Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Giovedì, 17 Ottobre 2013 09:21

Intelligenza ed immaginazione nei primati

Ogni tanto pubblichiamo articoli interessanti sul comportamento degli animali. Questa volta, stendendo un gigantesco velo pietoso sull'etica di alcuni metodi sperimentali, vi suggeriamo una delle tante notizie piuttosto efficaci per far scendere gli umani dal piedistallo su cui si sono posizionati e sul quale perdono tempo a raccontarsi balle, non mancando di sottolineare come l'influenza di una cultura specista e patriarcale come la nostra, sia radicata nelle abitudini. 
Nella fattispecie, l'autore di questo articolo, volendo spiegare con un esempio l'intelligenza immaginativa degli umani, evoca la caccia agli animali.
Ciò significa che da un lato ci racconta di come gli animali forse (un "forse" ormai poco dubitativo) ci somigliano, quasi come fratelli biologici, rendendo quindi la loro uccisione per vezzi vari una forma di fratricidio, e dall'altra evoca tanto (per cambiare!!) il telefilm sul maschio dominante, organizzato in gruppi, che tanto furbamente compie quotidiane stragi di animali enormi: per nutrirsene ovviamente.
Da un lato dunque il suggerimento della fratellanza, dall'altro l'abituale, ridondante, ripetitiva nenia della caccia quale rituale necessario fin dall'antichità per sopravvivere: cioè, il fratricidio messo in atto da un tempo così lontano, assume quella patina di necessità inviolabile, di naturalità.
Tutti tranquilli quindi. Uccidere un animale forse è un fratricidio, ma è normale così! Lo testimonia la caccia al mammuth! 
E si ricomincia daccapo, il cortocircuito dell'assurdo è servito. Tutto e solo perché la caccia è mitizzata nel culto del maschio dominante e lo specismo regna sovrano. 
 
Volendo riconoscere un valore alla nostra umana intelligenza immaginativa, raccontiamo come questa sia stata datata in seguito al ritrovamento di una sacca molto antica di acqua che dei nomadi avevano nascosto nel terreno prima di partire, immaginando, di dover fare ritorno nel luogo del sotterramento. Questa sì che è una immagine valida e romantica di come l'umano - già anticamente - immaginava se stesso all'interno di un futuro probabile.
 
Per fortuna siamo appunto dotati di intelligenza e immaginazione: davvero solo così, possiamo continuare a sperare in un futuro dove uno scrivente che debba usare esempi, non si appelli più sempre e solo a icone machiste e metafore speciste di improbabile consistenza logica, storica, ed etica.
 
Buona lettura e commenti.

La redazione di Anet 

 

Articolo: La nuova frontiera dell'intelligenza animale



  
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Riceviamo e facciamo girare. 


Licenziato per aver cercato di difendere dei gattini crudelmente uccisi

Da pochi giorni ho ricevuto la testimonianza dolorosa e toccante di Federica, la giovane moglie di Cristian Castaldi, giovane lavoratore interinale licenziato per aver tentato di impedire l’uccisione di alcuni gattini da parte di un collega. E’ uno scritto che merita di essere riprodotto fedelmente e letto attentamente, perché è lo specchio di questa società sempre più cruda ed indifferente. “Salve a tutti il mio nome è Federica Funi. Sono la moglie di un ragazzo di quasi 27 anni che si chiama Cristian Castaldi. Mio marito gran lavoratore da quando aveva 18 anni, nel febbraio 2010 è stato assunto come interinale nella ditta AMA spa tramite obbiettivo lavoro e successivamente con manpower. Sono rimasta incinta nel luglio 2010, e da quel momento lui ha capito che quel lavoro ci serviva più di ogni altra cosa. e cosi cominciò ad abbozzare a tutti i soprusi. Questi soprusi erano anche causa dei nostri malesseri familiari, ad esempio ci chiamavano quando mio marito si prendeva un giorno di ferie per fare delle ecografie al bimbo, solo per dirci che siccome mio marito era interinale non si poteva permettere di prendersi le ferie. e tantissime altre cattiverie su me e il nostro bambino. Ma la cosa che ha fatto scoppiare tutto in me, è successa il 18 febbraio 2012, quando mio marito è tornato a casa dopo il turno delle 6.00-12.00 con la testa bassa e delle lesioni sullo zigomo, gli ho domandato cos'era successo e lui con molta paura negli occhi mi disse: nulla amore. Insistendo volendo sapere cosa sia successo, lui mi disse che era stato picchiato sul posto di lavoro, spiegandomi quanto segue. Stava facendo il suo solito lavoro, quando vede tre piccoli gattini di pochi giorni, se non appena nati, vicino al nastro dove scorre la spazzatura, e vede un suo collega (uomo di 50 anni) che ne afferra uno e lo sbatte a terra. Mio marito incredulo gli dice: PEZZO DI MERDA e lui innervosito afferra un altro gattino e glielo tira addosso, dopodiché non contendo lo tira dal cappuccio rompendoglielo, e lo spinge contro il muro facendogli sbattere la testa e dandogli una gomitata sullo zigomo. Tra l’altro c'erano altri due colleghi presenti a questa vicenda che hanno negato il tutto. Salendo alla sala manovra per andare a firmare prima di staccare, il suo collega (l'aggressore), fa al capoturno: metti a rapporto Castaldi e il capoturno risponde perché? Cosa è successo? e Cristian risponde: ho preso le botte per difendere dei gattini e il capoturno risponde: SI VEDE CHE NON TI HA MENATO PER I GATTI TE LE MERITAVI. Cioè vi rendete conto? un capoturno che deve segnare tutto anche se si fa un graffietto ha detto TE LE MERITAVI!!! Io sono sconvolta, ma non è mica finita qui ragazzi PURTROPPO. Finito di raccontarmi questa bruttissima vicenda, mi dice ora però zitta non dire nulla a nessuno perché io devo lavorare, abbiamo bisogno. Dopo pochi minuti inizia ad avere degli attacchi di panico che quasi non respirava più... e ci siamo recati subito al pronto soccorso che gli ha riscontrato un trauma cranico, lesioni allo zigomo, e attacchi di panico crisi reattiva da aggressione. All'ospedale ci hanno obbligato ad andare dai carabinieri sennò andavano loro. Usciti di lì Cristian non voleva andare aveva paura di perdere il lavoro, ma a me non importava nulla delle conseguenze volevo denunciare il fatto e non farla passare liscia a persone del genere. La denuncia è stata fatta, subito gli hanno riconosciuto l'infortunio all'INAIL. Ed è stato sotto infortunio per ben 6 mesi, quando gli dicono che l'infortunio, anche se lui stava molto male psicologicamente doveva essere chiuso. E prima di rientrare a lavoro come tutte le aziende dopo un infortunio fanno fare la visita per vedere se può rientrare. Il 2 agosto ci rechiamo (premetto che mio marito non guida più per problemi di attacchi di panico e non esce più solo) presso la sede principale dell'AMA a via Calderon della barca, per la visita, ma a quella visita non c'era la dottoressa ma un sostituto che gli lascia un foglio con scritto " NON IDONEO PUO' RIENTRARE A LAVORO" mio marito il giorno dopo si reca a lavoro ( sempre accompagnato da me) e loro paurosi che poteva succedere qualcosa sul posto di lavoro lo hanno chiuso in uno stanzino e gli hanno detto: non ti muovere di là. Mio marito non poteva neanche prendere una boccata d'aria, tornato a casa riceve una chiama dal dirigente dell'AMA che gli dice: Cristian tranquillo stai a casa, tranquillo ti mettiamo in permesso retribuito. Ma dopo 9 giorni riceve una chiamata dalla sua agenzia manpower dove gli dice che lui risulta assente ingiustificato da 9 giorni e si reca di nuovo a lavoro. Però quel giorno al lavoro una parola detta male ha fatto sentire male mio marito e hanno chiamato l'ambulanza riscontrandogli attacchi di panico gravi. Tra l'altro dei colleghi quando lo caricavano in ambulanza ridacchiavano facendo battute del tipo: non gli date l'acqua dategli del cianuro. Tornando dalle ferie la dottoressa dell'AMA lo visita e gli dice in faccia a lui (ovviamente io in queste visite non posso entrare) che ora farà lei qualcosa per spostarlo in un posto dell'impianto migliore, mentre invece dopo qualche giorno si reca a lavoro perché nessuno gli faceva sapere se dalla visita era positiva o no. Tornando a lavoro 2 ingegneri, tra cui uno era il suo, lo spingevano fuori (abbiamo dei testimoni tra cui un giornalista Martino Villosio) dopo poche ore riceve una chiamata dalla sua agenzia di lavoro che gli dice che il giorno stesso deve recarsi lì per "una chiacchierata" beh!! quella chiacchierata era il licenziamento, ragazzi. Tanto che mio marito impaurito di non garantire più un pasto caldo chiede se ci sono altri lavori ma loro rispondono: NO. (fuori c'erano tanti annunci di lavoro) ma per mio marito NO. Cristian è stato licenziato con un cambio mansione. Perché essendo idoneo doveva tornare a lavorare ma pur di buttarlo fuori lo hanno licenziato perchè risultava autista, quando lui era un semplice spazzino. Ha vinto il ricorso avverso (articolo 41) sull'inidoneità stabilita dai medici dell'AMA e scongiurata dai medici dell'ASL. Ragazzi l'aggressore è ancora tranquillo a lavoro... non era a lavoro, solo quando mio marito era rientrato quei pochi giorni (magari chissà, gli avranno anche pagato le vacanze ) e ora questa persona mi hanno appena informata che è diventato vice capo turno ci rendiamo conto? Una persona ancora indagata su quello che ha fatto VICE CAPO TURNO? Anche le promozioni? ORA BASTA VOGLIO GIUSTIZIA. Un altra vicenda è che il 27 dicembre 2012 sono passati tutti gli interinali a tempo indeterminato con AMA e li ci doveva essere anche Cristian, ma anche se ha vinto l'idoneità non è stato chiamato dall'azienda a firmare. Di cose da dire ce ne sono ancora tantissime, ma mi fermo qui. Dopo il licenziamento è iniziato il vero e proprio calvario di Cristian.. lui è seguito da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri dell' Asl, dell'ospedale, e privati da dopo l'accaduto. Hanno rovinato MIO MARITO, hanno rovinato un ragazzo, un padre, una famiglia appena partita. Mio marito la notte non dorme, almeno una volta a settimana se non di più gli prendono gli attacchi di panico. Non ha più stimoli, ogni cosa per lui è negativa. Questa vicenda la segnato, anzi ci ha segnato, perché io sono con lui 24 h su 24 h e anch’io sono sotto cura da una psicologa. Cristian è sempre stato un ragazzo che aveva voglia di vivere, di confrontarsi, di viaggiare, di condividere con altre persone le gioie che questa vita ci ha regalato. Quando è nato nostro figlio era stupendo come si impegnava in tutto, il figlio è la cosa che lo sta tenendo più forte in questo momento. Vedere nostro figlio che quando si sveglia, la prima parola che dice è papà e questa parola a Cristian lo rende unico e speciale.. lui è un super papà.. ma per me è anche un super marito. E' sempre stato vicino a me mi ha sempre regalato emozioni e amore, lui per me è un eroe anche se lui si sente tutto tranne che eroe. Lo rivoglio il Cristian di una volta, vorremmo tanto che sia fatta giustizia e che ci si dia voce di questa vicenda. Quello che abbiamo passano lo sapremo solo noi. Come soffriamo lo sappiamo solo noi. E anche quello che tutti i giorni viviamo lo sappiamo solo noi. Vorrei solo avere una famiglia serena, un lavoro e tanto amore. Andare in giro con nostro figlio e potergli comprare un gioco.“ Questa la storia. Il resto è una sentenza che reintegra Cristian Castaldi nel suo posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Disattesa. Aspettiamo gli sviluppi della vicenda, con vicinanza a Cristian, a Federica e al loro piccino.

Giovanna Rezzoagli Ganci

Fonte: L'odissea di Cristian Castaldi 




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Alexis (Alexandros Andreas) Grigoropulos (1993-2008) – ucciso dalla polizia in Grecia – La WPA – World Pig Association lo commemora condannando lo specismo linguistico

“Oggi è il quarto anniversario dell’assassinio del giovanissimo Alexis Grigoropoulos, ucciso a sangue freddo da un agente dei “reparti speciali” della polizia greca ad Atene, il 6 dicembre 2008.

 A nome dei suini di tutto il mondo vogliamo esprimere, anche a quattro anni di distanza, tutto il nostro dolore per la morte di Alexis. Neanche noi abbiamo scordato. Neanche noi abbiamo perdonato. Come potremmo?  Noialtri maiali, fin da piccolissimi, subiamo normalmente una morte atroce nella massima indifferenza generale.  Anche per questo, non comprendiamo perché un diffusissimo slogan, che dalla Grecia si è sparso in tutto il mondo dopo il feroce assassinio di Alexis, ci accomuni alla polizia.

ΜΠΑΤΣΟΙ ΓΟΥΡΟΥΝΙΑ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Cioè: Sbirri maiali assassini. Completamente d’accordo per gli assassini, ma noi maiali che c’entriamo?  A quanto ci risulta, coi poliziotti (greci e degli altri paesi) nessuno compie opere di macellazione e di trasformazione in bistecche e salumi. Sono casomai costoro che si occupano, da sempre e come loro compito “istituzionale”, di macellare gente inerme. Non per niente, a Genova nel 2001 si è parlato di “macelleria messicana”.  Noialtri suini siamo vittime quotidiane della violenza gratuita degli esseri umani, e troviamo quindi profondamente ingiusto essere accostati, sia pure in uno slogan che contiene una verità, alla Polizia e ai suoi sbirri. Né greci, né di qualsiasi altro paese. Specialmente in questo periodo dell’anno, in cui tradizionalmente siamo scannati a milioni, nel partecipare con rabbia e solidarietà al dolore e al ricordo per l’assassinio di un ragazzo di quindici anni, ribadiamo la nostra volontà di non essere più nominati assieme ai poliziotti. Noialtri maiali non siamo assassini, anche se agli umani piace parecchio ammazzarsi ingozzandosi a dismisura delle nostre carni. Sarebbe sufficiente, nello slogan di cui sopra, sostituire alla parola “maiali” ciò che invece sono effettivamente i poliziotti greci: fascisti. Poiché oramai il partito neonazista di Alba Dorata è una vera e propria succursale della Polizia (o meglio: la Polizia greca sta diventando una succursale di Alba Dorata), basterebbe gridare: ΜΠΑΤΣΟΙ ΦΑΣΙΣΤΕΣ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Sbirri fascisti assassini. E’ ciò che sono: fascisti e assassini. In Grecia come altrove.

Confidiamo che questa nostra richiesta, a nome dei pacifici maiali di tutto il mondo, verrà accolta. Non ci possono piacere i massacri di qualsiasi essere vivente, e massimamente quelli perpetrati dagli Stati e dai loro bracci armati.

 Ancora con un ricordo commosso di Alexis.”

 La World Pig Association / Associazione Mondiale dei Suini

fonte

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Mercoledì, 10 Ottobre 2012 10:30

Maurizio Pallante: La carne è INSOSTENIBILE

Riportiamo qui sotto una ennesima presa di posizione contro il consumo di carni, di denuncia dell'impatto decisamente anti-ecologico della produzione di proteine animali, il tutto questa volta a firma codnivisa da uno tra i più stimati pensatori della Decrescita: Maurizio Pallante.
Ci permettiamo però di fare notare come tali denunce inciampino sul tentativo di attivare nei lettori una reazione empatica verso la sofferenza - resa evidente, ma implicita - che questi "comportamenti alimentari" ingenerano in altri umani (di incoraggiare dunque una nuova etica) completamente dimentichi del silenzio voluto e assecondato sulla sofferenza di chi, al di là di ogni considerazione e percentuale di calcolo, per questi "comportamenti alimentari" soffre davvero: gli animali.
Si punta dunque all'autocritica (rispetto a comportamenti che inducono sofferenza) selettiva, contando su una reazione di immedesimazione con altri che pagherebbero lo scotto dei nostri eccessi (o vizi), mentre al contempo si nega l'esistenza (che è sofferenza) stessa degli animali, citandoli di fatto solo come risorse primarie.
Un'etica della compassione selettiva di questo tipo, dove si auspica di porsi nei panni di alcune vittime indirette, mentre si nega l'insopportabile presenza di vittime dirette, la cui oggettiva sofferenza ormai è offuscata solo da una stupida, ottusa, imbrigliante, dogmatica ed ostinata cecità, non può pagare ed è oltre la favola: la iper-favola di chi vuole ancora credere che un'umanità estremamente nonviolenta, solidale e pacifica con se stessa, ma torturatrice e schivista verso chi semplicemente è ridotto in catene, possa davvero esistere.



L'insostenibile pesantezza della Carne

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

Fonte:  Il Fatto Quotidiano 

Il consumo di proteine animali, nel mondo, cresce costantemente. Tanto che, secondo alcuni, questo fenomeno sta aiutando la specie umana ad andare più rapidamente verso la sua autodistruzione. A questo fenomeno, in effetti, sono legati i più gravi problemi ambientali, economici e politici del pianeta: le emissioni di gas climalteranti e l’effetto serra, leguerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, la progressiva penuria di un bene indispensabile per la vita come l’acqua, molte forme di inquinamento chimico, la diminuzione di fertilità dei suoli, la perdita della biodiversità, le sempre maggiori sperequazioni tra il 20 per cento dell’umanità che si suicida per eccessivo consumo di cibi sempre meno sani e il 20% privo del necessario per sopravvivere.

Tutti questi problemi potrebbero essere ridotti drasticamente dalla diffusione di un regime alimentare vegetariano, o quanto meno da una significativa riduzione dei consumi di proteine animali. Possono sembrare affermazioni eccessive dettate da fanatismo ideologico, ma basta mettere insieme alcuni dati di pubblico dominio per comporre un quadro unitario che i singoli tasselli isolati non lasciano vedere in tutta la sua ricchezza.

La prima cosa da prendere in considerazione è la crescita dei consumi di proteine animali, in valori assoluti pro capite. Negli ultimi 50 anni in Italia il consumo di carne procapite si è triplicato. È stato calcolato che nel 1994 fosse di circa 85 chili all’anno, pari a 235 grammi al giorno. La tabella seguente documenta quanto è avvenuto nelle principali aree del mondo negli ultimi 40 anni. La tabella successiva mette a confronto i dati del consumo mondiale di carne e di latte nel 1997 con gli incrementi previsti dalla Fao nel 2020. Gli aumenti maggiori si verificano negli allevamenti intensivi dei Paesi ricchi.

Aumento del consumo di carne pro capite negli ultimi 40 anni
(in kg. Annui)

Stati Uniti                                    89                             124

Europa                                          56                               89

Cina                                                   4                               54

Giappone                                        8                               42

Brasile                                           28                               79

Consumo mondiale di carne e latte
(in milioni di tonnellate)

Anno                             1997                        2020             incremento

Carne                                 209                          327                + 56%

Latte                                  422                           648                + 54%

La FAO prevede che entro il 2050 la produzione di carne e latte raddoppieranno, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate. Un problema, visto che la conversione delle proteine vegetali in proteine animali avviene con unascarsissima efficienza. Per produrre 1 kg di proteine di carne di manzo occorrono mediamente 16 kg di proteine vegetali. Di conseguenza per ottenere 1 kg di proteine di carne vaccina occorre coltivare una superficie agricola 16 volte maggiore di quella necessaria a ottenere i kg di proteine vegetali. Il rapporto tra la soia e la carne di manzo è invece di 20 a 1. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie necessari a produrre 1 kg di carne, si possono produrre 200 kg di pomodori o 160 kg di patate.

Considerando il fatto che, specie in America Latina, la maggior parte della soia e dei cereali coltivati (spesso Ogm, viste le rese e i prezzi stracciati che possono garantire questi organismi dagli effetti sulla salute ancora ignoti) sono destinati a nutrire il bestiame che diventerà bistecca o ragù nei piatti degli europei, viene da chiedersi se, arrivati a questo punto, cambiare anche di poco le proprie abitudini alimentari non sia la scelta più sensata.

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Pubblichiamo questo articolo della storica Elizabeth Hardouin-Fugier (autrice di numerosi libri sul rapporto fra umani e non umani), per fare chiarezza nel dibattito, assai viziato da pregiudizi storici e storiografici, che non cessa di imperversare fra attivisti attorno al ruolo che il regime nazista avrebbe avuto nella protezione per via giuridica dei non umani  e sui presunti fondamenti ideologici di tale azione.

Fonte Liberazioni




La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo 

di Elizabeth Hardouin-Fugier
  


Il fantasma di Goebbels avrà di che rallegrarsi: nel terzo millennio si trovano ancora degli autori che utilizzano la sua propaganda e, meglio ancora, che la diffondono! Riversandosi nel vuoto lasciato dagli storici del nazismo in materia di legislazione sugli animali, si può scrivere e proclamare a gran voce in Francia, ma anche in Svizzera, in Italia in America o in Germania, una evidente falsità: che Hitler abbia soppresso la vivisezione, affermazione derivata direttamente dalla propaganda nazista, e che occorre demistificare. 

Le Nouvel Ordre écologique di Luc Ferry è apparso nel 1992,[1] lo stesso anno del Summit mondiale sullo stato del pianeta di Rio, da cui presero avvio le polemiche sull'ecologia. In Svizzera le argomentazioni di Ferry sulla questione animale arrivarono tempestivamente per il referendum concernente l'abolizione della vivisezione che fu messo ai voti il 7 marzo 1993. Il "Corriere della Sera" del 19 ottobre 1992, molto letto nel cantone Ticino, espose le conclusioni del libro di Ferry sui supposti legami fra protezione degli animali e nazismo, argomento che fu largamente ripreso dalla campagna di stampa che precedette il voto. 

Ciò che porta Ferry a trovare un nesso fra nazismo e compassione verso gli animali è la legislazione a protezione degli animali approvata dal governo di Hitler, e particolarmente la legge del 24 novembre 1933 ( Tierschutgesetz). La breve sezione I di questa legge (9 righe in 2 capoversi) intitolata Tierquälerai (tortura o maltrattamento inflitto agli animali) introduce un nuovo criterio di valutazione della sofferenza animale: "è vietato tormentareinutilmente un animale o maltrattarlo brutalmente"[2] (sottolineato dall'a.). Il secondo capoverso definisce "l'utilità" dei maltrattamenti. La seconda sezione (Prescrizioni per la protezione degli animali) è un catalogo di 14 maltrattamenti inflitti agli animali, per esempio l'asportazione delle cosce delle rane ancora vive (linea 12). La sezione più lunga (III, Sperimentazione su animali vivi), concerne una delle più importanti polemiche del XIX secolo, quella sulla "vivisezione". Le sezioni IV e V, meramente giuridiche, precisano le modalità di applicazione della legge, che qui designeremo come "legge 24 nov. '33". 

È facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì dal 1933 della questione della tutela legislativa degli animali, così come dell'insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche al fine di presentarsi come un fautore dell'umanesimo (cfr. infra, Cap. I). Non si tratterebbe in questo caso che di un artificio propagandistico fra molti altri, se esso non avesse conosciuto a tutt'oggi un seguito inaspettato. Molti autori francesi fanno riferimento in particolare a Des Animaux et des Hommes, pubblicato da Ferry nel 1994 in collaborazione con Claudine Germé, prendendo per oro colato il mito di una presunta zoofilia nazista, incaricandosi di amplificarla e di trarne le dovute conclusioni: è ciò che vedremo nel cap. II. 

I "IL NOSTRO FÜHRER AMA GLI ANIMALI" 

1. Dalla teoria alla pratica 


Nel momento della presa del potere (1933), i nazisti si impegnano a costruirsi un'immagine virtuosa. Sin dal 2 febbraio del 1933 Hitler proclama: "possa Dio onnipotente prendere il nostro lavoro sotto la sua protezione, orientare la nostra volontà, benedire la nostra intelligenza e concederci la fiducia del popolo perché noi vogliamo combattere non per noi stessi, ma per la Germania".[3] Joseph Goebbels, ministro della propaganda, riferisce nel suo Diario come si adoperò, dal marzo del '33, per dare un' immagine positiva di Hitler come uomo privato, conosciuto sino ad allora solo come uomo politico. Hitler è un uomo "tanto semplice quanto buono", "che pensa solo al suo lavoro e ai suoi doveri", "alla mano, amante dei bambini". Da un lato l'amore per la natura, molto diffuso in Germania, particolarmente fra i vecchi membri dei Wandervoegel (Uccelli Migratori, movimento giovanile molto popolare), dall'altro l'amore per gli animali, sembravano essere le caratteristiche di ogni brava persona. Nelle sue Conversazioni a tavola Hitler si proclama Tierliebhaber (di solito tradotto come "amico degli animali"[4] ma, più propriamente, amante unicamente dei pastori tedeschi. Un Führer non accetterebbe di farsi fotografare, sia pure da Hofmann (divenuto il fotografo ufficiale di Hitler), in compagnia dei maltesi di Eva Braun, buoni solo per una donna. In una serie di cartoline postali molto popolari, il fotografo "sorprende" Hitler che esce credendosi inosservato da una chiesa – una croce si profila al di sopra del suo capo scoperto- mentre accarezza dei bambini o che medita, immerso nella natura, in compagnia della sua cagna Blondie. 

I testi di Hitler sugli animali sono pochi. In Mein Kampf , alcuni riferimenti servono, tramite l'esempio della natura, a giustificare la teoria razzista, la selezione naturale e la violenza. C'è anche qualche storia di cani, al fronte, per esempio, talvolta riportate da Baldur von Schirach, in cui il cane, regalato da Hitler, saltava su chiunque facesse il saluto nazista! Si sa inoltre, tramite Albert Speer, che il Führer era solito annoiare i suoi ospiti nello chalet di Obersalzberg con le sue interminabili tirate sui cani-lupo. Nelle citate "Conversazioni a tavola" meticolosamente raccolte in 500 pagine per gli anni 1941 e 1942, la parola "animale" ricorre 18 volte; oltre ad alcune rudimentali giustificazioni del neodarwinismo ("i gatti non hanno pietà per i topi"), due passaggi più lunghi (pp. 241/2 e 431/2) espongono la dieta vegetariana come regola igienica, poi viene l'inevitabile elogio di Blondie. 

"Nel nuovo Reich non dovrà più esserci posto per la crudeltà verso gli animali".[5] Se questa è la teoria, la realtà è ben altra: "felicità per Blondie-Hitler, dolore per 'Minet' Klemperer, che ha un padrone ebreo! " Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra, che poté restare in Germania in quanto coniugato con una Ariana, testimonia un fatto poco conosciuto: "mi fu tolto il diritto di versare una quota per i gatti alla Società per la Protezione degli Animali visto che, nella 'Istituzione tedesca dei gatti' (come ormai si chiamava il bollettino della Società, divenuta organo del Partito) non c'era posto per le creature 'perdute per la specie' (Artvergessen) che vivevano con gli ebrei. In seguito del resto i nostri animali domestici, gatti cani e finanche canarini, ci sono stati tolti e uccisi: non si trattò di casi isolati, di sporadiche crudeltà, ma di interventi ufficiali e sistematici; è una delle crudeltà di cui nessun processo di Norimberga ha mai reso conto... ".[6]

2. La legge sulla protezione degli animali 

Le leggi e i decreti successivi sugli animali rientrano nel quadro di allineamento - Indoktrinierung[7] – di tutte le strutture della società civile all'ottica nazista, il cui esempio più celebre è il rogo dei libri proibiti, chiamato autodafé. È curioso che la legge del 24 nov. '33 sulla difesa degli animali non sia mai stata citata dagli storici come un perfetto esempio di irregimentazione tramite una iniziale persuasione fino a che, l'11 agosto del 1938, le associazioni animaliste furono unificate in una struttura ispirata ai principi nazisti, la cui branca felina è ricordata da Klemperer. 

La legge 24 nov. 1933 si inserisce in un "torrente legislativo", esteso a tutti i campi, che dilaga dalle strutture amministrative naziste a partire dal 1933. Durante undici mesi di attività il solo gabinetto di Hitler produsse cinque tomi per 2839 pagine. Nell'aprile del 1933 il Bollettino Ufficiale del Reich ha pubblicato circa trenta leggi sugli argomenti più disparati. Il giurista tedesco Hubert Schorn[8] ha dimostrato come la frenesia legislativa nazista non è che un artificio al fine di impadronirsi del potere politico: quei testi, spesso anodini, talvolta apprezzabili (classi sovraccariche, tutela della maternità), sono la maschera di una ben diversa realtà. Schorn ritiene che a partire dal 1934 si installò un sistema di illegalità nascosto dietro un giuridismo esasperato: Ulrich Linse si riferisce allo stesso fenomeno per quanto riguarda le leggi per la protezione di una natura la cui distruzione era in pieno corso.[9] Per quanto riguarda gli animali, i regolamenti sui mattatoi del 21 aprile 1933 (quattro paragrafi) e la modificazione del vecchio codice penale (16 maggio 1933) precedono, oltre ad altri testi, la legge 24 nov. '33, che Ferry presenta con insistenza come creazione personale di Hitler. 

È chiaro che una dichiarazione di Hitler a favore della protezione degli animali sarebbe stata propagandata infaticabilmente dal coro dei suoi adulatori e posta come criterio di riferimento obbligato per i giuristi, a cominciare da quelli del suo gabinetto. Ma non fu così. Il primo commentatore della legge del 24 nov. 1933[10] fornisce come sua unica "giustificazione" (Begrundung) la volontà del popolo di proteggere gli animali. Parimenti le tesi di diritto sulla legislazione animale scritte sotto il nazismo, si limitano a far riferimento, raramente, ad alcuni passaggi del Mein Kampf per giustificarne la concezione del mondo. Non vi viene menzionato alcun testo di Hitler sulla difesa degli animali, nonostante la riverenza ossequiosa e doverosa che viene tributata al Führer; né alcun riferimento compare nel lungo Kommentar di Giese e Kahler sulla legge del 24 nov. 1933, intriso di giustificazioni, secondo la tradizione del diritto tedesco. I discorsi di Hitler, che sono stati pubblicati integralmente, non sembrano contenere il termine "animale".[11] Tanto meno l'argomento compare nelle raccolte più importanti di sentenze e pensieri del Führer, pubblicate dalla propaganda nazista, e che abbracciano tutti i possibili domini, etici, religiosi e culturali. Ci sia permesso pertanto di imitare san Tommaso e credere solo ai documenti visibili, aspettando la rivelazione degli invisibili. È possibile che Hitler abbia speso due parole per approvare la legge da lui firmata il 24 nov. '33, ma dalle nostre ricerche non è possibile credere alle ripetute affermazioni di Ferry, che non riporta mai i riferimenti specifici, sul ruolo personale svolto da Hitler nella questione della protezione degli animali; per esempio:

Hitler ne faceva un fatto personale; 

... evitare la crudeltà verso gli animali. È in nome di questa volontà che stava a cuore ad Hitler in persona [che sono state promulgate le leggi di protezione]; 

... non è un caso, in tal senso, che noi dobbiamo ancora oggi al regime nazista ed alla volontà personale di Hitler, le due legislazioni più elaborate che l'umanità abbia conosciuto in materia di protezione della natura e degli animali; 

Hitler terrà personalmente a seguire l'elaborazione di questa gigantesca legge (più di 180 pagine!).[12]

Del resto è noto da molte testimonianze quale orrore manifestasse il Führer per l'amministrazione e il lavoro legislativo: "Nel quadro di un procedimento tanto farraginoso quanto inefficace, [Hitler] imponeva un viavai fra i ministeri, finché non si trovasse un accordo sulle proposte. Solo a questo stadio, e sempre con la riserva che egli ne approvasse lo spirito come gli era stato brevemente riassunto, Hitler firmava il testo, normalmente senza darsi la pena di leggerlo, e lo trasformava in legge".[13]

La legge del 24 nov. 1933 è in realtà il risultato di una lunga concertazione fra i vari sostenitori della protezione degli animali, la quale giunse ad un testo comune redatto verso il 1927, sotto la direzione del giurista Fritz Korn.[14] Da quel momento tale proposta di legge venne più volte rinviata tra le assemblee regionali e il parlamento del Reich, ognuno dei quali si dichiarava incompetente. Nel 1933, ancora una volta e sembra molto rapidamente, il progetto viene inviato al nuovo governo e arriva nel gabinetto di Hitler. Le commissioni giuridiche, sovraccariche di lavoro, trovarono il testo "già pronto nel cassetto", secondo una testimonianza, raccolta nel 1970, del prof. A. Ketz, che aveva preso parte ai lavori preparatori della proposta prima del 1933.[15] I giuristi nazisti utilizzarono evidentemente questo lavoro legislativo, considerevole nonostante la sua brevità, che sarebbe stato impossibile da elaborare in così breve tempo. Nella sezione II (catalogo dei divieti) sono recepite le richieste di numerosi autori di molto precedenti. I nazisti colgono evidentemente l'occasione per centralizzare sotto il loro comando le associazioni per la protezione degli animali. Comunque la legge del 24 nov. 1933 realizzò finalmente l'unificazione giuridica e il raggruppamento dei dati in un unico testo di riferimento, cosa che da tempo era auspicata dai giudici; la redazione fu precisa e le sanzioni vennero aggravate: la lista dei divieti, ormai resi penali, verrà percepita come una vittoria senza precedenti. Di fatto però la giurisprudenza del periodo nazista non sembra mostrare alcun cambiamento nel trattamento degli animali; tuttavia la legge del 24 nov. 1933 strombazzata oltre le frontiere, ricevette in Francia un accoglienza favorevole. Il ministero nazista della propaganda fece tesoro di questo successo internazionale, alcuni alti capi di partito, come Himmler, proclamarono questa legislazione come una prova dell'alto grado di civiltà della Germania nazista e anche se non sembra che Goebbels sia intervenuto personalmente nel testo della legge, l'obiettivo esplicito della sua propaganda dal 1933 – dare un volto umano al Führer – era perfettamente raggiunto. Più di mezzo secolo dopo, questo "volto umano" si arricchisce ancora, grazie a Ferry, " di una volontà di evitare la crudeltà contro gli animali, che gli stava personalmente a cuore".[16] Göring ha fatto di meglio. Il suo scoop: "i nazisti hanno eliminato la vivisezione", lo ritroviamo nella Francia del 1999 a la firma di Paul Ariès: "I nazisti, proprio loro, erano antivivisezionisti".[17]

II NASCITA E CRESCITA DI UN MITO 

1. Le incredibili mistificazioni di Luc Ferry 


Nel suo libro del 1994, Des Animaux et des Hommes, Ferry pubblica (p. 513) un frammento dell'edizione del 1939 delKommentar traducendo le prime nove righe (e mezzo) della pagina 19. Ferry intitola tale estratto "Articolo I della legge del 24 novembre 1933 sulla protezione degli animali: crudeltà verso gli animali, Berlino, 24 novembre 1933". Ferry pone sotto questo frammento la firma di Hitler, "del ministro della giustizia dott. Gurtner, del ministero dell'interno e del ministero per la sicurezza Göring". È evidente che tali firme non figurano sotto questo frammento del Kommentar, scritto da Giese e Khaler. Per di più, Göring non ha affatto firmato la legge del 24 nov. '33, come appare dalla Gazzetta Ufficiale tedesca del 25 novembre 1933. Attribuendogli un tale titolo e tali firme Ferry fa passare il commentario come se fosse la legge. Un passaggio del suo libro del 1992[18] riporta la stessa imprecisione, confusione o mistificazione. Insomma Ferry confonde il commento con la legge di cui non cita né analizza alcuna parte. Certo un commento esplica una legge più diffusamente delle circolari applicative, ma non può essere spacciato come la legge, la quale del resto è pubblicata in extenso alle pagine da 262 a 268 del Kommentar che proprio alla pagina 19, citata da Ferry, rinvia alla Gazzetta Ufficiale tedesca (RGBL, S. 987); sorprendentemente numerosi rimandi alla Gazzetta sono estratti da Ferry e spostati in note a piè di pagina.[19] A prima vista questa pseudo-erudizione impressiona i lettori. Io stessa ne sono stata così colpita che ho consultato i Reichsgesetzblatt, reperibili a Parigi! 

Abbiamo visto come a partire dal 1992, Ferry attribuisca alla legge del 1933, che egli non conosce, "un'ampiezza non paragonabile a nessun'altra";[201] nel 1998 e in una pubblicazione dell'UNESCO, ne precisa la lunghezza: "Hitler ci terrà a seguire personalmente questa gigantesca legge (più di 180 pagine)".[21] La palese inverosimiglianza di una simile informazione non ha scoraggiato i suoi seguaci.[22] Jean-Pierre Digard,[23] fra gli altri, consiglia ai suoi lettori di riandare "ai testi legislativi del III Reich riuniti da Ferry e Germé". 

Ancora più spettacolare è il risalto che viene dato alla firma di Hitler in calce alla (pretesa) legge del 24 nov. 1933 (al posto della firma degli autori effettivi del Kommentar!). Il fatto che Hitler firmasse le leggi è una semplice conseguenza giuridica della presa del potere del 30 gennaio 1933, la quale diede ad Hitler un potere legislativo anche più ampio a partire dall'aprile dello stesso anno; si tratta di un fatto meramente politico, che non denota affatto un interesse particolare del Führer per la questione animale. Questa messa in scena di un'ovvietà giuridica serve evidentemente a collegare un testo con un personaggio la cui memoria suscita orrore. È quasi incredibile che una tale mistificazione abbia potuto impressionare chicchessia, ma così è stato per esempio nel caso di Djénane Kareh Tagier che, ne L'Actualité religeuse (15/7/1996, p. 24) scrive: "l'esergo della legge è firmato da Hitler"; il termine esergo, che non appartiene al linguaggio legislativo, tradisce il passaggio dal campo della realtà giuridica a quello dell'immaginario. 

L'unico riferimento di Luc Ferry al preteso interessamento personale di Hitler verso gli animali è costituito da un testo tardivo (1938) che apre l'edizione del 1939 del Kommentar. Krebs, capo del raggruppamento nazista di tutte le associazioni per la protezione degli animali, lo presenta come una "direttiva del nostro Führer", commentando così: "nel nuovo Reich non deve più esserci il minimo spazio per la crudeltà contro gli animali". A partire da questo riferimento unico e frutto della propaganda nel momento in cui furono abolite tutte le associazioni animaliste, Ferry ne fa una "formula di Hitler (sic) che inaugura la Tierschutzgesetz".[24] Secondo Le Point,[25] la frase sarebbe presa da un "discorso di Hitler" (sic!) ma non si da alcun riferimento. Secondo Ferry, Hitler avrebbe fatto di questa legge "una questione personale" o ancora: "Hitler ci terrà a seguire personalmente l'elaborazione di questa gigantesca legge". L'immaginazione di Ferry non è da meno per quanto riguarda la vivisezione. 

2. L'animale nell'universo nazista 

A partire dalla fine dell'agosto 1933, Göring lancia lo scoop di una pretesa soppressione della vivisezione, ben presto confermata dalla circolare provvisoria del 13 settembre '33, valevole per qualche settimana, fino alla promulgazione della legge del 24 nov. 1933, di cui prefigura la III sezione. Si sopprime il nome (vivisezione) ma non la cosa (sperimentazione su animali vivi). Lo scoop della soppressione della vivisezione è presentato abilmente come se si trattasse di un testo legislativo, o quantomeno ufficiale, che prevede pene severe per i trasgressori, passibili di campo di concentramento – sanzione che ha permesso senza dubbio la chiusura di alcuni laboratori e di sciogliere le turbolente associazioni contro la vivisezione che si definivano con questo termine. La novità fece immediatamente il giro del mondo, rilanciata dalle reti radiofoniche tedesche molto diffuse in America, e dalle associazioni animaliste. Nei fatti la legge del 24 nov. si rifà a disposizioni precedenti: l'obbligo di una autorizzazione per i ricercatori al fine di sorvegliarne strettamente la ricerca sperimentale, la raccomandazione ad impiegare l'anestesia ove possibile, la rapida eliminazione degli animali oggetto di esperimento, la limitazione degli esperimenti a scopo pedagogico, la pubblicazione dei risultati nelle sole riviste scientifiche, ecc. Ferry ritiene che l'attenzione dei nazisti verso gli animali da laboratorio sia "più di cinquant'anni avanti rispetto al suo tempo". Bisognerebbe scrivere piuttosto che è in ritardo di cinquantasette anni visto che la prima regolamentazione della materia, in Inghilterra, risale al 1876 seguita da due atti della Prussia del 22 febbraio 1885 e del 20 aprile 1930 e da parecchie altre legislazioni dei paesi europei. Luc Ferry allude con più prudenza riguardo all'accusa secondo la quale gli animalisti avrebbero plaudito alla sostituzione degli animali da laboratorio con gli uomini, in particolare nei campi di concentramento. Egli si accontenta di scrivere "l'assenso della più sincera zoofilia non si è limitata alle parole ma si è incarnato nei fatti",[26] e riserva alle sue numerose interviste la chiave di questa ultima terrificante conseguenza della protezione degli animali. La lettura dei processi di Norimberga in particolare quelli contro i medici, riportata da F. Bayle, rende giustizia di questa abominevole allusione: ci sono le prove di almeno tre laboratori di sperimentazione sugli animali istituiti all'interno dei campi e una cinquantina di testimonianze riportano come gli orribili esperimenti sui "soggetti umani" siano stati preceduti da molti esperimenti, spesso pubblicati, sugli animali.[27]

Ferry crede di vedere nella legge del '33 la fine dell'antropocentrismo: "Il fondamento non è più l'interesse dell'uomo: si riconosce che l'animale deve essere difeso in quanto tale (wegen seiner selbst)". Quest'ultima formula è effettivamente usata nel Kommentar. Si è detto come la legge del '33 derivi dall'intento delle associazioni animaliste di aprire una breccia nella vecchia concezione, l'unica accettabile ed accettata all'inizio del '900, il cui intento era solo quello di limitare le ripercussioni del maltrattamento degli animali sulla moralità umana. Tuttavia e in modo contraddittorio, il Kommentar mette immediatamente (p. 15) in guardia il suo lettore: la legge nazista, nell'assicurare una difesa dell'animale più efficace che nel passato, 

pone il problema di sapere se l'animale possa essere considerato suscettibile di avere una personalità giuridica tale per cui egli avrebbe un diritto soggettivo alla protezione... a questa domanda, bisogna rispondere di no, il portatore del diritto non può che essere l'uomo come singolo o come comunità, mai un animale... giuridicamente parlando, l'animale dovrà essere considerato come una cosa (als Sache gewertet)". 

Il danno arrecato ad un animale di proprietà di un terzo è preso in considerazione solo in quanto è oggetto del § 303 del codice penale, se l'atto non costituisce inoltre una forma di tortura. Dunque l'animale continua ad essere considerato come qualsiasi altro bene. Questa idea è sviluppata in seguito dai giuristi nazisti, i quali dimostrano la sottomissione giuridica dell'animale all'uomo (evidentemente ariano). È sufficiente qui citare l'opinione di Albert Lorz,[28] diventato lo specialista dei manuali di legislazione tedesca sugli animali fino ad oggi. Lorz scrive che è un'ovvietà morale il fatto che l'uomo possa usare ed abusare degli animali per i suoi propri fini. Per tradurre più esattamente, si dovrebbe usare l'espressione corrente nel diritto di proprietà: usare e abusare, che si esprime in un paio di coppie di verbi tedeschi: benutzen und abnutzen ebrauchen und verbrauchen, dove il secondo termine designa una ulteriore degradazione dell'"oggetto" che può arrivare fino al suo annientamento, cioè alla morte dell'animale, ma che paradossalmente esclude il missbrauchen, il maltrattare. Questa concezione dell'animale come mero oggetto di proprietà è vicina a quella del diritto romano: il che porterebbe, in una discussione più lunga, a rivedere una opposizione troppo semplicistica fra una tradizione nordica, che si pretende favorevole all'animale, ed una regione tanto illuminata quanto presuntamene cartesiana, che esalterebbe l'uomo. 

Quanto alla pretesa nazista di difendere tutti gli animali, compresi quelli selvaggi, nella quale Ferry vede un pericolo per l'umanesimo e l'umanità, è solo una fanfaronata della legge del 24 nov. '33 che, nella pratica così come nell'espressione, in effetti concerne i soli animali domestici, ad esclusione delle rane e dei pesci. Una rapida occhiata alla lista degli animali "nocivi" che si possono combattere in ogni caso, o alle "specie inferiori" che si devono privilegiare nella sperimentazione animale, basta a smentire la pretesa uguaglianza istituita dai nazisti fra tutti gli animali. 

Come si è visto, sin dall'inizio del testo del 1933, il criterio che rende accettabile per la legge la sofferenza è l'utilità. Questo elemento di soggettività, anche detto interesse dell'uomo, autorizza di fatto la sperimentazione animale che, senza questa clausola, non avrebbe potuto essere oggetto della terza sezione della legge. Il criterio dell'utilità finisce per rendere obsoleto il concetto di "pubblicità" del vecchio codice penale e lo rimpiazza: la crudeltà esercitata sugli animali era condannabile solo nel caso in cui si fosse perpetrata in pubblico, poiché allora la si considera come lesiva della sensibilità dei testimoni. Per torturare un animale senza essere sanzionati, bastava farlo di nascosto. 

La soppressione di un tale criterio è certo una vittoria pratica della difesa dell'animale, ma non una vittoria teorica. Infatti il criterio dell'utilità della sofferenza inflitta è stabilito in funzione dell'uomo e molto raramente dell'animale (per esempio una preoccupazione veterinaria), e la legge del 24 nov. '33 non è in realtà che una nuova sfaccettatura dell'antropocentrismo. Al criterio della pubblicità che, almeno, rifletteva una certa sensibilità nonché l'importanza accordata all'opinione pubblica, è sostituito quello di una valutazione del tutto arbitraria: chi giudicherà se il blocco di pietra con cui si carica un cavallo da soma è troppo pesante o se la corrida è indispensabile alla salute mentale dei suoi spettatori? Quali sono i criteri che stabiliscono l'utilità? Lungi dall'essere eliminato dai nazisti, come proclama Ferry, l'antropocentrismo trae un riconoscimento ufficiale dalla legge del 24 nov. del '33: ormai è l'utilità dell'uomo che supera ogni altra considerazione. Del resto è a questo partito giuridico che aderisce pienamente lo stesso Ferry, per quanto a sua insaputa, quando raccomanda, nel 1998, di evitare "inutili sofferenze"[29] agli animali. 

3. I seguaci di Luc Ferry 

Dalla pubblicazione del Nouvel ordre écologique numerosi autori hanno rilanciato le affermazioni di Ferry, in genere senza citare la loro fonte. François Reynaert enfatizza il vocabolario di Ferry scrivendo nel Nouvel Observateur che il Führer ha "imposto" la legge sulla difesa degli animali.[30] Nella sua tesi di giurisprudenza, sostenuta all'università di Nantes, Martine Leguille-Balloy arriva a scrivere: "non sarà il caso di ricordare che Hitler fu il più grande protagonista della protezione animale del nostro secolo?".[31] Nel 1993, Janine Chanteur nella sua difesa dell'antropocentrismo riprende l'argomentazione di Ferry: "la propensione [del nazionalsocialismo] è riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini" esprime un pericoloso rovesciamento di posizioni. L'autrice non si chiede nemmeno se la sua affermazione sia verosimile: l'ammette come una evidenza; ancora più chiaramente Jean-Pierre Digard si esprime in questi termini: "con Hitler, spesso fotografato in compagnia dei suoi pastori tedeschi preferiti, e con la legislazione del terzo Reich, che fu più favorevole di ogni altra agli animali, lasciamo la finzione per la storia". Altri autori, in particolare cattolici,[32] mettono in guardia contro una legislazione a difesa dell'animale in nome della stessa falsità: così come Ferry, non si rendono conto che il Catechismo della chiesa cattolica (§ 2418) riprende il criterio della legge del 24 nov. '33, l'utilità della sofferenza inflitta agli animali, e ne estende la portata. 

L'ampollosità tipica del mito già presente in Ferry (una legge di 180 pagine, una bibliografia sugli animali di 600 pagine![31]) si amplifica in vario modo nei suoi imitatori. Janine Chanteur[34] l'attribuisce alla memoria collettiva tramite la formula: "ci si ricorderà" indicando che il fatto di cui si parla ("la propensione del nazionalsocialismo a riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini") è un dato della memoria collettiva che è parte integrante di un patrimonio di conoscenze riconosciute da tutti, ammesso come evidenza cui non servono dimostrazioni, dunque diventato un assioma. L'amplificazione degli argomenti può raggiungere l'assurdo. Si legge, per esempio: "le legislazioni del 1933 e del 1934 nella Germania nazista erano le prime disposizioni legali di difesa dei diritti degli animali e di protezione della natura"; meglio ancora: "il nazionalsocialismo – il primo regime al mondo che abbia codificato la salvaguardia degli animale e della natura". Si potrebbe credere che queste affermazioni siano il frutto del ministero di Goebbels, ma in realtà queste righe provengono da articoli presentati come informativi, pubblicati nel 1999 nella stampa francese di grande diffusione da una giornalista e da uno dei genetisti francesi considerato una autorità in materia di etica.[35]

In questo saggio troppo breve abbiamo cercato di seguire le tappe di un tortuoso periplo di disinformazione. Partito da una base fittizia, la propaganda nazista, appoggiandosi su fondamentali confusioni e affermazioni senza fondamento, la dimostrazione accoglie premurosamente, da una ripetizione all'altra, delle esagerazioni mitiche, dei fatti improbabili. Il discorso diviene stereotipo, non dimostrabile poiché assiomatico. Bisognerà chiedersi per quali motivi si tenda a demonizzare il movimento per la protezione animale accostandolo ad un personaggio quale Hitler. Per ora ci basti constatare come la maggior parte degli autori impegnati in questo tentativo, che si tratti di stimati professori universitari, di giuristi, di filosofi, di religiosi cattolici, di scienziati, di giornalisti di quotidiani influenti, professionisti del pensiero e dell'informazione, tutti, senza la minima esitazione seguano la marcia di un processo di disinformazione che meriterebbe di diventare un caso da manuale.


Note
1. Luc Ferry Grasset, 1992 (da qui abbreviato in Ferry 1992)
2. Testo ufficiale nel Reichgesetzblatt , Gazzetta Ufficiale del Reich, n. ° 132 del 25/11/1933, pp. 987-988 e una colonna di p. 189. La traduzione del termine Tierquälerei può sembrare debole, l'uso comune, riportato dai dizionari più accreditati, è quello di tradurreQuälerei con tortura. 
3. Discorso radiofonico di Hitler del 1/2/1933, citato da Alfred Grosser, Hitler, la presse et la naissance d'une dictature , Paris, A. Colin, 1954, p. 134. 
4. Henry Picker, Hitlers Tischgespräche in Führerhauptquartier , 1941-1942, Stuttgart, Seewald Verlag, 1976; si propone anche la traduzione "amante degli animali". 
5."Prefazione" in Cl. Giese e W. Kahler, Das Deutsche Tierschutzrecht , Berlino, Freiburg, Otto Walter, 1939 (da ora abbreviato inKommentar ), citato da Ferry e Germé, Des Animaux et des Hommes , Paris, Librairie Générale francaise, 1994, in particolare pp. 506, 507, 513 e 514 (da ora abbreviato in Ferry 1994). Un altro scritto di Luc Ferry: "L'Europa delle nazioni di fronte ai diritti animali" inL'Etique du vivant , Denis Noble e J. -D. Vincent, UNESCO, 1998, sarà da ora citato come Ferry 1998. 
6. Victor Klemperer, La langue du III Reich , Paris, Albin Michel, 1996, Lipsia, 1995, p. 140. 
7. Si trova più spesso Gleichschaltung ("sincronizzazione"). 
8. H. Schorn, Die Gesetzgegung des National Sozialismus als Mittel des Machtpolitik , Frankfurt aM., Vittorio Klostermann, 1963, p. 19. 
9. Ulrich Linse, Okopax und Anarchie , Deutsche Taschenbuc Verlag, 1986, p. 50. 
10. Werner Hoche, Die Gesetzgebung..., op. cit . Heft I, p 702, 712; commenti ristampati nel Deutscher Reichsanzeiger und Preussischer Staatsanzeiger n. °28, 1/12/1933, poi nelle successive introduzioni di Giese, Reichsgesetzblatt , teil I, 25/11/1933, n° 132, p. 989. 
11. Max Domarus, Hitler Reden und Proklamationen , 1932-1945, Neustadt Schmid, 1962. 
12. Ferry 1992, p. 182; 1992, p. 206 e 1994 p. 514; 1992, p. 29; 1998, p. 73, nell'ordine delle citazioni. Questo tipo di dichiarazioni si ripete spesso, con delle varianti, per esempio in Le Point , "les animaux ont-ils des droits" 1/4/1995, pp. 85-90. 
13. Ian Kershaw, Hitler, essai sur le charisme en politique , Paris, Gallimard essais, 1995, p. 753. 
14. Fritz Korn, Die strafrechtliche Behandlung der Tierquälerai , Meissen, Bohlmann, 1928, e "Die Tierquaelerei in der Reichsprechung" in Archiv fur Rechtspflege in Sachsen, VI, 1929, pp. 331-340; anche F. Korn, Kommentar zur Reichs-Tierschtzgesetz vom 24 November 1933 . Meissen, Matthaus Hohlmann, senza data (forse dei primi mesi del 1934). 
15. Barbara Schröder, Das Tierschtzgesetz vom 24. 11. 1933 zur Dokumentation der Vorgeschichte und der Änderungvorschläge , Inaugural Dissertation zur Erlangung des Grades eines Doktors der Veterinaermedizin an der Freien Universität Berlin, 1970, pp. 9-11. 
16. 1992, p. 206
17. Golias , novembre-dicembre 1996, "les amis des bêtes", p. 36. 
18. Ferry 1992: "si trovano riunite, in circa trecento pagine, tutte le disposizioni giuridiche relative alla nuova legge, così come un'introduzione che espone i motivi 'psicologici' e politici di un progetto che, da allora, non ha trovato eguali" (p. 181). " Queste tre leggi, oltre a quella del Cancelliere, portano la firma dei ministri principalmente interessati: Göring, Gürtner, Darré, Frick e Rust" (p. 182). 
19. Ferry 1994, 6 rimandi p 512.
20. 1992, pp. 181-182.
21. 1998, p. 73. Ricordiamo che essa occupa 2 pagine e un terzo della Gazzetta Ufficiale tedesca.
22. Jean-François Six, " Existe-t-il un droit de l'animal? " in Pour une éthique du transport et de l'abatage des animaux de boucherie , 24/10/1995 paris, INRA, Interbev, pp. 3- 44; "L'animal est-il un sujet de droit? " in L'Homme et l'animal, un débat de societé , Paris, INRA editions, 1999, pp. 41-59. 
23. J. -P. Digard, Les Français et leurs animaux , Paris, Fayard, nota 73, p. 247. "Il nazionalsocialismo tedesco ebbe la legislazione più favorevole agli animali" afferma anche in "La compagnie de l'animal" in Si les lions pouvaient parler , a c. di Boris Cyrulnik, Paris, Gallimard Folio, p. 1054. 
24. 1992, p. 183.
25. Le Point 1/4/1995, p. 89.
26. 1992, p. 184.
27. Elisabeth Hardouin- Fugier, "L'Animal de laboratoire sous le nazisme", CD Rom Recueil Dalloz 19/2002 e sito internet Dalloz; François Bayle, Croix gammé contre caducée, les experiences humaines en Allemagne pendant la Deuxième guerre mondiale , L'auteur, 1950. 
28. Albert Lorz, Die Tiermisshandlund in Reichstierschutzgesetz , Gunsburg, Karl Mayer 1936, p. 39. 
29. 1998, p. 75.
30. Le Nouvel Observateur, n° 1460, 1992, p. 18. 
31. Evolution de la réglementation de protection des animaux dans les élevages en Europe . 2 aprile 1999. 
32. Tra gli autori che sottolineano il legame fra nazismo e difesa degli animali: Jean-François Six, op. cit., 1995, pp. 3-44; L'homme et l'animal, un débat de societé , 1999, pp. 41-59; Jean-Pierre Digard, op. cit., 1999, p. 215; René Coste , Dieu et l'écologie , éditions ouvrières, Paris, 1994, p. 33. 
33. 1992, p. 80 nota 9.
34. Janine Chanteur, Du Droit des bétes à disposer d'elles-memes , Paris, Le Seuil, 1993, p. 11. 
35. Sophie Gherardi "La Deep Ecology comme anti-humanisme" Le Monde des Débats , maggio 1999, p. 15; Axel Kahn, "Haro sur l'humanisme", L'Humanité , 30 dicembre, 1999, p. 12-13.

Nota

Questo studio di Elizabeth Hardouin-Fugier è tratto dal volume Luc Ferry ou le rétablissement de l'ordre, ou l'humanisme contre l'égalité di E. Hardouin-Fugier, E. Reus e D. Olivier, pubblicato dalle Edizioni tahin party (sul cui sito se ne può scaricare gratuitamente la versione integrale).
Il libro analizza severamente il personaggio e i metodi argomentativi di Luc Ferry, filosofo francese noto per i suoi interventi sui mass media contro l'ecologismo e i movimenti per l'uguaglianza animale, e campione dell'umanismo "alla francese".
In particolare, lo studio di Hardouin-Fugier mostra come la propaganda nazista sia stata oggi riciclata da filosofi, studiosi, giornalisti, con l'intento di difendere il dominio umano sul resto della realtà e diffamare coloro che invece lo contestano, operando un accostamento della questione ecologica ed animale alla dottrina nazista attraverso una alterazione e mistificazione vera e propria delle fonti storico-giuridiche. Questa pseudo erudizione è stata magistralmente smontata da Hardouin-Fugier. 

Traduzione: Brunella Bucciarelli
Testo originale (PDF) 

Pubblicato in Documenti
Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere
Comparazione tra la normativa sugli animali da reddito e la legge sulla riassegnazione sessuale in Italia

di Egon Botteghi 




Definizione animali da reddito

 
Volendo iniziare questo mio intervento con una definizione precisa ed ufficiale di “animale da reddito”, accendo il pc e vado su internet, il grande oracolo onnisciente, convinto che mi si srotoli davanti un mondo di spunti interessanti.

Invece, con mia somma sorpresa, il motore di ricerca rimanda solo ad annunci commerciali, normative per il settore agricolo, consigli e definizioni sull'allevamento di singole specie.

Fin dall'inizio la presenza di questi animali è negata, chi ne vuole parlare per farla riemergere è lasciato solo nella sua bizzarra impresa e deve costruire il discorso a partire dalle proprie esperienze di vita a contatto con questa categoria di animali non umani.

Trovo una volta di più la conferma del paradosso che gli unici che possono parlare con cognizione di causa degli animali da reddito sono quelle persone che non li considerano tali.

Allora ritorno alla definizione che ho coniato vivendo accanto agli animali del rifugio “Ippoasi”: per animali da reddito si intendono tutte quelle specie di animali che vengono allevate ad uso e consumo della nostra specie.

Animali a cui, attraverso appunto i moderni standard di allevamento, viene negata qualsiasi autodeterminazione, a cui viene controllato tutto, il modo in cui nasce, cresce, si muove e muore.

Gli animali da reddito in Italia sono i bovini, i suini, gli ovini, i caprini, gli avicoli, i conigli e gli equini ( quest'ultimi in una strana ed emblematica posizione a metà tra l'animale da reddito ed il pet).

Ciò che caratterizza questi animali è proprio il fatto che nascono per essere sfruttati, “sfruttamento” è la parola chiave. Essi vengono visti solo come prodotti, non come esseri viventi, la loro vita è totalmente subordinata al nostro consumo, non sono soggetti ma oggetti, sono carne, latte, uova, spettacolo, lavoro, pellame.

Il loro allevamento è caratterizzato da una serie di norme e di procedure burocratiche, controllate dalla sezione veterinaria delle asl, che vigilano sulla sicurezza, per la salute umana, di questi prodotti.

 

Norme legislative sugli animali da reddito
 

Chi decide di salvare un animale da reddito, ed ha la possibilità materiale di spazio e denaro per mantenerlo, si imbatte in una bella sorpresa: dovrà diventare allevatore e cominciare a cimentarsi con tutta la normativa che a ciò consegue.

Per le asl infatti, che tu abbia una capretta in giardino salvata dal macello o che tu abbia un gregge di mille “capi” non fa differenza, la capretta è infatti un animale da reddito e tale rimarrà finchè avrà vita, e quindi dovrà essere controllata perchè non rappresenti un potenziale pericolo per la catena alimentare dell'essere umano.

Quindi si dovrà andare al servizio veterinario delle asl di competenza ed aprire un “codice stalla”, un numero, cioè, che caratterizzerà la tua “azienda”.

Poi si dovrà prendere e far vidimare un registro di carico-scarico per ogni specie presente, dove registrare gli animali e tutti gli spostamenti che questi eventualmente faranno.

Gli animali da reddito, infatti, non hanno un nome, ma hanno anche loro un codice numerico, di solito un orecchino, ma può essere anche un chip sotto pelle o nello stomaco, che gli deve essere applicato alla nascita e che lo seguirà fino alla morte, che di norma avviene al macello.

Gli animali da macello si possono spostare solo tra luoghi che abbiano il codice stalla, su mezzi appositi, ed il veterinario deve compilare il foglio di spostamento, dove viene indicato il numero dell'animale, la specie di appartenenza, il luogo di partenza e di arrivo.

Nei normali allevamenti gli animali si spostano, e vengono quindi scaricati dal registro, o in caso di vendita ad altri allevatori, o, molto più spesso, perchè condotti al mattatoio. Quindi si tratta di viaggi senza ritorno.

Nel caso invece di rifugi, i registri vengono di solito caricati e basta, perchè l'animale vi rimane a vita.

Quando un animale di un rifugio deve spostarsi, per esempio per problemi di salute deve raggiungere una clinica, bisogna fare due fogli di viaggio, uno per l'andata ed uno per il ritorno, con grande meraviglia del veterinario che stenta a capire che l'animale deve tornare a “casa” e con grande dispendio di burocrazia.

I rapporti con i veterinari della asl sono spesso, infatti, assai delicati, avendo quest'ultimi un grande potere sulla vita o la morte degli animali da reddito, in virtù delle norme su cui devono vigilare, norme che vedono questi animali come prodotti ma che devono essere scrupolosamente rispettate se si vuole “detenere” questi animali e quindi salvarli.

Spesso si assistono a delle vere e proprie scenette quando un “non-allevatore” si reca al servizio veterinario delle asl ad aprire un registro di carico-scarico e cerca di spiegare che quell'animale non è ne da carne, ne da produzione, ne da autoconsumo ma da affezione...insomma non esiste nella mente del professionista che ha di fronte e che magari cerca allora di convincerlo che è fuori strada e che è nell'ordine delle cose che quell'animale venga macellato.

La cosa più importante è comunque che l'animale sia registrato, cioè abbia il suo codice numerico, e che venga controllato periodicamente, attraverso prelievi biologici, per monitorare alcune malattie potenzialmente pericolose per gli allevamenti ( ad esempio anemia equina, borocillosi per i bovini, etc...).

Insomma l'assunto granitico per la situazione italiana è: un animale appartenente a certe specie è un animale da reddito, e tale rimarrà per tutta la sua esistenza e permanenza sul nostro territorio, e dove c'è un animale da reddito c'è un allevamento.

 

Cosa  comporta 

Il posizionamento di questi animali nella categoria immutabile di animali da reddito, quindi da sfruttamento e da macello, pone problemi serissimi per la vita di questi esseri e per le persone che decidono di aiutarli, cercando di strapparli ad un destino che sembra già scritto, anzi inscritto nell'ordine naturale delle cose.

Innanzitutto c'è la questione dell'obbligatorietà del codice numerico che queste creature devono poter esibire sin dalla nascita per aver diritto ad una qualche forma di esistenza.

Nel nostro paese, infatti, un animale da reddito che non sia stato “marchiato” non può esistere, non può calpestare l'italico suolo, e non esiste nessun luogo di espatrio se non la morte, l'abbattimento e il conseguente smaltimento come oggetto pericoloso.

E se per alcune specie i veterinari possono chiudere un occhio e, dopo una consistente ramanzina su come funzionano le cose, accettare di regolarizzare un animale adulto, su altre sono inflessibili, come nel caso dei bovini.

La paura di quel mostro che la stoltezza stessa del moderno allevamento di cui sono a guardia ha creato, la mucca pazza, giustifica infatti un solo imperativo: sparare a vista sulle mucche non portatrici di orecchino di riconoscimento, come di fatto è avvenuto recentemente in alcune parti d'Italia in casi di bovini vacanti.

Questo comporta, inoltre, la non “salvabilità” di questi animali trovati senza riconoscimento, che non potendo essere registrati, non possono entrare nei rifugi o in qualunque altro luogo e devono essere tenuti nascosti come clandestini.

Altra grande stonatura di questo stato di cose è che appunto i rifugi sono equiparati agli allevamenti, e che quindi le persone che vi lavorano, spesso a titolo di volontariato, devono invece essere immersi nello stesso sistema che stanno combattendo.

Legalmente il rifugio x che salva un numero x di bovini è un allevamento tanto quanto l'allevamento y che macella ogni anno un numero y di bovini, con lauti guadagni.

I volontari dei rifugi devono diventare esperti di normative sugli allevamenti, e devono stare ben attenti a non sbagliare, destreggiandosi tra norme che cambiano continuamente, pena multe ed il sequestro stesso degli animali ( perchè è un fatto che i rifugi sono controllati, molto di più che gli allevamenti intensivi, come dimostrano le investigazioni che testimoniano infrazioni impensabili), devono perdere intere mattinate negli uffici delle asl, pagare i veterinari per i prelievi e le varie scartoffie ed aiutarli quando vengono a disturbare gli animali.

Sì, perchè la mucca che vive tutto l'anno nella tranquilla libertà di un rifugio, deve essere periodicamente catturata e legata, stile rodeo, per permettere al veterinario di turno di fare tutte le operazioni necessarie.

Spesso, animali che vivono ormai le loro esistenze in un sereno rapporto con gli esseri umani, vivono ore di terrore, rincorsi da persone che inspiegabilmente gli vogliono fare del male.

Io stesso ho rischiato di avere la testa sfondata da una asino che ama giocare con i bambini, ma che diventa furibondo quando il veterinario viene a prelevargli il sangue, tanto da essere con disprezzo definito un animale pericoloso.

 

Macchia ed Ercolino, una storia esemplare

Per addentrarci meglio nelle implicazione che, a livello pratico, questa normativa reca con sé, prendiamo la storia di due animali che l'associazione “fattoria della pace Ippoasi”, di cui faccio parte, sta cercando di salvare dalla macellazione.

Macchia è una bovina che, vivendo in un contesto particolare, non è stata registrata da chi la “detiene”, ed è stata ingravidata per poterla mungere ed ottenere del latte. É nato così suo figlio Ercolino, a sua volta non registrato. L'associazione di cui sopra è stata contattata da una persona, vegan, che vive nella comunità dove risiedono anche i due animali, nel momento in cui era stato deciso di macellarli. La comunità si era detta disponibile a non ucciderli purchè fosse alleggerita dal loro mantenimento ed i bovini trasferiti in altro luogo. Insomma, era disponibile a “regalarli”.

L'associazione ha diramato subito tra i suoi contatti un appello, in cui si spiegava che era possibile salvare e portare al rifugio le due creature, purchè si trovasse qualcuno disposto a farsi carico della parte economica del mantenimento ( l'associazione ci avrebbe messo il terreno ed il lavoro di cura quotidiana). La risposta non si è fatta attendere e si sono fatte avanti persone disposte a pagare  le spese mensili di madre e figlio.

Quindi nessun problema, si poteva andare a prendere i due bovini, portarli al rifugio e farli vivere in pace la loro intera esistenza. Dunque tutto è bene quel che finisce bene! Ed invece no, perchè Macchia ed Ercolino non hanno il loro codice numerico, che deve essere applicato entro tre giorni dalla nascita, e quindi non possono essere spostati, anzi, la loro esistenza ed ubicazione deve essere tenuta nascosta per la loro stessa sopravvivenza.

Tutte le asl Toscane a cui si è infatti rivolta l'Ippoasi, nel tentativo di regolarizzarli per poterli portare al rifugio, si sono dimostrate implacabili: nessuno si prende la responsabilità di registrare i due bovini, ed anzi, se venissero trovati, sarebbero abbattuti.

Intanto, la comunità dove vivono, fà pressione perchè siano portati via, e la minaccia della macellazione è come una spada di Damocle sulla testa di questi due esseri, che se non fosse per le normative sugli animali da reddito, sarebbero già in salvo in un rifugio.

Al momento si è riusciti a trovare un accordo, che però deve essere rivisto proprio in questi giorni, per cui Macchia ed Ercolino possono ancora stare dove sono nati ma vengono mantenuti dall'associazione con i soldi erogati dalle persone che li hanno adottati a distanza.

Essendoci però una sorta di ultimatum, per cui a Settembre o vengono portate via o saranno macellati, si tenterà il tutto per tutto, contattando anche una asl Lombarda dove c'è stato un precedente del genere.

Sicuramente, questa storia come tante analoghe, ha fatto maturare nelle persone che lavorano nei rifugi la consapevolezza che i tempi possono essere pronti per un lavoro, certo lungo, difficile ed estremamente ambizioso,  per un riconoscimento giuridico dei rifugi, come avviene in altri paesi.

Questo comporterebbe, come corollario, che gli animali ospitati in questi luoghi, non siano più considerati animali da reddito, rendendo tutta la gestione molto più semplice e più congrua alla realtà dei fatti.

 

La situazione in altri paesi

Nei paesi anglosassoni, dove i rifugi per animali da reddito sono una realtà assai numerosa e vasta, anche soltanto la denominazione riporta a tutt'altro stato di cose. Questi luoghi, infatti, dove “semplici” e “comuni” animali da macello vengono salvati ed ospitati, sono chiamati “santuari”, nome che nella nostra lingua riporta a situazioni molto più auliche, degne di animali considerati, magari per ragioni protezionistiche, più importanti ( ad esempio i santuari per cetacei).

In questi paesi i santuari non sono quindi equiparati agli allevamenti, non devono sottoporsi alla stessa burocrazia delle persone che su questi animali ci lucrano, ed il corollario più importante è che  gli animali ivi ospitati non sono più considerati da reddito.

 Nel nostro paese invece, come si è visto, partendo dal presupposto che qualunque animale da reddito potrà un giorno finire al macello, non c'è nessun tipo di affrancamento dalle normative vigenti sugli allevamenti.

I santuari stranieri godono di sovvenzioni ed anche di un ampio sostegno presso le loro comunità, che si esplicano in una notevole disponibilità di volontariato da parte della gente e di un ampio giro di donazioni.

In italia, invece, è ancora molto difficile trovare persone che vogliono occuparsi di questi animali e di solito il “giro” comprende, nella quasi totalità, persone già approdate al veganesimo ( normalmente è più facile avere empatia per cani e gatti, più difficile per animali che si mangiano, e quindi sacrificarsi e lavorare per un animale un cui simile ti troverai magari a mangiare a pranzo, senza contare l'estraneità ed il timore che spesso questi animali suscitano nelle persone, per niente abituate a vederli).


Cosa fare: la “rete italiana rifugi antispecisti”

Il 4 Marzo di quest'anno, a Firenze, è nata la “rete italiana rifugi antispecisti”, con lo scopo di riunire tutte quelle realtà che si identificano in questa dicitura, permettendo loro, attraverso la creazione di sinergie, di fare un lavoro più ampio e di trovare anche agevolazioni nel portare avanti i loro scopi.

Per rifugio “antispecista” si intende un luogo dove tutti gli animali siano considerati degni di una vita libera da soprusi e sfruttamento, dove non si facciano distinzioni tra specie e dove si porti avanti una politica di equiparazione tra ogni essere vivente ( ad esempio un canile dove ci si prodiga per il benessere del così detto “migliore amico dell'uomo” ma dove si considerano gli altri animali un prodotto per i nostri piatti, non è antispecista, come non lo è un posto dove magari si aiutano gli animali ma si portano avanti ideologie razziste, sessiste o di qualsiasi genere di odio intraspecifico).

I primi obiettivi che questa rete si è data, tutti di amplissima portata, considerando anche che devono essere portati avanti da persone già oberate quotidianamente dal lavoro sul campo con gli animali, sono:

-        mappature dei rifugi antispecisti di tutto il territorio italiano, il che implica fare preventivamente delle linee guida per poter identificare chi rientra in questa categoria e chi no.

-        mappare qualsiasi tipo di rifugio o spazio, anche privato, dove gli animali da reddito possono essere ospitati, in modo da favorire un incontro tra la richiesta di aiuto per il salvataggio di questi animali e chi se ne può far carico

-        creare un portale dove far convergere tutte queste informazioni, ed anche altre di diverso tipo, come consigli sulla gestione di ogni specie d'animale e quant'altro

-        favorire l'incontro tra le associazione antispeciste che gestiscono direttamente degli animali con quelle che invece fanno un lavoro divulgativo o di specifiche campagne, in modo che queste ultime possano magari contribuire agli oneri del mantenimento del rifugio, seguendo l'idea che questi siano la terra del movimento, luoghi dove si esplicano concretamente alcune delle idee portati avanti dal “movimento antispecista”

-        lavorare per un riconoscimento giuridico dei rifugi

Come si può ben vedere la mole e la portata del lavoro è amplissima, per cui è di fondamentale importanza che i rifugi e le persone che vi operano non siano lasciati soli ma che ricevano l'aiuto fisico, morale ed economico di tutti quelli che si sentono vicini a questi scopi e che si definiscono antispecisti.

 

Un corollario antispecista: similitidini tra  le norme per gli animali da reddito e la legge per la riattribuzione del sesso in Italia.

Avendo parlato di antispecismo, non vorrei assolutamente addentrarmi nel campo minato di una sua difficile definizione, ma vorrei piuttosto mostrare, con le mie modeste capacità, come funziona, quali pratiche ed azioni politiche ne discendono.

Per farlo uso il mio stesso corpo, trovatosi ad essere, suo malgrado, crocevia di vari tipi di oppressione. Secondo me, infatti, una delle pratiche antispeciste più importanti, è quella di fare i collegamenti tra i vari tipi di ingiustizie e tentare di farne scaturire una azione politica comune.

Questa unione può avvenire portando alla luce le similitudini tra le sofferenze degli oppressi ed il modo in cui queste si esplicano, e la radice comune delle dinamiche che giustificano tali oppressioni.

La speranza è che la lotta per la liberazione animale unisca tutte le lotte di liberazione e che risvegli le coscienze a livello globale ed in maniera completa, proprio ponendo il focus sugli oppressi per antonomasia, gli animali, senza però cadere in facili semplificazioni ed in una visione di tipo avventista quasi religioso.

La mia storia personale mi colloca in questo momento della mia esistenza in una posizione in cui, come persona transessuale che si batte al fianco degli animali da reddito, ho lo sguardo su due tipi di profonde sofferenze, cioè quelle che la nostra società ed il nostro ordinamento infliggono agli animali da reddito ed alle persone transessuali, transgender ed intersex.

Situazioni che sembrano lontanissime tra loro, grazie alle analisi che l'antispecismo porta a fare, si avvicinano molto, portando alla luce i meccanismi che permettono di svilire e quindi opprimere degli individui che avrebbero invece diritto alla libertà, riducendoli cioè in categorie rigide e mostrandone la lontananza dalla buona norma , costruita ad immagine dell'individuo dominante, e vigilare perchè questa norma si auto mantenga, passando anche per lo schiacciamento ed il denigramento del diverso,  visto quasi rovesciamento del “come si dovrebbe essere”.

Le persone transessuali, transgender ed intersex, che non sono quindi riconducibili alla normativa binaria maschio-femmina, non vengono più riconosciute come persone, come abbiamo visto accadere per gli animali da reddito.

Nel suo difficile vagare tra i generi, il transessuale perde il suo posto nella categoria dell'esistente,  diventa inimmaginabile come libera espressione della variabile umana, ma solo come cosa, come mostro, come perversione e follia.

Nello stesso ambiente antispecista bisogna stare attenti a non incappare in un facile giudizio che vede queste persone come prodotti di una aberrazione della società moderna e della tecnologia medica, piuttosto che mettersi ad ascoltare senza pregiudizi quello che queste esistenze possono dirci e di quali istanze e necessità sono portatrici.

La legge 164 del 1982, che da trent'anni regola in Italia, senza le necessarie revisioni, quello che viene definito “percorso di riattribuzione del sesso”, ha, nelle interpretazioni che di prassi i giudici le danno, molte similitudini con quanto abbiamo visto accadere per le norme sugli animali da reddito.

La legge era nata quasi come una sanatoria, per colmare il vuoto giuridico che le trans che si operavano allora all'estero ( non essendo in Italia permesso), creavano con il loro rientro nel paese.

Queste persone infatti, che lottarono strenuamente per ottenere una legge e che inscenarono anche forme di lotta molto spettacolari, vivevano nella posizione di avere dei documenti difformi all'aspetto fisico, condizione che può essere estremamente difficile, umiliante e lesiva della propria privacy.

In Italia, per arrivare al cambiamento anagrafico, e quindi ad avere documenti che corrispondano al genere di elezione, bisogna sottoporsi alla così detta riassegnazione del sesso ( alle volte indicata anche come “rettificazione”), che comprende tutta una serie di step medico-chirurgici che portano poi alla operazione finale.

L'inizio di tutto è la diagnosi di dig, “disforia di genere”, che attesti il disagio psichico della persona rispetto al suo sesso biologico, rilasciato da uno psichiatra, categoria di medici che fungono da moderni caronti, che stanno a guardia delle porte di accesso di questo percorso e che decidono chi vi entra e chi no.

La diagnosi di dig, che spesso è in fondo un autodiagnosi, prevede di solito un periodo di osservazione psichiatrica mirante ad escludere altre malattie mentali ( la persona transessuale è, in pratica, un malato di mente sano) e, nel migliore dei casi, un percorso psicologico di supporto per affrontare le grandi difficoltà, sopratutto a livello sociale,  a cui sarà esposta la persona durante il percorso

Il fine, quando si riesce ad instaurare un rapporto costruttivo tra queste figure e la persona che è “costretto” a rivolgervisi, è anche quello di far arrivare il transessuale in una situazione di migliore equilibrio psichico possibile al momento della somministrazione ormonale.

Il secondo passo è infatti la tos, la terapia ormonale sostitutiva, mascolinizzante o femminilizzante a seconda dei casi, seguita da un endocrinologo, previa diagnosi di dig ed esami attestanti la condizione di salute generale della persona e la sua situazione ormonale di partenza e l'assenza di “sindromi” intersessuali.

A questo punto la persona transessuale deve rivolgersi, con il suo avvocato, al tribunale della propria città, per ottenere dal giudice la sentenza con cui potrà procedere alle operazioni chirurgiche di adeguamento, dopo cui potrà chiedere il cambiamento anagrafico ( mastectomia ed isterectomia nel caso del percorso da donna a uomo, vaginoplastica nel caso inverso)

Come si vede non c'è un autodeterminazione sul proprio corpo, ed il percorso burocratico è spesso lento e difficile.

Ottenuta la sentenza, si può entrare nelle liste degli ospedali che eseguono tali operazioni, se si vuole usufruire del sistema sanitario nazionale, o farle più velocemente, per chi ne ha la possibilità, privatamente, anche all'estero, dove i risultati spesso migliori.

Fatte le operazioni, si tornerà in tribunale, con tutta la documentazione clinica, per chiedere il cambio anagrafico, per cui verrà sostituito il nome ed il sesso su tutti i documenti.

La persona transessuale, per il nostro ordinamento, diventa così un uomo od una donna a tutti gli effetti, passando, in maniera completa e definitiva, nel genere di elezione.

Cosa comporta tutto questo iter e quali sono gli assunti culturali che determinano l'impianto di questa legge?

Credo che la cosa più importante, specialmente in questo contesto, sia quella di mettere in evidenza come la persona che non si riconosce nel proprio sesso biologico, venga incanalata su di un percorso di normalizzazione, che rettifichi un presunto sbaglio della natura ( a cui la scienza non sa ancora darsi spiegazione), e che la riconduca ad un corpo ed ad un genere il più possibile vicino ai rassicuranti stereotipi di maschio e femmina.

La classe medica ci racconta i transessuali con la classica storia di un'anima, un cervello, intrappolato nel corpo sbagliato, che si è dimostrata, da quanto i transessuali hanno preso il coraggio di narrarsi in prima persona, assolutamente stretta e riduttiva per la maggioranza dei vissuti reali di queste persone.

C'è voluto e ci vuole molto coraggio per produrre una “cultura” ed una letteratura trans, proprio perchè, come si è visto, gli psichiatri hanno il potere di decidere chi sia genuinamente transessuale e chi meno e le persone che hanno l'urgenza vitale di accedere al percorso, preferiscono adeguarsi all'immagine che gli viene richiesta piuttosto che svelare il loro vero intimo, confermando alla fine quello che i medici pensano di sapere su di loro.

Anzi, spesso questa immagine stereotipata del transessuale arriva ad influenzare il transessuale stesso, che finisce per credere a queste storie, cercando  di ritrovarle in se, in modo da avere una conferma per quello che sente di essere. E' stato solo il confronto tra gli stessi transessuali tra di loro che ha fatto emergere le loro vere storie ed i sentimenti che le accompagnano, che hanno, pur nella diversità, alcuni tratti comuni.

Lo stereotipo del transessuale, che ha fatto molte vittime sulla sua strada, si basa su idee speciste, come il fatto che si pensava dovesse essere assolutamente eterosessuale rispetto al genere di elezione.

La violenza che il nostro ordinamento esercita sulla persona transessuale è lampante se si pensa che questa deve accettare su di sé, sul proprio corpo, tutto l'iter di rettificazione che comprende interventi chirurgici di demolizione e ricostruzione, per ottenere il cambio anagrafico, senza il quale è difficile avere una vita serena.

Il cambio anagrafico è infatti fondamentale sia per quelle persone che non vorrebbero modificare il proprio corpo ma che sentono invece la necessità di un riconoscimento sociale del loro genere di elezione, sia per quelle persone che vogliano adeguare la propria immagine al loro sentire, senza però arrivare ad eseguire tutti gli interventi, che arrivano fino alla sterilizzazione.

Infatti, quello che sembra fondamentale per i  nostri giudici è che la persona transessuale sia resa incapace di procreare, attraverso l'intervento di isterectomia per i nati donna, attraverso la vaginoplastica per le nate uomini.

Come nel caso degli animali da reddito, questa violenza non ci accomuna ad altri paesi, dove, per ottenere il cambio anagrafico non è a volte richiesto nessun tipo di intervento.

In alcuni stati, infatti, basta la volontà di passare all'altro genere per avere il nome adeguato, mentre in altri sono richieste solo le cure ormonali.

L'Italia si distingue quindi per una certa rigidità, dove gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte, e dove le persone vengono distinte rigidamente in maschi e femmine, e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva.

Nel caso degli animali sono i veterinari che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente sullo sfondo.

Perchè nel nostro paese alberghi una tale arretratezza, che ingabbia i corpi in categorie fisse ed immutabili, è tema su cui riflettere.

Quello che è certo è che, come antispecisti, siamo chiamati ad una lotta di liberazione qui ed ora, perchè questo ordinamento smetta di fare vittime, smetta di causare tanto versamento di sangue di tantissimi animali, umani e non.

 

 

 

 

Pubblicato in Articoli
Venerdì, 13 Luglio 2012 09:59

Sacrifici ‘umani’ - da Femminismo a Sud

Ripubblichiamo questo interessante articolo da Femminismo a Sud sulla vicenda di Lennox

Sacrifici "umani"

Ieri, a Belfast, un cane è stato ucciso (n.b.: in inglese si dice “humanely destroyed”…vi viene in mente migliore ossimoro???).
La storia potete leggerla qui e anche qui.

Lennox ha pagato con la vita il suo essere ‘altro’ rispetto ad una norma di cui non sapeva né poteva nulla.
A nulla sono valsi gli appelli internazionali che chiedevano di poter salvare una vita incolpevole da una morte insensata e indegna. Trovate assurda l’ostinazione dei carnefici? E perchè mai?

Ieri non è stato ucciso “solo” un cane: ieri è stato compiuto un sacrificio, l’ennesimo, che a ben vedere si compie quotidianamente e in ogni parte del mondo: il sacrificio di tutt* coloro che vengono considerat*, in qualche modo e a totale discrezione di chi di volta in volta detiene il potere,  ’altri’, perciò “diversi”, “alieni”, “pericolosi”… da dominare e, se e quando ciò non sia possibile o auspicabile, eliminare.

Perché la norma, il patto sociale (come ha ben spiegato Luisa Muraro nell’ imperdibile “Dio è violent*”) prevede che il singolo rinunci alla forza – anche quella che sarebbe legittima e spesso necessaria – ma lo Stato, il Potere dai cittadin* “liberamente” delegato, chiamatelo come vi pare… a quella forza che oramai continuamente sfocia in violenza brutale (parliamo di quello che è successo ieri a Madrid?) non rinuncia per nulla, anzi.

Come non notare l’escalation di violenza benedetta da un potere intollerante, irrigidito e incancrenito che in ogni modo, e in maniera peraltro sempre più arrogante ed esplicita, cerca di espellerci tutt* catalogandoci come devianti, indesiderabili, pestilenza da cui mondarsi? Nessun* può essere tollerat*, costituirebbe un pericoloso precedente, potrebbe aprire una breccia in una supposta “normalità” tanto rassicurante quanto mortifera… no, il braccio violento della legge deve essere implacabile, granitico.

Ieri non è morto ‘solo’ un cane – con buona pace di tutt* coloro che al sentimento di dolore espresso da tant* per l’ingiustizia e la barbarie di quest’atto, rispondevano con i triti luoghi comuni del “ci sono cose più importanti”. Spiacente di contraddirvi affermando che questa è una delle tante cose importanti da non passare sotto silenzio (e noi abbiamo abbastanza mente e cuore per comprenderne molte, di queste brutture, direi perfino troppe).

Che lo si voglia capire (o ammettere), ieri si è compiuto l’ennesimo sacrificio simbolico dell’ ‘altro’. In nome dell’omologazione, della violenza arbitraria e brutale, dell’ottusità di un contratto sociale che reclama ormai a gran voce e continuamente il proprio pagamento in sangue. Ieri, oggi e domani, di sacrifici ne sono stati e saranno compiuti altri mille, e milioni di umani e non umani verranno torturati e giustiziati per un supposto “maggior bene” che non si sa più chi ha scelto, ma che viene difeso con strenuo e cieco accanimento da chi, arbitrariamente ormai, afferma di “rappresentarci”.

Gli occhi vanno tenuti aperti, spalancati: non si tratta mai SOLO…di un cane, di una donna, di un ‘altr*’.

‘Altr*’ lo siamo tutt*.
Addio, Lennox.

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Veicoli dello specismo nell’infanzia

di Eva Melodia
 

Se esiste una cosa certa,  in questa nostra complicata lotta, è che gli antispecisti non colonizzeranno il mondo riproducendosi.

Statisticamente infatti, i vegani-solo-vegani figliano poco, e meno che meno gli antispecisti i quali, pur non avendo necessariamente ambizioni estinzioniste, vivono una inibizione dettata forse dallo scoramento totale rispetto al sistema sociopolitico umano in cui si sentono calati, imbrigliati e nel quale sarebbero costretti a crescere i propri figli, percependo quindi la nascita non certo come un dono quanto come una condanna.

Chi, come me ad esempio, ritiene che l’empatia sia una potenzialità umana che (salvo metodica inibizione attraverso stratagemmi specisti) si manifesta spontaneamente nei bambini come negli adulti, verrà accompagnato dalla quasi certezza che il proprio figlio, cui non negherebbe mai la possibilità di esprimere e vivere la propria compassione verso gli individui “altri”, sarà per questo più probabilmente a sua volta (proprio come il genitore), un adulto sofferente, incapace di vivere serenamente in quel circondario doloroso che è l’inferno in terra per gli animali.

Non solo. E’ probabile che anche motivazioni di natura morale e politica condizionino questo ambiente nell’intenzione di avere figli, motivazioni che per la loro complessità e specificità, non verranno qui neppure menzionate.

Resta il fatto che toccare argomenti quali la maternità, la genitorialità, l’infanzia, quando affrontiamo la tematica genericamente chiamata specismo (1) non è affatto frequente e che ciò comporta il massimo dell’improvvisazione da parte dei pochi che per una ragione o per l’altra, si trovano a dover affrontare la vita accanto a cuccioli umani.

Per tale ragione cercherò di condividere la mia esperienza e ciò che da questa ho acquisito rispetto al mio tempo e luogo in questa terra, utile forse anche a chi questa esperienza non la affronterà mai.

 

Condivido in pieno l’idea per cui non è da adulti che si “diventa” specisti, ma al contrario da bambini, in quei primi anni della vita in vengono poste le basi del metodo attraverso cui instaurare relazioni con il proprio ambiente ed in particolare con “gli altri”, codificando ciò che è l’alterità stessa ed i comportamenti moralmente accettabili rispetto ad essa.

Eppure tutte (o quasi) le attenzioni e le azioni antispeciste in ambito educativo-culturale sono rivolte al mondo adulto (ovviamente più accessibile) così che i pochi pionieri di una esperienza genitoriale davvero antispecista si scoprono soli ed allo sbaraglio rispetto ai momenti più delicati dell’intera loro impronta educativa, ma sopratutto, che quella malattia sociale chiamata specismo, continui indisturbata a mettere radici molto profonde.

Sappiamo che prima dell’arrivo del bambino ci si può ampiamente dedicare all’approfondire l’accudimento in senso stretto ed in molti suoi aspetti. Esistono manuali di tutti i tipi, fino al ridicolo eppure, non esiste nulla di simile ad un prontuario che ci insegni a trasmettere la nostra empatia o meglio, quell’etica complessa da spiegare a parole che ispira la nostra intera esistenza, o che almeno ci metta al corrente di quali trappole comuni esistano capaci di intercettare genitori/genitrici e figli/figlie facendoli cadere nelle vie dello specismo senza che neppure se ne accorgano.

Se per un antispecista, sopratutto attivista, l’essere sospettoso e difensivo rispetto ai tanti simboli, abitudini, dogmi e obblighi legali può essere la via della salvezza che permette di riconoscere ii subdoli veicoli dello specismo, per tutti coloro che invece sono in quella fase etica in continuo divenire, dove si è presa una decisione forte rispetto al sé antispecista nel mondo, ma dove ancora non si sono elaborate tutte le tessere di cui questo mondo specista si compone, può essere davvero difficile proteggere il proprio figlio dalle ricette sviluppate appositamente per indurre all’accettazione della discriminazione di specie, ormai talmente consolidate nel tempo da risultare davvero efficienti ed efficaci.

La trasmissione dello specismo avviene per lo più per via diretta, attraverso la comunicazione con i genitori e l’ambiente familiare, di idee e teoremi specisti tramandati da persona a persona, spesso in maniera trasparente agli occhi del genitore stesso. Questo importante mezzo però, al giorno d’oggi è accompagnato dal supporto sociale che colma ogni eventuale lacuna e rafforza la propaganda politica (usando il semplice metodo del ripetere all’infinito la stessa falsità) grazie all’inserimento nella vita quotidiana di veicoli apparentemente innocui ed anzi benefici tra i quali giochi, libri, e ciò che viene identificato come cibo.

Le mie osservazioni si limitano a questo: un insieme di teorie derivanti da anni di attenzione prestata alla realtà che mi circonda e di esperienza personale, sulle quali ho consolidato le mie tesi. Non un testo scientifico quindi, ma considerazioni facilmente verificabili attraverso l’esperienza, perché fondati sulla mera osservazione di fenomeni costantemente presenti e sotto gli occhi di tutti.

Limitandomi all’osservazione di tre veicoli in particolare, cioè libri, cibo e giochi, sono consapevole di trascurare mezzi finemente sviluppati quali circhi con animali, sagre, zoo, et simili, espressioni di educazione aberrante e diretta, ignobili legittimazioni dello sfruttamento degli animali. Questi “spettacoli” spesso, vengono identificati come “per” bambini, elevati così ad occasioni ludiche sicure e non pericolose tanto da incoraggiare i genitori ad una accettazione indifferente, acritica e passiva. Mezzi dunque potenti, ma che, a differenza di quelli su cui punterò l’attenzione, sono esplosivi, usano sapientemente poche e topiche occasioni - i bambini non vanno al circo tutti i giorni - senza entrare mai realmente nella quotidianità.

Libri, cibo e giochi invece, sono ciò che i genitori accolgono nella vita dei loro bambini quotidianamente, negandosi il ruolo di filtro contro impurità ed informazioni da respingere con forza. Oggetti che diventano costanti accompagnatori gioiosi verso un mondo adulto che di gioia non ne esprimerà affatto, intriso e fondato com’è sul dominio in ogni sua forma, ed è per questo, che a parer mio vanno ancora di più denunciati, resi visibili, possibilmente fosforescenti rispetto al buio di consapevolezza in cui stiamo vivendo.

Sono inoltre conscia di come questi oggetti siano emblema della cultura consumistica occidentale del nuovo millennio e che per questo potrebbero essere considerati settari inducendo a dubitare che possano essere funzionali per una analisi davvero globale. Pur nei miei limiti conoscitivi però, sono certa che un mondo umano totalmente specista come questo sia reso possibile solo e necessariamente anche grazie all’uso di espedienti nell’infanzia e che dunque, anche le culture ancora libere da capitalismo e consumismo, avranno sviluppato strumenti dal potere ed intenzioni similari.

Premesso tutto questo, sono consapevole che ogni mia tesi presta il fianco alla negazione della sua valenza, attraverso l’osservazione di eccezioni e particolarità, proprio perché al contrario si fonda sulla generalizzazione, utile sopratutto ad avere un quadro di insieme.

Ogni obiezione quindi che un lettore o una lettrice volesse farmi, sarà la benvenuta, sopratutto se vorrà con me andare ancora più a fondo in quello che di fatto è solo per ora una occhiata veloce ad una macchina per la propaganda davvero gigantesca.

 

Attrazione fatale: i bambini e gli animali

E’ evidente che l’attrazione passionale dei cuccioli umani verso altri animali è ben poco (e poco onestamente) studiata e che al contempo è ben furbescamente sfruttata.

Quando pensiamo ai bambini piccoli, pensiamo infatti in primis ad un mondo fatto di copertine e peluches e giocattoli che quasi sempre evocano esplicitamente gli animali non umani.

Libri per bambini, illuminazioni, decorazioni, borse, giochi, tutto insomma nel merchandising del neonato prende in prestito l’immagine di un animale – plasmandolo certo, ma lasciando che rappresenti “altro” rispetto all’umanità che circonda il bambino – per veicolare ciò che gli pare: tenerezza, cura, sicurezza, ma anche e di più come vedremo, dominio e sfruttamento.

Se anche il consumo e la presenza smodati di questi oggetti dipende sicuramente dal delirante potere del marketing, di fatto non è un caso che siano quasi solo gli animali ad essere funzionali in tal senso.

A quanto pare infatti, per i bambini l’incanto per la diversità, per la comunicazione in diversi linguaggi, è immediato ed irresistibile, talmente allettante da rendere gli animali i più potenti simboli mediatici per i bambini più piccoli, come dimostra anche il successo di alcuni marchi come ad esempio Winnie The Pooh o Hallo Kitty, i quali ormai onnipresenti, vivono una vita propria accanto a noi.

 

Un autostrada chiamata “Genitori”

I bambini sono sensibili e fiduciosi e come tutti gli esseri intelligenti ricercano piacevolezza, armonia con chi li circonda, circostanze serene. La madre ed il padre (o chi ne fa le veci), che sono la primarie interfacce con il mondo nei primi anni di vita sono “indiscutibili”, essendo affidata sopratutto a tali figure ogni aspettativa di vita e di apprendimento di norme utili alla sopravvivenza.

Qualsiasi insegnamento specista quindi, che consciamente o inconsciamente provenga da un inoltro materno o paterno – la madre ed il padre ricevono dalla cultura del loro mondo ed inoltrano al figlio credendo di fare il suo massimo “bene” – sarà accettato dal bambino in maniera ovviamente acritica e depositato ad un livello di accettazione molto profondo, tale per cui il bambino fattosi adulto sarà molto più resistente alla tentazione di mettere in dubbio ciò che in un momento così delicato e di solito prezioso, ha ricevuto in “dono” da quelle che rimangono le figure più importanti della sua vita.

Sfruttando quindi l’autostrada che sono i genitori o le genitrici - o chi per loro abbia un ruolo di forte legame di cura parentale con il bambino -, i quali per primi risultano coinvolti in una eco passiva dei dogmi specisti, anche e spesso in caso di antispecismo dichiarato, ecco che i veicoli dello specismo trovano la via per raggiungere il bambino, mostrarsi ad esso come innocuità e normalità, sereno ordine delle cose, imprescindibile ed indiscutibile giustezza filtrata come meglio non si può, dalle creature preposte a proteggerci da ogni male: mamma e papà.

Ecco che i veicoli, percorrono sfrecciando l’autostrada, affrettandosi d’arrivare alla meta prima dello sviluppo di un senso critico ed indipendente da parte del nuovo nato, adempiendo anche grazie ad immagini e simboli, a compiti specifici.

 

Dalla cultura, il dogma

Il dogma specista non è certo una favoletta semplice nonostante la sua miserabile visione semplificata del mondo. Esso si fonda su altri dogmi per così dire minori, la cui assimilazione profonda richiede anni prima che possa indurre il pensiero critico a risposte appunto dogmatiche e quasi inconsce.

Tali dogmi minori vengono assimilati come conoscenza dell’esistente, del suo ordine e delle sue norme, identificate nel concetto di “natura” (2) grazie al quale il bambino impara le regole del gioco che si chiama vita - necessarie affinché prima o poi possa diventare un adulto indipendente - e sulle cui asserzioni impara a trarre conclusioni più o meno logiche:

 

- l’esistenza in natura dell’umano quale predatore.

- la necessità in natura per l’umano di dominare l’ambiente e le altre creature esistenti per preservare il proprio bene.

- l’esistenza in natura del dominio

- l’esistenza in natura della gerarchia morale e biologica “umano-sopra-altri animali”.

 

fornendo peraltro così, una immagine della natura quale entità statica, inviolabile, ma sopratutto determinata, che solo una umanità molto scaltra e potente può soggiogare.

Lo scopo della formazione culturale nei primi anni di vita quindi, è trasmettere queste informazioni in maniera comprensibile ed accettabile - saranno le fondamenta capaci di resistere allo spirito critico che eventualmente il bambino svilupperà negli anni seguenti - violando ogni potenziale resistenza.

 

Predatori culturali

Chi fa di questi temi un business lo sa benissimo: i bambini non sono così propensi ad accogliere queste lezioni di vita, avendo probabilmente un qualche “intuito” rispetto al proprio essere nel mondo e sopratutto provando quasi sempre quale primo istinto verso l’altro-da-sè (e altro-da-umano) interesse, spesso semplice bisogno di socialità.

Le resistenze quindi sono ovvie e le si osservano quando si volesse cercare di veicolare i messaggi specisti senza manipolarli finemente, con calma, rassicurando, mediando.

Non a caso, lo specismo nel suo brutale e poco patinato esercizio diretto che io riassumo nel concetto di “predazione culturale” - quindi lo sfruttamento, l’uccisione e il consumo di un individuo - è genericamente occultata al bambino piccolo, tanto quanto la meno criticabile “predazione naturale” - quella messa in atto da veri animali predatori - per non disarmonizzare il suo gentile ed ingenuo mondo con una immagine tanto terrificante e violenta dalla quale, senza una mediazione metodica da parte degli adulti, deriverebbe quasi sicuramente un profondo disagio.

Se prestiamo attenzione ai libri per bambini piccoli ad esempio, recanti un vasto panorama di specie animali, prevarrà la presenza di animali erbivori e miti ed in ogni caso, sarà molto raro vedere un animale predatore nutrirsi e tanto meno si vedrà mammina cara che spella il coniglietto.

Troveremo ad esempio l’ape intenta a pungolare i fiori, lo scoiattolo che mangia le noci, l’orso che mangia miele e di sicuro, non il serpente che mangia il topo. Se il serpente c’è, sarà fiabescamente intento a fare altro dal nutrirsi, pur di nascondere la predazione al bambino.

Possibile che nessuno si ponga la questione?

Certo, possibile, perché noi tutti sappiamo (e capiamo) che non c’è nulla di più assurdo del pensare ad un animale veramente predatore, come empatico verso le proprie prede, soggetto a rischio di shock di fronte al sangue o ai pianti della propria vittima. Eppure, è esattamente questo che cerchiamo (e purtroppo riusciamo) a dare a bere i bambini: li cresceremo convinti di essere dei predatori, li indurremo ad accettare questa falsa natura, li obbligheremo a reprimere quell’empatia che nega tutto questo (altrimenti perché nascondere la predazione?), costringendoli ad espedienti per violarla.

L’universo dell’infanzia è dunque un teatrino di falsità, non tanto per generare un dono incantato da offrire al bambino, quanto per condurre il bambino a quell’adultismo machista che in pochi, e per ora inutilmente, denunciamo. In esso non è né prevista né accettabile una empatia verso gli animali che vada oltre un po’ di affetto per l’individuo nonumano strumentalizzato alla voce animale “da qualche tipo di sfruttamento” (da compagnia, da soma, da traino, da caccia, etc..), pena il mandare in crisi l’intera baracca del dominio.

Eccoci dunque ad osservare come agiscano alcuni (una minima parte del problema) comuni veicoli usati durante l’infanzia.

 

Il Cibo

Arriva la pappa. Un momento di felicità assoluta se il bambino risponde con apprezzamento alle sollecitazioni genitoriali di aprire bocca e mandare giù. Un momento fondamentale perché dal momento in cui la nutrizione umana passa dal latte materno al cibo solido, avviene davvero l’affidamento totale e fiducioso da parte del bambino verso chi lo nutrirà. Se per il latte materno infatti il bambino ha l’istinto a guidarlo, per il cibo "altro" avrà (un variabile forse) l'“istinto” di scegliere da chi accogliere le offerte. Cercherà di imitare i genitori, di prendere il loro stesso cibo dagli stessi piatti e spesso rifiuterà cibo dagli sconosciuti, anche nel caso di riconoscimento del cibo stesso.

Nella cultura specista e delirante del nostro tempo, l’apoteosi dell’alimentazione amorevole è la carne. Caso vuole che i bambini fino a che sdentati, proprio non siano adatti a mangiarla, così che si vede ripetersi il rituale del parentado al completo elogiare una pappina inconsistente e sbrodolante, appellandosi ad essa come al “coniglietto”, alla “ciccia”, all’”agnellino”, che altro non é che non omogeneizzato di animali morti.

In casi più rari, l’autosvezzamento ad esempio porta le madri a premasticare pezzi di animali, sempre citando gli animali vivi rispetto ad irriconoscibili pezzi di corpi serviti al bambino.

Se proviamo a metterci nei panni del bambino, che fatica a quell’età a recepire anche la più semplice comparazione, sappiamo solo che accetterà l’informazione (cos’altro potrebbe fare?), si farà contagiare dalla “gioia”, imparerà almeno per il momento che coniglio è una scatoletta di vetro da cui fuoriesce qualcosa che si mangia e anche quel simpatico quadrupede stilizzato su una copertina che mammina ha usato proprio per stimolare la sfera affettiva.

Non è incompatibile per un cucciolo umano la coesistenza di un soggetto in due diverse forme (uno vivo e l’altro morto, uno soggetto e l’altro oggetto), tanto più che fuggirà il concetto stesso di “morte” ancora per molto tempo. La logica la deve ancora “apprendere” e prima di arrivare a criticare possibili non-sense, dovrà raggiungere una maturità tale da avere già assimilato la maggior parte dei comportamenti come abitudini e dei dogmi, come tali.

Nessuno, in una famiglia normalmente specista, stimola i bambini a riflettere su vita e morte in maniera analitica e razionale. I bambini vengono allontanati dalla morte o abituati ad essa come dato di fatto da considerare il meno possibile e quasi sempre connotata di fatalità.

Un tempo, se ci pensiamo, questo avveniva anche per la trasmissione culturale della nozione di “guerra”. La guerra “veniva”, ciclicamente, periodicamente, come qualsiasi cataclisma. Lo sviluppo di una mente sociale critica rispetto a questo dogma è recentissimo e sicuramente non ancora globale.

Allo stesso modo lo è l’animale morto da mangiare. E’ così, e basta. Ciò avviene e basta. Se il bambino muovesse delle domande, le risposte sarebbero improbabili e spesso illogiche, legate a nozioni false sulla “predazione naturale” che solo un adulto ben armato di argomenti sulla “predazione culturale” saprebbe contestare.

Per anni quindi, il bambino si trascinerà nel tran tran di tutti quei rituali dove, per di più, il mangiare animali sarà esasperato proprio durante occasioni di festa e gioia, così che l’atto del nutrirsi di animali sia legato anche ai migliori ricordi o sensazioni di festeggiamento familiare.

Dunque, per pura necessità di conservazione la relazione tra i genitori, il cibo, e il bambino, è fortissima e poco razionale. Le istruzioni date dai genitori su cosa mangiare, sono la bibbia della sopravvivenza, non semplici informazioni su cui fare grandi ragionamenti o su cui elaborare serenamente dubbi. Se a questo aggiungiamo la capacità di fare del corpo di animali morti cibo “buono” e che diventa costume sociale, finanche stile di vita, ecco che riconosciamo una botte di ferro in cui lo specismo cresce crasso.

 

I Libri

I libri per bambini sono un perfetto strumento per la moderna trasmissione specista. Con l’allegoria e l’uso puntuale di poche parole, aiutano a creare i primi approcci del bambino al pensiero adulto, a quel pensiero che fa del bambino sognatore ed empatico un adulto intriso di cinismo, competizione, determinazione al dominio.

Prendiamo allora dei libri per lattanti - fino a 3-4 anni - e osserviamo il susseguirsi di titoli specisti. La prima cosa che questi devono insegnare ai bambini è che esiste una classificazione dei viventi che ne definisce la posizione e il dovere esistenziale, sia essa fisica - cioè dove devono stare - sia essa comportamentale - cioè cosa devono fare, perché tutto sia a norma e regola sfruttando il bisogno dei bambini di classificare ed ordinare, avere punti di riferimento fissi ed inviolabili (norme e regole) che trasmettano loro sicurezza.

Gli animali secondo questa letteratura sono “determinati” al ruolo che viene loro attribuito e il bambino lo prende ovviamente per vero, affidandosi come sempre ai genitori per scoprire ciò che è meglio e utile sapere.

Esistono quindi gli animali del circo, gli animali della fattoria, gli animali della Savana. (3)

Si sprecano i titoli che inizino gli infanti a questa logica del dominio, dove il dominio è andato talmente oltre la possibilità dell’animale di ribellarsi, che non richiede più alcuno sforzo per essere esercitato: è così e basta. Chi riesce a negare che il maiale è un animale da allevamento o della fattoria? Chi ha mai più visto un maiale fuori da un simile contesto? Chi dovrebbe mai fare il minimo sforzo per mettere forzosamente il maiale dentro uno di questi contesti? Nessuno, perché il maiale nasce direttamente dentro alla fattoria o all’allevamento, gli appartiene indiscutibilmente, irrevocabilmente. E’ così e basta.

Alcuni esempi quali Il Trenino della Fattoria, Celestino va al Circo, Un cucciolo tutto per me ci spiegano come il maiale appartiene alla fattoria, l’elefante appartiene alla savana o al circo, il cucciolo ad un proprietario.

In questi pochi testi (scelti a caso tra una miriade) si potrebbero denunciare molti stratagemmi utili a veicolare il messaggio specista, ma possiamo concentrarci ad esempio, ed anche solo a partire dal titolo, sul come il messaggio dell’appartenenza sia fondamentale tanto come iniziatico al possesso di individui, tanto come ad una forma di teoria degli insiemi sociali. Infine, e sempre solo dal titolo, come sia implicita la pre-destinazione d’uso dell’animale, e come tutto ciò rappresenti appieno la presunta felicità del mondo intero, animali compresi.

Ai genitori ed alle genitrici volenterosi, l’onere di intercettare i milioni di giochi di parole, falsità, mistificazioni che vengono così propinate ai futuri adulti, diventando forse sospettosi, ma anche decisamente difensivi rispetto al benessere empatico dei propri bambini.

Torniamo un attimo alla trattazione della predazione nei libri. A differenza dei giocattoli infatti, i libri si tradiscono raccontando interamente le eventuali balle che vogliono trasmettere.

Quando un libro si cimenta con l’animalità selvatica o selvaggia ad esempio, possiamo osservare come in realtà nasconda completamente l’unico aspetto che davvero fa la differenza tra la vita domestica ed una naturale quando l’animale in questione è un predatore e cioè la predazione.

Il perché è semplice: il bambino potrebbe provare empatia per il predato e rimanere ferito o scioccato. Come a dire che l’empatia non deve essere messa alla prova. Non è ancora il momento, è meglio che essa non venga stimolata o lasciata libera di esprimersi senza essere finemente indirizzata su un percorso di anestetizzazione.

Volendo proprio essere specisti ma coerenti, si dovrebbe educare da subito i bambini alla predazione - come si è in effetti fatto per millenni e come in effetti fanno i veri predatori con i loro cuccioli.

Che dite? Ci accorgeremmo forse così, di come l’empatia spezzata presto e violentemente ( invece che tardivamente e con la cura di indirizzarne le capacità selettive, come usa da qualche decennio), darebbe i suoi coerenti frutti, e cioè una società fatta di adulti sempre meno ricettivi della sofferenza altrui, ancora più competitivi e conflittuali, tanto abituati ad ingoiare crudezza fin dagli albori della loro infanzia, da essere più costruttori di Far West che “costruttori di pace”?

La verità, è che nel caso di intenzioni serie ad essere sinceri con i propri figli insistendo sul valore e veridicità dei dogmi specisti, spiegare le dinamiche vere della predazione in un tempo precoce dello sviluppo del bambini, comporterebbe l’assumersi il rischio che costoro arrivino precocemente e con tutta l’empatia potenziale “carica” all’atroce dubbio per cui il coniglio fornitogli nel piatto non sia affatto un caso di omonimia tra l’amico quadrupede e il vasetto della Plasmon, bensì più drammaticamente l’amico quadrupede ucciso, e dovendosene per forza fare una ragione, sviluppare le risposte necessarie in termini di cinismo ed insensibilità.

Invece, proprio l’evoluzione della “civilizzazione” ha cominciato ad allargare le maglie nell’accettazione sociale dell’empatia, e forse, proprio a partire da una maggiore cura ed attenzione nei confronti delle esigenze infantili.

Riconoscendo il diritto ad un pochino più di pace nei primi anni della vita, ciò ha dato il via alla possibilità per il bambino di non essere totalmente violato brutalmente nella propria empatia appena messosi seduto.

Volendo e dovendo però educare lo stesso alla predazione che posso tranquillamente ridicolizzare come “di stampo specista”, affinché nulla cambi in quello che è il modello universalmente accettato tra dominanti e dominati, è necessario per la trasmissione culturale fornirsi di strumenti (tanto di stratagemmi comunicativi quanto di vere e proprie falsità) che ne facilitino l’accettazione percorrendo un iter sostanzialmente diviso in tre fasi.

 

- Una prima fase dove il bambino è molto piccolo e durante la quale, lentamente, ma inesorabilmente, gli animali vengono introdotti quali soggetti-oggetti pre-destinati ad esistere per un interesse umano, ovviamente in un quadro più che gioioso e felice per tutti.

- Una seconda fase poi, dedicata ai bambini non più lattanti, utile ad indurli al credere in una “natura”  brutale. Se la natura stessa è brutale, significa che la brutalità appartiene alla vita, accettarla ed esercitarla diventa quindi non solo un dovere di natura, ma anche un rituale per esorcizzarne il terrore.

Ricordiamo tutti i documentari sui leoni, quelli che ci sciorinavano all’età delle elementari circa e che raggiungevano il loro apice nella predazione della povera gazzella. Mai un documentario sul coniglio e sulla sua infinita dedizione a mangiar carote. Gli stessi espedienti tutt’ora spopolano nei materiali educativi più o meno progressisti e / o ecologisti per i bambini di oggi.

Da questa fase deve uscire un bambino convinto al di là di ogni ragionevole dubbio, che in fondo in fondo esiste un solo possibile destino per tutti gli animali viventi: l’orrido destino di finire preda di altri animali, salvo essere umani, cioè così furbi (superiori) da tirarsene fuori attraverso quello che viene spacciato per progresso (o civiltà) e che invece è misero dominio specista.

- Infine, ancora più avanti nel tempo dell’infanzia, subentrerà anche l’insegnamento scolatico con i suoi vari livelli e le sue pseudoscientifiche informazioni sul dominio umano della natura, inteso come l’evoluzione dell’umano, traslato da predatore maximo a dominatore supremo (proprio e guarda il caso), in un tempo davvero delicato per lo sviluppo dell’identità sessuale (3).

 

Disgregare tutta questa infinità di assunti e falsità non è facile. Servono argomenti, specializzati ed affinati per i contesti in cui vengono affrontati, serve essere preparati, perché al nostro cospetto abbiamo una formazione dottrinale quasi perfetta.
 

I Giocattoli e le favole

Altri efficaci veicoli aiutano il bambino ad abituarsi ai comportamenti sociali spacciati per predazione naturale, perfetti esercizi di dominio specista.

I giocattoli per i più piccoli, esattamente come i libri, raccontano gli animali nella loro accezione docile, rassicurante. Rari ad esempio sono i peluches di predatori, ma anche fossero, certo non vengono raccontati dalle fattezze, come tali.

Il gioco, potentissimo, veicola molti messaggi: il dominio dell’uomo sulla donna, il dominio del regnante sui sudditi (principesse, principi, etc), il tutto inoculato con il prezioso supporto di simpatiche favole.

Il gioco è davvero strategico quale veicolo e spalancandone le porte o guardandolo attentamente, è addirittura scontato trovare le più palesi intersezioni (peggio, interdipendenze) tra il dominio della donna e il dominio degli animali, grazie alle quali non ci resterebbe altro da fare che capire se è nato prima l’uovo o la gallina. Proprio perché così prezioso in tal senso, mi riprometto di entrare maggiormente nel fine dettaglio con una analisi interamente dedicata ad esso, limitandomi per ora al sottolineare alcune evidenze.

Brevemente dunque, ripensiamo le favole che impregnate di dominio in ogni parola, aprono al bambino il mondo della gerarchia, della piramide sociale, della fortuna da inseguire - intesa come esplosione di ricchezza dentro ad un mondo naturale fatto di povertà e miseria - il tutto con la costante presenza, quale condizione necessaria, delle nozioni speciste sulla natura (e sull’ordine naturale delle cose e sull’”umano predatore naturale”), così capaci di raccontare come naturale (quindi da accettare) anche la predazione sociale: un universo intero fatto di predazione in cui se non predi sei preda, se non predi sei stupido e devi avere paura.

Giocare per apprendere è ciò che fanno tutti i bambini; presto avranno una fattoria (perché stare senza?) in cui il rituale di dominio su dove mettere e quando gli animali verrà ripetuto all’infinito. Sarà dunque normale per il bambino comportarsi come un fattore e decidere del destino degli animali, accettando così l’esistenza delle fattorie e degli allevamenti come un buon dato di fatto, la cui parte oscena e traumatica rimarrà ben ben celata: non si vedranno, né si parlerà di, mattatoi ancora per un bel po’.

Le oscenità infinite di questo sistema, resteranno nascoste fino a che il lavorio cesellante dello specismo stesso così trasmesso, non avrà compiuto la sua opera avendo accompagnato il bambino fino all’età dell’autodeterminazione ed indipendenza, nella quale i convincimenti specisti saranno allora già così forti ed assodati, da creare le giustificazioni necessarie a sedare qualsiasi istanza critica ed autocritica.

Forte delle resistenze emozionali che impediranno di mettere in discussione facilmente quanto insegnato dagli amati genitori, tutta la struttura conoscitiva unita alla vita vissuta dentro il sistema stesso - e grazie all’aiuto di pochi altri stratagemmi mediatici utili alla sedazione delle tensioni sociali ed emotive -, sarà così ben organizzato da resistere ad ogni eventuale tentativo di decostruzione da parte qualsiasi buona analisi morale o etica.

P.S.: Mentre cercavo una immagine da associare a questo mio articolo per la pubblicazione, sono incappata quasi immediatamente in questo perfetto esempio di gioco-veicolo specista dal titolo “Animali per bambini” che vi invito ad osservare in un articolo di presentazione: “Animali per Bambini”, un’app pensata per i più piccoli.
 

Conclusione

E’ quindi possibile che la rivoluzione cominci dall’inizio della vita umana, non intesa come inizio storico, bensì come infanzia, durante la quale si possono inniettare gli anticorpi dello specismo lasciando semplicemente che l’empatia sia e indebolendo tutti quei costruitti che come martelli pneumatici devastano le resistenze dei bambini.

Resta il fatto che per ora l’infanzia dell’umanità è letteralmente pilotata dallo specismo ed il sistema è infinitamente più forte di noi pochi oppositori, cosa con cui dobbiamo fare i conti.

Possiamo quindi pensare a come - cosa, quando, chi, perché - potenziare la nostra influenza in quella fase della vita degli umani (l’infanzia), consapevoli di quanta forza specista provenga proprio da lì, da quel momento, e nell’attesa che la resistenza e gli anticorpi crescano come sta già accadendo, smettere di lamentarci dell’incomprensibile (non più così incomprensibile!) e smisurata ostinazione specista, concentrando tutte le forze rimanenti contro i pochi altri paletti sociali, politici, economici e culturali che aiutano un adulto (o una moltitudine) specista a reprimere e rinnegare la propria vocazione empatica, a nascondere di sé il bambino.

 

(1) Il termine specismo e le sue vaste implicazioni possono essere approfondite a cominciare da autori come Peter Singer con il suo Liberazione Animale e Tom Regan. In linea di massima è bene specificare l’uso che ne faccio in questo testo, riferendomi a specismo sia quale discriminazione sulla base di connotazioni biologiche genericamente riferite alla “specie biologica”, ma anche quale discriminazione di un generico individuo “altro” (del visibilmente diverso) o più precisamente, della discriminazione fondata sull’animalizzazione politica di individui senzienti.

 

(2) Un interessante testo in proposito cui rimando è Per farla finita con l'idea di Natura - di Yves Bonnardel

 

(3) L’interazione tra educazione specista e sviluppo dell’identità sessuale è tematica spinosa e sensibile, motivo per cui, in questo testo è solo accennata.

 

 

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Sabato, 30 Giugno 2012 10:19

L'Italia DEVE vincere.

L’Italia DEVE vincere.


Dopo avere vinto la partita contro la Germania, l’Italia (che per noi non è altro che l’insieme di persone che vivono nel raggio di uno stivale di terra, condividendo una storia, una cultura, un immaginario e quindi capaci di comprendersi ed organizzarsi) deve guardare avanti e pensare alla finale.
Questo, non solo per vincere un campionato calcistico di cui francamente ci interessa poco (e sul quale sorvoliamo nel criticare molti aspetti), ma sopratutto per realizzare profondamente come le nazioni non siano più così distanti e come la politica non sia più al di là del potere delle persone.
Giovedì sera la nazionale italiana indossava la fascia nera del lutto, simbolo umano, che posto davanti alle telecamere di centinaia di stati può esercitare una pressione politica, dire qualcosa di forte, puntare l’attenzione su accadimenti e questioni.
L’indossavano a memoria dell’ennesimo militare morto in Afghanistan, usando quella retorica dell’eroe caduto, che purtroppo non giudica affatto l’ingiustizia che è la guerra, né i morti che causa, ma ricorda il dolore di una morte come fosse più dolorosa delle miriadi di altre morti che sono la guerra stessa: morti, su morti, che hanno ucciso prima di morire, così che sia chi ha più paura di morire, chi non ce la fa più, a perdere ed a lasciarsi dominare.
L’Italia allora deve vincere, reggendosi bene sulle gambe della propria storia e dello sviluppo di idee e prassi nate nell’Europa di cui fa parte, sfidando la stasi di politiche retrograde, gli interessi delle lobby, sputando in faccia alle oppressioni ed ai loro mandanti.
Sappiamo (ci dicono) che le leghe calcistiche ed affini, pur muovendo miriadi di soldi, tendono a mostrare disinteresse verso la politica e la situazione sociale dei luoghi in cui si spostano: questo è falso. Questo è il trucco con cui i poteri forti di questo particolare ambito - perfettamente integrati a tutti gli altri poteri forti che dominano il mondo - convincono le persone a credere che ci siano contesti in cui la politica non c’entra e non deve centrare nulla, come ad esempio lo sport, così che tutti si arrendano all’idea che siano altri i luoghi e le circostanze in cui esercitare eventualmente il proprio dissenso rispetto a ciò che accade.
I soldi spostati come in una partita di Risiko dalla sede di un campionato ad un altro, invece, SONO politica. Sono la differenza tra la vita e la morte per moltissime persone, sono la condanna a morte per migliaia di animali, sono la condanna alla prostituzione per migliaia di donne, sono il lavoro che arriva garantendo o togliendo diritti, sono inquinamento, sono soldi tolti alla cura di bambini malati di tumore, sono tutto ciò che è politica e sempre, da che mondo esiste, essi serviranno a comprare politiche oppressive se non vengono controllati e pilotati da un potere sociopolitico consapevole.
Questa è la magia: fare credere che si tratta solo di un gioco, così che i soldi siano spostati senza consapevolezza politica dei cittadini, senza il loro controllo, senza un vero esercizio del loro potere.
La finale allora, sarà una occasione per chiedere di fare indossare la fascia nera ai giocatori italiani - come già chiesto a gran voce - questa volta per le migliaia di ingiuste morti causate tra gli animali legittimamente nati su questa terra ed invece spazzati via per la barbarie dell’idea di poter disporre della - fin anche schifare la - loro vita, perché oscena rispetto ai brillantini mediatici che circondano il “giuoco del calcio”, le sue starlette ed i suoi campioni da schiuma da barba.
Quelle decine di migliaia di morti nonumani circondano gli stadi ed aspettano l’unica giustizia possibile: il riconoscimento (ed una ferma condanna politica) dell’abominio che è stata questa strage messa in atto nel nome di uno spettacolo che doveva alzare il sipario. E insieme a quei morti, circondano gli stadi le ombre dei bambini mendicanti, dei clochard, delle prostitute scacciate dai quartieri-vetrina dell’ucraina “mondiale”. Scacciati – loro – e sterminati – i cani – non perché gli ucraini siano peggio di altri: non abbiamo – noi – nessuna superiorità morale da mettere in campo: quando arrivano le olimpiadi, i mondiali, il Papa, ripulire i centri delle città è una priorità indiscussa anche dalle nostre parti.
Auspichiamo che l’Italia faccia allora il suo percorso e vinca nell’emancipazione da ogni forma di oppressione, attiva o passiva, interna ed esterna e che sappia rivendicarne il valore con la stessa fierezza con cui si vanta di avere battuto la Germania della Merkel.

Auspichiamo che cominci a farlo a partire dalla finale Italia - Spagna attraverso i giocatori Buffon, De Sanctis, Sirigu, Abate, Balzaretti, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Maggio, Obinze Ogbonna, De Rossi, Diamanti, Giaccherini, Marchisio, Montolivo, Motta, Nocerino, Pirlo, Balotelli, Borini, Cassano, Di Natale, Giovinco, chiamati in causa uno a uno e che tutti loro vogliano vincere non solo una partita, ma anche ribellarsi alla barbarie affinché tutta l’umanità possa liberarsi dagli abomini che ha dapprima creato, poi giustificato ed infine condannato.
Auspichiamo che tutta le persone facciano sentire la loro voce chiara nel sostenere l’iniziativa, in ogni modo possibile (boicottando o al contrario rendendo evidente la propria partecipazione critica ed indossando una qualche forma di lutto) e che questo diventi un grido di libertà per tutte le donne ignorate che ora protestano fuori dagli stadi, per tutti gli animali ormai silenti, per tutte le persone tradite nel sogno di poter esistere in pace e senza paura.

E ora...che l’Italia VINCA.

 



Riceviamo e inoltriamo l'iniziativa "UNA FINALE IN LUTTO"

La finale Italia - Spagna è una occasione per esprimere tutto il proprio orrore rispetto al trattamento riservato ai randagi (sterminati!), alle donne (ancora più sfruttate!), ai miserabili (nascosti dalla visibilità mediatica!) che puntualmente le nazioni ospitanti event...i internazionali, mettono in atto per rifarsi il trucco e che questa volta, così drammaticamente è costata la vita a 30000 tra cani e gatti per le politiche scellerate dell’Ukraina.

Per questa ragione chiediamo alla nazionale Italiana di indossare il lutto calcistico ed aderiamo all’iniziativa di indossarlo a nostra volta per ricordare l’insulsa ingiustizia e l’inaccettabile sofferenza che questa partita è costata.
Domenica 1/07/2012 TUTTI IN LUTTO.
Esibite drappi, fasce, candele, appendete lenzuola nere, o tutto quello che può essere spressione di lutto per l'intera giornata e, se potete, usate l'immagine allegata nei vostri siti e blog per porli in lutto.
 

Logo dell'iniziativa UNA FINALE IN LUTTO 
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