Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

.

Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina

di Egon Botteghi

 

Quando ho letto la notizia dell'orango Sandra, che potrebbe essere liberata dallo zoo in cui vive reclusa da vent'anni, in quanto riconosciuta dai giudici argentini  come “persona non umana”(vedi notizia su La Stampa, e qui la notizia in lingua originale), ho subito pensato alla psicologa argentina Florencia Gonzales Leone, conosciuta a Napoli durante un convegno internazionale sull'identità di genere.

Con lei ebbi infatti un interessante scambio di opinioni riguardo all'avanzatissima legge argentina che permette alle persone gender variant di cambiare i propri documenti con un semplice atto amministrativo, senza dover ricorrere ad alcun intervento medico e legale sul proprio corpo, concedendo quindi piena autodeterminazione sulla propria identità di genere (vedi articolo di Repubblica; e qui la traduzione integrale della legge argentina).

Secondo Leone, questo rispetto per l'identità propria di ogni individuo, trova radici nel tragico passato argentino, con la vicenda dei desaparecidos, dove la presenza e l'identità di migliaia di persone sono state cancellate dalla violenza assurda del regime dittatoriale.

A tal proposito la psicologa sud americana scrive, in un articolo sull'argomento pubblicato da Intersexioni:

 

“Io vengo dall’Argentina, un paese in cui la dittatura militare ci ha lasciato trenta mila “desaparecidos” e tutta una società ferita, una storia che è piena di vuoti. Sono migliaia i libri, gli archivi e la storia che è stata bruciata, distrutta, come migliaia le famiglie di tutto il paese. Il motivo? Risolvere la problematica della diversità (di idee, di ideologie, ecc.) attraverso l’eliminazione della “diversità”. Trenta mila desaparecidos! 30 mila! per capire l’importanza della libertà di pensiero, di espressione, di ideologia e di vita in qualunque paese al mondo.

Ancora oggi, ogni Giovedì nella “Plaza de Mayo” di Buenos Aires, un gruppo di donne, chiamate Madres de Plaza de Mayo, lotta per il diritto a sapere dove sono finiti i corpi dei loro figli e dove sono oggi i loro nipoti. Qual è lo scopo ultimo di questa lotta? Il diritto all’identità! L’Argentina è un paese che ancora oggi prova a lottare con molto sudore ogni giorno per ricostruire la sua identità. Noi argentini abbiamo un’identità spezzata, rubata, negata che stiamo provando a mettere insieme attraverso la riappropriazione di ogni pezzo di un grande puzzle che ci permetterà di arrivare a scoprire chi siamo. Tutto questo è possibile solo attraverso la difesa della memoria, del rispetto per le idee proprie ed altrui e soprattutto con leggi che tutelano i diritti di ogni singolo cittadino.

Un’identità ha diversi modi di essere “rubata”, e per questo quando al convegno ascoltavo l’esigenza e il dispiacere dei cittadini italiani per la mancanza di leggi in Italia rispetto all’identità di genere, ho iniziato, un po’ inconsciamente, a porre in associazione questi temi tra loro, in special modo le identità rubate, perché un governo che non garantisce i diritti di ogni singolo individuo alla fine sta rubando a quel cittadino il suo diritto a esistere.

 La legge sull’identità di genere in Argentina, numero 26.743, permette che le persone trans* (travestiti, transessuali e trans gender) siano iscritte all’anagrafe e nella carta di identità col nome e il sesso che loro stessi hanno scelto. Inoltre questa legge consente e comporta che tutti i trattamenti medici di adeguamento all’espressione di genere siano garantiti dal sistema sanitario nazionale, sia pubblico sia privato.

La legge 26.743 è stata approvata il 9 maggio di 2012 e a oggi è l’unica legge al mondo che non patologizza la condizione trans.


Il 10 dicembre del 2013, in Argentina, si festeggiano i primi 30 anni di democrazia.

È una data concreta e simbolica per ricordare che, nè in Argentina né in nessun altro paese del mondo, si debbano attendere 30 mila desaparecidos per capire il vero senso della vita e il diritto a esistere¡K Mai Più!!”

Florencia Gonzales mi raccontava, che in seguito a questa legge, le persone gender variant che vogliono adeguare il proprio documento alla propria identità sociale percepita, devono solo recarsi in questi uffici per l'identità, luoghi nati appunto dopo la tragica vicenda dei desparicidos, e non nei tribunali, come qui in Italia.

Sono convinto che non sia un caso che la sentenza che attribiusce ad un animale non umano l' “habeas corpus” e quindi il diritto alla libertà venga dallo stesso paese in cui è stato sancito il diritto alla completa autodeterminazione alle persone trans, facendosi carico dell'inanienabile rispetto all'identità di ognuno, dimostrando ancora una volta l'intima correlazione tra le lotte per la liberazione.

 Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina - di Egon Botteghi

Pubblicato in Attualità - Notizie
Martedì, 22 Aprile 2014 07:47

La sovversione del nome - di Egon Botteghi

La sovversione del nome

di Egon Botteghi

 

Nel libro della Genesi si racconta di come un dio “plasmò dal suolo ogni sorta di bestia selvatica e tutte gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo [inteso proprio come maschio, perchè la donna verrà creata tre versetti più avanti] per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche...” (Genesi, 19-20).

Se non fosse che questo dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza, che lo crea maschio e femmina e che lo pone a dominare “sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (idem), potrebbe essere un simpatico mito sulla nascita del linguaggio umano, anche se mi domando come mai, all'inizio del mondo, prima ancora dei nomi, questo dio desse già la distinzione tra animali domestici e selvatici.

Purtroppo invece la questione della nominazione umana si fonde subito con quella della dominazione della nostra specie sulle altre (ed anche intraspecifica, perchè anche la donna viene condotta all'uomo, come prima di lei gli animali).

D'altra parte questo potrebbe essere anche un bisogno coevo all'essere umano, quello di prendere, di  afferrare e portare a sé (siamo raccoglitori): con le nostri mani prensili subiamo il fascino del manipolare, con il nostro linguaggio cerchiamo di afferrare e dominare il mondo.

Alcune scimmie hanno la coda prensile e si attaccano agli alberi, altre scimmie hanno il linguaggio prensile e si attaccano alle parole.

I nomi potrebbero essere una sorta di pollice opponibile, che esercita una stretta da cui è difficile divincolarsi.

“Nomina sunt omina”, i nomi sono destini, dicevano i latini, a cui dobbiamo tanta parte della nostra tradizione patriarcale.

Nel nostro diritto, il nome che sta ad identificare una persona, è formato da un prenome (o, ancor peggio, nome di battesimo) e dal cognome, detto anche nome patronimico, perchè è il Nome del Padre (chissà se prima o poi riusciremo ad avere anche noi una legge paritaria tra uomini e donne per il cognome dei figli).

L'articolo sei del Codice Civile (Libro primo, “delle persone e della Famiglia”, Titolo primo, “delle persone fisiche”) recita: “ogni persona ha diritto al nome che le è attribuito per legge. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati”.

Il nome quindi è un diritto-dovere, una cosa che ti viene concesso e da cui non puoi liberarti mai più, a meno di non essere una persona a “statuto speciale” come me.

Io, infatti, come persona transessuale posso chiedere, con i modi previsti dalla legge, la rettifica del nome anagrafico, perchè nel mio caso, la nominazione ha fallito quella presunta presa sulla realtà, c'è stato uno scivolamento nel non previsto e si è dovuto correre ai ripari.

Questo riparo è la legge 164, del 1982, ottenuta con grandi lotte da parte delle transessuali del tempo.

Però questa rettifica io la pagherò cara, in tutti i sensi.

Mi presenterò, con il mio avvocato, davanti ad un giudice del tribunale della mia città, il quale interpreterà la norma a disposizione come avviene ormai da trent'anni nella stragrande maggioranza dei casi, accertandosi cioè della mia avvenuta sterilizzazione. Le mie ovaie in cambio di un nome che mi rappresenti.

Ed io sono anche “fortunato”: il mio avvocato è prima di tutto un amico dai tempi del liceo, che mi ha accompagnato e sostenuto; per reddito ho avuto accesso al gratuito patrocinio ed, essendo la falloplastica un' operazione dagli esiti troppo incerti, il giudice si acconteterà che io lasci solo le gonadi sul tavolo operatorio (anche se ci sono alcuni giudici in Italia che continuano a pretendere la falloplastica per dare la rettifica anagrafica, il che è un assurdo, dal momento che la falloplastica è un'operazione ancora sperimentale). Se fossi una mtf dovrei invece sottopormi alla vaginoplastica che, al contrario di quello che si può pensare, continua ad essere un' operazione che va incontro a molte problematiche (necrosi del clitoride, stenosi, o peggio, coartazione della vagina). [1]

Per questo è importantissimo che qualcosa si stia muovendo, che ci sia un disegno di legge, il 405, che aspetta di essere calendarizzato e discusso, che trasformerebbe questa rinominazione per le persone transessuali in un procedimento amministrativo, senza più dovere ricorrere a giudizi, sentenze, operazioni e mutilazioni. Per questo sarebbe importante sostenere la petizione che chiede la calendarizzazione di questa proposta di legge  http://goo.gl/BFjLxD.

Il nome è una gabbia così legata al dominio che l'idea stessa di poterlo cambiare, di poterne uscire, crea una vertigine, una scossa elettrica, un volo nella libertà inaspettata.

A volte, quando penso che mi accingo a cambiare il nome che i miei genitori mi hanno imposto, il cuore balza alla gola, sento come se il terreno si negasse ai miei piedi, c'è qualcosa che sembrava incredibile che sta invece avvenendo. Sembra la sovversione di tutte le cose, l'impossibile che si fa possibile.

La mia realtà si decompone e si ricompone, altrove. E' come un salto quantico.

Eppure ho realizzato di non essere la sola persona in famiglia che ha avuto dei cambi di nome, ed il pensiero mi sorprende per la similitudine e per la diversità delle situazioni coinvolte.

Ho sempre conosciuto mia nonna materna come “nonna Olga”. Ho scoperto quando lei era già anziana che in realtà si chiamava Angela.

Suo padre, il mio bisnonno, era un comunista convinto, di quelli che non prese mai la tessera del partito fascista, nonostante l'olio di ricino.

Quando nacquero le sue due figlie, intorno agli anni venti del secolo scorso, lui le volle chiamare Olga ed Irene.

Essendo due nomi russi era allora vietato dalla legge, cosicchè mia nonna visse come Olga per tutt* tranne che per lo stato italiano, dove era Angela.

Sua figlia, e mia madre, ha una vicenda contraria.

Tutt*, me compreso, credevamo si chiamasse Lyda.

Figurarsi la sorpresa quando rivelò, io ero già adulto, che il suo vero nome, quello con cui l'avevano “battezzata” era Anna Carla.

Non so per quale vicenda del destino, mi sembra che questa Lyda fosse una persona che venne a mancare, la cominciarono a chiamare così da bambina, finchè lei non volle riappropriarsi del suo nome anagrafico, in un tentativo di riappropriarsi di sé stessa e delle sua vita.

Quanta gente ancora mi chiede: “Ma prima come ti chiamavi?”

No, non è una domanda appropriata da rivolgere ad una persona transessuale: non c'è un prima ed un dopo, c'è la persona che ti sta ora di fronte e che ti ha già detto come si chiama.

Il nome non racchiude nessuna essenza intima della persona, come sapeva bene anche Giulietta, non c'è bisogno che si sappia.

La libertà di scegliersi il nome è però grande. Ci si può decidere, ci si può autonominare.

Ripenso a quell'intenso personaggio che è Europa, nel film “Mater Natura”, quella che, quando racconta che le hanno staccato la luce, dice “E fa niente, Ch'ammo a fa? Noi esistevamo prima della corrente elettrica e indipendentemente dalla corrente elettrica continueremo ad esistere ancora” (Mater Natura, di Massimo Andrei, 2005).

Nel suo asilo improvvisato, nei quartieri spagnoli di Napoli, questa persona gender non conforming, lascia che i bambini scelgano come farsi chiamare, scelta che viene rispettata da tutta la piccola comunità, aprendo uno sconfinato spazio di libertà e di autodeterminazione in mezzo ad uno squallore quotidiano.

Vorrei che questa libertà fosse lasciata anche agli animali altro da umani, che hanno il diritto di non essere chiamati in nessun modo, perchè non è con i nostri nomi che vengono alla realtà.

nome

[1] Per approfondire questo punto vedi anche http://www.intersexioni.it/il-corpo-e-mio-e-me-lo-gestisco-io-quanto-noi-transessuali-sappiamo-sulle-operazioni-di-riassegnazione-del-sesso/

Pubblicato in Articoli

Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana

di Egon Botteghi

Fonte: http://www.intersexioni.it/

foto di Sarah Kashna


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.

Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.

Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.

Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti.

La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta.

La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro.

Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.

La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.

Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare.

Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, una persona egoista che non sapeva più quello che faceva.

Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.

Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).

Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.

Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su molte testate giornalistiche in rete rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento.

Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica, del S.Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.

Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.

Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa.

E infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione.

Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive: “Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca”. Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una tale superficialità e disinformazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato..: per esempio quando scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea, Veneziani, di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?

Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto e letto altre cose, come l’articolo di un medico su di un sito di endocrinologia, in cui venivano dette  delle scorrettezze assolute sulle persone FtoM, cose così pesanti e gravi che l’articolo è stato fulmineamente rimosso dal sito a seguito delle reazioni della comunità transgender.

Ed ecco che si arriva alla voce dell’Enciclopedia Treccani, voce di cui sono venuto a conoscenza grazie alla segnalazione di una donna transessuale.

Si tratta della parola “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina” (2010), dunque di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.

Chi l’ha scritta parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali, ovvero uomini trans gay e donne trans lesbiche, e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che invece lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.

Prosegue affermando che “il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario”.

Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura significa aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma certo siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchia più.

La realtà infatti è molto più complessa e se si chiedesse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.

Il dire poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di affermazioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicanalitica), ma dandola per scontata, per verità assodata e assoluta, invece di considerarla per quello che è, ovvero una particolare visione all’interno di un complesso interrogarsi anche da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.

Infatti chi ha redatto la voce si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è “esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔  riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.”; ricordandoci anche – se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e  lottare per i nostri diritti -  che “il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.”

Più chiaro di così: smettete di andare ai pride (anche se il movimento di rivendicazione e orgoglio iniziò proprio dal gesto di una donna transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto all’ennesima retata contro il popolo lgbtqi) e rinchiudetevi nello studio dei/ delle vostre psicologhe, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.

Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie ai pregiudizi che la Treccani continua a propagare?

Direbbe forse le stesse cose che diceva mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che l’affrontare la mia condizione mi dava.

Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, ovvero che “ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità  dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.

Da questa lunga citazione si desume che l’autor*:

1° – pur criticando l’idea della transessualità come “sbaglio di natura”, mostra però di non essere aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che era loro indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, ovvero il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).

2° – la soluzione proposta dall’esimi* è il lasciare sole le persone transessuali  che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale maschio – femmina e di genere uomo – donna il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.

3° – mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di J. Money, sull’importanza dell’educazione al genere (“il genio” succitato, psicologo, diceva che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbe pensato la famiglia e l’ambiente a tirali su come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti come “individui portatori di  autentiche (noi trans siamo dei fake?) alterazioni”.

4° – conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, e che evidentemente niente hanno capito, di aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…

evidentemente anche con mia madre, che se mai leggerà questa illustrissima voce, forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

egon in spiaggia
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Contributo per l'evento del 9 febbraio "Liberazione Generale: tavola rotonda sulle correlazioni fra antispecismo, antisessismo, intersessualità e omotransfobia"
L'intervento previsto durante la tavola rotonda svilupperà i concetti qui riassunti

Antispecismo: stare dalla parte degli animali è "contronatura"?

di Marco Reggio


La solidarietà con gli animali non umani e con le loro forme di resistenza alla schiavitù si è manifestata nei secoli in varie forme, ma soltanto negli ultimi decenni, parallelamente allo sviluppo di tecniche di sfruttamento su larga scala, ha iniziato ad esprimersi in forma di teoria e di prassi politica. Oggi, la principale relazione che intratteniamo con gli animali di altre specie è quella di utilizzarli come merci, principalmente come cibo: solo per l'alimentazione umana, oltre 50 miliardi di animali terrestri vengono uccisi ogni anno nel mondo (il numero di pesci è decisamente più impressionante, anche se le loro vite hanno così poco valore da essere conteggiate a peso). Forse per questo la forma più evidente di espressione individuale della contestazione dei rapporti di dominio fra umani e non umani è di fatto il vegetarismo/veganismo, che rappresenta in modo sempre più esplicito una presa di posizione politica (più che un mero boicottaggio di un settore produttivo): la volontà di schierarsi, per quanto possibile, dalla parte degli oppressi e non degli oppressori.

A partire dagli anni settanta, si è sviluppato un pensiero dell’antispecismo, cioè dell’opposizione alla discriminazione degli individui in base alla specie di appartenenza, per analogia con il concetto di discriminazione razziale. A tale prima, generica, definizione di antispecismo sono seguite formulazioni più complesse, che hanno peraltro suggerito dei nessi ideologici e materiali con le oppressioni fra umani, sostenendo un progetto di liberazione degli animali che non prescinda dalla liberazione degli umani (o di soggetti, gruppi, classi, categorie umane oppresse), tanto che oggi pare più corretto parlare di antispecismi. Questa presa di posizione, per una serie di motivi complessi, fatica però ad esprimersi compiutamente come un'istanza di giustizia sociale, legata ad ideali di uguaglianza e libertà che hanno ispirato i movimenti politici degli ultimi due secoli.

Uno dei motivi individuati da alcuni critici dello sfruttamento animale è che le teorie e le pratiche antispeciste non hanno ancora intrapreso con sufficiente convinzione una decostruzione dei concetti di "Natura" e "naturalità". Tale lavoro è invece importante ed urgente proprio perchè i dispositivi che permettono di giustificare la discriminazione e l'oppressione di specifiche categorie di senzienti (dagli/le omosessuali alle donne, dai migranti agli animali) sono fondati sulla dialettica natura/cultura e naturale/contronatura. I soggetti oppressi, di fatto, vengono "naturalizzati", relegati alla sfera delle immutabili leggi di natura, della mera istintualità, mentre gli oppressori godono del privilegio e della responsabilità della scelta del destino proprio ed altrui. Categorie evidentemente culturali e politiche, create da rapporti di forza sviluppatisi nei secoli, vengono presentate dunque come categorie biologiche: per es., il genere si appiattisce sul sesso biologico, l'appartenenza ad una classe sfruttata diventa appartenenza ad una razza o etnia "diversa", la schiavitù negli allevamenti è giustificata dall'appartenenza degli schiavi ad una particolare specie fin dalla loro nascita. In realtà, i concetti di genere, di razza, di specie sono tutti concetti politicamente fondati, espressione di relazioni economiche, sociali, culturali, ed in generale della gestione politica dei corpi che condividono lo spazio sociale. Queste categorizzazioni, storicamente date, sono molto più fluide di quello che usualmente si pensa: la recente "crisi" dei modelli tradizionali di mascolinità e femminilità, l'emergere del movimento LGBTQI nel dibattito pubblico, la critica antispecista al dominio umano sono tutti elementi che ci mostrano come l'identità che abbiamo costruito (o che ci hanno cucito addosso) possa e debba essere messa radicalmente in discussione. Tale identità si è infatti sviluppata a partire dal modello di homo sapiens occidentale, maschio e rigorosamente eterosessuale, rimuovendo simbolicamente (e spesso fisicamente!) gli elementi ritenuti femminili, omosessuali, transessuali, "stranieri" e "bestiali".

Principalmente per questi motivi, il nascente movimento per la liberazione degli animali non può non guardare alle teorie ed alle prassi di quelle realtà che hanno iniziato a mettere in discussione in profondità un'identità costruita a vantaggio di una minoranza di esseri umani nel corso dei secoli, esplorando le possibilità di relazioni autentiche fra individui di culture, generi e specie diverse, a partire anche dalle relazioni già esistenti che si distinguono, tra le altre cose, per gli elementi di cura, di gratuità, di disinteresse e di apertura all'"altro". Al contempo, chi subisce sulla propria pelle la discriminazione, il pregiudizio, il controllo delle funzioni riproduttive, la gestione autoritaria dei corpi e dei desideri, può comprendere profondamente la sofferenza degli animali non umani e le potenzialità di rapporti interspecifici liberi dai vincoli dello sfruttamento economico.

Marco Reggio (attivista per l'abolizione della schiavitù animale, è membro dell'associazione "Oltre la Specie" e redattore del sito Antispecismo.net).

Breve nota bibliografica

  • C.J. Adams, The sexual politics of meat. A feminist-vegetarian critical theory, Continuum 2004 (il cap. 2 è disponibile in italiano: Lo stupro degli animali, la macellazione delle donne, traduzione di E. Melodia, in “Liberazioni”, nr. 1/estate 2010
  • Y. Bonnardel, Farla finita con l’idea di natura, riallacciarsi all’etica e alla politica, in “Liberazioni” (www.liberazioni.org/articoli/BonnardelY-03.htm)
  • Y. Bonnardel, Idea di Natura, umanismo e negazione del pensiero animale, in “Liberazioni” nr. 11/inverno 2012.
  • M. Bujok, La resistenza contro lo sfruttamento animale, in M. Filippi e F. Trasatti, Nell'albergo di Adamo, Mimesis 2010, pp. 239-261.
  • A. Corabi, Vegetarismo e natura, in “Musi e muse”, nr. 0, settembre 2012 (musiemuse.wordpress.com/2012/07/20/vegetarismo-e-natura-corabi/)
  • C. Del Frate, Queer, in AA.VV. “Altri versi. Sinfonia per gli animali a 26 voci”, Oltre la specie 2011, pp. 175-187
  • B. Noske, Alienazione animale: de-animalizzazione, in “Liberazioni”, www.liberazioni.org/articoli/NoskeB-01.htm
  • A. Pignataro, Chi sono le donne? Chi sono gli animali? Economie dei corpi e politiche degli affetti, abstract dell’intervento al Feminist Blog Camp 2011 (www.inventati.org/femblogcamp/archive/2011/abstract.html)
  • A. Pignataro, L’animale è politico. Considerazioni sulla questione animale e sul Veggie Pride (www.veggiepride.it/documenti/55-lanimale-e-politico)
  • T. Regan, I diritti animali, Garzanti 1990
  • A. Rivera, La bella, la bestia e l’umano. Sessismo e razzismo senza escludere lo specismo, Ediesse 2010
  • P. Singer, Liberazione Animale, Il Saggiatore (NET) 2003
  • F. Trasatti, Contro natura. Omosessualità, Chiesa e biopolitiche, Elèuthera 2008
9/2 a Firenze
Pubblicato in Articoli

Mi fai schifo, ti rifiuto, sei un essere inferiore

di Barbara X

(Fonte: dongiorgio.it)

Le parole nel virgolettato che fa da titolo a questo pezzo esprimono senza mezzi termini il pensiero di gran parte della società riguardo al modo di vivere e di amare di molte persone, ingiustamente e assurdamente considerato sbagliato, diverso, peccaminoso, deviato, riprovevole e in mille altre maniere ancora, tutte invariabilmente distanti da una visione positiva e di coscienza della questione, da una visione che dovrebbe essere determinata dalla razionalità e dal buon senso.

Si seguita dunque a non capire e a odiare, a perseguitare e allontanare delle persone che hanno compiuto scelte in apparenza diverse da quelle della massa solo perché creerebbero disagio.

Quest'odioso imbarazzo che si tramuta all'istante in disprezzo è il sentimento che ha indotto lo scorso 19 dicembre il solerte carabiniere in servizio alla stazione di Roma-Acilia ad intervenire per redarguire aspramente due ragazze che si stavano salutando, dopo essersi scambiate un bacio sulle labbra.

Apriti cielo!

Qui un articolo sulla vicenda.

Questo genere di disprezzo, come già ho avuto occasione di ribadire all'interno di questo stesso sito e altrove, mi tocca da sempre molto da vicino, data la mia condizione di donna ex trans, una condizione che irrazionalmente costringe da sempre le persone che incontro a vedermi in una certa maniera, a stare in imbarazzo, a non capire.

E' da questa ignoranza che hanno origine il disagio e l'esclusione, un'ignoranza che rende sdrucciolevole e malsicuro il cammino verso la comprensione, che si trova ancora dietro le sbarre costituite dalle false convinzioni dei più e dal loro terrore verso la presunta infrazione alle sacre regole del pudore.

A quanto pare, il mio modo di essere donna e il sentimento delle due ragazze che si sono scambiate il bacio alla stazione di Roma-Acilia sarebbero in netto contrasto con le norme dominanti.

Questi due elementi (il modo di essere e il modo di amare) non sono in contrasto con la società per ragioni intrinseche ai comportamenti (peraltro normalissimi) che possono determinare, bensì per i giudizi che su di essi vengono espressi dal tessuto sociale.

In poche parole, il carabiniere che ha manifestato la sua omo/transfobia in maniera così virulenta, come tutti gli altri individui che purtroppo cadono nello stesso errore, è "vittima" del pregiudizio derivante dall'ignoranza della massa, non di un comportamento sbagliato da parte delle due ragazze: se la società non gli avesse inculcato l'idea che certi comportamenti sono sbagliati, la persona qualunque non li vedrebbe mai come tali.

In sociologia il "diverso" è colui (o colei) che infrangerebbe la norma sociale, assumendo caratteri di disfunzionalità e pericolosità nei confronti del sistema, sistema che al tempo stesso se ne serve per affermare la propria normatività, dal momento che il "diverso" gli garantisce lo sfogo delle tensioni, l'individuazione di "capri espiatori", la possibilità di continuare ad emarginare.

Vittime storiche dei cosiddetti agenti del controllo sociale sono le donne. In Italia ne abbiamo avuto l'ennesima riprova pochi giorni fa, quando, a commento di notizie ormai all'ordine del giorno e che riguardano violenze (spesso estreme) nei confronti di mogli, ragazze, madri, è uscito un delirante scritto secondo cui sarebbero le donne stesse a provocare i più bassi istinti del maschio, assumendo atteggiamenti provocanti e indossando abiti discinti. L'articolo apparso sul web è stato poi stampato ed affisso sulla bacheca di una chiesa dello spezzino.

Recentemente l'amica Eva Melodia ha redatto uno scritto per rispondere a quell'articolo: credo che le sue parole abbiano grande significato e perciò le pubblico anche qui:

Putridume maschilista quotidiano - di Eva Melodia (vai all'articolo)

zombies

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Un transessuale nel castello di Kafka – di Egon Botteghi

Fonte: www.lametamorfosiftm.com

 

Mi chiamo Egon, ma potrei chiamarti Marco, Andrea, Luca, Gabriele. Sono uno dei tanti uomini transessuali italiani, persone cioè che, nati in un corpo biologicamente femminile, si accorgono di appartenere al genere opposto e iniziano un lungo percorso per adeguare la loro immagine al maschile. La nostra realtà era assolutamente sconosciuta in Italia fino a pochi anni fa, ma, grazie all’impegno di alcuni di noi di non nascondersi e di fare attivismo, usando anche mezzi come questo sito che è stato ed è un riferimento per tanti, sta lentamente emergendo, con tutti i problemi, le gioie ed i dolori che questa comporta.

Uno dei più grossi problemi pratici è il nostro rapporto con i tribunali, che sono chiamati, secondo la legge 164, che dal 1982 regola in Italia il “cambiamento di sesso”, a legiferare su quello che possiamo fare o non fare con i nostri corpi.

La persona transessuale infatti, non ha la determinazione dal proprio corpo, ma deve chiedere il “permesso” alla classe medica e legale, per ottenere quel riconoscimento nel genere che sente proprio e che gli potrà permettere una vita più serena.

Io, come credo la totalità dei transessuali, ho avuto avvisagli della mia “condizione” fin dalla tenera età, ma i condizionamenti sociali e la scarsità di informazioni che mi facevano sentire più un mostro che una “normale” variabile del genere umano, mi hanno portato a rivolgermi ad un centro specializzato in dig in età più che adulta.

Dig è l’acronimo di “disforia di genere”, la malattia di cui soffriamo noi transessuali e che ci permette di usufruite della possibilità data per legge di “cambiare corpo”. Noi transessuali, quindi siamo ancora dei malati psichiatrici, malati tutti particolari, dal momento che dobbiamo essere assolutamente sani per quanto riguarda il resto della nostra vita psichica, pena l’esclusione dalla legge, a cui viene curato il corpo e non la mente, e che, nella stragrande maggioranza, andiamo dallo psichiatra con un autodiagnosi.

Quindi io, alla veneranda età di 39 anni, mi sono rivolto ad un ospedale italiano, all’interno del quale c’è questa equipe medica composta da vari psichiatri, psicologi ed un endocrinologo, spiegando quello che mi sentivo e cercando di capire insieme a loro se la diagnosi di dig che mi avrebbe permesso l’accesso alle cura ormonali a base di testosterone e quindi un primo, rilevantissimo cambiamento di aspetto che mi avrebbe reso uomo agli occhi del mondo, era quello di cui io avessi bisogno per il mio benessere. Dopo nove mesi di colloqui psichiatrici, somministrazioni di test, visite endocrinologiche, esami di vario tipo, è stata formulata la mia diagnosi di dig, firmata da due psichiatri, uno psicologo ed un endocrinologo.

Con questa sono passato ad una terapia ormonale che in questo momento ha reso il mio aspetto esteriore, da vestito, completamente maschile.

A questo punto ho nominato un avvocato che presentasse nel tribunale della mia città tutta la documentazione necessaria per presentare l’istanza della riassegnazione del sesso, che in Italia è obbligatoria per ottenere il cambio dei documenti. In pratica, se, avendo un aspetto ormai maschile, vuoi avere anche i documenti conformi al tuo apparire ( che è poi anche il tuo essere) devi obbligatoriamente affrontare delle operazioni, che nel nostro caso di ftm, sono tutte demolitive, e cioè la rimozione del seno e delle ovaie.

Per fare queste operazioni però devi avere il consenso del giudice che chiede appunto la presentazione della diagnosi di disforia di genere.

Così, a Giugno del 2011, il mio avvocato presenta le carte in tribunale ed il 20 Settembre del 2012 vengo convocato per la prima udienza dal giudice che mi è stato assegnato.

Il giudice mi fa una buona impressione, sembra che la sua posizione sia quella di non chiedere ulteriori accertamenti per valutare la mia disforia, visto la presenza di una documentazioni chiara proveniente da professionisti di un ospedale e quindi della nostra sanità pubblica.

Però bisogna passare un’altra udienza per avere il tempo di nominare il pubblico ministero, ed anche lì sono contento che il giudice capisca la mia urgenza e ci rimandi ad appena un mese dopo, il 17 Ottobre.

In quella udienza il pm neanche si presenta, ma per il giudice questo non ha nessuna importanza e sembra ribadire il concetto che le “carte cantino” e che si andrà direttamente alla collegiale che mi darà la sentenza per le operazioni e quindi la possibilità di inserirmi nelle liste degli ospedali italiani che tali operazioni eseguono.

Invece, la doccia fredda: il 7 Novembre ricevo una mail dallo studio del mio legale, con il quale mi comunica che è stato nominato il ctu, cioè un ulteriore accertamento tecnico del tribunale, che naturalmente sarà a mie spese e che allungherà ancora i tempi già infiniti, e che magari può anche negarmi la possibilità di operarmi.

Mi allega anche l’ordinanza, che mi viene anche riletta dal giudice nell’udienza del 21 Novembre, dove il medico chiamato come perito ( che tra l’altro presta opera nello stesso ospedale che al momento mi segue per la terapia ormonale) accetta l’incarico e presta giuramento.

Dato il tempo che il perito si prende per fare il suo lavoro ( che tra l’altro, a sua detta, consisterà nel risentire i medici che mi hanno già valutato) la prossima volta udienza è fissata per il 7 Marzo pv.:

Il fulcro dell’ordinanza è il seguente:

“Considerando che dalla suddetta documentazione risulta, nella parte attrice ( cioè io, ndr), l’esistenza di tratti di inadeguatezza, oltre che l’idoneità degli originari caratteri sessuali a determinare un disagio significativo sul piano clinico, sociale e relazionale, ritenuto tuttavia, che, dalla documentazione degli atti non emerge il carattere indispensabile dell’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali quale necessario passaggio per una più compiuta realizzazione della personalità della parte attrice, elemento imprescindibile ai fini della decisione richiesta in ordine all’autorizzazione del trattamento chirurgico…etc, etc”

Rimango di stucco, basito, attonito, arrabbiato, frustrato, con il gelo dentro…ma più che altro mi chiedo “Cosa avrà voluto dire?”

Non può mettere in dubbio le carte da me portate in quanto provenienti dal sistema sanitario nazionale ( quindi se i medici avessero sbagliato la diagnosi, cosa succederebbe? Poteri fargli causa?), però mette in dubbio la necessità di intervenire chirurgicamente per il mio benessere.

Perfetto. Riconosce quindi che ci sono delle persone transessuali che possono non sentire la necessità di intervenire chirurgicamente, e che magari trovano la loro serenità, il loro equilibrio solo con la terapia ormonale? Bene. Ma per vivere serenamente ho bisogno di un lavoro, di un accettazione sociale, della tutela alla mia privacy. E come posso avere tutto questo se devo andare in giro con i documenti al femminile e la faccia da uomo? E poi è sicuro che io mi senta a mio agio con la barba e le tette?

Allora perché mi obbligate per legge a fare gli interventi demolitivi per ottenere il cambio anagrafico e poi prendete in considerazione l’idea di negarmene l’accesso? Volete forse dire che mi darete il cambio dei documenti, di cui naturalmente ho bisogno per una vita decente, senza farmi fare gli interventi? Alleluja! Finalmente una rivoluzione nella legislatura italiana che i transessuali necessitano da tanto tempo.

Invece sarà tristemente il solito scenario, si faranno degli accertamenti inutili in quanto assoluta ripetizione di cose che sono già state presentate, si allungheranno i tempi di una decisione che tenderà a ricalcare quello che i medici hanno già decretato ( se il percorso è fatto di un tot di step, è chiaro che se uno viene ritenuto idoneo ad entrare, poi, gli si da anche la possibilità di portarlo a conclusione), ed io, che ho già perso il lavoro a causa della mia condizione, mi dovrò pagare gli onore del ctu deciso dal tribunale.

Altrimenti, se io venissi bloccato, che cosa avranno creato? Una persona che ha diritto di prendere ormoni, che però non può operarsi e che non può cambiare i documenti. Qual’è il mio status? Transgender? Va benissimo, per molti sarebbe qualcosa in cui si riconoscono, ma per cui vorrebbero anche degli strumenti giuridici adeguati per veder protetta la loro vita e la qualità di questa.

Ma in tutto questo, la rabbia più grande deriva dalla mia reazione alla lettura dell’ordinanza.

Tutto queste domande mi frullavano in testa, anche se ero pietrificato dal disappunto, avevo il giudice di fronte a me e potevo chiedere spiegazioni sul suo operato, bastava che aprissi bocca. Invece sono rimasto lì, come una statua di sale, e per quale motivo? Perché non volevo far perdere tempo! Si stava decidendo della mia vita, ed io me ne sono stato muto perché il mio pensiero è andato al mio avvocato, che aveva un’altra udienza in un’altra stanza, a tutta la ressa di legulei con i loro clienti che aspettavano il proprio turno…sono così abituato ad essere uno scomodo impiccio, una cosa venuta male, una creatura con pochi diritti che queste sono le mie reazioni.

Me ne sto lì, a grattare sulla porta del palazzo della legge, a mendicare la grazia, come il personaggio del racconto di Kafka, che invecchiò e morì davanti alla porta della torre della legge, invece che entrare come era suo diritto e suo destino fare.

 

Egon Botteghi

castello

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Fonte: Collettivo Queer Ecovegfemminista Anguane

Dal Puledro al Bambino: intersessuali al margine del sistema

di Michela Angelini

Per gli amanti degli animali la nascita di un piccolo è sicuramente il momento emotivamente più toccante. Nella mia esperienza da veterinaria ho avuto il privilegio di assistere a diverse nascite di puledrini: prima arriva lo scroscio dovuto alla rottura delle acque, poi le contrazioni spingono pian piano il nascituro verso l'esterno. Di li a poco ci sarà un esserino tutto bagnato, accovacciato vicino la madre, pronta a fornire le prime amorevoli cure. Questo è il momento in cui, forse, è per tutti palese che le barriere di specie non sono poi così alte come crediamo: l'empatia tra madre questa e questo figlio non è diversa da quella umana.

Di li a pochi giorni, dapprima traballante, poi stabile e forte, il puledrino sarà pronto per correre attorno la mamma ed esplorare il piccolo recinto, o box, in cui vive, dove resterà per non più di sei mesi perché, poi, dovrà seguire il suo percorso di normale animale da reddito, facendo guadagnare soldi al proprietario correndo o contribuendo al concepimento di nuovi puledri, come stallone o come fattrice. Prima di abbandonare quel box, o recinto, i puledri andranno microchippati e iscritti, come maschi o femmine, all'anagrafe equina.

 

Nella primavera del 2011, però, succede una cosa insolita: nasce, da una fattrice da trotto, un(a) puledrin@ intersex, ermafrodita, o come lo definirebbe la terminologia medica un DSD, un disordine dello sviluppo sessuale. Il “piccolo DSD”, che non ho avuto purtroppo il piacere di conoscere, me lo immagino simpatico e curioso. Sicuramente fa la stessa vita di qualsiasi puledrin@ della sua età: dorme, si alza in piedi, va a poppare e saltella per il box vocalizzando i suoi primi, timidi, nitriti.

Il “piccolo DSD” è però sfortunato: di tutte le forme di intersessualità che potevano capitargli si è beccato proprio quella più evidente. Osservandolo, anche l'occhio meno esperto avrebbe notato la presenza di quel piccolo pene vicino la vulva.

Posso solo immaginare l'imbarazzo del proprietario, nel chiedere il da farsi al veterinario, mentre il “piccolo DSD” fa la sua grassa poppata, ignaro di quel che sta succedendo al di là dell'inferiata del box: “Come si fa? Lo devo iscrivere come maschio o come femmina?”. Sicuramente il veterinario, l'avrà informato che, quello che ha davanti, non è un soggetto fertile, né da femmina né da maschio, quindi non potrà mai essere né fattrice né stallone. “Non si poteva vedere dall'ecografia questa cosa?”, “Non potevamo liberarci di questo mostro prima che nascesse?”, “Proprio a me doveva capitare questa sfortuna?”, si sarà chiesto il proprietario.

So che, spinto da non so quali intenzioni, il veterinario ha proposto di intervenire chirurgicamente sul povero “piccolo DSD”. Io, però, lo immagino con la bavina alla bocca, mentre pensa alla pubblicazione scientifica che potrebbe fare amputando quell'imbarazzante pene - clitoride, plasmando una femmina normale, dotata di una normale, perfetta, meravigliosa vulva. Subito dopo avrebbe eliminato le gonadi, per evitare qualsiasi influsso ormonale di quel buffo organo, che non né ovaio né testicolo. Lo so, nella sua mente stava già nascendo l'immagine di un semidio, vestito da chirurgo plastico. Infondo un chirurgo plastico che fa, se non nascondere imperfezioni, rendendo più nella norma chi si sente diverso? L'unica differenza tra il nostro improvvisato chirurgo plastico veterinario ed un chirurgo plastico per umani, è che l'ignaro “piccolo DSD”, a differenza di un ipotetico paziente umano, non si sente affatto diverso, anormale, brutto o strano. Salta, annusa il mondo circostante, guarda curioso quel che accade lì attorno. Però potrebbe non qualificarsi alle corse e, sterile, non avrebbe alcun altro possibile utilizzo. Il piccolo “DSD” viene, così, abbattuto.

 

L'intersessualità, nel mondo animale, non è evento così raro come si può pensare, solo, a differenza di ciò che accade nell'uomo, spesso passa inosservata e registrata come “infertilità” in bovini, ovini ed altri animali da reddito, colpevoli di non compiere il loro mestiere di generatori di figli, e quindi di latte, o perché hanno comportamenti simili a quelli del sesso opposto. Come per il “piccolo DSD”, diventano animali non produttivi e finiscono al macello, senza che l'allevatore si ponga troppe domande.

 

C'è però una specie animale che, a mio avviso, se la passa peggio di tutte quando si tratta di intersessualità: l'uomo.

I medici, osservando e studiando le persone intersessuali, hanno stilato una lista di diversi casi che portano a, quelli che loro chiamano, disordini dello sviluppo sessuale:

 

- Mosaicismo cromosomico ( no xx, no xy), 1 su 1.666 nati

- Klinefelter (xxy) 1 su 1.000 nati

- Sindrome da insensibilità agli androgeni (o sindrome di Morris) 1 su 13.000 nati

- Parziale sindrome da insensibilità agli androgeni 1 su 130.000 nati

- Ovotestis (o vero ermafrodita) 1 su 83.000

 

L'intersessualità, termine che preferisco a “DSD” perché puzza meno di patologia, é una naturale variante sessuale che, noi umani, vogliamo eliminare perché non accettiamo nulla che vada oltre la biblica immagine di un Adamo, maschio virile e di una Eva, femmina fertile.

 

I dubbi che attanagliavano proprietario e veterinario del “piccolo DSD” sono gli stessi che hanno portato la classe medica ad ideare quel sistema di “normalizzazione - invisibilizzazione” ancora in voga oggi: aborti preventivi di quelle forme di intersessualità diagnosticabili durante la vita fetale ed interventi chirurgici e ormonali su quei neonati che presentano genitali non conformi alla norma, anche se non necessariamente appaiono ambigui.

In Italia siamo, come al solito, ignoranti riguardo certe tematiche e, basandoci su una concezione di sesso e identità di genere estremamente antiquata, ci sentiamo in dovere, di donare la felicità a questi bambini giocando al chirurgo plastico con questi corpicini inermi modificandoli più e più volte. I bambini crescono e gli interventi di normalizzazione - invisibilizzazione dovranno esser ripetuti almeno fino la pubertà.

I nostri medici, ignorando che l'identità di genere, la nostra anima di donna o uomo, non dipende né dal sesso, né dall'educazione impartita, consigliano ai genitori di nascondere tutto al bambino, di non parlare con nessuno dei farmaci che prende e degli interventi chirurgici che ha fatto e farà.

Il bambino crescerà, così, malato, senza sapere di che malattia è portatore e punito per ogni comportamento non congruente al genere imposto dal medico urologo.

“Potrebbe essere cancro?”, “Morirò presto senza questi farmaci?”, “Forse morirò comunque da un giorno all'altro”. Queste sono le domande che si pone un ragazzino intersex, quando comincia a capire di essere in cura per qualcosa di così brutto da non poter esser nominato.

Crescendo, una persona intersex normalizzata al femminile (solo perché chirurgicamente è più semplice) potrebbe sviluppare un'identità di genere maschile, sentirsi uomo, perché questa è la sua natura. Chi glielo spiega, a questo punto, che la legge 164/82 esclude le persone intersessuali dal percorso di adeguamento del sesso?

 

Chi nasce con anomalie genitali, pur non avendo problemi di alcun tipo, viene messo automaticamente nella categoria “mostri da riparare o nascondere”. I genitori, schiavi di una mentalità che prevede solo vestitini o rosa o blu, non vengono formati per accettare la natura del piccolo ed imparare a crescerlo serenamente ma, convinti da improvvisati medici esperti di intersessualità, finiranno per accettare che il proprio bimbo sia da abortire o, neonato, sia da plagiare, prima nel corpo, poi nella mente.

 

L'intersessualità è, come il transgenderismo, una malattia creata da una società che non è disposta ad accettare che sesso e genere sono categorie tenute in piedi solo dalle nostre menti stereotipate. Ogni individuo, con il suo modo unico di esprimere sesso, genere ed orientamento sessuale, è una diversa tonalità di colore di un arcobaleno di varianti, che non prevede quelle gabbie in cui costringiamo i diversi da noi per allontanarli dalle nostre paure.

puledri 

APPROFONDIMENTI:

 

Intersex horse found on Ontario farm

http://www.cbc.ca/news/canada/toronto/story/2010/03/28/tor-intersex-horse.html

Hermaphrodite Horses Baffle the Racing Community

http://www.findingdulcinea.com/news/sports/2009/may/Hermaphrodite-Horses-Baffle-the-Racing-Community.html

Laparoscopic Gonadectomy in Two Intersex Warmblood Horses

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0737080611005004

L'invisibilizzazione dell'intersessualità in Italia

www.formazione.unimib.it/DATA/hot/677/balocchi.pdf

L'1,7% delle nascite presenta casi d'intersessualità ed è un dato rilevante

http://affaritaliani.libero.it/Rubriche/cafephilo/arfini2106.html

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 20 Novembre 2012 08:54

La violenza del linguaggio - di Barbara X

La violenza del linguaggio - di Barbara X

(da: http://www.dongiorgio.it/19/11/2012/la-violenza-del-linguaggio-2/)

Il 20 novembre si celebra in molte città del mondo il T-DOR, ovvero il Transgender Day of Remembrance, il giorno in cui vengono commemorate le persone trans uccise dall'odio di chi, ignorante e idiota (e sono moltissimi, purtroppo), vive di razzismo e condanna all'emarginazione.

Nei nostri confronti, purtroppo, sono molti gli atti violenti e le aggressioni, soprattutto per quelle che sono costrette a guadagnarsi da vivere di notte.
Per tutte le persone civili, questa è un'aberrazione.
Ma molte persone che si considerano civili non sanno nemmeno che sono esse stesse la causa di certe violenze.
E' l'ignoranza che opprime e arma il braccio dei violenti, l'ignoranza di un tessuto sociale che vuole rimanere nella sua ignoranza per seguitare ad emarginare, ad escludere.
E' il caso di chi ha scritto l'articolo che riporto qui sotto, un articolo di un paio di giorni fa in cui si dà notizia di una donna trans accoltellata a Milano.
L'autore dell'articolo è violento quanto gli aggressori della vittima: utilizzando dall'inizio alla fine le desinenze al maschile e scrivendo nell'occhiello "Un uomo di 37 anni" è come se egli stesso accoltellasse tutte le persone trans m-t-f.
E' come se ci sputasse addosso, con la sua ignoranza, con la sua ferocia, con la sua freddezza.
Questo individuo non sa nulla, evidentemente.
Altrettanto evidentemente, di tempo per imparare e conoscere le cose ne ha avuto.
Ma continua a umiliare, a insultare, come purtroppo fanno tanti altri.
Rendendosi responsabili delle violenze che molte di noi subiscono, isolandoci.
Vedete un po' che schifo di articolo sono stati capaci di pubblicare: oltre al danno della grave aggressione, questa transgender ha avuto, come altre, la beffa di subire una seconda violenza da chi ha scritto quest'articolo penoso, che l'ha insultata a ogni riga e umiliata.
Non c'è niente da fare: questa società rifiuta le persone, rifiuta le persone trans.
Ecco lo schifo:

"Accoltellato transessuale peruviano in via Cenisio, si indaga sul movente.
L'uomo, di 37 anni, è stato soccorso da un altro straniero e trasportato all'ospedale Fatebenefratelli dove è stato operato. I medici si sono riservati la prognosi.

Accoltellato transessuale in via Cenisio

"Un transessuale peruviano è stato accoltellato, nella notte tra sabato e domenica, per strada a Milano da una persona non ancora identificata, per motivi per ora sconosciuti.

Raggiunto al fianco da un fendente, l'uomo, di 37 anni, è stato soccorso da un altro straniero e trasportato all'ospedale Fatebenefratelli dove è stato operato. I medici si sono riservati la prognosi, ma non ritengono sia in pericolo di vita.
Il fatto di sangue è avvenuto intorno alle 4.30 in via Cenisio, non lontano dal Cimitero Monumentale. Il peruviano ha raccontato alla polizia di essere stato aggredito da un sudamericano che poi è fuggito. L'extracomunitario è stato aiutato da un romeno. La versione del transessuale è al vaglio degli investigatori."
19 novembre 2012"

(Fonte:
http://www.milanotoday.it/cronaca/accoltellato-transessuale-via-cenisio.html
)
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Non generalizziamo! Giornate di riflessioni e pratiche su individualità, sessualità e ruoli di genere

5 giorni in Romagna

Dal 13 al 17 dicembre 2012

Che differenza c’è tra sesso biologico, identità di genere e
orientamento sessuale?
Maschile e femminile sono categorie fisse e immutabili?
Quanti generi esistono? Infiniti?
Vogliamo affrontare la tematica queer a partire da queste domande, consapevoli di vivere in una società ancora fortemente (etero)normativa e patriarcale, che discrimina ogni diversità oppure la ingloba al suo interno con lo status di minoranza, affibbiando etichette in base ai comportamenti delle persone, ai gusti, alle inclinazioni.
Ci chiediamo se sia possibile sovvertire ogni etichetta proprio a partire da quella dell’identità di genere, liberandoci così anche di tutti quei ruoli attraverso cui la società ci riconosce, ci nomina e quindi ci controlla. Per arrivare finalmente ad avere una società di persone, in cui ognun* sia liber* di essere se stess*.
Nel frattempo, con questa settimana di iniziative intendiamo conoscere meglio ed abbracciare nuove pratiche di decostruzione degli stereotipi e dei ruoli che ci sono imposti, per contribuire ad abbattere l'idea di norma e di devianza, allenandoci ad allargare il ventaglio del nostro immaginario sessuale a tutto lo spettro del possibile in modo da accogliere al suo interno tutte le singolarità, riconoscendo e rispettando la storia e il percorso di ognun*.


GIOVEDì 13 DICEMBRE

ore 19.30 buffet vegan
a seguire
laboratorio su generi, corpi e linguaggi con Nicoletta Poidimani

Nicoletta, femminista e libera ricercatrice, dice di sé:
"Scrivere saggi è certamente un atto individuale, ma le riflessioni sono sempre frutto di confronto collettivo. Non sono un’accademica, ma un’intellettuale militante."
Tra i suoi saggi ricordiamo:
"L'utopia nel corpo. Oltre le gabbie identitarie molteplicità in divenire" (Mimesis 1998);
"Oltre le monocolture del genere" (Mimesis 2006);
"Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini" (Sensibili alle foglie 2009)

c/o Spazio Liertario Sole e Baleno
sobb. Valzania 27 - Cesena
www.spazio-solebaleno.noblogs.org

-----------------------------------------------------
VENERDì 14 DICEMBRE

ore 19.00 Aperitivo mangereccio vegan

a seguire: Turiste aliene nell'universo femminile. Escursione teatrale...

ore 21:00 PROIEZIONI
Una serata per riflettere insieme sulle forme attuali delle lotte di liberazione sessuale, a partire dalle rivolte che diedero origine al movimento GLBT, raccontate attraverso due video da una delle protagoniste.

SYLVIA, RIMEBRI ANCORA...
di No Code Video Trips (Italia, 2002)

Era il 28 giugno del lontano 1969. Nei bar e nei locali del Greenwich Village si svolgevano feste di gay e trasessuali. Di tanto in tanto arrivava la polizia, a sgomberare i locali, ad arrestare e umiliare gli avventori, a intascare le mazzette dei proprietari per chiudere un occhio. Ma erano gli anni sessanta americani e si respirava un clima di cambiamento in ogni sfera della società.
Una sera, al bar Stonewall, durante un'irruzione della polizia si accende una scintilla inaspettata, cresce il malcontento e inizia la prima rivolta per la rivendicazione dei diritti di chi non si riconosce nelle categorie sessuali consentite dalla legge.
A raccontare questa storia e l'atmosfera che l'ha generata è Sylvia Rivera, una meravigliosa trans a cui i libri di storia e la leggenda, attribuiscono il merito di aver tirato la prima scarpa col tacco (o forse la prima bottiglia di vodka) che diede origine alla ribellione.
Il racconto di un passaggio fondamentale per la storia dei diritti e della dignità umana, raccontata da una delle protagoniste morta nel febbraio del 2002.

Estratto video dell'intervento di Sylvia al convegno "Transiti" organizzato dal movimento identità transessuale e al worldpride del 2000 a Roma.

Per chi ne ha ancora voglia... Dj set con Ari e Sere

c/o C.S.A. Capolinea
v. Volta 9 – Faenza
www.csacapolinea.noblogs.org

-----------------------------------------------
SABATO 15 DICEMBRE

XXY DEGENDER FEST
https://www.facebook.com/events/373564699394110/

ore 18.00 workshop vegan sex toys
BRUTAL (autocostruzione di fruste con camere d’aria)
WAI? (D.I.Y. Vegan Harness: come costruire da sol* il proprio vegan harness)

a seguire:
inaugurazione mostra
“The Catalog” di GOODYN GREEN
e apericena vegan

Goodyn Green è una fotografa queer femminista danese.
Sin dalla prima pubblicazione nel 2009, Goodyn è stata fotografa di punta del magazine berlinese Bend Over. Fu proprio la rivista a presentare la sua prima raccolta di fotografie, The Catalog, immagini erotiche di donne queer androgine in pose ispirate alle classiche riviste porno gay.

ore 21.00 presentazione libro
“La società de/generata.
Teoria e pratica anarcoqueer” di ALEX B.

Alex B. ha 30 anni. Alcuni anni fa ha intrapreso una transizione fisica verso il maschile, per risolvere un disagio che sentiva con il proprio corpo. Non si riconosce nei generi maschile o femminile e, se proprio deve definirsi in qualche modo, preferisce i termini generici “trans” e “transgender”. Da sempre insofferente all’autorità e anarchico individualista, ha scoperto il movimento radicale di liberazione animale, che gli ha aperto la porta verso altre lotte antiautoritarie a cui tutt’oggi dedica la maggior parte del suo tempo: tra queste l’ecologismo e la lotta contro le nocività, la lotta contro carcere e Cie, il sostegno ai prigionieri politici e un rinnovato interesse per le tematiche queer.
Del 2008 il suo racconto autobiografico "Female-To-Myself" e il breve saggio "Il terzo genere nel mondo non occidentale" pubblicati nell’antologia TranScritti.

a seguire:
proiezione corto “Dildotettonica per principianti” di SLAVINA
(menzione speciale al Sicilia Queer filmfest 2012)

ore 22.00 concerti
AGATHA | ?ALOS | R.Y.F.

performance/installation "A RA" di MATTIA CASTELLI

a seguire djset

main stage: LADY MARU - electro, deep house, techno tribale

privèe (degender toilet): THE QUEEN IS DEAD dj's rotation
punk rock, post punk, dark, new wave, anni '80, trash

c/o CSA Grotta Rossa
via della lontra, 40 - Rimini
www.grottarossa-rimini.it

---------------------------------------
DOMENICA 16 DICEMBRE

ore 14:00 per le vie del centro
PARATA CONTRO LA GENERALIZZAZIONE

ore 17:00 vin brulè e castagnata in piazza

ore 20:00 cena vegan a seguire incontro con Annalisa Zabonati* e Barbara X**

*Psicologa, psicoterapeuta, antropologa, vegana. Si occupa di Psicologia e Antropologia di Genere e delle Differenze. Studiosa di Storia delle Donne e di Ecofemminismo e Veg(etari)anismo, sta conducendo ricerche sulle relazioni tra animali umani e non umani e sulle implicazioni sociali, culturali e politiche del veg(etari)anismo.

**Barbara è un'attivista, blogger, scrittrice. Ha scritto quattro libri : “Resistenze”, “Uncuorebestiale”, "Uno in meno” e l'ultimissimo “Jeanne etoile de combat” che fanno parte di una collana che si chiama Aghenstbucs.
Gli Aghenstbucs sono la materializzazione di un'utopia.
Signicano scrivere senza essere soggetti ad alcuna legge.
Gli Aghenstbucs sono i libri fuori dal mercato, sono letteratura
veramente libera e antagonista, autoprodotta e autogestita, che
rifugge per ovvie ragioni l’ignominia autoritaria dell’industria culturale.

c/o CCA LuGhè
via dell’Industria 33 - Lugo
www.lughe.altervista.org

----------------------------------------------
LUNEDì 17 DICEMBRE

ore 19:30 apericena vegan

Presentazione della videoinchiesta sui ruoli di genere
a cura del Laboratorio Sancho Panza:
una serie di interviste in giro per la città per riflettere su individualità, sessualità e ruoli di genere e la loro percezione nella società.

A seguire dibattito e inaugurazione della mostra fotografica "XXY"

Per finire DJset

c/o CSA La Resistenza
via della resistenza 32 - Ferrara
www.laresistenza34.wordpress.com
www.laboratoriosanchopanza.noblogs.org



Informazioni e programma completo nella locandina



Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Pagina 1 di 2
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.