Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

_______________________________________________________________________________________________

Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

Pubblicato in Materiali

Il 24 maggio 2014 si terrà a Verona l’incontro di LiberAzione Gener-ale 2, promosso dal Collettivo Anguane, dal Circolo Pink, dal SAT-Pink, da Intersexioni, da Liberazioni – Rivista di Critica Antispecista, Anet.

Per svolgere la giornata in modo collettivo e trasversale proponiamo una Call for Papers che ha lo scopo di raccogliere le idee, le proposte, le bibliografie, i testi utili per la condivisione e la discussione nella giornata di LiberAzione Gener-ale 2. Questo per favorire le attività che si svolgeranno nei gruppi di lavoro e nelle plenarie previste, auspicando la redazione di progetti comuni di lotta, riflessione e diffusione.

Il testo della convocazione è indicato di seguito e potete scaricare il pdf in calce.

Buon lavoro a tutt*!

 

LiberAzione Gener-ale 2
Giornata di studio e di lotta
Il sessismo nelle sue declinazioni
contro le donne, gli/le lgbtqi, gli/le altro-da-umani
 ___________________
Different tendencies of sexism
against women, lgbtqi, other-than-humans

Il Collettivo Anguane, Anet, Circolo Pink, SAT – Sportello Accoglienza Trans, Liberazioni-Rivista di Critica Antispecista, OLS – Oltre La Specie, il Collettivo Intersexioni propongono la 2^ edizione di “LiberAzione Gener-ale”, giornata di studio e di lotta, che si svolgerà sabato 24 maggio 2014 a Verona. Il tema di questa giornata sarà il sessismo nelle varie coniugazioni che assume. Le prassi e le riflessioni che contraddistinguono i gruppi che organizzano l’evento si basano sui paradigmi dell’intersezionalità delle oppressioni e sulle connessioni tra le lotte. In quest’ottica proponiamo un confronto aperto e collettivo che produca un sapere condiviso e che getti le basi di azioni politiche in grado di contrastare le insidie del patriarcato capitalista eteronormativo e specista.

 *****

Il sessismo è l’insieme dei pregiudizi e delle credenze che attribuiscono caratteristiche innate in base al genere e/o al sesso. Questi tratti “naturalizzati” si basano sul principio della gerarchizzazione delle relazioni e sulla costruzione sociale, economica, psicologica, politica, storica di valori e norme che contraddistinguono i vari gruppi umani. Questi pregiudizi collettivi sono trasmessi e interiorizzati tali da divenire un patrimonio condiviso e personale che permea la vita di ognun*.

I rapporti di dominio e sfruttamento che ne conseguono divengono gli universali attraverso cui si esplicita il controllo sui corpi e sulle menti di donne, lgbtqi, altro-da-umani. Tutti questi soggetti, e tutte le altre “marginalità”, ricadono nel cono d’ombra in cui li relega il sistema di dominio prevalente che si avvale del potente meccanismo della discriminazione, dell’esclusione, dell’aggressione, dell’eliminazione.

Ognuno di questi ambiti non è una monade isolata, ma si intreccia inestricabilmente con le altre, che divengono così i vari banchi di prova per l’espressione dell’egemonia: ci si esercita sulle une per sfruttare gli/le altr* e si controllano quest* per dominare gli/le altr*. Le generazioni di dominanti ereditano i principi del mantenimento dei privilegi e rinsaldano le alleanze per detenerli inalterati, creando una cosmogonia centrata sull’unico essere superiore, a cui immagine persino la divinità è declinata: il maschio bianco occidentale borghese carnivoro.

Le resistenze sono da sempre stigmatizzate ed eliminate innalzando roghi, creando luoghi di concentramento, forzando i corpi ad essere meri strumenti in balia delle esigenze dell’unico essere predominante.

Per superare l’impasse in cui versano oramai i movimenti di base e le prassi politiche radicali e antagoniste si deve operare da un lato il riconoscimento delle intersezioni degli abusi e delle emarginazioni, raccogliendo l’eredità delle lotte che hanno determinato tutte le forme di ribellione, eversione e resistenza finora espresse, in ogni latitudine e in ogni tempo, e dall’altro è tempo oramai di unire i singoli sforzi e creare alleanze, solidarietà e mutualismo di pratiche, di teorie e di azioni politiche in grado di sovvertire il sistema dominante.

 

Le aree che proponiamo di affrontare ed indagare in questa giornata sono il sessismo come forma di dominio e controllo:

1. sulle donne attraverso il patriarcato e l’androcentrismo

2. su* lgbtqi attraverso il binarismo sessuale e l’eteronormatività

3. su* altro-da-uman* attraverso lo specismo e il carnivorismo

I lavori della giornata si struttureranno nel seguente modo:

- avvio dei lavori in plenaria

- proseguimento dei lavori in gruppi di discussione

- presentazione delle proposte in plenaria

- chiusura dei lavori.

Durante la giornata saranno disponibili un buffet vegan per pranzo e uno per cena ad un prezzo accessibile, e dopo la fine dei lavori è prevista una serata di intrattenimento solidale.

 *****

 Le proposte di elaborazione dei temi indicati (max 2000 caratteri) dovranno riportare: un titolo provvisorio; una descrizione del tema che si intende affrontare; l’indicazione delle fonti cui si fa riferimento; i recapiti del proponente (gruppo o singol*). Devono essere inviate in formato elettronico a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 aprile 2014, a cui sarà data una risposta da parte del gruppo organizzatore entro il 30 aprile 2014.

 Tutte le proposte potranno essere inserite negli “atti di LiberAzione Gener-ale 2”.


Scarica call for papers (pdf)

locandina liberazione generale 2

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi

Le proteste degli "indignados" in Spagna e altri Movimenti: Io ho un sogno

di Eva Melodia 


Questo video, come altri che girano liberi dalle catene del mainstream, mi fanno sentire il brivido del risveglio, quello di un fresco mattino di ottobre, dopo un lungo sonno quasi sedato.

Per questo io sogno, quasi sempre, dopo aver assistito ad un atto di resistenza, come ad una rivolta, mossa per ragioni che non posso fare altro che sostenere.

Sogno che tutto ciò sia contagioso, non si fermi, valichi i confini e arrivi, partendo proprio dal mondo ricco e privilegiato, ad incoraggiare alla rivolta quello sfruttato nel silenzio dei secoli, l’Africa, l’Oriente miserabile, talmente assuefatti alla propria schiavitù da non conoscere le ragioni della ribellione, o peggio, talmente spossati dalla lotta per la semplice sopravvivenza, da non avere la forza (né una durata della vita sufficiente) per ribellarsi.

Questo è un sogno lucido.

Penso infatti che se mai l’umanità invertirà la rotta davvero, potrà essere solo per la reazione di chi decide di rinunciare ai propri privilegi nel nome della condivisione di diritti fondamentali con una moltitudine sempre più vasta di volti e musi ignoti, dunque, solo quando l’Occidente agiato ed il suo popolo che fino a poco tempo fa si trastullava di vantaggi nati dallo sfruttamento del resto dei viventi sul pianeta, si siederà per non alzarsi fino al cambiamento, resistendo sì contro le banche che hanno dapprima scalato la loro vita per poi sputarci sopra, ma anche contro l’intero sistema della piramide e non tollereranno più che nessuno, sia esso straniero, diverso, di altro colore o specie, lontano, od incomprensibile, debba patire e rinunciare al proprio libero battito d’ali.

Per questo e sempre per questo, guardo con passione ai movimenti che si stanno sollevando.

Ognuno porta avanti incredibilemente quasi le stesse idee, sviluppatesi con infinita velocità circa nella stessa direzione, così capaci di imparare dagli altri e di guardare oltre lo scoraggiante nubifragio sociale che sta investendo tutti.

Quello che ancora non so, è se questi movimenti matureranno per tempo le ragioni e la determinazione di non scendere a compromessi, lottando fino a che avranno l’onesta capacità di vedere che c’è ancora qualcuno in ginocchio, o un germe malato in grado di rigenerare una piramide.

Sento allora la presenza di antispecismo che, come un soffio ancora leggero, entra nel cuore di questi movimenti e per quanto giovane, riesce comunque a sfibrare le spesse corde con cui tutte le rivoluzioni si sono poi impiccate, determinate dal settarismo che vede il popolo ribelle lottare solo per se stesso, convinto dei propri esclusivi diritti, ma presto pronto a negarlo ad altri.

Se queste corde verranno assotigliate tanto da fare sì che nessun lamento rimanga inascoltato, che non ci siano schiavi per quanto lontani ad essere dimenticati, né tanto meno animali resi indifesi e silenti, prigionieri e in agonia, ad essere esclusi dall’occhio avaro della misera ricerca del proprio benessere o ripristino di vantaggio immediato, allora sì, sono certa che il sogno è già realtà: la rivoluzione è davvero cominciata e non si fermerà.

Il Movimento Indignados: Come si è organizzato.

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Il Mondo è Paese

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Le proteste represse e negate dalla stampa

REPRESSIONE IN SPAGNA 

Repressione 

proteste 

Pubblicato in Attualità - Notizie

Pubblichiamo qui un articolo che Agnese Pignataro ha inviato ad Asinus Novus con l'obiettivo di partecipare al dibattito proposto nello specifico Dossier del numero IV dedicato alla sperimentazione animale. L'articolo è stato rifiutato dalla redazione di Asinus Novus, mentre l’autore dell’articolo commentato da Agnese Pignataro ha inserito le fonti da lei indicate. L’autrice ci ha quindi inviato il testo precisando che, oltre all’invito a citare alcune fonti relative all’antivivisezionismo etico / politico, esso contiene argomenti che potrebbero costituire un importante contributo sul tema dell'antivivisezionismo.


L'antivivisezionismo e i suoi superamenti, veri e presunti.

di Agnese Pignataro

Una mia collega mi ha segnalato più volte l'appello del blog Asinus Novus a contribuire alla discussione sull'antivivisezionismo, esortandomi a partecipare. Ho sempre declinato l'invito, sulla base dell'idea che ciò che ho scritto in merito anni fa costituisse già un contribuito corposo al dibattito e che non avessi nulla di veramente nuovo da aggiungere. Nei testi pubblicati tra 2004 e 2007 («Per una critica dell'antivivisezionismo scientifico», «Per una società senza cavie - parte prima», «Per una società senza cavie - parte seconda: questioni epistemologiche e indagini storiche sulla sperimentazione animale»), ho sostenuto:

- che la sperimentazione animale non è un problema epistemologico, come sostiene l'antivivisezionismo scientifico, ma una questione biopolitica;

- che tale questione si radica nel rapporto tra medicina sperimentale e società: da un lato in ciò che riguarda il potere della medicina di stabilire ciò che è bene, tanto per l'individuo quanto per la collettività, e dall'altro in ciò che riguarda l'intreccio tra selezione delle vittime sperimentali, umane e non, e dinamiche classiste, colonialiste, sessiste e speciste;

- che spetta alla società, e non ai «tecnici», prendere decisioni rispetto ai dilemmi etici posti da pratiche che si vogliono finalizzate al vantaggio della società stessa;

- che non potendo la medicina attuale, per il suo carattere di scienza sperimentale, fare a meno di cavie, è impossibile che essa possa essere riformata in senso etico, e che per risolvere il problema della sperimentazione animale è necessario un fondamentale cambiamento di paradigma.

Questo mio tentativo di impostare il tema in modo diverso da come era stato fatto nei decenni precedenti mi sembra ancora attuale. Ho quindi ritenuto inutile ripetere le stesse cose. Pur sapendo che oggi probabilmente le esprimerei in termini più maturi, volevo evitare quella tendenza al presenzialismo che caratterizza l'ambiente militante come quello accademico, in Italia come in Francia, e che porta a un'inutile proliferazione di ennesime variazioni su temi a volte essi stessi neanche troppo originali. Avevo anche la speranza – proabilmente ingenua – che chi si accosta alla questione oggi avesse l'accortezza di leggere e meditare i materiali che già sono stati prodotti in passato prima di prendere posizione.

Ora, tuttavia, la stessa collega mi segnala l'ultimo contributo pubblicato su Asinus Novus, «Verso un antivivisezionismo politico » di Marco Maurizi, nel quale trovo, con una certa sorpresa mista a imbarazzo, espressi proprio quei miei argomenti in un modo che sembra presentarli come nuovi, addirittura con espressioni letteralmente prese dai miei vecchi articoli senza che questi vengano citati. La cosa mi pare problematica non tanto per una questione di copyright, concetto che rifuggo interamente in particolar modo per quanto riguarda le idee, dato che chiunque può servirsi del lavoro svolto da altri – si tratta anzi di un presupposto di qualunque serio lavoro di ricerca, ferma restando l'opportunità di citare le proprie fonti. Il mio disagio, lungi quindi dal fare appello a una mera questione di principio, è relativo a ciò che l'omissione comporta per i contenuti stessi, e nello specifico concerne due punti.

Il primo riguarda la mancanza di una puntualizzazione del percorso storico del dibattito antivivisezionista in Italia. All'epoca in cui pubblicai i miei articoli, non mi limitai a questo, ma esposi e difesi le mie posizioni nei luoghi di dibattito allora disponibili (essenzialmente, due noti forum tuttora esistenti). Il che fece sì che le mie posizioni non restassero appannaggio dei soliti happy few, ma fossero portate a conoscenza delle principali realtà dell'animalismo di base, da anni, anzi da decenni, comodamente installato nei facili ed intoccabili slogan dell'antivivisezionismo scientifico. Questo portò, come si può ben immaginare, allo scatenarsi di una virulenta operazione di linciaggio morale nei miei confronti, sulla base dell'idea – che non esito a definire volgare – che chi non crede all'«inutilità» della vivisezione non possa che esservi implicitamente favorevole. Un comunicato della maggiore rete di attivismo animalista mi accusò – senza fare il mio nome, ma il riferimento era palese per tutti – di complicità morale con i vivisettori. Ma quella mia battaglia personale permise di aprire il dibattito su un tema che fino ad allora era rimasto tabù. Contribuì alla nascita e all'azione di realtà militanti, come la «Coalizione contro la vivisezione nelle università», che hanno tentanto di battersi contro la vivisezione in modo inedito, impostando un discorso più ampio che mirava a coinvolgere le cittadinanze locali. Consentì ad altre persone di esprimere dubbi ancora più articolati sull'antivivisezionismo scientifico alla luce del sole, senza nascondersi dietro a pseudonimi. Infine, quella mia battaglia rappresenta una delle principali condizioni di possibilità proprio dell'iniziativa che Asinus Novus ha intrapreso rilanciando questo dibattito in modo aperto, e della libertà di chiunque di poter partecipare esprimendo posizioni «dissidenti» senza temere di restare isolato e di essere messo alla gogna. La mia non è quindi un'oziosa e narcisistica divagazione storica, ma una puntualizzazione necessaria per capire perché oggi possiamo dire di aver percorso un po' di strada rispetto a dieci anni fa. Ed è paradossale che chi oggi beneficia di quel percorso si appropri dei presupposti del percorso stesso, che fondano anche la sua possibilità di esprimersi, e li presenti come idee sue appena partorite.

Il secondo punto è questo: l'articolo di Maurizi si presenta come un «superamento» della falsa alternativa tra antivivisezionismo scientifico e antivivisezionismo etico. Eppure in Italia il confronto tra queste due prospettive è progressivamente nato, come ho appena spiegato, a partire dal momento in cui i miei testi hanno messo in discussione la scontatezza dell'antivivisezionismo scientifico e hanno provato ad aprire un'altra pista di riflessione. Allora, se la spaccatura si è creata sulla base delle mie riflessioni, come è possibile che oggi si possano proporre i contenuti di quelle riflessioni, che ne erano il presupposto, come suo «superamento»? Si tratta di un evidente corto circuito. Ma esiste una spiegazione, ed è questa. Maurizi dà all'«etica» e all'«antivivisezionismo etico» un significato molto ristretto. Egli fa consistere l'etica nelle considerazioni di filosofi morali come Tom Regan o Gary Francione, per i quali si tratta di elaborare, sulla base di principi morali generali, risposte alla domanda su come debbano essere trattati gli animali in singoli contesti (nel caso della vivisezione, se possano essere usati come cavie oppure no). E riduce l'«antivivisezionismo etico» – come si evince quando parla a favore di «argomenti apparentemente 'impuri' dal punto di vista etico» – a una sorta di tabù, che consisterebbe nel rifuggire qualunque spunto estraneo a quella visione dell'etica. Invece, per me e per molte delle persone che in questi ultimi anni hanno abbracciato la posizione detta dell'«antivivisezionismo etico», questo ha un significato molto più vasto.

Innanzitutto, degli argomenti scientifici questa posizione rifiuta non solo i contenuti non convincenti ma anche il carattere strumentale: non solo e non tanto il fatto che essi non siano focalizzati sugli animali, quanto il fatto che tale détournement venga operato per timore del ridicolo e dell'indifferenza a cui attualmente espone qualunque discorso centrato sull'idea che gli animali siano importanti e degni di considerazione. Quindi non esiste nessuna paura di contaminazione rispetto ad argomenti non centrati sugli animali, a condizione però che siano convincenti e non strumentali. (Questo punto vale in generale per la diatriba tra «argomenti diretti» e «argomenti indiretti»).

Chiarito ciò, entriamo nel merito dei contenuti. L'antivivisezionismo etico consiste – come si può facilmente evincere dal sunto dei miei vecchi articoli che ho presentato sopra – in un'ampia riflessione sulla sperimentazione medica, sulle sue origini, sulle sue pratiche e sulla sua relazione con la democrazia, relazione prodotta dal fatto che la medicina sperimentale, diversamente dalle altre scienze della natura, ha a che fare con corpi viventi e sociali. Insomma, l'«antivivisezionismo etico» è tutto ciò che non è quello «scientifico», ovvero tutto ciò che può essere detto sulla sperimentazione animale all'infuori del mantra secondo cui «la vivisezione non è scientifica perché nessuna specie è modello di un'altra specie». E sulla base di questa concezione delle cose, la quasi totalità degli argomenti che Maurizi espone nel suo testo riprendendo quelli da me proposti negli anni passati possono essere tranquillamente intesi come facenti parte dell'antivivisezionismo etico. Il «superamento» propugnato da Maurizi, insomma, è già in atto. O meglio, non ha luogo di esistere, perché l'«alternativa secca» tra le due posizioni non è mai esistita nei termini da lui descritti: l'antivivisezionismo etico non rappresentava semplicemente una posizione antitetica a quella scientifica, ma un modo diverso di impostare il problema.

Per cui, il fatto che considerazioni di tipo «scientifico» non debbano essere completamente escluse dalla prospettiva «etica» mi trova perfettamente d'accordo. Non solo rispetto a quegli abbozzi di riflessione sui legàmi tra vivisezione e società (influenza del capitale sulla ricerca, necessità di una politica sanitaria preventiva, etc.) già presenti nei teorici dell'antivivisezionismo scientifico, abbozzi il cui contenuto era corretto ma, come giustamente notato da Maurizi, limitato da un'interpretazione che rinviava all'idea di una scienza degradata e degenerata, riducendoli a problemi interni alla scienza stessa: il che manifestava, è chiaro, la mancanza di una consistente ottica politica. Ma anche in relazione all'idea centrale dell'antivivisezionismo scientifico, nella quale risiede un certo grado di verità, occultato nelle sue versioni più rozze. È infatti impossibile e semplicistico negare l'esistenza di una dimensione aleatoria nella ricerca scientifica di ogni tipo, e in particolar modo quando essa si rivolge agli esseri viventi, i quali presentano sì alcuni caratteri generali ma anche altri irrimediabilmente individuali. Il torto dell'antivivisezionismo scientifico non sta nel focalizzare tale difficoltà della ricerca medica, ma innanzitutto nel pretendere che essa sia ignota ai ricercatori o da essi volutamente celata – quando invece essa è apertamente trattata dalla riflessione epistemologica –, e poi nell'affermare che essa rivelerebbe il carattere «non scientifico» della vivisezione – quando invece si tratta, come già detto, di un carattere strutturale di qualunque scienza sperimentale. La ricerca non può che comportare lunghe fasi di esplorazione per accumulare dati di ogni tipo dei quali non si può sapere in anticipo se saranno utili o no; successivamente e gradualmente, alcuni di essi troveranno sistemazione in una teoria. Nel caso della ricerca medica, che opera su esseri viventi e quindi ha delle conseguenze sul piano etico, questo carattere aleatorio fa sì che a un costo etico ingente e quantificabile corrispondano benefici incerti e non quantificabili. Anche in questo può allora consistere un'articolazione dell'antivivisezionismo scientifico con la prospettiva etica, nel mettere in luce tale incalcolabilità della sperimentazione animale, scalzando la rappresentazione semplicistica che vuole direttamente opposte la sopravvivenza di un umano e quella di un animale. Opposizione ideologica che non ha alcuna corrispondenza con la realtà della ricerca medica.

Non sarà inutile infine ricordare che l'ottica politica dell'antivivisezionismo etico non nasce neanche dai miei scritti, ma era già presente e consolidata nelle precedenti riflessioni dell'ecofemminismo e del femminismo vegetariano. Cosa che non stupisce quando si abbia una conoscenza anche approssimativa di queste due correnti: esse infatti ereditano dal femminismo nero e post coloniale la volontà di sviluppare un pensiero liberazionista il più possibile inclusivo che indaghi le intersezioni tra diverse forme di oppressione, aggiungendovi da parte loro l'apertura al mondo non umano (gli ecosistemi, gli animali). Questo approccio globale si combina poi con l'interesse, mutuato dall'etica del care, per una comprensione contestuale dei fenomeni analizzati. E come dimenticare la critica della scienza moderna operata dall'epistemologia femminista? Ecco allora che la riflessione femminista sulla sperimentazione animale non solo è perfettamente cosciente della questione della prevenzione delle malattie e della sua dipendenza dall'interesse economico e da fattori di ineguaglianza sociale, ma più in generale dell'interconnessione tra potere medico e oppressione razzista, sessista, specista e classista: questa consapevolezza ha indagato i presupposti dominatori e machisti del sapere medico e le sue conseguenze, che vanno dal modo in cui vengono  concettualizzati i corpi e i comportamenti di animali, donne e altre categorie oppresse, alle relazioni di potere che oppongono, all'interno dei laboratori, ricercatori uomini e ricercatrici donne, scienziati e personale tecnico, e infine al ruolo della tecnologia medica nella gestione, invasiva e paternalista, della salute delle categorie più deboli della società. Oltre che in testi, articoli, parti di opere più generali di numerose altre autrici, tali analisi sono sviluppate in modo approfondito nella monografia Feminism, Animals and Science di Lynda Birke, biologa e filosofa della scienza femminista (nonché vegana).

Insomma, l'antivivisezionismo è già politico, e da lungo tempo. Mi sembra che a tutto ciò, il contributo di Maurizi aggiunga un'unica cosa: la precisazione che la vivisezione continuerà a esistere finché il suo contesto sociale rimarrà immutato. Un po' come dire che finché la società resterà patriarcale, continueranno a verificarsi femminicidi. Con tutto il rispetto per Maurizi, non mi sembra una grande scoperta.

Pubblicato in Spazio Libero
Segnaliamo un interessante Articolo di Oltre La Specie:

La censura e il movimento animalista

Forse come conseguenza dell’idea che essere antispecisti e vegani corrisponderebbe ad una purezza morale assoluta – concezione da rifiutare perché fattualmente sbagliata (chi può vivere un antispecismo senza alcun compromesso essendo, volente o nolente, membro di una società rigidamente specista?) che, a sua volta, è figlia di ideologie proto-totalitarie debitrici a nozioni quali quelle di identità e di autenticità –, il movimento animalista da un lato ha contribuito esso stesso al proprio isolamento e alla sua autoreferenzialità rispetto ad ogni altra forma di emancipazionismo politico e sociale – condannandosi ad una sterilità di risultati di cui sono vittime principalmente le già-vittime animali di questa società – e dall’altra è attraversato continuamente, con periodi di recrudescenza insopportabile, da vere e proprie purghe mediatiche di propri membri – spesso i più critici di alcune sue strategie e tattiche ritenute indiscutibili dalla maggioranza degli attivisti. Questi “animalisti critici”, pur coscienti dell’inesistenza e dell’insensatezza di identità pure e incontaminate, non hanno mai rinunciato alla nozione fondamentale dell’antispecismo, ossia alla liberazione animale, e a favorire la crescita del movimento. Essi hanno così continuato ad interrogarsi su concetti e parole-chiave dati per scontati da chi è assillato da un quotidiano fare, spesso e volentieri completamente afinalistico, ma che scontati non sono e che invece, secondo chi li critica, sono una parte e non la soluzione della “questione animale”. Chi osa fare questo è immediatamente bollato come “infame”, “traditore”, “nemico”.

Tralasciando il primo aspetto – quello dell’isolamento suicida del movimento antispecista che merita un approfondimento maggiore di quello permesso da un comunicato – Oltre la Specie (OLS) intende stigmatizzare il secondo – quello delle purghe mediatiche – forse ancora più pericoloso perché causa di un clima interno al movimento animalista irrespirabile, foriero di pensieri ed atteggiamenti paranoici e capace, allontanando chi si ostina a pensare, di retroagire sul primo moltiplicandone gli effetti deleteri. OLS ha deciso di affrontare pubblicamente questo tema non tanto perché sempre schierata dalla parte degli oppressi – animali o umani, propri membri o meno –, quanto piuttosto perché negli ultimi tempi, a causa di alcuni individui, si sta assistendo ad un incremento esponenziale degli attacchi a diversi membri a pieno titolo del movimento animalista. Ci sembra cioè che si sia imboccata una “china scivolosa” dove tutti si è potenzialmente esposti a subire un trattamento denigrante dalle conseguenze personali e politiche chiaramente devastanti.


OLS, come è noto, tende ad assumere una visione generale delle questioni, ha ben chiara la differenza tra pubblico e privato e sa che gli attacchi ad hominem dovrebbero essere evitati a favore delle critiche ad rem (ossia critico le tue idee politiche, ma evito di diffamarti). Anche in questo caso, quindi, si eviterà di prendere in esame piccoli episodi di ordinaria meschinità per cercare di individuare un paradigma che sottende questo insensato e distruttivo concentrarsi sulle vite degli altri per provare a fornire strumenti concettuali utili ad una crescita del movimento animalista – aspetto tra quelli che sta più a cuore all’associazione fin dalle sue origini.


Come insegna il filosofo francese Michel Foucault, possiamo dire, semplificando molto, che negli ultimi 300 anni abbiamo assistito ad una modifica progressiva, ma sostanziale, della gestione della vita umana individuale e collettiva da parte dei sistemi di potere diffusi all’interno della società. Modifica che è chiaramente tuttora in corso, ma che negli ultimi tempi ha assunto una forza e una pervasività senza precedenti – come vedremo anche all’interno del movimento animalista. Al potere sovrano, che si manifestava gloriosamente negli spettacoli di morte si è progressivamente sostituito un potere biopolitico che, abbandonate le manifestazioni più crudeli ed eclatanti del primo, è in grado, con più efficacia e ancora più capillarmente, di produrre corpi docili, addirittura auto-addomesticantisi, attraverso una gestione burocratica della vita. Detto altrimenti, il potere sovrano si esercita con la spada tramite la sua prerogativa di poter dare la morte, mentre quello biopolitico si esercita tramite lo sviluppo e la messa in opera di una regolamentazione disciplinare che si incentra intorno ad una presa diretta su tutti gli aspetti della vita. Alle esecuzioni di piazza e alle punizioni corporali pubbliche si sono affiancate, per poi sostituirle, norme minuziose e facilmente introiettabili e un controllo costante di ogni attività, di cui sono testimonianza i satelliti e le telecamere che ci inseguono ovunque.


Anche la censura, parte integrante ed essenziale di ogni sistema di potere, ha seguito questo stesso corso storico. Alla “grande” censura, quella per intenderci che aveva come intento quello di cogliere gli oppositori, se possibile, ancora prima che diventassero tali e che non esitava a eliminarli dalla faccia della terra, bruciandoli in piazza e innalzando roghi pubblici dei loro scritti, si è sostituita una censura più “dolce”, una censura che ti lascia agire e che poi, grazie alla diffusione di meccanismi auto-riproducentesi, come quelli offerti da internet, sommerge gli oppositori, i dissidenti, chi pensa altrimenti con tsunami di fango, non sul lavoro di questi ma su presunti aspetti della loro vita privata, tsunami di fango che sono tanto più efficaci quanto meno vere e meno fondate empiricamente sono le accuse che vengono di volta in volta mosse. Alla censura a priori si è sostituita una censura a posteriori che funziona grazie al ben noto meccanismo, riassumibile così: “più fango getti e peggiore è il fango che getti, tanto meglio sarà, poiché un po’ di fango rimarrà comunque”. Inutile dire che questa forma di censura è all’ordine del giorno per infangare appunto membri del movimento animalista da parte del sistema specista: tutti noi l’abbiamo sperimentata sulla nostra pelle e non vale la pena discuterne ancora. Molto più interessante è invece sottolineare che questa censura è funzionante anche all’interno di gruppi relativamente omogenei. Al di fuori del movimento animalista, ad esempio, è ben noto il “metodo Boffo”, grazie al quale il potere berlusconiano, con i giornali di famiglia, ha cercato di mettere all’angolo individui diventati scomodi, anche se appartenenti a poteri e forze non così distanti dal presunto “sé puro” qui in questione, quali Dino Boffo, appunto, il direttore del quotidiano cattolico “L’Avvenire” o Gianfranco Fini, nientemeno che co-fondatore del Popolo delle Libertà.


Più triste e più drammatico è assistere invece al fatto che il “metodo Boffo” sta diventando patrimonio indiscusso e protetto dell’animalismo italiano. Certo, differenti sono i mezzi, non le grandi testate giornalistiche e televisive, ma la miseria di piccoli blog e di meschine pagine facebook, ma identico è il meccanismo di funzionamento: “rinsalda la tua purezza, la tua identità, il tuo potere screditando a più non posso – tanto qualcosa rimane sempre –, senza alcun controllo dei dati e delle informazioni, chi si è permesso, soprattutto se ha motivato le sue ragioni con pacatezza e argomentazioni a cui non sei in grado di rispondere per ignoranza o dabbenaggine, di criticare qualche aspetto dell’ideologia che pensi ti caratterizzi”. Basta aprire unforum e definirlo libertario – ovviamente nel senso deteriore del termine, ossia intendendo come tale la possibilità di chiunque di dire qualunque cosa, basta che urli il più forte e il più sguaiato possibile – e il gioco è fatto.


A questo gioco OLS si è sempre sottratta e continuerà a sottrarsi non perché incapace di difendere chi di volta in volta è catturato dalle maglie della macchina del fango, ma perché, da sempre, alla ricerca di una critica radicale dei sistemi di potere. Scegliere di scendere sullo stesso piano vorrebbe dire accettare questo sistema. Cercare di contrastarlo con contro-argomenti significherebbe dare legittimità a persone o accuse che semplicemente non meritano di essere considerate. La resistenza a questa macchina del fango è invece la via qui adottata: un comunicato pubblico che evidenzi un problema, lo analizzi, lo critichi nel suo funzionamento, proponendone l’oltrepassamento ed evitando di stigmatizzare personalmente i protagonisti-vittime dello stesso che muovono, senza neppure rendersene conto, le manovelle di questa diabolica macchina, rendendosi in tal modo complici di un sistema di potere ben più ampio e più astuto di loro. OLS, rimanendo aperta alla discussione anche la più critica e serrata se condotta nell’ambito della ragionevolezza e del rispetto, rigetta questo sistema di censura chiaramente para-totalitario, al pari di tutte quelle ideologie e pratiche che al totalitarismo si richiamano e invita tutti gli individui e le associazioni che all’animalismo si rifanno a comportarsi nello stesso modo, incrementando la qualità del dibattito interno e stigmatizzando senza riserve chi, seppur senza averne chiara consapevolezza, alimenta la macchina della censura e del fango.



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