Giovedì, 06 Giugno 2013 08:55

Nutrizione umana nella formazione medica di base - di Eva Melodia

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Nutrizione umana nella formazione medica di base

di Eva Melodia

Un argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti.

Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di  nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto incapace di sollevare un seria questione più strettamente etica, se non in maniera molto periferica.

Collegati alla nutrizione umana ed al salutismo presunto dell’alimentazione veg però, esistono anche argomenti da trattare e diffondere obbligatoriamente, poiché sono un prerequisito necessario per sostenere come validi argomenti direttamente riferiti agli interessi degli animali.

Per essere più chiari, chiedere alle persone di diventare vegan al solo scopo di riconoscere gli interessi animali come legittimi, senza che sia quanto meno sostenibile che in tal modo non si muore di stenti, sarebbe irragionevole: serve dunque parlare ed informarle sugli aspetti salutistici della questione attraverso informazioni sulla nutrizione umana.

Inoltre, affermare e dimostrare che una nutrizione salutistica per gli umani inizia dal veganesimo, implica al contempo anche l’affermare e soprattutto il dimostrare che gli esseri umani non sono predatori, aprendo così le porte alle tesi capaci di smontare la cultura patriarcale che dal mito dell’uomo predatore trae la sua forza.

Eppure di tutto ciò che riguarda l’uso delle tematiche su salute e nutrizione umana, sia che si tratti dell’eventuale strumentalizzazione dell’argomento indiretto, piuttosto che del bisogno di diffondere affermazioni ed informazioni capaci di favorire tematiche più strettamente etiche, non si ha più traccia.

Il dibattito sugli argomenti diretti ed indiretti e talvolta la sua veemenza ad esempio, hanno comportato a mio modo di vedere un totale appiattimento di interesse verso gli argomenti indiretti, il loro possibile utilizzo, od eventuali preposizioni complementari, come nel caso della questione “salutistica”; non necessariamente con volontà, ma di fatto i Sig.ri Argomenti Indiretti ne sono usciti quasi criminalizzati e (almeno nell’ambiente più radicale) penalizzati, quasi fossero essi stessi - e sempre - causa di legittimazione specista.
 

Per queste ragioni la tematica nella sua interezza è quasi del tutto abbandonata. Solo pochi speranzosi della domenica cercano di sollevare occasionalmente l’argomento, ed il risultato è che il nostro grande occhio critico ha forse deciso di ignorarne completamente le implicazioni politiche.

Si direbbe strano visto che in Italia non esiste alcun ministero delle “politiche animali”, mentre esiste un Ministero della Salute. Esso è tra i ministeri in cui girano più soldi e dal quale dipende, almeno per l’immaginario collettivo, la vita di tutti i cittadini. Significa, evidentemente, che esiste un deciso interesse da parte delle persone, dello Stato e della politica verso questo Ministero e che ha un peso politico tale per cui non si capisce proprio come si possa decidere di ignorarne il tema, indipendentemente da quale tipo di lotta si stia portando avanti.

In particolare, il peso politico della generalizzata convinzione secondo cui gli animali sarebbero parte naturale (e per molti “necessaria”) di una salutare nutrizione umana non può che essere di primaria importanza, visto come tale convinzione, con le sue beffarde connotazioni pseudoscentifiche, faccia da supporto alla resistenza difensiva cui tutti noi si deve fare fronte in ogni tentativo di incoraggiare all’aspecismo ed alle sue pratiche.

Si tratta di un peso politico prima ancora che culturale, perché è strettamente e direttamente collegato alle strategie politiche con cui lo Stato forma la sua classe medica, un gigantesco apparato, strutturato come un formicaio, da cui viene diffusa la cultura sanitaria (e quindi anche nutrizionale) ai cittadini.

Su tale tema sappiamo che ci sarebbe parecchio da ridire. A cominciare dall’ingerenza dell’industria bellico-farmaceutica nelle questioni di salute pubblica e per finire con la forma mentis maschilista della “Scienza Medica” stessa, tutto il gigantesco macchinario che si occupa di salute umana non può che risultare un baraccone discutibile, ma in particolare ciò che diventa un macigno inamovibile è la - probabilmente voluta - totale ignoranza in merito alla nutrizione umana, nonostante ormai si sappia essere alla base di qualsiasi voglia aspirazione di salute.

Sono stata curata per il diabete presso un centro di prevenzione del diabete dove di nutrizione non sapevano quasi nulla, dove addirittura a stento si conoscevano alimenti considerati esotici come l’ignoto sesamo, dove il cous cous è un legume, e dove di interazione degli alimenti tra loro rispetto al metabolismo umano si sapeva ancora meno: un panorama desolante.
Ancora personalmente ho assistito a grigliate di carne per festeggiare il centro oncologico di un ospedale, conosciuto fiumi di malati oncologici cui di alimentazione non si parla neanche, visto reparti di allegorlogia dove quel che inserisci nel corpo attraverso la bocca non conta nulla, nonché portato a compimento gravidanze vegan guardate con occhi stupiti e approsimativi, dove il massimo della conoscenza possibile si rivelava in una ricetta per integratori vitaminici generici. Ancora ho conosciuto pediatri che arbitrariamente invocavano il demonio per l’alimentazione veg*ana piuttosto che al contrario la senteziavano come salutista a prescindere, senza chiederti se per caso mangi solo patatine fritte. Una sfilza infinita di esempi, comprensiva di operati cardiopatici cui non viene imposta alcuna dieta seria preferenziale e che quindi continuano ingenuamente a mangiare ogni animale esistente, in ogni forma, con ogni derivato, ad ogni pasto, convinti che la formula per risparmiarsi la salute consti in “mangiare di tutto, basta non mangiarne troppo”.

Ovviamente dopo un po’ mi sono chiesta come mai uno stato di simile ed intollerabile ignoranza a danno esclusivo dei pazienti-cittadini regnasse sovrana ed ho scoperto che in Italia non esiste alcuna formazione propedeutica, basilare, necessaria oramai alla classe medica, in materia di nutrizione umana.

Ci si laurea in medicina specializzandosi nelle più disparate competenze mediche, spesso senza che nessuno ti abbia spiegato ad esempio che lo zucchero per gli umani è letteralmente un veleno.
E cara grazia quindi se i medici approfondiscono le tematiche legate alla loro specializzazione in fatto di nutrizione, sta al paziente cittadino rincorrere il medico meno ignorante e sperare in bene.

Questo è diritto alla salute?

E sopratutto: possiamo davvero credere di competere con un millenario sistema educativo che genera migliaia di medici ogni anno, se questo li mantiene nella più bieca ignoranza, cercando di convincere sessanta milioni di italiani che “vegan si può”, solo perché noi (una esigua minoranza con anche ovvie problematiche di salute) come fenomeni da baraccone, ci prodighiamo in balletti e piroette per dimostrare quanto stiamo bene? Possiamo davvero vincere questa battaglia contro una cultura millenaria se la classe medica - benché ormai la scienza medica avvalori le nostre tesi attraverso i crescenti studi - di fatto ci è avversa?
Diventa infinitamente più difficile sostenere l’etica della scelta vegan e dell’antispecismo se continua ad aleggiare nell’aria l’idea che si tratti di una forzatura per martiri che vanno contro i propri basilari interessi di salute, e poiché la lotta in realtà è tutta contro le lobby dello sfruttamento (prima ancora che contro i singoli individui), è necessario a mio avviso ridurre la forza di questo paletto che rende i singoli individui ancora più resistenti, per non sprecare forze che andrebbero anzi meglio dedicate ad arginare la forza dei gruppi di potere implicati nello sfruttamento animale.

Bisogna quindi agire di fatto in direzione dell’interesse per la salute umana svilppando una cultura sulla nutrizione umana a partire dalla base formativa, al passo con i tempi. Se anche - e di sicuro - per ora non otteremmo certo molti medici che propongono la nutrizione vegan come la migliore al mondo, qualcuno inizierebbe ad esserci, quanto meno avremmo medici incapaci di sostenerla come impossibile e deleteria, ma sopratutto medici impossibilitati a diffondere l’informazione più dannosa in assoluto, e cioè che gli umani devono mangiare carne.
Ciò innescherebbe un meccanismo di sviluppo e diffusione delle informazioni anche su vegetarianesimo e veganesimo - pratiche nutrizionali sempre più diffuse e con cui i medici iniziano a sentire di dovere fare i conti - che necessariamente si trascinerebbe dietro la trattazione delle più complesse ed ostiche argomentazioni etiche, con una spinta centrifuga che noi da soli, pochi attivisti, non possiamo dare.

Sostengo quindi che sarebbe opportuno lavorare con metodo per ottenere una riforma della formazione basilare medica in tale direzione, anche se appunto, si tratterebbe di un investimento che in parte ottiene come risultato, lo sfruttamento di un argomento indiretto ed i cui effetti si vedrebbero non certo nell’immediato o con il preciso fiorire di una propaganda del tutto favorevole al veg*anesimo di frotte di medici militanti.
Al lato pratico, data la presenza di medici e competenze affini dentro al nostro movimento, non dovrebbe essere difficile sviluppare un progetto che miri a tale riforma. Una volta sviluppato, esso andrebbe proposto alle figure politiche aperte alle riforme - aperte anche a riforme che violano gli interessi di lobby, ovviamente quindi non sto pensando a nessuno che bazzichi l’area dell’attuale governo - lasciando serenamente che l’attenzione cada anche sulla questione salutistica, sul diritto alla salute negato, senza temerne svantaggi.

Io ipotizzo che queste istanze verrebbero accolte e sostenute in maniera sempre più credibile e determinata.

Spero che su questa mia proposta si apra una via, o quanto meno un dibattito.

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