Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Esprimiamo collegialmente sdegno per la stesura del DDL sull'omofobia, contenente emendamenti inaccettabili e palesemente discriminatori finalizzati oltretutto a rinvigorire e legittimare gruppi politici disegnati sugli ideali maschilisti, fascisti, razzisti ed ovviamente, omo/trasfobici. In particolare:

1. "Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero assunte all'interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni"

2. il termine transgender è stato respinto in ragione di "creare un mostro giuridico". 
 
A fianco di ogni lotta di tutti gli oppressi, esprimiamo solidarietà a chi oggi vede tradita la promessa di eguaglianza fatta a vanvera dai soliti noti.
 
Pretendiamo oggi come ieri, accanto ai fratelli e sorelle LGBTQ, società emancipate dalla visione ed interesse opprimente del maschio-macho-dominante, dove tutti gli individui siano liberi ed eguali e quindi una legge che davvero dichiari intollerabile ogni forma di discriminazione e violenza mossa in ragione di una qualsiasi voglia alterità rispetto ad identità, genere, o tendenza sessuale dell'individuo.
 
Chiediamo a tutti di aderire e protestare in ogni modo e forma per non lasciare che venga scavato un simile solco tra il sogno di una società migliore e l'attuale realtà patriarcale, conservatrice ed opprimente.

Antispecismo.Net

 
Pubblicato in Attualità - Notizie
Giovedì, 28 Febbraio 2013 16:11

The gay animal - video

The Gay Animal


Video (sottotitolato in italiano a cura di Femminismo a Sud)

http://vimeo.com/59645069
Pubblicato in Materiali

Mi fai schifo, ti rifiuto, sei un essere inferiore

di Barbara X

(Fonte: dongiorgio.it)

Le parole nel virgolettato che fa da titolo a questo pezzo esprimono senza mezzi termini il pensiero di gran parte della società riguardo al modo di vivere e di amare di molte persone, ingiustamente e assurdamente considerato sbagliato, diverso, peccaminoso, deviato, riprovevole e in mille altre maniere ancora, tutte invariabilmente distanti da una visione positiva e di coscienza della questione, da una visione che dovrebbe essere determinata dalla razionalità e dal buon senso.

Si seguita dunque a non capire e a odiare, a perseguitare e allontanare delle persone che hanno compiuto scelte in apparenza diverse da quelle della massa solo perché creerebbero disagio.

Quest'odioso imbarazzo che si tramuta all'istante in disprezzo è il sentimento che ha indotto lo scorso 19 dicembre il solerte carabiniere in servizio alla stazione di Roma-Acilia ad intervenire per redarguire aspramente due ragazze che si stavano salutando, dopo essersi scambiate un bacio sulle labbra.

Apriti cielo!

Qui un articolo sulla vicenda.

Questo genere di disprezzo, come già ho avuto occasione di ribadire all'interno di questo stesso sito e altrove, mi tocca da sempre molto da vicino, data la mia condizione di donna ex trans, una condizione che irrazionalmente costringe da sempre le persone che incontro a vedermi in una certa maniera, a stare in imbarazzo, a non capire.

E' da questa ignoranza che hanno origine il disagio e l'esclusione, un'ignoranza che rende sdrucciolevole e malsicuro il cammino verso la comprensione, che si trova ancora dietro le sbarre costituite dalle false convinzioni dei più e dal loro terrore verso la presunta infrazione alle sacre regole del pudore.

A quanto pare, il mio modo di essere donna e il sentimento delle due ragazze che si sono scambiate il bacio alla stazione di Roma-Acilia sarebbero in netto contrasto con le norme dominanti.

Questi due elementi (il modo di essere e il modo di amare) non sono in contrasto con la società per ragioni intrinseche ai comportamenti (peraltro normalissimi) che possono determinare, bensì per i giudizi che su di essi vengono espressi dal tessuto sociale.

In poche parole, il carabiniere che ha manifestato la sua omo/transfobia in maniera così virulenta, come tutti gli altri individui che purtroppo cadono nello stesso errore, è "vittima" del pregiudizio derivante dall'ignoranza della massa, non di un comportamento sbagliato da parte delle due ragazze: se la società non gli avesse inculcato l'idea che certi comportamenti sono sbagliati, la persona qualunque non li vedrebbe mai come tali.

In sociologia il "diverso" è colui (o colei) che infrangerebbe la norma sociale, assumendo caratteri di disfunzionalità e pericolosità nei confronti del sistema, sistema che al tempo stesso se ne serve per affermare la propria normatività, dal momento che il "diverso" gli garantisce lo sfogo delle tensioni, l'individuazione di "capri espiatori", la possibilità di continuare ad emarginare.

Vittime storiche dei cosiddetti agenti del controllo sociale sono le donne. In Italia ne abbiamo avuto l'ennesima riprova pochi giorni fa, quando, a commento di notizie ormai all'ordine del giorno e che riguardano violenze (spesso estreme) nei confronti di mogli, ragazze, madri, è uscito un delirante scritto secondo cui sarebbero le donne stesse a provocare i più bassi istinti del maschio, assumendo atteggiamenti provocanti e indossando abiti discinti. L'articolo apparso sul web è stato poi stampato ed affisso sulla bacheca di una chiesa dello spezzino.

Recentemente l'amica Eva Melodia ha redatto uno scritto per rispondere a quell'articolo: credo che le sue parole abbiano grande significato e perciò le pubblico anche qui:

Putridume maschilista quotidiano - di Eva Melodia (vai all'articolo)

zombies

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 18 Dicembre 2012 09:40

La moderna crociata della Chiesa Cattolica

Video di Clara.

Di fronte ai processi di emancipazione femminile e di maggior apertura verso i diritti e le libertà civili della comunità LGBT, il clero cattolico si è dedicato negli ultimi anni a difendere strenuamente i valori tradizionali della cultura patriarcale, alimentando così il sessismo e l'odio di genere nella mentalità dei vari popoli del mondo di credo cattolico.

god save the queer
Pubblicato in Materiali
Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere
Comparazione tra la normativa sugli animali da reddito e la legge sulla riassegnazione sessuale in Italia

di Egon Botteghi 




Definizione animali da reddito

 
Volendo iniziare questo mio intervento con una definizione precisa ed ufficiale di “animale da reddito”, accendo il pc e vado su internet, il grande oracolo onnisciente, convinto che mi si srotoli davanti un mondo di spunti interessanti.

Invece, con mia somma sorpresa, il motore di ricerca rimanda solo ad annunci commerciali, normative per il settore agricolo, consigli e definizioni sull'allevamento di singole specie.

Fin dall'inizio la presenza di questi animali è negata, chi ne vuole parlare per farla riemergere è lasciato solo nella sua bizzarra impresa e deve costruire il discorso a partire dalle proprie esperienze di vita a contatto con questa categoria di animali non umani.

Trovo una volta di più la conferma del paradosso che gli unici che possono parlare con cognizione di causa degli animali da reddito sono quelle persone che non li considerano tali.

Allora ritorno alla definizione che ho coniato vivendo accanto agli animali del rifugio “Ippoasi”: per animali da reddito si intendono tutte quelle specie di animali che vengono allevate ad uso e consumo della nostra specie.

Animali a cui, attraverso appunto i moderni standard di allevamento, viene negata qualsiasi autodeterminazione, a cui viene controllato tutto, il modo in cui nasce, cresce, si muove e muore.

Gli animali da reddito in Italia sono i bovini, i suini, gli ovini, i caprini, gli avicoli, i conigli e gli equini ( quest'ultimi in una strana ed emblematica posizione a metà tra l'animale da reddito ed il pet).

Ciò che caratterizza questi animali è proprio il fatto che nascono per essere sfruttati, “sfruttamento” è la parola chiave. Essi vengono visti solo come prodotti, non come esseri viventi, la loro vita è totalmente subordinata al nostro consumo, non sono soggetti ma oggetti, sono carne, latte, uova, spettacolo, lavoro, pellame.

Il loro allevamento è caratterizzato da una serie di norme e di procedure burocratiche, controllate dalla sezione veterinaria delle asl, che vigilano sulla sicurezza, per la salute umana, di questi prodotti.

 

Norme legislative sugli animali da reddito
 

Chi decide di salvare un animale da reddito, ed ha la possibilità materiale di spazio e denaro per mantenerlo, si imbatte in una bella sorpresa: dovrà diventare allevatore e cominciare a cimentarsi con tutta la normativa che a ciò consegue.

Per le asl infatti, che tu abbia una capretta in giardino salvata dal macello o che tu abbia un gregge di mille “capi” non fa differenza, la capretta è infatti un animale da reddito e tale rimarrà finchè avrà vita, e quindi dovrà essere controllata perchè non rappresenti un potenziale pericolo per la catena alimentare dell'essere umano.

Quindi si dovrà andare al servizio veterinario delle asl di competenza ed aprire un “codice stalla”, un numero, cioè, che caratterizzerà la tua “azienda”.

Poi si dovrà prendere e far vidimare un registro di carico-scarico per ogni specie presente, dove registrare gli animali e tutti gli spostamenti che questi eventualmente faranno.

Gli animali da reddito, infatti, non hanno un nome, ma hanno anche loro un codice numerico, di solito un orecchino, ma può essere anche un chip sotto pelle o nello stomaco, che gli deve essere applicato alla nascita e che lo seguirà fino alla morte, che di norma avviene al macello.

Gli animali da macello si possono spostare solo tra luoghi che abbiano il codice stalla, su mezzi appositi, ed il veterinario deve compilare il foglio di spostamento, dove viene indicato il numero dell'animale, la specie di appartenenza, il luogo di partenza e di arrivo.

Nei normali allevamenti gli animali si spostano, e vengono quindi scaricati dal registro, o in caso di vendita ad altri allevatori, o, molto più spesso, perchè condotti al mattatoio. Quindi si tratta di viaggi senza ritorno.

Nel caso invece di rifugi, i registri vengono di solito caricati e basta, perchè l'animale vi rimane a vita.

Quando un animale di un rifugio deve spostarsi, per esempio per problemi di salute deve raggiungere una clinica, bisogna fare due fogli di viaggio, uno per l'andata ed uno per il ritorno, con grande meraviglia del veterinario che stenta a capire che l'animale deve tornare a “casa” e con grande dispendio di burocrazia.

I rapporti con i veterinari della asl sono spesso, infatti, assai delicati, avendo quest'ultimi un grande potere sulla vita o la morte degli animali da reddito, in virtù delle norme su cui devono vigilare, norme che vedono questi animali come prodotti ma che devono essere scrupolosamente rispettate se si vuole “detenere” questi animali e quindi salvarli.

Spesso si assistono a delle vere e proprie scenette quando un “non-allevatore” si reca al servizio veterinario delle asl ad aprire un registro di carico-scarico e cerca di spiegare che quell'animale non è ne da carne, ne da produzione, ne da autoconsumo ma da affezione...insomma non esiste nella mente del professionista che ha di fronte e che magari cerca allora di convincerlo che è fuori strada e che è nell'ordine delle cose che quell'animale venga macellato.

La cosa più importante è comunque che l'animale sia registrato, cioè abbia il suo codice numerico, e che venga controllato periodicamente, attraverso prelievi biologici, per monitorare alcune malattie potenzialmente pericolose per gli allevamenti ( ad esempio anemia equina, borocillosi per i bovini, etc...).

Insomma l'assunto granitico per la situazione italiana è: un animale appartenente a certe specie è un animale da reddito, e tale rimarrà per tutta la sua esistenza e permanenza sul nostro territorio, e dove c'è un animale da reddito c'è un allevamento.

 

Cosa  comporta 

Il posizionamento di questi animali nella categoria immutabile di animali da reddito, quindi da sfruttamento e da macello, pone problemi serissimi per la vita di questi esseri e per le persone che decidono di aiutarli, cercando di strapparli ad un destino che sembra già scritto, anzi inscritto nell'ordine naturale delle cose.

Innanzitutto c'è la questione dell'obbligatorietà del codice numerico che queste creature devono poter esibire sin dalla nascita per aver diritto ad una qualche forma di esistenza.

Nel nostro paese, infatti, un animale da reddito che non sia stato “marchiato” non può esistere, non può calpestare l'italico suolo, e non esiste nessun luogo di espatrio se non la morte, l'abbattimento e il conseguente smaltimento come oggetto pericoloso.

E se per alcune specie i veterinari possono chiudere un occhio e, dopo una consistente ramanzina su come funzionano le cose, accettare di regolarizzare un animale adulto, su altre sono inflessibili, come nel caso dei bovini.

La paura di quel mostro che la stoltezza stessa del moderno allevamento di cui sono a guardia ha creato, la mucca pazza, giustifica infatti un solo imperativo: sparare a vista sulle mucche non portatrici di orecchino di riconoscimento, come di fatto è avvenuto recentemente in alcune parti d'Italia in casi di bovini vacanti.

Questo comporta, inoltre, la non “salvabilità” di questi animali trovati senza riconoscimento, che non potendo essere registrati, non possono entrare nei rifugi o in qualunque altro luogo e devono essere tenuti nascosti come clandestini.

Altra grande stonatura di questo stato di cose è che appunto i rifugi sono equiparati agli allevamenti, e che quindi le persone che vi lavorano, spesso a titolo di volontariato, devono invece essere immersi nello stesso sistema che stanno combattendo.

Legalmente il rifugio x che salva un numero x di bovini è un allevamento tanto quanto l'allevamento y che macella ogni anno un numero y di bovini, con lauti guadagni.

I volontari dei rifugi devono diventare esperti di normative sugli allevamenti, e devono stare ben attenti a non sbagliare, destreggiandosi tra norme che cambiano continuamente, pena multe ed il sequestro stesso degli animali ( perchè è un fatto che i rifugi sono controllati, molto di più che gli allevamenti intensivi, come dimostrano le investigazioni che testimoniano infrazioni impensabili), devono perdere intere mattinate negli uffici delle asl, pagare i veterinari per i prelievi e le varie scartoffie ed aiutarli quando vengono a disturbare gli animali.

Sì, perchè la mucca che vive tutto l'anno nella tranquilla libertà di un rifugio, deve essere periodicamente catturata e legata, stile rodeo, per permettere al veterinario di turno di fare tutte le operazioni necessarie.

Spesso, animali che vivono ormai le loro esistenze in un sereno rapporto con gli esseri umani, vivono ore di terrore, rincorsi da persone che inspiegabilmente gli vogliono fare del male.

Io stesso ho rischiato di avere la testa sfondata da una asino che ama giocare con i bambini, ma che diventa furibondo quando il veterinario viene a prelevargli il sangue, tanto da essere con disprezzo definito un animale pericoloso.

 

Macchia ed Ercolino, una storia esemplare

Per addentrarci meglio nelle implicazione che, a livello pratico, questa normativa reca con sé, prendiamo la storia di due animali che l'associazione “fattoria della pace Ippoasi”, di cui faccio parte, sta cercando di salvare dalla macellazione.

Macchia è una bovina che, vivendo in un contesto particolare, non è stata registrata da chi la “detiene”, ed è stata ingravidata per poterla mungere ed ottenere del latte. É nato così suo figlio Ercolino, a sua volta non registrato. L'associazione di cui sopra è stata contattata da una persona, vegan, che vive nella comunità dove risiedono anche i due animali, nel momento in cui era stato deciso di macellarli. La comunità si era detta disponibile a non ucciderli purchè fosse alleggerita dal loro mantenimento ed i bovini trasferiti in altro luogo. Insomma, era disponibile a “regalarli”.

L'associazione ha diramato subito tra i suoi contatti un appello, in cui si spiegava che era possibile salvare e portare al rifugio le due creature, purchè si trovasse qualcuno disposto a farsi carico della parte economica del mantenimento ( l'associazione ci avrebbe messo il terreno ed il lavoro di cura quotidiana). La risposta non si è fatta attendere e si sono fatte avanti persone disposte a pagare  le spese mensili di madre e figlio.

Quindi nessun problema, si poteva andare a prendere i due bovini, portarli al rifugio e farli vivere in pace la loro intera esistenza. Dunque tutto è bene quel che finisce bene! Ed invece no, perchè Macchia ed Ercolino non hanno il loro codice numerico, che deve essere applicato entro tre giorni dalla nascita, e quindi non possono essere spostati, anzi, la loro esistenza ed ubicazione deve essere tenuta nascosta per la loro stessa sopravvivenza.

Tutte le asl Toscane a cui si è infatti rivolta l'Ippoasi, nel tentativo di regolarizzarli per poterli portare al rifugio, si sono dimostrate implacabili: nessuno si prende la responsabilità di registrare i due bovini, ed anzi, se venissero trovati, sarebbero abbattuti.

Intanto, la comunità dove vivono, fà pressione perchè siano portati via, e la minaccia della macellazione è come una spada di Damocle sulla testa di questi due esseri, che se non fosse per le normative sugli animali da reddito, sarebbero già in salvo in un rifugio.

Al momento si è riusciti a trovare un accordo, che però deve essere rivisto proprio in questi giorni, per cui Macchia ed Ercolino possono ancora stare dove sono nati ma vengono mantenuti dall'associazione con i soldi erogati dalle persone che li hanno adottati a distanza.

Essendoci però una sorta di ultimatum, per cui a Settembre o vengono portate via o saranno macellati, si tenterà il tutto per tutto, contattando anche una asl Lombarda dove c'è stato un precedente del genere.

Sicuramente, questa storia come tante analoghe, ha fatto maturare nelle persone che lavorano nei rifugi la consapevolezza che i tempi possono essere pronti per un lavoro, certo lungo, difficile ed estremamente ambizioso,  per un riconoscimento giuridico dei rifugi, come avviene in altri paesi.

Questo comporterebbe, come corollario, che gli animali ospitati in questi luoghi, non siano più considerati animali da reddito, rendendo tutta la gestione molto più semplice e più congrua alla realtà dei fatti.

 

La situazione in altri paesi

Nei paesi anglosassoni, dove i rifugi per animali da reddito sono una realtà assai numerosa e vasta, anche soltanto la denominazione riporta a tutt'altro stato di cose. Questi luoghi, infatti, dove “semplici” e “comuni” animali da macello vengono salvati ed ospitati, sono chiamati “santuari”, nome che nella nostra lingua riporta a situazioni molto più auliche, degne di animali considerati, magari per ragioni protezionistiche, più importanti ( ad esempio i santuari per cetacei).

In questi paesi i santuari non sono quindi equiparati agli allevamenti, non devono sottoporsi alla stessa burocrazia delle persone che su questi animali ci lucrano, ed il corollario più importante è che  gli animali ivi ospitati non sono più considerati da reddito.

 Nel nostro paese invece, come si è visto, partendo dal presupposto che qualunque animale da reddito potrà un giorno finire al macello, non c'è nessun tipo di affrancamento dalle normative vigenti sugli allevamenti.

I santuari stranieri godono di sovvenzioni ed anche di un ampio sostegno presso le loro comunità, che si esplicano in una notevole disponibilità di volontariato da parte della gente e di un ampio giro di donazioni.

In italia, invece, è ancora molto difficile trovare persone che vogliono occuparsi di questi animali e di solito il “giro” comprende, nella quasi totalità, persone già approdate al veganesimo ( normalmente è più facile avere empatia per cani e gatti, più difficile per animali che si mangiano, e quindi sacrificarsi e lavorare per un animale un cui simile ti troverai magari a mangiare a pranzo, senza contare l'estraneità ed il timore che spesso questi animali suscitano nelle persone, per niente abituate a vederli).


Cosa fare: la “rete italiana rifugi antispecisti”

Il 4 Marzo di quest'anno, a Firenze, è nata la “rete italiana rifugi antispecisti”, con lo scopo di riunire tutte quelle realtà che si identificano in questa dicitura, permettendo loro, attraverso la creazione di sinergie, di fare un lavoro più ampio e di trovare anche agevolazioni nel portare avanti i loro scopi.

Per rifugio “antispecista” si intende un luogo dove tutti gli animali siano considerati degni di una vita libera da soprusi e sfruttamento, dove non si facciano distinzioni tra specie e dove si porti avanti una politica di equiparazione tra ogni essere vivente ( ad esempio un canile dove ci si prodiga per il benessere del così detto “migliore amico dell'uomo” ma dove si considerano gli altri animali un prodotto per i nostri piatti, non è antispecista, come non lo è un posto dove magari si aiutano gli animali ma si portano avanti ideologie razziste, sessiste o di qualsiasi genere di odio intraspecifico).

I primi obiettivi che questa rete si è data, tutti di amplissima portata, considerando anche che devono essere portati avanti da persone già oberate quotidianamente dal lavoro sul campo con gli animali, sono:

-        mappature dei rifugi antispecisti di tutto il territorio italiano, il che implica fare preventivamente delle linee guida per poter identificare chi rientra in questa categoria e chi no.

-        mappare qualsiasi tipo di rifugio o spazio, anche privato, dove gli animali da reddito possono essere ospitati, in modo da favorire un incontro tra la richiesta di aiuto per il salvataggio di questi animali e chi se ne può far carico

-        creare un portale dove far convergere tutte queste informazioni, ed anche altre di diverso tipo, come consigli sulla gestione di ogni specie d'animale e quant'altro

-        favorire l'incontro tra le associazione antispeciste che gestiscono direttamente degli animali con quelle che invece fanno un lavoro divulgativo o di specifiche campagne, in modo che queste ultime possano magari contribuire agli oneri del mantenimento del rifugio, seguendo l'idea che questi siano la terra del movimento, luoghi dove si esplicano concretamente alcune delle idee portati avanti dal “movimento antispecista”

-        lavorare per un riconoscimento giuridico dei rifugi

Come si può ben vedere la mole e la portata del lavoro è amplissima, per cui è di fondamentale importanza che i rifugi e le persone che vi operano non siano lasciati soli ma che ricevano l'aiuto fisico, morale ed economico di tutti quelli che si sentono vicini a questi scopi e che si definiscono antispecisti.

 

Un corollario antispecista: similitidini tra  le norme per gli animali da reddito e la legge per la riattribuzione del sesso in Italia.

Avendo parlato di antispecismo, non vorrei assolutamente addentrarmi nel campo minato di una sua difficile definizione, ma vorrei piuttosto mostrare, con le mie modeste capacità, come funziona, quali pratiche ed azioni politiche ne discendono.

Per farlo uso il mio stesso corpo, trovatosi ad essere, suo malgrado, crocevia di vari tipi di oppressione. Secondo me, infatti, una delle pratiche antispeciste più importanti, è quella di fare i collegamenti tra i vari tipi di ingiustizie e tentare di farne scaturire una azione politica comune.

Questa unione può avvenire portando alla luce le similitudini tra le sofferenze degli oppressi ed il modo in cui queste si esplicano, e la radice comune delle dinamiche che giustificano tali oppressioni.

La speranza è che la lotta per la liberazione animale unisca tutte le lotte di liberazione e che risvegli le coscienze a livello globale ed in maniera completa, proprio ponendo il focus sugli oppressi per antonomasia, gli animali, senza però cadere in facili semplificazioni ed in una visione di tipo avventista quasi religioso.

La mia storia personale mi colloca in questo momento della mia esistenza in una posizione in cui, come persona transessuale che si batte al fianco degli animali da reddito, ho lo sguardo su due tipi di profonde sofferenze, cioè quelle che la nostra società ed il nostro ordinamento infliggono agli animali da reddito ed alle persone transessuali, transgender ed intersex.

Situazioni che sembrano lontanissime tra loro, grazie alle analisi che l'antispecismo porta a fare, si avvicinano molto, portando alla luce i meccanismi che permettono di svilire e quindi opprimere degli individui che avrebbero invece diritto alla libertà, riducendoli cioè in categorie rigide e mostrandone la lontananza dalla buona norma , costruita ad immagine dell'individuo dominante, e vigilare perchè questa norma si auto mantenga, passando anche per lo schiacciamento ed il denigramento del diverso,  visto quasi rovesciamento del “come si dovrebbe essere”.

Le persone transessuali, transgender ed intersex, che non sono quindi riconducibili alla normativa binaria maschio-femmina, non vengono più riconosciute come persone, come abbiamo visto accadere per gli animali da reddito.

Nel suo difficile vagare tra i generi, il transessuale perde il suo posto nella categoria dell'esistente,  diventa inimmaginabile come libera espressione della variabile umana, ma solo come cosa, come mostro, come perversione e follia.

Nello stesso ambiente antispecista bisogna stare attenti a non incappare in un facile giudizio che vede queste persone come prodotti di una aberrazione della società moderna e della tecnologia medica, piuttosto che mettersi ad ascoltare senza pregiudizi quello che queste esistenze possono dirci e di quali istanze e necessità sono portatrici.

La legge 164 del 1982, che da trent'anni regola in Italia, senza le necessarie revisioni, quello che viene definito “percorso di riattribuzione del sesso”, ha, nelle interpretazioni che di prassi i giudici le danno, molte similitudini con quanto abbiamo visto accadere per le norme sugli animali da reddito.

La legge era nata quasi come una sanatoria, per colmare il vuoto giuridico che le trans che si operavano allora all'estero ( non essendo in Italia permesso), creavano con il loro rientro nel paese.

Queste persone infatti, che lottarono strenuamente per ottenere una legge e che inscenarono anche forme di lotta molto spettacolari, vivevano nella posizione di avere dei documenti difformi all'aspetto fisico, condizione che può essere estremamente difficile, umiliante e lesiva della propria privacy.

In Italia, per arrivare al cambiamento anagrafico, e quindi ad avere documenti che corrispondano al genere di elezione, bisogna sottoporsi alla così detta riassegnazione del sesso ( alle volte indicata anche come “rettificazione”), che comprende tutta una serie di step medico-chirurgici che portano poi alla operazione finale.

L'inizio di tutto è la diagnosi di dig, “disforia di genere”, che attesti il disagio psichico della persona rispetto al suo sesso biologico, rilasciato da uno psichiatra, categoria di medici che fungono da moderni caronti, che stanno a guardia delle porte di accesso di questo percorso e che decidono chi vi entra e chi no.

La diagnosi di dig, che spesso è in fondo un autodiagnosi, prevede di solito un periodo di osservazione psichiatrica mirante ad escludere altre malattie mentali ( la persona transessuale è, in pratica, un malato di mente sano) e, nel migliore dei casi, un percorso psicologico di supporto per affrontare le grandi difficoltà, sopratutto a livello sociale,  a cui sarà esposta la persona durante il percorso

Il fine, quando si riesce ad instaurare un rapporto costruttivo tra queste figure e la persona che è “costretto” a rivolgervisi, è anche quello di far arrivare il transessuale in una situazione di migliore equilibrio psichico possibile al momento della somministrazione ormonale.

Il secondo passo è infatti la tos, la terapia ormonale sostitutiva, mascolinizzante o femminilizzante a seconda dei casi, seguita da un endocrinologo, previa diagnosi di dig ed esami attestanti la condizione di salute generale della persona e la sua situazione ormonale di partenza e l'assenza di “sindromi” intersessuali.

A questo punto la persona transessuale deve rivolgersi, con il suo avvocato, al tribunale della propria città, per ottenere dal giudice la sentenza con cui potrà procedere alle operazioni chirurgiche di adeguamento, dopo cui potrà chiedere il cambiamento anagrafico ( mastectomia ed isterectomia nel caso del percorso da donna a uomo, vaginoplastica nel caso inverso)

Come si vede non c'è un autodeterminazione sul proprio corpo, ed il percorso burocratico è spesso lento e difficile.

Ottenuta la sentenza, si può entrare nelle liste degli ospedali che eseguono tali operazioni, se si vuole usufruire del sistema sanitario nazionale, o farle più velocemente, per chi ne ha la possibilità, privatamente, anche all'estero, dove i risultati spesso migliori.

Fatte le operazioni, si tornerà in tribunale, con tutta la documentazione clinica, per chiedere il cambio anagrafico, per cui verrà sostituito il nome ed il sesso su tutti i documenti.

La persona transessuale, per il nostro ordinamento, diventa così un uomo od una donna a tutti gli effetti, passando, in maniera completa e definitiva, nel genere di elezione.

Cosa comporta tutto questo iter e quali sono gli assunti culturali che determinano l'impianto di questa legge?

Credo che la cosa più importante, specialmente in questo contesto, sia quella di mettere in evidenza come la persona che non si riconosce nel proprio sesso biologico, venga incanalata su di un percorso di normalizzazione, che rettifichi un presunto sbaglio della natura ( a cui la scienza non sa ancora darsi spiegazione), e che la riconduca ad un corpo ed ad un genere il più possibile vicino ai rassicuranti stereotipi di maschio e femmina.

La classe medica ci racconta i transessuali con la classica storia di un'anima, un cervello, intrappolato nel corpo sbagliato, che si è dimostrata, da quanto i transessuali hanno preso il coraggio di narrarsi in prima persona, assolutamente stretta e riduttiva per la maggioranza dei vissuti reali di queste persone.

C'è voluto e ci vuole molto coraggio per produrre una “cultura” ed una letteratura trans, proprio perchè, come si è visto, gli psichiatri hanno il potere di decidere chi sia genuinamente transessuale e chi meno e le persone che hanno l'urgenza vitale di accedere al percorso, preferiscono adeguarsi all'immagine che gli viene richiesta piuttosto che svelare il loro vero intimo, confermando alla fine quello che i medici pensano di sapere su di loro.

Anzi, spesso questa immagine stereotipata del transessuale arriva ad influenzare il transessuale stesso, che finisce per credere a queste storie, cercando  di ritrovarle in se, in modo da avere una conferma per quello che sente di essere. E' stato solo il confronto tra gli stessi transessuali tra di loro che ha fatto emergere le loro vere storie ed i sentimenti che le accompagnano, che hanno, pur nella diversità, alcuni tratti comuni.

Lo stereotipo del transessuale, che ha fatto molte vittime sulla sua strada, si basa su idee speciste, come il fatto che si pensava dovesse essere assolutamente eterosessuale rispetto al genere di elezione.

La violenza che il nostro ordinamento esercita sulla persona transessuale è lampante se si pensa che questa deve accettare su di sé, sul proprio corpo, tutto l'iter di rettificazione che comprende interventi chirurgici di demolizione e ricostruzione, per ottenere il cambio anagrafico, senza il quale è difficile avere una vita serena.

Il cambio anagrafico è infatti fondamentale sia per quelle persone che non vorrebbero modificare il proprio corpo ma che sentono invece la necessità di un riconoscimento sociale del loro genere di elezione, sia per quelle persone che vogliano adeguare la propria immagine al loro sentire, senza però arrivare ad eseguire tutti gli interventi, che arrivano fino alla sterilizzazione.

Infatti, quello che sembra fondamentale per i  nostri giudici è che la persona transessuale sia resa incapace di procreare, attraverso l'intervento di isterectomia per i nati donna, attraverso la vaginoplastica per le nate uomini.

Come nel caso degli animali da reddito, questa violenza non ci accomuna ad altri paesi, dove, per ottenere il cambio anagrafico non è a volte richiesto nessun tipo di intervento.

In alcuni stati, infatti, basta la volontà di passare all'altro genere per avere il nome adeguato, mentre in altri sono richieste solo le cure ormonali.

L'Italia si distingue quindi per una certa rigidità, dove gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte, e dove le persone vengono distinte rigidamente in maschi e femmine, e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva.

Nel caso degli animali sono i veterinari che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente sullo sfondo.

Perchè nel nostro paese alberghi una tale arretratezza, che ingabbia i corpi in categorie fisse ed immutabili, è tema su cui riflettere.

Quello che è certo è che, come antispecisti, siamo chiamati ad una lotta di liberazione qui ed ora, perchè questo ordinamento smetta di fare vittime, smetta di causare tanto versamento di sangue di tantissimi animali, umani e non.

 

 

 

 

Pubblicato in Articoli

In questi giorni, negli Stati Uniti, sta infiammando gli animi una battaglia contro una nota catena di fast-food che servono pollo chiamata Chik-fil-A, il cui presidente ha fatto affermazioni omofobe e la compagnia stessa ha donato un milione di dollari per campagne contro i matrimoni gay. Perché ci interessa? Perché se l'antispecismo é quella filosofia ma anche prassi politica che lotta contro ogni forma di discriminazione, non può esimersi dal lottare contro l'omo/transfobia. Sempre di più la comunità LGBT si sta aprendo ai diritti animali, ne é un bell'esempio il queer veggie pride di Catania, iniziando a fare le connessioni tra l'oppressione delle persone LGBTQ e gli animali non-umani, che incontrano nel patriarcato e nell'ideologia del dominio le radici della propria discriminazione. Riportiamo di seguito una libera traduzione di un articolo di un blog americano, dove si affronta il boicottaggio di Chik-fil-A e la lotta vegan.

http://veganbodyproject.blogspot.it/2012/08/the-chik-fil-glbt-boycott-debate-from.html


Il dibattito sul boicotaggio di Chik-fil-A LGBT da una prospettiva vegan

 
"Tutto ciò che facciamo agli animali potremmo farcelo l'uno all'altro: abbiamo fatto pratica su di loro, prima"
Surfacing, Margaret Atwood
 
"Il mio vegetarianismo è una grande protesta. E sogno che possa esserci un'intera religione basata sulla protesta...contro tutto ciò che non é giusto: il fatto che ci sia così tanta malattia, cosi tanta morte, così tanta crudeltà. Il mio vegetarianismo é la mia religione, e fa parte della mia protesta contro la condotta del mondo"

Isaac Bashevis Singer
 
***

Chik-fil-A è un ricordo della mia infanzia. Amavo quei panini - la salsa al burro e i cetriolini. Chi lo sapeva che i cetriolini sarebbero stati così buoni con il pollo? Quelli di Chik-fil-A lo sapevano.
Ricordo mia madre portare me e mia sorella da Chik-fil-A quando eravamo fuori a fare shopping, a fare la spesa o a comprare vestiti per la scuola. Ricordo che diceva quanto rispettasse il business di S. Truett Cathy, fondatore di Chik-fil-A, che non restava mai aperto la domenica.

 

Ricordo Chik-fil-A più tardi, dopo che avevo smesso di mangiare animali da lungo tempo, quando iniziò la sua campagna pubblicitaria di maggior successo, quella con le mucche che pregano per la loro vita, andando contro i loro compagni terrestri e pressandoci per "mangiare più pollo". E ricordo mia madre dirmi di aver letto un articolo convincente nel quotidiano locale scritto da una donna che sosteneva che questa campagna la fece diventare vegetariana perchè guardando quelle mucche, esseri senzienti antropomorfizzati che sapevano che sarebbero stati trasformati in cadaveri e serviti come cibo, la fecero riflettere. Una cosa che fece questa campagna fu, dopotutto, di mettere in mostra la faccia di un tipo di animale (del tipo che finisce come burger) che è reso assente nella transizione da animale a carne. Notare che non ci sono polli nelle pubblicità di Chick-fil-A; siamo autuorizzati solamente, attraverso la scritta "mangia più pollo", a empatizzare con le mucche, a voler salvare la loro sorte. Raffigurare polli potrebbe portarci a dare una faccia al prodotto di Chik-fil-A, e una mossa simile potrebbe compromettere la vendita del prodotto.


E' una campagna pubblicitaria geniale, astuta e che crea divisione, che ci chiede di prendere a cuore un animale e mangiare l'altro. Questa posizione sembra adatta all'attuale chiamata al boicottaggio di Chik-fil-A, una posizione che ci richiede di dimostrare il nostro supporto per un animale (gli esseri umani LGBT) non mangiandone un altro (polli - almeno i polli che vengono da Chik-fil-A).


Conoscete la storia: Dan Cathy, presidente di Chik-fil-A, ha detto quanto segue alla Baptist Press:

"penso che stiamo invitando il giudizio di Dio sulla nostra nazione quando scuotiamo il pugno verso di lui e diciamo  'Sappiamo meglio di te cosa costituisca un matrimonio'...prego per la pietà di Dio sulla nostra generazione che ha un atteggiamento  così orgoglioso e arrogante da pensare che avremmo l'audacia di provare a ridefinire cosa sia il matrimonio."

 

"Siamo dei gran sostenitori della famiglia - la definizione biblica di famiglia. Siamo un'azienda a conduzione familiare, e siamo sposati alle nostre prime mogli. Ringraziamo Dio per questo."

 

  E' poi seguita una tempesta mediatica.

[...]

Alcuni giorni fa, ho postato su Facebook che avrei boicottato Chik-fil-A per la loro posizione LGBT, se non l'avessi già boicottato da anni per la questione del pollo, e tutto questo caos mi ha fatto pensare a come funziona l'oppressione, in particolare come il punto focale di questo dibattito sui diritti umani sia un posto dove servono animali morti. Non ho letto da nessuna parte, dove si discuteva del disastro di Chik-fil-A, che qualcun* riconoscesse o dicesse nulla a proposito della interconnesione dei vari tipi di oppressione; così, nessun* ha preso in considerazione che l'oppressione di un certo gruppo di persone - in questo caso le persone LGBT- e l'oppressione degli animali potrebbero in qualche modo essere correlate, o una potrebbere essere fondamento dell'altra.

Facciamo un passo indietro un momento.

 

La posizione ecofemminista ritiene che le oppressioni sono collegate e che non possiamo superare nessuna di esse a meno che non riconosciamo questo legame e smettiamo di perpetuarlo. Ho discusso già altrove che c'é al lavoro, qui, una specie di opposizione binaria primaria, il binarismo che ci permette di fare una distinzione tra animale e umano, che ci permette di rendere gli animali altri da noi tanto da poter far loro cose come gli allevamenti intensivi e la vivisezione; siamo cosi poi capaci di spostare il nostro pensiero in modo da deumanizzare alcuni gruppi di persone. In qualunque sistema di pensiero binario, una parte della dualità è percepita e trattata come inferiore. Cosi se pensiamo che gli animali meritino meno diritti degli umani, quando animalizziamo retoricamente gli umani - ad esempio Barbara Espinosa che chiamò Obama scimmia -  questa azione retorica può condurre ad azioni letterali come - che so - i nazisti che uccidevano gli ebrei col veleno per topi.

 

Come un ammonimento, ho realizzato che questo modo di pensare può in sé essere pieno di difetti, e che questa posizione può sembrare indicare che penso che lo specismo, se è fondante, allora diventa lo ismo più importante, che deve essere disfatto per primo così tutti gli altri ismi possono seguire. Non é affatto così chel a penso. Non di meno, credo che continueremo a perpetuare l'oppressione(i) fintanto che non saremo capaci di smettere di compartizzarli - e quando l'universo convenientemente mi allunga qualcosa di spudorato come l'azienda Chik-fil-A, devo iniziare con la questione animale, dato che nessun'altr* sembra farlo.

Nel 2007 un articolo di Jasmin Singer apparso sulla pubblicazione online SATYA intitolato "Fare coming out per i diritti animali: gli attivisti animalisti LGBTQ fanno le connessioni", Singer dice:

 

Ci sono così tante connessione tra gli animali e i diritti gay - difesa e attivismo, accettazione dal mainstream e pregiudizio, comunità e orgoglio, legislazione e politica, e ovviamente le innumerevoli storie personali del fare coming out come vegan e queer in un mondo dove la maggior parte delle persone vede entrambi come scelte radicali e aberranti. In un paese dove la maggioranza dei media chiude gli occhi sui lavoratori del Butterball che prendono a pugni e calpestano tacchini vivi finché il loro teschio esplode, e praticamente ignora i crimine di odio verso i gay come il brutale accoltellamento della teenager Sakia Gunn, la domanda non dovrebbe essere "qual é la connesione?" ma piuttosto "qual é la differenza?"

 

Se questa baraonda intorno a Chik-fil-A non trasforma questo sentimento in un pungente rilievo, non so cosa possa farlo. Come dice la mucca, "mangia più tofu!"



(traduzione italiana a cura di E.B.)

Pubblicato in Spunti di Riflessione
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.