Mercoledì, 02 Aprile 2014 11:19

Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke - di Egon Botteghi e Marco Reggio

Vota questo articolo
(0 Voti)

Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke

di Egon Botteghi e Marco Reggio


Marco.
Mi è parso di capire che la pubblicazione dell’articolo di Lynda Birke, "Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali", sull’ultimo numero di Musi e Muse, ti abbia creato un po’ di disagio.
Forse non è la parola giusta, “disagio”, comunque, che pensieri ti ha suscitato?

Egon.
Può darsi che "disagio" sia invece la parola giusta...
Leggere su quella bella rivista online, interessata "ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale", le opinioni di una etologa-sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio "sano" interspecifico, temo possa legittimare, nel mondo animalista, tale pratica che io trovo invece deplorevole.
L'articolo è molto interessante, ma quando mi sono imbattuto in questo ho provato un moto di disappunto: "Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano."
Quanto dice sull'abilità equestre è vero, ma messo così sembra un elogio che si può ritrovare in tutti i manuali di equitazione che con l'animalismo e la liberazione animale non c'entrano niente, anzi sono la cultura di secoli di dominazione sugli equini.
In queste parole può esserci celato anche un concetto pericoloso, usatissimo per giustificare l'uso del cavallo, e cioè quello che anche il cavallo ci guadagna qualcosa, che acquisisce nuove capacità, che cresce.
Questo assunto è usatissimo da coloro che cercano di dare giustificazioni meno "becere" all'uso del cavallo, sia da lavoro che da diporto, come ad esempio nella filosofia steineriana, per cui il cavallo si "innalza" nell'incontro con l'uomo.
Gli etologi italiani più alla moda e considerati "illuminati", che si occupano di equini, per giustificare l'atto di cavalcarli, ancora dicono che la vita psichica del cavallo viene arricchita dall'incontro con l'essere umano... insomma, noi li rendiamo più intelligenti!
Per questi studiosi la relazione diviene così importante che sopravanza i diritti delle singole parti, dei singoli attori della relazione.
Per me è invece più importante il diritto del cavallo a non imparare l'half pass, o come si dice in italiano, "l'appoggiata", in quanto privo per lui di senso, che la "meravigliosa" connessione di questi due corpi.
Corpi però che non sono sullo stesso piano, dove uno impartisce ordini e l'altro esegue.
Senza contare che "l'appoggiata" è una figura del dressage, come ricorda la stessa autrice, che è una disciplina olimpica tra le più devastanti per la psiche ed il fisico del cavallo e di derivazione militare.

Marco.
Io non conosco i cavalli, ma devo dire che ho trovato l'articolo molto interessante, perchè riesce a descrivere una relazione che si instaura nonostante la base di questa relazione non sia paritaria, e che sembra positiva per entrambi i soggetti. Ma dico "sembra", perchè in effetti non sapevo nulla dell'half pass, della sua origine, e così via, e dovremmo sempre farci la domanda se al cavallo fa piacere questa relazione, se alcuni elementi di questa relazione siano un peso che sopporta, o che accetta volentieri, o ancora che rifiuterebbe se possibile. Certo, anche io ho un senso di mancanza nel leggere testi come questo. Mi succede per esempio con Vinciane Despret o Donna Haraway: si trovano osservazioni non solo illuminanti, ma in grado di aprire una visione migliore delle nostre relazioni con gli animali, davvero più rispettose della loro complessità, secondo me. Al tempo stesso, mi sembra che manchi una parola chiara su un aspetto delle relazioni, cioè l'elemento di unilateralità, di sfruttamento economico. Una prospettiva che mette al centro le relazioni, e riesce a vederne dei potenziali positivi anche nei contesti di sfruttamento, mi sembra necessaria, ma quando ignora l'esistenza dello sfruttamento, il carattere (anche) economico del rapporto, può essere controproducente, almeno nei casi più eclatanti, in cui di fatto si finisce per giustificare lo sfruttamento, purchè "dolce" (come ha mostrato Agnese Pignataro a proposito delle tesi di Larréere e Porcher, nel suo articolo "Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?").
Nonostante questo, mi chiedo se non si possa trarre qualcosa (o anche molto) dalle voci di etologi, sociologi, persino allevatori, in materia di relazioni fra noi e gli animali, partendo non tanto dal fatto che l'animale "ci guadagna qualcosa", ma che gli umani ci "guadagnano", in termini di relazione, una relazione vissuta nel e col corpo. Questo, certamente, per noi deve avere come punto di partenza la non costrizione, il rispetto dei desideri altrui, ma anche dove non c'è si possono trovare elementi per una prospettiva diversa.

Egon.
Sicuramente gli esseri umani guadagnano qualcosa nella relazione con l'animale altro, ma credo che bisogna cercare di essere sempre molto vigili ed onesti sul che cosa e sopratutto sul come gli animali altri vengono coinvolti.
Gli esseri umani sono relazionali e relazionanti nel profondo, secondo me, vivono nella relazione e le relazioni li rendono vivi.
Quando però si "sconfina" oltre la specie c'è da tenere sempre a freno, a mio avviso, una spinta "predatoria" ed acquisente rispetto a questo altro, un impulso alla manipolazione, al voler toccare, al voler appropriarsi, al voler farsi riconoscere. Una sorta di ansia egocentrica.
Un etologo il cui campo preferito erano gli insetti, riferendosi a noi umani, al nostro modo chiassoso di relazionarci, affermava che, in quanto scimmie, siamo destinati a ciò.
Riusciamo a godere dell'altro senza invaderlo?
Il presupposto secondo me deve essere sempre la libertà dai condizionamenti fisici e psicologici, che nel caso del cavallo, ad esempio, sono moltissimi.
E' vero che nella relazione chiunque sia coinvolto cambierà qualcosa di sè dopo questo incontro, ma quale attenzione poniamo affinchè la relazione con l'animale altro non sia di tipo coloniastico?
Certo che chi lotta per la liberazione degli animali sarà avvantaggiato nello sforzo se conosce qualcosa di loro, e se questi animali sono domestici, questa conoscenza passerà giocoforza attraverso i luoghi della loro prigionia e quindi attraverso gli allevamenti e gli allevatori, i campi di equitazione, gli zoo e sarà ancora più preziosa quella che avverrà nei rifugi.
Però perchè alle volte non noto tutto questo zelo e fervore nel cercare di conoscere (ed aiutare nella loro loro lotta per la sopravvivenza) gli animali che non si possono toccare, che non dipendono da noi, che in qualche modo non gratificano il nostro egocentrismo e voglia di protagonismo (penso ai selvatici, ma non solo quelli esotici, ma quelli che vivono intorno a noi, ai limiti delle città e nelle campagne, con la loro eroica resistenza e penso agli animali sinantropi, così affascinanti nell'aver scelto il nostro habitat e nell'usarlo mantenendo però la loro libertà e selvatichezza ed anzi, in qualche modo, "sfruttandoci")?
Riusciamo a sentirci in relazione soddisfacente con i gabbiani che nidificano e allevano la prole sul tetto del palazzo di fronte? Per quanto mi riguarda la mia risposta è sì, e tanto di più dal momento che le loro stridula grida esistono a prescindere da me.

Marco.
Il problema che poni, ovviamente, non è semplice. Mi sembra che in parte si riconduca a una domanda: è possibile che relazioni nate da motivazioni egoistiche, da rapporti di dominio o di sfruttamento, o persino relazioni che sono soltanto economiche, stimolino lo sviluppo di elementi relazionali in cui i soggetti in gioco traggono beneficio (piacere, accrescimento, ecc.)? Non credo che né io né tu possiamo avere una risposta, ma a volte io rifletto su storie anche banali che dimostrano la complessità di questo tema. Per esempio, una mia amica ha avuto in regalo un uccellino. Lei non è antispecista, animalista e non ha una particolare sensibilità verso gli animali nel senso che intendiamo noi "attivisti", né una particolare sensibilità politica che possa darle strumenti di critica della detenzione di un animale in gabbia. In passato, ha comprato animali e non è contraria a farlo, in linea di massima (gli è stato regalato, questo uccellino, ma potrebbe averlo anche comprato, direi). Eppure, dopo una settimana di convivenza ha preso la gabbietta, l’ha messa nell’unico bagno del suo bilocale, l’ha aperta e ora vive con un uccellino che svolazza… in bagno! (Naturalmente, si tratta di una specie che non poteva essere semplicemente liberata). Ora ne è nato un rapporto che evidentemente è bello per entrambi. Certo, nasce da un atto di liberazione (aprire una gabbia). Ma questo atto di liberazione non è l’atto di un antispecista con le sue categorie morali già costruite, tutt’altro. E’ l’atto di una persona che ha maturato questa intenzione proprio a partire da un rapporto che io direi viziato in partenza, cioè da un individuo che viene comprato e regalato come se fosse un qualsiasi oggetto. In effetti, questo presupposto indubbiamente inquina i rapporti, ma che spazi ci sono perché possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?

Egon.
Hai assolutamente ragione Marco... nè io nè te possiamo risolvere con un aut-aut la complessità di questo tema e delle questioni morali che pone. Ti ringrazio ancora per stimolare questo scambio: evidentemente noi due siamo in una relazione di crescita.
Provo però a rispondere alla tua ultima, affascinante domanda: "che spazi ci sono perchè possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?"
Come la vedo io in questa fase della mia vita, questo spazio è uno spazio direi quasi geopolitico.
Secondo me dovremmo imparare a vedere gli individui delle altre specie come appartenenti a popolazioni con cui dobbiamo contrattare il nostro essere sul pianeta, il nostro spazio sulla terra.
Non vedo questo in ottica protezionistica, per preservare gli ecosistemi che sostengono anche la specie umana, che perirebbe insieme agli altri, ma proprio come esercizio di diplomazia con altre specie che detengono i nostri stessi diritti di appartenenza ad un territorio.
Noi non dovremmo interpretare e decidere cosa sia meglio per le popolazioni di animali altri, ma proprio essere in grado di tradurre le loro richieste.
Così il mio sogno potrebbe essere fare il console presso alcune società di bonobo...

bastaschiaviblogspot.it
Letto 4874 volte Ultima modifica il Mercoledì, 02 Aprile 2014 12:35

Lascia un commento

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.

Percorso

© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.