una bella conquista di libertà per uno degli stati più carenti in fatto di diritti umani.

Il testo, oltre ad aggiungere le aggravanti per chi compie discriminazioni verso omosessuali e transessuali (ma non transgender, parola giudicata “mostro giuridico”) alla legge Mancino, aggiunge quanto segue, valido anche per quei soggetti finora tutelati dalla suddetta norma:

Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente, ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni.

In pratica sarà vietato essere omofobi solo ai comuni mortali. In strada sarà perseguibile chi picchia un omosessuale o chi insulta una transessuale ma non in parlamento, ospedale, scuole, durante convegni medici, all’interno di luoghi di culto o durante comizi elettorali. Che gli zingari rubino, che gli immigrati siano la causa della crisi e che i gay non possano formare famiglie saranno “opinioni” che potremmo finalmente ascoltare senza alcuna inibizione da parte di politici, medici, insegnanti, organizzazioni di destra, clero e simpatizzanti cattolici. Finalmente, in forza di legge, questi soggetti potranno esprimere il loro “pluralismo di idee”, ma solo a patto che questo non istighi odio e violenza: non potranno dire, forse, “liberiamo le scuole dai froci, prendiamo a sprangate gli insegnanti gay”, perché le sprangate sono violente, ma potranno benissimo sostenere che “non è sano per il corretto sviluppo del bambino avere insegnanti omosessuali”. Durante campagne elettorali, comizi, omelie e convegni medici e non gli appartenenti a queste “caste al di sopra della legge Macino” potranno allietarci con la loro “libera espressione e manifestazione di convincimenti” basati su omotransfobia, razzismo o nazionalismi e di chissà quanti altri ideali degni solo di uno stato fascista.

Lo stato sta cercando di garantire la libertà d’opinione o ha messo in cantiere la prima legge razziale del ventunesimo secolo?

Non è forse ora di PRETENDERE diritti per tutti i cittadini, compresi omosessuali e transgender? Non è forse ora di sancire che non esiste la famiglia ma esistono le famiglie e che i figli di omosessuali, transgender, immigrati e separati hanno diritto alla stessa dignità riservata ai figli de “la famiglia” e diritto ad uno stato che si impegni ad essere sempre più inclusivo, per garantire a tutti un futuro migliore? Vogliamo PRETENDERE unavanzamento dello stato di diritto per tutti o preferiamo un ritorno ad un regime fascista, dove è l’ideologia del più forte a comandare e a schiacciare i cittadini che non aderiscono al modello imposto?

 

20130423_nozze_gay

 

Approfondimenti:
 
- http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/20/omofobia-alla-camera-passa-monstrum/717502/#.UjwsU0l0_Hc.facebook
- http://www.giornalettismo.com/archives/1114483/legge-su-omofobia-voto-montecitorio/
 
 
 by Michela Angelini
Pubblicato in Articoli
Esprimiamo collegialmente sdegno per la stesura del DDL sull'omofobia, contenente emendamenti inaccettabili e palesemente discriminatori finalizzati oltretutto a rinvigorire e legittimare gruppi politici disegnati sugli ideali maschilisti, fascisti, razzisti ed ovviamente, omo/trasfobici. In particolare:

1. "Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero assunte all'interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni"

2. il termine transgender è stato respinto in ragione di "creare un mostro giuridico". 
 
A fianco di ogni lotta di tutti gli oppressi, esprimiamo solidarietà a chi oggi vede tradita la promessa di eguaglianza fatta a vanvera dai soliti noti.
 
Pretendiamo oggi come ieri, accanto ai fratelli e sorelle LGBTQ, società emancipate dalla visione ed interesse opprimente del maschio-macho-dominante, dove tutti gli individui siano liberi ed eguali e quindi una legge che davvero dichiari intollerabile ogni forma di discriminazione e violenza mossa in ragione di una qualsiasi voglia alterità rispetto ad identità, genere, o tendenza sessuale dell'individuo.
 
Chiediamo a tutti di aderire e protestare in ogni modo e forma per non lasciare che venga scavato un simile solco tra il sogno di una società migliore e l'attuale realtà patriarcale, conservatrice ed opprimente.

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