Perché allatto da ben cinque anni? Perché sono un animale

di Eva Melodia


Allatto senza interruzioni da più di cinque anni. 
A parecchie persone sembrano tanti, lo so. 
Per intendersi, sono circa il numero di anni durante i quali vengono sfruttate le mucche da latte e per loro, poveracce, incatenate, ingabbiate, violentate... per loro sono un tempo infinito che per di più termina con l’ignobile atto infame dell’uccisione. Dopo che ci hanno nutriti (obbligate, sia chiaro) come fossero nostre madri e più delle nostre madri, ecco che un bel colpo in testa ne cancella la dignità e con essa il senso del dono del latte materno.
Per le femmine umane invece, no, non sono tanti. Per me di sicuro non lo sono stati perché, anche se non sono una mucca, resto un animale e per la precisione un mammifero per il quale allattare a lungo rientra nelle capacità assolutamente fisiologiche.
In questi cinque anni ho acquisito una certa esperienza personale, mi sono documentata parecchio, e ne ho anche viste davvero di tutti i colori.  Questo non significa che sia un guru sull'argomento. Ho solo avuto tempo e modo di riflettere approfonditamente sul tema dell'allattamento naturale a termine, di pormi delle domande ed infine di trovare le mie risposte.
Cercherò di essere leggera in questa mia critica dell'esistente, perché so che potrei ferire delle donne che di fatto non hanno allattato i propri figli. Vorrei fosse chiaro che il mio non è un giudizio verso alcuna delle loro scelte sull'allattamento. 
Al contrario il mio è un attacco diretto esclusivamente alla permanenza nella cultura umana di quello che chiamiamo specismo, con i suoi fronzoli teorici, i quali a parer mio sono estremamente dannosi poiché influenzano la formazione culturale del nostro tempo, l'organizzazione sociale umana a qualsiasi latitudine, e purtroppo determinano anche interferenze con la fisiologia umana senza scrupolo alcuno, anche quando si tratta di permettere ad una persona di instaurare il più semplice dei legami con la più semplice delle creature che un umano possa incontrare: il neonato.

L'intera "baracca medicalizzante" che regna sovrana quando si tratta di gravidanza e parto la dice già lunga sull'approccio culturale (ed al momento preponderante) rispetto ad eventi fisiologici come la nascita di un bambino, e cioè quello votato al controllo.
Diverse persone ne sono sempre più consapevoli, per questo esiste una crescente richiesta di  naturalità o di ritorno ad essa nelle procedure che accompagnano questi delicati momenti perché al contrario, Il neonato, nel paradigma sociosanitario fondato sul controllo e sulla vendita di prodotti finalizzati ad esso, non è affatto considerato come la creatura più semplice.  
A ben vedere, sfruttando il bisogno genitoriale di prendersene cura, diventa il soggetto più complesso e complicato,  oggetto da tenere rigorosamente sotto  l'occhio attento di un medico. I neonati sono così da normalizzare  con profilassi e prevenzioni varie, integratori e prodotti medicali, al fine di ridurre presunti rischi apocalittici. Infine sono da  indirizzare,  da guidare e trattare con mezzi e strumenti adatti - cibo dedicato, prodotti dedicati, oggetti studiati apposta, -, a suon di corsi preparatori e acquisti in parafarmacia.

Quando troviamo un gattino in strada però, tutto sommato questa patologica "sindrome da controllo" che sembra cogliere di colpo ed interamente le famiglie, non ci coglie, neppure quando riversiamo sulla creatura pelosa il massimo dell'affetto.
Eppure il "gattino" è una creatura ben diversa da un umano, e questo di sicuro complica il suo accudimento nonostante la sua semplicità di neonato. Anche volendo, non potendo accudirlo come una madre gatta, è più complessa la relazione e la cura di un cucciolo di una specie così radicalmente diversa dalla nostra, ma lo stesso, è tanto se lo portiamo a sverminare da un veterinario.
Di più. Se abbiamo a che fare con un gatta gravida e decidiamo di accudirla, non è affatto scontata l'azione di portarla da un veterinario. La maggior parte di noi l'accudirebbe con amore e con semplicità e un minimo di informazioni di base, lasciando fare alla fisiologia così che presto e quasi sempre senza intoppi, avremmo una allegra combriccola di gattini che mai ci verrebbe in mente di allattare con latte artificiale avendo a disposizione le puppe di una madre sana e disponibile...
Ci verrebbe mai in mente di pesarli, se non solo riscontrando gravi deficit di crescita? Ci verrebbe mai il dubbio che il latte della gatta possa non essere "sufficiente/abbastanza ricco/nutriente"? Ci verrebbe mai l'idea dell'"aggiunta"?
Ci verrebbe mai in mente di separare i cuccioli dalla madre e dare loro da mangiare con il timer ogni tre ore anziché lasciarli con la madre a gestirsi in autonomia fame e allattamento?
Secondo me no, se non sotto l'influenza nefasta di un veterinario che dall'alto delle sue competenze volesse insinuarci qualche assurdo tarlo, come infatti purtroppo è accaduto in pediatria su vasta scala negli ultimi 50 e in tutto il
mondo.

A tutt'oggi ancora, quando si tratta di neonati umani, i tarli sono insinuati (e non con rarità) proprio dalla figura corrispondete al veterinario in ambito sanitario umano: il pediatra. Questa figura, sulla quale si dovrebbe potere contare, risulta  invece spesso non avere neppure competenze basilari sull'allattamento (il pediatra!?!), approcciando la nutrizione del neonato con nozioni degli anni '50 e non raramente considerando la formula  (erroneamente chiamata "latte artificiale") come un valido sostituto delle tetta umana.  Questa è la mia esperienza, certo, ma una esperienza piuttosto allargata grazie alla mia volontà di indagare il fenomeno e che mi ha spinto verso lo studio e la raccolta di dati, ed anche all'ascolto delle esperienze di tante altre madri.
Quando va bene, questa ingerenza da parte del personale medico avviene in buona fede, ma genera lo stesso pessima fortuna per il neonato e la madre poiché anche solo la frequente prassi di "prescrivere" l'"aggiunta", crea una interferenza difficilmente sana bile  che porta troppo spesso ad interrompere l'allattamento al seno. Quando va male e li beccano, la società intera sembra cadere dal pero nel vedere questa categoria santificata, quella dei pediatri, con le manette per "spaccio" di "latte artificiale". Raramente, troppo raramente, si aprono gli occhi su un fenomeno che è sistemico, culturale e strettamente colluso con gli interessi di mercato.
Oltre a questo però, vi chiederete ancora cosa centri lo specismo...

Io invece mi chiedo come sia possibile per i sopracitati ed eventuali spacciatori di latte artificiale, convincere così facilmente moltissime donne a non nutrire in maniera adeguata i loro figli. Fomentando l'idea della carenza o assenza di produzione del latte e riescono a persuadere di ciò con una facilità incomprensibile se si considera quanto un genitore abbia realmente (di solito) intenzione di prendersi cura dei figli nel migliore dei modi, anche a costo di sacrifici personali.


Crediti Immagine: Michael Coghlan



L'unica risposta che risulta ragionevole è che esistano delle basi solide culturali, a monte del tarlo su cui lavorano con facilità i venditori di polverine, propedeutiche all'accettazione di informazioni altrimenti facilmente confutabili
e rifiutabili proprio  nell'interesse del bambino.

Esse si costituiscono durante le fasi educative di accettazione dello specismo, così copiosamente presente nel quotidiano conscio (ma anche nell'inconscio) degli adulti e dei bambini educati a suon di discriminazioni di specie, l'unico presupposto capace di convalidare affermazioni che partendo da  altri  assunti, considereremmo assurde.

Risvegliandosi alla triste realta, scopriamo come l'essere consacrati allo specismo ci abbia di fatto convinti che, in quanto umani, 
non siamo animali. Forse un "pochinoooooo", sì, ma  non proprio come gli altri. Certo, sì, la  scienza  insiste a definirci mammiferi. Ma non si intende  "proprio"  come le gatte! Sì è vero, nasciamo, cresciamo, invecchiamo e muoriamo come tutti gli altri animali, ma poiché l'ultima parte non ci aggrada tanto, l'illusione di essere altro-da-animali  ci permette di continuare a sguazzare nella vana speranza che si sia trattato solo di un missunderstanding  con Dio. Qualcosa è andato storto e per ora ci tocca morire, ahinoi, ma presto la scienza (che siede nel regno dei cieli al fianco di San Paolo) risolverà il problema riportandoci giustamente alla condizione di altro-da-mortali, ovvero immortali.

Negare l'animalità, la cui accettazione ci relegherebbe alla categoria di "esseri  finiti" e a tempo determinato, ci concede la ragionevole speranza di non essere davvero "mortali" come gli altri, di rifiutare il legame con la terra dei vermi, con la natura intesa come l'insieme delle impietose regole che distribuiscono vita solo per un tempo breve e definito.

Quello che ripetiamo nei gesti quotidiani ostinatamente è che no, non siamo animali mammiferi  come ad esempio le mucche.  Quelle sì che le puoi spremere per anni  in seguito ad una sola gravidanza, tanto che possono sfamare un quartiere da sole con il loro sacrificio.  Noi femmine umane invece, non essendo veramente animali, non possiamo contare come gli altri  mammiferi sulle mammelle, quale strumento massimo ottimizzato per, e finalizzato alla, sopravvivenza della specie. No. In noi il latte "va via", "si annacqua", può "non bastare", può "non essere abbastanza nutriente".
Eh, oh. Son questioni di specie.

Si vede, (come sostenevano i razzisti del  ku klux klan) che la condizione di "esseri superiori" (come ci raccontiamo di essere da molto tempo) comporta anche la fregatura di essere meno adatti alla sopravvivenza, più gracili, addirittura incapaci di allattare la propria prole, per grantire la sopravvivenza della specie... o no?
In questo calderone delirante di solito troviamo anche le tesi tali per cui saremmo la specie "dominante". Eppure dovrebbe apparire strano che la specie "dominante" sia così  incompiuta ed imperfetta da poter sfamare un solo bambino su due, tanto da dover lasciar morir di fame l'altro, salvo l'avere una farmacia nei pressi.
Grazie al cielo, questi sconclusionati ragionamenti si palesano solo discutendo con i convinti specisti, quelli che difendono la purezza e "superiorità del genoma" umano (quelli che, stringi stringi, anche quando si dichiarano anarchici magnapreti, finiscono con il tagliare corto come il più pio dei pretini), lasciandoti basito di fronte ad un tale dogma, di fatto religioso. Nell'ordinario tran tran invece, prospera l'assunto assurdo e sottaciuto capace di condizionare i comportamenti, più e meglio di qualsiasi sconclusionata teoria.

Tornando all'allattamento appunto, sappiamo che solo l'1% delle donne incombe in reale impossibilità di allattare, solitamente per gravi problemi di salute o altri limiti contingenti socio-sanitari, quali complicanze al parto o gravi problemi di salute della madre e del bambino. Lo sappiamo perché laddove non esiste l'alternativa, come in alcune regioni dell'Africa, laddove il cibo è un lusso che di sicuro non si compra come un bene di lusso in farmacia, dove l'acqua è un veleno perché contaminata, dove solo le donne che davvero non possono, non allattano, si raggiungono quote medie del 95%. Tenendo conto delle maggiori difficoltà sanitarie di quei paesi, è evidente che nelle nostre opulenti società, il tasso di donne perfettamente in grado di allattare dovrebbe essere ancora più alto.

Scopriamo invece che nella virtuosa Toscana, nonostante  l'apparente avanguardia nella promozione dell'allattamento al seno rispetto al resto dell'Italia, solo il 70% circa delle donne allatta alla dimissione dall'ospedale dopo il parto, e che la percenutale precipita dopo un mese, dopo tre mesi, e al sesto mese del neonato solo il 31% delle donne allatta ancora nonostante le raccomandazioni dell'OMS ad allattare in maniera esclusiva almeno fino ai sei mesi compiuti .
Come è possibile dunque, che addirittura il 30% delle donne non allatti (neppure per pochi giorni) il proprio bambino e che sia convinta che la cosa resti tutto sommato sana e/o giustificabile?
In primis, come già suggerito, c'è l'idea (decisamente confutata ormai da parecchio tempo!!) secondo la quale la formula  sarebbe il corrispettivo a pagamento del latte materno, solo che pure più comoda perché i neonati lo puppano in fretta, poi dormono come sassi, e si può delegare all'ingrato compito anche il babbo, ed anche di notte.
Peccato appunto che si tratti di una idea scientificamente inconsistente. Al contrario, accontentarsi di quei preparati liquidi e bianchi, così falsamente ed apparentemente simili, significa rinunciare a tutti i componenti viventi e specie-specifici presenti nel latte materno come enzimi, anticorpi e batteri buoni, che sono di fatto il vero nutrimento  per il bambino.
Un tempo c'erano le balie a sfamare i neonati. Certo, erano vittime tra le tante vittime di un sistema classista, ma che almeno riconosceva l'importanza dell'allattamento. Successivamente sono state create le banche del latte, per raccogliere almeno in parte la preziosa composizione di questo prodotto fisiologico che niente può comparare... 
Poi, grazie al consumismo ed anche al più sfrenato scientismo, tutto ciò è praticamente scomparso sostituito da barattoli di surrogato in polvere prodotto in laboratorio. 
Vuoi che un ometto in camice bianco non si capace di  formulare una brodaglia bianca eguagliando l'evoluzione? Figuarati! I latti artificiali sono pure testati (sugli animali ovviamente)! Cosa ci sarà mai di più sicuro, innocuo, adatto, visto che sono stati studiati apposta? Ci sarebbe da chiedersi: "ma apposta per cosa?".
Inoltre, chi ha avuto un po' di esperienza con i neonati e magari un po' l'occhio lungo, anche solo con uno sguardo noterebbe la differenza tra il latte materno e quello artificiale.
Molto poco elegante da dire forse, ma efficacie come esempio, è l'osservazione della cacca del bambino. Il neonato allattato al seno produce una sostanza giallo-arancione, viscida, semiliquida, e dall'odore inconfondibile di yogurt...i fermenti lattici (prima linea di difesa immunitaria di tipo "generico", da cui dipende la formazione di una robusta flora batterica) nel latte materno sono talmente numerosi che l'odore è inconfondibile anche una volta espulsi.
Le feci del neonato allattato con la formula invece, sono di solito un impasto morbido e denso, spesso di colore verde. Sono l'icona del vero aspetto di questi composti farinosi, disciolti per risultare liquidi, e tinteggiati per sembrare bianchi come il latte (cosa che incide non poco nel dare l'illusione di essere sulla strada della "sana nutrizione") e privi di qualsiasi sostanza attiva.
Tutto ciò, da tempo, mi fa riflettere e scontrare con il resto del mondo anche se devo ammettere, le cose stanno migliorando grazie all'impegno sopratutto di una classe professionale semi-dimenticata, quella delle ostetriche.
Il mio cruccio nasce dal rendermi sempre più conto che le "basi speciste" ci impediscono non solo di fondare la società umana sull'empatia invece che sulla misera competizione, nel nome di miti incredibili e già screditati ma lo stesso duri a morire, ma anche ci inducono ad interferire con la cura delle creature di cui la società si fa vanto di avere massima attenzione!
Ho visto donne piangere sotto la pressione di pediatri da manicomio,  sgridate perché il figlio non "prendeva peso" secondo le "tabelle di crescita" e cedere ai ricatti di questa mentalità che infiltra dubbi in tutta la famiglia. 
L'obbiettivo è chiaro, lampante: la madre si deve sentire in colpa, inadatta, e deve giungere a credere il prodotto di sintesi venduto in farmacia migliore del proprio latte animale
Non metto in alcun modo in dubbio le reali difficoltà delle donne nell'accudimento dei neonati. Anzi, magari già provate dalla fatica e sollevate dall'incarico tutto materno di sfamare con il proprio corpo il piagnucoloso neonato, magari impreparate a spiegarsi perché quel mucchieto di ossa voglia stare attaccato al seno anche 24 ore su 24, per talune di loro è irragionevole resistere alla sentenza del luminare che prescrive l'aggiunta.
Essa però, sia chiaro e lo si sa da sempre, interferisce con la produzione di latte materno rendendo le concomitanza difficile, quasi impossibile.
Per altro, non ho mai sentito di pediatri che nella fase delicata del primo mese (durante il quale il bambino starebbe appiccicato come una cozza alla madre per stimolare il suo seno a produrre il latte necessario) incoraggiassero le donne rassicurandole per ridurne l'ansia. Nessuna sentenza dall'alto delle loro lauree, che si tratti solo di una fase fisiologica necessaria e salubre, e che sarebbe irragionevole spaventarsene. 
Eppure da cinque anni non faccio altro che parlare con altre donne e cercare di sostenerle, quindi di racconti sulla gestione del pediatra dell'allattamento ne ho sentiti davvero tanti. Sarà un "caso statistico"? Mah, certezze non posso averne senza dati puntuali alla mano, ma suggerisco la necessità di indagare seriamente in che modo le donne vengano davvero tutelate dalla classe medica in queste delicate fasi.
Di fatto solo le ostetriche, e non sempre, cercano di  proteggere l'allattamento, di sicuro comunque solo per ragioni sanitarie. Pochi di noi meditano sulla natura  tutta animalesca degli umani in quanto mammiferi, esplicita nello sfamare con la mammella il proprio cucciolo.
Non ho sentito di nessun sanitario che abbia mai spiegato ad una neomamma che è proprio la  sua animalità a garantirle tutto il latte che le serve, tutto quello che serve in assoluto e che tanto basta.
Negli anni, ho visto anche qualche madre resistere con grinta, magari cambiando pediatra (anche mandandoli allegramente al diavolo), riuscendo così quasi sempre a raggiungere l'auspicabile traguardo dell'"allattamento a termine".
Costoro, si può dire, hanno reagito in difesa del proprio latte e del proprio bambino e forse inconsapevolmente, in difesa della propria animalità... quella che ci è necessaria e che rende quindi la fine dello specismo auspicabile non solo in quanto obbligo morale ed etico, ma anche quale necessità di specie.
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 25 Settembre 2012 00:00

Che aspetto ha la transfobia?

Che aspetto ha la transfobia?

fonte: Queers United


1. Dare per scontato che chiunque sia o maschio o femmina.

2. Continuare ad usare il pronome di genere non appropriato dopo essere stat* corrett* o riferirsi alla persona come "qualcosa".

3. Continuare a chiamare una persona con il nome che non l* identifica più.

4. Credere che le persone Transgender non possano essere "veri" uomini o "vere" donne.

5. Dare per scontato che ci sono modi giusti di vestire/apparire uomini e donne.

6. Considerare la transessualità come una malattia mentale o un disturbo.

7. Pensare che il cross dressing sia una mania sessuale o una perversione.

8. Aspettarsi che tutte le persone Transgender siano gay, lesbiche o bisessuali.

9. Credere che tutte le persone Transgender si sentiranno automanticamente incluse aggiungendo "T" all'etichetta "LGB".

10. Non sentirsi a proprio agio vicino ad una persona che é androgina o che sfida i tradizionali confini di genere.

11. Aspettarsi che tutte le persone Transgender siano transessuali e che vogliano transizionare completamente o affatto.

12. Credere che le donne non possano essere cross dresser.

13. Pensare che le persone si identifichino come Transgender perché é trendy.

14. Dare per scontanto che gli individui Genderqueer siano confusi o indecisi.

15. Credere che i/le/ * giovani Transgender non possano essere persone affidabili per prendere decisioni riguardo la loro identità.

16. Pensare che le donne transessuali siano uomini molto gay che hanno paura di ammettere che sono gay e quindi preferiscono considerarsi donne eterosessuali.

17. Credere che qualcun* stia usando il bagno sbagliato perchè non ha l'apparenza tipica di un dato genere.

18. Considerare le terapie ormonali e la riassegnazione sessuale chirurgica come procedure mediche speciali, anziché delle cure sanitarie di base per le persone transessuali.

19. Chiedere ad una persona a cosa assomigliano i suoi genitali.

20. Rifiutarsi di affittare un appartamento, dare un lavoro o una promozione o fornire un servizio ad una persona perché si crede che quella persona sia Transgender.

21. Escludere una persona Transgender da attività, discussioni o decisioni perché quella persona "non é adatta".

*Traduzione dall'inglese "What does transphobia look like?", del UMass Amherst Stonewall Center a cura di Monsieur Colette
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Fonte Asinus Novus


Davanti a Caino: gli animalisti e la forca

di Antonio Volpe


Per una critica del biopotere quotidiano e di “massa
 [1]

 «A hippie is someone who looks like Tarzan, walks like Jane and smells like Cheetah»[2][Ronald Reagan]

      «Ma che delle singolarità facciano comunità senza rivendicare un’identità,  che degli uomini coappartengano senza una rappresentabile condizione  d’appartenenza […], ecco ciò che lo Stato non può in alcun modo tollerare»[3][Giorgio Agamben]

 Una banalità, tanto per cominciare

Ogni movimento, ogni progetto, che tenti di affermare una qualche forma di cambiamento è inaggirabilmente politico.

Non perché si tratti di prendere tessere di partito, ma perché ogni cosa che ci accade o facciamo accadere, accade in quello spazio di condivisione originaria, di partecipazione reciproca delle nostre esistenze le une alle altre, e di decisione su questo destino comune e suldestino delle cose in generale, che si chiama – ancora – polis.

  Tanto più per un movimento e un progetto che si vuole di liberazione. Massimamente per un movimento-progetto di liberazione di coloro che dalla polis sono stati esclusi – non casualmente – nel momento stesso della sua fondazione: per renderli subalterni ad un cosmo costruito politicamente per e a misura dei soli umani. Un movimento che tenta questo scuotimento della “polis” dalle sue fondamenta, come potrebbe non essere politico?

  In queste inutili paginette tenterò delle ipotesi sul carattere e sul senso della negazione della politica nella galassia animalista, collocando storicamente il fenomeno e proponendo infine una qualche possibile via d’uscita. I paragrafi sono articolati piuttosto in modo analogico che logico: non mancano perciò ripetizioni, ridondanze, variazioni sul tema, diversioni, questioni lasciate in sospeso, e forse contraddizioni. Tutte interferenze, che, a mio avviso, piuttosto di nuocere al suo rigore, rendono il pensiero possibile come tale.

 

Ipotesi uno: la rimozione

  Certo, invece di politica potremmo parlare di pincopalla.

  Ma non è che la cosa non cambi: introdurre il divieto di nominare qualcosa di ineludibilmente costitutivo pone le condizione per la sua rimozione. E come insegnava il buon Freud – senza dovergli pagare troppi tributi –  il rimosso ritorna sempre, ma in forma mascherata e seminando ogni genere di danni. Così, la politica che buttiamo fuori dalla porta, rientra dalla finestra.

 Ma se quando l’abbiamo cacciata, sapevamo – più o meno – cosa cacciavamo, quando si ripresenta, si presenta in forma di qualcosa di estraneo e minaccioso.

 Allo stesso modo dei migranti: dopo aver espulso i non-occidentali dalla cerchia dell’”umanità autentica”, cioè quella “civile”, supposta democratica, rispettosa – a proprio dire – dei diritti umani ecc… quando quelli si presentano, migrando, alla nostra porta, noi li percepiamo come “stranieri” che potrebbero, anzi vorrebbero, mettere in crisi, appunto, la nostra sedicente civiltà – l’unica che riconosciamo come tale. Insomma: l’uomo incontra se stesso ma non si riconosce.

 E’ lo stesso processo che chiamiamo specismo quando investe i non-umani: tracciamo un cerchio invalicabile attorno a noi umani, non-più-animali, e tutto ciò che cade fuori da tale cerchio, lo trattiamo come estraneo. L’animale incontra se stesso e non si riconosce. E la storia del terrore umano di ricadere nell’animalità come condizione pre-umana, in-unumana, dis-umana, di perdersi, di perdere la propria condizione di privilegio – rappresentata in primo luogo dalla razionalità – investe tutta la storia umana in mitologemi che trapassano dal popolare al filosofico e all’inverso senza sosta.

 Ora, come in tutti questi casi esemplari – non casuali appunto – la politica rimossa, torna a bussare ma nella forma di qualcosa di estraneo, lontano, minaccioso, capace di corromperci: quella istituzionale rappresentativa,  ma pure quella che si attiva dal basso: e se la prima diviene illeggibile, la seconda, in un certo senso, diventa impraticabile. In un certo senso, appunto: perché essa innerva anche se negata le nostre azioni, e anzi, quanto più negata, tanto più essa le determina in maniera incondizionata.

  E’ questo cortocircuito che provoca quegli – apparenti – paradossi per cui chi si dichiara “apolitico” poi inneggia al cappio, costruisce gogne e organizza linciaggi morali, spesso contro singoli.

  E’ politica, anche questa. E’ la politica del qualunquismo: una politica infatti cripto-fascista. Ciò che è riuscito, nella rimozione, è stata la negazione della politica come partecipazione di tutti all’esistenza di tutti, di tutti in nome di tutti, di tutti di fronte a tutti – agisco con gli altri, avendo come fine, e mezzo, la giustizia e in modo democratico.

  E quindi la scelta, presentata come necessaria, per un agire politico ipersemplificato, fondato sulla dicotomia guerresca amico/nemico, prevalentemente reattivo e strutturato per ritorsioni: un agire che ha delegato le decisioni comuni ad un potere di cui parla male dal caffè del mattino fin dopo la puntata serale di Porta a Porta, ma a cui di fatto obbedisce in tutto e per tutto e a cui ha demandato tutto ciò che è davvero importante per la propria (co)esistenza: la volontà di potenza impotente che frigna, parafrasando Severino, che mette alla gogna pubblica piccoli maltrattatori e piccoli commercianti di pellicce e si prostra al potere di un ministro cialtrone per far chiudere Green Hill, e al contempo non ha la più pallida capacità di analisi della realtà nelle sue mille articolazioni - mille piani – né lo straccio di un’idea di liberazione globale – non si pretende un “progetto”, ma almeno un’idea – anche solo dei non umani.[4]

  Proprio mentre abbozzavo queste prime righe, leggevo la notizia dell’assassinio di un ricercatore che praticava sperimentazione animale in Messico, all’UNAM di Cuernavaca in Morelos. E’ il secondo da agosto. Forse sono casi, e non c’è nessun “vendicatore” dietro gli omicidi. Di certo, lo spero – detto per inciso: in quanti siamo, a sperarlo? Andiamo per alzata di mano.

  Ma, se il “vendicatore” ci fosse: certo il Messico è lontano dall’Italia e dall’Europa e non solo geograficamente. Eppure, non si potrebbe usare questa come scusa per far finta di niente: nel caso di una vendetta pianificata ci troveremmo davanti al segnale della possibilità di un’involuzione catastrofica del movimento a livello globale.

  Quanto passa, in fondo, fra il linciaggio simbolico-morale mediatico dell’edicolante di Via Solari a Milano – il caso ormai celebre del cane ridotto in fin di vita a suon di calci perché reo di aver pisciato sulle proprietà dell’esercente – e giustiziare vivisettori? Non si tratta di dire che sono la stessa cosa, o che ci manca un passo e qualcuno giustizierà l’edicolante. Non facciamo il coro del “prima o poi ci scappa il morto”.

  Stiamo dicendo che la logica che articola i due fatti è la stessa. E’ una logica certamente specista, nel senso dell’assegnare valore ad esistenze che hanno invece valore incalcolabile, o meglio valore assoluto – un’assolutezza senza valore, cioè non stimabile in termini di valore, non determinabile in base ad un’assegnazione di valore: l’esistenza come posizione assoluta, non sup-ponibile, che non rimanda a un fondamento esterno che la regge, la riassorbe e ne decreta il valore[5].

  E, in quanto specista, è una logica, come si diceva, della spoliticizzazione, dell’incapacità di leggere lo specismo in senso proprio – che cioè investe la stessa specie umana – in termini strutturali[6]. Di un’impossibilità di leggere lo specismo nelle sue articolazioni: sociali ed economiche, politiche in senso stretto, esistenziali nel senso della costituzione storica delle esistenze singolari. Infatti, se da una parte si occulta la struttura, dall’altra si disconosce la singolarità dei singoli esistenti: ognuno ha una storia che lo indirizza verso un certo destino – e spesso le storie dei maltrattatori non sono storie fortunate: dico questo senza ovviamente voler offrire alcuna giustificazione di tipo morale.

  Non si tratta di fare dal buonismo – benché sarebbe sempre meglio questo del cinismo strabico e rancoroso cha ha ristrutturato il nostro modo di stare al mondo negli ultimi trent’anni – ma di essere realisti ed al contempo giustamente compassionevoli (o c’è scritto in qualche Bibbia che lo si può essere solo con i cani resi mordaci da anni di combattimento?): non c’è avanzamento nella liberazione senza liberazione umana: e la liberazione umana passa per l’infrangimento di quelle catene di violenza che ci legano alla violenza stessa e che spesso innervano l’esistenza dei più deboli. Come i cani maltrattati a lungo diventano mordaci, così accade agli stessi umani – è un ragionamento di una tale banalità che, nonostante sia di continuo necessario ripeterlo, farlo causa sempre un  po’ di imbarazzo: non perché sia falso, ma proprio perché ripete un’evidenza sotto la luce del sole su cui si sputa ormai collettivamente.

  Così come è ovvio e banale che la repressione non offre possibilità di cambiamento agli esistenti – siano umani, cani o elefanti – ma riproduce all’infinto la violenza che hanno subito. Ma dato che è molto à la page, di recente, fra animalisti, la legge del taglione, ripetiamo la terza banalità: togliere una vita – cioè “levare di torno” chi ha esercitato violenza, seguendo le ridicole logiche dell’irreversibilità dei “caratteri violenti” – non è fare giustizia, ma togliere una vita.

  Cioè inanellare quella catena, di nuovo, all’infinito.

  Benché il ragionamento possa ripugnare non poco i libertari, è comunque interessante notare che nessuno, nella galassia animalista si sia mai speso per immaginare percorsi – interni o alternativi al carcere – che offrano a chi ha agito violenza contro non umani, la possibilità di comprendere il male commesso e magari la possibilità di mutare la propria esistenza in direzioni che sono sempre state, di fatto, (s)barrate. Così come accade – almeno in teoria: il nostro sistema penitenziario è celebre per funzionare al contrario -  per pedofili e stupratori, ma anche per minori e delinquenti comuni.

  Attenzione: non si sta facendo l’ode o l’apologia della “correzione” e manco del potere disciplinare. Si sta rilevando che la galassia animalista non è in grado neanche di leggere la realtà della violenza e di immaginare una qualche strada per disinnescarla. Anzi: per lo più aggiunge violenza a violenza: una violenza reattiva e ritorsiva, come si diceva sopra del suo agire in generale. Una violenza orizzontale, che non scuote alcuna gerarchia, ma la assicura e riproduce. Detto rasoterra: fomenta una guerra fra poveri, fra deboli, fra vittime.

  La stessa che noi occidentali “comunitari” esercitiamo ogni giorno contro migranti e poveri, contro donne e omosessuali, contro la “marmaglia di tossici e delinquenti”, contro tre quarti della popolazione planetaria e, gli uni contro gli altri, contro noi stessi.

  Esattamente quello che sogna ogni potere verticale e autoritario come quello in cui siamo inseriti – checché possa raccontare di sé, il sogno del capitalismo non è la democrazia, la “società aperta”, ma il totalitarismo: non a caso il capitalismo cinese, apertamente totalitario, sta dimostrando di funzionare molto meglio del nostro.

L’effetto della rimozione della politica è sempre il fascismo[7].

Ipotesi due: l’interdizione

Il peggiore dei pessimi effetti che l’irruzione della Brambilla nell’affare Green Hill, prima, e nell’affar Harlan dopo,[8] ha certamente avuto, è il passo decisivo e tematizzato verso una spoliticizzazione di una galassia, quella animalista, sempre più povera di strumenti concettuali e metodologici per leggere la realtà. La Brambilla è stata l’acciarino che ha infuocato polveri sedimentati in decenni.

   La spoliticizzazione è un fenomeno strano. Essa non toglie, in realtà, ciò che sembra negare, ma lo mistifica. Agisce una rimozione che occulta malamente: produce un segreto di pulcinella, sotto gli occhi di tutti. Che resta segreto, o meglio: semplicemente innominabile, proprio perché sotto gli occhi di chiunque. E’ più un interdetto che simula una rimozione, che una rimozione vera e propria.

  Essa impone di togliere la politica da ciò di cui ci si occupa: ma la politica, non essendo un affare di parlamenti e governi, ma la condizione originaria in cui siamo gettati, non se ne va. La politica istituzionale e rappresentativa è solo un aspetto, spesso degradato, della condizione a cui siamo obbligati per il semplice fatto di coesistere, di partecipare a quello spazio che possiamo ancora indicare in qualche modo come polis, che ci dona – e ci obbliga a - la possibilità di progettare la nostra esistenza e quella altrui insieme agli altri. Cioè di immaginare come stare insieme, dato che ogni volta che decidiamo di noi stessi coinvolgiamo inevitabilmente anche gli altri: qualcuno direbbe: decidiamo per tutti. Lapolis è lo spazio della partecipazione intesa sia come con-divisione originaria del nostro stare al mondo, che come dimensione attiva di questa condizione.

   Spoliticizzare non può quindi in alcun modo negare questa condizione, che non cessa certo per un atto di volontà, che sia la volontà del cittadino che si vorrebbe apolitico o quella del governante che vorrebbe ridurre i suoi cittadini a sudditi dediti a panem et circenses, e gli esistenti a nuda vita inerte. Certo, questo fenomeno è esattamente quellabiopolitica che ci investe ormai interamente – ogni aspetto della nostra esistenza e tutte le esistenze del pianeta. Che, se da una parte prende in carico ogni aspetto del nostro stare al mondo, a cominciare dalla vita e dalla morte, per estorcerlo e governarlo in maniera eterodiretta, mettendola a lavoro e a valore; dall’altra, allo stesso tempo, disarticola l’esistenza (cioè la coesistenza) e la nega in quanto tale, riducendola, appunto, a nuda vitabiologica. L’esito di un lungo processo che, ovviamente, è cominciato con i non umani: come dice Massimo Filippi, la politica non è tanto la continuazione della guerra con altro nome (come diceva Foucault, rovesciando Clausewitz), ma la continuazione delladomesticazione, con altro nome, dove la domesticazione deve essere intesa come la forma più originaria di guerra.

  Ma per quanto si sia investiti interamente da questo processo di spoliazione[9], che genera quel tentativo di negazione della dimensione politica del nostro esistere, lo sfondo ontologico della nostra (co)esistenza non ne viene intaccato ma solo rimosso, e la dimensione politica soltanto celata, o meglio interdetta.

  Come dicevamo prima, infatti, la politica rimane un segreto sotto gli occhi di tutti, un falso segreto, che però non si può nominare. Certo, nessuno ci viene a minacciare di morte o di carcerazione, e manco di una multa. Il divieto è al contempo più “dolce” e più profondo. Noi siamo, per così dire, persuasi, ad esso. Indotti silenziosamente e invisibilmente – segretamente, verrebbe da dire: e forse davvero qui sta l’unica “segretezza” di tutta la vicenda. L’interdizione è dentro di noi, e fra di noi.

   Per banalizzare un poco si potrebbe dire che ci hanno insegnato, per decenni, che la politica è una cosa brutta, falsa e sporca, e lontana. Una roba che non ha a che fare con la nostra vita, a cui non abbiamo accesso alcuno, e che con la nostra vita ha a che fare solo quando e nella misura in cui chi se ne occupa – nei parlamenti e nelle istituzioni in generale – vuole fregarci (i soldi, ma non solo). Il “magnamagna”, insomma, la spartizione delle poltrone e la lottizzazione delle cariche. Gli stipendi milionari e i vitalizi. La casta, insomma, che fa un gran fracasso dalle nostre televisioni – gli “spettacoli indegni” – ma dietro le quinte se la intende per bene, per proteggere e accrescere privilegi di ogni tipo.

  Quindi: “la politica è uno schifo”, e tutto ciò che facciamo di bello – attivismo o meno – NON è politica. Il che è falso, ma partecipa a quel processo che dicevamo prima, e, in maniera più ristretta, obbedisce al desiderio dei politici istituzionali – la “casta” – che “la gente” non partecipi, non faccia politica, come si usa dire, dal basso. In questo senso, proprio l’ossessione collettiva per la “casta” è funzionale a quel desiderio – che è in realtà un progetto pianificato – di dismissione della politica da parte della “gente”, perché sposta lo sguardo dalla questione della partecipazione stessa e del suo scippo verso il solito rancore qualunquista per il “magnamagna”.

Excursus: storico, ovviamente, ma polemico 

  Ovviamente il processo di infangamento del concetto di politica tout court non è cominciato con Berlusconi – che si è presentato da subito come l’antipolitico per eccellenza – e neppure con tutti gli antipoliticismi italiani, europei e occidentali in generale degli ultimi vent’anni.[10]

  Ma almeno dieci anni prima, con l’avvento del cosiddetto riflusso di quell’ondata partecipativa che, dalla fine degli anni Sessanta alla fine dei Settanta aveva scardinato, in Italia ancor più che nel resto d’Occidente,  gran parte dei tabernacoli di una politica rappresentativa conservatrice fino al cripto-fascismo, legata a doppio filo con le due superpotenze che si spartivano il mondo, ai loro soldi e alle loro intelligence. Con tutti i suoi limiti, quell’eruzione partecipativa che pareva inesauribile, aveva davvero generato un terremoto dal potenziale rivoluzionario fra i sepolcri imbiancati[11] di una politica di puro potere, nata non in totale contrapposizione al fascismo, ma in semicollusione e semicontinuità con esso – quella del doppio stato non è una bizzarria complottistica, ma una semplice e verificata realtà[12] . E il riflusso non fu un incidente, o la fine di un ondata a cui s’eran scaricate le pile: ma, pure questo, un progetto pianificato e realizzato: con le stragi e con l’eroina così come con la retorica bolsa che, facendo leva sul perbenismo benpensante di un paese ancora fascista nelle viscere, equiparava continuamente azione politica, minaccia al “benessere” borghese e terrorismo,  in un’equazione che divenne stritolante quando un pugno di assassini finì per occupare le scene e, in un crescendo drammatico ben orchestrato, il PCI rovesciò il terrore antimovimentista che lo attanagliava sul paese intero, in forma di panico da insurrezione, scompensandosi nel delirio patriottico dell’unità nazionale.

  La reazione investì e impattò, sbaragliandola, la politica attiva in tutto l’occidente, secondo forme e vicende diverse per tempi e modi. Quel che è certo è che il riflusso furono gli anni Ottanta del craxismo, ma anche e soprattutto della Thatcher e di Reagan. Una contro-ondata reazionaria che requisì e mandò al rogo un patrimonio immenso, fatto, ancora prima che di diritti acquisiti e di welfare, di pratiche e di pensiero sovversivi diffusi.

  In quei dieci anni si smantellò una koinè critica che era giunta a innervare tutti gli strati sociali delle società occidentali e le modalità dell’impegno politico e dello stare al mondo in generale: le lotte femministe e omosessuali furono le sole a durare oltre la dismissione e ad affermare qualcosa, ma sempre di più nella modalità del non-politico, o del para-politico, incapsulate ormai in quella falsificazione interdicente che vietava la politica proprio laddove essa si dava, o si sarebbe dovuta dare. In Italia la politica istituzionale si riappropriava del suo ingombrante autoritasmo, dando al contempo di sé un’immagine sempre più autoreferenziale, lontana, spartitoria – di ministeri e cariche ma pure di denaro pubblico. E in effetti il Partito Comunista di quei tempi non trovava di meglio che dare battaglia – a parole – sulla “questione morale”. Ma erano sirene in tutto l’occidente a suonare la ritirata dall’impegno diretto: la politica dal basso era diventata roba buona per comunisti prossimi alla sconfitta storica totale e per hippie drogati.

  Crollò infatti il Muro di Berlino, i satelliti sovietici implosero e l’URSS si disintegrò. Questi eventi epocali ci vennero raccontati da un solo cantastorie: quello del capitalismo vincente e ubriaco del suo trionfo. La favola era più o meno: adesso comincia la libertà per tutti, e chi era già libero lo sarà persino di più. La realtà si sarebbe poi rivelata un po’ diversa. Anche perché la sottotraccia di quel favoloso annuncio, il messaggio “subliminale”, se semplificato in un manifesto – ma di fatto, un manifesto, lo era – sarebbe potuto suonare:

  La storia è finita, saremo per sempre capitalisti, quindi è inutile che voi, volgo, vi occupiate ancora di quella roba così complicata e tecnica, e comunque sempre un po’ sporca, detta politica. Quando andate a mettere la X sulla scheda elettorale non avete mica più una lista unica! Questa è democrazia! La “partecipazione” è obsoleta: roba da comunisti sconfitti, appunto. Mettete la vostra X!

  Si trattava di un’operazione di restaurazione, ma anche di revisione totale del passato. Mentre la favola della libertà spianava la strada alla globalizzazione neoliberista – ovvero l’inizio di un capitalismo totale, e quindi, ovviamente, totalitario – il revisionismo storico attaccò alle spalle, senza che lo si sentisse arrivare. Quando si sentì il botto, non si trattava già più della collisione, ma del suono di tutte le bottiglie di champagne stappate contemporaneamente da capitalisti, neofascisti,

ex-golpisti, élitisti e oligarchi di ogni fatta per celebrare l’alba nera di un nuovo mondo, tutto di loro proprietà, compresi i suoi abitanti, già ridotti a sudditi.

  Benché il vegetarismo in Italia abbia già qualche radice capitiniana, il movimento animalista italiano diventa un fenomeno apprezzabile proprio a inizio riflusso, coagulandosi da un parte in forma zoo-fila e dall’altra intorno all’antivivisezionismo: èImperatrice Nuda di Ruesch a fare da catalizzatore, determinando, fra l’altro, la lunga prevalenza dell’Antivivisezionismo Scientifico come collante ideologico del movimento[13]: la fondazione di LAV (1977) e Leal (1978) seguono di poco il libro di Ruesch. L’animalismo italiano si afferma quindi fin da subito come associazionista e legalista, e, benché non manchino gli esempi di disobbedienza civile, sarà solo con la metà degli anni Ottanta, che sull’onda delle liberazioni nei paesi anglosassoni si daranno le prime liberazioni di una qualche risonanza in Italia[14] – tra l’altro inizialmente osteggiate, almeno pubblicamente, dalle associazioni stesse. Oscillerà a lungo fra welfarismo ed abolizionismo, si legherà in maniera promiscua al movimento ecologista, e il discorso antispecista si farà largo con desolante ritardo, grazie alla traduzione fuori tempo massimo di Liberazione Animale di Singer (1988) e di Diritti Animali di Reagan (1990). Benché negli anni Ottanta una parte di questo nucleo si agganci a e proliferi in alcune esperienze di resistenza controculturale del decennio – i resti libertari del movimento degli anni Settanta, il punk politicizzato e poi il movimento straight-edge, le prime avvisaglie della galassia cyber-punk, –  si danno già i segni di quella “galassia” varia e spoliticizzata mossa più da un sentimentalismo “spontaneo” – antropologicamente massificato – che da una vera e propria presa di coscienza. Sono tutti quelli che scoprono la “questione animale” più dalla TV – le azioni di Greenpeace, le “bizzarrie” delle VIP – che dai libri di Ruesch, e poi Singer e Regan; e, men che meno, dall’abitudine alla partecipazione politica.

  Soprattutto, però, quelli sono gli anni in cui crescono le generazioni che oggi sono più coinvolte nell’animalismo attivo. La diarrea di odio antilibertario e antipartecipativo se lo beccano tutta in faccia, fin da piccoli, il progetto di licenziamento[15] collettivo dalla politica li investe tutti – depsicologizzate e immaginatevi l’urto frontale con un tram. Se è vero che non manca chi incontra sulla propria strada l’antidoto a questo veleno, o meglio il veleno che disattiva l’antidoto – dai centri sociali che si ripensano, lentamente, oltre l’esperienza dell’Autonomia, alle posse rap che ricolonizzano i centri sociali stessi, a Marcos e ai neozapatisti, a nuove esperienze libertarie, fino alle mobilitazioni pacifiste e al “movimento dei movimenti” – la galassia animalista in senso ampio si genera piuttosto dal big-bang neoliberista e neoautoritario che abbiamo raccontato e si espande ingrassato fin dal biberon della colossale rimozione – della politica – su cui cresce.

La piramide libertaria

Questo titoletto non intende indicare un ossimoro stabile, quanto una contraddizione reale e attuale che inerisce al movimento antispecista e più in generale alla galassia animalista tutta. Non voglio riproporre la solita ridicola dicotomia fra il dire e il fare, il pensiero e l’azione – abitudine piuttosto diffusa fra gli animalisti che vogliono zittire qualunque tentativo e invito a prendere sul serio il pensiero e la comprensione della realtà come forma diretta di trasformazione di quest’ultima, preferendo l’azione, così dicono, a qualunque costo e con ogni mezzo. Proporrò perciò che teoria e ideali, da una parte, e “azione pura” dall’altra, si presentano proprio laddove il pensiero cessa di essere una prassi e la pratica in senso ristretto evacua il suo carico simbolico e rifiuta di essere “pensante”. Nello spazio che si apre in questa dicotomizzazione teoria/azione, tutti noi, antispecisti e animalisti in generale, lavoriamo all’edificazione e al consolidamento della piramide, e la forza che la tiene insieme e la espande è data dalla somma della forza di fuga dal pensiero – e dalla politica – con la forza repulsiva della teoria. Al vertice sta ovviamente una paradossale “élite  libertaria” fatta di antispecisti, alla base la galassia degli animalisti non antispecisti – per scelta o inerzia – e in mezzo, detentori di una terza forza, centripeta e centrifuga allo stesso tempo – che impedisce l’esplosione ma pure lasoluzione della piramide – quelli che chiamerò antispecisti iniziatici.

  Degli animalisti non antispecisti – molti di loro si dichiarano proprio così – abbiamo già detto. Aggiungiamo che si tratta appunto di una galassia composita, che va dai semplici volontari di canili e rifugi che lottano da privati cittadini per la protezione degli animali d’affezione, a membri di associazioni formali che si battono per gli stessi, ad attivisti di associazioni che lottano per la protezione di tutti i non umani (benché molti attivisti di queste stesse associazioni protezioniste si dicano antispecisti, e di fatto lo siano), a “liberi protezionisti”, fino a veri e propri abolizionisti non antispecisti. Si tratta di identità individuali e di gruppo molto composite – alcuni individui sono vegetariani, alcuni vegani, altri onnivori o quasi benché antivivisezionisti; alcune associazioni promuovono un’etica vegan, altre no. Per quasi tutti gli argomenti antivivisezionisti scientifici ed etici si sovrappongono o si confondono fra di loro, e i discorsi trapassano fra gli uni e gli altri senza soluzione di continuità. Quasi tutti hanno un atteggiamento antropofobo, misantropico, che però non sfocia nell’adesione all’estinzionismo e alle sue pratiche. E’ in questa complicata sottogalassia che prevalgono idee tanto ingenue quanto radicate – raramente tematizzate e discusse anche solo superficialmente – di una Natura innocente, spesso edenica, ed autoregolata, corrotta dall’Uomo. Qui non si tratta però di una variante antropologica di un mondo epurato da metanarrazioni e identità forti col suopoliteismo dei valori e pluralità di Weltanschauungen, ma esattamente di un contrappunto al biopotere. Perché è proprio nelle meccaniche del biopotere che operano i dispositivi dell’Autentico e del Naturale, gerarchizzando la vita, o meglio, le esistenze ridotte a nuda vita, in base ad una teologia naturale[16] che le incatena verticalmente in riferimento alla loro partecipazione a Natura e Autenticità. E se una da una parte il biopotere relega – secondo le dinamiche di una geometria variabile – i non umani agli ultimi posti di questa gerarchia – o per meglio dire: li gerarchizza espellendoli e prendendoli-fuori[17]: come dei fuoricasta – dall’altra, esso opera proprio attraverso chi difende i soli non umani, nel ri-gerarchizzare gli umani. Chi blatera perciò di una “natura buona” e di una “umanità cattiva”, opera inconsapevolmente per lo stesso potere che innerva lo specismo. Perché il biopotere, lavorando sempre contemporaneamente come zoopotere ha costantemente bisogno di articolare fra di loro i due mondi, i loro confini e di riconfigurate costantemente questi ultimi[18]. E non basta, per cavarsene fuori, ignorare, invece di avversare, la questione umana, e nemmeno occuparsi di essa in modo disgiunto da quella animale. Se non si afferra la questione umana e non umana in modo unitario e non si lavora all’arresto della macchina antropologica, si lavora alla cementazione dell’antropocentrismo specista, alla sua riproduzione in nuove forme: esattamente ciò contro cui ci si batte. La lotta per quellamessa in arresto è etica, filosofica, e certamente politica.

   Al vertice della piramide c’è chi, con diverse gradazioni, ha compreso senso e portata di tale sfida, ma, persino contro la propria volontà, coltiva una forma di superiorità morale rispetto alla base “animalista” della piramide: si può parlare in effetti di “élite antispecista” a indicare la contraddizione che, inerendo alla cerchia antispecista ristretta, ne mina e disarticola l’identità antispecista in quanto tale: non si può essere antispecisti ed elitari al contempo, almeno finché parliamo di un antispecismo degno di questo nome, e cioè libertario. Il punto è che come nella metafora classica della piramide sociale, qui ad operare è un differenziale di capitale che pare insolvibile: ma se nella piramide sociale il differenziale di potere è fondato sul capitale economico, qui ad operare è un differenziale culturale e politico – dove con “politico” non si intende solo la consapevolezza del segno politico della lotta antispecista, ma pure un bagaglio di esperienza partecipativa molto sofisticato, spesso legato a prassi libertarie e nonviolente[19] – un differenziale culturale e politico,  si diceva, che porta molto poco potere. Si potrebbe anche affermare che a questo livello si tende, volontariamente e consapevolmente, molto di più alla dissipazione, decostruzione e de-costituzione del potere, che alla sua edificazione – o al limite alla costruzione di un contropotere. Si potrebbe: se non fosse che l’élite antispecista-libertaria, anche quando tenta il contrario, finisce col fare di questa sua ricchezza un elemento discriminatorio, elitario appunto, e a volte autoconservativo, se non autoreferenziale. Non un indebolimento del potere o un contropotere, ma un potere minore. Sembra che nessun tentativo di dialogo, di aprire uno spazio per esso, né, al limite, alcun azzardo pedagogico, riesca a rompere il divario fra base e vertice della piramide. A tale fallimento, in genere, corrisponde un movimento doppio e simmetrico, che allontana la base verso la diffidenza – se non verso una vera e propria ostilità, persino dichiarata – e il vertice verso una posizione insieme rassegnata – “sono anni che ci proviamo” – e, implicitamente, sprezzantemente aristocratica – “è impossibile dialogare seriamente al bar dello sport”. Si tratta di una sorta di ritiro in teoresi. E’ chiaro che esistono delle condizioni materiali di partenza che sostengono e cementano la distanza ci cui parliamo: all’interno della categoria del biopotere le categorie dello sfruttamento, dell’oppressione, dell’alienazione, del conflitto capitale-lavoro (e della sua mistificazione in quello intellettuali-lavoro), non sono certo abolite. Al contrario, il biopotere contiene questi fenomeni, riarticolandoli epotenziandoli.

  Saremmo allora di fronte alla confortevole «bella vista sul cielo stellato» che le «finestre dei piani superiori» di quell’«edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale», che è il Grattacielo di cui parla Horkeimer in Crepuscolo[20], assicurano? L’élite antispecista godrebbe del privilegio di quell’ergonomica “bella vista sul cielo” – e quindi di un’agile riflessione sulla legge morale – in virtù condizioni di partenza se non economiche, quantomeno socio-culturali, favorevoli? Insomma, si tratterebbe di una élite a tutti gli effetti, che quando parla di liberazione non umana e umana insieme, come controbatterebbero tanti animalisti non antispecisti, chiacchiera e basta, e, infondo, chiacchiera per autoconservarsi come élite minore, come cricca, sollevandosi in piedi anche sulla massa degli animalisti che si sporcano le mani, fra canili e campagne? La domanda non è retorica, perché le diverse condizioni di partenza non si possono negare. Ma si dà, la domanda, in un contesto storico-sociale, il nostro, in cui da tempo il conflitto capitale lavoro è stato sostituito, in una mistificazione, da quello intellettuali-lavoro. E questa mistificazione va rimossa insieme a tutti gli altri ostacoli materiali alla liberazione. Perché non esiste via d’uscita dallo specismo – dal bio/zoopotere -  che non passi per una decostruzione come prassi del pensiero: una decostruzione culturale, sociologica, e, ovviamente, ontologica e politica. Il fatto che la prassi dell’azione contenga a suo modo pensiero, e, se è buon pensiero e non benpensare, una decostruzione attiva del sistema specista e del bio/zoo potere, non toglie la necessità del dialogo filosofico né della scrittura – una scrittura dialogica, certo. La tematizzazione di specismo e bio/zoopotere sono ineludibili. Lo conferma proprio la realtà di quello che si diceva nei paragrafi precedenti. Di più: il pensiero e la decostruzione che il pensiero può essere non sono faticose necessità, ma unagioia, in qualche modo persino una festa. Anche laddove il pensiero incontra la violenza dell’oppressione, della tortura e dell’uccisione. Non che il pensiero non si angosci e non angosci. Anzi, è da più di un secolo che lo fa, in tanti modi, né cessa di farlo. Eppure, laddove il pensiero apre spazi per una fuoriuscita da quella violenza, esso non può che gioire. Così come l’agitazione politica non può negare di essere, nel suo spreco gratuito, godimento. Se neghiamo tutto questo, neghiamo insieme la possibilità di uscire dallo specismo che come bio/zoopotere ci inchioda alla sofferenza di un’allegria spastica, plasticamente esemplificata dai sorrisi sfisionomiati delle classi dirigenti mondiali,.

  Se è vero che non si può uscire dallo specismo senza mutare le condizioni materiali di esistenza che fondano l’oppressione, circolarmente, tale mutazione non si può dare se non si democratizza il pensiero e la sua gioia. Credere che ciò si possa dare solo come conseguenza di una liberazione materiale, significa implicitamente negare la possibilità di questa stessa liberazione e di ogni liberazione in generale. Serve un doppio movimento, simultaneo, nella prassi del pensiero e in quella dell’azione. Anche perché far dipendere causalmente la liberazione del pensiero dalla rimozione delle condizioni di oppressione, finisce per riproporre un problema che è una trappola: chi è il soggetto agente di tale rimozione, che sia riformista o rivoluzionaria? A tale domanda non si può ormai rispondere che: nessuno. Nessuno in quanto soggetto, dato che il soggetto è andato incontro al suo tramonto anche perché non ci può essere più alcun soggetto privilegiato di una liberazione. Quindi nessuno e tuttitutti gli altri, nel senso che questo tutti non è più un soggetto organico formato da soggettività omologhe, ma di altri gli-uni-agli-altri, di stranieri, estranei gli-uni-agli-altri, che configurano una soggettività decostruita dalla fenditura della propria differenza. E quindi: o tutti o nessuno.

  Indipendentemente dalla sua operabilità strategica, questo azzardo, che non sappiamo più come tentare, è innanzitutto giusto, laddove non si tratta più di scegliere fra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità, né fra etica e politica, dal momento che la polis è, per dirla con Heidegger e Nancy, il ci dell’esser-ci, cioè la sua schiusura all’esistenza con-divisa che implica la scelta degli esistenti, fra di loro, di loro[21]. E l’ethos è la misuradi questa apertura inappropiante che impone di decidere sull’improprio, e contro l’espropriazione di questa improprietà dell’esistenza. Il che implica che non ne può essere espropriata la libertà né l’essere in comune né tantomeno le condizioni materiali di esistenza. Per dirla con Agamben: se gli esistenti sono quegli esseri per cui, nel loro modo di vivere ne va del loro vivere stesso e nel loro vivere ne va innanzitutto del loro modo di vivere, dove la vita è inscindibile dalla sua forma, allora questa condizione, che, liberando gli esistenti al loro essere-in-potenza li rimette alla possibilità di tentare la felicità, è direttamente politica. E se la politica statuale su base nazionale è ormai assorbita fra stato d’eccezione e iscrizione immediata in diritto, allora l’unica politica possibile è una politica dell’esodo – dagli stati-nazione e dalle istituzioni sovranazionali come dalle categorie tradizionali del politico e del giuridico. Non si tratta di opporre la società allo stato, la comunità alla società, il naturale all’artificiale, ma di riconoscere che lo spazio del politico è – ormai – quello della gestualità degli esistenti, cioè di mezzi senza fine che esibiscono l’esistenza stessa come finita e in relazione. Se quindi si tratta di votare l’esistenza alla cura e alla difesa dell’esistenza, si tratterà anche di farlo attraverso l’esibizione e l’esposizione di essa, e la cura e la difesa di essa. Questa formula significa che la giustizia politica che si può dare, che si deve azzardare, è una giustizia che si flette alla cura dei propri mezzi, che si giustifica continuamente davanti ad essi, e attraverso essi. Come nella celebre enunciazione dell’etica della rivolta di Camus: «Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questa domanda che il pensiero lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi»[22]. Questo significa anche che se in gioco c’è la liberazione delle esistenze, allora, se si tratta di liberare attraverso le esistenze, la realizzazione della liberazione è già nella sua pratica. Nel gesto che esibisce l’esistenza come gestualità e quindi relazione.

  Questo discorso vale sia per le pratiche antispeciste, come per quella pratica, che deve darsi come parte di esse, che è la soluzione della piramide.

  Bisogna dunque immaginarsi che le condizioni materiali siano condizione necessaria allatenuta della piramide libertaria, ma non sufficiente. Né il capitale economico, né quello culturale, esauriscono i motivi delle lontananze incrociate e della tenuta della piramide.

  E’ piuttosto ovvio, ormai, che la soluzione di quest’ultima – nel senso del solvere, dissolvere o almeno sciogliere – come della spoliticizzazione, è il problema stesso della soluzione del bio/zoo potere e dello specismo. Lavorare alla soluzione di questi implica il lavoro di soluzione di quelle. E, reciprocamente, per quanto possa apparire paradossale, lavorare alla decostruzione – o demolizione – della piramide è già lavorare al superamento di bio/zoopotere e specismo. Sempre che si tratti, appunto di – lavorare.

   Prima però almeno un accenno – solo un accenno, dato che l’ora è tarda, e noi, come sempre, siamo in ritardo col nostro appuntamento – a quegli enigmatici antispecisti iniziatici di cui si è accennato sopra. Possiamo dire che, se anche tutti le organizzazioni e i movimenti umani, tendono a darsi in questo modo, è specifico dei gruppi antispecisti – sinceramente tali, indubbiamente – molto attivi – nel senso dell’azione materiale – di strutturarsi in forme non verticistiche e autoritarie, ma concentriche e, appunto, iniziatiche. Si tratta di un’orizzontalità particolare, che genera una particolare forma di democrazia, in cui l’accesso a informazioni, sapere comune e decisioni, si articola in passaggi che dalla “manovalanza” portano, passando per una gamma di posizioni, appunto, alla “decisione”. Se questa struttura pare necessaria per qualunque tipo di azione diretta, che, necessità di un certo grado – in una graduazione semifluida e, appunto concentrica – di segretezza, è certo che essa genera degli effetti collaterali che, se anche non voluti direttamente, sono certamente in qualche modo apprezzati, e mantenuti attraverso un’assenza quasi totale di tematizzazione. Accenno a due di essi, con la consapevolezza e la raccomandazione che si tratta solo dell’abbozzo di una questione che merita decisamente uno svolgimento più ampio. Il primo effetto collaterale è che attraverso questa formula si è generata una macchina della liquidazione del dissenso. Dato che in ballo c’è una segretezza da presidiare, i passaggi da un anello all’altro della struttura dipendono da quelle che sono essenzialmente prove iniziatiche di fedeltà. Non certo nel senso in cui può avvenire in una banda (ruba una bottiglia di vodka al supermercato e da simpatizzante passi ad adepto), ma in maniera più complessa, diffusa e sottile. Queste dinamiche permettono di fare da setaccio, in modo tale che il dissenso, al limite la differenza, o vengono riassorbite e metabolizzate, oppure espulse insieme a chi le porta. E in effetti l’unanimismo e la difficoltà al confronto sono a volte, in queste realtà, solidi come – se non più che – fra i semplici “animalisti”. Il secondo effetto collaterale è la diffusione, intorno a questi gruppi, di un aura di semisacralità e di fascino, che attira e respinge insieme. E’ il fascino per chi fa cose importanti, ma anche verso la segretezza stessa, nonché verso un carisma che tutti gli elementi di questa commedia concorrono a generare. Accade così che chi decide di avvicinarsi lo fa per lo più con un sentimento di soggezione, che, a conti fatti, è l’anticamera di un’obbedienza offerta. Anche qui a smontarsi da sola è la possibilità di una democrazia autentica. Ed è quasi superfluo notare che i due side effectssi potenziano reciprocamente.

  Proprio per il fatto di produrre forze e fenomeni di segno contrario – attrazione e repulsione, inclusione ed espulsione – gli antispecisti iniziatici collaborano alla tenuta della piramide, mantenendo il suo equilibrio strutturale.


[1] Questo articolo è parte di un articolo inedito, un lungo paragrafo del quale è già stato pubblicato su Asinus col nome di Interludio: preludio giocoso-evenemenziale. L’abissale gioco dei coesistenti ( https://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/02/interludio/ ). Quello conteneva il nucleo “teoretico” (uso questa parola per comodità, ma senza amarla) iniziale di una proposta di “fuga”, di via d’uscita dalla situazione che descrivo qui e in un paragrafo seguente che pubblicherò prossimamente. Non c’è stata alcuna pianificazione, nemmeno una decisione programmatica, nel pubblicare l’intero articolo in questo modo sparso e non consequenziale. La pubblicazione di ogni stralcio è stata, come ora, dettata da necessità contingenti, ma non per questo meno “sostanziali”: a imporsi è la necessità di partecipare a un dibattito politico e filosofico che non nascondo di considerare monco e insufficiente, innanzitutto dal punto di vista filosofico, ma anche da quello politico.

[2] Affermazione attribuita a Ronald Reagan

[3] Giorgio Agamben. Mezzi senza fine. Bollati Boringhieri. Torino 1996. p. 71

[4] Non sto qui chiamando in causa il Coordinamento Fermare Green Hill, ma tutta la “galassia” animalista che gira attorno a quella campagna. Benché su bontà e limiti di quella campagna sarà ben ora di articolare un giudizio: qui non ve n’è lo spazio

[5] Insomma: l’assoluto dell’esistenza sta proprio nel suo non essere fondata, né fondabile. Nel suo non rimandare a una ragione,  o al suo portare la propria ragione in sé. La fondazione dell’esistenza implica che il suo fondamento sia esterno ad essa e che il fondamento posto dichiari il valore di essa. L’esistenza è già, è quello che già è.

[6] Ovviamente lo specismo non viene in chiaro a partire da se stesso: quantomeno dalla sua autodestrutturazione, piuttosto

[7] Uso il termine fascismo indicando un nucleo duro dei qualunquismi. Ma anche nel senso in cui lo usa Nancy, come negazione delle relazioni degli esistenti che permette poi di “legarli” in comunità organiche: usando le sue parole: l’orgia dell’immanenza della fusione comunitaria.

[8] Al momento in cui scrivo bisogna ammettere che la Brambilla sembra aver vinto su tutto il fronte: ha proposto un emendamento alla legge di ricezione della Direttiva Comunitaria sulla Vivisezione che si mangia la coda da solo, ma che, dato che quasi nessuno è andato a leggersela, l’ha proiettata nell’Olimpo dei paladini degli animali. Una legge che con il “governo d’emergenza” Monti è passato di mano, impedendo lo sputtanamento pubblico dell’ex-ministro. Ha recitato il magone televisivo davanti a tutta Italia, e benché abbia vistosamente inciampato nella sua stessa ipocrisia, indignandosi perché i cani di Green Hill “sono tenuti come polli in batteria” – come se per i polli fosse lecito e accettabile – in ben pochi hanno visto il… “vistoso”. Ha proclamato la sua “discesa in campo” diretta nella battaglia contro “la fabbrica di morte” – ovvero la presenza al corteo del 19 novembre a Montichiari – e sfoderando contro alle critiche del Coordinamento Fermare Green Hill una fuoco diretto di luoghi comuni sul “politico che rovina tutto” – appunto – è finita per passare da martire: figura iconograficamente scolpita colla sua presenza “velata a lutto”, isolata, senza guardie del corpo, al corteo – a cui ha partecipato dopo aver dichiarato pubblicamente che a causa di tutto quel marciume politico vi avrebbe rinunciato: aspettiamo le prime agiografie ufficiali. Ps proprio mentre concludo l’articolo testimoni diretti mi “rovinano” la favola: i body guards c’erano e in un paio di momenti di tensione han pure dato qualche spintone. Intanto l’ex ministro ha cappeggiato la “resistenza” contro Harlan, proponendo infine di acquistare tutte le scimmie giunte all’allevamento  (104 su 900). Ovviamente ciò non è successo, le scimmie sono partite per la loro destinazione finale. E delle quasi 800 non giunte all’allevamento non si sa niente. Ma la Brambilla ora è portavoce di una federazione animalista che contiene molte sigle associative. Per non parlare degli eserciti  personali (non è un segreto per nessuno) che è riuscita ad arruolare.

[9] Il Governo Monti, le procedure da “golpe democratico” che ne hanno portato alla formazione, così come la sua composizione – una specie di invasione di ‘Chicago Boys’ europei – mostrano il rovesciamento ormai irreversibile del rapporto fra il diritto ordinario e lo stato d’eccezione che, occultato in esso, lo fonda: come dice da tempo Agamben, lo staro d’eccezione è diventato la norma, compiendo la parabola irresistibile dell’occupazione da parte del biopotere del bìos umano, e, aggiungiamo noi, della zoé. Peccato che questa “venuta in luce” resti per lo più invisibile alla maggioranza degli umani.

[10] Quando ho scritto questo articolo il blaterare convulso e comico intorno all’antipolitica, raccontato come il problema posto dall’irruzione dei grillini sulla scena della politica istituzionale, non si era ancora scatenato. Al momento è abbastanza notare come non sia necessario avere simpatia per Grillo e i grillini per trovare sconcia e insopportabile la contro-strategia dei partiti istituzionali che tentano di riaccreditarsi parlandone come di “voto di protesta”. È al contrario evidente che tutta la politica istituzionale rappresentativa così come la conosciamo stia colando a picco. Allo stesso tempo, c’è poco da stare allegri: il tentativo di riorganizzazione oligarchica che essa sta tentando, passando per una “fusione” con i poteri polico-economici sovranazionali (europei e mondiali) può avere effetti ancora imprevedibili.

[11] L’utilizzo del gergo della prima repubblica è ovviamente canzonatorio.

[12] Ottima analisi in merito è quella di Cucciarelli-Giannulli, Lo Stato Parallelo (Roma, 1997). Cfr anche: Giannulli, Ambiguità del potere e doppio Stato nella storia della Repubblica Italiana, nel volume Inoperosità della politica di Derive Approdi/Seminari, n°2.

[13] Finendo quasi, bisogna notare, per eterogenesi dei fini, ad adombrare l’istanza etica. Capovolgimento dei mezzi in fini, non a caso: dato che è in quel periodo che prende forma e si radica il discorso per cui: “Anche se il nostro fine è etico, convinceremmo ben poche persone senza additare la vivisezione come frode scientifica”

[14] Benché ne fossero già avvenute alcune nell’82, e la prima risilga, addirittura, pare, al 1978.

[15] Dato che Marx a noi non ci fa schifo – anche se ci piace pasticciarlo un po’ – ci permettiamo di far notare che il termine “licenziamento”, benché risemantizzato, rimandi comunque e volutamente alla dimensione economico-strutturale, indicando implicitamente che il progetto di “cacciata” e scippo dallo spazio di partecipazione abbia avuto la sua condizione necessaria nello smantellamento del fordismo e della “soggettività operaia” come attore collettivo. Non è stato – solo – l’aumento dell’automazione e la saturazione dei mercati da parte dell’offerta di merci a disarticolare il fordismo e la sua fabbrica e riarticolarli  in esternalizzazioni, de-integrazione delle filiere, ottimizzazioni per “dimagrimento”, finanziarizzazione del capitale e così via. Ma – anche e soprattutto – un progetto consapevole di smembramento della soggettività lavoratrice, operaia innanzitutto, non solo per sbriciolarne – fin dalla dimensione spaziale – il potere contrattuale nel conflitto col capitale: ma soprattutto per disintegrarne la “potenza democratica”.

[16] Il concetto, formalizzato da Tommaso d’Aquino, ma operativo sotto altre forme e nomi fin dai Padri della Chiesa, non è utilizzato a caso: indica quanto si siano fatti i conti con Dio in tempo e fra uomini che si vorrebbero “atei”, non avendo recepito neppure di riflesso l’annuncio nicciano. Che si riferiva alla totalità dei fondamenti e degli atti di fondazione: ancora una volta ciò con cui non si fanno i conti, rientra dalla finestra

[17] E la logica topologica del bando in Agamben, per cui ciò che viene bandito resta legato e dipendete, in un esclusione includente, dallo spazio da cui è bandito.

[18] Vedi la “macchina antropologica” di Agamben ne “L’Aperto. L’uomo e l’animale”. Questa geometria variabile non è solo ciò che permette la riduzione del “non-umano” a “referente negativo”, ma pure di trascinare nello spazio del referente negativo i nemici “umani” che di volta in volta si vogliono criminalizzare, emarginare, segregare, sterminare. Dagli ebrei nell’antiebraismo cristiano che si risolverà in antisemitismo razziale e nella Shoà, agli stranieri e ai migrati ai nostri giorni, inchiodati fra neoschiavismo e Cie.

[19] Parlo di un bagaglio “sofisticato” anche solo nel senso che le prassi libertarie e nonviolente implicano un costante lavoro di analisi, governo e “correzione” delle dinamiche di potere interne ai gruppi di cui si fa parte.  Prassi “esterna” e prassi “interna” si riverberano così l’una sull’altra generando una ricchezza politica che difficilmente si rinviene in altre esperienza di impegno diretto. E’ una mera constatazione, non un giudizio di valore.

[20] Max Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-1931), Einaudi. 1977 Torino, pp. 68-70

[21] Il ci dell’esser-ci  nell’Heidegger di Essere e Tempo l’apertura originaria dell’esistenza che permette a questa di essere fin dall’inizio in rapporto all’ente. Essa si chiarirà poi sempre di più come la Lichung –  radura di illuminazione e nascondimento – dell’essere stesso, che rende possibili gli enti come tali, e il loro darsi in questo e quel modo nelle diverse epoche storiche. L’esserci dell’uomo è fin dall’inizio un essere-con gli altri: è a partire da qui che Nancy ripensa l’essere stesso come disseminazione originaria delle esistenze in relazione fra di loro

[22] Albert Camus. L’uomo in rivolta. Bompiani. Milano 2010 p. 9

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