Intervista a Lorenzo Guadagnucci

di:

Fonte: mangialibri.com

Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione.



Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?
Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova.


In Restiamo animali affronti da varie angolazioni la “questione animale”. Perché, secondo te, c’è tanta indifferenza nei confronti di un massacro che avviene sotto i nostri occhi?
L'indifferenza è grande perché viviamo in un sistema che contempla nella sua struttura la sottomissione e lo sterminio degli animali. Ciò ha reso possibile l'affermazione di un'ideologia che riesce a rappresentare come un'ovvietà, quasi un dato di natura, il dominio dell'umanità sugli altri animali, ridotti a macchine da carne. Le persone sono indifferenti alla sorte degli animali perché sono educate fin dall'infanzia a considerare gli animali non umani come oggetti, con l'esclusione di alcune specie dette “di affezione” a seconda della parte di mondo nella quale si vive: la manipolazione comincia prestissimo e dura tutta la vita. L'indifferenza, l'assuefazione alla violenza, la deresponsabilizzazione sono dovuti a relazioni di potere. Qualcosa di analogo avviene anche al di fuori della relazione umani/animali. Meccanismi simili stanno alla base del razzismo, del nazionalismo, del sessismo, dell'omofobia.


Gary Yourofsky, un attivista vegan americano, afferma che “se va bene per lo stomaco, va bene per gli occhi” e nei suoi incontri mostra immagini forti e cruente di ciò che avviene nei mattatoi. Credi possa essere un buon metodo di sensibilizzazione?
I metodi di informazione e sensibilizzazione sono molteplici e ognuno può avere una sua validità. L'uso di immagini forti, di documentazione presa all'interno di allevamenti e mattatoi ha sicuramente un valore informativo importante, tant'è che le industrie della carne, delle uova, quelle casearie non gradiscono la diffusione di fotografie e filmati del genere. Allevamenti e mattatoi non sono affatto case di vetro e il loro occultamento è una parte importante della strategia commerciale di queste industrie e della stessa ideologia che giustifica lo schiavismo animale. Non sono però convinto che la colpevolizzazione delle singole persone sia la strada principale nella lotta verso la liberazione animale. La diffusione delle conoscenze sulla reale condizione degli animali nella nostra società, come la diffusione dell'alimentazione ‘cruelty free’, sono certamente importanti, ma il cuore della questione animale è prettamente politico. Io credo che non potremo nemmeno immaginare un'autentica liberazione animale senza mettere in discussione i fondamenti della società attuale, che è antropocentrica, che poggia su una logica di dominio anche all'interno della società umana, che pare disposta a distruggere le stesse condizioni minime di vita sul pianeta. Il tema è enorme, ma se non ripensiamo la stessa posizione dell'uomo rispetto alla natura, non possiamo fare grandi avanzamenti verso la liberazione animale.


Credi che il consumo di prodotti animali sia in qualche modo veicolato da un sistema, da una volontà ‘superiore’, che ovviamente ruota intorno al denaro?
Credo che il sistema capitalistico, specie nella sua fase consumistica, quella che è cominciata nel secondo dopoguerra, abbia trovato una perfetta consonanza con la logica di dominio sugli animali ereditata dal passato. Gli animali sono stati ridotti a merce, a meri oggetti e come tali vengono trattati e ˗ quel che è peggio ˗ anche  percepiti dalle persone che se ne nutrono, che ne indossano le spoglie e così via. La logica del profitto, come ben sappiamo, è spietata e in questa fase storica si avvale anche dalla passiva accettazione del suo primato da parte di masse sterminate di persone.


La questione animale si affronta da secoli. Eppure il consumo di prodotti animali cresce a dismisura. Si pensa ancora, in un retaggio da dopoguerra, che mangiare carne faccia bene, nonostante si abbiano le prove scientifiche che è proprio il consumo eccessivo di carne a provare alcuni tumori. Perché, secondo te?
Torniamo a quello che dicevamo prima. La sorte ignobile riservata agli animali è possibile grazie alla collaborazione di una moltitudine di persone, che vengono deresponsabilizzate (chi si sente complice della sorte infame inflitta a maiali, mucche, galline, pesci o ancora, se allarghiamo lo sguardo oltre il mondo occidentale, anche a cani, gatti, tartarughe e così via?); i cittadini diventano clienti, chiamati a consumare ciò che trovano al supermercato, sono ridotti a tubi digerenti. Questo avviene perché i reali meccanismi di produzione sono giustificati da un sistema culturale e ideologico che riesce a rappresentare come ovvio, naturale, normale ciò che non è né ovvio, né naturale, né normale, cioè lo schiavismo e lo sterminio di massa degli animali. Di questa ideologia fanno parte anche la scomparsa, l'emarginazione, l'occultamento delle conoscenze medico-scientifiche disponibili. Ormai tutti gli studi più seri riconoscono che l'alimentazione a base carnea è la più pericolosa per salute, ma sia il discorso corrente da uomo della strada, sia i consigli di 'buon senso' dei medici di base affermano l'esatto contrario. Melanie Joy chiama tutto ciò 'carnismo': un'ideologia che riesce ad occultare la verità e anche ad essere invisibile. La manipolazione è così macroscopica e scoperta che non viene notata: sembra troppo clamorosa per essere vera. Quante volte ci siamo sentiti dire “ma il mio medico mi dice di stare attento, se voglio passare a una dieta vegetariana”'; “a mangiare un po' di tutto si fa sempre bene”; “un bambino non può fare a meno della carne nella fase della crescita”; “dove prendi le proteine?”, e così via, in una serie infinita di luoghi comuni che passano di bocca in bocca ma che sono privi di fondamento. È l'eterna favola del re nudo. Al momento la minoranza animalista, vegana, nonviolenta non ha una voce abbastanza forte da riuscire a farsi sentire quando grida che non è vero ciò che si dice sul magnifico abbigliamento del re.


Sei stato vegetariano per tanti anni e in seguito hai abbracciato il veganismo. Credi che in qualche modo i vegetariani vivano in un limbo (anche ipocrita, se vogliamo) alimentato dalla falsa convinzione che la produzione di latte e uova non porti morte?
In base alla mia esperienza diretta, credo che in ogni vegetariano ci sia un potenziale vegano. Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. Limitavo questa mia scelta alla mia vita quotidiana, senza attribuirle una valenza politica, e fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte: un po' per vigliaccheria, un po' per quieto vivere. Credo che per buona parte dei vegetariani avvenga qualcosa di simile: viviamo in una società ‘carnista’ che già percepisce la scelta vegetariana come una specie di eresia. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. Non nego di avere avuto io stesso dei pregiudizi sull'estremismo dei vegani: i condizionamenti sono forti ed è difficile restarne immuni. In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora. Ma io non vedo una contrapposizione fra vegetariani e vegani: credo anzi che l'obiettivo comune sia contribuire alla liberazione animale, sapendo che la cultura prevalente, le abitudini più radicate vanno in direzione opposta. Il mio atteggiamento è dunque di incoraggiamento: verso i vegetariani affinché facciano quel piccolo passo mancante in direzione dell'alimentazione vegana, verso gli uni e degli altri a impegnarsi al massimo per i diritti degli animali e quindi per cambiare la cultura e i rapporti di potere esistenti nella nostra società”.


“Sei vegano? Quindi mangi solo verdure”. È una frase che spesso si sente dire un vegano. C’è molta disinformazione al riguardo. In che modo credi si possa sensibilizzare la gente a rompere l’abitudine e la tradizione dello sfruttamento animale?
Cambiare le tradizione, spingere le persone ad abbandonare abitudini consolidate è quanto di più difficile si possa fare, perciò credo che si debba agire su tutti i piani, con un'azione per così dire multipla. Il tema centrale per me è quello politico: bisogna finalmente superare lo steccato che separa l'attivismo animalista dalla militanza politica. Ripeto: non è possibile immaginare la liberazione animale senza rivoluzionare la nostra società. Io ad esempio, ogni volta che vengo invitato a parlare di Genova G8, di diritti umani, di razzismo ed è previsto un buffet o una cena, specifico che per coerenza mi aspetto “cibi nonviolenti”. Ma mi domando quanto dovremo ancora aspettare prima che una forza politica lanci una campagna contro i consumi di prodotti animali: avrebbe un grande spessore etico ed enormi valenze in termini di tutela della salute pubblica e protezione dell'ambiente. Una definitiva legittimazione politica del discorso animalista (ma sarebbe meglio dire antispecista) avrebbe un enorme effetto sulla cultura generale e sulla percezione che le persone hanno di questi temi. Bisogna poi agire sul piano dell'informazione, ad esempio in campo medico, dove il pregiudizio carnista è ancora forte quanto infondato. E poi c'è il piano dell'azione, che può essere sia l'esempio personale – quindi non rinunciare mai a spiegare i motivi che hanno spinto a compiere la scelta cruelty free, dimostrando che è possibile per chiunque – sia la pressione affinché l'alimentazione “veg” diventi un diritto nel mondo della scuola, del lavoro, delle strutture pubbliche: penso alle mense, ai menu negli ospedali e nelle carceri, e così via. 


Come sarebbe la società se l’uomo rinunciasse allo sfruttamento animale e a tutto ciò che ruota intorno ad esso?
Sarebbe una società antiautoritaria, tendenzialmente egalitaria, in una relazione di maggiore armonia con la natura e con gli altri animali.

repressione
Pubblicato in Articoli

“Trasformare il maschile” – intervista a Salvatore Deiana

a cura di Marco Reggio

Trasformare il maschile è un testo a più voci sul cambiamento in corso dei "modelli" maschili, a partire dai temi delle esperienze maschili pedagogiche e di cura [1].

"Questo volume vuole partecipare al dibattito ormai aperto in ambito pedagogico su se e come educare un essere umano a vivere anche in termini di genere, partendo dall’idea che sia poco naturale e spontaneo il vivere come maschi e come femmine, ma che pure in questo ambito siamo in larga parte costruiti dalle culture e dalle società. Il libro riserva un’attenzione e un approfondimento particolari nei riguardi degli uomini, coinvolti come attori o come destinatari - bambini e adulti - della formazione/educazione/cura. È uno spazio per alcune voci maschili – tra cui un padre, un maestro di scuola, un educatore, un volontario ospedaliero, un formatore in ambito sportivo, uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne - a partire dalle proprie esperienze, perché, al di là dei momenti di teorizzazione o di governo, la presenza maschile nei luoghi di educazione e di cura è sempre più numericamente minoritaria ma può essere, forse anche per questo, originale e portatrice di trasformazione." (maschileplurale.it)

Abbiamo intervistato uno dei curatori, Salvatore Deiana, ricercatore e docente di Pedagogia presso la Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari, e membro dell'Associazione Maschile Plurale.

[1] S. Deiana e M. Greco (a cura di), Trasformare il maschile nella cura, nell’educazione, nelle relazioni, Cittadella Editrice, Assisi 2012.

 

Marco: Trasformare il maschile introduce alcune riflessioni teoriche di tipo pedagogico e filosofico sui rapporti fra i generi e sulla cura “al maschile”, ma è anche una raccolta di contributi di uomini che si raccontano, che mettono a nudo il proprio vissuto negli ambiti educativi e di cura, o in contesti particolari come le campagne contro la violenza maschile sulle donne. Come siete arrivati a scegliere un approccio del genere, direi quasi inusuale per gli autori di sesso maschile?

Salvatore: Credo sia stato determinante un bisogno percepito di concretezza, di esprimere delle riflessioni collegandole alla vita di ciascuno di noi: non solo un’osservazione distaccata, stando fuori dai problemi e dalle questioni, bensì vedere questi aspetti calati nella nostra esperienza, anche se non soprattutto in quella personale e individuale. In questa scelta, poi, ha inciso molto il riferimento a una prassi del “partire da sé”, di matrice femminista, che riconosciamo e sentiamo come un principio ispiratore di grande importanza. Ancora, questa scelta delle testimonianze alla prima personale maschile, singolare e plurale, cioè individuale e collettiva, era di per sé stessa una scelta trasformativa: esserci come persone intere, come uomini che pensano e sentono, che elaborano idee e provano emozioni, e vivono in relazioni dando a queste valore, quindi non mera e sola razionalità.

La vostra attività di confronto ed attivismo politico nella rete “Maschile Plurale” (e la ricerca del gruppo “Trasformazione”) è stata evidentemente determinante. Puoi parlarci della nascita e della storia dei gruppi di riflessione maschili in Italia?

Io sono abbastanza giovane alla partecipazione diretta e in prima persona a questa storia, avendo cominciato a frequentare Maschile Plurale nell’ottobre 2009, ma ho cercato di conoscerla e di farmene un’idea. Mi sembra si possa dire che esista già da diversi anni una rete di singoli e gruppi di uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne. Questo tema è stato direi il più delle volte il punto di origine di queste esperienze di uomini: interrogarsi sulla propria appartenenza, appunto come uomini, a una cultura della violenza maschile sulle donne, farlo in spazi di condivisione ristretti e intimi e simultaneamente agire più apertamente per l’emersione della violenza nascosta, in modo da poterla più efficacemente prevenire e contrastare. Così il problema originario ha portato a nuove domande, e più in generale a una messa in discussione dei modelli identitari del genere maschile: rendere plurali i modi di essere maschi, renderli differenti dal modello del virilismo, cominciare a costruire nelle nostre vite altre esperienze di relazione, fra uomini e con donne. A volte, ma mi sembra più raramente, la riflessione sul maschile e l’esperienza della condivisione del proprio vissuto relazionale, espressa in gruppi maschili, ha invece anticipato un’azione più direttamente rivolta a intervenire sul problema della violenza maschile: mi sembra sia questo il caso del Cerchio degli Uomini di Torino, per come emerge nel contributo al volume da parte di Roberto Poggi. Può forse essere indicativo datare alcuni momenti: ad esempio Stefano Ciccone, l’autore di Essere maschi, e altri già scrivevano sulla violenza e sull’identità maschile negli anni Novanta; Uomini in Cammino, il gruppo e foglio nato presso la Comunità di base di Pinerolo, compie nel 2013 vent’anni di attività; i primi incontri del Cerchio degli Uomini risalgono al 1998; i gruppi locali di Roma e Bologna, già autodenominatisi Maschile Plurale, hanno una storia significativa in questo primo decennio del secondo millennio; infine, mi sembra abbiano segnato una svolta l’appello “La violenza contro le donne ci riguarda come uomini”, del settembre 2006, e la stessa costituzione formale dell’associazione nazionale Maschile Plurale nel 2007. L’associazione ha poi tenuto un ritmo di tre incontri nazionali all’anno, uno iniziale e invernale di programmazione, un secondo più di condivisione e di comunicazione personale, un terzo più politico e aperto al confronto con la società. Gli incontri nazionali sono stati affiancati da una gran quantità di iniziative locali, e da un vivace dibattito nel web, che è testimoniato dai molti documenti inseriti nel sito www.maschileplurale.it

Come sottolineato nel testo, esistono però una serie di fenomeni (penso ad alcuni gruppi di padri separati, o ad alcune pubblicazioni) che vedono con ansia, se non con aperta ostilità la presa di parola delle donne e la crisi del ruolo maschile tradizionale. Beppe Pavan, nel suo articolo, parla della necessità di “elaborare un lutto”. Tu come interpreti questa insicurezza, questa aggressività di fronte al cambiamento che hai chiamato “autoesclusione maschile che si narra e rappresenta come vittima”? Ritieni che vi sia il rischio del ritorno di modelli smaccatamente virilisti (non ancora superati, peraltro)?

L’“autoesclusione maschile che si narra e rappresenta come vittima”, in un mio saggio nel volume, è connessa all’interpretazione del fenomeno della femminilizzazione dell’educazione da parte dello psicanalista junghiano Claudio Risè: non ritengo sia corretto dire, come fa lui, che le donne hanno cacciato gli uomini dall’educazione, quando abbiamo davanti agli occhi situazioni come quella dell’allontanamento maschile dalle professioni della cura educativa, con particolare riferimento alle scuole per l’infanzia e primarie, in cui si intrecciano scelte e quindi volontà maschili di non occuparsi professionalmente in questi ambiti e peso delle rappresentazioni sociali e culturali dei ruoli di genere. Per altro, mi sembra che i movimenti delle donne abbiano causato dei sommovimenti in stati e condizioni esistenziali permanenti da tempi molto lunghi: siamo di fronte a trasformazioni di cui sui tempi brevi riusciamo a vedere solo aspetti limitati e significati o senso molto parziali. Le questioni di genere inoltre si connettono e interagiscono, in una doppia direzione e senso, cioè ricevendo e dando, con altri fenomeni di vasta portata: ad esempio potremmo mettere in relazione l’insicurezza degli uomini, per un ruolo e un’identità maschile perlomeno in discussione e transizione, con l’idea di Edgar Morin della nostra epoca come momento dell’incertezza, che dobbiamo imparare ad accettare e gestire, oppure con il passaggio di stato delle identità, individuali e collettive, da uno stato “solido” a uno “liquido”, secondo Zygmunt Bauman. Certamente esiste questa insicurezza e incertezza, specialmente maschile, soprattutto maschile, perché si tratta di trasformazioni in buona parte subite dagli uomini, ovvero originatesi dapprima dal fatto che molte donne non sono più state disponibili a vivere e a stare in relazione secondo le modalità che hanno perdurato per molti secoli e millenni. La presenza ancora estremamente diffusa di modelli virilisti la percepiamo spesso chiaramente nelle affermazioni quotidiane basate su formule stereotipate, in cui si manifesta la ricerca di complicità, rivolta a uomini ma anche a donne. Credo che di questa mentalità si possano raccontare una quantità di aneddoti. Ma non è solo questo: è anche che queste forme mentali, schemi pregiudiziali si intrecciano con altre “gabbie di genere” ancor più problematiche, dubbie, difficili da decostruire e ricostruire, per cui facilmente ci affidiamo a vecchie soluzioni sempre pronte all’uso. Ne racconto solo una: in un laboratorio di formazione pedagogica sulla genitorialità, ho sentito presentare da un uomo partecipante, come esempio di “coraggio paterno”, la propria scelta di assumersi la responsabilità esclusiva di lavorare e portare i soldi a casa, cioè in famiglia, in quanto marito e padre, con complementare accettazione da parte della moglie e madre del compito della cura della casa e della prole. A me pare invece trattarsi di un non meditato ripristino di posizioni già sottoposte a critica approfondita e radicale, che prima o poi farebbe riemergere i problemi di potere, di relazione asimmetrica e di mancanza di libertà di sempre. E non ritengo si tratti di un caso isolato, anzi.

Una riflessione che introduce in qualche modo le esperienze e i temi dei diversi contributi del libro è quella relativa all’educazione. Puoi spiegarci in che senso il genere è – come tu dici – “una questione pedagogica”?

Con questa formula intendo dire che il genere, le identità e differenze di genere, ci pongono interrogativi che dobbiamo affrontare quando scegliamo di occuparci della formazione degli esseri umani, bambini e bambine, uomini e donne. Perché ciascuno di noi si forma stando in relazione, principalmente con altri esseri umani, e la sessuazione, l’essere sessuate/i influenza in maniera decisiva questo nostro vivere ed essere-con. Quindi vi sono dei presupposti teorici della pedagogia: le identità, alterità, differenze come aspetti fondamentali della pratica formativa e della cura educativa, e il genere in questo è un aspetto primario. Inoltre, se ci pensassimo scopriremmo quanto ci poniamo in maniera irriflessa rispetto al genere: vi è un sapere del senso comune a portata di mano, e quando abbiamo fretta, cioè quasi sempre nelle nostre vite attuali, troviamo immediatamente disponibili le risposte preconfezionate. Così dobbiamo sottoporre il genere e i generi a un’opera di decostruzione, vedere quale sostanza ci rimane eventualmente, e provvedere a ricostruire le “forme dell’umano”. Potremmo anche scoprire che spesso riusciamo solo a dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Veniamo a una questione che tocca fortemente la mia sensibilità di animalista, cioè di soggetto umano che, nel contestare la violenza sugli animali, si scontra con il fatto che le azioni autonome degli oppressi - gli animali, appunto – non siano ancora politicamente efficaci, tanto che l’opposizione allo sfruttamento viene dagli umani (o almeno da una loro piccola parte) che pure avrebbero evidenti vantaggi dal perpetuamento di tale sfruttamento. I contributi del libro, ognuno a modo proprio, sottolineano un fatto importante: i maschi, di fronte all’attuale messa in discussione di ruoli, stereotipi, identità di genere, hanno molto “da guadagnare” dal punto di vista esistenziale, delle relazioni. Partendo dall’idea, mutuata dal Teatro degli Oppressi, che “la leva originaria della trasformazione è sempre in mano alle figure oppresse”, poni il problema dell’azione maschile nella trasformazione delle questioni di genere. Riguardo al posizionamento degli uomini in questa dialettica, mi sembra che una prima risposta, una prima direzione da voi indicata sia quella di riconoscere che lo stimolo al cambiamento scatti dal soggetto oppresso (il genere femminile che con le rivendicazioni politiche, le pratiche individuali e collettive di ridefinizione dei modelli, l’elaborazione teorica ha messo in moto una trasformazione delle identità), ma che gli uomini possono coglierne l’importanza scoprendo come tale cambiamento incontri dei loro bisogni, desideri, insoddisfazioni. Cioè scoprendo che si può “stare dentro il processo di cambiamento che questa presenza femminile determina con il suo agire, e non contro”, come dite tu e Massimo Greco. Questa possibilità mi sembra che venga illustrata sia sul piano generale, teorico, sia su quello delle esperienze individuali, come in quella di Beppe Pavan, il cui percorso di cambiamento è iniziato su stimolo della moglie. Quali pensi che possano essere (o quali senti che siano per te) gli elementi che gli uomini possono valorizzare per non essere, appunto, contro? Che cosa hanno da guadagnare da questo momento storico di ridefinizione (o superamento) dei modelli di genere?

La difficoltà a individuare e a vivere, come uomini, motivazioni che ci spingano a praticare un maschile differente, e a partecipare a un “movimento politico”così orientato, o in cui questo sia un aspetto di rilievo, emerge anche in una certa predilezione e maggiore presenza e coinvolgimento che riscontriamo nelle attività di condivisione, nelle situazioni di prossimità raccolta. Da una parte io credo che si debba sottolineare il desiderio, o meglio il bisogno di relazione, e ovviamente di relazioni soddisfacenti, positive e gratificanti, che è in me e credo un po’ in tutti gli uomini dell’area: sentire il disagio rispetto a certi modi di essere maschi, la mancanza di reciprocità, riconoscimento, affettività, e l’esigenza di trovare altri modi di essere e modalità di relazione che invece producano benessere nello stare ed essere con. In questo senso c’è il mio desiderio di relazione, che è un eros, anche variegato come natura, cioè sessuale ma non solo, e che scopre di non poter essere soddisfatto se non incontra il desiderio dell’altra o degli altri, di non poter essere unilaterale, paradigma e criterio unico ed esclusivo della relazione. Dall’altra anche questo desiderio è insufficiente, a mio parere, se non incontra una spinta etica, se non si intreccia e rafforza unendosi ad essa. Perché in qualche modo la forza per agire ci viene quando inclinazione e imperativo morale, essere e dover essere, piacere e dovere si rafforzano reciprocamente, ci sono entrambi, che altrimenti mi pare si esaurisca prima o poi la carica e l’impegno, quando si scopre il peso della relazione, il suo non essere mai tutto piacevole, nell’incontro con l’alterità che è anche urto con essa.

Il “guadagno” è sempre quello che nasce quando il nostro moto verso l’altra/o viene ricambiato, quando al nostro “amore” qualcuna/o risponde ugualmente con amore. E quando scopriamo un senso, di noi stessi e del nostro essere, che riconosciamo e che ci viene riconosciuto. E questo non può avvenire con l’imposizione. È come con l’autorità, che funziona, esiste ed è efficace quando consensualmente è riconosciuta, e vive nell’eteroattribuzione: qualcuna/o dice di qualcun'altra/o che è autorevole, ne afferma il sapere e il valore. Vi è inoltre il senso di libertà, l’uscire dalle gabbie identitarie, dai modelli stereotipati, dal dover essere conformisticamente corrispondenti a un’idea di potenza, anche questa molteplice, che però non corrisponde al nostro essere come singole soggettività maschili: il che vuol dire ancora poter provare, avere la possibilità di provare emozioni sinora vietate al genere maschile, nella sua versione più tradizionale, e fra queste ad esempio la tenerezza e la paura, senza soggiacere a condanne preventive.

Un’altra questione che sento molto come antispecista, è la questione della cura, che nel testo emerge in riferimento alla genitorialità e ad altri ambiti esplorati da testimonianze in prima persona: le esperienze di educatori, di infermieri, di volontari ospedalieri. La prima cosa che mi viene da pensare, è che avremmo bisogno anche di una narrazione autobiografica della cura maschile degli animali: anche questo è un campo considerato “tradizionalmente” femminile, in cui gli uomini faticano a raccontarsi, a proposito di quanto sottolineato da Massimo Greco, e di cui avremmo invece un gran bisogno (diciamo pure, sfacciatamente, che è una proposta per la prossima pubblicazione…). Il legame fra la questione della cura e quella della corporeità è evidente, e nell’ambito maschile proprio Greco sviluppa l’idea che le difficoltà nella cura abbiano a che fare soprattutto con la difficoltà di percepire e raccontare il proprio corpo, anche e soprattutto nella malattia. Tu affronti in modo molto diretto anche il tema della gratuità della cura, e della sua retribuzione, chiarendo un punto piuttosto importante: “non compensare la pratica dell’aver cura sul piano retributivo rimane uno dei modi per non riconoscerle valore, ed è stata questa una delle strategie sociali (o maschili) più ricorrenti per negare il riconoscimento del lavoro domestico e familiare delle donne”. Questo non può non farmi pensare alla cura degli animali, sia negli ambiti domestici, sia in quelli riconosciuti istituzionalmente, come i canili. In questi ultimi, le attività previste dalle leggi italiane sono rette quasi interamente dal volontariato, da una gratuità che è spesso motivo di vanto (e che è in effetti ammirevole), ma che nasconde proprio una svalutazione di tali pratiche. Nel caso specifico, ad onor del vero, tale svalutazione si affianca però alla svalutazione più macroscopica, quella dei soggetti destinatari della cura, gli animali. Forse proprio per questo, sarebbe ancora più importante che il mondo che ruota attorno alla cura degli animali chiedesse un maggiore riconoscimento: non a caso, questa rivendicazione è stata una tappa significativa nel percorso politico del movimento femminista. Puoi dirci qualcosa del rapporto fra il valore del dono disinteressato del proprio tempo e la necessità di un riconoscimento in termini economici?

Sinceramente, non mi esaltano le posizioni e le affermazioni assolute a favore di una gratuità pura. Credo di voler dare e insieme ricevere, di vivere molti “conflitti di interessi”. E’ che dobbiamo riconoscere i valori e i beni che contano, e vedere quali “monete” esistono e quali utilizza ciascuna/o di noi nello scambio. In questo può non esservi, in molte modalità di relazione, una reciprocità totale, un ricambiare o un ripagare con la stessa moneta. Ma qualcosa interviene sempre, ripaga, retribuisce il nostro sentire e agire appassionato: andiamo alla ricerca del riscontro di un sorriso, nelle cure e coccole che facciamo a una creatura neonata, a un nostro bambino o bambina piccolo/a. Andando alla ricerca dei migliori beni e valori, un sentimento profondo, ad esempio, un legame, un “ne va della mia vita nella tua”, è un bene o valore che al “cambio delle relazioni” è secondo me particolarmente pregiato. Ma esiste nelle nostre società una povertà indotta e un insufficiente apprezzamento di certi “beni” e “monete”, di questi beni, per cui io credo si debba intervenire, mi verrebbe da dire culturalmente e politicamente, nel piccolo e nel grande mondo delle relazioni. Precisando ancora questo discorso, possiamo evidenziare come la cura, che è un bene relazionale di grande valore, nella sua dimensione di lavoro e non solo, non sia particolarmente apprezzato, nei fatti, nei contesti in cui viviamo.

Perciò io sposterei la questione: piuttosto che di doni disinteressati, parlerei di beni e valori relazionali, e della necessità ed esigenza di riconoscere il loro pregio, tanto più a confronto di altri beni di molto più limitato valore. E questo dovremmo dirlo sia affermando il primum vivere, come hanno fatto le donne riunitesi a Paestum a fine 2012, sia l’esigenza crescente di ottemperare e dare risposte alla sopravvivenza materiale e alla miseria economica.

So che alcuni attivisti di Maschile Plurale hanno posizioni critiche nei confronti di specifiche forme di sfruttamento degli animali, a partire dalla caccia. Credi si tratti di un caso, di sensibilità individuali, o al contrario pensi sia possibile ricondurre tali voci all’esistenza di qualche nesso fra la violenza sugli animali e la violenza patriarcale? Lo sgretolamento dell’immaginario maschile “tradizionale” può avere ripercussioni positive anche sulle relazioni fra la specie umana e gli altri animali?

Credo che l’immagine o il modello culturale del maschio cacciatore sia un aspetto molto presente nel paradigma tradizionale e storicamente egemone della maschilità. Si possono elencare più testimonianze al riguardo. Una è quella del film recente “Il sospetto”, del regista danese Thomas Vinterberg, in cui possiamo rintracciare più elementi e spunti per la messa in discussione dei caratteri identitari del maschile. Il protagonista è un uomo separato che lavora come maestro in una scuola per l’infanzia, con un atteggiamento che direi improntato a una forza gentile. Non mi soffermo molto sul nucleo scatenante la vicenda, che comunque è un sospetto di distorta, perversa pedofilia nei confronti di quest’uomo. Piuttosto, rispetto alla domanda, è significativo che la caccia sia nel film l’esperienza di identificazione e condivisione maschile per eccellenza: i maschi sono compagni di caccia, lì si forma l’amicizia reciproca fra uomini, e il ricevere un fucile da caccia e andare a usarlo per la prima volta è il rito di iniziazione di genere maschile fondamentale.

Poi possiamo pensare al rapporto con la carne animale e la sua preparazione come cibo da mangiare, la sua cottura e divisione delle parti. In particolare in Sardegna, ma certamente anche altrove, siamo stati abituati a vedere il maschio, l’uomo di casa, spesso quello di maggior prestigio nel clan familiare, il capofamiglia, che si prende l’onere ma soprattutto l’onore dell’arrostire la carne: il senso simbolico è l’attribuzione di prestigio e autorità.

Credo che nell’esperienza della caccia vi sia un senso di potenza predatoria, di non considerazione degli altri esseri viventi, di dominio dell’alterità, di subordinazione e gerarchia di valore fra le diverse forme di vita, che ha una relazione con la gerarchia e il dominio fra persone di genere e sesso diversi. Perché se è vero che ciascuna forma di violenza ha una sua specificità, le diverse forme di violenza sono anche accomunate da modalità simili, ovvero tautologicamente una strutturazione e costituzione della relazione come violenza tra un Maggiore, cioè un dominante, e un minore, un essere dominato, come dice l’antropologa ed educatrice nonviolenta Pat Patfoort. Alla domanda sulla possibile o eventuale influenza della messa in discussione dei modelli tradizionali del maschile sui rapporti tra uomini e animali risponderei quindi con una considerazione molto ampia e generale: nelle nostre pratiche, credo vi sia l’autocoscienza come immagine di sé riflessa in uno specchio interiore, ma anche la consapevolezza che le nostre identità si formano nella relazione e soggiaciono allo sguardo degli altri esseri. Dobbiamo perciò, come procedura conoscitiva ed etica, praticare esercizi di decentramento, stare nell’equilibrio acrobatico fra la percezione autonoma e la chiamata dell’alterità, il dentro e il fuori le cornici, la nostra visione del mondo e altri punti di vista: io la chiamo teoria del fenicottero, che sta con una zampa nell’acqua e l’altra piegata all’esterno. La prima ricaduta sarà quindi nell’apprendere, nel diventare consapevoli della propria parzialità, nell’emanciparci o liberarci dal paradigma universale del maschio umano, insieme a tutti gli altri corollari di una autocentratura.

Una questione secondo me centrale è quella del concetto di “Natura”, da cui discende quello di “contronatura”. Le relazioni di dominio trovano infatti giustificazione nell’idea che certi ruoli siano “naturali”, che i rapporti storicamente dati siano ineluttabili, non contestabili, non modificabili. Semplificando un poco, le donne in cucina, gli animali in tavola, gli uomini “cacciatori”. Mi sembra che la critica delle visioni essenzialistiche, della “naturalizzazione” dei modelli di genere, ispiri la vostra riflessione.

Risponderei sottolineando che tra la realtà e la sua rappresentazione esiste un’interazione, uno scambio bidirezionale, per cui cerchiamo di vedere le cose per come esse sono, ma l’idea che ce ne facciamo poi condiziona il loro modo di essere e le trasforma. Detto anche diversamente, il sapere trasforma la realtà, perché opera per modificarla a sua somiglianza. In questo senso, ad esempio, la paternità biologica è un sapere che in quanto tale ha un’origine storica e che ha cambiato le culture, a volte sentiamo affermazioni per le quali ha fatto nascere le o addirittura la civiltà. E non è che io mi senta totalmente in disaccordo con questo, solo si tratta perlomeno di vedere secondo che segno, con quale senso e giudizio parliamo di civiltà, se critico o meramente come riconoscimento del come sono andate le cose. La paternità biologica è natura, seppure direi non solo, perché anche per essa vi è un’attribuzione di senso e un’interpretazione culturale, cioè interna a specifici sistemi di valori e visioni del mondo; è però una natura non immediatamente evidente, per cui la paternità è anche un modo di vivere certe relazioni e richiede un riconoscimento da parte di altre persone, da parte di una madre e da parte di un figlio o una figlia, e perciò può accadere che si riconosca e chiami padre qualcuno che non è il padre biologico. La paternità è ai miei occhi un esempio adeguato di intreccio fra cultura e natura, in cui un fenomeno naturale viene ricostruito, rimontato secondo un sapere e secondo parametri culturali. Nei miei saggi nel volume, faccio riferimento anche a ricerche scientifiche che sembrano dimostrare questo: che un uomo diventa padre quando un sapere glielo dice –l’ecografia della madre con la nuova creatura incorporata- e quando quindi qualcuna/o lo riconosce come tale e sceglie di convivere con lui chiamandolo con questo nome.

A proposito di questo, che influenza ha avuto sulla vostra riflessione l’emergere del movimento LGBTQI e l’elaborazione della teoria queer? Che relazione hanno i temi proposti da tali ambiti, in particolare, sulla prospettiva che proponi tu – sulla scia della filosofia di Diotima – legata all’idea di un’autorità materna quasi "naturale" contrapposta ad un’autorità paterna da costruire? Tale prospettiva entra in qualche modo in conflitto con l’idea di un superamento radicale del binarismo di genere? O esiste una possibilità di sintesi?

A me sembra che un’influenza delle elaborazioni dell’arcobaleno degli orientamenti sessuali e queer vi sia stata, ma ancora debba svilupparsi una riflessione più profonda e collettiva nell’area di Maschile Plurale al riguardo. Credo che vi siano significative differenze su questo tra gli uomini della rete, ma non una radicalità sul tema nell’esperienza e riflessione e condivisione in comune. Come dire, ancora non ci siamo pluralizzati abbastanza, mi sembra, e privilegiamo la riflessione e l’azione sul maschile nella relazione con il femminile, l’appartenenza di genere più che la singolarità libera dalla identificazione in modelli, denominazioni, orientamenti, e a volte l’eterosessualità sembra essere un presupposto latente. Questo è per me un problema ma anche in parte una "necessità strategica", una scelta contingente e storica: dico questo perché comunque il vedere i generi, soprattutto il maschile e il femminile, con la loro parzialità, far vedere in particolare quella che è stata e ancora è spesso "l’invisibile parzialità del maschile", con la felice espressione di Sandro Bellassai, è già un progresso molto importante rispetto a un paradigma del maschile come universale, spacciato per neutro. Certo manca molto, è un limite e un peso non da poco essere ingabbiati nel maschile e dover sopportare la realtà di una storia e l’etichetta conseguente, come singolo che vive nelle grandi categorie collettive e in esse è in prima istanza incasellato: credo però sia un passaggio necessario, il riconoscere questa appartenenza, perché solo dopo questa ammissione, consapevolezza e presa di responsabilità si potranno fare altri passi avanti.



trasformare il maschile - libro
Pubblicato in Articoli
Femminismo e animalismo: un'intervista ad Agnese Pignataro

da: Frequenze di Genere, puntata del 15 dicembre (Radio Città Fujiko)

Ascolta l'intervista

frequenze di genere
Pubblicato in Materiali
Da: Musi e Muse

Intervista a Florence Burgat di Agnese Pignataro.

Articolo originariamente pubblicato su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 50-53.


Nel suo percorso di ricerca, lei ha messo in luce e denunciato l’indigenza ontologica che la filosofia attribuisce da sempre agli animali non umani. Con la pubblicazione di Liberté et inquiétude de la vie animale (Kimé, 2006), ha mostrato la fecondità del pensiero fenomenologico per sottrarre l’animale a questa indigenza. Può evocare rapidamente il suo lavoro precedente? Perché si è rivolta alla fenonomenologia?

In Animal, mon prochain (Odile Jacob, 1997), sono partita dal discorso sulla differenza tra l’umano e l’animale nella filosofia moderna e contemporanea. Mi è sembrato che si delineassero due grandi strade: quella di un’opposizione radicale (l’animale è definito da ciò di cui è privo, ossia la ragione, l’anima, la coscienza, il linguaggio, e mai nella sua singolarità); e quella di un continuismo tra i due. Ho cercato di mostrare il modo in cui questo discorso produce il concetto di «animalità» e costruisce una visione indigente degli animali che giustifica (o almeno rende non problematica sul piano morale) la loro utilizzazione o sfruttamento. Se da un lato le ragioni per cui occorreva criticare il discorso sulla differenza radicale erano perfettamente chiare, dall’altro ho notato che anche il continuismo porta a una visione indigente degli animali, nella misura in cui essi sono visti come possessori delle qualità e degli attributi riconosciuti all’uomo ma allo stato di abbozzo, di brutta copia. La fenomenologia, dal canto suo, offre gli strumenti che permettono di pensare l’originalità dell’esistenza propria di quei viventi che contribuiscono alla costituzione del mondo, ovvero per i quali le cose hanno un significato, manifestato dal loro comportamento.

 

Per uscire dalla cornice dualista che abbiamo ereditato da Cartesio, lei rifiuta sia il materialismo che l’evoluzionismo. Quali sono secondo lei i punti deboli di queste correnti di pensiero, dal punto di vista teoretico e morale, nel pensare gli animali?

Rispetto all’evoluzionismo, vorrei precisare che la mia critica si rivolge a quello che ho chiamato l’evoluzionismo del senso comune. Il limite di queste due strade consiste, a mio avviso, nel fatto che esse riaffermano una visione gerarchica degli esseri, perché in entrambi i casi l’essere umano rimane appollaiato in cima ad una struttura, la scala evolutiva, monopolizzando tutti gli attributi e possedendoli in senso pieno. Il materialismo tende a livellare dal basso, per così dire. Il fatto di proclamare che l’uomo è un animale o di parlare di animale umano non mi sembra in alcun modo costituire un progresso nel lavoro di rivalorizzazione dell’essere animale. Del resto, i difensori del materialismo e della continuità finiscono sempre con l’introdurre una differenza ineffabile tra umani ed animali sul piano morale. Un taglio che non può essere fondato su alcun criterio reale ed è quindi in verità ancora più netto.

Lei ritiene che la rottura ontologica fondamentale non si collochi tra l’animale e l’umano, ma tra il vegetale e l’animale: l’animalità costituirebbe una dimensione ontologica nuova in seno al vivente. Per quale ragione?

Il criterio del movimento spontaneo è decisivo. In effetti, l’animale lascia liberamente il luogo in cui si trova per recarsi altrove, «da qualche parte», rendendo questo luogo una contingenza, come direbbe Hegel. Questo spostamento porta l’individuo a percepirsi come un essere separato ed consegnato a un mondo ostile. La vita animale, insomma, affronta la doppia prova della libertà e dell’inquietudine. Accanto a questi criteri, non dobbiamo mai dimenticare che la sensibilità animale, che riveste forme molteplici in funzione delle specie, è diversa dall’irritabilità vegetale. La sensibilità è indissociabile da una esperienza del piacere o del dolore, mentre l’irritabilità è una reazione senza soggetto, che non si manifesta in prima persona. Mi si potrebbe rimproverare di riproporre a mia volta un modello privativo in merito ai vegetali. Non si può tuttavia negare la presenza negli animali di un sistema nervoso centrale, che è la condizione biologica necessaria, anche se non sufficiente, della coscienza.

Contro l’idea di Heidegger della povertà di mondo dell’animale, lei argomenta in favore dell’esistenza di più mondi animali. Ciò che caratterizza fondamentalmente questi mondi è l’incompletezza, per via della distanza spaziale e temporale che separa l’animale dagli oggetti che soddisferanno i suoi bisogni. In questo modo, secondo lei, l’animale è sottomesso alla prova dell’attesa e della pazienza e sperimenta inoltre un senso di finitezza. Non ha l’impressione di spingersi troppo oltre?

Parliamo appunto di un sentimento, e non di una coscienza riflessiva della finitezza. Non si tratta di riconoscere agli animali il sapere concettuale della finitezza, ma un’esperienza vissuta in occasione di questo o quell’evento (la morte di un altro, lo spavento causato da un grande pericolo, l’imminenza della propria morte). È un sentimento che possono avere o no a seconda della loro biografia. In ogni caso, dobbiamo disfarci dell’assimilazione tra l’esperienza vissuta e la rappresentazione che possiamo averne a posteriori e attraverso concetti. La singolarità della vita animale risiede secondo Hans Jonas nel nodo che racchiude la motricità, la percezione e l’emozione; si tratta quindi di una vita che si interiorizza e perde la sua tranquillità. Nessun filosofo si è spinto più in là di Hegel, che scrive che l’animale è pervaso da «un sentimento di incertezza, di ansietà e di infelicità». Questa disposizione non dipende da situazioni contingenti (come la cattività) ma costituisce la condizione esistenziale fondamentale degli animali.

Basandosi sulle analisi di biologi come Jacob von Uexküll o Frederik Buytendijk, lei spiega che ogni mondo animale è regolato da una sua propria struttura di significati. Può descrivere il doppio processo di ricezione e creazione di significati nel soggetto animale?

Per Uexküll è un soggetto ogni individuo che agisce e percepisce, a cui si aprono quindi un mondo della percezione e un mondo dell’azione. Gli animali sono dei soggetti in questo senso. Per loro, esistono degli oggetti rilevanti, ovvero che hanno una connotazione di attività, che chiamano all’azione e che sono dunque dotati di un significato particolare. Uexküll chiama «cerchio funzionale» questa struttura, che collega il soggetto a quegli oggetti che fanno parte del suo mondo. Per spiegare ciò, egli prende come esempio una stanza umana vista da un uomo, un cane e una mosca, per valutare il significato ogni volta particolare che si lega agli oggetti presenti in essa. La tavola non ha la stessa connotazione di attività per l’uomo (scrivere), per il cane (sdraiarvisi sotto) e per la mosca (superficie su cui posarsi). Non esistono oggetti in quanto tali, nè significati unici di un oggetto: ciascuno è portatore di più significati specifici. È il soggetto che dà un significato all’oggetto e non solo sulla base del suo equipaggiamento biologico ma anche in funzione del suo modo di vivere. Penso in particolare agli animali domestici o di compagnia, che abitano due mondi contemporaneamente. Uexküll parla di «luoghi magici» nei quali il cane ama recarsi per ragioni che sfuggono alle spiegazioni oggettive. Si potrebbe arrivare a parlare, con Marc Richir, di una libertà fenomenologica, nella misura in cui gli animali non hanno un punto di vista definitivamente fissato sulle cose.

Seguendo Merleau-Ponty, lei definisce il comportamento come «una relazione dialettica con ciò che lo circonda»: in che modo questa concezione confuta gli esperimenti di laboratorio sugli animali (in particolare quelli behavioristi)?

In laboratorio, vengono indotte reazioni in un contesto vitale costruito in modo analitico. La spontaneità, che caratterizza il comportamento nella sua dimensione di indeterminazione, e la totalità non scomponibile che esso costituisce, sono distrutte. Georges Canguilhem, in La conoscenza della vita (1965), scrive che un «animale in situazione di sperimentazione si trova in una situazione anormale per lui, di cui non ha bisogno in base alle proprie norme, che non ha scelto, che gli viene imposta. Un organismo non è mai uguale alla totalità teorica delle sue possibilità».

Lei evoca la riflessione di Hegel sulla capacità degli animali d’interessarsi agli oggetti lasciandoli sussistere. Dobbiamo quindi pensare che gli animali possiedano una forma di sapere disinteressato?

Per Hegel, gli animali non sono unicamente sottomessi ai bisogni biologici, ma sono esseri desideranti. Nella sua analisi del desiderio animale, Hegel non abbozza una definizione del sapere animale ma di un atteggiamento che alcuni animali mantengono verso le cose in certi momenti. Al di là del fatto che nel desiderare qualcosa l’animale fa esistere questa cosa nel modo del «non ancora», e manifesta dunque un rapporto non immediato nei suoi confronti, Hegel apre un’altra dimensione: una forma particolare di essere presso le cose, di lasciarle essere senza tuttavia restare indifferente ad esse. Egli vede in ciò un atteggiamento contemplativo, che può essere considerato una parte del sapere, a condizione di predisporre nel sapere uno spazio per una modalità non appropriante. Per cui si tratta più di una modalità del desiderio che della conoscenza in quanto tale.

Come Erwin Straus, lei vede la relazione alinguistica tra l’io e il mondo che si manifesta nel sentire come il luogo di una comprensione reciproca tra umani ed animali. Al di là dei mondi di significato propri ad ogni specie esiste dunque anche un mondo in comune?

La questione del mondo è complessa: questo concetto non ha lo stesso senso in Husserl, Uexküll, Heidegger… Per Erwin Strauss, il mondo comune è quello dell’affezione, del sentire e del muoversi. È difficile distinguere ciò che è proprio a ogni specie e contemporaneamente comprendere in cosa siamo una comunità attraverso questo nodo già evocato della motricità, della percezione e dell’emozione. Il mondo comune si dà anche nel mistero dell’attaccamento che si può annodare tra individui non appartenenti alla stessa specie. È un sentiero aperto per la meditazione filosofica.

Lei è vegetariana ed esprime nelle sue opere una indignazione profonda verso le pratiche violente degli umani nei confronti degli animali: in che misura pensa che la filosofia, e in particolare la fenomenologia, possa contribuire a migliorare la condizione degli animali nella nostra società?

Nel mio lavoro si possono distinguere due tipi di testi. Alcuni, piuttosto brevi e direttamente impegnati contro queste pratiche violente, intendono far apparire la mostruosità di un processo nel quale tutto accade come se le catene che conducono alla morte dei miliardi di animali esistessero in un mondo parallelo, dal momento che il nesso tra la moltitudine di prodotti ricavati da queste morti e gli individui morti per essi non si presenta mai alla nostra mente. È come se la cosa non esistesse, e ciò non si deve solo all’invisibilità dell’uccisione, ma al fatto che questa morte non è tematizzata come crimine e a volte neanche come morte. Alcuni altri lavori – e si tratta allora dei miei libri – tentano di contrastare le concezioni soggiacenti a queste utilizzazioni. La fenomenologia fornisce gli strumenti che permettono di far passare gli animali dalla categoria di «semplice vivente» a quella di esistente, per così dire. Ogni animale traccia la propria vita ed è un essere biografico. Occorre far valere questo dato contro la determinazione (storica, scientifica, economica, filosofica) che annienta miliardi di animali terrestri e marini.


Approfondire

Florence Burgat, Une autre existence. La condition animale, Albin Michel, Paris 2012.

Florence Burgat, Liberté et inquiétude de la vie animale, Kimé, Paris 2006.

Florence Burgat, Animal mon prochain, Odile Jacob, Paris 1997.

Pubblicato in Articoli


Proponiamo qui la preziosa testimonianza di un attivista per la liberazione animale umana e non umana, che ci offre una chiave di lettura importantissima, associando i percorsi di transizione umani e il nostro ruolo sociale con lo sfruttamento animale.


 

Ciao Egon. Siamo interessat* alla tua storia, di chi come tanti/e, sta sperimentando il lato oscuro dell'oppressione. Puoi cominciare spiegandoci brevemente questo momento della tua vita?

Mi chiamo Egon Botteghi ed ho 40 anni. Questo non è il nome che mi hanno dato alla nascita i miei genitori, questo è il  nome che mi sono dato io verso i 14 anni, quando ho cercato di incarnare una personalità, una specie di mio doppio, quella sensazione che ho sempre avuto di non essere come veramente apparivo, di sentirmi diverso da quello che l'esteriorità testimoniava per me. Per questo ho scelto questo "esotico" nome mittel europeo, che ha al suo interno la parola "ego", io. Solo molto più tardi ho scoperto che questa sensazione, questo disagio, questa difficoltà aveva un nome, disforia di genere, e che io ero un transessuale.

Queste esperienze emergono molto presto nel vissuto delle persone (io ho avuto la prima "avvisaglia" a quattro anni) ma nel mio caso ho combattuto strenuamente contro questa mia "condizione", perché ero convinto che accettarla sarebbe equivalso alla morte civile, alla fine più misera immaginabile. Così ho fatto di tutto nella vita per sopravvivere nel mio corpo di donna, e tra le tante cose che ho fatto ce ne sono molte di cui vado orgoglioso, come i miei due figli ed il rifugio per animali da reddito "Ippoasi", che è poi come un terzo figlio. Questo è infatti quello di cui mi occupo attualmente, dal 2008, cercando, attraverso questa fattoria didattica vegana, di divulgare ed approfondire l'antispecismo, di creare spazi di incontri tra la gente e tra le specie e le esperienze.

In questo momento la mia vita è divisa tra il cercare di far sopravvivere questo progetto, che è in un momento critico per via dello sfratto incombente e delle problematiche economiche della mia famiglia, il percorso di transizione da donna a uomo, e la cura dei miei figli. Il percorso di transizione l'ho iniziato l'anno scorso, quando finalmente mi sono reso conto che potevo farcela a sopportare quest'onere, ma anche l'onore di accettare finalmente me stesso, e mi sono rivolto ad uno  dei centri specializzati in Italia per la diagnosi e la cura della disforia di genere, all'ospedale Careggi di Firenze."


qual è, secondo te, la connessione tra il percorso transessuale e l'attivismo animalista?

La connessione la vedo sul fatto che anche le persone trans fanno parte dei tanti oppressi, un'oppressione molto forte. La prima connessione è il legame di destino di oppressione che accomuna le persone trans e gli animali non umani. Questa oppressione è molto forte, perché comunque la transfobia è forte e ha origine nella cultura dominante specista, per cui la persona umana dominante è di un certo tipo. Chi si pone al di fuori di questa tipologia o chi si trova ad essere al di fuori di questa tipologia viene oppresso. La persona trans vive molto profondamente questa esclusione perché si pone al di fuori dell'immaginabile. Per la cultura dominante, la persona trans è quasi una non-persona perché fa delle scelte che la pongono "contronatura", è come se fosse creata in laboratorio. Il suo esistere sovverte una situazione granitica. Una nasce donna e poi vuole diventare uomo: sembra una cosa da Frankenstein, quindi si pone al di fuori del vivente, al di fuori della cultura in cui vive, al di fuori di ciò che la gente considera persona. Quindi viene facile considerare la persona trans come un corpo e ciò porta alle uccisioni e aggressioni, che sono all'ordine del giorno. basti pensare che l'Italia ha le percentuali più alte d'Europa.

Come vivi sulla tua pelle questa esperienza?

E' ancora più inquietante e fa soffrire, nel mio caso, specie le persone della mia età. Queste cose sono interiorizzate, questo tipo di giudizio l'ho interiorizzato, ci ho messo molto per disfarmene. Ho iniziato la transizione tardi, a 39 anni perché ero terrorizzato. Quello che mi spaventava era proprio questo, avevo questa immagine in cui la persona che fa questa scelta muore in solitudine, prende le valigie e se ne va dalla comunità accettata, dove ha delle relazioni e una rete di supporto. Ero terrorizzato, avevo paura di trovarmi cosi, anche le persone che ti vogliono bene lì per li non sono contente della scelta. Avevo paura di perdere i miei genitori a causa della mia scelta di transizionare, e ho aspettato molto prima di arrivare a  dirmi che anche se perdevo l'approvazione dei miei genitori e avrebbero smesso di parlarmi, non mi interessava, avrei proseguito il mio percorso.
Dentro di me ho questo concetto del mostro, io stesso mi sento un mostro, mi chiedo: ma cosa sono, cosa faccio? E' possibile che una persona si possa mettere in testa di fare questa cosa assurda? È' un'assurdità, una cosa non concepibile. A volte, mi sento come di non esistere, non avere un posto nelle possibilità del vivente. Uno nasce così e così ci resta: Invece alle volte, ti trasformi in qualcosa che non era previsto, è quasi come fosse una scelta tua, diventare qualcosa di non previsto, di non naturale. Ti prendi tutte le conseguenze del caso. Poi, invece, parlando con altre persone, scambiando esperienze, anche se ogni trans è diverso, ci sono alle volte degli aspetti che ti legano, un sentire un percepire le cose che ti accomuna alle altre persone trans. Le persone nascono cosi. Al giorno d'oggi si può optare per fare cose che non si potevano fare fino a non molti anni fa. Per me è stato durissimo accettarlo in prima persona e ancora oggi sono terrorizzato. E' molto difficile farlo accettare all'esterno. Per la maggior parte delle persone è una cosa assurda, legata alla devianza, alla patologia. Va a toccare la parte più pruriginosa, quella legata al corpo e alla sessualità. L'immaginario collettivo corre subito alla trans brasiliana che si prostituisce e da li non si smuove. Quando una persona "normale"(secondo i canoni della società dominante) inizia questo percorso, tutt* restano sorpresi.

Tu che incarni una doppia posizione, come attivista animalista e antispecista, vivendo l'antispecismo come una delle punte più avanzate della politica radicale antagonista di critica del sistema, non delle piccole parti ma della creazione di un mondo, sei anche impegnato in questa risoluzione personale che ha valenze politiche. Dove sta, secondo te, l'aspetto politico di questa doppia veste di attivista e qual è la tua esperienza di questa doppia situazione, sia impegnato nel percorso trans e sia come attivista animalista anche in modo pratico, dato che gestisci un rifugio. Come percepisci queste connessione, al di là dell'aspetto teorico?

La connessione politica secondo me è importantissima, ad esempio anche l'omosessualità ha una valenza politica, come altre situazioni. E' un decostruire un'immagine del sistema, che è il sistema dominante, che io chiamo l'impero eterosessista, e far vedere come sia una costruzione, che appunto esercita un dominio su società e singolo, che è una costruzione e non un dato di fatto. Perché la potenza di questa immagine che vuole l'essere umano eterosessuale, che deve fare una famiglia composta da uomo e donna, procreare in un certo modo e avanti cosi,  è spaccia tutto ciò come l'essere umano in natura. Questa è la potenza di questa costruzione, darla come naturale. Invece di naturale non c'è proprio niente. Si tratta solo di modalità diverse, una persona può essere etero oppure no. Personalmente, penso che tutte le persone sarebbero bisex, se non fossero condizionate. Potrebbero quantomeno scegliere liberamente la propria sessualità. Fare una scelta di questo tipo e renderla manifesta e rifletterci è un'azione politica. Ad esempio, si occupano di questo gli studi queer, seguiti soprattutto da filosofe americane (Judy Butler, per fare un esempio). Questi studi sgretolano la potenza di questa gabbia eterosessuale che ci portiamo dietro da qualche tempo, non essendo sempre stato cosi, almeno non in questa forma. Per me è importantissimo, ha una potenza di liberazione enorme. Questa pratica libera le persone. Gli animali non-umani hanno le gabbie fisiche da cui possono essere liberati, le persone umane hanno gabbie mentali da cui non possono essere liberate, devono liberarsi da sole. Se più persone riflettessero sulla non necessità di portare avanti questo modulo di famiglia etero mononucleare, la sua valenza politica sarebbe fortissima. Per me è stata una liberazione, poter accedere al percorso con meno paura, grazie agli studi che ho fatto, perché ne sentivo la necessità di saperne di più. Vedere che le mie esigenze, che io percepivo come immorali, mostruose, vengono invece riflettute e mostrate come positive da filosofe, ecc. mi ha levato un peso, mi sono detto: allora non sono un mostro, sono un guerriero! (ride)
E' stata una grande liberazione. Il mio non è un doppio ruolo ma una continuazione. Non mi piace parlare di tolleranza, non voglio essere tollerato. Per me è questione di apertura totale, bisogna aprirsi verso tutte le cose che possono esserci, senza giudicare.

Al di là della convinzione che la liberazione debba essere totale, per umani e altro-da-umani, pensando, ad esempio, al 25 aprile che si avvicina, la rievocazione della liberazione dal fascismo, collegato alla liberazione animale, è un'azione politica dichiarata, è patteggiare per una certa visone della vita. Cos'è per te la politica?

Questa è una domandona!(ride) Politica è come un* agisce. Per me l'antispecismo è una cosa politica. Non si può dirsi antispecista e apolitic*, si può essere apartitic*. Ma se sei contro una certa forma di dominio, e certi meccanismi, questo è politico. E' una politica che si pone anche in un certo punto. E' chiaro che una persona antispecista poi non può rifarsi a certe tradizioni dove l'oppressione è un modo d'azione, altrimenti c'è una contraddizione troppo forte, possono dire di essere un'altra cosa. Un* deve combattere l'oppressione in tutte le sue forme. Non si può voler liberare certe categorie ma perseguitarne altre.

L'antispecismo per te è questa punta più avanzata di una visone politica di liberazione, che comprende antirazzismo, antisessismo, anti-omo/transfobia. Ma come ti spieghi che poi nell'azione pratica alcun* attivist* sono transfobici, razzisti, ecc.?

Non posso giudicare, dipende dalle situazioni. Può essere una forma di ignoranza, nel senso che non hanno riflettuto abbastanza su certe cose e parlano per luoghi comuni. Oppure hanno avuto delle esperienze personali che magari le portano a parlare con emotività rispetto ad alcuni argomenti. Un* antispecista che, ad esempio, ha avuto un furto da un rom, magari comincia a parlare male dei rom a causa di ciò che gli è successo.

Nel caso, ad esempio, di una persona trans che afferma la propria identità, o di una persona omosessuale che afferma il proprio orientamento, perché un* dovrebbe essere contrari*? O dirsi favorevole a parole ma poi agire esprimendo una contrarietà a questi modi di essere?

Secondo me, si tratta di una mancanza di riflessione verso certe cose, mancanza di confronto, di conoscenza perché spesso la gente parla senza sapere di cosa parla. Ad esempio,  nell'esperienza trans nella maggior parte dei casi chi sceglie di transizionare si trova in conflitto col proprio attivismo antispecista, perché fa uso medicinali, prodotto dalle stesse case farmaceutiche che poi boicotta; si sottopone a delle operazioni, e quindi si trova ad avere a che fare con la classe medica, che comunque usa certe sostanze testate, ecc.. Una persona antispecista che non ha questo disagio fa presto a dire "sei incoerente perché alla fine dai i soldi alle multinazionali, ti fai operare ecc.". Siccome la considerano incoerente, si sentono in diritto di non accettare la persona trans. Ci vorrebbe più dialogo e confronto. Certe cose, a prima vista, sono proprio cosi. Ma ascoltami per capire perché lo faccio, come mi sento, confrontati con la persona che hai davanti, visto che parlate la stessa lingua, senza dare giudizi semplicistici perché non ti trovi in quella situazione. Non sai quanto travaglio interiore viene vissuto dalla persona trans vegan, che ha pensato per anni su come trovare una soluzione per non cadere in contraddizione, poi la scelta però è una cosa personale.
Anzitutto, bisogna parlare con queste persone, un* giudica il/la trans perché usa ormoni, anche in una situazione cosi, però quando il cane sta male lo porta  dal veterinario, che comunque usa farmaci e quant'altro. Per il cane non si va a guardare la vivisezione, per una persona che sta male, che rischia la depressione e il suicidio, si va a vedere anche la pagliuzza. Questo giudizio è davvero prescindibile dalla transfobia? Perché non si giudica il diabetico? Perché solo la persona transessuale?
Perché il/la trans è la persona che si sveglia una mattina all'improvviso e vuole cambiare, è pazza, deviata, e quindi la transfobia non accetta il/la trans di per sé. Viene considerata una scelta.

Sulla tua pelle, come e quando hai vissuto questi momenti di discriminazione?

Ad esempio, il mio ex compagno non accetta ancora la mia scelta di usare certi farmaci. Per fortuna, c'è una sensibilità molto alta e accetta me, siamo vicinissimi, però secondo lui l'uso di certi farmaci è una contraddizione, non se ne capacita. All'inizio era proprio transfobico, non ne accettava l'esistenza. Ora ha capito che una persona può essere trans, che non ha colpe, però secondo lui dovrebbe fare altre cose, dovrebbe accettare il proprio corpo cosi com'è e lottare per modificare la società in modo che anche se si nasce in un certo corpo, ci si può stare bene lo stesso perché sarai accettat* dalla società. La transessualità è considerata contronatura perché la tua scelta ricade su altre persone non umane. Alle volte  questo giudizio è pesante. Mi ritengo fortunato, perché vivo in un contesto antispecista, vivo in un rifugio, le persone che frequento si definiscono antispeciste. Quando comunico questo percorso tutte le persone sono tranquille. A volte, vengono anche persone in visita al rifugio, e spiego loro la mia situazione. Nessun* è mai scappat* e nessun* ha detto nulla, la maggior parte delle volte si chiacchierava con queste persone sulla transessualità.
Poi, purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi cattiveria gratuita.

Parliamo di oppressione di genere, che tu vedi anche tramite l'occhio della transizione. Parli di un imperialismo eterosessuale che porta a reprimere ogni persona che vive al di fuori da questa egemonia. Ti sei interessato anche alle politiche femministe. Sei arrivato al pensiero queer, che è un'evoluzione del pensiero femminista, infatti le prime a parlarne sono state delle donne, filosofe attiviste, che scendevano in piazza per dichiarare la loro necessità di esprimere una sessualità o transizione a seconda delle loro necessità, una richiesta di liberazione dei corpi di donne e dei corpi in genere. Qual è il tuo pensiero rispetto a questo, al femminismo e all'oppressione di genere?

Adoro le femministe!(ride) Ci si può fare l'idea che una persona che nasce nel corpo di donna e transiziona in uno maschile, possa odiare le donne o disprezzarle, dato che non si trova bene nel proprio corpo. Ma non è cosi! I giornali usano un linguaggio assurdo, "sei nata donna, vuoi essere uomo e aborri le donne". Alcuni FtM sono fortemente maschilisti, purtroppo. Personalmente ho una venerazione per le donne e per il femminismo, e come mi sento nel mio corpo è tutta un'altra questione. Tutto diventa un ostacolo quando sei nel percorso. Per i più giovani forse ora è più facile. Io me lo vivevo come colpa, Sono nata donna, categoria oppressa - ce l'ho nel DNA di lottare per gli oppressi- mi è venuto spontaneo di studiare, informarmi, lottare per la liberazione della donna. Il fatto di sentire questo desiderio di mascolinità, me lo vivevo come senso di colpa, mi dicevo: tu sei il primo che non accetti di essere donna. Data la mia propensione verso i più deboli, mi dicevo: tu vuoi passare verso la posizione del più forte. C'ho riflettuto molto.

L'ambiente stesso ti colpevolizza. Ho vissuto per anni come lesbica butch. Negli anni in cui frequentavo le lesbiche, molte erano separatiste. nei rapporti di coppia rivestivo spesso un ruolo maschile, e questo andava bene. puoi vestirti da uomo, fare la parte dell'uomo ma non bisogna oltrepassare una certa soglia! Non vorrai mica diventare un uomo?! E' un tradimento per le donne e specie per le lesbiche. Ho avuto difficoltà anche nell'essere bisessuale. No! Anche quello è un tradimento - o sei etero e sei una merdaccia, se sei bisex sei falso e represso, perché non hai il coraggio di dire che sei omo. Al tempo, le persone bisessuali non esistevano nemmeno. Come oggi si fa fatica a far capire l’esistenza  delle persone trans, al tempo dicevano bisex now, gay later (bisex ora, gay più tardi). Ho avuto una vita di negazione continua, interiorizzavo e mi sentivo in colpa.
Ho accettato solo ora che mi piacciono le donne, perché mi piacciono! Era normale che mi piacessero gli uomini, viene il dubbio sulla cosa strana, mi dicevo: forse non mi piacciono davvero le donne.

Tornando al femminismo, io ho questa spina nel fianco: gli uomini trans che sono maschilisti. Ce ne sono tanti, perché è una forma di volersi adeguare ad una certa immagine, una forma di difesa, e mi vergogno per loro. Come non capisco l'antispecista che parla male dei cinesi, dei rom, delle persone lgbt, gli FtM che sono maschilisti non li capisco.

Si tratta di un bisogno, secondo me. Queste emulazioni di un certo cliché nascondono un'insicurezza. Chi nasce donna è donna biologica, qualunque cosa faccia, come si veste o comporta, nessun* può dire il contrario perché è nata donna. Chi fa la transizione deve dimostrare continuamente di essere cosi. Magari la femminilità è costruita, come tutta la cultura camp mostra, è molto facile capire come si può costruire una certa femminilità, ad esempio mi metto i tacchi, il rossetto, ecc.. Per una trans è questione di sicurezza, vestirsi e comportarsi per confermare agli altri di essere donna. C'è il bisogno di un rimando da parte degli altri, di essere riconosciut* dagli altri. Perché non sei sicura di te.

A volte c'è una forzatura in questi stereotipi, soprattutto le MtF non hanno seguito un percorso politico di liberazione.

Queste riflessioni, sull'identità, sull'oppressione, non sono fatte da tutte le persone trans. Non mi permetto di giudicare nessun*, però alcuni davvero pensano di essere nel corpo sbagliato e basta. Vogliono essere uomini, vogliono confondersi con gli uomini biologici, avere il ruolo del maschio dominante, senza fare nessuna riflessione su tutto questo. Cosi come alcune trans vogliono essere la donna oggetto, col tacco alto ecc. Non tutt* sono interessat* a queste riflessioni. Rispetto alla trans, c'è spesso in effetti questo aspetto di estremo erotismo, ma è anche un questione di lavoro a volte, perché magari lavorano nella prostituzione o nell'industria porno. Ci sono anche differenze culturali, ad esempio le trans brasiliane hanno per cultura un modo di presentarsi e di comportarsi che può rabbrividire le femministe italiane. Frequento un consultorio, dove il primo step è quello psichiatrico (la psichiatria, poi, è un capitolo a parte). Comunque in questo spazio non si vedono mai queste ragazze, non sono interessate. Non potrebbero nemmeno transizionare in Italia, perché ci legislazioni differenti.  molte di loro non sono interessate a questi discorsi, a queste analisi di tipo politico/sociale.
Il disagio della persona trans è legato al corpo. La corporeità e una cosa che viene sempre fuori, ecco perché spesso si trovano le persone trans che discutono di mastoplastica o ricostruzioni vaginali o falloplastica. Il disagio trans è legato al fatto di avere un corpo che non riconosci. L'aspetto corporeo ed erotico vieni fuori perché è legato al disagio stesso. L'attaccamento al corpo è uno dei primi problemi.

Che cosa ti senti di dire a chi leggerà questa intervista, qual è il messaggio che vuoi mandare come attivista antispecista e attivista trans?

Secondo me c'è un chiaro legame tra le due lotte perché l'oppressione della persona trans e del non umano derivano dalla stessa fonte, lo specismo. C'è la visione che il padrone del mondo sia un maschio bianco etero. Per me lo specismo è uguale al patriarcato, per il solo fatto che il patriarcato sia una forma di oppressione quindi è legato allo specismo. Il modello dominante è un maschio.
L'oppressione arriva dallo stesso punto, è una lotta comune. in genere le persone trans non vedono questo punto comune, ma anche hi è attivista trans spesso non vede il collegamento con gli animali non umani. Sarebbe bello che all'interno del movimento lgbtiq si parlasse anche di queste cose, come ad esempio è successo al SAT Pink, che durante la serata d'inaugurazione ha offerto una cena vegan - motivata con tanto di volantino! Tra l'altro, me l'hanno portato e mi hanno detto "è dei tuoi!".- Sarebbe bello riuscire a far capire alle persone la connessione di queste lotte, da un lato agli attivisti lgbtqi la connessione con la lotta di liberazione animale e la sensibilizzazione verso certe tematiche e dall'altra parte a chi si professa antispecista, che in Italia sono le persone che lavorano per liberazione animale, riuscire a far loro capire la connessione con la problematica trans e farli riflettere sulla proprio transfobia e sessismo, di cui non si accorgono. Sono cose che bevi col latte della mamma, spesso non hai il distacco per vederle. La chiave di lettura antispecista dovrebbe consertirti di essere critic* verso le varie forme di oppressione e discriminazione.  Parlando con un amico anarchico e addentro a varie forme di lotta, mi raccontava che ad un incontro di liberazione animale una persona trans ha fatto notare che il linguaggio usato era sessista. La risposta è stata che l'argomento erano gli animali, che tutt* erano d'accordo ma non centrava nulla con la discussione. E' una costruzione talmente interiorizzata che diventa difficile notarlo, ma l'attivista dovrebbe rifletterci, specie in punte cosi avanzate come l'antispecismo.

Come possiamo invitare le persone a fare queste connessioni?

Dobbiamo mostrare queste connessioni, bisogna parlarne, riuscire a non stancarsi di ripeterle, far riflettere. Io credo che l'educazione sia alla base di tutto.

Pubblicato in Articoli
Giovedì, 12 Luglio 2012 00:00

ANet intervista FEMEN

Questa intervista a FEMEN nasce sull'onda delle proteste contro Euro 2012 mosse anche da Femen Italia in Italia e passate nell'assoluto silenzio mediatico.


ANet intervista FEMEN


Anet:
Voi lottate contro la riduzione delle donne ad oggetti sessuali e non solo contro il degrado della cultura maschilista che nel vostro paese ha relegato la donna ad un ruolo marginale e subordinato, perfettamente espresso da un tasso di prostituzione molto alto e diffuso. Quali i risultati di questi anni di lotte? In che modo le vostre istanze sono - se lo sono - riconducibili ad una qualche forma di moderno femminismo?

FEMEN: Senza ombra di dubbio il risultato più importante è che finalmente si torna a parlare di femminismo, nonostante l’ignoranza  dilagante degli ultimi decenni che ha finito per gettare ombre su di esso. Ad oggi, molti uomini si sentono attaccati nella loro virilità e parlano di "nazifemminismo", cosa che ovviamente non sta nè in cielo nè in terra. Con il ritorno alla ribalta del femminismo si torna inoltre a parlare della parità fra i sessi, un tema decisamente scottante. Non è più solo questione di istituire le quote rosa, ma di rivedere totalmente i ruoli ricoperti da uomo e donna all’interno della nostra società . Alcuni degli obiettivi per cui hanno combattuto le prime femministe, come la parità salariale o la possibilità di prender parte alle scelte politiche del paese, sono ancora oggi attualissimi. E a questi ne vanno poi aggiunti altri che sono più tipici della nostra epoca e che appaiono come delle priorità assolute. Tra questi l’abbattimento degli sterotipi di genere a ogni livello e, soprattutto, tutti i “delitti d’amore” che continuamente popolano la cronaca nera del nostro paese. Per tutti questi motivi abbiamo deciso di raccogliere il testimone e lottare. Perchè la strada delle donne è ancora lunga e in salita.

ANET: La parola "femminismo" è stata storicamente messa da parte (come tante altre) come si trattasse di una lotta estrema non più necessaria o come se le ragioni della sua nascita fossero scomparse. Credete invece sia un bene (o che sia giunto il momento di) tornare a parlare esattamente di FEMMINISMO?

FEMEN: Purtroppo “femminismo” è una parola che è stata nel tempo svuotata di significato. Negli anni Settanta e Ottanta, a causa delle numerose divisioni ideologiche delle varie frange del movimento, era diventato difficile identificare chiaramente che cosa si intendesse per femminismo. La querelle terminologica potrebbe essere infinita. Ma ciò che conta oggi è dare nuovamente valore a questa parola, anche alla luce dei cambiamenti che dalla nascita del movimento ad oggi ci sono stati.  Esso non è scomparso ma ha semplicemente bisogno di rivivere grazie a nuovi impulsi e modalità di protesta, esattamente come Femen si propone di fare.

ANET: Potete raccontarci brevemente la condizione femminile attuale in Ucraina e in che modo questa realtà può valicare i confini nazionali?

FEMEN: In Ucraina la condizione femminile è molto arretrata e piena di problematiche sociali ed economiche. La donna è ancora assorbita in un sistema totalmente patriarcale e la massima aspirazione è quella di sposarsi e occuparsi del focolare domestico. Con la caduta dell’Urss tutto è cambiato e ad oggi le donne che lavorano e che possono considerarsi indipendenti sono pochissime. Occorre quindi fare qualcosa per far crescere la consapevolezza di un cambiamento positivo sia a livello personale che collettivo. In Italia la situazione è un pò diversa ma ci sono comunque motivi per cui cominciare a levare la voce e protestare.

ANET: Abbiamo visto che nell’ultimo periodo avete pesantemente attaccato Euro 2012 ed i suoi luoghi simbolo. In che modo Euro 2012 rappresenta il teatro ideale per le vostre battaglie? Al di là dell’evidente presenza mediatica che forse può essere sfruttata, c’è dell’altro che rende questo evento simbolico o peggio ancora, parte attiva nell’oppressione in Ucraina?

FEMEN: L’attacco di Femen a Euro 2012 è cominciato già qualche anno fa. La protesta, che nonostante gli arresti si è protratta fino all’ultimo giorno della finale, è servita a portare alla luce la difficile situazione sociale del paese. La scelta dell’Ucraina per gli europei 2012 non poteva che peggiorare la già precaria situazione del paese, soprattutto per quanto riguarda il turismo sessuale e di conseguenza la prostituzione. Il giro dei soldi creato dalla manifestazione non è infatti andato a favorire o migliorare la condizione di vita del popolo ucraino ma ha piuttosto rinvigorito certe pratiche contro cui appunto le Femen si battono quotidianamente.

ANET: Sappiamo che come molte altre associazioni e gruppi nel mondo avete protestato contro lo sterminio di randagi messo in atto per rifare il trucco alle vostre città. In che modo questa battaglia è entrata a far parte delle vostre iniziative? Credete che esista una relazione culturale e/o politica nel trattamento riservato ad donne ed animali in Ucraina o più in generale, nelle culture patriarcali?

FEMEN: Una delle nefaste conseguenze di Euro 2012 in Ucraina è proprio la feroce strage di cani e gatti. Abbracciare la battaglia contro la mattanza dei randagi è stato così un atto doveroso in quanto denunciare questo scempio operato dal governo è stato tanto importante quanto battersi contro il turismo sessuale. Esso è l’ennesimo esempio di come sia stato  più facile  per il governo mascherare la problematica piuttosto che trovare un’umana e civilizzata soluzione.

ANET: Cresce il fenomeno Femen, ora è nato un gruppo anche in Italia, quale credete sia il punto di forza chesta permettendo la diffusione del vostro progetto? In che modo state gestendo questa crescita in termini di organizzazione?

FEMEN: Il progetto Femen è in continua crescita e questo è forse dovuto al fatto che le motivazioni che costituiscono la protesta non sono pertinenti solo al territorio ucraino ma fanno parte di una coscienza collettiva femminile che sta cominciando a muoversi. Da ottobre 2011 ad oggi, grazie alla fanpage di facebook, si è andato formando un gruppo che oggi sta portando avanti la creazione di un progetto più ambizioso. Il lavoro è molto e adesso siamo nella fase di individuazione degli obiettivi a medio e lungo termine da raggiungere attraverso la nostra attività. Femen Italia sta crescendo e ci auguriamo di riuscire a destare l’interesse di più persone possibili allo scopo di sensibilizzare riguardo a importanti problematiche , sia a livello nazionale che internazionale. Insomma presto ci faremo sentire!

ANET: Come cercate di cambiare quotidianamente i rapporti patriarcali, al di là delle proteste shock?

FEMEN: La creazione del gruppo Femen Italia è un primo passo verso l’obiettivo di riscrivere i ruoli sociali di uomo e donna. Questo sarà infatti uno dei nostri scopi principali. Le modalità sono ovviamente molteplici e, tra queste, il poter proporre una personale riflessione tramite un blog che cureremo in tutto e per tutto, dalla grafica ai contenuti. Si tratta principalmente di cominciare la sensibilizzazione su certe tematiche, soprattutto facendo rete con altri gruppi che già di questo si occupano.

ANET: Cosa possono fare i maschi consapevoli per sostenere e partecipare alle vostre iniziative?

FEMEN: Siamo totalmente aperte ad ogni tipo di collaborazione che possa aiutarci nel raggiungimento dei nostri obiettivi. Di conseguenza ogni individuo di sesso maschile che condivida la causa Femen è ben accetto. Per cominciare basta iscriversi alla official fanpage di Femen Italia, così da rimanere aggiornati sulle iniziative, e leggere il nostro blog.  E poi ovviamente proporre e proporsi!

Femen 

 

Pubblicato in Attualità - Notizie
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.