IL POLITICO ANIMALISTA: “NO ALL’ANIMALISMO POLITICO” – sulla manifestazione di Correzzana

di Marco Reggio

 

C’è da farsi girare la testa. Le dichiarazioni di Massimo Turci, Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano, sembrano quasi una barzelletta. Leggiamole:

Turci: "No all'animalismo politico"

"La manifestazione antivivisezione di Correzzana è stata un'occasione clamorosamente persa per mostrare unità d'intenti del mondo animalista - è la dichiarazione di Massimo Turci Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano - infatti un gruppo di sedicenti animalisti provenienti dai centro sociali ha tentato di impedire la partecipazione al corteo ad associazioni e persone a loro non gradite sbandierando il solito ritornello dell'antifascismo. Questa volta non c'è questione politica che tenga, esprimo piena totale e convinta solidarietà ai volontari OIPA, LAV, ENPA, altre associazioni e ai tanti presenti che, essendo lì per manifestare contro la tortura nei confronti degli animali, sono stati coinvolti in un indegno tafferuglio. Nessuno può arrogarsi il diritto di selezionare i partecipanti a una manifestazione democratica e quindi - conclude Turci - condanno senza mezzi termini il comportamento razzista di chi antepone bassi interessi politici alla salute e ai diritti degli animali".

Massimo Turci

Consigliere Delegato Diritti Animali - Provincia di Milano

Chi ha pronunciato queste parole è infatti un politico, animalista – per così dire -, ma pur sempre un politico. Certo, si potrebbe dire, “si pronuncia a favore dell’apoliticità del movimento perchè non partecipa in quanto politico ma in quanto individuo”. Questo, in effetti, sarebbe in linea di principio possibile (anche se come operazione presenterebbe non poche difficoltà per un personaggio pubblico pubblicamente impegnato in ruoli istituzionali). Ma non è questo il caso. Qui abbiamo una cosa molto più semplice: un politico, rappresentante della Provincia, che interviene su una questione in quanto politico (la firma è eloquente...).

C’è di più. Riflettiamo un attimo sulla funzione degli Uffici per i Diritti Animali, o su analoghe strutture comunali e provinciali. Le pressioni degli animalisti, dell’opinione pubblica e l’avanzamento generale della considerazione per i non umani (alcuni più di altri, ma questo ora è secondario) generano delle risposte istituzionali. Una di queste risposte è quella di creare degli organismi che affrontino una serie di problemi – naturalmente in chiave blandamente protezionistica – legati allo status degli animali non umani nella società. Questi organismi danno dunque una risposta politica ad una serie di istanze etiche diffuse. E lo fanno con lo strumento più ovvio nel nostro attuale sistema politico: la creazione di organismi gestiti da rappresentanti delle istituzioni (spesso provenienti dai partiti politici) che dovrebbero almeno far rispettare le poche leggi che ci sono per le poche specie che vengono tutelate, e fare un po’ di opera di sensibilizzazione sul piano culturale. La Provincia di Milano (centrodestra) – per fare un esempio a caso – ha messo fra i consiglieri per i diritti animali un tizio evidentemente legato al centrodestra e che, se volessimo dare retta a come si presenta nella sua pagina facebook, è addirittura un nostalgico del ventennio fascista. Ma potrebbe anche presentarsi come nostalgico della Comune di Kronstadt, in fondo. Il punto è che si tratta un rappresentante politico, che fa politica “per gli animali” all’interno di uno degli strumenti (molto debole, certo) che la democrazia antropocentrica ha concesso alle istanze animaliste. Insomma, è un politico animalista. O almeno, quella è la sua funzione.

E forte di questa funzione, costui ci viene a dire “no all’animalismo politico”.

Come già segnalato tempo fa, in qualche modo dichiarare “non faccio politica” ad un corteo antivivisezione è già aprire la strada alla destra, e ad un fascismo strisciante che utilizza – quello sì – gli animali per farsi largo in un periodo di qualunquismo diffuso[1].



[1] Sul tema è ritornato di recente Antonio Volpe, proprio in seguito ai fatti del 20 ottobre (vedi qui).

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Gary Yourofsky: dal pianeta vegan è caduta una stella?


Pubblichiamo il testo dell'intervento preparato da Oltre la Specie per la giornata (R)esistenze Animali del 6 ottobre, prima tappa del "tour" italiano di Gary Yourofsky
Vedi anche: C'era una volta Gary
 
PER UN ANTISPECISMO CRITICO, CONSAPEVOLE E POLITICO
 
 
Ringraziamo Gary Yourofsky per il suo incessante lavoro in favore degli animali. Crediamo che alla sua impostazione di lotta allo sfruttamento animale (operare perché tutte le persone comprendano la sofferenza animale e si decidano a fare la scelta vegan) occorra affiancare altre riflessioni di più largo respiro, frutto del lavoro teorico-politico di questi ultimi anni di riflessione sulla questione animale. Senza queste altre considerazioni crediamo che i cambiamenti auspicati da tutti noi resteranno cambiamenti circoscritti, individuali e perciò irrilevanti per abbattere alla radice l'impianto di sfruttamento su cui si basa tutta l'economia e la cultura speciste. Senza la demolizione di questo impianto del dominio l'accalorato invito al cambiamento di Yourofsky ha un sapore utopistico. La sua analisi della realtà mette certamente in discussione i nostri usi e consumi personali e quotidiani ma non i rapporti di forza intraumani e tra gli umani e gli altri animali.
 
E' convinzione di Oltre la Specie che l'antispecismo apolitico non possa esistere data la natura squisitamente politica della questione animale e dei rapporti di forza in atto tra animali umani e animali non-umani. Dichiarare che l'antispecismo è apolitico equivale, di fatto, a sostenere che è trasversale (cioè che siano irrilevanti le posizioni degli animalisti rispetto a tutte le altre questioni che non sembrano riguardare direttamente gli animali). Trasversalità significa aprire le porte a ideologie che crediamo incompatibili con il progetto di liberazione animale. Per esempio la misantropia (cioè l’odio per l’umanità) è incompatibile perché è antropocentrismo al contrario: si pone l'animale umano al vertice della crudeltà facendone un animale totalmente particolare e anomalo. Nei casi più estremi la 'non posizione' politica lascia inevitabilmente spazio ad idee provenienti dalla destra. A queste visioni del mondo ci opponiamo perché si rifanno, sempre e comunque, (nonostante i tentativi di ripulirsi dalla propria infamante storia) al dominio del forte sul debole. Non capiamo come possa essere coniugabile una difesa degli animali (deboli in quanto vulnerabili nei confronti della specie più forte - l'uomo) con, per esempio, le retoriche nazionaliste quando non apertamente razziste.
 
Quando non ci scontriamo con tali ideologie ritenute "estreme” spesso ci incontriamo con il vero e proprio qualunquismo, triste fenomeno che imperversa in buona parte dell’animalismo. L'insofferenza verso la casta politica e verso i litigiosi movimenti extraparlamentari non rende possibile a molti animalisti immaginare un percorso che punti davvero alla liberazione animale (che, ovviamente, comprende anche quella degli umani). Ci si rassegna a considerare importanti solo le espressioni più pratiche dell'attivismo (dalla controinformazione alle liberazioni dirette di animali) senza comprendere che in mancanza di un obiettivo che vada oltre le sole logiche emergenziali, queste hanno difficoltà a produrre un reale cambiamento. Siamo fermamente convinti che eliminare lo specismo senza cambiare radicalmente la società sia impraticabile ed incoerente. Per sua natura il capitalismo necessita del massimo dello sfruttamento delle risorse ambientali, animali ed umane. La società è sorretta su pratiche terribili di schiavitù animale che hanno radici in millenni di sfruttamento. Concentrarsi esclusivamente sulle scelte che possiamo fare oggi come consumatori non fa che confinare le aspirazioni liberazioniste in dispute commerciali su prodotti più o meno cruelty free. Tale impostazione, spesso riassunta con il termine “stile di vita vegan” impedisce alla nostra coscienza critica di crescere fino a comprendere l'intero impianto istituzionalizzato e sistematico di sfruttamento che fa della lotta a favore degli animali una lotta che inevitabilmente investe l'intera società.
Perché il progresso dovrebbe frenare la sua folle corsa per motivi etici? Le tradizioni legate allo sfruttamento animale sono molto radicate e costantemente rivitalizzate dall'industria e dai media.
Non puntare a cambiare il paradigma dominante è inoltre incoerente in quanto noi esseri umani siamo animali e in quanto tali siamo per forza inclusi nel progetto rivoluzionario di liberazione.
L'antispecista che si considera "apolitico" non ha capito che qui non si tratta di comprare più tofu e seitan. E’ essenziale capire, per diventare un movimento serio e non velleitario, quali siano le idee basilari di cui farsi promotori. Noi non confidiamo nell'approccio moralistico. Si tende spesso a colpevolizzare il singolo individuo dopo aver denunciato le sofferenze a cui gli animali vengono sottoposti. L'individuo onnivoro poco interessato alle tematiche animali, quando non viene considerato un essere malvagio, è dipinto come un soggetto inconsapevole che commette il male per cecità. Sebbene siamo certi che siano i condizionamenti culturali e sociali a informare i comportamenti quotidiani delle persone (trasformandoci in "consumatori medi"), non crediamo che sia utile alla causa presentarsi come i detentori della verità autentica. Indicare come unica soluzione alla sofferenza animale la “retta via del veganismo" non risponde alla complessità della cosiddetta questione animale. Dobbiamo ovviamente invitare gli individui ad accollarsi la responsabilità delle proprie azioni ma ci sembra di vitale importanza coinvolgere le persone in riflessioni più approfondite sulle relazioni di violenza che regolano la vita di tutti noi e che ci rendono contemporaneamente sia carnefici che vittime. Non siamo convinti che questo processo possa svolgersi nel tempo di una conferenza, di una manifestazione o un tavolo informativo, così  come non crediamo di dover giudicare le persone in base al fatto che abbiano o meno cambiato idea dopo che li abbiamo messi davanti alla "verità". Preferiamo percorsi che sviluppino una reale consapevolezza dell’immane “guerra della compassione” che abbiamo da affrontare, consapevolezza che non può essere basata sul senso di colpa.
Se è vero che i principali ostacoli al cambiamento sono l'abitudine, la convenienza, il gusto e la tradizione dobbiamo da un lato avere il coraggio di condannare l'inerzia dilagante e dall’altro  comprendere che il potere, nelle sue innumerevoli manifestazioni d’oppressione, pubblicizza e ribadisce continuamente i suoi privilegi, il suo conservatorismo, il suo edonismo e il suo tradizionalismo.
 
Saper condurre l'aspirazione etica animalista a un'istanza politica, comporta il saper convertire i bisogni attuali in nuovi 'spazi di possibilità'. Solo così la tanto agognata libertà cesserà di essere un mero e illusorio auspicio. Gli animali saranno finalmente liberi dal giogo dello specismo e dell’antropocentrismo solo grazie ad un'assunzione condivisa e collettiva di responsabilità, al ridimensionamento dei conflitti intra ed interspecifici, alla critica e bando di tutti i pregiudizi. Collegare lo specismo al complesso sistema dell'ingiustizia istituzionalizzata costituisce contemporaneamente il punto di arrivo e il punto di partenza per una buona teoria e una buona prassi di liberazione animale.
 
   
Oltre la specie
www.oltrelaspecie.org
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Da: Musi e Muse

Intervista a Florence Burgat di Agnese Pignataro.

Articolo originariamente pubblicato su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 50-53.


Nel suo percorso di ricerca, lei ha messo in luce e denunciato l’indigenza ontologica che la filosofia attribuisce da sempre agli animali non umani. Con la pubblicazione di Liberté et inquiétude de la vie animale (Kimé, 2006), ha mostrato la fecondità del pensiero fenomenologico per sottrarre l’animale a questa indigenza. Può evocare rapidamente il suo lavoro precedente? Perché si è rivolta alla fenonomenologia?

In Animal, mon prochain (Odile Jacob, 1997), sono partita dal discorso sulla differenza tra l’umano e l’animale nella filosofia moderna e contemporanea. Mi è sembrato che si delineassero due grandi strade: quella di un’opposizione radicale (l’animale è definito da ciò di cui è privo, ossia la ragione, l’anima, la coscienza, il linguaggio, e mai nella sua singolarità); e quella di un continuismo tra i due. Ho cercato di mostrare il modo in cui questo discorso produce il concetto di «animalità» e costruisce una visione indigente degli animali che giustifica (o almeno rende non problematica sul piano morale) la loro utilizzazione o sfruttamento. Se da un lato le ragioni per cui occorreva criticare il discorso sulla differenza radicale erano perfettamente chiare, dall’altro ho notato che anche il continuismo porta a una visione indigente degli animali, nella misura in cui essi sono visti come possessori delle qualità e degli attributi riconosciuti all’uomo ma allo stato di abbozzo, di brutta copia. La fenomenologia, dal canto suo, offre gli strumenti che permettono di pensare l’originalità dell’esistenza propria di quei viventi che contribuiscono alla costituzione del mondo, ovvero per i quali le cose hanno un significato, manifestato dal loro comportamento.

 

Per uscire dalla cornice dualista che abbiamo ereditato da Cartesio, lei rifiuta sia il materialismo che l’evoluzionismo. Quali sono secondo lei i punti deboli di queste correnti di pensiero, dal punto di vista teoretico e morale, nel pensare gli animali?

Rispetto all’evoluzionismo, vorrei precisare che la mia critica si rivolge a quello che ho chiamato l’evoluzionismo del senso comune. Il limite di queste due strade consiste, a mio avviso, nel fatto che esse riaffermano una visione gerarchica degli esseri, perché in entrambi i casi l’essere umano rimane appollaiato in cima ad una struttura, la scala evolutiva, monopolizzando tutti gli attributi e possedendoli in senso pieno. Il materialismo tende a livellare dal basso, per così dire. Il fatto di proclamare che l’uomo è un animale o di parlare di animale umano non mi sembra in alcun modo costituire un progresso nel lavoro di rivalorizzazione dell’essere animale. Del resto, i difensori del materialismo e della continuità finiscono sempre con l’introdurre una differenza ineffabile tra umani ed animali sul piano morale. Un taglio che non può essere fondato su alcun criterio reale ed è quindi in verità ancora più netto.

Lei ritiene che la rottura ontologica fondamentale non si collochi tra l’animale e l’umano, ma tra il vegetale e l’animale: l’animalità costituirebbe una dimensione ontologica nuova in seno al vivente. Per quale ragione?

Il criterio del movimento spontaneo è decisivo. In effetti, l’animale lascia liberamente il luogo in cui si trova per recarsi altrove, «da qualche parte», rendendo questo luogo una contingenza, come direbbe Hegel. Questo spostamento porta l’individuo a percepirsi come un essere separato ed consegnato a un mondo ostile. La vita animale, insomma, affronta la doppia prova della libertà e dell’inquietudine. Accanto a questi criteri, non dobbiamo mai dimenticare che la sensibilità animale, che riveste forme molteplici in funzione delle specie, è diversa dall’irritabilità vegetale. La sensibilità è indissociabile da una esperienza del piacere o del dolore, mentre l’irritabilità è una reazione senza soggetto, che non si manifesta in prima persona. Mi si potrebbe rimproverare di riproporre a mia volta un modello privativo in merito ai vegetali. Non si può tuttavia negare la presenza negli animali di un sistema nervoso centrale, che è la condizione biologica necessaria, anche se non sufficiente, della coscienza.

Contro l’idea di Heidegger della povertà di mondo dell’animale, lei argomenta in favore dell’esistenza di più mondi animali. Ciò che caratterizza fondamentalmente questi mondi è l’incompletezza, per via della distanza spaziale e temporale che separa l’animale dagli oggetti che soddisferanno i suoi bisogni. In questo modo, secondo lei, l’animale è sottomesso alla prova dell’attesa e della pazienza e sperimenta inoltre un senso di finitezza. Non ha l’impressione di spingersi troppo oltre?

Parliamo appunto di un sentimento, e non di una coscienza riflessiva della finitezza. Non si tratta di riconoscere agli animali il sapere concettuale della finitezza, ma un’esperienza vissuta in occasione di questo o quell’evento (la morte di un altro, lo spavento causato da un grande pericolo, l’imminenza della propria morte). È un sentimento che possono avere o no a seconda della loro biografia. In ogni caso, dobbiamo disfarci dell’assimilazione tra l’esperienza vissuta e la rappresentazione che possiamo averne a posteriori e attraverso concetti. La singolarità della vita animale risiede secondo Hans Jonas nel nodo che racchiude la motricità, la percezione e l’emozione; si tratta quindi di una vita che si interiorizza e perde la sua tranquillità. Nessun filosofo si è spinto più in là di Hegel, che scrive che l’animale è pervaso da «un sentimento di incertezza, di ansietà e di infelicità». Questa disposizione non dipende da situazioni contingenti (come la cattività) ma costituisce la condizione esistenziale fondamentale degli animali.

Basandosi sulle analisi di biologi come Jacob von Uexküll o Frederik Buytendijk, lei spiega che ogni mondo animale è regolato da una sua propria struttura di significati. Può descrivere il doppio processo di ricezione e creazione di significati nel soggetto animale?

Per Uexküll è un soggetto ogni individuo che agisce e percepisce, a cui si aprono quindi un mondo della percezione e un mondo dell’azione. Gli animali sono dei soggetti in questo senso. Per loro, esistono degli oggetti rilevanti, ovvero che hanno una connotazione di attività, che chiamano all’azione e che sono dunque dotati di un significato particolare. Uexküll chiama «cerchio funzionale» questa struttura, che collega il soggetto a quegli oggetti che fanno parte del suo mondo. Per spiegare ciò, egli prende come esempio una stanza umana vista da un uomo, un cane e una mosca, per valutare il significato ogni volta particolare che si lega agli oggetti presenti in essa. La tavola non ha la stessa connotazione di attività per l’uomo (scrivere), per il cane (sdraiarvisi sotto) e per la mosca (superficie su cui posarsi). Non esistono oggetti in quanto tali, nè significati unici di un oggetto: ciascuno è portatore di più significati specifici. È il soggetto che dà un significato all’oggetto e non solo sulla base del suo equipaggiamento biologico ma anche in funzione del suo modo di vivere. Penso in particolare agli animali domestici o di compagnia, che abitano due mondi contemporaneamente. Uexküll parla di «luoghi magici» nei quali il cane ama recarsi per ragioni che sfuggono alle spiegazioni oggettive. Si potrebbe arrivare a parlare, con Marc Richir, di una libertà fenomenologica, nella misura in cui gli animali non hanno un punto di vista definitivamente fissato sulle cose.

Seguendo Merleau-Ponty, lei definisce il comportamento come «una relazione dialettica con ciò che lo circonda»: in che modo questa concezione confuta gli esperimenti di laboratorio sugli animali (in particolare quelli behavioristi)?

In laboratorio, vengono indotte reazioni in un contesto vitale costruito in modo analitico. La spontaneità, che caratterizza il comportamento nella sua dimensione di indeterminazione, e la totalità non scomponibile che esso costituisce, sono distrutte. Georges Canguilhem, in La conoscenza della vita (1965), scrive che un «animale in situazione di sperimentazione si trova in una situazione anormale per lui, di cui non ha bisogno in base alle proprie norme, che non ha scelto, che gli viene imposta. Un organismo non è mai uguale alla totalità teorica delle sue possibilità».

Lei evoca la riflessione di Hegel sulla capacità degli animali d’interessarsi agli oggetti lasciandoli sussistere. Dobbiamo quindi pensare che gli animali possiedano una forma di sapere disinteressato?

Per Hegel, gli animali non sono unicamente sottomessi ai bisogni biologici, ma sono esseri desideranti. Nella sua analisi del desiderio animale, Hegel non abbozza una definizione del sapere animale ma di un atteggiamento che alcuni animali mantengono verso le cose in certi momenti. Al di là del fatto che nel desiderare qualcosa l’animale fa esistere questa cosa nel modo del «non ancora», e manifesta dunque un rapporto non immediato nei suoi confronti, Hegel apre un’altra dimensione: una forma particolare di essere presso le cose, di lasciarle essere senza tuttavia restare indifferente ad esse. Egli vede in ciò un atteggiamento contemplativo, che può essere considerato una parte del sapere, a condizione di predisporre nel sapere uno spazio per una modalità non appropriante. Per cui si tratta più di una modalità del desiderio che della conoscenza in quanto tale.

Come Erwin Straus, lei vede la relazione alinguistica tra l’io e il mondo che si manifesta nel sentire come il luogo di una comprensione reciproca tra umani ed animali. Al di là dei mondi di significato propri ad ogni specie esiste dunque anche un mondo in comune?

La questione del mondo è complessa: questo concetto non ha lo stesso senso in Husserl, Uexküll, Heidegger… Per Erwin Strauss, il mondo comune è quello dell’affezione, del sentire e del muoversi. È difficile distinguere ciò che è proprio a ogni specie e contemporaneamente comprendere in cosa siamo una comunità attraverso questo nodo già evocato della motricità, della percezione e dell’emozione. Il mondo comune si dà anche nel mistero dell’attaccamento che si può annodare tra individui non appartenenti alla stessa specie. È un sentiero aperto per la meditazione filosofica.

Lei è vegetariana ed esprime nelle sue opere una indignazione profonda verso le pratiche violente degli umani nei confronti degli animali: in che misura pensa che la filosofia, e in particolare la fenomenologia, possa contribuire a migliorare la condizione degli animali nella nostra società?

Nel mio lavoro si possono distinguere due tipi di testi. Alcuni, piuttosto brevi e direttamente impegnati contro queste pratiche violente, intendono far apparire la mostruosità di un processo nel quale tutto accade come se le catene che conducono alla morte dei miliardi di animali esistessero in un mondo parallelo, dal momento che il nesso tra la moltitudine di prodotti ricavati da queste morti e gli individui morti per essi non si presenta mai alla nostra mente. È come se la cosa non esistesse, e ciò non si deve solo all’invisibilità dell’uccisione, ma al fatto che questa morte non è tematizzata come crimine e a volte neanche come morte. Alcuni altri lavori – e si tratta allora dei miei libri – tentano di contrastare le concezioni soggiacenti a queste utilizzazioni. La fenomenologia fornisce gli strumenti che permettono di far passare gli animali dalla categoria di «semplice vivente» a quella di esistente, per così dire. Ogni animale traccia la propria vita ed è un essere biografico. Occorre far valere questo dato contro la determinazione (storica, scientifica, economica, filosofica) che annienta miliardi di animali terrestri e marini.


Approfondire

Florence Burgat, Une autre existence. La condition animale, Albin Michel, Paris 2012.

Florence Burgat, Liberté et inquiétude de la vie animale, Kimé, Paris 2006.

Florence Burgat, Animal mon prochain, Odile Jacob, Paris 1997.

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Lunedì, 08 Ottobre 2012 19:25

Steve Best in Italia

Steve Best, docente di filosofia a El Paso -Texas, attivista animalista e autore di numerosi libri e articoli sull'antispecismo e l'attivismo liberazionista propone una lettura delle lotte di liberazione animale come la formulazione contemporanea delle battaglie per l'abolizionismodella schiavitù del XIX secolo, presentando le lotte di liberazione animale come il nuovo abolizionismo. Nel settembre di quest'anno è tornato in Italia e ha tenuto alcune conferenze. Proponiamo qui i video dei due eventi realizzati a Roma, uno al Rewild Cruelty-free Club di Roma il 4 settembre



e l'altro alla Sapienza il 5



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Venerdì, 28 Settembre 2012 11:26

Le gambe delle giraffe - di Sara Romagnoli

Le gambe delle giraffe

di Sara Romagnoli


Molto spesso, buona parte di articoli che riportano notizie come questa, sono frutto di riflessioni che tradiscono un pregiudizio sul quale verrebbe da sorridere, se non fosse specchio di un pensiero le cui tragiche derive al momento paiono essere solo sotto gli occhi di alcuni.

Le strade delle possibilità che si aprono quando ci si appresta ad interpretare i fatti e gli individui sono infinite, e senz’altro è indice di poca lungimiranza se non forse di qualunquismo, ragionare dando per scontato qualcosa; un banale esercizio di empatia però (e quindi anche di logica), può talvolta tornare utile se non per giungere a conclusioni certe, per riflettere su quali siano gli aspetti da scartare in partenza senza vi sia bisogno di ricorrere al frammento C.S.I. style del giorno.

L’anelito alla libertà non è appannaggio esclusivamente umano. Cerchiamo di farcene una ragione quanto prima e forse, e dico forse, anche i domatori del XXI secolo eviteranno di farsi prendere dallo sconforto accasciandosi a terra, quasi increduli innanzi al disperato tentativo di fuga di una giraffa, dalla sua ZooLogicaPrigioneCircense.

Un filosofo tedesco purtroppo non abbastanza studiato, H. Jonas, effettua un’analisi molto approfondita e pertinente in merito alla libertà ed ai diversi “gradi” attraverso i quali gli organismi vi tendono. Il capitolo intitolato “La nobiltà della vista”*1, presenta argomentando (cosa rarissima di questi tempi), il senso di cui gli occhi sono strumento, come emblematico e testimone di una tensione alla libertà che è prerogativa di buonissima parte dei viventi e che al tempo stesso determina il nostro/loro agire.

Vedere è “(r)accogliere” ciò che ci circonda in una sorta di frame visivo che racchiude uno spazio estremamente mobile, vasto e traboccante di vie di fuga differenti ma compossibili tutte allo stesso modo.

Vista e motilità sono strettamente correlate proprio perché chi ne è provvisto dispone della potenzialità di scegliere quella porzione di mondo ove collocarsi, o più semplicemente esistere. E se la motilità è o avvicinamento a qualcosa o fuga da questo (mediante l’attraversamento di N° punti nello spazio), la vista ci fornisce una raccolta ricchissima di possibilità simultanee, dilatabili, estendibili e moltiplicabili per tutti i differenti punti del vedere che decidiamo di adottare semplicemente muovendoci. Il desiderio di libertà altro non è che l’effetto del presentarsi di una possibilità che ci muove, ci affligge, ci si para innanzi e spesso ci induce ad agire in una direzione piuttosto che in un’altra.

Questo desiderio e le sue eventuali (spesso frequenti per quanto incomprese)manifestazioni empiriche, i suoi tentativi di concretizzazione, meriterebbero rispetto e considerazione maggiore proprio in quanto richieste di libertà che ogni individuo fa a se stesso e contemporaneamente espressione di questa.

Una giraffa che corra in preda al panico, senza una meta precisa (chi può dirlo?), cavalcando un mare di cemento, non dovrebbe necessitare di equipe di psicologi e comportamentisti, né la sua successiva morte dovrebbe richiedere l’intervento di interpreti premurosi che la dissezionino per valutare cosa l’abbia uccisa.

Notizie di cronaca ci sbattono in faccia periodicamente morti fulminanti per paura o per il dolore di una perdita senza che nessuno si spertichi per darne conferma certa. Fa troppo magicamente romantico per permettere al cinismo della medicina di smentirle.

Eppure l’evidenza di una corsa disperata, che segue alla tragicità di una vita da reclusa, non ci sembra abbastanza capace di parlare di sé e d’altronde il sistema specista non può permettersi il lusso di trarre conclusioni che lo minerebbero alla base costringendolo a rimettere tutto in discussione.

Il fatto è che siamo MOLTO MENO animali razionali di quel che crediamo, vantandoci rispetto agli altri animali, il nostro rapportarci con loro ne è una prova continua e decisamente lapalissiana, ed il prezzo che paghiamo per questo, a noi stessi e al resto dei viventi, è una lunga serie di menzogne ben confezionate ed allenate.

E se è noto a tutti che le bugie han le gambe corte… è certo però, che si rivelano comunque più lunghe di quelle delle giraffe, purtroppo.


Note:

1. H. JONAS, Organismo e libertà [1994], Frankfurt a/M, Insel, 1999, Biblioteca Einaudi,
p. 179.

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Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

Pubblicato in Attualità - Notizie
25 settembre 2012

Green Hill, indagati la sindaca, il comandante della Polizia Locale e un dirigente della ASL Lombardia


Articoli stampa:

- Repubblica Milano

- Corriere di Brescia

- Il Giornale di Brescia


Vedi anche:

- Cronologia della lotta contro Green Hill

- Dossier su Green Hill di Antispecismo.net


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