Giovedì, 04 Ottobre 2012 11:54

Essere vegan non è per tutti - di F.B.Alessandri

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Essere vegan non è per tutti - di F.B.Alessandri veghip
Pubblichiamo un articolo comparso sulla rivista Vice
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Essere vegan non è per tutti

di Francesco Birsa Alessandri

La titubanza con cui inizio questo articolo è estrema, dato il senso di mezzo-terrore-mezzo-cheduepalle che mi sale automaticamente alla prospettiva di scrivere per VICE un articolo che riguarda l’essere vegani. Questo perché ho praticamente a che fare ogni giorno con discussioni lunghissime e contorte sul quali siano le motivazioni concrete di una scelta tanto importante, su vantaggi, svantaggi, e contraddizioni intrinseche. Ma oltre le provocazioni e l’ottusità catto-specista dei più, che mi fanno rodere il culo in una maniera difficile da immaginare se non l’hai mai provato, non posso far altro che accettare il tedio di queste eterne discussioni come una mia responsabilità.

Si può scegliere di diventare vegani per parecchi motivi. Per quanto mi riguarda, le scelte che ho fatto nascono dal rifiuto dei processi di sfruttamento degli altri esseri viventi da parte dell’uomo, in uno stravolgimento della scala gerarchica in cui ci poniamo di solito nei confronti della natura, come se fosse solamente una risorsa a cui attingere e non un sistema, un complesso organismo di cui non rappresentiamo che una parte. Garantire la dignità e il diritto alla vita di ogni componente di questo organismo significa garantire, anche e in primo luogo, la nostra stessa dignità. Da qui l’idea fondamentale che un animale non sia riducibile a un prodotto, men che meno uno venduto in forme che ricordino il meno possibile l’atto sanguinario della macellazione.

Queste, dicevo, sono le mie motivazioni. E non mi sono mai sognato di fare predicozzi da disadattato, né di dare dell’assassino a cazzo di cane. Non serve a nulla, ed è appannaggio esclusivo di chi ha bisogno di una “causa” solamente come scusa per salire in cattedra. C’è un’altra tendenza, però, che si sta rivelando altrettanto stupida e, in genere, piuttosto dannosa per la diffusione di certe idee. Si tratta della spinta a glamorizzare, generando una strana creatura che sta all’antispecismo come il Power Yoga sta ai Veda.

Più di tutti l’ha fatto la PETA, proponendo campagne di sensibilizzazione anti-pellicce in cui la starlette di turno si mostra come mamma l’ha fatta (no, non c'è bisogno di ricordarmi che in Italia le ha imitate Marina Ripa Di Meana). A questo proposito è importante menzionare anche tutte le polemiche sul solito uso di corpi femminili da gnocche e sullo stragrande quantitativo di soldi che gira intorno alla PETA, oltre alla loro discutibilissima politica sull’eutanasia. Fatto sta che, oltre a questi esempi così controversi, ci sono tantissimi tizi famosi, di cui alcuni francamente sorprendenti, che hanno abbracciato questo stile di vita per motivi vari. Il caso più clamoroso che ricordo è Bill Clinton, il più triste Paola Maugeri.

Una recente iniziativa apertasi l'altro ieri in giro per l’Italia mi ha portato nuovamente a riflettere in questo senso. Si chiama Veghip Week (questa è la seconda edizione, la prima era limitata a Milano), è stata ideata da un’azienda di nome Equology, dal nome e dai propositi sicuramente lodevoli: “un network di professionisti del marketing etico e della comunicazione e sviluppiamo strategie e campagne 360° in un’ottica di rispetto delle risorse ambientali e umane, in cui il benessere individuale è rilevante ed assume valore solo se compatibile anche con il benessere collettivo”.
Tecnicamente l’intento non è altro che quello di promuovere la scelta Vegan. Qualche decina di ristoranti, molti a Milano e Roma, alcuni in altre città perlopiù del nord, proporrà per tutta la settimana piatti vegani completi e anche menù particolari, offrendo poi qualche attrattiva collaterale ai propri clienti come workshop e simili.

Le informazioni offerte dal loro sito mi sembrano piuttosto complete, e le motivazioni di base che propongono mi trovano d’accordo su gran parte della linea. Ciò non mi impedisce, però, di vedere questa manifestazione come qualcosa di piuttosto irritante: tanto quanto nella “pubblicità” offerta dai VIPs, c’è un sostanziale classismo di cui farei volentieri a meno.

Anzitutto l’associazione di “veg” all’aggettivo “hip” (lo slogan della faccenda è proprio "be hip, be vegan"). “Hip” si dice di quanto è figo, “avanti”, la cosa più smarza del momento, è quindi uno status passeggero per definizione. Quello che oggi è hip domani potrebbe venire superato dal suo contrario, e non mi pare affatto un modo serio di mettere le persone al corrente di idee così rilevanti, che richiedono un ripensamento consapevole e molto forte delle proprie abitudini. D’altro canto basta dare un’occhiata ai locali in cui la settimana si svolge, col loro arredamento minimal-rustico un po’ da diner newyorkese (o bistrot berlinese). Rientra tutto nell'estetica da green economy, o meglio da decrescita chic, fatto di menu scritti sulla lavagna e banconi in legno bianco. In mano, di fatto, non abbiamo molto più che un prodotto dall’estetica “alternativa”. Anche a prescindere dal costo effettivo, alto o basso (tendenzialmente siamo sul medio-alto), dei prodotti e dei piatti.

Io stesso rimango davvero sbigottito ogni volta che un conoscente o collega mi fa domande sul costo della vita da vegano, che nella percezione comune è dispendiosa e appannaggio di pochi. Un vero e proprio lusso. Altrettanto sbigottito sono ogni volta che mi capita di notare il prezzo della carne nei supermercati, facendo caso a quanto di più peserebbe sul mio bilancio una dieta “onnivora”. Passa il mito che vegani sono i ricchi, le stelle del cinema, gli “artisti”. Peggio ancora, ci si ritrova sballottati tra i due poli stereotipali del fricchettone pulcioso che ti fa la morale, e quello del riccone che spende al NaturaSì. A dire la verità questi, più che stereotipi sono esempi di come non comportarsi: il primo tanto quanto il secondo, perché a volte la coerenza totale sbandierata da certi oltranzisti dell’ambientalismo non fa altro che alienarli da una società sulla quale non potranno, per questo, mai avere un peso. Non che mi faccia piacere dover scendere ogni giorno a compromessi, ma odierei sfondare uno di questi due argini.

Dispiace anche finire per essere così distruttivi verso qualcosa come Veghip, che in realtà si pone tutti gli obiettivi giusti e, se non altro, dimostra in primo luogo che si possano mangiare cose buonissime pure nsenza ingoiare cadaveri nè secrezioni ghiandolari. Così però non funziona, non funzionano la “vita a impatto zero” dei vip televisivi, non funziona nessun modello di alternativa che non cerchi di dialogare con la quotidianità vera di chi lavora, consuma e vota. Chiaro che un volto noto  porta visibilità, tuttavia ho provato spesso in prima persona quanto questa sia effimera. Sarebbe semmai da diffondere l’esempio di una vita antispecista non solo come accessibile a tutti, ma vera e propria alternativa alla resa in tempo di crisi. L’antispecismo non dovrebbe essere che una parte di un intero insieme di abitudini e consapevolezze il cui interesse primario è costruire una realtà tangibilmente più equa per il pianeta intero. Cioè per tutti, non solo chi è “hip”.

Segui Birsa su Twitter: @FBirsaNON
Letto 4522 volte Ultima modifica il Venerdì, 05 Ottobre 2012 07:19

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