Cronaca Marrone

L'ennesima strage dell'informazione

di Barbara X

da: anguane.noblogs.org

 

Quando un illustre sconosciuto balza agli onori delle cronache, si cerca sempre di saziare la fame di notizie e dettagli riguardanti la sua vita privata.

Ciò avviene indifferentemente per tutti i protagonisti delle prime pagine dei giornali, per chi -per un motivo o per l'altro- si è messo in luce, anche solo per un giorno.

E così ecco che negli ultimi giorni molte redazioni giornalistiche statunitensi hanno setacciato la vita privata di Adam Lanza, l'assassino di Newtown, l'autore (poi suicidatosi) della strage americana dello scorso 14 dicembre in cui sono state uccise ventisei persone.

"Adam Lanza: vegano, sociopatico, ballerino. E non uccideva animali."

Ecco dunque le prime indiscrezioni che trapelano sulla vita privata del killer di Newtown.

Sicuramente ci saranno stati altri elementi, magari ben più importanti, da porre in risalto, ma i media, all'unisono, hanno preferito comunicare tali note biografiche, puntualmente riportate anche dagli organi d'informazione nostrani.

L'assassino Adam Lanza sarebbe dunque stato vegano, cioè avrebbe eliminato la violenza e la morte di animali dalla propria dieta. E' questo il primo dato che ci viene fornito. Successivamente ci viene detto che era un sociopatico, cioè -in parole povere- un individuo che presentava rilevanti disturbi della coscienza e della personalità, un antisociale. E infine, un ballerino. Quest'ultimo aggettivo mi ha irrazionalmente ricordato il nome di Pietro Valpreda, l'anarchico ingiustamente accusato della strage di Piazza Fontana e vittima per anni di un orribile linciaggio mediatico ("Il crimine ha oramai una fisionomia precisa: il criminale ha un volto (…). Il Valpreda ha, nonostante i 37 anni, un aspetto da giovane piuttosto beat, che si accorda del resto con l'attività di ballerino; ma la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera." Mario Cervi in La propaganda del terrore, "Corriere della Sera" del 17-12-1969).

Al di là dell'inopportuna associazione di idee, credo si sia voluto dare risalto anche all'aggettivo "ballerino" per la pedestre volontà di sottolineare la stravaganza che avrebbe accompagnato nella sua breve vita l'assassino di Newtown, quella così poco comune, anticonformistica e spensierata leggerezza che inevitabilmente richiama al dileggio verso norme e responsabilità.

Ma ciò che più colpisce è il palese intento di vellicare gli istinti vegefobici della massa, accostando la dieta vegana a un assassino. Che sempre più persone nel mondo stiano abbracciando questa dieta e prendendo coscienza della sofferenza delle vittime animali negli allevamenti e nei macelli, è un dato di fatto, - come è un dato di fatto il livore da parte di chi non riesce a liberarsi dalla schiavitù a un condizionamento culturale che fa passare per necessario il consumo di carne, ovverosia un drammatico capriccio alimentare dei paesi civilizzati, capriccio che va a devastare la vita di popolazioni allo stremo nelle aree più povere del pianeta. Ideare titoli di tal fatta significa anche schierarsi dalla parte di chi fa in modo di tenere in piedi il quotidiano martirio industrializzato di milioni e milioni di vittime animali in tutto il mondo, "un mondo sbagliato".

"Hai sentito? Quello della strage in America era vegano... Meglio continuare a mangiar carne, se i vegani sono questi."

Ecco una frase che ho sentito due giorni fa mentre attendevo il mio turno al panificio sotto casa.

Ed ecco l'effetto che generalmente si vuole ottenere quando si lanciano certi messaggi: l'approvazione della massa, legittimata a coltivare la propria miopia, se non addirittura la propria cecità, andando a rinsaldare le fila di coloro che sostengono l'assurda tesi idiota secondo cui chi amerebbe gli animali altro-da-umani nutrirebbe disprezzo per gli umani (quando invece è vero l'esatto contrario).

Fortificare l'ignoranza e mantenere la massa a un certo livello di conoscenza, la condizione ideale affinché non possa nuocere con pensieri e iniziative atte a sovvertire questo orripilante Stato Di Cose: ecco lo scopo dei media di regime, oggi come ieri.

Si tratta di un'operazione giornalistica molto comune, di vero e proprio terrorismo mediatico per screditare qualcuno o qualcosa che in qualche maniera tornano scomodi a questo sistema che da sempre si regge sulla violenza, sui divieti, sull'ordine, sulle leggi, sulla repressione.

Come donna ex trans io ho per esempio potuto constatare negli anni la scarsità di considerazione e la violenza del linguaggio che vengono riservate alle persone trans negli articoli di cronaca (ma non solo), dove tutto, ogni singola parola, sembra essere funzionale all'incomprensione e all'ignoranza della massa. Se i media trattassero in maniera più corretta le persone gay, lesbiche, trans, queer, queste stesse persone oggi non si troverebbero a dover affrontare così spesso gravi (e talvolta drammatici) problemi di convivenza nel consorzio civile.

In definitiva, occorre allontanarsi dalle cosiddette armi di distrazione di massa, e formarsi una propria coscienza con i libri, documentandosi, cercando di avvicinarsi il più possibile alle vittime di questo sistema che sta affogando nella sua stessa crudele esasperazione, alle vite che scivolano via nel silenzio e nel buio, nella tragica irrazionalità di un delirio che appare senza speranza.

 muro

Pubblicato in Spunti di Riflessione
da: Anguane - Collettivo Queer Ecovegfemminista

Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu!

by Margaret Robinson

Margaret Robinson è una nativa Mi’kmaq vegana che vive a Toronto. Ha conseguito un Ph.D in teologia presso l’University of St. Michael’s College, a Toronto. Attualmente lavora presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale. È coordinatrice del progetto “Rischio e resilienza tra le persone bisessuali in Ontario: uno studio di comunità sul benessere mentale delle persone bisessuali”

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Il veganismo è spesso associato con l’essere bianchi, ma una lettura ecofemminista e post-colonialista delle leggende Mi’kmaq serve come base per una dieta vegan radicata nella cultura Nativa, scrive Margaret Robinson.

14 Novembre 2010

Proponendo quest’idea ci sono due barriere significative. La prima è  l’associazione del veganismo con i bianchi. Nel libro Real Natives Don’t Eat Tofu (I veri Nativi non mangiano tofu), Drew Hayden Taylor riporta che l’astensione dal mangiare carne é una pratica dei bianchi. In uno scherzo all’inizio del documentario Redskins, Tricksters and Puppy Stew (Pellerossa, imbroglioni e stufato di cucciolo) chiede “Come è chiamato un Nativo vegetariano? Un pessimo cacciatore”.

L’ecologista Robert Hunter dipinge le persone vegan come “eco-gesuiti” e “ fondamentalisti veggie”, che “forzano i/le Nativi/e a fare cose alla maniera dei bianchi”. Proiettando l’imperialismo bianco verso le persone vegan Hunter permette agli onnivori bianchi di creare un legame con i/le Nativi/e attraverso il mangiar carne. In Stuff White People Like,(Cose che piacciono ai bianchi) l’autore satirico Christian Lander dipinge il veganismo come una tattica per mantenere la supremazia bianca. Scrive “Come molte delle attività dei bianchi, essere vegan/vegetariano permetto loro di sentirsi d’aiuto all’ambiente e dà loro un modo delicato per sentirsi superiori agli altri.”

Rappresentare il veganismo come una cosa da bianchi cancella la maggior parte delle persone vegan in tutto il mondo e le loro scelte alimentari dall’orizzontee tico e religioso, e raffigura i bianchi come le sole persone che hanno a cuore la salute o l’etica del consumo di animali. Quando il veganismo è costruito come una cosa bianca, le persone Native che scelgono una dieta senza carne sono dipinte come se sacrificassero la loro autenticità culturale. Ciò rappresenta una sfida per coloro tra noi che vedono la propria dieta vegana come compatibile eticamente, spiritualmente e culturalmente con le proprie tradizioni native. Il secondo ostacolo al veganismo indigeno è l’associazione con il privilegio di classe. Gli oppositori rivendicano che una dieta vegan è un piacere e che le persone povere devono mangiare quello che è disponibile, non potendo permettersi di essere schizzinose. Con una simile logica, la persona povera non può permettersi di astenersi da caviale o tartufi. Le argomentazioni basate sulla classe di appartenenza danno per scontato che specialità culinarie raffinate, e frutta e verdura importate costituiscano la maggior parte della dieta vegan. Superano anche al costo della carne e danno per scontato che l’industria sussidiaria di carne e latticini in Nord America sia rappresentativa di tutto il mondo. Di fatto, molte della aree più povere del pianeta hanno una dieta che è primariamente a base di vegetali, dato il basso costo della produzione vegetale.

La mia proposta non è quella di rimpiazzare la vibrante cultura tradizionale con una associata alla cultura del privilegio bianco. L’attuale stile alimentare della maggior parte della popolazione Mi’kmaq (First Nations people of New England and Canada – popolazioni native) è di fatto bianco ed è afflitto dalla povertà. Come spiega un* partecipante allo studio di Bonita Lawrence sulle persone Native urbane di sangue misto, “la gente è stata abituata a pensare che la povertà sia indigena – e così la vostra zuppa di maccheroni e la vostra dieta povera sono indigene.” La mancanza di accesso a cibi ricchi di nutrienti è un problema che la popolazione Nativa ha in comune con altri gruppi oppressi dal razzismo e dalla povertà. Come disse Konju Brigs Jr. in Veganism is a revolutionary force in the class war (Il veganismo è una forza rivoluzionaria nella lotta di classe), negli Stati uniti le comunità di colore povere sono spesso private dell’accesso a cibi freschi sani e sproporzionatamente si ritrovano afflitti da malattie dovute alla dieta e allo stile di vita occidentali”. Briggs Jr. identifica questa come una tattica della lotta di classe, mirata a “mantenere le persone cronicamente impoverite, non consentendo loro di essere in salute e vivere a lungo e dall’eccellere come esseri umani”.

Diversi ricercatori (Johnson, 1977; Travers, 1995; Mi’kmaq Health Research Group, 2007) hanno notato che il sistema delle riserve ha prodotto una dieta con un alto contenuto di zuccheri e carboidrati e basso contenuto in proteine e fibre. Come risultato, gli/le Mi’kmaq hanno patito un serio incremento dell’obesità, del diabete mellito e dei calcoli biliari. Il professore di ecologia umana Kim Travers ha individuato tre cause di una dieta povera di nutrienti tra le popolazioni Mi’kmaq: il basso salario, la mancanza di accesso ai trasporti e l’inadeguatezza delle riserve alle coltivazioni agricole, alla pesca o alla caccia. Travers sottolinea che gli/le abitanti delle riserve sono spesso costrett* a mangiare proteine altamente raffinate come burro di arachidi, wurstel o mortadella. Questa dieta è un effetto dell’oppressione su di noi come Nativ*, non un’espressione della nostra tradizione o dei nostri valori. Tradizionalmente, la dieta Mi’kwaq era ricca di carne, consistente in castoro, pesce, anguilla, uccelli, porcospini e a volte animali più grandi come balene, alci o caribù, accompagnati da verdure, radici, noci e frutti di bosco. Nella lingua Mi’kmaq la parola cibo è la stessa per castoro, stabilendo così la carne come archetipo del cibo commestibile. L’uso degli animali come cibo è rappresentato abbondantemente anche  nelle leggende Mi’kmaq. La produzione e il consumo del cibo nella cultura Mi’kmaq è coniugata al genere. La caccia era un’attività maschile, connessa con il mantenimento della virilità. La prima uccisione di caccia di un ragazzo fungeva da simbolo della sua entrata nell’età virile. Rifiutare la caccia era rifiutare anche il metodo tradizionale della costruzione dell’identità maschile. Tuttavia il contesto in cui questa identità era costruita è cambiato significativamente dall’arrivo dei colonialisti eur0pei. La carne, come simbolo del patriarcato unito alle forze colonizzatrici, è indubbiamente molto più assimilabile delle pratiche come il vegetarianismo.

L’autrice vegana femmista Carol J. Adams sostiene che la creazione del concetto di carne  richede la rimozione dalle nostre coscienze dell’animale, il cui corpo morto viene ridefinendo come cibo. La Adams scrive:

La funzione del referente assente è di tenere la nostra carne separata da qualunque idea che lei o lui una volta erano un animale, per tenere il “moo” o il “coccodé” o il“beee” lontani dalla carne, per tenere lontano qualcosa dall’essere visto come qualcuno. Una volta che l’esistenza della carne è stata disconnessa dall’esistenza di un animale ucciso per diventare “carne”, la carne diventa disancorata dal suo referente originale (l’animale) diventando invece un’immagine fluttuante, spesso usata per riflettere lo status delle donne come quello degli animali.

Mentre è evidente nell’industria della pelliccia, nell’industria della pesca e dell’allevamento, il distanziamento di cui parla Adams non è fondante nei miti Mi’kmaq. In queste storie il rendere altro la vita animale, che conforta psicologicamente l’uso del mangiar carne, è rimpiazzato da un modello di creazione in cui gli animali sono rappresentati come nostri fratelli e sorelle.

Nelle leggende Mi’kmaq la vita umana e animale sono in un continuum, spiritualmente e fisicamente. Gli animali parlano, sono capaci di trasformarsi in umani, e alcuni umani sposano queste creature che hanno cambiato forma e crescono bambini animali. Gli stregoni umani possono prendere la forma di un animale, alcune persone si trasformano nel loro animale totemico e altri ancora sono trasformati in animali contro la loro volontà. Un’esegesi ecofemminista delle leggende Mi’kmaq ci permette di inquadrare il veganismo come una pratica spirituale che riconosce gli umani e gli altri animali come aventi uno stato di persona condiviso. La Micmac Creation Story narra di Glooskap, di sua nonna e spesso di suo nipote e di sua madre. Glooskap è stato creato dall’argilla rossa e inizialmente non ha mobilità, rimanendo sulla propria schiena, nello sporco. Sua nonna era originariamente una roccia, suo nipote la schiuma del mare e sua madre una foglia. Nella storia di Nukumi, la nonna, il Creatore crea una vecchia donna da una roccia coperta di rugiada. Glooskap la incontra e lei accetta di diventare  sua nonna, fornendogli saggezza in cambio di cibo. Nukumi spiega che in quanto an la ziana ha necessità della carne perchè non può vivere solo di piante e bacche. Glooskap chiama Martora e chiede di poter offrire la sua vita, così  che la nonna di Glooskap possa vivere. Martora accetta in virtù della loro amicizia. Per questo sacrificio, Glooskap fa di Martora suo fratello. Questa storia rappresenta, attraverso i personaggi di Glooskap e Martora, la relazione di base dei Mi’kmaq con le creature attorno a loro. Gli animali desiderano fornire cibo e indumenti, rifugio e utensili, ma devono sempre essere trattati con il rispetto dovuto ad un fratello e un amico.Alcune versioni di The Micmac Creation Story parlano anche della nascita del nipote di Glooskap dalla spuma del mare intrappolata nella gliceria. Per festeggiare l’arrivo del nipote, Glooskap e la sua famiglia fanno una festa a base di pesce. Glooskap invita i salmoni dei fiumi e dei mari a venire a riva e offrire le loro vite. Anche se non priva di problematiche, questa dinamica è aperta alla possibilità di rifiuto da parte dell’animale. Inoltre, il racconto mina la diffusa visione che gli umani abbiano un innato diritto ad usare la carne animale come cibo. Glooskap e la sua famiglia non vogliono uccidere tutti gli animali per la loro soppravivvenza, indicando moderazione nelle loro pratiche di pesca. Il filo conduttore è quello della dipendenza, non della dominazione. La soppravivvenza umana è la giustificazione per la morte degli amici animali di Glooskap. Gli animali hanno una vita indipendente, un loro scopo e una loro relazione con il creatore. Non sono stati fatti per essere cibo, ma diventano cibo volentieri come sacrificio per i loro amici. Questo è ben lotanto dalla prospettiva del cacciatore bianco, per cui le popolazioni animali sono ritenute da controllare, trasformando il macello in un servizio offerto, piuttosto che in uno ricevuto.

Un’interessante eccezione a questo argomento è la Storia di Glooskap e la Sua Gente, che dà la colpa agli animali stessi per l’aggressione da parte dell’uomo. In questo racconto Malsum, una controparte malefica di Glooskap, rivolta gli animali contro l’eroe. Glooskap annuncia “Ho creato gli animali per essere amici dell’uomo, ma loro si sono comportati con egoismo e slealtà. D’ora in poi, saranno i vostri servitori e vi approvigioneranno di cibo e indumenti”. Qui Glooskap, non il Creatore, è la fonte della vita animale e ha potere su di loro. L’originale visione di armonia è perduta e prende posto l’inequalità come punizione per aver ascoltato Malsum. In questo modo, la storia è simile all’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, con gli animali al posto di Eva. Glooskap mostra agli uomini come costruire archi, frecce e lance. Mostra anche alle donne come raschiare le pelli e fare abiti. “Ora avete il potere anche sulla più grande delle creature selvatiche,” egli disse, “ma vi incarico di usare questo potere con dolcezza. Se prendete più cacciagione di quanta ve ne serva per vivere e vestirvi, o uccidete per il piacere di uccidere allora sarete visitati da un gigante senza pietà chiamato Carestia”. Anche in questa storia, che cerca di giustificare il dominio, la corretta relazione con gli animali è solo per cibo e abiti. Gli animali mantengono un diritto sulle loro vite, e i loro diritti non possono essere messi da parte con leggerezza.

Queste storie caratterizzano gli animali come persone indipendenti con diritti, desideri e libertà. Se è richiesto il consenso di un animale per giustificare il suo consumo, allora si apre la possibilità che il consenso possa essere revocato. Pesca e caccia eccessive e la totale distruzione dell’habitat naturale potrebbero certamente spingere gli animali a ripensare l”‘accordo”. Un’altra caratteristica di alcune storie Mi’kmaq è il rammarico che accompagna la morte di un animale. In Story of Badger and His little Brother (Storia di Tasso e del suo fratellino), gli uccelli sono stati invitati in un wigwam (N.d.T. abitazione Nativa americana, a forma di cupola, solitamente ricoperta di pellame e corteccia) e chiesto loro di chiudere gli occhi. Tasso inizia ad uccidere gli uccelli. Suo fratello, sentendosi in colpa per averne uccisi più di quanti ne servissero loro per mangiare, mette in guardia gli uccelli e li aiuta a scappare. In The Story of Nukumi and Fire (La storia di Nukumi e del fuoco), Nukumi spezza il collo a Martora e lo posa al suolo, ma Glooskap si pente immediatamente delle loro azioni. Nukumi parla al Creatore e Martora è riportato in vita e ritorna alla sua casa sul fiume. Al suolo ora è steso il corpo di un’altra martora. Questo aspetto del racconto è molto lontano da una storia delle ragioni del mangiare gli animali. Martora è sia vivo che morto – morto come una martora disponibile per il consumo della nonna, ma vivo come Martora, l’amico di Glooskap e la sua gente. The Adventures of Katoogwasees (Le avventure di Katoogwasees) parla di come la nonna di Glooskap usò la magia per ottenere una quantità illimitata di carne di castoro da un singolo osso, riflettendo il desiderio di abbondanza slegato dal bisogno di cacciare.

Rimpianto e gentilezza sono invece le caratteristiche della storia di Muin, The Bear’s Child (Muin, il figlio dell’Orsa).  In una versione di questo racconto un giovane ragazzo, Siko, è intrappolato in una cava dal suo crudele patrigno e lasciato lì a morire. Gli animali lo sentono piangere e cercano di salvarlo, ma solo mamma Orsa, Muiniskw, riesce a muovere le pietre che bloccano l’ingresso. Siko è allevato come un orso. Più tardi la famiglia orso di Siko è attaccata dai cacciatori e sua madre viene uccisa. Siko dice ai cacciatori “Sono un umano, come voi. Risparmiate la cucciola orsa, è la mia sorella adottiva.” Gli Indiani stupiti mettono giù le loro armi e risparmiano la vita dell’orsetta di buon grado. Sono spiacenti di aver ucciso mamma orsa, che era stata così buona con Siko. Qui possiamo vedere che il rimpianto per la morte dell’animale è contestualizzato nella gentilezza del rapporto tra umani e animali. Alla fine della storia, Siko dichiara ”Sarò chiamato Muin, figlio dell’Orsa, da oggi in poi. E quando sarà cresciuto e sarò cacciatore, non ucciderò mai una mamma orsa o i suoi piccoli!”. Altre versioni di questo racconto mostrano Muin che si rivela prima che gli orsi siano uccisi e che i Mi’kmaq risparmiano la vita a tutte le mamme orso e ai loro piccoli, da allora in poi, come segno di gratitudine a Muiniskw per la protezione offerta al ragazzo.

Questo rimpianto é espresso anche nei rituali che circondano l’atto di caccia. L’Anziano Mi’kmaq Murdena Marshall descrive un rituale simile, una danza “per ringraziare lo spirito dell’animale per aver dato la propria vita per il cibo. Nella danza, una persona mostra le abilità di caccia attraverso una messa in scena della caccia stessa. La gente canta e condivide storie durante la performance”. In contrasto con la visione illuminista degli umani come separati dagli animali a causa della parola e del pensiero, qui gli animali sono non solo capaci di pensiero e parola, ma si può dire che sono pari alle persone. Il valore dell’animale non giace nella sua utilità all’uomo, ma nella sua propria essenza come essere vivente.

Non tutte le tradizioni culinarie del popolo Mi’kmaq hanno la carne al suo centro. La madre di Glooskap era una foglia su un albero a cui era stata data vita e forma umana dal sole. La festa celebrata per la nascita della madre di Glooskap è interamente vegetariana e il nipote, il cui ruolo è solitamente quello del cacciatore, diventa raccoglitore in questa occasione. Se riconsciamo che le attività tradizionalmente svolte dalle donne Mi’kmaq, come la raccolta di frutta, vegetali e bacche sono pienamente tradizioni Native, allora possiamo creare una narrativa indigena contro la promozione della carne.

Ecofemminismo e veganismo dei popoli Nativi

I valori derivanti da una esegesi ecofemminista delle storie Mi’kmaq possono servire come punto di partenza per un veganismo nativo. La personalità degli animali, la loro autodeterminazione e il nostro rimpianto per la loro morte, tutto ciò mostra che scegliere di non chiedere il loro sacrificio è una leggitima opzione Mi’kmaq. Dal momento che la cultura vegana testimonia che il consumo di animali come cibo, abbigliamento e riparo non è più necessario, allora la tradizione Mi’kmaq suggerisce che la caccia e l’uccisione dei nostri fratelli animali non è più autorizzata. Se le donne hanno iniziato la caccia, come nella storia della nonna di Glooskap, di sicuro abbiamo il potere di terminarla. Dato che la popolazione Nativa è il bersaglio di un genocidio, le pratiche culturali che adottiamo o rigettiamo sono di vitale importanza. Bonita Lawrence nota come le pratiche quotidiane sono state usate storicamente per valutare l’autenticità delle rivendicazioni dell’identità nativa e accordare lo status di Indiano/a. Alcuni possono sostenere che l’incarnazione dei valori Mi’kmqa in nuove pratiche, come il veganismo, non è uno sviluppo legittimo. Finora coloro che danno valore solo alla conservazione di una tradizione immutabile si uniscono ai poteri colonialisti nel non accettare una indigenità contemporanea.

C’è molto di più della mia cultura e della nostra relazione con la terra, in modo particolare come donne, che non nella caccia e uccisione degli animali. La moderna pesca commerciale, spesso spacciata come un’offerta di sicurezza economica alle comunità Native, è in realtà ben più lontana dai valori Mi’kmaq di quanto lo sia la moderna pratica vegana. La prima vede il pesce come oggetto che può essere raccolto per lo scambio commerciale, con potere economico che prende il posto della sussistenza, mentre il secondo è radicato nella relazione con gli animali basata su rispetto e responsabilità. Bisogna inoltre fare attenzioni alle circostanze e ai bisogni che cambiano tra la popolazione Mi’kmaq. Pochi/e tra noi possono mantenersi con le attività tradizionali di caccia, pesca o raccolta. Come dimostra una ricerca, i/le Mi’kmaq che vivono in zone residenziali sono solitamente dipendenti da cibo confezionato. Inoltre, metà della popolazione Nativa del Canada vive nelle aree urbane (Siggner & Costa, 2005). Quando con “Nativo” si definisce esclusivamente uno stile di vita primordiale, ciò riflette la nostra volontaria estinzione come popolo.

La reinterpretazione della tradizione e della malleabilità del rituale ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere al genocidio, alla carestia, alle malattie, agli spostamenti forzati, all’isolamento nelle riserve, ai collegi (nel testo residential schooling - N.d.T.) e a subire altre malattie coloniali. Similmente, dobbiamo trovare dei modi per adattarci alla crescente individualità della vita urbana. Una soluzione è incorporare i nostri valori tradizionali in nuovi rituali. Con l’adozione di una dieta vegetariana o vegana, la preparazione dei nostri pasti e il loro consumo possono essere fusi con un sgnificato trascendente, dato che richiamiamo la nostra connessione con gli altri animali, condivisa con il Creatore, e prefigura un tempo in cui possiamo vivere in armonia con gli animali, come Glooskap fece prima dell’invenzione della caccia. Pratiche culinarie, valori e quotidianità condivise possono creare legami tra la gente Nativa che aiuta a contrastare l’isolamento e l’individualismo della vita urbana.

Il veganismo ci offre un senso di appartenenza ad una comunità morale i cui valori e la visione del mondo sono resi concreti attraverso pratiche quotidiane che mantengono i valori dei nostri antenati, anche se in conflitto con le loro pratiche tradizionali. In gioco nella creazione di un veganismo nativo c’è l’autorità della gente Nativa, specialmente delle donne Native, nel determinare l’autenticità culturale per se stessi/e. Il discorso del bianco dominatore dipinge la cultura Nativa come focalizzata nel mantenere un passato pre-coloniale. Questo va sostituito con il riconsocimento che la cultura Nativa è una tradizione vivente, che risponde alle circostanze e ai cambiamenti sociali ed ambientali. Nel portare interpretazioni post-colonialiste ed ecofemministe nelle nostre storie, nel ri-raccontare le storie tradizionali, nel creare nuove storie, le donne Native rivendicano l’autorità per la propria cultura. Nel fare ciò, riconosciamo che le nostre tradizioni orali non sono fisse nel tempo e nello spazio, ma sono adattabili ai nostri bisogni, ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle animali e alla terra stessa.

fonte originale

Nota di traduzione: nel testo, si è voluta mantenere la maiuscola dell’inglese Native, come segno di rispetto.

Traduzione a cura di E.B.



Pubblicato in Articoli
Ripubblichiamo il seguente post, tratto da bricioledicescaqb.blogspot.it/
Segnaliamo inoltre un altro testo su Gary Yourofsky che abbiamo ripubblicato.


C'era una volta Gary . . . resoconto di una serata SENZA Gary Yourofsky


Questo sarà un post difficile.
Chapeau al collettivo "essereAnimali" che, in quel di Faenza, ha organizzato oggi "(r)esistenze animali", una giornata di informazione antispecista dislocata in tre tempi su tre differenti location.
Il momento più atteso della giornata era senza dubbio l'incontro con il (FORSE) troppo famoso Mr. Gary Yourofsky.

Nella sede del Museo Internazionale della Ceramica, un vasto pubblico ha atteso impaziente l'arrivo di questo personaggio divenuto famoso in Italia solo nell'ultimo anno grazie alla diffusione in rete del suo speech (se vi interessa potete trovarlo QUI).

Per dovere di cronaca si deve dire che la notorietà di Gary, basata sul discorso citato prima, ha conosciuto anche momenti meno favorevoli grazie a QUESTO articolo che ci ha portati a conoscenza di certe sue dichiarazioni spiazzanti. 

Alla scoperta delle dichiarazioni sopra citate, smisi di provare tutta quella stima nei suoi confronti ... questo però non toglie che il suo famoso discorso possa essere considerato, in ogni caso, una forte arma nella battaglia per la difesa dei diritti animali, motivo per cui è giusto continuare a proporlo a famigliari e amici.

Dopo questa breve introduzione, parliamo ora di come (NON) si è svolto l'incontro di Gary con il pubblico questa sera.

Accolto da un mare di applausi ha iniziato il suo intervento con l'ausilio di una perfetta traduttrice e dopo neanche una decina di minuti dall'inizio, guardando nel vuoto, si è interrotto dicendo a bassa voce "I can't do this . . .  it's too bizzarre" e in pochi istanti ha abbandonato la scena.
Poco dopo veniamo informati che la presenza di una traduttrice e gli intervalli necessari per le traduzioni (per altro rapide e precise) lo portano a perdere il filo del discorso.
Alcuni minuti dopo, l'organizzazione comunica al pubblico che il discorso tanto atteso non ci sarà . . . Nonostante gli sia stato anche proposto di continuare liberamente nella sua lingua madre senza nessuna interruzione Gary non ha nessuna intenzione di risalire sul palco.
A nulla è valso pure l'intervento della moglie che si è dimostrata estremamente dispiaciuta.

In sintesi,  Mr.Yourofsky non lo ha più visto e sentito nessuno.

Le notizie che continuavano ad arrivare da dietro le quinte hanno portato alla luce anche una seconda e "terribile" problematica  . . .  "C'ERANO TROPPI VEGANI".

Cosa pensare dunque ?  Voleva forse una platea di onnivori da redimere e impressionare con enfasi vocale e gestualità che non era consentita dalle pause per la traduzione ?

Non saprei, ma di certo il Sig. Gary oltre ad aver dimostrato di essere capriccioso come una ragazzina che non trova l'ultimo CD dei Backstreet Boys (ma esistono ancora ?) ha mancato notevolmente di rispetto a tutti gli animali umani presenti in sala (organizzatori compresi) andandosene senza nemmeno degnarsi di una parola di scuse.
>>>Forse non le ha ritenute necessarie<<<
Beh, per me lo erano . . . dato che come me, moltissime altre persone avevano fatto ore di strada per poterlo ascoltare dal vivo.

Grandissima delusione doverlo archiviare come l'ennesimo fenomeno vittima del proprio ego.

La giornata è stata comunque occasione per incontrare amici lontani, passare con loro ore piacevoli e chiudere in bellezza con uno squisito e ricco buffet.

Grazie ancora a "essereAnimali"
Pubblicato in Attualità - Notizie
Pubblichiamo un articolo comparso sulla rivista Vice
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Essere vegan non è per tutti

di Francesco Birsa Alessandri

La titubanza con cui inizio questo articolo è estrema, dato il senso di mezzo-terrore-mezzo-cheduepalle che mi sale automaticamente alla prospettiva di scrivere per VICE un articolo che riguarda l’essere vegani. Questo perché ho praticamente a che fare ogni giorno con discussioni lunghissime e contorte sul quali siano le motivazioni concrete di una scelta tanto importante, su vantaggi, svantaggi, e contraddizioni intrinseche. Ma oltre le provocazioni e l’ottusità catto-specista dei più, che mi fanno rodere il culo in una maniera difficile da immaginare se non l’hai mai provato, non posso far altro che accettare il tedio di queste eterne discussioni come una mia responsabilità.

Si può scegliere di diventare vegani per parecchi motivi. Per quanto mi riguarda, le scelte che ho fatto nascono dal rifiuto dei processi di sfruttamento degli altri esseri viventi da parte dell’uomo, in uno stravolgimento della scala gerarchica in cui ci poniamo di solito nei confronti della natura, come se fosse solamente una risorsa a cui attingere e non un sistema, un complesso organismo di cui non rappresentiamo che una parte. Garantire la dignità e il diritto alla vita di ogni componente di questo organismo significa garantire, anche e in primo luogo, la nostra stessa dignità. Da qui l’idea fondamentale che un animale non sia riducibile a un prodotto, men che meno uno venduto in forme che ricordino il meno possibile l’atto sanguinario della macellazione.

Queste, dicevo, sono le mie motivazioni. E non mi sono mai sognato di fare predicozzi da disadattato, né di dare dell’assassino a cazzo di cane. Non serve a nulla, ed è appannaggio esclusivo di chi ha bisogno di una “causa” solamente come scusa per salire in cattedra. C’è un’altra tendenza, però, che si sta rivelando altrettanto stupida e, in genere, piuttosto dannosa per la diffusione di certe idee. Si tratta della spinta a glamorizzare, generando una strana creatura che sta all’antispecismo come il Power Yoga sta ai Veda.

Più di tutti l’ha fatto la PETA, proponendo campagne di sensibilizzazione anti-pellicce in cui la starlette di turno si mostra come mamma l’ha fatta (no, non c'è bisogno di ricordarmi che in Italia le ha imitate Marina Ripa Di Meana). A questo proposito è importante menzionare anche tutte le polemiche sul solito uso di corpi femminili da gnocche e sullo stragrande quantitativo di soldi che gira intorno alla PETA, oltre alla loro discutibilissima politica sull’eutanasia. Fatto sta che, oltre a questi esempi così controversi, ci sono tantissimi tizi famosi, di cui alcuni francamente sorprendenti, che hanno abbracciato questo stile di vita per motivi vari. Il caso più clamoroso che ricordo è Bill Clinton, il più triste Paola Maugeri.

Una recente iniziativa apertasi l'altro ieri in giro per l’Italia mi ha portato nuovamente a riflettere in questo senso. Si chiama Veghip Week (questa è la seconda edizione, la prima era limitata a Milano), è stata ideata da un’azienda di nome Equology, dal nome e dai propositi sicuramente lodevoli: “un network di professionisti del marketing etico e della comunicazione e sviluppiamo strategie e campagne 360° in un’ottica di rispetto delle risorse ambientali e umane, in cui il benessere individuale è rilevante ed assume valore solo se compatibile anche con il benessere collettivo”.
Tecnicamente l’intento non è altro che quello di promuovere la scelta Vegan. Qualche decina di ristoranti, molti a Milano e Roma, alcuni in altre città perlopiù del nord, proporrà per tutta la settimana piatti vegani completi e anche menù particolari, offrendo poi qualche attrattiva collaterale ai propri clienti come workshop e simili.

Le informazioni offerte dal loro sito mi sembrano piuttosto complete, e le motivazioni di base che propongono mi trovano d’accordo su gran parte della linea. Ciò non mi impedisce, però, di vedere questa manifestazione come qualcosa di piuttosto irritante: tanto quanto nella “pubblicità” offerta dai VIPs, c’è un sostanziale classismo di cui farei volentieri a meno.

Anzitutto l’associazione di “veg” all’aggettivo “hip” (lo slogan della faccenda è proprio "be hip, be vegan"). “Hip” si dice di quanto è figo, “avanti”, la cosa più smarza del momento, è quindi uno status passeggero per definizione. Quello che oggi è hip domani potrebbe venire superato dal suo contrario, e non mi pare affatto un modo serio di mettere le persone al corrente di idee così rilevanti, che richiedono un ripensamento consapevole e molto forte delle proprie abitudini. D’altro canto basta dare un’occhiata ai locali in cui la settimana si svolge, col loro arredamento minimal-rustico un po’ da diner newyorkese (o bistrot berlinese). Rientra tutto nell'estetica da green economy, o meglio da decrescita chic, fatto di menu scritti sulla lavagna e banconi in legno bianco. In mano, di fatto, non abbiamo molto più che un prodotto dall’estetica “alternativa”. Anche a prescindere dal costo effettivo, alto o basso (tendenzialmente siamo sul medio-alto), dei prodotti e dei piatti.

Io stesso rimango davvero sbigottito ogni volta che un conoscente o collega mi fa domande sul costo della vita da vegano, che nella percezione comune è dispendiosa e appannaggio di pochi. Un vero e proprio lusso. Altrettanto sbigottito sono ogni volta che mi capita di notare il prezzo della carne nei supermercati, facendo caso a quanto di più peserebbe sul mio bilancio una dieta “onnivora”. Passa il mito che vegani sono i ricchi, le stelle del cinema, gli “artisti”. Peggio ancora, ci si ritrova sballottati tra i due poli stereotipali del fricchettone pulcioso che ti fa la morale, e quello del riccone che spende al NaturaSì. A dire la verità questi, più che stereotipi sono esempi di come non comportarsi: il primo tanto quanto il secondo, perché a volte la coerenza totale sbandierata da certi oltranzisti dell’ambientalismo non fa altro che alienarli da una società sulla quale non potranno, per questo, mai avere un peso. Non che mi faccia piacere dover scendere ogni giorno a compromessi, ma odierei sfondare uno di questi due argini.

Dispiace anche finire per essere così distruttivi verso qualcosa come Veghip, che in realtà si pone tutti gli obiettivi giusti e, se non altro, dimostra in primo luogo che si possano mangiare cose buonissime pure nsenza ingoiare cadaveri nè secrezioni ghiandolari. Così però non funziona, non funzionano la “vita a impatto zero” dei vip televisivi, non funziona nessun modello di alternativa che non cerchi di dialogare con la quotidianità vera di chi lavora, consuma e vota. Chiaro che un volto noto  porta visibilità, tuttavia ho provato spesso in prima persona quanto questa sia effimera. Sarebbe semmai da diffondere l’esempio di una vita antispecista non solo come accessibile a tutti, ma vera e propria alternativa alla resa in tempo di crisi. L’antispecismo non dovrebbe essere che una parte di un intero insieme di abitudini e consapevolezze il cui interesse primario è costruire una realtà tangibilmente più equa per il pianeta intero. Cioè per tutti, non solo chi è “hip”.

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Venerdì, 27 Luglio 2012 10:03

Siate affamati, siate stupidi

Ripubblichiamo il seguente articolo di Serena Contardi, pubblicato su Asinus Novus:


Siate affamati, siate stupidi

C’è un punto, nel bel romanzo Vergogna di J.M. Coetzee, in cui il protagonista, David Laurie, si ritrova davanti ad un cumulo di cadaveri di cane accatastati che vengono fatti a pezzi a colpi di vanga e quindi inseriti nel forno crematorio. Sebbene pienamente consapevole dell’insensatezza del suo gesto, David comincia una battaglia tutta sua per garantire a quei corpi un pur misero riconoscimento postumo: che non vengano abbandonati tra i rifiuti e la comune spazzatura, e giungano intatti all’inceneritore. Mentre David, sullo sfondo, ostinatamente vi lavora, il narratore rivela a chi non l’avesse capito da sé perché il suo protagonista abbia deciso di farsene carico:

"Per quale motivo si è preso questa incombenza? [...] Per amore dei cani? Ma i cani sono morti; e poi che ne sanno i cani di onore e ignominia? Per se stesso, allora. Per la sua idea del mondo, un mondo in cui gli uomini non dovrebbero prendere a badilate i cadaveri per bruciarli più facilmente."

Ma ancora, e soprattutto: «David si batte per salvare l’ onore di quei cadaveri perché non c’è nessun altro così stupido da farlo».

Io credo sia il caso vegetariani e vegani si rendano conto di essere malati della stessa stupidità di David Laurie. Se la salute sta dalla parte della ragione dominante, non mi pare vi sia un reale motivo per cui vergognarsene. Allo stato attuale delle cose, scegliere di non consumare prodotti di origine animale ha più o meno la stessa valenza di quello strampalato tributo post mortem: nessuna. Questo ovviamente se la si considera secondo parametri strettamente razionali, e in effetti io sono convinta gran parte del suo valore risieda proprio nel fatto di spezzare quella logica glacialmente calcolante che ha ormai spoliato tutto il vivente e ci sta facendo marciare a passo sempre più spedito verso l’autodistruzione (il tutto in maniera molto lucida e coerente). «Che tutto continui così è la catastrofe» (Benjamin), e non si capisce perché la follia di un moto totalmente gratuito e inutile, che a quella si oppone, dovrebbe essere più folle della follia che vi si adegua.

Ma è necessario prenderne atto: in questa società essere vegani non salverà gli animali. È necessario prenderne atto e resistere alla tentazione di rimuovere questa dura consapevolezza od occultarla: perché il rimosso torna sempre, e in forme irriconoscibili e nocive. L’ossessione che molti vegani nutrono per un’alimentazione metodica e incontaminata da cibi di provenienza non vegetale, che non è di nessuna utilità per la diffusione dell’antispecismo perché, come ha mostrato Antonella Corabi in un articolo che tutti dovremmo leggere e rileggere, sposta continuamente l’attenzione dalla tragedia animale a una banale scelta alimentare, ha qualcosa dell’atteggiamento di stampo nevrotico, in cui cerimoniali e rigida ripetizione dei gesti diventano scudo contro una verità che non è stato possibile sostenere e chiede ora di riemergere.

Non fraintendetemi, questo non è un invito a non essere vegan; anch’io lo sono, e scegliere i miei pasti ha per me una funzione importante: evitare di ricadere in quell’alienazione da cui mi sono tirata fuori a fatica. L’alienazione di questa società, evidente nel buon padre di famiglia che sorride con dolcezza al vitellino di cui finanzierà la iugulazione, o in chi non può reggere la vista di una macellazione ma di nuovo tornerà ad acquistarne i prodotti belli lindi e incellophanati è anche la mia, è ancora la mia. Amavo i cibi animali e neppure ora mi disgustano, e spesso mi capita di chiedermi che senso abbia averli eliminati in toto. Non ne ha. Non è perché si desidera irresistibilmente la carne che nella maggior parte dei casi si ricomincia a mangiarla: si ricomincia per frustrazione, perché non si trova più un senso nel non farlo. Ma se quel senso lo si era inteso in maniera puramente strumentale, non l’aveva neanche prima.

La stessa coerenza che si richiede inflessibilmente a se stessi per proteggersi da un dubbio di natura interiore, viene quindi esibita all’esterno, a tutelarsi da ogni possibile obiezione: ma anche qui si rivela una strategia del tutto fallimentare. Se non siamo abbastanza coerenti, verremo additati come ipocriti; se lo siamo troppo, ci chiameranno fanatici. In aggiunta a questo, va rilevato che in una società che ha le sue basi nello sfruttamento animale è palesemente impossibile evitare del tutto prodotti che vi siano invischiati, come d’altronde è impossibile sottrarsi completamente ai prodotti dello sfruttamento umano: e ci sarebbe da chiedere ai fieri difensori dell’umanismo come possano sentirsi sempre tanto autorizzati a parlare di coerenza nelle loro scarpe made in Taiwan. Invece di riconoscere quanto chimerica sia ogni pretesa di assoluta coerenza, e spostare la questione dalla dimensione del consumo privato a quella più propriamente politica, accade che il vegano introietti lo spirito poliziotto del carnivoro e lo riversi con rabbia su altri vegetariani e vegani. A quante liti demenziali mi è toccato assistere, scatenate dall’aver confessato di consumare alimenti con una concentrazione dello 0.001% di latte, e quanti sciocchi, assurdi, sbagliati sensi di colpa per aver ceduto una volta, o aver ingerito carne senza neppure saperlo… Ragazzi, la vita è già abbastanza dura. Tutto questo non è di alcuna utilità, e causa un gran dispendio di energie che potrebbero essere impiegate altrimenti.

È il caso che vegetariani e vegani si rendano conto di essere malati della stessa stupidità di David Laurie. Nella «realtà bloccata» sono solo le piccole minoranze, i reietti, i deboli, i folli, che dalle loro trincee sparse possono tenere viva la speranza che «destino e potere non abbiano l’ultima parola» (Adorno). L’ostinazione degli stupidi potrebbe muovere mondi.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

I paradossi dell’estremismo carnivoro sarebbero persino divertenti. Se non esistessero i macelli...

Marco Reggio

(Fonte originale: it.vegephobia.info)

 

Il trattamento riservato dalla stampa ai vegetariani e ai vegani, si sa, non è dei migliori. Quando non si riscontra un (imbarazzato?) silenzio sulla presenza di questi strani personaggi, ci si imbatte in informazioni distorte, luoghi comuni, descrizioni grottesche, larghe concessioni agli aspetti più folkloristici della questione.

Si tratta di semplici impressioni di un lettore vegano, certamente. Sarebbe interessante vedere anche in Italia qualche studio sistematico sulle modalità con cui i mass-media descrivono – depotenziandolo politicamente – il rifiuto di cibarsi di animali uccisi o di prodotti del loro sfruttamento, come avvenuto con il lavoro di Cole e Morgan relativo alla stampa britannica.

Abbiamo comunque a disposizione, di tanto in tanto, del materiale piuttosto interessante su cui riflettere. Un articolo di recente pubblicato sul sito de “Il Giornale” (“Mangia ‘corretto’ e morirai di fame. I paradossi dell’estremismo alimentare sarebbero persino divertenti. Se non fossero letali...”)  esemplifica in modo illuminante alcuni strumenti vegefobici a disposizione dell’informazione di massa in una società che di mettere in discussione la violenza innegabile di allevamenti e macelli sembra proprio non volerne sapere[1]. Proviamo a vedere come operano.

Alterare il messaggio implicito nel veganismo.

“un vegano [...] si farebbe sbranare da una tigre per rispettare la volontà della natura.”

Semplicemente evocando un’immagine quasi pittoresca – quella di un umano nella foresta che offre il proprio corpo ad una tigre, senza neanche cedere alla tentazione di fuggire a gambe levate -, l’autore riconduce il rifiuto di cibarsi di animali ad un’etica del sacrificio che nessuno, di fatto, abbraccia in senso così radicale. Mettere in discussione lo sfruttamento sistematico di miliardi di schiavi diventa automaticamente una messa in discussione della predazione se non del conflitto in senso assoluto, la teorizzazione di un mondo completamente pacificato che, comunque – ci avverte il cinico giornalista -, non “funziona”, poichè le tigri non la pensano come i vegani. E se le tigri ci ripagano così dei nostri buoni propositi... tanto vale mangiarsi le mucche.

In realtà, si tratta di un’astuzia dell’autore che ricalca l’ormai classica obiezione di molti carnivori correntemente chiamata “il leone e la gazzella”. L’autore dice: siccome i vegani sono tali perchè idolatrano la “Natura”, con le sue leggi immutabili e refrattarie all’etica, devono rispettarla fino in fondo, e dunque farsi mangiare dal predatore, la tigre. Allo stesso tempo, i carnivori umani sono legittimati a mangiare animali perchè rientra nel ciclo “naturale”. Quello che viene omesso è che essere contro l’uccisione e lo sfruttamento degli animali non significa essere dalla parte di qualche supposta “legge di natura”, ma esprimere una precisa scelta etica, una scelta che per definizione non rientra nel mondo della necessità, ma al contrario della possibilità.

Ecco quindi che il dispositivo anti-vegetariano sembra avere un’ulteriore implicazione. Il mondo è diviso in due, umani da una parte e animali (la “natura”) dall’altra: gli animali da carne in fondo si meritano di essere macellati senza pietà dato che i membri di un’altra specie sono predatori. Il giornalista non è neppure sfiorato dall’idea che quando una persona diventa vegetariana difficilmente sta pensando... alle tigri.

Mettere contro i “moderati” e gli “estremisti”

“Un vegetariano, per esempio, la zanzara alla fine forse la schiaccia, ma un vegano no”

C’è qui all’opera un’iper-semplificazione. Nella realtà, io ho conosciuto vegani che schiacciano le zanzare, vegetariani che non lo fanno, e persino carnivori che disapprovano questa azione. Il motivo è relativamente semplice: il conflitto fra umani e zanzare e il rapporto di sottomissione fra allevatori e allevati sono due questioni diverse. Non che non esistano punti di contatto, nessi o aspetti psicologici o ideologici comuni: tutt’altro. Ma è evidente che il piano dei due problemi è agevolmente distinguibile. Per questo non è possibile associare un maggior rigore etico nel proprio modo di gestire il problema del fastidio delle punture di zanzara con un maggiore rigore nella gestione concreta del proprio rifiuto di mangiare animali. Insomma, non è che più una persona è attenta a non consumare prodotti dello sfruttamento animale, e meno zanzare schiaccerà, o più specie di insetti includerà nella propria idea di “essere senziente”. Il motivo per cui viene proposta questa fantasiosa equazione è quello di mostrare che esistono persone che difendono gli animali da carne non mangiandoli, ma che in fondo non fanno sul serio. Non fanno sul serio perchè sono soltanto vegetariani, e perchè schiacciano le zanzare. Al contrario quelli che “fanno sul serio”, sono evidentemente degli estremisti. La spia di questo, secondo l’approccio dell’autore, è in sostanza tanto nella maggior coerenza a livello di consumo (i vegan non mangiano neanche latte, uova e miele) quanto in un rifiuto più radicale di tutta la violenza nei confronti degli animali (non schiacciano neanche le zanzare). Il caso paradigmatico scelto (non schiacciare le zanzare), ovviamente, è quello fra i più discussi anche fra gli animalisti e fra i vegan, quello che più divide, appunto. In questo modo, persino chi è espressamente contrario allo sfruttamento animale, si sente tirato per la giacchetta al riguardo di un problema che ha poco a che fare e che viene presentato come un problema definitivamente risolto grazie al suo stesso estremismo vegan: se sei vegan, le zanzare non si schiacciano; se invece per te la questione delle zanzare è aperta, allora sei indotto a pensare che i vegan sono dei fondamentalisti.

Concentrarsi sugli aspetti marginali

Non si mangia neppure il miele delle api, perché «non si ruba il frutto del lavoro altrui». Idem per le uova delle galline, o per il latte delle mucche.”

“Anche un antibiotico è uno sterminio, quindi andranno rispettati perfino i tumori, non vorremo avvelenarli con la chemioterapia?”

Capita spesso ai vegan di sentirsi dire, come prima manifestazione di curiosità (ma è davvero pura curiosità?), se mangiano il miele, perchè non lo mangiano e come fanno a vivere senza. L’ultimo di questi dubbi mi ha sempre fatto effetto: come si può pensare che per chi non mangia carne, pesce, latte e uova la mancanza di miele nella dieta possa costituire un problema? E’ una domanda che sfiora il ridicolo. Non è detto che la sofferenza delle api sia un aspetto marginale nell’ambito dello sfruttamento animale a fini alimentari, ma di certo la questione dell’eliminazione del miele nella dieta umana lo è: sul piano nutrizionale, sul piano del reperimento degli alimenti, dell’organizzazione della vita, e persino della socialità in un mondo specista. Dunque, perchè parlare prima di tutto di questo? Appunto perchè è un aspetto marginale, e perchè riporta il messaggio di solidarietà verso i non umani su un piano di fanatismo, di perfezionismo etico o di consumo in cui i vegani finiscono per essere degli intransigenti che si preoccupano dei fenomeni meno gravi (o percepiti come tali dalla maggioranza). Il carnivoro può dunque tranquillizzarsi: dato che il “pacchetto” è unico - prendere o lasciare – se trova esagerato preoccuparsi di rubare un po’ di ore lavorative alle api, può trovare irrilevante anche l’indignazione verso il trattamento riservato alle mucche o ai polli.

Come si vede nell’esempio degli antibiotici, questo meccanismo funziona persino con degli elementi che non solo sono marginali nella pratica vegan, ma perlopiù non vi sono compresi: quanti vegan non usano gli antibiotici per non “sterminare” i batteri? O addirittura non usano farmaci per “rispettare” i tumori? Nessuno[2], ma l’avvertimento all’aspirante vegetariano è chiaro: se metti in discussione la bistecca, prima o poi dovrai vietarti anche gli antibiotici e l’aspirina.

Presentare tesi etiche in una forma bizzarra

Non si mangia neppure il miele delle api, perché «non si ruba il frutto del lavoro altrui».”

A chi ha a che fare da tempo con la “retorica” animalista questa espressione sembra normalissima. Tuttavia, l’idea che i prodotti di un animale siano il frutto del suo lavoro suona poco credibile al lettore medio. Quella che potrebbe essere, in effetti, una descrizione quasi letterale di ciò che avviene (un furto), è per la maggiorparte delle persone un’ardita metafora. In contrasto a questa motivazione, che appare quindi zoppicante, ecco la prescrizione che ne deriva, espressa con il massimo della perentorietà: “non si mangia neppure...”. Il vegano è dunque un visionario che sulla base di una visione distorta di fenomeni banalissimi lancia anatemi, elabora regole ferree e indiscutibili su cosa si può fare e cosa non si può fare.

Associare il veganismo a pratiche ascetiche estreme

“Tuttavia perfino il vegano è ancora troppo cinico per un fruttariano, il quale mangia solo frutta e verdura che non abbiano danneggiato la pianta”

Certo, qualcosa dovranno pur mangiarla pure i gianisti, ma in India ci sono quelli che si nutrono di prana, di energia vitale, tipo Prahlad Jani che non mangia e non beve da settant’anni. Tutto vero, tutto verificato, non si sa da chi.”

E’ sempre utile accostare – anche senza individuare dei veri e propri nessi – il veganismo ad altre pratiche alimentari maggiormente restrittive. Poichè le motivazioni di queste pratiche sono inintelligibili sostanzialmente a chiunque, il veganismo è preso in un continuum di ascetismi senza fondamento, senza motivazioni sensate e senza considerazione della realtà circostante. Poco importa se il veganismo è sostenibile sul piano dei sentimenti e delle argomentazioni razionali potenzialmente comprensibile da tutti.

Ingigantire le difficoltà quotidiane

Non è solo questione di cibo, anche vestirsi è un casino”

Chi più chi meno, tutti sappiamo che scegliere di non consumare prodotti dello sfruttamento animale porta con sè difficoltà, dispendio di energia, e qualche problema di socialità. Sappiamo anche che, nonostante un sistema strutturato sull’industria della carne, del latte, delle uova o della pelle, l’aumento del numero di vegetariani e l’avanzamento tecnologico stanno facilitando almeno in parte la messa in pratica del veganismo. Le difficoltà, quindi possono essere sminuite ad arte, come fanno spesso alcuni vegani, ma possono anche essere ingigantite altrettanto ad arte, come in questo caso, in cui la questione del cibo e del vestiario viene liquidata con un giudizio sommario: “è un casino”.

Concentrarsi sul veganismo come stile di vita

Tutto l’articolo affronta le questioni etiche come questioni che si esprimono, essenzialmente, in uno stile di consumo, in una modalità di scelta di questo o quel prodotto sullo scaffale del supermercato: dall’opposizione alle pratiche antisindacali della Coca-Cola alla sensibilità ambientale, dalla lotta contro lo sfruttamento bambini a quella contro lo sfruttamento degli animali. Tutte le istanze di contestazione, di critica etica o politica, di opposizione alla violenza possono esprimersi, secondo il giornalista, come scelte di consumo. In altri termini, come scelte individuali che non mettono in discussione le strutture che reggono la violenza, ma che mirano a perfezionare il rifiuto personale della violenza nell’ambito del consumo, sconfinando poi in un’attenzione maniacale alla coerenza individuale. Per quanto riguarda il veganismo, intendere la pratica di rifiutare il massacro degli animali in questo modo riduttivo (il cosiddetto “stile di vita vegan”) facilita di molto il lavoro di rimozione del messaggio di solidarietà nei confronti degli animali. L’attenzione non più sulle vittime, ma chi le difende e sul suo grado di coerenza[3].

Riaffermare i valori specisti

Per camminare ci sono le scarpe vegane, che non utilizzano colle derivate da grassi animali. Sono brutte da fare schifo ma si cammina senza sensi di colpa.”

A prescindere dalla motivazione per cui i vegani non indosserebbero le scarpe “tradizionali” (ancora un modo di concentrasi sugli aspetti marginali: le scarpe “tradizionali” vengono rifiutate perchè fatte di pelle animale, ma qui il focus è – curiosamente – sulla colla...), l’autore presenta un contrasto fra la gradevolezza estetica delle scarpe e la sofferenza degli animali. Quest’ultima, peraltro, non viene neanche chiamata in causa direttamente, ma – come prevedibile – attraverso un riferimento alla sensibilità dei vegani, preoccupati evidentemente non tanto di far del male a qualcuno quanto di sentirsi “in pace con la coscienza”. Il contrasto fra estetica (del consumatore umano) ed etica è, se ci pensiamo, quasi osceno. Ma la naturalezza con cui viene presentato serve a riaffermare i valori specisti. Anzi, più è insignificante l’interesse umano (non indossare scarpe brutte), meglio è. L’autore avrebbe potuto almeno chiamare in causa la necessità di indossare calzature comode, o resistenti, o adatte alla postura di chi le usa. Ma così il messaggio è ancora più chiaro: la sofferenza degli animali conta così poco che anche un capriccio estetico finirà per prevalere.

Confondere un atto politico con il proibizionismo

“Alla fine perfino a me che di carne ne mangio pochissima il libro della Duve ha fatto venire un intenso desiderio di addentare una bistecca al sangue. Come gli avvisi sulle sigarette ti fanno venire voglia di iniziare a fumare o non smettere mai”

Quando gli attivisti per l’abolizione della carne rivendicano la chiusura di macelli e allevamenti, la prima risposta è quella che chiama in causa la libertà individuale: non si può imporre alle persone di non mangiare carne. Come se non ci fossero di mezzo altri soggetti, con dei propri interessi, la cui libertà viene violata (molto più gravemente) nel momento in cui i cittadini hanno ed esercitano il “diritto” di mangiarne i corpi. In questo quadro simbolico e culturale, è quindi utile presentare la richiesta di farla finita con la carne come una richiesta salutista, di cura della propria persona, di attenzione alle proprie abitudini alimentari. Una reazione che pur esiste ma che è difficilmente giustificabile (quella di chi, di fronte all’argomento secondo cui la carne è violenza, si sente spronato maggiormente a commetterla) diventa una reazione che suscita simpatia, quella dell’essere umano imperfetto che reagisce alle ingerenze di qualche persona pedante ammettendo e rivendicando le proprie imperfezioni come se fossero completamente “affar suo”.

Negare la sofferenza animale

se un pollo muore d’infarto immagino si possa mangiare, forse per questo gallina vecchia fa buon brodo.”

La comprensione del fatto che l’avversione alla carne è in realtà un’avversione all’uccisione degli animali si esprime qui in modo apparentemente molto acuto: il problema è etico (e tutt’altro che religioso), dunque un vegano – e persino un fruttariano – potrebbero mangiare un animale morto di morte naturale. Tuttavia, con un colpo di scena, l’esempio che viene portato a supporto è estremamente fuorviante: un pollo che muore d’infarto, che sarebbe poi la gallina con cui viene fatto il brodo. Insomma, si potrebbe quasi pensare che molti animali che ci mangiamo siano morti “naturalmente”, e magari felici. Peccato che quasi nessun pollo arrivi all’età in cui si muore “d’infarto”, e che anche se vi arrivasse, vi arriverebbe dopo una vita di stenti, di reclusione, di violenze fisiche e psicologiche.



[1] Va sottolineato come l’articolo prenda di mira un particolare testo (K. Duve, Il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore, Neri Pozza, 2012), che  in effetti è tutt’altro che rappresentativo del mondo vegano e soprattutto di quello animalista. La scelta stessa di commentare proprio questo libro ci dice forse qualcosa sulla volontà di ridicolizzare un tema importante, mettendone in luce le derive più estreme sul piano dell’attenzione maniacale al consumo individuale, della purezza quasi religiosa, e del misticismo  new age.

[2] Molti vegan non usano antibiotici per motivi animalisti (contrarietà alla vivisezione) o salutisti (preferenza per terapie “alternative”), ma raramente se non mai - per i suddetti motivi. Certo, spesso questi motivi non sono distinti adeguatamente fra loro, non sono chiariti, e finiscono per costituire un insieme confuso da cui emerge una generica contrarietà alla medicina moderna in quanto tecnologica, o in quanto innaturale.

[3] Si veda, sul tema: A. Corabi, Diffondere lo stile di vita vegan: una critica. http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 03 Luglio 2012 13:58

Vegan F.A.Q. - Video

Alcune interviste ai partecipanti all'edizione 2011 del Veganchio, realizzato da Oltre la Specie


Come sei diventato veg?


Ma la povera carotina non soffre anche lei?

Ma se il leone mangia la gazzella perchè noi non dovremmo mangiare gli animali?

Ma con tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo voi animalisti non avete nient'altro di cui occuparvi?

In questo modo andrebbero perse tutte le nostre tradizioni culinarie, non credi?


Guarda le risposte


Pubblicato in Materiali
Mercoledì, 30 Maggio 2012 13:03

Veggie Pride (Marsiglia) - video

Segnaliamo alcuni video relativi al Veggie Pride 2012, che si è svolto a Marsiglia il 19 maggio.


Video del corteo di Marsiglia

 

Reportage di France 3

Pubblicato in Attualità - Notizie
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