L'ambiente antispecista si trova ad una svolta. Da un lato deve iniziare a pensarsi finalmente come un movimento, che significa avere degli strumenti teorici e delle prassi politiche in grado di coagulare persone e gruppi su proposizioni ideologiche e su obiettivi strategici, e dall'altro deve riconoscere le sue zone d'ombra.

Dirsi antispecista non è sufficiente per far parte di un movimento. E un insieme di persone e gruppi non fanno un movimento. Inoltre le questioni politiche devono essere all'ordine del giorno per coloro che sono impegnati nell'attivismo antispecista.

L'antispecismo è una delle posizioni che assieme ad altre, antisessismo, antiomotransnegatività, antirazzismo, antiageismo, antiableismo, anticlassismo, antifascismo ecc., concorrono a delineare i presupposti per una critica al sistema eterosessista capitalista specista e neocoloniale.

Cominciare dal basso senza pretendere di essere inclusiv* è una delle considerazioni che potrebbe contraddistinguere l'antispecismo che si interroga sulle oppressioni dei soggetti altro-da-umani considerati l'estrema colonia dell'oppressione e dello sfruttamento.

Al contempo si dovrebbe avere uno sguardo critico anche al proprio interno, per favorire una presa di coscienza politica in linea con le potenzialità dell'antispecismo politico. Partendo da questo si possono ritenere essenziali almeno tre questioni: il paternalismo, il sessismo e l'omotransnegatività che aleggiano e ancora inchiodano il movimento antispecista su posizioni integraliste e autoritarie.

Il paternalismo è l'atteggiamento benevolo e opportunista utilizzato da chi si autonomina fautor* dei diritti o portavoce di qualcun* altr*. Nell'antispecismo e nell'animalismo questa condotta è molto spesso frutto simbolico e reale della retorica della presunta superiorità umana e conseguenza della difficoltà a cogliere i segnali e i messaggi da coloro che vivono direttamente le discriminazioni dentro e fuori il movimento[1], seppur all'interno della mitologia antispecista che rivendica invece una pariteticità presunta. E così si dà voce ai/alle senza voce, si critica l'antropomorfismo che invece è una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie confondendolo con l'antropocentrismo, si diffida di coloro che militano anche in altre realtà politiche, si tende a sminuire la portata dei privilegi come sesso/genere, classe, cultura, ecc.

Il sessismo è l'altro nodo cruciale del movimento, che tende a minimizzare la sua presenza e il continuo flusso di elementi discriminatori sulla base del sesso e del genere. Il tipico atteggiamento ancora una volta proviene dall'idea onnicomprensiva dell'antispecismo quale panacea di ogni oppressione. E così si pensa che tutto si risolva rassettando le cucine e cucinando fianco a fianco, concedendo la parola alle attiviste, promulgando l'uguaglianza e aborrendo la discriminazione palese e ridondante, ma senza osservare le minuzie dell'oppressione di atteggiamenti e comportamenti fallocentrici che perpetuano la domesticazione delle donne, sorridendo ancora troppo spesso delle “gattare in scarpe da tennis” perché emotive, perché lontane dal prototipo dell'“eroe liberatore”, perché le attiviste, pur in numero assai più elevato degli attivisti, si ricavano e gli viene lasciato sempre lo spazio della cura e dell'empatia, ma mai della politica, novelle angeli del rifugio antispecista o delle liberazioni progettate dagli uomini.

E infine, ma non ultima l'omotransnegatività, baluardo del sessismo che lo usa come arma per reprimere, controllare, eliminare tutt* coloro che non rientrano nei canoni dell'eteronormatività binaria. Volutamente si ribadisce l'estraneità dal pensiero radicale di omotransfobia che indica una paura per le persone lgbtqi qualora invece si tratta di vera e propria oppressione, subalternità e inferiorizzazione addirittura esprimendo discutibili pareri sulla naturalità della condizione lgbtqi, specie trans, e sul peccato originario di utilizzo di farmaci (gli ormoni necessari per un riassetto dell'integrità mente-corpo) provenienti dalle deplorevoli fauci della farmacopea multinazionale. Non solo ma addirittura gli/le attivist* lgbtqi quando assieme alle attiviste femministe propongono delle riflessioni critiche sul movimento antispecista subito si alzano scudi a difesa dello status quo, dichiarando che si devono di volta in volta riferire chi cosa e come ha agito in modo da non sparare nella mischia, non comprendendo de facto che il problema non è solo individuare chi agisce in modo paternalista, sessista e omotransnegativo ma far emergere queste discriminazione sommerse, quotidiane, insidiose, minime, che hanno appunto una dimensione micro che poco o punto si presta a considerarle eclatanti e quindi condannabili. È l'annoso problema che viene ogni volta ribaltato chi è vittima e chi è carnefice, senza considerare che la questione non va posta in questi termini, ma deve essere realmente smantellato il complesso patriarcale pastorale che vede i gruppi e le persone marginali sempre svantaggiate e oggetto di oppressione. Non va nemmeno colta la provocazione che, oltre ad assimilare senza distinzione i vari protagonisti di un atteggiamento più che di un'azione o episodio, porta a deplorare chi non si espone, chi non denuncia, chi è in qualche modo complice perché chi vive la microdiscriminazione si assume molto spesso la responsabilità degli accadimenti, in un processo di autoresponsabilizzazione indotta. Così come non va semplicemente affermato che chi non si ribella è complice del sistema e quindi accetta la situazione in essere. In primis perché per essere complici bisogna avere la possibilità di scelta, e in secondo il sistema si adopera per avere emissar* in grado di mantenere l'ordine costituito. Non va neppure bene indicare tutto sotto l'egida del “punto finale”o dell'“obbedienza dovuta” che de-responsabilizza chi è sessista, paternalista, omotransnegativ*.

Chi come antispecista ha la dignità di analizzare a partire dalle proprie esperienze dirette queste discriminazioni all'interno del movimento deve essere accolt*, ascoltat*, incoraggiat* e non lasciat* sol* e nemmeno essere accusat* di essere indecifrabile, pernicios*, pericolos*.

Quanto è emerso quindi nel seminario sul sessismo e l'omotransnegatività del X incontro di Liberazione Animale del 2014 è materiale prezioso perché esperienze di vita vissuta, perché è documentazione sulle presunzioni di totalità e onnicomprensività dell'antispecismo, perché smarca dei temi che hanno e continuano ad infastidire molt* attivist*, che peraltro preferiscono non prendere posizioni politiche su questi argomenti e anzi vedono con fastidio persino l'uso dell'appellativo compagn*.

Leggere i testi di Egon Botteghi e di Annalisa Zabonati significa porsi in un'ottica intersiziale politica radicale, riconoscere le difficoltà emergenti da quell'esperienza e consente pertanto di aprirsi a una rilettura autenticamente libertaria e antispecista del movimento nel suo insieme e di coloro che dicono di appartenervi.


[1]      Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2 – Atti della Giornata, 2014.

Lo Staff di Antispecismo.Net 



Discorso critico sul sessismo

Il sessismo nel movimento animalista antispecista

di Annalisa Zabonati

Premessa

Il Collettivo Anguane nasce nel 2012 dalla volontà di un piccolo gruppo di attivist* animalist* antispecist* in seguito alle esperienze di strisciante, ma a volte molto palese, sessismo 1 e omotransnegatività 2 proprio in quell’ambiente. Ci siamo dat* il compito di riflettere su queste forme di discriminazione a partire da noi stess* per poter avere uno sguardo diretto e una critica in grado di permettere una discussione franca sulla questione.

Se all’inizio, come spesso accade, pensavamo di avere delle responsabilità dovute alla nostra scarsa denuncia del sistema fallicoantispecista, ci siamo poi rinfrancat* confrontandoci con altr* compagn* di movimenti radicali, compreso ovviamente quello animalista-antispecista, oltre alla documentazione che abbiamo fatto circolare tra di noi e con altr*, non considerandoci casi isolati e/o speciali.

Pensavamo di aver trovato “casa”, il luogo fisico, psicologico e politico in cui delineare un progetto di coinvolgimento totale. Ma abbiamo dovuto rivedere i nostri entusiasmi e ricrederci sulla capacità effettivamente rivoluzionaria dell’antispecismo o almeno di certa parte dell’ambiente antispecista.

Abbiamo raccolto le idee, le esperienze e cominciato a considerare l’iterazione di alcuni atteggiamenti e comportamenti nei movimenti radicali, affrontata rivendicando uno spazio “femminista” dentro e fuori i movimenti stessi, con la consapevolezza che nella vita quotidiana il mondo è costruito ad immagine e somiglianza del maschio bianco occidentale borghese, nonostante certo femminismo liberal-radical-chic pensi di riuscire a stanare l’androcentrismo patriarcale accettando di sedere nell’agorà patriarcale e di mantenere atteggiamenti conciliatori.

A tutt’oggi negli ambienti libertari, radicali, antagonisti e nell’animalismo antispecista, imperversa fin troppo spesso il famigerato “club degli uomini” da cui le attiviste donne e le/gli attivist* lgbtqisono nella migliore delle ipotesi tollerat*, nella peggiore esclus* ed emarginat*.

 

Riconoscere i sistemi di dominio e controllo androantropocentrici per sovvertirli

La cultura del dominio esercita il controllo dei s-oggetti umani e altro-da-umani con paradigmi androantropocentrici, quali il patriarcato (il sistema socio-culturale, politico ed economico in cui l’autorità è appannaggio degli uomini e le risorse e i beni sono da loro governati), l’androcrazia (il governo degli uomini attraverso la violenza, la colonizzazione/imperialismo – reali e figurati – la proprietà e l’egemonia), la domesticazione e l’allevamento (il sistema pastorale inteso come dominio e sfruttamento dei nonumani da parte degli umani), che assieme ad altri schemi di controllo e oppressione possono essere efficacemente indicati come sistema kiriarchico3 in cui una categoria/casta/genere/specie/classe/condizione monopolizza le relazioni di potere a proprio vantaggio avversando le altre, che subisce condizioni di oppressione intersiziale4.

Per mantenere questo modello funzionante e funzionale l’ideologia del dominio degli uomini subordina le donne e chi non rientra nel prototipo eterosessuale, quindi le persone lgbtqi attraverso la pratica diffusa del sessismo, che con le parole di Suzanne Pharr è

[…] quel sistema che subordina le donne agli uomini, tenuto in piedi da tre potenti armi progettate per infliggere dolore e privazione alle donne. [...] queste armi sono l’economia, la violenza e l’omofobia5.

Lo sviluppo e il mantenimento del dominio prevede un sistema circolare di oppressione, il complesso oppressivo, che si basa sul maltrattamento sistematico, la disinformazione/mal-informazione, le menzogne, gli stereotipi, le sanzioni sociali, le istituzioni fallocentriche, la repressione, le discriminazioni a tutti i livelli.

I meccanismi attraverso cui si attua il sistema oppressivo sono l’assimilazione, il biasimo per i s-oggetti oppressi, la normalizzazione, l’autosvalutazione, l’invisibilizzazione, l’isolamento, la violenza, il tokenismo6, le pratiche di “washing”. Questi potenti strumenti eternano la servitù e indeboliscono le resistenze, insinuando continuamente il dubbio sulle proprie capacità.

Le oppressioni hanno radici comuni e sono tutte interrelate: sessismo, razzismo, omotransnegatività, classismo, capacità/abilità, antisemitismo, ageismo/età, specismo, etc., senza gerarchie di oppressione, sono tutte distruttive e tutte da smantellare con un approccio che potremmo definire olistico e intersezionale politico. L’etica olistica è un processo collettivo che si basa sulla solidarietà e la reciprocità che ha la sua matrice nell’interdipendenza e soprattutto nel rispetto7. L’intersezionalità politica è suggerita dall’approccio anarchico che critica l’intersezionalità “liberale” che somma le varie oppressione per farne un ibrido magmatico che non distingue i vari principi di funzionamento per ogni sfruttamento. Propone invece una rilettura del concetto per rilevare sia le similitudini che le differenze dei meccanismi oppressivi, comprendendone ogni funzionalità singola e quali siano i modi utilizzati dai sistemi di dominio per mantenersi e autoriprodursi8.

 

Il sessismo come microaggressione

La microaggressione, concetto sviluppato a partire dagli anni ’70 per illustrare i comportamenti razzisti contro gli afroamericani prima e successivamente contro immigrati di origine asiatica e latina, definisce l’umiliazione verbale e comportamentale diffusa e quotidiana, intenzionale o involontaria, che ferisce e offende una persona o un gruppo per l’appartenenza a un genere, per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere, per la “razza”, per la classe, etc.9. Le microaggressioni sono invisibili e impalpabili, ma non per questo meno devastanti sotto il profilo psicologico e sociale. Si basano sulla sottovalutazione del loro impatto sui soggetti-bersaglio e sulla tolleranza alle discriminazioni.

Hanno una forma subdola, fondata su almeno tre meccanismi principali:

  • la microsvalutazione (commenti verbali e/o comportamentali che escludono, negano o annullano pensieri, emozioni ed esperienze);

  • il microinsulto (commenti e/o marcature maleducati, insensibili, avvilenti);

  • il microassalto (attacchi verbali e non verbali violenti attraverso insulti, evitamenti e discriminazioni).

Le microaggressioni sono la manifestazione di una visione oppressiva che crea, nutre e rinforza la marginalizzazione. Poiché ci crediamo immuni da questi comportamenti e atteggiamenti li neghiamo evitando accuratamente di affrontarli. Ognun* esprime forme infinitesimali di razzismo, sessismo, eterosessismo, specismo, ableismo, ageismo, etc. perché siamo nat* e cresciut* in ambienti che sono impregnati di forme diversificate di discriminazione10.

 

Il sessismo come micromachismo

Il micromachismo è il risultato di pratiche di dominio e violenza maschili che permeano i rapporti quotidiani tra i generi, al fine di mantenere i privilegi di sesso e genere fondati sul binarismo eterosessista e sulla conseguente subordinazione delle donne e di coloro che non rientrano nella normatività etero. Funziona sulla bassa soglia, con intensità minime e sottili, apparentemente inavvertibili, che producono pressioni e inoculano esitazioni sull’autostima e il senso di sé11. L’espropriazione continua e costante di autorevolezza verso le donne e tutti i soggetti ritenuti inidonei a ricoprire ruoli sociali privilegiati forgia i comportamenti discriminatori.

Tipici funzioni del micromachismo sono:

  • la negazione delle discriminazioni di genere e sessuale e dell’importanza della pressione sessista;

  • l’imposizione e il mantenimento delle differenze di ruolo e delle diversità di genere e di sesso nelle competenze e nelle capacità;

  • la continua riproposizione alle donne e alle persone lgbtqi di ruoli e funzioni di basso profilo considerate tipicamente femminili e femminilizzanti;

  • la ridicolizzazione delle rivendicazioni femministe (e per estensione anche quelle lgbtqi);

  • l’estraneità presunta ai comportamenti e atteggiamenti machisti.

Come per le microaggressioni, il o meglio i micormachismi sono dei microabusi e delle microviolenze usati in modo diffuso e permanente. Gli uomini sono “addestrati” socialmente a sviluppare queste capacità che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di un’ideologia dell’egemonia maschile/patriarcale/androcentrica. Ovviamente per poter esercitare il micromachismo gli uomini sono sostenuti da un forte alleato quale è l’ordine sociale12 che rende fertile il terreno del monopolio del potere in tutti i campi e che vede le donne e le persone lgbtqi continuamente valutate e giudicate, mantenendo così le gerarchie e le relazioni di dominio. Al pari di ogni pratica di discriminazione il micromachismo, che ovviamente rinforza il patriarcato e l’androcentrismo, utilizza:

  • l’oggettificazione, cioè la convinzione che lo status di persona sia appannaggio solo del maschio bianco, borghese, occidentale, eterosessuale attivando la circolarità dell’abuso in considerazione dell’assenza della qualità di personaper le donne e per gli/le lgbtqi;

  • l’identificazione proiettiva, l’inoculazione psicologica di proprie idee e atteggiamenti condizionanti.

Per osservare in modo più analitico i micromachismi, Luis Bonino13 propone una classificazione che auspica possa essere ulteriormente ampliata, integrata e dettagliata. Questa prevede i micromachismi coercitivi o diretti, i micromachismi occulti o indiretti, e i micromachismi della crisi, che nella quotidianità molto spesso si ritrovano accorpati.

Attraverso il micromachismo coercitivo l’uomo usa la forza fisica, psichica, economica, sociale e personale per soggiogare la donna e le persone lgbtqi e renderl* inerm* e subordinat*, limitandone la libertà e l’autodeterminazione attivando reazioni di disistima, impotenza e inibizione alienanti. Le manovre per esercitare questo tipo di micromachismo si basano sull’intimidazione fondata sull’abuso e l’aggressione, il controllo economico che prevede la monopolizzazione e la limitazione dell’accesso al denaro sia nelle relazioni familiari e di coppia che nella società, l’assenza di contributo al governo domestico, l’uso esclusivo e abusante dello spazio fisico e temporale dentro e fuori l’ambito relazionale, l’insistenza asfissiante per ottenere ciò che si desidera, l’imposizione sessuale, intimazione della superiorità e della logica maschili, la manipolazione sulle decisioni e le scelte.

micromachismi occulti sono molto efficaci nella realizzazione dell’asimmetria relazionale e di potere al punto da minare l’autonomia e il senso di sé della donna e della persona lgbtqi. L’obiettivo è quello di ottenere la subordinazione “inconsapevole” e condizionata che conferisce carattere di inalterabilità delle condizioni di vita. Si fonda soprattutto sulla svalutazione continua e minuta delle capacità e delle risorse al punto da rendere la persona insicura e dubbiosa oltre che dipendente, anche dall’approvazione dell’uomo. Si presentano sotto la forma di sfruttamento della capacità di cura femminile/femminilizzata, sviluppata dal condizionamento socio-culturale, utilizzata per forzare la disponibilità delle donne e relegarle a ruoli di assistenza e accudimento. Un altro meccanismo occulto è quello della maternalizzazione che induce le donne a svolgere il ruolo materno nelle varie relazioni oltre a costringere ad assumere come naturale la funzione di madre e moglie. L’intimità è proposta come unica possibilità relazionale che crea dipendenza affettiva spesso frustrata da comportamenti che inducono il sentimento di carenza dell’intimità, all’interno di un circolo vizioso basato in realtà sulla pseudointimità nutrita dall’esautorizzazione, la squalifica, la negazione delle qualità positive, l’esaltazione delle qualità maschili, la collusione con terze persone e soprattutto con il terrorismo misogino cioè la denigrazione improvvisa e in pubblico.

Un altro strumento del micromachismo occulto è il paternalismo che prevede l’utilizzo di comportamenti apparentemente benevoli, ma che celano l’autoritarismo e la bassa considerazione per le donne e le persone lgbtqi, rinforzato dallamanipolazione emozionale e affettiva usata come dispositivo di controllo delle relazioni.

Un altro tipo di micromachismo è quello della crisi usato quando ci sono situazioni di difficoltà conseguenti a mutamenti relazionali e/o sociali che scompensano e minacciano la presunta superiorità maschile. Per mantenere il controllo sono quindi attivati i meccanismi dell’ipercontrollo delle attività delle donne e delle persone lgbtqi, l’appoggio apparente che ha in realtà l’intento di neutralizzare l’avanzamento di richieste di maggiori spazi e autorevolezza, ma anche la colpevolizzazione per le proprie aspirazioni, la minaccia di abbandono, l’accusa di scarsa considerazione dei ruoli di genere.

Questi diversi micromachismi, che possono prevederne anche altri, provocano nelle donne e nelle persone lgbtqi senso di impotenza, di esaurimento delle risorse personali ed emotive, il sentimento di disistima e di insicurezza, la paralisi sociale e relazionale, un malessere diffuso. D’altro canto per gli uomini invece i micromachismi rinforzano le loro posizioni di dominio, di affermazione dell’identità maschile, di conferma del potere attraverso l’obbedienza e il controllo delle relazioni.

Sessismo nei movimenti sociali e politici

I movimenti sono dei gruppi di “minoranza”, sottoposti a forti pressioni che inducono i propri componenti ad enfatizzare i differenti fattori di coesione per mantenere un concetto positivo del gruppo stesso. Queste comunità necessitano di processi interattivi e sociali in grado di mantenere una forte identità in grado di contrastare le minacce esterne, dato che sono gruppi che propongono valori diversi da quelli della maggioranza di potere e in quanto tali sono considerati marginali e devianti14.

L’ideale del “buon attivista” o “attivista eroico”15 alimenta la convinzione dell’adeguatezza personale agli obiettiviperseguiti e perseguibili e della congruenza tra teoria e prassi nel pubblico come nel privato. I concetti si trasformano inslogan emblematici che riassumono in modo simbolico e sincretico le convinzioni ideologiche. Gli stessi slogan sono assunti come “profezie autoavverantesi” che solo per il fatto di essere pronunciati confermano le posizioni politiche ed ideologiche espresse, specie nei valori antidiscriminatori. Spesso il risultato è la negazione dei pregiudizi, degli stereotipi e dei meccanismi inconsci di dominio che favoriscono la creazione di identità collettive idealizzate impermeabili alle critiche.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi dei gruppi di “minoranza” si trovano spesso a fronteggiare forti ostilità sia all’esterno che all’interno del gruppo stesso, con la difficoltà a riconoscere le incongruenze tra i componenti del gruppo di appartenenza.

Il femminismo, la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non sono sempre considerate centrali per le lotte rivoluzionarie collettive, ma troppo spesso sono valutate solo come una questione dedicata che va affrontata dalle donne o comunque da chi è pro-femminismo e/o alleato del femminismo e dalle persone lgbtqi e loro alleat* ritenendo necessario mantenere il focus sul “lavoro politico”16, come se il tema sessismo/patriarcato/genere/liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non fosse né rivoluzionario né tanto meno cruciale.

Gli attivisti maschi che cercano di esprimere delle critiche alla visione mascolinizzata del gruppo, oltre che della società intera, devono rinunciare alla quota di potere che gli viene dall’appartenenza al genere maschile. Per questo è importante affrontare la questione del sessismo nei movimenti radicali, anche se ciò significa attaccare l’identità del gruppo e l’autopercezione dei singoli componenti. Il principio che “i panni sporchi si lavano in famiglia” è bandito perché il sessismo sta bene e vive in mezzo a noi

Per atmosfera sessista intendiamo ambienti dove gli uomini parlano forte e più delle donne, tagliano loro la parola, gli dicono che sono belle, fanno battute sessiste e quando glielo si fa notare rispondono: “Ma no, stavamo solo scherzando! Non siamo mica sessisti, non avete proprio il senso dell’umorismo…”

Situazioni dove gli uomini prendono più spazio fisico e sonoro delle donne, dove sono loro che scelgono gli argomenti di conversazione, che sono di solito tipicamente maschili, ovvero che riguardano il campo pubblico e completamente distaccato da tutto ciò che è personale (tecnica, attivismo, attualità mondiale…). In questo genere di discussioni la parola degli uomini è più credibile, più ascoltata, legittima, e per prendere parte alle discussioni bisogna avere degli aneddoti da raccontare, delle conoscenze, mostrarsi forti. Si tratta spesso di misurarsi per sapere chi è il/la più forte, il/la più interessante.

Sono ambienti in cui le interazioni uomo/donna si situano unicamente all’interno della sfera della seduzione. Seduzione che in un ambito “normale” etero è anche impregnata di rapporti di potere e di codici eterosessisti. Questi ambienti creano degli spazi dove gli uomini sono più a loro agio delle donne, dove sono loro che controllano ciò che succede. I gay possono scegliere se far finta di ridere alle battute omofobe o tacere; le lesbiche sono scambiate per donne eterosessuali o considerate come non interessanti perché non disponibili; le donne etero giudicate poco attraenti sono escluse dai giochi della seduzione, ecc.17.

L’obiettivo dei movimenti radicali è quello di favorire e realizzare contesti sociali egualitari e questo deve cominciare da subito, a partire dai movimenti stessi che iniziando da analisi politiche devono svilupparle in comportamenti e idee quotidiani che sfidino la morale comune, anche degli/delle attivist* al fine di sprigionare le potenzialità rivoluzionarie per contrastare le discriminazioni dentro e fuori i movimenti

I fattori di discriminazione possono essere molteplici, l’età (se l’età della persona non è in media con quella del gruppo), l’esperienza (se non è abbastanza “vissuta” come gli/le altr*), il carattere (se non è abbastanza intraprendente), il look (se non è abbastanza cool per i canoni dello stile giusto), la lingua (se non parla la stessa lingua del gruppo), l’orientamento sessuale (per esempio se è gay in un ambiente prevalentemente eterosessuale), il peso (per esempio se è grassa in un mondo di magri), il fisico (se non è abbastanza fit per aggregarsi o è diversamente abile), le capacità tecniche (è meno brava o ignora come fare determinate cose pratiche). Questi fattori fanno sì che le persone discriminanti mettano in ombra le altre nei momenti collettivi, per esempio prendendo più spazio nelle discussioni, nel prendere decisioni, nei giochi di seduzione, ecc..18.

Per poter concretizzare questo ci dobbiamo impegnare a smantellare il sessismo che aleggia negli ambienti radicali e antagonisti, a cominciare da ieri19.

 

Il sessismo nel movimento animalista e nell’antispecismo

Il movimento animalista e antispecista internazionale e italiano presentano manifestazioni e atteggiamenti sessisti e omotransnegativi. Da un lato ci sono esempi di un uso sessista del corpo delle donne in campagne di denuncia dei maltrattamenti animali, dall’altro nei gruppi si riscontrano spesso discriminazioni e talora molestie e violenze verso le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi. La percezione del micromachismo e delle conseguenti microaggressioni da parte delle/degli attivist* animalist* non è un fenomeno nuovo, come ha dimostrato Marti Kheel nel 1985, con il suo articoloSpeaking the unspeakable: Sexism in the animal rights movement, in cui evidenzia che la consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento20.

pattrice jones, anni dopo, ribadisce in molti suoi scritti l’uso strumentale delle differenze di genere anche per i nonumani, e in uno suo articolo denuncia un episodio di violenza avvenuta tra attivisti durante un meeting animalista21.

Nel suo scritto Marti Kheel descrive i microsessismi quotidiani di cui è stata testimone diretta come attivista animalista e dichiara

Mentre il crescente interesse degli uomini per il movimento per i diritti animali è degno di plauso, alcune delle conseguenze dell’influsso maschile nel movimento non lo sono. Come è accaduto in numerosi altri movimenti (come ad esempio nel movimento pacifista), gli uomini vi sono entrati e hanno preso il sopravvento. Nonostante un numero notevole di associazioni importanti siano gestite da donne (Society for Animal Rights, United Action for Animals and the Animal Welfare Institute), la maggior parte delle associazioni più diffuse è coordinata da uomini. Anche la divisione del lavoro nei movimenti più grandi tende a seguire gli stereotipi sessuali22.

Ma l’osservazione e l’esperienza del sessismo non deve fermare le donne e le persone lgbtqi e la loro militanza23

Come possono le donne combattere il dominio e la gerarchia nel movimento animalista? Per esempio, segnalando il sessismo quando si manifesta, incoraggiando forme di organizzazione non gerarchica e insegnando agli attivisti maschi comportamenti non sessisti. Un’altra opzione che alcune donne hanno scelto è quella di creare associazioni e gruppi solo di donne, come abbiamo fatto noi. I gruppi separati di donne non sono una novità. Esistono da molti anni nel movimento pacifista, e organizzano eventi dedicati come ad esempio i Women’s Peace Camps in Inghilterra, Italia e alle Seneca Falls di New York24.

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di “supposto sapere” sulle varie forme di oppressione e dominio. L’antispecismo si basa però su teorie coniugate al maschile. Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il “boys’ club”, sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del “sapere animalista/antispecista”25, nonostante la produzione teorica delle studiose e attiviste sia altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tali atteggiamenti e comportamenti “corporativi” condizionano e danneggiano le prassi politiche, l’attivismo, la militanza, gli attivisti e le attiviste di ogni sesso, genere, orientamento sessuale.

Gli attivisti maschi sono fortemente refrattari alle discussioni sulle modalità sessiste di agire all’interno dei gruppi, con il risultato che sono negati e rimossi tutti quei comportamenti chiaramente discriminatori nei confronti delle attiviste e de*attivist* trans e omosessuali. La tolleranza manifestata è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla scarsa o nulla conoscenza dei temi derivanti dalle rivendicazioni delle lotte di liberazione femminista e lgbtqi.

In base a diverse analisi su gruppi antispecisti suffragate da ricerche in ambienti politici radicali e antagonisti e da testimonianze di attivist* che hanno vissuto direttamente o indirettamente queste discriminazioni, non si può negare la presenza di interazioni sessiste nonostante la rimozione oscurantista e retrogada che tende a minimizzare, azzerare, ridicolizzare ogni tentativo di critica e/o denuncia. Persino alcune attiviste negano l’evidenza del sessismo e dell’omotransnegatività a riprova delle difficoltà a smarcarsi da habitus implacabili e gerarchici, e sembrano inconsapevoli delle discriminazioni derivanti da questi atteggiamenti e comportamenti. Dichiarano che la questione di genere e sesso è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la complicità al sistema di dominio. La complicità al sistema egemonico è comunque una condizione di collaborazione non consensuale ma coatta dovuta alla condizione di scarsa o assente libertà e autodeterminazione26.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti e omotransnegativi si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano e sono avvertit* come disturbant*, perché incrinano la mitologia della compassione e dell’empatia di chi si batte per i più deboli e per i “senza voce”. Un altro stralcio di paternalismo buonista che finalmente si sta sfaldando27 e ribalta le logiche antropocentriche di molto attivismo animalista e antispecista.

Il movimento animalista e antispecista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne, uomini e attivist* lgbtqi sono sottopost* alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più manifeste ed eclatanti e si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano. La razionalizzazione e la negazione del sessismo e dell’omotransnegatività sono i meccanismi utilizzati per minimizzare e celare questi comportamenti e atteggiamenti soprattutto affermando che le teorie e le prassi alternative e radicali sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere, quale ad esempio quello dei maschi eterosessuali.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali nonumani, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere e di sesso si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso28. Si mantengono e si evidenziano profonde distanze sia tra i militanti e le militanti che tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso29.

Il movimento antispecista ritiene di includere la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, e pertanto non può esimersi di fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Le attiviste e gli/le attiviste lgbtqi troppo spesso si mimetizzano, non esibiscono interessi e saperi e lasciano lo spazio a chi tradizionalmente se lo prende, assumendo e mantenendo ruoli secondari, declinati ancora troppo frequentemente alla devozione e all’abnegazione.

Si esprime una sessizzazzione pervasiva e sommessa, inconsapevole ma renitente, diffusa e continua che combina e ricombina l’habitus quale struttura strutturante. Si sviluppano pratiche, valori, credenze, interpretazioni che mantengono e rinforzano i privilegi sessisti, faticando a sviluppare il loro riconoscimento utile a demolirli.

Nell’ambiente antispecista sono stati riscontrati e si continuano a constatare i seguenti microsessismi30:

  • divisionedi compiti e ruoli in base al sesso e al genere degli/le attivist*;

  • negazione delle difficoltà comunicative e relazionali che scaturiscono dalla scarsa rappresentanza in ruoli di coordinamento e rappresentanza della seppur numerosa presenza femminile ed lgbtqi nell’attivismo di base (grassroot);

  • antisessismo e antiomotransnegatività presunti dell’antispecismo;

  • evitamento dei temi inerenti la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi, del femminismo e dell’attivismo lgbtqi radicale;

  • convinzione cristallizzata e inamovibile che l’antispecismo al suo interno sia scevro da discriminazioni e abusi tra umani;

  • certezza che la liberazione animale sia prioritaria;

  • convincimento che la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi avverrà in concomitanza con la liberazione animale e pertanto non è necessario prenderla in considerazione;

  • minimizzazione della significatività del femminismo e e del movimento lgbtqi;

  • credenza della superiorità ideologica dell’antispecismo sulle altre teorie e prassi di liberazione.

Piuttosto che affrontare il sessismo sul “fronte interno” risulta più abbordabile la stigmatizzare della sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni animaliste protezioniste che espongono i corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, in uno scenario di evidente conservatorismo patriarcale che utilizza la sessuopornografia rinforzando de facto il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro31

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione32.

Ciononostante i “due” sessismi, all’interno del movimento e del movimento verso l’esterno sono parte integrante del medesimo sistema androantropocentrico patriarcale e pastorale. Al contempo, come molto spesso è sottolineato dalle attiviste e dalle teoriche antispeciste e lgbtqi, gli stessi movimenti di liberazione delle donne e lgbtqi non possono più esimersi dal ritenere la liberazione animale parte integrante delle loro lotte.

___________________

Note
 1 Il termine sessismo (sexism) sostituisce e integra nel movimento femminista del 1968 il concetto dimaschilismo (male chauvinism), anche se a vario titolo sono usati entrambi e a volte come sinonimi.
 2 I concetti di omofobia e transfobia sono criticabili in quanto riconducibili ad una “patologia” psicologica, la fobia appunto. Il rifiuto e la negazione della dignità delle persone lgbtqi è invece un costrutto sociale e politico che impatta sulle vite di chi è emarginat*, discriminat* e dominat* per la non conformazione alla norma eterosessuale/eterosessista, per questo si opta per l’utilizzo di termini quali omonegatività, transnegatività e omotransnegatività, riconducibili proprio alla condotta sociale collettiva a cui aderisce anche la singola persona, cfr. Celia Kitzinger, The Social Construction of Lesbianism, Sage Publication, 1988; FacciamoBreccia (a cura di),L’Itaglia è tutta qua, Istant Book_1, 2009; Paolo Pedote – Nicoletta Poidimani, We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia, Mimesis, Milano 2007.
3 Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.
4 Zabonati Annalisa, “Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio”, LiberAzione Gener-ale 2Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
5  Suzanne Pharr, Homophobia: a Weapon of Sexism, Womens Project, USA, 1988/1997, p. 9.
6 Il termine si riferisce alla cosiddetta discriminazione positiva, cioè alla pratica di inclusione di alcune persone delle minoranze in posizioni di prestigio, senza però capacità d’influenza, al fine di dirottare e annullare le critiche al potere e all’autorità.
7 Kheel Marti, “From heroic to holistic ethics: The ecofeminist challenge”, in Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Greta Gaard ( Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.
8 Volcano Abbey – Rouge J., “Insurrections at the intersections: feminism, intersectionality and anarchism”, Quiet Rumors: An Anarcha-Feminist Reader, Dark Star Collective (Ed.), Ak Press, Oakland, CA, USA, 2012, tr.it. Annalisa Zabonati, “Insurrezioni alle intersezioni: femminismo, intersezionalità e anarchismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=1447.
9 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, in American Psychologist, LXII, 4, 2007, pp. 271-286; Derald Wing Sue, Microaggressions and Marginality. Manifestation, Dynamics, and Impacts, Wiley & Sons, New Jerey 2010.
10 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, op. cit..
11 Luis Bonino Méndez, “Las microviolencias y sus efectos. Claves para su detección”, in Revista Argentina de Clínica Psicológica, VIII, 1999, pp 221-233Luis Bonino Méndez, “Los varones hacia la paridad en lo doméstico. Discursos sociales y práticas masculinas”, ©2000; Luis Bonino Méndez, “Micromachismos. La violencia invisible en la pareja”,©2000.
12 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit., p. 4.
13 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit..
14 Barbara Biglia, “Transformando dinámicas generizadas: Propuestas de activistas de Movimientos Sociales mixtos”, inAthenea Digital, 4, 2003, pp. 1-25; Barbara Biglia – Esther Luna González, “Reconocer el sexismo en espacios participativos”, in Revista de Investigación en Educación, X, 1, 2012, pp. 88-99.
15 Kheel MartiDirect Action and the Heroic Ideal: An Ecofeminist Critique, in Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Nocella Anthony J. – Best Steve (Eds.), AK Press, Oakland-CA 2006, pp. 306–318.
16 Walia Harsha, “Challenging patriarchy in political organizing”http://www.coloursofresistance.org/731/challenging-patriarchy-in-political-organizing/ .
17 Les enrageuse, Lavomatic. Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario, tr. it. Mel’ma, 2010, pp. 26-27.
18 Ma di Mel’ma, Scagliare una pietra al patriarcatoAnarchia e femminismo. Lettera aperta per capire le femministe, 2010, p. 11.
19 Beallor Angela, Sexism in the anarchist movementNortheastern Anarchist #2 Spring 2001.
20 In Feminists for Animal Rights Newsletter, II, 1, 1985, tradotto in italiano https://anguane.noblogs.org/?p=987.
21 pattrice jones, “Violation & Liberation. Grassroots Animal Rights Activists Take On Sexual Assault”, inhttp://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247.
22 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
23 “É un termine, quello di militanza, che nei movimenti italiani degli anni zero (dal ciclo cosiddetto ‘no global’ in avanti) è spesso stato sostituito dalla più anglosassone definizione di ‘attivista’. Questa parziale eclissi o sostituzione va assunta nella sua ambivalenza: se da un lato marca l’irriducibile distanza dalle forme di organizzazione rappresentativa, dall’altro rischia però di smarrire – insieme alle stucchevoli malinconie identitarie – anche il senso della determinazione storica del pensiero e delle pratiche (parallelamente cancellato dalle recenti riforme universitarie). Affrontando la questione della militanza dobbiamo allora mettere a critica un doppio rischio: da un lato, l’idea di una continuità lineare e atemporale delle pratiche politiche e di organizzazione; dall’altro, un nuovismo che presume di potersi liberare di ciò che sta alle proprie spalle senza conoscerlo e renderlo produttivo. In breve, del bagaglio di ricchezze di cui farsi innovativamente continuatori e degli errori da non ripetere. Nostalgia delle radici e assenza di genealogie sono infatti pericoli alla fin fine speculari, e solitamente si rafforzano per reciproca reazione” – “Stili della militanza – Dal movimento operaio a Occupy”, UniNomade, 6/2/2013, http://www.uninomade.org/stili-della-militanza/.
24 Ibidem.
25 Rohman Carrie, “Disciplinary Becomings: Horizons of Knowledge in Animal Studies”Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 510-515.
26 Patrizia Romito – Geneviève Cresson, Vita di relazione, svalorizzazione di sé e sofferenza mentale, inCurare nella differenza, Paola Leonardi (a cura di), FrancoAngeli, Milano 1995pp. 226-245.
27 Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2, Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
28 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
29 Glasser L. Carol, “Tied oppressions: An analysis of how sexist imagery reinforces speciesist sentiment”,The Brock Review, XII, 1, 2011, pp. 51-68.
30 Zabonati Annalisa, “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza”, M&M – musi e muse, 3, 2014.
31 Deckha Maneesha, “Disturbing images. Peta and the feminist ethics of animal advocacy”, Ethics & the Environment, XIII, 2, 2008, pp. 35-76; Glasser L. Carol, “Tied oppressions”, op.cit..
32http://www.vegina.net.


 

Pubblicato in Articoli

Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

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Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

Pubblicato in Materiali
L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

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Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

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 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

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fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

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jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

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jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

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Antispecismo e antisessismo - interviste


Servizio di TGamicianimali sull'incontro antispecista del 16 novembre organizzato da Oltre la Specie ad Ivrea, con interviste ad Annalisa Zabonati e Barbara X sulla connessione fra antispecismo e antisessismo.
(dal minuto 6.45 circa).

Il Podcast della conferenza lo trovate invece qui

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I SIGNORI DELLA GUERRA

di Annalisa Zabonati
 

In questi giorni carichi di entusiasmo ed emozioni per la liberazione di alcuni cani dal lager di Green Hill a Montichiari (BS) molti/e attivisti/e si stanno interrogando sulle azioni di lotta e sulle logiche politiche più ampie di rifiuto delle ideologie del dominio che vedono rivoli di uno stesso fenomeno carsico specismo, sessismo, classismo, naturismo, adultismo, razzismo, etnocentrismo, e ogni forma di sfruttamento e discriminazione.

La guerra è una manifestazione di questa violenza diffusa che accampa diritti e doveri di ogni buon cittadino nell'accettazione della difesa del suolo patrio. Questa difesa ha almeno tre aspetti nell'attualità italiana: il potere economico-finanziario-bancario, la propaganda guerrafondaia spacciata per intervento umanitario e lo sfruttamento degli altro-da-umani per la sperimentazione militare, il loro uso in campo bellico, l'indifferenza della loro morte e la loro non-nominazione.

Il potere, cioè il condizionamento unidirezionale, delle istituzioni economiche, finanziarie e bancarie nel sostegno ai governi, ai mercenari, ai “ribelli” che ricorrono alla forza della guerra per conquistare territori, popolazioni, risorse. Molte sono infatti le banche che non solo riciclano i soldi degli acquisti di armamenti, ma che investono proprio in queste attività, magari confidando nella ingenua credenza che addirittura offrono posti di lavoro (la solita vecchia fandonia che contrappone la classe lavoratrice, sempre bistrattata, ai movimenti radicali e antagonisti, che criticano appunto l'accettazione di uno status quo sulla base di miseri privilegi, che ingrassano le solite caste). Per avere informazioni puntuali con dossier e aggiornamenti sulle “banche armate” visitare http://www.banchearmate.it/home.htm.

La propaganda guerrafondaia che i signori della guerra e i governi collusi continuano a presentare come interventi umanitari e di esportazione della democrazia è espressione della spartizione geopolitica di territori e popolazioni. La guerra in ogni sua forma, invasione umanitaria e pseudodemocratica compresa, è la sconfitta del riconoscimento della legittima capacità sovrana di ogni popolazione umana e di ogni popolazione nonumana di utilizzare spazi e risorse dei territori in cui vivono. Spacciare per interventi umanitari le macchine-da-soldi delle organizzazioni non governative neocolonialiste è una manovra propagandistica che afferma il dominio assoluto di una parte di mondo su tutto il resto (viventi compresi). Indulgere nella credenza che le nostre civili culture possano risolvere i problemi che le nostre stesse logiche imperialiste hanno creato è autentica follia demagogica. Unica possibilità è il disarmo globale, la fine degli eserciti e la possibilità di risolvere i conflitti con la conoscenza, la comunicazione, la comprensione reciproca. Una delle varie campagne in atto è la richiesta al governo italiano di non acquisto dei cacciabombardieri F35 (http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3201). Qui un calendario delle date per il ripudio della guerra.

Per gli/le animalisti antispecisti c'è un ulteriore tema scottante: gli altro-da-umani che sono utilizzati nella sperimentazione dell'industria bellica, negli addestramenti delle truppe, nei campi di battaglia e vittime della guerra. In una società specista i nonumani non hanno statuto, sono alla mercé di tutti coloro che se ne vogliano servire per ogni scopo e con ogni forma di sfruttamento. Le poche e discutibilissime regolamentazioni in questo campo sono ovviamente a tutto svantaggio dei nonumani, resi ancora una volta oggetti inanimati, ma utili per verificare in vivo gli effetti della logica del dominio umano che è coniugato in una forma estrema di androantropocentrismo.

Alcuni link sull'argomento:
http://www.gondrano.it/desert/lab/aig.htm;
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=953;
http://www.youtube.com/watch?v=3oiUyZ_d7ts;
http://www.terranauta.it/a1871/uominianimali/bestiario_bellico_l_utilizzo_degli_animali_in_operazioni_di_guerra.html

Ciò che si può fare è ovviamente dissentire dall'acquisto di armi e dalla partecipazione a qualsiasi forma neocoloniale di campagna militare, attraverso l'obiezione alle spese militari, le richieste di non acquisto di armi e di ritiro delle truppe, la richiesta di smantellamento dell'esercito e degli apparati militari, la denuncia dello sfruttamento degli animali per scopi e in situazioni bellici, la richiesta di conversione delle festività paramilitari (come il 2 giugno).
 

Annalisa Zabonati x Antispecismo.Net

 

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Articolo direttamente correlato a: L'espresso e la carne di donna  

INTERSEZIONI DI CORPI ESPOSTI

di Annalisa Zabonati

 

Il corpo femminile è sempre rimasto alla ribalta. Ed ora è esponibile senza grandi sobbalzi morali. Ovviamente corpi appropriati alle esigenze estetiche della prassi comunicativa. Nulla di nuovo, se non che ancora una volta in periodo di crisi si chiede alle donne di minimizzare la crisi stessa, con una presenza piacevole, con modi gentili, con spunti ammiccanti. Rimane macabramente evidente inoltre, sempre, l'esposizione dei corpi altro-da-umani che annunciano l'indifferenza per ogni esposizione.

Sorgono brevi spunti di riflessione sulla costruzione del corpo, sulla sua esposizione e sulle incorporazioni mentali.

Come sostiene Colette Guillaumin[1] il corpo è non solo socialmente costruito, con tutte le forme simboliche e gli immaginari che sviluppa, ma è sostanzialmente sessizzato, pressoché in ogni cultura. Questo è marcatamente evidente nelle nostre società in cui l'eterosessuazione normata è il pendolo delle relazioni, anche quando il corpo si traveste e/o si transessualizza. Ma soprattutto è un corpo (quale immagine incarnata della società) che traccia non la separazione tra il sé e il mondo, ma la separatizzazione tra categorie.

Il corpo manifesto è espressione del suo disciplinamento, e se non si disciplina è costretto alla condizione di borderline, da un lato, o di outsider, dall'altro. Nella condizione di borderline c'è una sorta di assoggettamento dalla diversità imposta, mentre in quella di outsider si esprime una rivendicazione di diversità. La normativizzazione impone quindi modelli, costrutti, ideologie che ingabbiano materia e spirito, per meglio controllare le singolarità e le collettività.

I corpi sono così espressione non della singola identità, ma delle richieste e delle esigenze sociali, una necessità di individuazione di tracce “sensate”, che si ripetono all'infinito, e che ogni volta che si pensano superate, ricompaiono come ombre prepotenti.

Le pressioni del gruppo si manifestano nelle scelte dell'apparire secondo categorie rassicuranti e piacenti. L'ipocrisia è però espressa in tutta la sua volgarità con la costruzione dei corpi altro-da-umani che in un continuo palleggio ammiccante tra sessualità e animalità producono effetti mirabolanti. Gli altro-da-umani sono dichiaratamente oggetti e quindi utilizzabili come prodotti culturali e sociali in un mondo che concede loro uno spazio striminzito e comunque mortificante. Corpi femminili e corpi altro-da-umani investiti di efficaci messaggi sociali, che si intrecciano nelle loro costruzioni simboliche.

Anzi, come dice, Melanie Bujok[2] il corpo materializza i vincoli di potere che attraverso di esso sono rappresentati. Donne e altro-da-umani, ma anche stranieri/e e disabili e anziani/e, sono emblematicamente le corporeità che raffigurano l'idea di inferiorità. Questi processi incastrano i corpi nell'immanenza eterna della costrizione, quindi della prigionia. E questi corpi “sociali” sono illiberi, così come coloro che li incarnano. Divengono allora garanzia della riproduzione dell'ordine, un ordine prepotente e illegittimo che però perdura e si autoriproduce compiacente, con l'avvilimento e l'annichilimento dei corpi sottomessi.

In questo tracciato si inscrivono anche i corpi degli altro-da-umani che con la loro presenza invadono la nostra quotidianità. Ci inseguono e ci accompagnano con la loro invisibilità incorporata, perché inglobata nell'indifferenza della loro esposizione. Quindi assimilazioni per costruzione, corpi femminili e a ltro-da-umani sezionati, anche quando sono interamente esposti, perché le rappresentazioni parcellizzate fanno riconoscere le parti per il tutto, nella continua e sadica riproduzione delle esposizioni.

Icasticamente l'esposizione è una immobilizzazione dei corpi che così sono sottomessi e de-soggettivizzati. Non importa più a chi appartengano, hanno il solo scopo di di-mostrare il potere tangibile del dominio. L'acquiescenza di alcune donne a questo modellamento somatizzato, non appartiene agli altro-da-umani, perché sono interpretati come una naturalizzazione soggiogabile e soggiogata, che non ha possibilità di riscatto.

Questo consente, peraltro, un passaggio culturale importante: scindere la mente dal corpo. Se un corpo, o parte di esso, è esibito è un oggetto e se è un oggetto non ha pensieri. L'oggettivazione ha così raggiunto il suo scopo: disincarnare la mente, per renderla modellabile secondo meccanismi di appiattimento e omologazione.

Le donne si ritrovano quindi, esposte corporalmente, e apprezzate se ricadono nelle categorie del piacere, derise o allontanate se rientrano in quelle del rifiuto. Ma la loro esposizione è altresì psicologica, evidenziando la separatezza tra una mente assoggettata e quindi adattabile a un corpo femminile gradito, o una mente autonoma e quindi non applicabile a un corpo apprezzabile. Questi due estremi si collocano su un continuum che ha sfumature variegate.

Ciò che accade al corpo altro-da-umano, invece, è l'assunzione pretestuosa della sua assenza di capacità di mentalizzazione e quindi non rientrante nemmeno nei canoni di accettabilità/inaccettabilità della bellezza espositiva. Il corpo altro-da-umano è sempre esponibile perché dimostra intrinsecamente la sua sfruttabilità e la sua distanza funzionale dalla gradevolezza.

A questo punto le menti sono pronte per incarnarsi in corpi disciplinati, per pensare secondo processi di riconoscimento delle gerarchie, di rinuncia alla propria autocostruzione, di accettazione dell'indicibile mito della bellezza che Naomi Wolf[3] descrive come insidioso, svuotando così le donne fisicamente e psicologicamente Una bellezza che è un sistema monetario di scambio, quale riproposizione di ruoli subalterni per arginare le rivendicazioni e massimizzare l'effetto della politica patriarcale.

Diventano così appetibili, in una simbologia alimentare diffusa, come caduche presenze corporee, tutte simili a se stesse. Il gioco riprende vigore ogni volta che il corpo delle donne, costretto negli ambiti prescritti, è assimilato alla naturalità e quindi all'animalità. Le donne così sono interpretate come il femminile della natura, producendo ulteriore stigmatizzazione dell'Altro da sé, in una glorificazione parossistica della natura e dell'altro-da-umano attraverso la conferma dello sfruttamento e del dominio fallologocentrico.

 


[1]    Colette Guillaumin, Il corpo costruito; in Studi Culturali, anno III, n. 2, dicembre 2006: 307-341

[2]    Melanie Bujok, Materialità corporea, “materiale-corpo”. Pensieri sull'appropriazione del corpo di animali e donne, in Liberazioni Rivista di Critica Antispecista, Antologia, n. 1, 2005-2008: 7-19

[3]    Naomi Wolf (1991), Il mito della bellezza, tr. it.: Marisa Cristina Bado, Mondadori, Milano, 1991

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