Lunedì, 17 Marzo 2014 08:54

Quote, scatole e gabbie - di Eva Melodia

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Quote, scatole e gabbie

di Eva Melodia

Questa storia delle quote rosa non è solo deprimente... è addirittura invalidante per chi, magari per il suo primo momento, ha intrapreso quella cammino pieno di domande che è il porsi la questione dei diritti.

Immagino un cospicuo popolo composto di tante persone in buona fede che, sollecitato sul tema della discriminazione verso le donne, si è ridestato accorgendosi di come il problema esista davvero, ma abboccando all'amo dei guru del marketing abbia di fatto perso parte del proprio potere di agire per cambiare qualcosa, aderendo alla stravagante - ma a quanto pare sempre verde - idea delle quote rosa.
Drogato di falsità (per l’esattezza di falsi miti) e discriminazioni vere per nulla mal celate, il corposo popolo favorisce dunque la crescita esponenziale di perdite di tempo, prese in giro da parte di gruppi politici e di potere, nonché la crescita costante proprio di ciò che all’origine ha mosso l'indignazione: la discriminazione di genere.

E’ dunque lecito chiarire alcuni punti, sia per codesti sognatori che non solo ancora credono alle favole, ma sopratutto per tutti coloro che restano dei discriminatori, vivendo - forse - in una allucinazione tale per cui è loro impossibile comprendere il senso comune delle parole.

Quota è un termine con cui si deve necessariamente rappresentare un concetto con dei confini: un numero, una scatola, una gabbia. Quota implica la chiusura dentro al numero, alla scatola, alla gabbia.
Rosa, termine copiosamente utilizzato per appioppare una etichetta al femminile, è in quanto tale discriminante. Un sostantivo molto sintetico; solo quattro lettere per raccontare l’intero patrimonio maschilista, tanto che se non ci fosse necessità di sintesi, potrebbe tranquillamente essere mutuato con una delle innumerevoli formule lessicali, magari poetiche, con cui le donne sono state rese schiave nei millenni. E’ la negazione della moltitudine di diversità di cui ogni singolo individuo è espressione, incalcolabile, rappresentabile solo attraverso infiniti colori e sfumature.

Viene dunque fuori come si cerchi, con la barzelletta delle quote rosa, di sorvolare ora e sempre sulla questione di genere. Essa, in realtà, è ben altra cosa dalla sola oppressione delle donne, ma anche si volesse crederla limitata solo a questa, con le quote rosa non si vuole fare altro che riproporne una ennesima imbellettata formula.

La vittoria in quella che qualcuno ha addirittura chiamato battaglia per le quote rosa ci avrebbe garantito la presenza di un minimo fisso di gambe con vagina - non di persone libere, o di un qualche spessore etico, magari pure elette dai cittadini - nelle alte istituzioni ed organi di potere, come fosse la scatola (la quota) a garantire la qualità del contenuto: “donne” che avrebbero continuato ad essere scelte dagli uomini di potere e da nessun altro.

Se una questione di genere esiste, come è vero che esiste la terra su cui poggiamo i piedi, essa si risolve laddove i diritti e le possibilità di azione di una persona all'interno di un nucleo sociale non hanno nulla a che fare con il genere, l’identità o l’orientamento sessuale e cioè, esattamente al polo opposto rispetto alle politiche per quotare gli individui e la sfera sessuale che li etichetta.

Le quote rosa quindi sono discriminatorie, con il loro sottolineare differenze che non dovrebbero avere alcun peso attraverso l'elemosina della garanzia di presenza-fantoccio nelle istituzioni anche alle dotate di organo riproduttivo femminile; mostrano perfettamente quanto sessista e prepotente sia questo sistema per il quale esse agiscono marcando ancora di più la linea che esclude sulla carta tutte le altre sfumature sul concetto di “genere”, come gay, lesbiche, trans, etc...
Con l'acuta logica da cui traggono origine poi, quella per cui sarebbe una qualche caratteristica biologica legata all'organo riproduttivo a garantire una migliore rappresentatività, non si capisce come potrebbero mai sentirsi garantite e rappresentate le "minoranze sessuali" per il solo l'avvento di una quota “vaginata” e chiamata “rosa”. Il passo successivo, parrebbe dunque essere (se non fossimo lo stato zimbello servo di mamma Chiesa di Roma) il salto discriminatorio per eccellenza, con tanto di “quote verdi”  per i gay (mi raccomando stimate sulla base di percentuali rappresentative, eh!), così che i maschi omosessuali possano cantare una qualche vittoria; oppure quote arancioni per le lesbiche, così che le donne omosessuali possano accertare la propria rappresentatività. E così via... come se le buone politiche per le persone che vivono in questo paese affondassero minimamente le radici nelle componenti sessuali dei politici che le portano avanti, piuttosto che nell'etica ed in una seria assunzione di responsabilità verso tutti i cittadini.

Insomma, piuttosto che lavorare per realizzare davvero politiche finalizzate a rendere le persone libere e garantire loro le stesse possibilità, qua si passa il tempo a dare aria ai denti. 
Le donne nel nostro paese restano completamente relegate e parasubordinate. Ricoprono ruoli quasi sempre secondari rispetto agli uomini, a meno di rinunciare alle proprie possibilità legate al potenziale femmineo, mentre tutte le minoranze sessuali restano appese ad un filo, in un equilibrio precario quasi sempre dipendente alla buona fortuna oppure dal santo protettore: che sarà necessariamente un maschio.

Così come per il randagismo di cani e gatti ed i problemi legati ad esso, le soluzioni che si pensano sono quasi sempre nuovi canili, cioè nuove gabbie, così la questione di genere in Italia è liofilizzata per poi essere venduta più facilmente al miglior offerente in cambio dell’ennesima scatola, l'ennesima gabbia.

 

 

 

 

 

 





 
Letto 2136 volte Ultima modifica il Lunedì, 17 Marzo 2014 12:43

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