Marco Reggio

Etica ed etichette: il veganismo entra nei supermercati?[1]

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non è il solito (demagogico) articolo contro i supermercati vegan. Non è certo un articolo a favore, ma vorrei provare ad affrontare la questione da una prospettiva  diversa rispetto a quella usuale.

Un po' di anni fa, lo stile di vita vegan era la modalità più ovvia di proporre i temi antispecisti al “pubblico” generico e alle singole persone. Lo slogan “go vegan”, che sintetizzava il proposito di convertire una a una le persone in quanto consumatori/trici, poteva persino costituire un modo di esprimere una radicalità, una presa di distanza dagli approcci zoofili e protezionistici. In modo quasi scontato, questo atteggiamento di ambiguità rispetto al carattere più o meno politico della questione (che oscillava tra la semplice scelta rispetto a differenti stili di consumo e l'affermazione di una presa di posizione incarnata contro i mattatoi) produceva una miriade di discorsi che, oggi, molt* attivist* considerano problematici: dal veganismo come efficace strumento di boicottaggio di un intero settore all'uso di argomenti indiretti quali la salute umana, gli sprechi di risorse, l'inquinamento, ecc.; dalla fissazione sulla parolina magica “vegan” al purismo delle varie “polizie vegane”, eternamente in cerca di birre da vietare perché chiarificate con l'albume d'uovo, di quantità infinitesimali di sostanze animali nelle caramelle, indaffarate nell'aggiornamento maniacale di vere e proprie liste di proscrizione con i vari E120[2] ad uso dei “veri vegani”. Quando qualche attivista[3] si proponeva di (ri)portare l'attenzione sullo sfruttamento di animali, il purismo vegan faceva molta fatica a mettersi in discussione, e spesso tacciava le voci critiche di disfattismo.

 

La conquista del supermercato

Nel frattempo, lo stile di vita vegan si affermava sull'unico terreno su cui si era impegnato, quello del consumo. A furia di elaborare strategie di propaganda basate sul presupposto della riduzione delle persone (soggetti? cittadin*? individui? Usare un termine o l'altro non è indifferente, ma ai fini del presente discorso non è poi così importante) a meri consumatori, si è ottenuto un primo “risultato”: i reparti alimentari dei supermercati hanno iniziato ad adeguarsi, o meglio a fiutare l'affare. E, infatti, ora traboccano di seitan, tofu e biscotti “cruelty free”. Anche sorvolando sul fatto che i supermercati stessi costituiscono un problema (una banalità di base di recente riscoperta persino da alcuni sacerdoti dell'antispecismo), in questi templi del capitalismo non cessano naturalmente di fare mostra di sé i pezzi dei corpi animali dei reparti di macelleria e pescheria. Anzi, questi reparti si ingrandiscono senza sosta.

E i sostenitori dello stile di vita vegan?

Molti di loro si sono accorti – di solito senza sentire alcuna necessità di fare autocritica – che qualcosa non quadrava. E hanno, di conseguenza, assunto posture critiche nei confronti del consumo vegan. Lo hanno fatto nei modi più disparati, ma in genere senza mutare davvero atteggiamento, forse proprio per mancanza di autocritica. Credo che una breve disamina delle reazioni più diffuse, tra quelle che riscuotono maggiori consensi fra i/le vegan animalisti/antispecisti in Italia, possa essere utile per comprendere alcuni aspetti meno discussi della questione.

 

Dallo stile di vita alla filosofia di vita...

Una prima reazione consiste – nulla di originale, in sé – nel mutare le parole d'ordine. Per esempio, lo “stile di vita vegan” con il suo corredo di “diventa vegan”, “ogni vegan salva x animali al giorno”, “non consumare derivati dello sfruttamento animale è un imperativo morale”, è potuto facilmente diventare “filosofia di vita vegan” (o altre varianti). Il problema è che non c'è sostanzialmente nulla che distingua la prima formulazione dalla seconda. La “filosofia di vita”, infatti, è sempre una presa di posizione individuale, assunta da un soggetto autonomo, razionale e a-relazionale (il tipico soggetto liberale occidentale, insomma); è un'assunzione di responsabilità che si diffonde poi in modo sostanzialmente moralista (talvolta quasi colonialista), che pretende di imporsi agli altri dall'alto della sua inattaccabilità argomentativa, che costituisce un perfezionamento dello stile di vita, una sua estensione a tutti gli aspetti dell'esistenza, ma pur sempre a partire dal soggetto-consumatore. Più sinceramente, però, sorge il dubbio che ad una parola screditata (“stile”) in quanto associata al tema delle “mode” passeggere, dei trend più o meno giovanili, delle “tendenze”, si sia voluta sostituire una parola più “nobile”. In effetti, “filosofia” fa più figo. Come negli altri casi, il punto è che l'abbandono dello stile di vita/consumo non è nato da una critica ragionata, ma dalla semplice necessità di distinguersi da un discorso che era via via meno etichettabile come discorso di minoranza, e quindi come discorso radicale. Questo caso è comunque relativamente marginale, e non ha avuto un successo particolarmente significativo.

 

Sempre più vegan

Un grande filone di risposte al fenomeno dei supermercati vegan è invece quello della radicalizzazione, dell'approfondimento dei requisiti del consumo vegan. Se l'ingiunzione a rifiutare carne, pesce, latte e derivati, uova e miele è ormai assumibile nella pratica quotidiana con relativa semplicità, è sempre possibile irrigidire questa ingiunzione, modificando pezzettino per pezzettino la definizione stessa di prodotto vegan. Per esempio, si potrà sostenere che alcuni ingredienti, anche se non derivano direttamente dallo sfruttamento animale, non sono etici, il che significa “eticamente non accettabili per il bravo vegano”. L'olio di palma, la cui produzione è causa di deforestazione, depauperamento dei suoli e, indirettamente, sofferenze e morte per molti animali, potrebbe quindi non essere soltanto oggetto di un boicottaggio o di una denuncia parallela, aggiuntiva rispetto a quella di chi sottolinea la violenza insita nella produzione di carne, latte e uova. L'olio di palma, pur essendo un prodotto vegetale, può, secondo questa logica, rientrare fra gli ingredienti “proibiti” in un prodotto che si definisca vegano. Questo significa che “vegan”, pur di non essere associabile ad alcun articolo della grande distribuzione, diventa un termine ombrello che significa tutto e niente. Consideriamo che un analogo discorso può essere fatto (e viene fatto!) non solo per gli ingredienti, ma anche per le modalità di produzione e per i soggetti che producono. Sfruttare i lavoratori è, ovviamente, una pratica a dir poco criticabile, ma con questa logica può divenire un ulteriore criterio per determinare cosa non è vegan. Similmente, le modalità di produzione che si basano su tecnologie altamente inquinanti possono rientrare fra i candidati a indicare il prodotto da escludere dalla dieta vegan: siamo sicuri che la soia sia davvero vegan? E il riso ogm? E ci sono poi i produttori, appunto. Se un produttore di biscotti vegan perfettamente compatibili con quanto detto sin qui fosse anche un produttore di merci che tanto compatibili non sono? O, peggio, se fosse una multinazionale? O, di peggio in peggio, una multinazionale della carne?

In sostanza, stiamo parlando di tutto e di niente, come si diceva sopra. “Vegan” significa “senza derivati animali e rispettoso di umani, ambiente, diseguaglianze sociali, ecc.”. Insomma, qualcosa come “vegan + equo e solidale”. Oppure, significa: “eticamente accettabile da tutti i punti di vista possibili” (!).

Una breve parentesi per chiarire un aspetto forse banale. Chi scrive non vede di buon occhio gli ogm, né lo yogurt di soia Granarolo, né le linee di biscotti Esselunga, né tantomeno la produzione attuale di olio di palma ad uso dei ricchi consumatori occidentali. Non è questo il punto. La lotta contro alcuni prodotti, alcuni produttori o contro alcuni fenomeni come lo sfruttamento lavorativo, l'espropriazione delle terre delle piccole comunità da parte delle multinazionali, la pubblicizzazione di prodotti cancerogeni come se fossero innocui, sono tutte lotte degne di essere intraprese, quanto la lotta contro lo sfruttamento animale (che peraltro non è da esse slegata). Il punto è se chi è interessato al termine “vegan” per questioni identitarie abbia compreso che addossando a tale termine la responsabilità di individuare senza appello tutti i mali del mondo se ne faccia un termine inservibile, inutile anche a denunciare quella forma di violenza che, avendo come vittime dei soggetti scarsamente considerati dall'opinione pubblica, necessita forse di una denuncia più forte e, soprattutto, più esplicita. Per questo, una critica delle “repliche” ai corner vegan nei supermercati avanzate da parte di chi ha a cuore il termine può fare emergere alcuni spunti utili alla liberazione animale.

 

“Non basta essere vegan”: dal supermercato vegan al super vegan

Il secondo grande filone delle risposte di chi, fino a poco tempo fa, ripeteva fino allo sfinimento lo slogan “go vegan”, è quello di mantenere, grosso modo, la definizione classica di prodotto “cruelty free”, spostando l'attenzione sulla posizione politica generale di chi mangia vegan. Chi mangia vegan, si dice, è – fatta eccezione per i salutisti e qualche ambientalista – animalista o antispecista. Critica cioè la discriminazione di specie, o l'antropocentrismo, o comunque le pratiche di violenza ai danni di tutti gli animali (con maggiore o minore consapevolezza del fatto che gli umani sono anch'essi animali). E siccome questa posizione – prosegue il ragionamento - deve confrontarsi, in qualche modo, con un assetto mondiale che è fatto di ingiustizie e di distribuzioni di potere inique sotto diversi aspetti, che esulano dalla sorte degli animali non umani oppure la implicano ma in modo meno diretto da come siamo abituati a pensare (gli ogm, Granarolo, Esselunga, l'olio di palma, ecc...), la parola “vegan” designerà solo un aspetto parziale della presa di posizione critica. Al vecchio “go vegan” si sostituisce dunque una retorica fatta di “essere vegan non basta”, “essere vegan è solo il primo passo”, “vegan perché antispecisti”, e così via. Beninteso: slogan condivisibili, tutto sommato. Il problema è però più sottile. La fiducia nel proselitismo vegan svanisce nonostante il successo ottenuto, perché ci si accorge che si tratta di una vittoria di Pirro. L'aumento del numero di vegan non significa automaticamente aumento di individui disposti a prendere posizione sullo specismo, e se la maggiore facilità ad alimentarsi senza prodotti animali promette di spingere verso un ulteriore aumento dei consumatori “animal friendly”, innescando un circolo virtuoso, è anche vero che questo circolo virtuoso riguarda soltanto l'ambito del consumo. Il che era francamente prevedibile, ma questo è un altro discorso. Il punto importante qui è che molt* si sono accorti di aver puntato sul termine sbagliato, perché questo termine è sussumibile dal capitalismo che – si sa, almeno fuori dai circoli antispecisti – è in grado di riassorbire qualsiasi istanza, dal pacifismo al comunismo, dall'anarchismo alle rivendicazioni delle comunità LGBT. Dopo essersi accorti di questo prevedibilissimo fenomeno, hanno pensato, semplicemente, di alzare la posta. “Vegan” è un termine recuperabile dal mercato? Può essere facilmente fagocitato, rimasticato e reimpastato persino per promuovere lo sfruttamento animale? Proponiamo un altro termine, meno ambiguo. La proposta, manco a dirlo, è “antispecista”.

Il problema non è tanto se questa proposta sia sensata o meno, ma che fondi la propria forza sulla potenza della parola in sé. È ovviamente possibile – e utile – discutere della terminologia, se la discussione verte sul significato dei termini[4]. Spesso l’etichetta di “antispecista”, quando viene proposta come soluzione delle contraddizioni dei/lle vegan, porta con sé pochi o nessun contenuto di reale critica al veganismo. Ne costituisce, insomma, un superamento puramente terminologico.

Di fatto, l’”antispecista” non è altro che un vegano 2.0.

In questi casi, “antispecista” può per esempio rimandare all’immagine di una persona vegan ma attenta ai problemi dello sfruttamento umano. In aggiunta al boicottaggio dei derivati animali, il “super vegan” esprimerà il proprio dissenso verso il capitalismo trasferendo semplicemente la propria modalità di lotta ad altri ambiti, allargando cioè (all’infinito?) la gamma di prodotti “vietati”. Non avendo sottoposto a critica il consumerismo vegan – e avendo frainteso il senso della sua inadeguatezza politica -, non farà altro che riprodurlo, propagarlo, sostenendo per esempio che McDonald’s si sconfigge principalmente... non entrandoci. Un errore strategico la cui portata diventa ancora più ampia: il rimedio è peggiore del male.

In altre versioni, “antispecista” significa semplicemente “consumatore vegan avverso alla grande distribuzione”. In questi casi, la soluzione al supermercato vegan è quella di disertarlo, continuando a proporre – in sostanza – uno stile di vita vegan, ma questa volta attento ai temi del km zero, del biologico, dell’autoproduzione. Ancora: il problema non è se il cibo bio o autoprodotto siano  cattive pratiche (anzi, è il contrario), ma se possano costituire una risposta politica al recupero della domanda vegan come target di consumatori da soddisfare.

In altri casi ancora, “antispecista” rimanda a un veganismo che rifiuta con sdegno motivazioni che non siano etico-politiche. Il vero antispecista sarebbe quello che compra i biscotti senza latte e uova solo perchè non vuole uccidere i vitelli e le galline. Anche questo – che è uno spostamento d’accento per me molto condivisibile – si rivela inutile se è declinato in termini di consumo. E infatti, puntualmente, dopo la diffusione delle merci vegan, spuntano anche i “biscotti antispecisti”. Gli antispecisti inorridiscono, ma sbagliano clamorosamente il bersaglio: “l’azienda che li produce non è antispecista!”, “è una multinazionale!”, “se i biscotti sono antispecisti non si possono trovare il supermercato, per definizione”. Tutto ciò è grottesco, e talvolta il grottesco è un sintomo di derive identitarie. In realtà, se non si fa autocritica sul fatto di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, per anni, che una posizione etica può essere rappresentata da un’etichetta, è inutile radicalizzare la propria etica, per poi scoprire che può essere sempre contenuta in un’etichetta, e che il terreno di scontro saranno sempre... i biscotti.

La questione è – letteralmente – se l’etica possa diventare un’etichetta, cioè una certificazione con una lista di ingredienti. Non aver colto che una presa di posizione etica (politica) non è esprimibile come somma di requisiti (la dieta vegan + il boicottaggio dell’olio di palma + un po’ di antisessismo e antirazzismo q.b., per esempio), rende insormontabile il problema delle etichette, di quelle etichette vegan che si stanno moltiplicando nei supermercati.

 

Spostare l’asticella della purezza?

Temo che qualsiasi proposta di sostituire “vegan” con una nuova etichetta sia poco produttiva, se prima non si è decostruito il veganismo per come lo conosciamo, e cioè come una pratica connotata da due vizi di fondo. Il primo è, come si è detto, quello di accettare acriticamente le regole del gioco del capitalismo, per cui i soggetti sono anzitutto consumatori, le ingiustizie sono l’effetto di tare individuali e il volontarismo è il comune denominatore di ogni soluzione possibile: ognun* cambia le proprie abitudini quotidiane, e il mondo cambierà radicalmente[5]. Come si è visto, questa logica può essere facilmente estesa a piacere: come c’è un consumo vegan, potrà esserci un consumo “antispecista”, “vegan etico”, ecc.

Il secondo vizio di fondo è quello identitario. Al di là del modo in cui si intendono le parole-chiave, l’attenzione stessa alle parole in sé è problematica. O almeno lo è il modo in cui la scelta delle etichette finisce per farla da padrona nel dibattito. Provate a discutere in un gruppo di vegan, un blog, un forum o – meglio ancora – su un social network, del fatto che ormai è facile trovare il cappuccino di soia o la brioche vegan al bar. Vi imbatterete in:

- quell* che se ne rallegrano, perché il mondo sta finalmente cambiando;

- quell* che sostengono che questo significa poco, in quanto dentro alla brioche c’è l’olio di palma;

- quell* che ricordano che l’unica soluzione è farsi i dolci in casa;

- quell* che più sottilmente dicono che non si tratta di una vittoria, ma in compenso è un segnale di attenzione (ci temono? vogliono comprarci a suon di cornetti?);

- quell* che dicono che dovrebbe diffondersi l’antispecismo e non il veganismo (come se l’antispecismo potesse diffondersi nelle vetrinette dei bar).

Immancabilmente, la discussione finirà su che cosa o chi si può definire vegan. Qualcuno dirà che quella brioche non è vegan, qualcun altro che il vero vegan non compra le brioche, oppure che il punto è se un vegan che compra il cornetto sia un vero antispecista, che cosa sia un vero antispecista, e così via. È evidente che al centro delle nostre preoccupazioni non c’è un progetto politico in grado di evidenziare la violenza sugli animali mettendola in connessione con il neoliberismo, né una tensione verso un veganismo destabilizzante[6] e anticapitalista, ma soltanto un’ansia identitaria che ben si sposa con l’attenzione agli stili di consumo.

Questa ossessione per l’identità, intesa come una continua (ri)definizione di chi o cosa può essere incluso nella comunità (nel senso più negativo del termine), struttura tutto l’impegno all’allargamento della base di attivist*, argomento di cui si parla da molto tempo. “Allargare la base”, cosa che spesso coincide con “veganizzare”, significa troppo spesso adoperarsi affinché nuovi soggetti aderiscano ai rigidi requisiti che possono farne membri della nostra comunità. Per inciso, questo identitarismo comunitario è responsabile anche della violenza verbale ed escludente che spesso si scatena contro i/le vegetarian*, talvolta trattati peggio degli onnivori[7].

Come sottolinea Maurizi nel testo citato sopra, anche se le riflessioni “teoriche” sono importanti, esse non possono sobbarcarsi l’onere di decidere delle strategie reali, le quali si svilupperanno solo nel movimento reale, nei gruppi che realmente si troveranno a discutere e decidere gli obiettivi di breve e medio termine. Ma se il “movimento” è identitario, gli obiettivi saranno decisi in funzione di un criterio unico e sommo: l’autoconservazione.

Come uscirne? Certamente, come dice Chloë Taylor[8], dovremmo forse smettere di dire che “siamo vegan” per dire invece che “mangiamo vegan”. Ma siamo sicur* che questo sia sufficiente, se poi ci affanniamo a dire che “siamo antispecisti”? Anche questo “ci”, questo “noi” cui faccio riferimento non deve essere dato per scontato: in questo contesto, si rivela parte del problema. Persino parlare di quanto emerso finora sembra necessitare di un “noi”, di un’appartenenza comune da cui proferire parola, un’appartenenza che è già, però, fin dall’inizio, un punto da mettere in discussione, forse il punto da mettere in discussione.

Ma anche dando per scontato che si debba per forza partire da un “noi”, seppur senza connotazioni troppo identitarie – per rispondere al quesito se sia sufficiente “alleggerire” il veganismo come nella proposta di C. Taylor – si può forse riflettere su un altro aspetto della questione. Invece di affannarci a definire chi è “con noi”, non sarebbe più produttivo investire energie nel ricercare la relazione con altri soggetti con cui condividere lotte, percorsi, incontri e saperi, apert* alle possibilità di reciproca contaminazione e senza dover per forza giocare il gioco dell’inclusione/esclusione, della distribuzione di patenti di antispecismo? Il rischio – da correre – è che si scoprano relazioni e prospettive che da dentro il recinto della nostra “comunità vegan” non siamo neanche in grado di scorgere.



 


 

NOTE

 

1 Ringrazio feminoska e Aldo Sottofattori per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti durante la stesura dell’articolo.

2 La sigla E120 è puramente casuale: chi scrive non si interessa dei nomi dei vari additivi usati dall'industria alimentare.

3 Un buon esempio è quello di Antonella Corabi: cfr. “Diffondere lo stile di vita vegan: una critica” (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica).

4 È il caso di Marco Maurizi che, di recente (Animalismo o antispecismo?, in “Liberazioni”, n. 22), ha proposto proprio di abbandonare il termine “animalismo” – e la centralità del veganismo – in favore di “antispecismo”. Che li si condivida o meno, sono però gli argomenti di Maurizi che sono interessanti e che dovrebbero essere oggetto di discussione, e non certo le parole che li riassumono (del resto, l’autore lo dice molto esplicitamente).

5 Ancora, per una critica di questa tendenza, si veda l’articolo di M. Maurizi, Animalismo o antispecismo?. Cfr., inoltre, Serena Contardi e Antonio Volpe, Editoriale, in “Animal Studies”, n. 7/2014.

6 Come è il caso del veganismo queer proposto da Rasmus R. Simonsen (Manifesto queer vegan, Ortica 2014).

7 Cfr. Marco Reggio, Che cosa rappresenta il veganismo?, antispecismo.net.

8 Foucault e "l'etica del cibo", in “Liberazioni”, n. 19/2014.

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Bisogni di leggerezza

 

Il variegato panorama mainstream ci offre, specie negli ultimi tempi, delle perle di saggezza a cui si non possiamo rimanere indifferenti.

Per chi pensava che oltre al filone stile PETA (belli, famosi, ricchi e possibilmente bianchi) non si potesse più andare, ebbene, certe nostrane spontaneità dimostrano il contrario. Può capitare, infatti, nel nostro Paese che avvicinandoti a un tavolo informativo per prendere un volantino si diventi vulnerabili all'incontro ravvicinato col membro sventolante, momentaneo sponsor appena di ritorno dell'Isola dei Famosi. E se si auspicava che l’abuso di certo nudismo prèt a porter, di cui forse è andato perduto il significato rivendicativo, ecco che arriva in rete il trailer di Vegan Chronicles. Una figa-ta!

All’insegna del ‘famose ‘na risata’ (a spese dell’artri) confermando in modo imbarazzante tutti gli stereotipi del caso, ci viene proposto in salsa rosa uno dei leit motiv più gettonato da quella stessa cultura del dominio e del controllo di cui siamo intrisi e che accomuna tutti: la vagina.

Chi conosce un testo fondamentale come ‘The Sexual Politics Of Meat’ scritto daquella buontempona di Carol Adams, ha più o meno intuito come ‘stupro degli animali’ e ‘corpo delle donne’ siano elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

(per parziale presa visione qui il link).

Di che si tratta? In sostanza i due giovani/sprovveduti/ingenui/vegani autori – cosa si sono immaginati di proporre in risposta ai cassamortari che postano sul loro sito foto (credendole provocatorie) che li ritraggono sorridenti accanto a poveri animali sgozzati? Una terapia radicale a base di vagina, come scientificamente sottolineano i due bravi.

Niente di nuovo, dunque.

Gli autori/interpreti mostrano alla telecamera, tramite un altro pc, una grande vagina-tipo. “C’è un’entrata e poi un corridoio, e se la situazione lo consente una seconda uscita" Uau!!! Ma chestile! Ammiccano e ridacchiano. Si capisce chiaramente che sono degli esperti, anzi lo affermano in diretta. Soprattutto sono molto originali almeno tanto quanto i loro antagonisti. E soprattutto sono giovani, più o meno carini,bianchi,eterosessuali, famosi e soprattutto vegani.

Che si strumentalizzi il corpo delle donne (senza neanche pagare i diritti d’autore) è cosa nota, così come lo sono i corpi di altri animali.

Sfugge forse ai ragazzi di Vegan Chronicles che tra le nefandezze che circolano in rete ad esempio, c’è una foto in cui una vagina, presumibilmente vergine, è stata ricostruita pari pari con delle fette di mortadella(si sono impegnati di più ).

Ma non importa,quando si parla si stile di vita , non esistono esitazioni: ogni mezzo è lecito!

Che importa poi se si ripercorrono e confermano certe routine culturali patriarcali,misogine, omofobe, feroci,alienanti, rozze e vivisettorie. Fra un po’ ci sarà l’elezione di miss e mr Vegan, con tanto di maglietta dedicata, e ‘sta a guardà er capello!!!

In tutte queste operazioni identitarie va da sé che proprio i protagonisti vengano offuscati: i du’ pischelli e loro seguito? NOO! Sempre con ste manie di protagonismo! Parliamo di tutti quegli animali che, ancora una volta, diventano invisibili.

Già, proprio“quelli”, i torturati, i denigrati, gli allevati per essere ammazzati, gli umiliati e offesi, quelli a cui persino realtà animaliste vorrebbero negare la capacità di autodeterminazione e il desiderio di libertà (al contrario, invece, l’allevatore sa bene di cosa sono capaci i suoi schiavi).

Così presenti e così invisibili in un’orgia collettiva di sguardi pornografici. È proprio allora che la vagina medicale torna sulla breccia. Parte smembrata del corpo femminile (con funzione anche “riproduttiva”,sottolineano i due spiritosi) tanto che si potrebbe collocarla su un bancone di macelleria, rosa tre le rose.

Ma si sa ,c’è bisogno di leggerezza. E soprattutto di machismo (che per altro in diversi casi ottiene persino il plauso di certo femminile. Aiuto!)

Un sentito ringraziamento, dunque, agli spiritosi ignari seppellitori di lotte, lacrime e sangue, che in pieno stile consumistico, si ripropongono esattamente uguali alla società che si vorrebbe cambiare.

Ragioniamo gente, ragioniamo. Fortunatamente mangiamo vegano, ma non siamo vegane.

 

Laura Lucchini, Francesca De Matteis

 

brittney

CreditFoto: BrittneyWest's Art

Pubblicato in Spunti di Riflessione

La pubblicazione in Italia del Manifesto Queer Vegan di Rasmus Rahbek Simonsen rappresenta, credo, un piccolo sforzo utile ad avviare riflessioni con ripercussioni sia teoriche che a livello di attivismo politico. Ma l'aspetto più sintomatico del fatto che Simonsen qualche cosa di significativo l’abbia effettivamente detto è rappresentato, paradossalmente, da una recensione firmata da tale Lupo Glori, alias Rodolfo De Mattei (un vero anti-identitario!), pubblicata di recente su un sito di ispirazione cattolica tradizionalista, diretto nientepopodimeno che da un ex vice-Presidente del CNR, Roberto De Mattei.

Lupo Glori sembra sinceramente spaventato dalla pubblicazione di questo librettino rosa. In effetti, l'"ideologia del gender" è già abbastanza destabilizzante di per sè per chi parla di famiglia "naturale"; l'antispecismo è già di per sè una “delirante visione”, “finalizzata a mettere sullo stesso piano gli uomini e le bestie” (sic). Figuriamoci se provano a dialogare fra loro...

"Cosa hanno in comune la teoria queer e l'animalismo vegano"? chiede Lupo. Molto semplice rispondere: sono entrambi fumo negli occhi per l'ortodossia cattolica. Ma se fosse solo questo non sarebbe molto interessante accostare le due parole, queer e vegan, in un saggio, come fa Simonsen. Per fortuna, qualche idea in più su cosa abbiano in comune questi due termini, Simonsen sembra averla.

De Mattei mostra di aver compreso bene quali siano questi elementi sottolineati dall'autore del Manifesto. Veganismo e femminismo queer condividono un'“orgogliosa rivendicazione della devianza, intesa come comportamento antisociale e antinormativo”, una critica radicale all'identitarismo, una “resistenza metaforica e materiale all'ordine sociale dominante”. Entrambi attaccano le istanze essenzializzanti condensate nell'idea di “contronatura”, un'idea non a caso applicata sia all'omosessualità che al veganismo. Entrambi sono oggetti di pratiche di discriminazione (De Mattei denuncia – pardon, cita – l’omofobia e la vegefobia).

Insomma, Satana è fra noi... vegetariano e frocio. Un vero finocchio.

E non poteva certo lasciare indifferente un giornale diretto da un vice-Presidente del CNR contestato perchè ha detto che il terremoto in Giappone è stato un segno della bontà di Dio o che la caduta dell’Impero Romano è stata causata dagli omosessuali.

A dare retta a gente come Simonsen, dice Glori, non si sa dove si va a finire. Si comincia con la dissoluzione della famiglia tradizionale, per arrivare alla morte della società e della specie umana, passando per un'allegra orgia interspecifica. Eh sì, perchè alla fine della sua invettiva, il Nostro evoca lo spettro della zoorastia: umani che sodomizzano animali e - orrore ancor più grande - animali che sodomizzano umani. In effetti, su un sito di De Mattei (Roberto...) l’allarme era già stato lanciato da tempo: i rapporti sessuali con animali dilagano ed è “davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione”.

Insomma, Glori-De Mattei-Lupo-Rodolfo è davvero terrorizzato. Anche se, a leggere la sua fedele descrizione degli spunti di Simonsen, il suo appassionato riassunto dei temi più originali del libro, la sua padronanza delle tesi più ardite di Lee Edelman, sembra quasi che ne sia affascinato. Forse, questo “queer vegan” sotto sotto attrae anche gente insospettabile...

 

Grazia Didio

 

queer vegan manifesto 

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Intervista a Lorenzo Guadagnucci

di:

Fonte: mangialibri.com

Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione.



Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?
Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova.


In Restiamo animali affronti da varie angolazioni la “questione animale”. Perché, secondo te, c’è tanta indifferenza nei confronti di un massacro che avviene sotto i nostri occhi?
L'indifferenza è grande perché viviamo in un sistema che contempla nella sua struttura la sottomissione e lo sterminio degli animali. Ciò ha reso possibile l'affermazione di un'ideologia che riesce a rappresentare come un'ovvietà, quasi un dato di natura, il dominio dell'umanità sugli altri animali, ridotti a macchine da carne. Le persone sono indifferenti alla sorte degli animali perché sono educate fin dall'infanzia a considerare gli animali non umani come oggetti, con l'esclusione di alcune specie dette “di affezione” a seconda della parte di mondo nella quale si vive: la manipolazione comincia prestissimo e dura tutta la vita. L'indifferenza, l'assuefazione alla violenza, la deresponsabilizzazione sono dovuti a relazioni di potere. Qualcosa di analogo avviene anche al di fuori della relazione umani/animali. Meccanismi simili stanno alla base del razzismo, del nazionalismo, del sessismo, dell'omofobia.


Gary Yourofsky, un attivista vegan americano, afferma che “se va bene per lo stomaco, va bene per gli occhi” e nei suoi incontri mostra immagini forti e cruente di ciò che avviene nei mattatoi. Credi possa essere un buon metodo di sensibilizzazione?
I metodi di informazione e sensibilizzazione sono molteplici e ognuno può avere una sua validità. L'uso di immagini forti, di documentazione presa all'interno di allevamenti e mattatoi ha sicuramente un valore informativo importante, tant'è che le industrie della carne, delle uova, quelle casearie non gradiscono la diffusione di fotografie e filmati del genere. Allevamenti e mattatoi non sono affatto case di vetro e il loro occultamento è una parte importante della strategia commerciale di queste industrie e della stessa ideologia che giustifica lo schiavismo animale. Non sono però convinto che la colpevolizzazione delle singole persone sia la strada principale nella lotta verso la liberazione animale. La diffusione delle conoscenze sulla reale condizione degli animali nella nostra società, come la diffusione dell'alimentazione ‘cruelty free’, sono certamente importanti, ma il cuore della questione animale è prettamente politico. Io credo che non potremo nemmeno immaginare un'autentica liberazione animale senza mettere in discussione i fondamenti della società attuale, che è antropocentrica, che poggia su una logica di dominio anche all'interno della società umana, che pare disposta a distruggere le stesse condizioni minime di vita sul pianeta. Il tema è enorme, ma se non ripensiamo la stessa posizione dell'uomo rispetto alla natura, non possiamo fare grandi avanzamenti verso la liberazione animale.


Credi che il consumo di prodotti animali sia in qualche modo veicolato da un sistema, da una volontà ‘superiore’, che ovviamente ruota intorno al denaro?
Credo che il sistema capitalistico, specie nella sua fase consumistica, quella che è cominciata nel secondo dopoguerra, abbia trovato una perfetta consonanza con la logica di dominio sugli animali ereditata dal passato. Gli animali sono stati ridotti a merce, a meri oggetti e come tali vengono trattati e ˗ quel che è peggio ˗ anche  percepiti dalle persone che se ne nutrono, che ne indossano le spoglie e così via. La logica del profitto, come ben sappiamo, è spietata e in questa fase storica si avvale anche dalla passiva accettazione del suo primato da parte di masse sterminate di persone.


La questione animale si affronta da secoli. Eppure il consumo di prodotti animali cresce a dismisura. Si pensa ancora, in un retaggio da dopoguerra, che mangiare carne faccia bene, nonostante si abbiano le prove scientifiche che è proprio il consumo eccessivo di carne a provare alcuni tumori. Perché, secondo te?
Torniamo a quello che dicevamo prima. La sorte ignobile riservata agli animali è possibile grazie alla collaborazione di una moltitudine di persone, che vengono deresponsabilizzate (chi si sente complice della sorte infame inflitta a maiali, mucche, galline, pesci o ancora, se allarghiamo lo sguardo oltre il mondo occidentale, anche a cani, gatti, tartarughe e così via?); i cittadini diventano clienti, chiamati a consumare ciò che trovano al supermercato, sono ridotti a tubi digerenti. Questo avviene perché i reali meccanismi di produzione sono giustificati da un sistema culturale e ideologico che riesce a rappresentare come ovvio, naturale, normale ciò che non è né ovvio, né naturale, né normale, cioè lo schiavismo e lo sterminio di massa degli animali. Di questa ideologia fanno parte anche la scomparsa, l'emarginazione, l'occultamento delle conoscenze medico-scientifiche disponibili. Ormai tutti gli studi più seri riconoscono che l'alimentazione a base carnea è la più pericolosa per salute, ma sia il discorso corrente da uomo della strada, sia i consigli di 'buon senso' dei medici di base affermano l'esatto contrario. Melanie Joy chiama tutto ciò 'carnismo': un'ideologia che riesce ad occultare la verità e anche ad essere invisibile. La manipolazione è così macroscopica e scoperta che non viene notata: sembra troppo clamorosa per essere vera. Quante volte ci siamo sentiti dire “ma il mio medico mi dice di stare attento, se voglio passare a una dieta vegetariana”'; “a mangiare un po' di tutto si fa sempre bene”; “un bambino non può fare a meno della carne nella fase della crescita”; “dove prendi le proteine?”, e così via, in una serie infinita di luoghi comuni che passano di bocca in bocca ma che sono privi di fondamento. È l'eterna favola del re nudo. Al momento la minoranza animalista, vegana, nonviolenta non ha una voce abbastanza forte da riuscire a farsi sentire quando grida che non è vero ciò che si dice sul magnifico abbigliamento del re.


Sei stato vegetariano per tanti anni e in seguito hai abbracciato il veganismo. Credi che in qualche modo i vegetariani vivano in un limbo (anche ipocrita, se vogliamo) alimentato dalla falsa convinzione che la produzione di latte e uova non porti morte?
In base alla mia esperienza diretta, credo che in ogni vegetariano ci sia un potenziale vegano. Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. Limitavo questa mia scelta alla mia vita quotidiana, senza attribuirle una valenza politica, e fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte: un po' per vigliaccheria, un po' per quieto vivere. Credo che per buona parte dei vegetariani avvenga qualcosa di simile: viviamo in una società ‘carnista’ che già percepisce la scelta vegetariana come una specie di eresia. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. Non nego di avere avuto io stesso dei pregiudizi sull'estremismo dei vegani: i condizionamenti sono forti ed è difficile restarne immuni. In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora. Ma io non vedo una contrapposizione fra vegetariani e vegani: credo anzi che l'obiettivo comune sia contribuire alla liberazione animale, sapendo che la cultura prevalente, le abitudini più radicate vanno in direzione opposta. Il mio atteggiamento è dunque di incoraggiamento: verso i vegetariani affinché facciano quel piccolo passo mancante in direzione dell'alimentazione vegana, verso gli uni e degli altri a impegnarsi al massimo per i diritti degli animali e quindi per cambiare la cultura e i rapporti di potere esistenti nella nostra società”.


“Sei vegano? Quindi mangi solo verdure”. È una frase che spesso si sente dire un vegano. C’è molta disinformazione al riguardo. In che modo credi si possa sensibilizzare la gente a rompere l’abitudine e la tradizione dello sfruttamento animale?
Cambiare le tradizione, spingere le persone ad abbandonare abitudini consolidate è quanto di più difficile si possa fare, perciò credo che si debba agire su tutti i piani, con un'azione per così dire multipla. Il tema centrale per me è quello politico: bisogna finalmente superare lo steccato che separa l'attivismo animalista dalla militanza politica. Ripeto: non è possibile immaginare la liberazione animale senza rivoluzionare la nostra società. Io ad esempio, ogni volta che vengo invitato a parlare di Genova G8, di diritti umani, di razzismo ed è previsto un buffet o una cena, specifico che per coerenza mi aspetto “cibi nonviolenti”. Ma mi domando quanto dovremo ancora aspettare prima che una forza politica lanci una campagna contro i consumi di prodotti animali: avrebbe un grande spessore etico ed enormi valenze in termini di tutela della salute pubblica e protezione dell'ambiente. Una definitiva legittimazione politica del discorso animalista (ma sarebbe meglio dire antispecista) avrebbe un enorme effetto sulla cultura generale e sulla percezione che le persone hanno di questi temi. Bisogna poi agire sul piano dell'informazione, ad esempio in campo medico, dove il pregiudizio carnista è ancora forte quanto infondato. E poi c'è il piano dell'azione, che può essere sia l'esempio personale – quindi non rinunciare mai a spiegare i motivi che hanno spinto a compiere la scelta cruelty free, dimostrando che è possibile per chiunque – sia la pressione affinché l'alimentazione “veg” diventi un diritto nel mondo della scuola, del lavoro, delle strutture pubbliche: penso alle mense, ai menu negli ospedali e nelle carceri, e così via. 


Come sarebbe la società se l’uomo rinunciasse allo sfruttamento animale e a tutto ciò che ruota intorno ad esso?
Sarebbe una società antiautoritaria, tendenzialmente egalitaria, in una relazione di maggiore armonia con la natura e con gli altri animali.

repressione
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Giovedì, 13 Settembre 2012 14:34

Ecofemminismo su "Dep"

"Dep" nr. 20 dedicato all'Ecofemminismo


Il numero 20 del luglio 2012 della Rivista Dep - Deportate, Esuli e Profughe è dedicato all'ecofemminismo (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=137950). L'intero numero è liberamente scaricabile http://www.unive.it/media/allegato/dep/n20-2012/Dep_20_2012c.pdf.

I contributi presentati in questo numero monografico di Dep illustrano lo stato dell'arte della riflessione ecofemminista, che volge uno sguardo d'insieme alle varie forme di dominio e oppressione. Nei vari scritti si propone una rilettura dell'ideologia patriarcale che da millenni si alimenta dello sfruttamento delle donne e della Natura, in tutte le sue forme. Un'attenzione specifica è data ai modi di esprimere non solo il dissenso e la ribellione delle donne alla loro condizione, ma anche alle strategie che sono attuate per rispondere in modo politico alle esigenze di riformulazione delle relazioni tra gli umani, gli altro-da-umani e la natura.

L'obiettivo qui proposto è di fornire una serie di stimoli alla riflessione e alla riconsiderazione di un pensiero teorico, quello ecofemminista appunto, che è una delle possibili declinazioni del femminismo che accoglie l'ecologismo, ma anche di una necessaria presa di posizione delle attuali condizioni in cui tutti gli abitanti della terra purtroppo versano.


Due articoli focalizzano la questione delle connessioni del dominio sulle donne e agli altro-da-umani
Greta Gaard, Feminist Animal Studies in the U.S.: Bodies Matter (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=138551)
Annalisa Zabonati, Ecofemminismo e questione animale: una introduzione e una rassegna (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=139007)

Per Dep sono in preparazione un'antologia di testi sull'ecofemminismo, con una sezione dedicata agli altro-da-umani, un numero Dep interamente dedicato agli altro-da-umani e un'antologia delle precursore dell'ecofemminismo animalista/femminismo veg*ano.


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Venerdì, 27 Luglio 2012 10:03

Siate affamati, siate stupidi

Ripubblichiamo il seguente articolo di Serena Contardi, pubblicato su Asinus Novus:


Siate affamati, siate stupidi

C’è un punto, nel bel romanzo Vergogna di J.M. Coetzee, in cui il protagonista, David Laurie, si ritrova davanti ad un cumulo di cadaveri di cane accatastati che vengono fatti a pezzi a colpi di vanga e quindi inseriti nel forno crematorio. Sebbene pienamente consapevole dell’insensatezza del suo gesto, David comincia una battaglia tutta sua per garantire a quei corpi un pur misero riconoscimento postumo: che non vengano abbandonati tra i rifiuti e la comune spazzatura, e giungano intatti all’inceneritore. Mentre David, sullo sfondo, ostinatamente vi lavora, il narratore rivela a chi non l’avesse capito da sé perché il suo protagonista abbia deciso di farsene carico:

"Per quale motivo si è preso questa incombenza? [...] Per amore dei cani? Ma i cani sono morti; e poi che ne sanno i cani di onore e ignominia? Per se stesso, allora. Per la sua idea del mondo, un mondo in cui gli uomini non dovrebbero prendere a badilate i cadaveri per bruciarli più facilmente."

Ma ancora, e soprattutto: «David si batte per salvare l’ onore di quei cadaveri perché non c’è nessun altro così stupido da farlo».

Io credo sia il caso vegetariani e vegani si rendano conto di essere malati della stessa stupidità di David Laurie. Se la salute sta dalla parte della ragione dominante, non mi pare vi sia un reale motivo per cui vergognarsene. Allo stato attuale delle cose, scegliere di non consumare prodotti di origine animale ha più o meno la stessa valenza di quello strampalato tributo post mortem: nessuna. Questo ovviamente se la si considera secondo parametri strettamente razionali, e in effetti io sono convinta gran parte del suo valore risieda proprio nel fatto di spezzare quella logica glacialmente calcolante che ha ormai spoliato tutto il vivente e ci sta facendo marciare a passo sempre più spedito verso l’autodistruzione (il tutto in maniera molto lucida e coerente). «Che tutto continui così è la catastrofe» (Benjamin), e non si capisce perché la follia di un moto totalmente gratuito e inutile, che a quella si oppone, dovrebbe essere più folle della follia che vi si adegua.

Ma è necessario prenderne atto: in questa società essere vegani non salverà gli animali. È necessario prenderne atto e resistere alla tentazione di rimuovere questa dura consapevolezza od occultarla: perché il rimosso torna sempre, e in forme irriconoscibili e nocive. L’ossessione che molti vegani nutrono per un’alimentazione metodica e incontaminata da cibi di provenienza non vegetale, che non è di nessuna utilità per la diffusione dell’antispecismo perché, come ha mostrato Antonella Corabi in un articolo che tutti dovremmo leggere e rileggere, sposta continuamente l’attenzione dalla tragedia animale a una banale scelta alimentare, ha qualcosa dell’atteggiamento di stampo nevrotico, in cui cerimoniali e rigida ripetizione dei gesti diventano scudo contro una verità che non è stato possibile sostenere e chiede ora di riemergere.

Non fraintendetemi, questo non è un invito a non essere vegan; anch’io lo sono, e scegliere i miei pasti ha per me una funzione importante: evitare di ricadere in quell’alienazione da cui mi sono tirata fuori a fatica. L’alienazione di questa società, evidente nel buon padre di famiglia che sorride con dolcezza al vitellino di cui finanzierà la iugulazione, o in chi non può reggere la vista di una macellazione ma di nuovo tornerà ad acquistarne i prodotti belli lindi e incellophanati è anche la mia, è ancora la mia. Amavo i cibi animali e neppure ora mi disgustano, e spesso mi capita di chiedermi che senso abbia averli eliminati in toto. Non ne ha. Non è perché si desidera irresistibilmente la carne che nella maggior parte dei casi si ricomincia a mangiarla: si ricomincia per frustrazione, perché non si trova più un senso nel non farlo. Ma se quel senso lo si era inteso in maniera puramente strumentale, non l’aveva neanche prima.

La stessa coerenza che si richiede inflessibilmente a se stessi per proteggersi da un dubbio di natura interiore, viene quindi esibita all’esterno, a tutelarsi da ogni possibile obiezione: ma anche qui si rivela una strategia del tutto fallimentare. Se non siamo abbastanza coerenti, verremo additati come ipocriti; se lo siamo troppo, ci chiameranno fanatici. In aggiunta a questo, va rilevato che in una società che ha le sue basi nello sfruttamento animale è palesemente impossibile evitare del tutto prodotti che vi siano invischiati, come d’altronde è impossibile sottrarsi completamente ai prodotti dello sfruttamento umano: e ci sarebbe da chiedere ai fieri difensori dell’umanismo come possano sentirsi sempre tanto autorizzati a parlare di coerenza nelle loro scarpe made in Taiwan. Invece di riconoscere quanto chimerica sia ogni pretesa di assoluta coerenza, e spostare la questione dalla dimensione del consumo privato a quella più propriamente politica, accade che il vegano introietti lo spirito poliziotto del carnivoro e lo riversi con rabbia su altri vegetariani e vegani. A quante liti demenziali mi è toccato assistere, scatenate dall’aver confessato di consumare alimenti con una concentrazione dello 0.001% di latte, e quanti sciocchi, assurdi, sbagliati sensi di colpa per aver ceduto una volta, o aver ingerito carne senza neppure saperlo… Ragazzi, la vita è già abbastanza dura. Tutto questo non è di alcuna utilità, e causa un gran dispendio di energie che potrebbero essere impiegate altrimenti.

È il caso che vegetariani e vegani si rendano conto di essere malati della stessa stupidità di David Laurie. Nella «realtà bloccata» sono solo le piccole minoranze, i reietti, i deboli, i folli, che dalle loro trincee sparse possono tenere viva la speranza che «destino e potere non abbiano l’ultima parola» (Adorno). L’ostinazione degli stupidi potrebbe muovere mondi.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

I paradossi dell’estremismo carnivoro sarebbero persino divertenti. Se non esistessero i macelli...

Marco Reggio

(Fonte originale: it.vegephobia.info)

 

Il trattamento riservato dalla stampa ai vegetariani e ai vegani, si sa, non è dei migliori. Quando non si riscontra un (imbarazzato?) silenzio sulla presenza di questi strani personaggi, ci si imbatte in informazioni distorte, luoghi comuni, descrizioni grottesche, larghe concessioni agli aspetti più folkloristici della questione.

Si tratta di semplici impressioni di un lettore vegano, certamente. Sarebbe interessante vedere anche in Italia qualche studio sistematico sulle modalità con cui i mass-media descrivono – depotenziandolo politicamente – il rifiuto di cibarsi di animali uccisi o di prodotti del loro sfruttamento, come avvenuto con il lavoro di Cole e Morgan relativo alla stampa britannica.

Abbiamo comunque a disposizione, di tanto in tanto, del materiale piuttosto interessante su cui riflettere. Un articolo di recente pubblicato sul sito de “Il Giornale” (“Mangia ‘corretto’ e morirai di fame. I paradossi dell’estremismo alimentare sarebbero persino divertenti. Se non fossero letali...”)  esemplifica in modo illuminante alcuni strumenti vegefobici a disposizione dell’informazione di massa in una società che di mettere in discussione la violenza innegabile di allevamenti e macelli sembra proprio non volerne sapere[1]. Proviamo a vedere come operano.

Alterare il messaggio implicito nel veganismo.

“un vegano [...] si farebbe sbranare da una tigre per rispettare la volontà della natura.”

Semplicemente evocando un’immagine quasi pittoresca – quella di un umano nella foresta che offre il proprio corpo ad una tigre, senza neanche cedere alla tentazione di fuggire a gambe levate -, l’autore riconduce il rifiuto di cibarsi di animali ad un’etica del sacrificio che nessuno, di fatto, abbraccia in senso così radicale. Mettere in discussione lo sfruttamento sistematico di miliardi di schiavi diventa automaticamente una messa in discussione della predazione se non del conflitto in senso assoluto, la teorizzazione di un mondo completamente pacificato che, comunque – ci avverte il cinico giornalista -, non “funziona”, poichè le tigri non la pensano come i vegani. E se le tigri ci ripagano così dei nostri buoni propositi... tanto vale mangiarsi le mucche.

In realtà, si tratta di un’astuzia dell’autore che ricalca l’ormai classica obiezione di molti carnivori correntemente chiamata “il leone e la gazzella”. L’autore dice: siccome i vegani sono tali perchè idolatrano la “Natura”, con le sue leggi immutabili e refrattarie all’etica, devono rispettarla fino in fondo, e dunque farsi mangiare dal predatore, la tigre. Allo stesso tempo, i carnivori umani sono legittimati a mangiare animali perchè rientra nel ciclo “naturale”. Quello che viene omesso è che essere contro l’uccisione e lo sfruttamento degli animali non significa essere dalla parte di qualche supposta “legge di natura”, ma esprimere una precisa scelta etica, una scelta che per definizione non rientra nel mondo della necessità, ma al contrario della possibilità.

Ecco quindi che il dispositivo anti-vegetariano sembra avere un’ulteriore implicazione. Il mondo è diviso in due, umani da una parte e animali (la “natura”) dall’altra: gli animali da carne in fondo si meritano di essere macellati senza pietà dato che i membri di un’altra specie sono predatori. Il giornalista non è neppure sfiorato dall’idea che quando una persona diventa vegetariana difficilmente sta pensando... alle tigri.

Mettere contro i “moderati” e gli “estremisti”

“Un vegetariano, per esempio, la zanzara alla fine forse la schiaccia, ma un vegano no”

C’è qui all’opera un’iper-semplificazione. Nella realtà, io ho conosciuto vegani che schiacciano le zanzare, vegetariani che non lo fanno, e persino carnivori che disapprovano questa azione. Il motivo è relativamente semplice: il conflitto fra umani e zanzare e il rapporto di sottomissione fra allevatori e allevati sono due questioni diverse. Non che non esistano punti di contatto, nessi o aspetti psicologici o ideologici comuni: tutt’altro. Ma è evidente che il piano dei due problemi è agevolmente distinguibile. Per questo non è possibile associare un maggior rigore etico nel proprio modo di gestire il problema del fastidio delle punture di zanzara con un maggiore rigore nella gestione concreta del proprio rifiuto di mangiare animali. Insomma, non è che più una persona è attenta a non consumare prodotti dello sfruttamento animale, e meno zanzare schiaccerà, o più specie di insetti includerà nella propria idea di “essere senziente”. Il motivo per cui viene proposta questa fantasiosa equazione è quello di mostrare che esistono persone che difendono gli animali da carne non mangiandoli, ma che in fondo non fanno sul serio. Non fanno sul serio perchè sono soltanto vegetariani, e perchè schiacciano le zanzare. Al contrario quelli che “fanno sul serio”, sono evidentemente degli estremisti. La spia di questo, secondo l’approccio dell’autore, è in sostanza tanto nella maggior coerenza a livello di consumo (i vegan non mangiano neanche latte, uova e miele) quanto in un rifiuto più radicale di tutta la violenza nei confronti degli animali (non schiacciano neanche le zanzare). Il caso paradigmatico scelto (non schiacciare le zanzare), ovviamente, è quello fra i più discussi anche fra gli animalisti e fra i vegan, quello che più divide, appunto. In questo modo, persino chi è espressamente contrario allo sfruttamento animale, si sente tirato per la giacchetta al riguardo di un problema che ha poco a che fare e che viene presentato come un problema definitivamente risolto grazie al suo stesso estremismo vegan: se sei vegan, le zanzare non si schiacciano; se invece per te la questione delle zanzare è aperta, allora sei indotto a pensare che i vegan sono dei fondamentalisti.

Concentrarsi sugli aspetti marginali

Non si mangia neppure il miele delle api, perché «non si ruba il frutto del lavoro altrui». Idem per le uova delle galline, o per il latte delle mucche.”

“Anche un antibiotico è uno sterminio, quindi andranno rispettati perfino i tumori, non vorremo avvelenarli con la chemioterapia?”

Capita spesso ai vegan di sentirsi dire, come prima manifestazione di curiosità (ma è davvero pura curiosità?), se mangiano il miele, perchè non lo mangiano e come fanno a vivere senza. L’ultimo di questi dubbi mi ha sempre fatto effetto: come si può pensare che per chi non mangia carne, pesce, latte e uova la mancanza di miele nella dieta possa costituire un problema? E’ una domanda che sfiora il ridicolo. Non è detto che la sofferenza delle api sia un aspetto marginale nell’ambito dello sfruttamento animale a fini alimentari, ma di certo la questione dell’eliminazione del miele nella dieta umana lo è: sul piano nutrizionale, sul piano del reperimento degli alimenti, dell’organizzazione della vita, e persino della socialità in un mondo specista. Dunque, perchè parlare prima di tutto di questo? Appunto perchè è un aspetto marginale, e perchè riporta il messaggio di solidarietà verso i non umani su un piano di fanatismo, di perfezionismo etico o di consumo in cui i vegani finiscono per essere degli intransigenti che si preoccupano dei fenomeni meno gravi (o percepiti come tali dalla maggioranza). Il carnivoro può dunque tranquillizzarsi: dato che il “pacchetto” è unico - prendere o lasciare – se trova esagerato preoccuparsi di rubare un po’ di ore lavorative alle api, può trovare irrilevante anche l’indignazione verso il trattamento riservato alle mucche o ai polli.

Come si vede nell’esempio degli antibiotici, questo meccanismo funziona persino con degli elementi che non solo sono marginali nella pratica vegan, ma perlopiù non vi sono compresi: quanti vegan non usano gli antibiotici per non “sterminare” i batteri? O addirittura non usano farmaci per “rispettare” i tumori? Nessuno[2], ma l’avvertimento all’aspirante vegetariano è chiaro: se metti in discussione la bistecca, prima o poi dovrai vietarti anche gli antibiotici e l’aspirina.

Presentare tesi etiche in una forma bizzarra

Non si mangia neppure il miele delle api, perché «non si ruba il frutto del lavoro altrui».”

A chi ha a che fare da tempo con la “retorica” animalista questa espressione sembra normalissima. Tuttavia, l’idea che i prodotti di un animale siano il frutto del suo lavoro suona poco credibile al lettore medio. Quella che potrebbe essere, in effetti, una descrizione quasi letterale di ciò che avviene (un furto), è per la maggiorparte delle persone un’ardita metafora. In contrasto a questa motivazione, che appare quindi zoppicante, ecco la prescrizione che ne deriva, espressa con il massimo della perentorietà: “non si mangia neppure...”. Il vegano è dunque un visionario che sulla base di una visione distorta di fenomeni banalissimi lancia anatemi, elabora regole ferree e indiscutibili su cosa si può fare e cosa non si può fare.

Associare il veganismo a pratiche ascetiche estreme

“Tuttavia perfino il vegano è ancora troppo cinico per un fruttariano, il quale mangia solo frutta e verdura che non abbiano danneggiato la pianta”

Certo, qualcosa dovranno pur mangiarla pure i gianisti, ma in India ci sono quelli che si nutrono di prana, di energia vitale, tipo Prahlad Jani che non mangia e non beve da settant’anni. Tutto vero, tutto verificato, non si sa da chi.”

E’ sempre utile accostare – anche senza individuare dei veri e propri nessi – il veganismo ad altre pratiche alimentari maggiormente restrittive. Poichè le motivazioni di queste pratiche sono inintelligibili sostanzialmente a chiunque, il veganismo è preso in un continuum di ascetismi senza fondamento, senza motivazioni sensate e senza considerazione della realtà circostante. Poco importa se il veganismo è sostenibile sul piano dei sentimenti e delle argomentazioni razionali potenzialmente comprensibile da tutti.

Ingigantire le difficoltà quotidiane

Non è solo questione di cibo, anche vestirsi è un casino”

Chi più chi meno, tutti sappiamo che scegliere di non consumare prodotti dello sfruttamento animale porta con sè difficoltà, dispendio di energia, e qualche problema di socialità. Sappiamo anche che, nonostante un sistema strutturato sull’industria della carne, del latte, delle uova o della pelle, l’aumento del numero di vegetariani e l’avanzamento tecnologico stanno facilitando almeno in parte la messa in pratica del veganismo. Le difficoltà, quindi possono essere sminuite ad arte, come fanno spesso alcuni vegani, ma possono anche essere ingigantite altrettanto ad arte, come in questo caso, in cui la questione del cibo e del vestiario viene liquidata con un giudizio sommario: “è un casino”.

Concentrarsi sul veganismo come stile di vita

Tutto l’articolo affronta le questioni etiche come questioni che si esprimono, essenzialmente, in uno stile di consumo, in una modalità di scelta di questo o quel prodotto sullo scaffale del supermercato: dall’opposizione alle pratiche antisindacali della Coca-Cola alla sensibilità ambientale, dalla lotta contro lo sfruttamento bambini a quella contro lo sfruttamento degli animali. Tutte le istanze di contestazione, di critica etica o politica, di opposizione alla violenza possono esprimersi, secondo il giornalista, come scelte di consumo. In altri termini, come scelte individuali che non mettono in discussione le strutture che reggono la violenza, ma che mirano a perfezionare il rifiuto personale della violenza nell’ambito del consumo, sconfinando poi in un’attenzione maniacale alla coerenza individuale. Per quanto riguarda il veganismo, intendere la pratica di rifiutare il massacro degli animali in questo modo riduttivo (il cosiddetto “stile di vita vegan”) facilita di molto il lavoro di rimozione del messaggio di solidarietà nei confronti degli animali. L’attenzione non più sulle vittime, ma chi le difende e sul suo grado di coerenza[3].

Riaffermare i valori specisti

Per camminare ci sono le scarpe vegane, che non utilizzano colle derivate da grassi animali. Sono brutte da fare schifo ma si cammina senza sensi di colpa.”

A prescindere dalla motivazione per cui i vegani non indosserebbero le scarpe “tradizionali” (ancora un modo di concentrasi sugli aspetti marginali: le scarpe “tradizionali” vengono rifiutate perchè fatte di pelle animale, ma qui il focus è – curiosamente – sulla colla...), l’autore presenta un contrasto fra la gradevolezza estetica delle scarpe e la sofferenza degli animali. Quest’ultima, peraltro, non viene neanche chiamata in causa direttamente, ma – come prevedibile – attraverso un riferimento alla sensibilità dei vegani, preoccupati evidentemente non tanto di far del male a qualcuno quanto di sentirsi “in pace con la coscienza”. Il contrasto fra estetica (del consumatore umano) ed etica è, se ci pensiamo, quasi osceno. Ma la naturalezza con cui viene presentato serve a riaffermare i valori specisti. Anzi, più è insignificante l’interesse umano (non indossare scarpe brutte), meglio è. L’autore avrebbe potuto almeno chiamare in causa la necessità di indossare calzature comode, o resistenti, o adatte alla postura di chi le usa. Ma così il messaggio è ancora più chiaro: la sofferenza degli animali conta così poco che anche un capriccio estetico finirà per prevalere.

Confondere un atto politico con il proibizionismo

“Alla fine perfino a me che di carne ne mangio pochissima il libro della Duve ha fatto venire un intenso desiderio di addentare una bistecca al sangue. Come gli avvisi sulle sigarette ti fanno venire voglia di iniziare a fumare o non smettere mai”

Quando gli attivisti per l’abolizione della carne rivendicano la chiusura di macelli e allevamenti, la prima risposta è quella che chiama in causa la libertà individuale: non si può imporre alle persone di non mangiare carne. Come se non ci fossero di mezzo altri soggetti, con dei propri interessi, la cui libertà viene violata (molto più gravemente) nel momento in cui i cittadini hanno ed esercitano il “diritto” di mangiarne i corpi. In questo quadro simbolico e culturale, è quindi utile presentare la richiesta di farla finita con la carne come una richiesta salutista, di cura della propria persona, di attenzione alle proprie abitudini alimentari. Una reazione che pur esiste ma che è difficilmente giustificabile (quella di chi, di fronte all’argomento secondo cui la carne è violenza, si sente spronato maggiormente a commetterla) diventa una reazione che suscita simpatia, quella dell’essere umano imperfetto che reagisce alle ingerenze di qualche persona pedante ammettendo e rivendicando le proprie imperfezioni come se fossero completamente “affar suo”.

Negare la sofferenza animale

se un pollo muore d’infarto immagino si possa mangiare, forse per questo gallina vecchia fa buon brodo.”

La comprensione del fatto che l’avversione alla carne è in realtà un’avversione all’uccisione degli animali si esprime qui in modo apparentemente molto acuto: il problema è etico (e tutt’altro che religioso), dunque un vegano – e persino un fruttariano – potrebbero mangiare un animale morto di morte naturale. Tuttavia, con un colpo di scena, l’esempio che viene portato a supporto è estremamente fuorviante: un pollo che muore d’infarto, che sarebbe poi la gallina con cui viene fatto il brodo. Insomma, si potrebbe quasi pensare che molti animali che ci mangiamo siano morti “naturalmente”, e magari felici. Peccato che quasi nessun pollo arrivi all’età in cui si muore “d’infarto”, e che anche se vi arrivasse, vi arriverebbe dopo una vita di stenti, di reclusione, di violenze fisiche e psicologiche.



[1] Va sottolineato come l’articolo prenda di mira un particolare testo (K. Duve, Il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore, Neri Pozza, 2012), che  in effetti è tutt’altro che rappresentativo del mondo vegano e soprattutto di quello animalista. La scelta stessa di commentare proprio questo libro ci dice forse qualcosa sulla volontà di ridicolizzare un tema importante, mettendone in luce le derive più estreme sul piano dell’attenzione maniacale al consumo individuale, della purezza quasi religiosa, e del misticismo  new age.

[2] Molti vegan non usano antibiotici per motivi animalisti (contrarietà alla vivisezione) o salutisti (preferenza per terapie “alternative”), ma raramente se non mai - per i suddetti motivi. Certo, spesso questi motivi non sono distinti adeguatamente fra loro, non sono chiariti, e finiscono per costituire un insieme confuso da cui emerge una generica contrarietà alla medicina moderna in quanto tecnologica, o in quanto innaturale.

[3] Si veda, sul tema: A. Corabi, Diffondere lo stile di vita vegan: una critica. http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica

Pubblicato in Spunti di Riflessione
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