Venerdì, 13 Luglio 2012 00:00

Veicoli dello specismo nell'infanzia - di Eva Melodia

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Veicoli dello specismo nell’infanzia

di Eva Melodia
 

Se esiste una cosa certa,  in questa nostra complicata lotta, è che gli antispecisti non colonizzeranno il mondo riproducendosi.

Statisticamente infatti, i vegani-solo-vegani figliano poco, e meno che meno gli antispecisti i quali, pur non avendo necessariamente ambizioni estinzioniste, vivono una inibizione dettata forse dallo scoramento totale rispetto al sistema sociopolitico umano in cui si sentono calati, imbrigliati e nel quale sarebbero costretti a crescere i propri figli, percependo quindi la nascita non certo come un dono quanto come una condanna.

Chi, come me ad esempio, ritiene che l’empatia sia una potenzialità umana che (salvo metodica inibizione attraverso stratagemmi specisti) si manifesta spontaneamente nei bambini come negli adulti, verrà accompagnato dalla quasi certezza che il proprio figlio, cui non negherebbe mai la possibilità di esprimere e vivere la propria compassione verso gli individui “altri”, sarà per questo più probabilmente a sua volta (proprio come il genitore), un adulto sofferente, incapace di vivere serenamente in quel circondario doloroso che è l’inferno in terra per gli animali.

Non solo. E’ probabile che anche motivazioni di natura morale e politica condizionino questo ambiente nell’intenzione di avere figli, motivazioni che per la loro complessità e specificità, non verranno qui neppure menzionate.

Resta il fatto che toccare argomenti quali la maternità, la genitorialità, l’infanzia, quando affrontiamo la tematica genericamente chiamata specismo (1) non è affatto frequente e che ciò comporta il massimo dell’improvvisazione da parte dei pochi che per una ragione o per l’altra, si trovano a dover affrontare la vita accanto a cuccioli umani.

Per tale ragione cercherò di condividere la mia esperienza e ciò che da questa ho acquisito rispetto al mio tempo e luogo in questa terra, utile forse anche a chi questa esperienza non la affronterà mai.

 

Condivido in pieno l’idea per cui non è da adulti che si “diventa” specisti, ma al contrario da bambini, in quei primi anni della vita in vengono poste le basi del metodo attraverso cui instaurare relazioni con il proprio ambiente ed in particolare con “gli altri”, codificando ciò che è l’alterità stessa ed i comportamenti moralmente accettabili rispetto ad essa.

Eppure tutte (o quasi) le attenzioni e le azioni antispeciste in ambito educativo-culturale sono rivolte al mondo adulto (ovviamente più accessibile) così che i pochi pionieri di una esperienza genitoriale davvero antispecista si scoprono soli ed allo sbaraglio rispetto ai momenti più delicati dell’intera loro impronta educativa, ma sopratutto, che quella malattia sociale chiamata specismo, continui indisturbata a mettere radici molto profonde.

Sappiamo che prima dell’arrivo del bambino ci si può ampiamente dedicare all’approfondire l’accudimento in senso stretto ed in molti suoi aspetti. Esistono manuali di tutti i tipi, fino al ridicolo eppure, non esiste nulla di simile ad un prontuario che ci insegni a trasmettere la nostra empatia o meglio, quell’etica complessa da spiegare a parole che ispira la nostra intera esistenza, o che almeno ci metta al corrente di quali trappole comuni esistano capaci di intercettare genitori/genitrici e figli/figlie facendoli cadere nelle vie dello specismo senza che neppure se ne accorgano.

Se per un antispecista, sopratutto attivista, l’essere sospettoso e difensivo rispetto ai tanti simboli, abitudini, dogmi e obblighi legali può essere la via della salvezza che permette di riconoscere ii subdoli veicoli dello specismo, per tutti coloro che invece sono in quella fase etica in continuo divenire, dove si è presa una decisione forte rispetto al sé antispecista nel mondo, ma dove ancora non si sono elaborate tutte le tessere di cui questo mondo specista si compone, può essere davvero difficile proteggere il proprio figlio dalle ricette sviluppate appositamente per indurre all’accettazione della discriminazione di specie, ormai talmente consolidate nel tempo da risultare davvero efficienti ed efficaci.

La trasmissione dello specismo avviene per lo più per via diretta, attraverso la comunicazione con i genitori e l’ambiente familiare, di idee e teoremi specisti tramandati da persona a persona, spesso in maniera trasparente agli occhi del genitore stesso. Questo importante mezzo però, al giorno d’oggi è accompagnato dal supporto sociale che colma ogni eventuale lacuna e rafforza la propaganda politica (usando il semplice metodo del ripetere all’infinito la stessa falsità) grazie all’inserimento nella vita quotidiana di veicoli apparentemente innocui ed anzi benefici tra i quali giochi, libri, e ciò che viene identificato come cibo.

Le mie osservazioni si limitano a questo: un insieme di teorie derivanti da anni di attenzione prestata alla realtà che mi circonda e di esperienza personale, sulle quali ho consolidato le mie tesi. Non un testo scientifico quindi, ma considerazioni facilmente verificabili attraverso l’esperienza, perché fondati sulla mera osservazione di fenomeni costantemente presenti e sotto gli occhi di tutti.

Limitandomi all’osservazione di tre veicoli in particolare, cioè libri, cibo e giochi, sono consapevole di trascurare mezzi finemente sviluppati quali circhi con animali, sagre, zoo, et simili, espressioni di educazione aberrante e diretta, ignobili legittimazioni dello sfruttamento degli animali. Questi “spettacoli” spesso, vengono identificati come “per” bambini, elevati così ad occasioni ludiche sicure e non pericolose tanto da incoraggiare i genitori ad una accettazione indifferente, acritica e passiva. Mezzi dunque potenti, ma che, a differenza di quelli su cui punterò l’attenzione, sono esplosivi, usano sapientemente poche e topiche occasioni - i bambini non vanno al circo tutti i giorni - senza entrare mai realmente nella quotidianità.

Libri, cibo e giochi invece, sono ciò che i genitori accolgono nella vita dei loro bambini quotidianamente, negandosi il ruolo di filtro contro impurità ed informazioni da respingere con forza. Oggetti che diventano costanti accompagnatori gioiosi verso un mondo adulto che di gioia non ne esprimerà affatto, intriso e fondato com’è sul dominio in ogni sua forma, ed è per questo, che a parer mio vanno ancora di più denunciati, resi visibili, possibilmente fosforescenti rispetto al buio di consapevolezza in cui stiamo vivendo.

Sono inoltre conscia di come questi oggetti siano emblema della cultura consumistica occidentale del nuovo millennio e che per questo potrebbero essere considerati settari inducendo a dubitare che possano essere funzionali per una analisi davvero globale. Pur nei miei limiti conoscitivi però, sono certa che un mondo umano totalmente specista come questo sia reso possibile solo e necessariamente anche grazie all’uso di espedienti nell’infanzia e che dunque, anche le culture ancora libere da capitalismo e consumismo, avranno sviluppato strumenti dal potere ed intenzioni similari.

Premesso tutto questo, sono consapevole che ogni mia tesi presta il fianco alla negazione della sua valenza, attraverso l’osservazione di eccezioni e particolarità, proprio perché al contrario si fonda sulla generalizzazione, utile sopratutto ad avere un quadro di insieme.

Ogni obiezione quindi che un lettore o una lettrice volesse farmi, sarà la benvenuta, sopratutto se vorrà con me andare ancora più a fondo in quello che di fatto è solo per ora una occhiata veloce ad una macchina per la propaganda davvero gigantesca.

 

Attrazione fatale: i bambini e gli animali

E’ evidente che l’attrazione passionale dei cuccioli umani verso altri animali è ben poco (e poco onestamente) studiata e che al contempo è ben furbescamente sfruttata.

Quando pensiamo ai bambini piccoli, pensiamo infatti in primis ad un mondo fatto di copertine e peluches e giocattoli che quasi sempre evocano esplicitamente gli animali non umani.

Libri per bambini, illuminazioni, decorazioni, borse, giochi, tutto insomma nel merchandising del neonato prende in prestito l’immagine di un animale – plasmandolo certo, ma lasciando che rappresenti “altro” rispetto all’umanità che circonda il bambino – per veicolare ciò che gli pare: tenerezza, cura, sicurezza, ma anche e di più come vedremo, dominio e sfruttamento.

Se anche il consumo e la presenza smodati di questi oggetti dipende sicuramente dal delirante potere del marketing, di fatto non è un caso che siano quasi solo gli animali ad essere funzionali in tal senso.

A quanto pare infatti, per i bambini l’incanto per la diversità, per la comunicazione in diversi linguaggi, è immediato ed irresistibile, talmente allettante da rendere gli animali i più potenti simboli mediatici per i bambini più piccoli, come dimostra anche il successo di alcuni marchi come ad esempio Winnie The Pooh o Hallo Kitty, i quali ormai onnipresenti, vivono una vita propria accanto a noi.

 

Un autostrada chiamata “Genitori”

I bambini sono sensibili e fiduciosi e come tutti gli esseri intelligenti ricercano piacevolezza, armonia con chi li circonda, circostanze serene. La madre ed il padre (o chi ne fa le veci), che sono la primarie interfacce con il mondo nei primi anni di vita sono “indiscutibili”, essendo affidata sopratutto a tali figure ogni aspettativa di vita e di apprendimento di norme utili alla sopravvivenza.

Qualsiasi insegnamento specista quindi, che consciamente o inconsciamente provenga da un inoltro materno o paterno – la madre ed il padre ricevono dalla cultura del loro mondo ed inoltrano al figlio credendo di fare il suo massimo “bene” – sarà accettato dal bambino in maniera ovviamente acritica e depositato ad un livello di accettazione molto profondo, tale per cui il bambino fattosi adulto sarà molto più resistente alla tentazione di mettere in dubbio ciò che in un momento così delicato e di solito prezioso, ha ricevuto in “dono” da quelle che rimangono le figure più importanti della sua vita.

Sfruttando quindi l’autostrada che sono i genitori o le genitrici - o chi per loro abbia un ruolo di forte legame di cura parentale con il bambino -, i quali per primi risultano coinvolti in una eco passiva dei dogmi specisti, anche e spesso in caso di antispecismo dichiarato, ecco che i veicoli dello specismo trovano la via per raggiungere il bambino, mostrarsi ad esso come innocuità e normalità, sereno ordine delle cose, imprescindibile ed indiscutibile giustezza filtrata come meglio non si può, dalle creature preposte a proteggerci da ogni male: mamma e papà.

Ecco che i veicoli, percorrono sfrecciando l’autostrada, affrettandosi d’arrivare alla meta prima dello sviluppo di un senso critico ed indipendente da parte del nuovo nato, adempiendo anche grazie ad immagini e simboli, a compiti specifici.

 

Dalla cultura, il dogma

Il dogma specista non è certo una favoletta semplice nonostante la sua miserabile visione semplificata del mondo. Esso si fonda su altri dogmi per così dire minori, la cui assimilazione profonda richiede anni prima che possa indurre il pensiero critico a risposte appunto dogmatiche e quasi inconsce.

Tali dogmi minori vengono assimilati come conoscenza dell’esistente, del suo ordine e delle sue norme, identificate nel concetto di “natura” (2) grazie al quale il bambino impara le regole del gioco che si chiama vita - necessarie affinché prima o poi possa diventare un adulto indipendente - e sulle cui asserzioni impara a trarre conclusioni più o meno logiche:

 

- l’esistenza in natura dell’umano quale predatore.

- la necessità in natura per l’umano di dominare l’ambiente e le altre creature esistenti per preservare il proprio bene.

- l’esistenza in natura del dominio

- l’esistenza in natura della gerarchia morale e biologica “umano-sopra-altri animali”.

 

fornendo peraltro così, una immagine della natura quale entità statica, inviolabile, ma sopratutto determinata, che solo una umanità molto scaltra e potente può soggiogare.

Lo scopo della formazione culturale nei primi anni di vita quindi, è trasmettere queste informazioni in maniera comprensibile ed accettabile - saranno le fondamenta capaci di resistere allo spirito critico che eventualmente il bambino svilupperà negli anni seguenti - violando ogni potenziale resistenza.

 

Predatori culturali

Chi fa di questi temi un business lo sa benissimo: i bambini non sono così propensi ad accogliere queste lezioni di vita, avendo probabilmente un qualche “intuito” rispetto al proprio essere nel mondo e sopratutto provando quasi sempre quale primo istinto verso l’altro-da-sè (e altro-da-umano) interesse, spesso semplice bisogno di socialità.

Le resistenze quindi sono ovvie e le si osservano quando si volesse cercare di veicolare i messaggi specisti senza manipolarli finemente, con calma, rassicurando, mediando.

Non a caso, lo specismo nel suo brutale e poco patinato esercizio diretto che io riassumo nel concetto di “predazione culturale” - quindi lo sfruttamento, l’uccisione e il consumo di un individuo - è genericamente occultata al bambino piccolo, tanto quanto la meno criticabile “predazione naturale” - quella messa in atto da veri animali predatori - per non disarmonizzare il suo gentile ed ingenuo mondo con una immagine tanto terrificante e violenta dalla quale, senza una mediazione metodica da parte degli adulti, deriverebbe quasi sicuramente un profondo disagio.

Se prestiamo attenzione ai libri per bambini piccoli ad esempio, recanti un vasto panorama di specie animali, prevarrà la presenza di animali erbivori e miti ed in ogni caso, sarà molto raro vedere un animale predatore nutrirsi e tanto meno si vedrà mammina cara che spella il coniglietto.

Troveremo ad esempio l’ape intenta a pungolare i fiori, lo scoiattolo che mangia le noci, l’orso che mangia miele e di sicuro, non il serpente che mangia il topo. Se il serpente c’è, sarà fiabescamente intento a fare altro dal nutrirsi, pur di nascondere la predazione al bambino.

Possibile che nessuno si ponga la questione?

Certo, possibile, perché noi tutti sappiamo (e capiamo) che non c’è nulla di più assurdo del pensare ad un animale veramente predatore, come empatico verso le proprie prede, soggetto a rischio di shock di fronte al sangue o ai pianti della propria vittima. Eppure, è esattamente questo che cerchiamo (e purtroppo riusciamo) a dare a bere i bambini: li cresceremo convinti di essere dei predatori, li indurremo ad accettare questa falsa natura, li obbligheremo a reprimere quell’empatia che nega tutto questo (altrimenti perché nascondere la predazione?), costringendoli ad espedienti per violarla.

L’universo dell’infanzia è dunque un teatrino di falsità, non tanto per generare un dono incantato da offrire al bambino, quanto per condurre il bambino a quell’adultismo machista che in pochi, e per ora inutilmente, denunciamo. In esso non è né prevista né accettabile una empatia verso gli animali che vada oltre un po’ di affetto per l’individuo nonumano strumentalizzato alla voce animale “da qualche tipo di sfruttamento” (da compagnia, da soma, da traino, da caccia, etc..), pena il mandare in crisi l’intera baracca del dominio.

Eccoci dunque ad osservare come agiscano alcuni (una minima parte del problema) comuni veicoli usati durante l’infanzia.

 

Il Cibo

Arriva la pappa. Un momento di felicità assoluta se il bambino risponde con apprezzamento alle sollecitazioni genitoriali di aprire bocca e mandare giù. Un momento fondamentale perché dal momento in cui la nutrizione umana passa dal latte materno al cibo solido, avviene davvero l’affidamento totale e fiducioso da parte del bambino verso chi lo nutrirà. Se per il latte materno infatti il bambino ha l’istinto a guidarlo, per il cibo "altro" avrà (un variabile forse) l'“istinto” di scegliere da chi accogliere le offerte. Cercherà di imitare i genitori, di prendere il loro stesso cibo dagli stessi piatti e spesso rifiuterà cibo dagli sconosciuti, anche nel caso di riconoscimento del cibo stesso.

Nella cultura specista e delirante del nostro tempo, l’apoteosi dell’alimentazione amorevole è la carne. Caso vuole che i bambini fino a che sdentati, proprio non siano adatti a mangiarla, così che si vede ripetersi il rituale del parentado al completo elogiare una pappina inconsistente e sbrodolante, appellandosi ad essa come al “coniglietto”, alla “ciccia”, all’”agnellino”, che altro non é che non omogeneizzato di animali morti.

In casi più rari, l’autosvezzamento ad esempio porta le madri a premasticare pezzi di animali, sempre citando gli animali vivi rispetto ad irriconoscibili pezzi di corpi serviti al bambino.

Se proviamo a metterci nei panni del bambino, che fatica a quell’età a recepire anche la più semplice comparazione, sappiamo solo che accetterà l’informazione (cos’altro potrebbe fare?), si farà contagiare dalla “gioia”, imparerà almeno per il momento che coniglio è una scatoletta di vetro da cui fuoriesce qualcosa che si mangia e anche quel simpatico quadrupede stilizzato su una copertina che mammina ha usato proprio per stimolare la sfera affettiva.

Non è incompatibile per un cucciolo umano la coesistenza di un soggetto in due diverse forme (uno vivo e l’altro morto, uno soggetto e l’altro oggetto), tanto più che fuggirà il concetto stesso di “morte” ancora per molto tempo. La logica la deve ancora “apprendere” e prima di arrivare a criticare possibili non-sense, dovrà raggiungere una maturità tale da avere già assimilato la maggior parte dei comportamenti come abitudini e dei dogmi, come tali.

Nessuno, in una famiglia normalmente specista, stimola i bambini a riflettere su vita e morte in maniera analitica e razionale. I bambini vengono allontanati dalla morte o abituati ad essa come dato di fatto da considerare il meno possibile e quasi sempre connotata di fatalità.

Un tempo, se ci pensiamo, questo avveniva anche per la trasmissione culturale della nozione di “guerra”. La guerra “veniva”, ciclicamente, periodicamente, come qualsiasi cataclisma. Lo sviluppo di una mente sociale critica rispetto a questo dogma è recentissimo e sicuramente non ancora globale.

Allo stesso modo lo è l’animale morto da mangiare. E’ così, e basta. Ciò avviene e basta. Se il bambino muovesse delle domande, le risposte sarebbero improbabili e spesso illogiche, legate a nozioni false sulla “predazione naturale” che solo un adulto ben armato di argomenti sulla “predazione culturale” saprebbe contestare.

Per anni quindi, il bambino si trascinerà nel tran tran di tutti quei rituali dove, per di più, il mangiare animali sarà esasperato proprio durante occasioni di festa e gioia, così che l’atto del nutrirsi di animali sia legato anche ai migliori ricordi o sensazioni di festeggiamento familiare.

Dunque, per pura necessità di conservazione la relazione tra i genitori, il cibo, e il bambino, è fortissima e poco razionale. Le istruzioni date dai genitori su cosa mangiare, sono la bibbia della sopravvivenza, non semplici informazioni su cui fare grandi ragionamenti o su cui elaborare serenamente dubbi. Se a questo aggiungiamo la capacità di fare del corpo di animali morti cibo “buono” e che diventa costume sociale, finanche stile di vita, ecco che riconosciamo una botte di ferro in cui lo specismo cresce crasso.

 

I Libri

I libri per bambini sono un perfetto strumento per la moderna trasmissione specista. Con l’allegoria e l’uso puntuale di poche parole, aiutano a creare i primi approcci del bambino al pensiero adulto, a quel pensiero che fa del bambino sognatore ed empatico un adulto intriso di cinismo, competizione, determinazione al dominio.

Prendiamo allora dei libri per lattanti - fino a 3-4 anni - e osserviamo il susseguirsi di titoli specisti. La prima cosa che questi devono insegnare ai bambini è che esiste una classificazione dei viventi che ne definisce la posizione e il dovere esistenziale, sia essa fisica - cioè dove devono stare - sia essa comportamentale - cioè cosa devono fare, perché tutto sia a norma e regola sfruttando il bisogno dei bambini di classificare ed ordinare, avere punti di riferimento fissi ed inviolabili (norme e regole) che trasmettano loro sicurezza.

Gli animali secondo questa letteratura sono “determinati” al ruolo che viene loro attribuito e il bambino lo prende ovviamente per vero, affidandosi come sempre ai genitori per scoprire ciò che è meglio e utile sapere.

Esistono quindi gli animali del circo, gli animali della fattoria, gli animali della Savana. (3)

Si sprecano i titoli che inizino gli infanti a questa logica del dominio, dove il dominio è andato talmente oltre la possibilità dell’animale di ribellarsi, che non richiede più alcuno sforzo per essere esercitato: è così e basta. Chi riesce a negare che il maiale è un animale da allevamento o della fattoria? Chi ha mai più visto un maiale fuori da un simile contesto? Chi dovrebbe mai fare il minimo sforzo per mettere forzosamente il maiale dentro uno di questi contesti? Nessuno, perché il maiale nasce direttamente dentro alla fattoria o all’allevamento, gli appartiene indiscutibilmente, irrevocabilmente. E’ così e basta.

Alcuni esempi quali Il Trenino della Fattoria, Celestino va al Circo, Un cucciolo tutto per me ci spiegano come il maiale appartiene alla fattoria, l’elefante appartiene alla savana o al circo, il cucciolo ad un proprietario.

In questi pochi testi (scelti a caso tra una miriade) si potrebbero denunciare molti stratagemmi utili a veicolare il messaggio specista, ma possiamo concentrarci ad esempio, ed anche solo a partire dal titolo, sul come il messaggio dell’appartenenza sia fondamentale tanto come iniziatico al possesso di individui, tanto come ad una forma di teoria degli insiemi sociali. Infine, e sempre solo dal titolo, come sia implicita la pre-destinazione d’uso dell’animale, e come tutto ciò rappresenti appieno la presunta felicità del mondo intero, animali compresi.

Ai genitori ed alle genitrici volenterosi, l’onere di intercettare i milioni di giochi di parole, falsità, mistificazioni che vengono così propinate ai futuri adulti, diventando forse sospettosi, ma anche decisamente difensivi rispetto al benessere empatico dei propri bambini.

Torniamo un attimo alla trattazione della predazione nei libri. A differenza dei giocattoli infatti, i libri si tradiscono raccontando interamente le eventuali balle che vogliono trasmettere.

Quando un libro si cimenta con l’animalità selvatica o selvaggia ad esempio, possiamo osservare come in realtà nasconda completamente l’unico aspetto che davvero fa la differenza tra la vita domestica ed una naturale quando l’animale in questione è un predatore e cioè la predazione.

Il perché è semplice: il bambino potrebbe provare empatia per il predato e rimanere ferito o scioccato. Come a dire che l’empatia non deve essere messa alla prova. Non è ancora il momento, è meglio che essa non venga stimolata o lasciata libera di esprimersi senza essere finemente indirizzata su un percorso di anestetizzazione.

Volendo proprio essere specisti ma coerenti, si dovrebbe educare da subito i bambini alla predazione - come si è in effetti fatto per millenni e come in effetti fanno i veri predatori con i loro cuccioli.

Che dite? Ci accorgeremmo forse così, di come l’empatia spezzata presto e violentemente ( invece che tardivamente e con la cura di indirizzarne le capacità selettive, come usa da qualche decennio), darebbe i suoi coerenti frutti, e cioè una società fatta di adulti sempre meno ricettivi della sofferenza altrui, ancora più competitivi e conflittuali, tanto abituati ad ingoiare crudezza fin dagli albori della loro infanzia, da essere più costruttori di Far West che “costruttori di pace”?

La verità, è che nel caso di intenzioni serie ad essere sinceri con i propri figli insistendo sul valore e veridicità dei dogmi specisti, spiegare le dinamiche vere della predazione in un tempo precoce dello sviluppo del bambini, comporterebbe l’assumersi il rischio che costoro arrivino precocemente e con tutta l’empatia potenziale “carica” all’atroce dubbio per cui il coniglio fornitogli nel piatto non sia affatto un caso di omonimia tra l’amico quadrupede e il vasetto della Plasmon, bensì più drammaticamente l’amico quadrupede ucciso, e dovendosene per forza fare una ragione, sviluppare le risposte necessarie in termini di cinismo ed insensibilità.

Invece, proprio l’evoluzione della “civilizzazione” ha cominciato ad allargare le maglie nell’accettazione sociale dell’empatia, e forse, proprio a partire da una maggiore cura ed attenzione nei confronti delle esigenze infantili.

Riconoscendo il diritto ad un pochino più di pace nei primi anni della vita, ciò ha dato il via alla possibilità per il bambino di non essere totalmente violato brutalmente nella propria empatia appena messosi seduto.

Volendo e dovendo però educare lo stesso alla predazione che posso tranquillamente ridicolizzare come “di stampo specista”, affinché nulla cambi in quello che è il modello universalmente accettato tra dominanti e dominati, è necessario per la trasmissione culturale fornirsi di strumenti (tanto di stratagemmi comunicativi quanto di vere e proprie falsità) che ne facilitino l’accettazione percorrendo un iter sostanzialmente diviso in tre fasi.

 

- Una prima fase dove il bambino è molto piccolo e durante la quale, lentamente, ma inesorabilmente, gli animali vengono introdotti quali soggetti-oggetti pre-destinati ad esistere per un interesse umano, ovviamente in un quadro più che gioioso e felice per tutti.

- Una seconda fase poi, dedicata ai bambini non più lattanti, utile ad indurli al credere in una “natura”  brutale. Se la natura stessa è brutale, significa che la brutalità appartiene alla vita, accettarla ed esercitarla diventa quindi non solo un dovere di natura, ma anche un rituale per esorcizzarne il terrore.

Ricordiamo tutti i documentari sui leoni, quelli che ci sciorinavano all’età delle elementari circa e che raggiungevano il loro apice nella predazione della povera gazzella. Mai un documentario sul coniglio e sulla sua infinita dedizione a mangiar carote. Gli stessi espedienti tutt’ora spopolano nei materiali educativi più o meno progressisti e / o ecologisti per i bambini di oggi.

Da questa fase deve uscire un bambino convinto al di là di ogni ragionevole dubbio, che in fondo in fondo esiste un solo possibile destino per tutti gli animali viventi: l’orrido destino di finire preda di altri animali, salvo essere umani, cioè così furbi (superiori) da tirarsene fuori attraverso quello che viene spacciato per progresso (o civiltà) e che invece è misero dominio specista.

- Infine, ancora più avanti nel tempo dell’infanzia, subentrerà anche l’insegnamento scolatico con i suoi vari livelli e le sue pseudoscientifiche informazioni sul dominio umano della natura, inteso come l’evoluzione dell’umano, traslato da predatore maximo a dominatore supremo (proprio e guarda il caso), in un tempo davvero delicato per lo sviluppo dell’identità sessuale (3).

 

Disgregare tutta questa infinità di assunti e falsità non è facile. Servono argomenti, specializzati ed affinati per i contesti in cui vengono affrontati, serve essere preparati, perché al nostro cospetto abbiamo una formazione dottrinale quasi perfetta.
 

I Giocattoli e le favole

Altri efficaci veicoli aiutano il bambino ad abituarsi ai comportamenti sociali spacciati per predazione naturale, perfetti esercizi di dominio specista.

I giocattoli per i più piccoli, esattamente come i libri, raccontano gli animali nella loro accezione docile, rassicurante. Rari ad esempio sono i peluches di predatori, ma anche fossero, certo non vengono raccontati dalle fattezze, come tali.

Il gioco, potentissimo, veicola molti messaggi: il dominio dell’uomo sulla donna, il dominio del regnante sui sudditi (principesse, principi, etc), il tutto inoculato con il prezioso supporto di simpatiche favole.

Il gioco è davvero strategico quale veicolo e spalancandone le porte o guardandolo attentamente, è addirittura scontato trovare le più palesi intersezioni (peggio, interdipendenze) tra il dominio della donna e il dominio degli animali, grazie alle quali non ci resterebbe altro da fare che capire se è nato prima l’uovo o la gallina. Proprio perché così prezioso in tal senso, mi riprometto di entrare maggiormente nel fine dettaglio con una analisi interamente dedicata ad esso, limitandomi per ora al sottolineare alcune evidenze.

Brevemente dunque, ripensiamo le favole che impregnate di dominio in ogni parola, aprono al bambino il mondo della gerarchia, della piramide sociale, della fortuna da inseguire - intesa come esplosione di ricchezza dentro ad un mondo naturale fatto di povertà e miseria - il tutto con la costante presenza, quale condizione necessaria, delle nozioni speciste sulla natura (e sull’ordine naturale delle cose e sull’”umano predatore naturale”), così capaci di raccontare come naturale (quindi da accettare) anche la predazione sociale: un universo intero fatto di predazione in cui se non predi sei preda, se non predi sei stupido e devi avere paura.

Giocare per apprendere è ciò che fanno tutti i bambini; presto avranno una fattoria (perché stare senza?) in cui il rituale di dominio su dove mettere e quando gli animali verrà ripetuto all’infinito. Sarà dunque normale per il bambino comportarsi come un fattore e decidere del destino degli animali, accettando così l’esistenza delle fattorie e degli allevamenti come un buon dato di fatto, la cui parte oscena e traumatica rimarrà ben ben celata: non si vedranno, né si parlerà di, mattatoi ancora per un bel po’.

Le oscenità infinite di questo sistema, resteranno nascoste fino a che il lavorio cesellante dello specismo stesso così trasmesso, non avrà compiuto la sua opera avendo accompagnato il bambino fino all’età dell’autodeterminazione ed indipendenza, nella quale i convincimenti specisti saranno allora già così forti ed assodati, da creare le giustificazioni necessarie a sedare qualsiasi istanza critica ed autocritica.

Forte delle resistenze emozionali che impediranno di mettere in discussione facilmente quanto insegnato dagli amati genitori, tutta la struttura conoscitiva unita alla vita vissuta dentro il sistema stesso - e grazie all’aiuto di pochi altri stratagemmi mediatici utili alla sedazione delle tensioni sociali ed emotive -, sarà così ben organizzato da resistere ad ogni eventuale tentativo di decostruzione da parte qualsiasi buona analisi morale o etica.

P.S.: Mentre cercavo una immagine da associare a questo mio articolo per la pubblicazione, sono incappata quasi immediatamente in questo perfetto esempio di gioco-veicolo specista dal titolo “Animali per bambini” che vi invito ad osservare in un articolo di presentazione: “Animali per Bambini”, un’app pensata per i più piccoli.
 

Conclusione

E’ quindi possibile che la rivoluzione cominci dall’inizio della vita umana, non intesa come inizio storico, bensì come infanzia, durante la quale si possono inniettare gli anticorpi dello specismo lasciando semplicemente che l’empatia sia e indebolendo tutti quei costruitti che come martelli pneumatici devastano le resistenze dei bambini.

Resta il fatto che per ora l’infanzia dell’umanità è letteralmente pilotata dallo specismo ed il sistema è infinitamente più forte di noi pochi oppositori, cosa con cui dobbiamo fare i conti.

Possiamo quindi pensare a come - cosa, quando, chi, perché - potenziare la nostra influenza in quella fase della vita degli umani (l’infanzia), consapevoli di quanta forza specista provenga proprio da lì, da quel momento, e nell’attesa che la resistenza e gli anticorpi crescano come sta già accadendo, smettere di lamentarci dell’incomprensibile (non più così incomprensibile!) e smisurata ostinazione specista, concentrando tutte le forze rimanenti contro i pochi altri paletti sociali, politici, economici e culturali che aiutano un adulto (o una moltitudine) specista a reprimere e rinnegare la propria vocazione empatica, a nascondere di sé il bambino.

 

(1) Il termine specismo e le sue vaste implicazioni possono essere approfondite a cominciare da autori come Peter Singer con il suo Liberazione Animale e Tom Regan. In linea di massima è bene specificare l’uso che ne faccio in questo testo, riferendomi a specismo sia quale discriminazione sulla base di connotazioni biologiche genericamente riferite alla “specie biologica”, ma anche quale discriminazione di un generico individuo “altro” (del visibilmente diverso) o più precisamente, della discriminazione fondata sull’animalizzazione politica di individui senzienti.

 

(2) Un interessante testo in proposito cui rimando è Per farla finita con l'idea di Natura - di Yves Bonnardel

 

(3) L’interazione tra educazione specista e sviluppo dell’identità sessuale è tematica spinosa e sensibile, motivo per cui, in questo testo è solo accennata.

 

 

Letto 2456 volte Ultima modifica il Giovedì, 12 Luglio 2012 10:38

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