da: informa-azione.info
Riceviamo e diffondiamo un comunicato di Davide, uno dei 6 compagni recentemente condannati per gli scontri del 15 ottobre 2011, che in seguito alla sentenza ha deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete a oltranza.


COMUNICATO DI DAVIDE ROSCI


Quando sono stato arrestato il 20 aprile scorso, dissi che ero sereno; ciò che mi portava ad esserlo era la fiducia che riponevo nella giustizia, la consapevolezza che gli inquirenti non avessero in mano niente di compromettente e la percezione che, nonostante il grande clamore creato ad hoc dai mass-media, il processo fosse equo ed imparziale, così come previsto dalla legge.
Mi sbagliavo! Ieri ho visto la vera faccia della giustizia italiana, quella manipolata dai poteri forti dello stato, quella che si potrebbe tranquillamente definire sommaria. Una giustizia che mi condanna a pene pesantissime, leggete bene, solo per esser stato fotografato nei pressi dei luoghi dove avvenivano gli scontri. Avete capito bene, ieri sono stato punito non perché immortalato nel compiere atti di violenza o per aver fatto qualcosa vietato dalla legge, ma per il semplice fatto che io fossi presente vicino al blindato che prende fuoco.
Non tiro una pietra, non rompo nulla, non mi scaglio contro niente di niente. Mi limito a guardare il mezzo in fiamme in alcune scene, e in un’altre ridere di spalle al suddetto.
Tali “pericolosi” atteggiamenti, mi hanno dapprima fatto guadagnare gli arresti domiciliari (8 mesi) ed ora anche una condanna (6 anni) che definirla sproporzionata sarebbe un eufemismo.
Permettetemi allora di dire che la giustizia fa schifo, così come fa schifo questo “sistema” che, a distanza di anni e anni, dopo una lotta di liberazione, concede ancora la possibilità ai giudici di condannare gente utilizzando leggi fasciste. Si, devastazione e saccheggio è una legge di matrice fascista introdotta dal codice Rocco nel 1930, che viene sempre più spesso riesumata per punire dissidenti e oppositori politici solo perché ritenuti scomodi e quindi da annientare.
Basta! Non chiedetemi di starmi zitto e accettare in silenzio tutto ciò, consentitemi di sfogarmi contro questo sistema marcio, che adotta la mano pesante contro noi poveri cristi e che invece chiude gli occhi dinanzi a fatti ben più gravi come il massacro della Diaz a Genova e i vari omicidi compiuti dalle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi come Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri ancora.
Non posso accettarlo! Grido con tutta la voce che ho in corpo la mia rabbia a questo nuovo regime fascista che mi condanna ora a Roma per aver osservato un blindato andare in fiamme e che ora mi accusa di associazione a delinquere a Teramo, solo per non aver mai piegato la testa.
Non mi resta altro che percorrere la via più estrema per far sì che nessun’altro subisca quello che ho dovuto subire io e pertanto così come fece Antonio Gramsci, durante la prigionia fascista, anche io resisterò fino allo stremo per chiedere l’abolizione della legge di devastazione e saccheggio, la revisione del codice Rocco e che questo sistema repressivo venga arginato.
Comunico pertanto che da oggi intraprenderò lo sciopero della fame e della sete ad oltranza fino a quando non si scorgerà un po’ di luce in fondo a questo tunnel eretto e protetto dai soliti noti.
Concludo nel ringraziare i miei fratelli Antifascisti, gli splendidi ragazzi della Est, i firmatari del Comitato Civile, i tantissimi che mi hanno dimostrato solidarietà in questi mesi e soprattutto quanti appoggeranno questa battaglia.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere!

Rosci Davide

roma1510
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Alexis (Alexandros Andreas) Grigoropulos (1993-2008) – ucciso dalla polizia in Grecia – La WPA – World Pig Association lo commemora condannando lo specismo linguistico

“Oggi è il quarto anniversario dell’assassinio del giovanissimo Alexis Grigoropoulos, ucciso a sangue freddo da un agente dei “reparti speciali” della polizia greca ad Atene, il 6 dicembre 2008.

 A nome dei suini di tutto il mondo vogliamo esprimere, anche a quattro anni di distanza, tutto il nostro dolore per la morte di Alexis. Neanche noi abbiamo scordato. Neanche noi abbiamo perdonato. Come potremmo?  Noialtri maiali, fin da piccolissimi, subiamo normalmente una morte atroce nella massima indifferenza generale.  Anche per questo, non comprendiamo perché un diffusissimo slogan, che dalla Grecia si è sparso in tutto il mondo dopo il feroce assassinio di Alexis, ci accomuni alla polizia.

ΜΠΑΤΣΟΙ ΓΟΥΡΟΥΝΙΑ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Cioè: Sbirri maiali assassini. Completamente d’accordo per gli assassini, ma noi maiali che c’entriamo?  A quanto ci risulta, coi poliziotti (greci e degli altri paesi) nessuno compie opere di macellazione e di trasformazione in bistecche e salumi. Sono casomai costoro che si occupano, da sempre e come loro compito “istituzionale”, di macellare gente inerme. Non per niente, a Genova nel 2001 si è parlato di “macelleria messicana”.  Noialtri suini siamo vittime quotidiane della violenza gratuita degli esseri umani, e troviamo quindi profondamente ingiusto essere accostati, sia pure in uno slogan che contiene una verità, alla Polizia e ai suoi sbirri. Né greci, né di qualsiasi altro paese. Specialmente in questo periodo dell’anno, in cui tradizionalmente siamo scannati a milioni, nel partecipare con rabbia e solidarietà al dolore e al ricordo per l’assassinio di un ragazzo di quindici anni, ribadiamo la nostra volontà di non essere più nominati assieme ai poliziotti. Noialtri maiali non siamo assassini, anche se agli umani piace parecchio ammazzarsi ingozzandosi a dismisura delle nostre carni. Sarebbe sufficiente, nello slogan di cui sopra, sostituire alla parola “maiali” ciò che invece sono effettivamente i poliziotti greci: fascisti. Poiché oramai il partito neonazista di Alba Dorata è una vera e propria succursale della Polizia (o meglio: la Polizia greca sta diventando una succursale di Alba Dorata), basterebbe gridare: ΜΠΑΤΣΟΙ ΦΑΣΙΣΤΕΣ ΔΟΛΟΦΟΝΟΙ. Sbirri fascisti assassini. E’ ciò che sono: fascisti e assassini. In Grecia come altrove.

Confidiamo che questa nostra richiesta, a nome dei pacifici maiali di tutto il mondo, verrà accolta. Non ci possono piacere i massacri di qualsiasi essere vivente, e massimamente quelli perpetrati dagli Stati e dai loro bracci armati.

 Ancora con un ricordo commosso di Alexis.”

 La World Pig Association / Associazione Mondiale dei Suini

fonte

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Christopher Chiesa: arrestato durante gli scontri del 14 novembre scrive una lettera al padre

fonte: www.huffingtonpost.it
Christopher Chiesa, il giovane 21enne arrestato durante gli scontri del 14 novembre a Roma, dopo settimane di silenzio ha deciso di scrivere una lettera - che l'Huffington Post ha ricevuto - nel "tentativo di spezzare questo vortice intorno alla mia persona". Un gorgo messo in moto da suo padre, Giorgio Chiesa, ristoratore di Cuneo che dopo la notizia dell'arresto del figlio si è speso, fra interviste ai giornali e comparse nei salotti della tv, per ribadire che suo figlio "dovevano tenerlo dentro più a lungo, senza una punizione gli togliamo persino il senso di colpa. Studia Scienze politiche alla Sapienza, mi contesta, fa il comunista ma poi a Roma ha casa, a mie spese, a Monte Mario, mica a Centocelle. Temo che lì ci siano cellule combattenti. Questi ragazzi sono plagiati...".

Mi chiamo Christopher Chiesa, ma ormai lo sapete tutti, ho vent'anni e sono diventato “famoso”. Sono uno degli otto studenti arrestati a Roma durante le violente cariche della polizia al corteo studentesco del 14 Novembre e sono indagato per resistenza. Ma non sono diventato “famoso” per questo.

Peso 58 chili ma secondo i verbali di polizia prima di essere bloccato sarei riuscito a tenere testa da solo a quattro agenti. I filmati pubblici del mio arresto raccontano un’altra storia. Ma non sono diventato “famoso” nemmeno per questo.

Insieme a migliaia di studenti come me ho deciso di manifestare quel giorno perché credo che il futuro possa ancora essere scritto. Perché credo che i tagli alla scuola, all'università e allo stato sociale siano la scelta cieca di un paese che tutela solo gli interessi di pochi. Siamo scesi in piazza perché volevamo gridare la nostra rabbia proprio dove si prendono queste decisioni ma non ce lo hanno fatto fare.

Non sono diventato “famoso” nemmeno per queste idee anche se le condivido come gran parte della mia generazione.

Il motivo per cui sono diventato “famoso” è perchè mio padre sta rilasciando dichiarazioni deliranti su di me e il mio comportamento. Ha detto che sarei dovuto rimanere in prigione perché ho picchiato degli agenti di polizia. Ma lui quel giorno in piazza non c'era.

Lui oggi si permette di parlare di educazione, di violenza e non violenza. Lui che quando da bambino andavo a trovarlo a Cuneo mi faceva passare le giornate da solo in casa. Lui che poi mi riempiva di minacce e di insulti per me, mia madre e tutta la mia famiglia. Lui da cui ho subito per anni violenze fisiche e verbali, ancora ricordo il dolore della sua cintura ogni volta che facevo qualcosa che lui riteneva sbagliato. Lui che mostrava sempre con vanto la sua pistola perennemente portata alla caviglia.

Nonostante tutto questo io ho scelto di far valere le mie idee con forza avendo sempre in odio la violenza.

Mi padre dice che sono un terrorista, un bamboccione viziato perché paga i 650 euro di affitto per il monolocale in cui abito. È semplicemente il contributo dovuto alle spese per il mio mantenimento. Tra l’altro mia madre è cassaintegrata e ha a carico altri due figli di dieci e dodici anni e questi sono stati anni molto difficili per noi dal punto di vista economico. Ma nel ristorante di lusso di mio padre un primo piatto costa dai 35 euro in su, e il suo contributo per l'affitto è solo il conto medio di un tavolo di quattro persone. In un ristorante del genere io non potrei mai permettermi di mangiare.

Dice che era preoccupato per me e che mi aspettava fuori dalla questura il giorno in cui sono stato rilasciato. Sarà per questo che quando ero ancora in prigione mi ha lasciato un messaggio su Facebook che iniziava così: “Sei un pezzo di merda”. Negli stessi giorni minacciava mia madre per telefono farneticando che sarebbe venuto a Roma per fare del male a lei, a mio nonno e tutta la mia famiglia. Studio scienze politiche e non pedagogia ma mi riesce difficile capire quale metodo pedagogico ci possa essere nei suoi comportamenti.

Quello che so è che oggi devo andare in questura tre volte al giorno a firmare un registro. Ho così praticamente perso il mio lavoro da giardiniere perché non ho il tempo di lavorare tra una firma e l'altra e anche le lezioni all'università sono quasi impossibili da seguire. Eppure io non ho fatto nulla di quello di cui sono accusato.

Avevo deciso di sottrarmi al ricatto di mettere la mia vita privata in piazza per controbattere ad accuse fin troppo pretestuose. Ciò che mi ha spinto a scrivere oggi, rendendo pubblici fatti del tutto privati della mia vita, è il tentativo di spezzare questo vortice intorno alla mia persona. Sembra che un inedito format televisivo con al centro le mie “beghe di famiglia” abbia risucchiato e cancellato le ragioni della protesta studentesca, la violenza della polizia e perfino il merito della mia vicenda giudiziaria.

Non so perché mio padre stia saltellando come una soubrette in ogni trasmissione televisiva in cui viene chiamato. Forse per il suo bisogno ossessivo di essere sempre al centro dell’attenzione, forse per altri problemi di equilibrio psicologico molto più complessi oppure, come dice qualche mio amico, solo per fare pubblicità al suo ristorante in crisi.

Una crisi che morde tutti, nuove e vecchie generazioni e che non può essere superata solo guardando ai propri interessi personali. Cari genitori, la politica è assente e noi studenti siamo gli unici oggi a voler guardare lontano. Il futuro che vediamo è un buco nero per noi, ma anche per voi. Fidatevi del nostro sguardo e accompagnateci in piazza a manifestare insieme. Ma state attenti e proteggetevi perché i manganelli e i lacrimogeni piovono come le tasse sulla testa di chi non ha un ombrello.

FOTO E VIDEO: http://www.huffingtonpost.it/2012/12/04/christopher-chiesa-arrestato-durante-gli-scontri-scrive-una-lettera-al-padre_n_2197896.html


pestaggi
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Choc a Lione, diritti sospesi: no tav picchiati e sequestrati

(Fonte: http://www.libreidee.org/2012/12/choc-a-lione-diritti-sospesi-no-tav-picchiati-e-sequestrati/)

Cosa è successo oggi a Lyon? Ve lo raccontiamo noi. Da un lato c’erano i governi delle crisi economiche, dall’altro lato l’Europa dei popoli, dei cittadini e delle lotte. I primi hanno firmato l’ennesimo protocollo privo di contenuti e inutile, che non smuove un euro verso alcuna opera. I secondi hanno provato a manifestare il loro pensiero, la loro contrarietà verso queste scelte. I primi, Monti e Hollande, usando tutta la loro gradevole gentilezza hanno convinto i giornali e le tv (che loro stessi governano) che tutto sarebbe filato liscio d’ora in avanti, sul Tav, sulle risposte da dare alla crisi economica e su molto altro ancora. Protetti da migliaia di poliziotti hanno firmato, parlato, fotografato, mangiato sulle spalle dei cittadini, che tanto erano lontani chilometri. I No Tav, i cittadini veri, quelli che le scelte dei governi le pagano sulla loro pelle sono stati scortati e bloccati per almeno 4 ore al confine, poi ancora bloccati alle porte di Lyon e, solo grazie alla loro caparbietà, hanno raggiunto la piazza a loro concessa per manifestare.

Partiti alle 6 del mattino, giunti a Lyon alle 3 del pomeriggio. Poi la sorpresa: in piazza le libertà finiscono sulla scaletta del pullman. Qui, a Lyon, comanda la polizia del governo Hollande ed ogni tipo di corteo è vietato, come lo è allontanarsi dalla piazza anche solo per andare ai servizi. Vietato abbandonare la piazza! Questo l’ordine perentorio, poi però alle 18 si fa buio e per la Police è ora di far rientrare i No Tav a casa. E così, uomini e donne, anziani e bambini vengono caricati a freddo con manganelli, spray urticanti e lacrimogeni verso i pullman. Quindi i pullman vengono poi sequestrati dagli agenti, che salgono e menano chiunque si alzi dal seggiolino. In un caso, l’autista viene anche brutalmente sostituito da un agente di polizia, che guida lui il pullman verso il confine. In un altro caso, gli agenti saliti sul pullman spruzzano lo spray al peperoncino provocando il malore della quasi la totalità dei passeggeri.

Ogni pullman viene quindi scortato sotto minaccia sull’autostrada e, dopo il casello, vengono ancora bloccati (alle 20.30 saranno ancora lì). Queste le notizie che ci giungono da oltre confine. Due facce dello stesso problema? No assolutamente no. Da un lato, dentro i palazzi carnefici burocrati che, in nome delle banche e della crisi, sono disposti a passare sui corpi delle persone anche a costo di vedere scorrere del sangue. Dall’altro l’Europa dei popoli, della gente semplice, dei cittadini che – nonostante le violenze, i soprusi e in questo caso anche i furti che da anni subisce – continua e continuerà a lottare. Non è un problema che presuppone una mediazione, è semplicemente una parte quella sana che deve vincere sull’altra, quella malata.

(“Lyon, sospesi i diritti umani”, cronaca scritta a caldo e pubblicata già la sera del 3 dicembre 2012 sul sito “NoTav.info”, subito dopo la manifestazione franco-italiana di Lione contro il vertice Hollande-Monti per l’ennesimo accordo sull’alta velocità transalpina. Nel video, il reportage di Cosimo Caridi per “Il Fatto Quotidiano”).

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da: www.osservatoriorepressione.org

Squadre speciali, arresti differiti e daspo: la risposta "democratica e sobria" del Governo Monti alla crisi

 
 
Cominciano a delinearsi le prime misure repressive annunciate dal governo dopo gli scontri di piazza avvenuti il 14 novembre in varie città italiane.
 

Per fronteggiare la crisi economica e sociale e camuffare la vertiginosa caduta di credibilità politica del Governo Monti verranno ulteriormente inasprite le norme legislative e la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi.

Il governo teme il conflitto sociale e soprattutto la possibilità di una saldatura stabile tra le varie componenti della protesta: i metalmeccanici, i precari, gli studenti, i migranti.

Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità.

Limiti alla libertà individuale di manifestare

Il ministro degli Interni Cancellieri ha annunciato di voler estendere i daspo, cioè i divieti di accedere alle manifestazioni sportive, anche alle “manifestazioni pubbliche” e l’arresto in differita cioè quella norma che consente l'arresto non solo in fragranza di reato, ma anche il giorno dopo, fino a 48 ore dagli scontri, sulla base delle immagini registrate.

Con una soluzione del genere saremmo ai vertici dell’afflato totalitario. Una ragione in più per scendere in piazza nei prossimi giorni e manifestare con maggiore forza ancora, visto che è proprio questo diritto ad essere messo definitivamente in discussione.

Dopo i limiti permanenti imposti ai percorsi, l’estensione e l’istituzionalizzazione di zone rosse attorno ai palazzi della politica, ora diventa problematica anche la semplice possibilità di manifestare al di fuori di forme e contenuti sgraditi ai governi di turno.

I daspo verrebbero applicati a chiunque avesse precedenti e denunce in corso, in sostanza interverrebbero prima del giudizio finale manifestandosi come una sanzione amministrativa anticipata prim’ancora che la colpevolezza venisse penalmente accertata.

Un modo per rendere innocui gli oppositori politici.

Caccia al manifestante, arrivano i nuclei mobili di pronto intervento

L’altra misura annunciata riguarda l’introduzione di “presidi mobili di pronto intervento” sul modello adottato dalla polizia greca per fronteggiare le imponenti contestazioni che da due anni fanno traballare il governo.

La scelta di questa nuova strategia sarebbe supportata dalle analisi realizzate dalla digos e dalla polizia di prevenzione, in cui si parla di un “sistema parallelo che prescinde da chi ha organizzato la manifestazione perché si affianca a chi sfila, ma poi persegue altri obiettivi”.

Dai filmati degli incidenti di Atene e Madrid, i responsabili dell’ordine pubblico e del contrasto all’eversione avrebbero tratto la convinzione della “presenza di analogie nella pianificazione degli attacchi, mirati verso gli obiettivi istituzionali e le forze dell’ordine”.

Da qui la decisione di ricorrere a piccole pattuglie mobili, coordinate dall’alto e da osservatori in abiti civili, che non seguono più il corteo o presidiano staticamente obiettivi sensibili e sbarrano strade, ma si muovono nel territorio circostante il tragitto della manifestazione a caccia dei gruppi considerati l’obiettivo da neutralizzare.

In Grecia i Mat, gruppi speciali antisommossa, applicano una forma di controguerriglia urbana a bassa intensità che consente di sorprendere gli avversari con degli agguati e dei raid improvvisi. Avanzano in fila indiana per poi scattare all’improvviso, spuntano dal nulla per agguantare i manifestanti isolati o aggredire i gruppetti confusi e sparpagliati. Si nascondono dietro gli angoli, accovacciati tra le vetture in sosta e gli arredi urbani.

Anche la loro dotazione personale è speciale, tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. Addestrati all’arresto mirato sono in grado di infilarsi con azioni lampo all’interno del corteo per agguantare uno o due manifestanti e trascinarli via. Una tecnica già in uso nella polizia francese fin dalla metà degli anni 90.

Questi nuclei alla fine dei cortei penetravano i gruppi di manifestanti che si attardavano negli scontri con pattuglie di 5-6 uomini. Due diretti sull’obbiettivo e gli altri intorno a protezione che si facevano strada a colpi di arti marziali.

L’Italia, come ha ben scritto Salvatore Palidda su il manifesto del 17 novembre 2012, è perfettamente in linea con tutto questo. Da tempo è in atto un processo di militarizzazione delle polizie che sono addestrate a muoversi e combattere negli “ambienti urbani” ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni. Non a caso sono stati aboliti di fatto i concorsi per il reclutamento nelle polizie, riservandoli ai soli militari che hanno fatto la ferma volontaria e quindi esperienze nelle guerre in Iraq, Balcani, Bosnia, Afghanistan.

Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che operano a guardia di siti di rilevanza nazionale: cantiere No Tav in val Susa, discariche, termovalorizzatori ecc.

Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Bisogna dare battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e repressiva.
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L'offensiva della Agrosuper contro gli attivisti di EligeVeganismo

(Fonte: AnimalEquality)

Cile
Gli attivisti di EligeVeganismo sono stati colpiti dall'allevamento di maiali Agrosuper, oggetto dell'ultima investigazione dell'organizzazione cilena. Il personale di sicurezza dell'allevamento ha intimidito, spaventato e accusato gli attivisti per ripulire l'immagine, ormai compromessa, dell'azienda, dopo che la realtà di cui è responsabile per migliaia di animali è stata svelata.

I proprietari dell'allevamento di maiali Agrosuper, a Freirina, in Cile, non hanno gradito il lavoro svolto da EligeVeganismo ed è per questo che, nel periodo successivo all'investigazione, hanno pesantemente e ripetutamente colpito gli attivisti.

Riteniamo importante diffondere la nota pubblicata dall'organizzazione cilena (tradotta in italiano) e invitiamo voi tutti a fare altrettanto. L'opinione pubblica deve essere informata su quello che accade agli animali, e anche sulle ripercussioni a cui vanno incontro gli attivisti, per mano di coloro che sfruttano e che vogliono tener nascosto ciò che fanno, a qualsiasi prezzo.


 

Comunicato di EligeVeganismo

Dopo alcune settimane dalla presentazione all'opinione pubblica dell'investigazione realizzata dalla nostra organizzazione sull'allevamento di maiali Agrosuper www.CerdosEsclavos.org, sono arrivati i primi risultati legati al materiale raccolto. Tuttavia ciò che hanno subito molti attivisti nel periodo successivo, è stato fuori luogo e di cattivo gusto.

Vogliamo far sapere a tutti quanti cosa sono capaci di fare i potenti allevatori dell'America Latina se la realtà di cui sono responsabili viene alla luce. Vi preghiamo di condividere il contenuto di questa nota. Quello che è accaduto non è solo un attacco alla nostra organizzazione, ma all'intero movimento per i diritti animali che proprio in virtù della sua forza, è vittima della violenza di coloro che vedono minacciati i propri interessi e la propria immagine.

Il 20 di ottobre è partita la persecuzione da parte di Agrosuper: viene emesso un mandato di arresto per 5 attivisti del team investigativo di EligeVeganismo. Inizialmente si parla solo di violazione della proprietà privata ma successivamente compaiono delle brecce nelle reti dell'allevamento e gli attivisti vengono accusati di aver provocato i tagli con delle forbici. Tale accusa è stata poi smentita poiché le autorità hanno perquisito la macchina degli attivisti senza trovare alcuna prova a sostegno di quanto affermato.
I 5 attivisti erano trattenuti presso la stazione di polizia quando alcuni dipendenti dell'Agrosuper si sono presentati con un paio di forbici, alludendo al fatto che rappresentassero una prova.
L'accusa era ridicola, gli attivisti sono passati dalla macchina (che era stata attentamente perquisita) alla stazione di polizia sotto gli occhi delle autorità e lì sono rimasti per ore, fino a quando il pubblico ministero non ha stabilito il rilascio immediato.

L'arresto era ingiustificato, ma poteva essere una misura cautelativa.
Quanto è accaduto successivamente supera di gran lunga ciò che è stato appena descritto.

Durante la preparazione per la Giornata Internazionale per i Diritti Animali, alcuni attivisti sono stati avvicinati, mentre erano in auto, dal personale di sicurezza dell'Agrosuper che richiedeva alcuni dati, pur non avendo alcuna autorizzazione. Gli attivisti collaborano e rispondono.
Nonostante ripetessero che era una procedura di routine e che le persone potevano porre termine al colloquio in qualsiasi momento, le continue telefonate e l'arrivo sul posto di due furgoni hanno spinto gli attivisti ad allontanarsi per non rischiare di incorrere in problemi, di fronte ad una situazione che si stava facendo tesa.

Dopo aver tentato di impedire all'auto degli attivisti di allontanarsi, i mezzi della Agrosuper si sono lanciati all'inseguimento, speronandola e e colpendola ripetutamente, nel tentativo di farla uscire di strada. Fortunatamente nell'incidente non ci sono stati feriti gravi.

Sapendo che la nostra vita era in pericolo, e volendo evitare di peggiorare ulteriormente la situazione abbiamo deciso di fermarci. Gli uomini scesi da una delle macchine che ci inseguiva, si sono avvicinati armati intimandoci di scendere dal veicolo. Durante la discussione che ha avuto luogo ci siamo premurati di informare gli altri attivisti sul luogo in cui ci trovavamo. Dopo alcuni minuti, insulti e minacce, da una delle radio dei furgoni si è sentito un messaggio "Lasciateli andare e ditegli di non tornare più qui". Uno degli uomini ci ha ripetuto queste parole e poi sono tutti  riusciti a scappare.

Ciò che gli attivisti hanno dovuto affrontare nelle ultime settimane ha fortemente limitato la loro libertà. Le investigazioni che sono state realizzate hanno avuto forti ripercussioni nella società e questo costringe gli allevamenti come la Agrosuper a investire miliardi di dollari in sicurezza - o in semplice bullismo - per evitare che l'opinione pubblica venga informata su quello che accade agli animali. I dipendenti della Agrosuper hanno attaccato i nostri attivisti nel modo più vile, incolpandoli di gesti non in linea con il lavoro e il pensiero di EligeVeganismo, spaventandoli e intimidendoli. La pubblicità degli allevamenti mostra luoghi felici e solo le investigazioni possono portare alla luce una realtà che è ben diversa.

Abbiamo deciso di raccontare ciò che ci è accaduto per due motivi: in primo luogo per riaffermare il nostro impegno e condividere quello che accade agli animali, vittime inermi di questa situazione, sapendo che là fuori c'è una realtà da combattere che è ancora più difficile di quanto pensassimo, mentre noi viviamo nel silenzio. Se la affrontiamo oggi, avremo una speranza: loro non potranno mai difendersi da soli. In secondo luogo per informare la società in generale, e gli attivisti in particolare, sull'operato di chi detiene il potere e opprime gli animali in questo paese, disposto ad investire enormi risorse e, se necessario a dispensare violenza, pur di difendere la propria immagine qualora venga minacciata.

Condividete questa nota. Non lasciate che quello che vi abbiamo raccontato cada nel dimenticatoio perché questo significherebbe che il potere può mettere a tacere le voci che lavorano in difesa degli animali. Siamo in tanti a lottare per la vita e la libertà di milioni di animali, possiamo unirci, collaborare e aiutarci per portare allo scoperto il vero volto dei luoghi di sfruttamento, come è stato fatto per la Agrosuper. Storie come questa e immagini come quelle che vi mostriamo sono cose che nessuno di noi vorrebbe mai vedere.

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Mercoledì, 31 Ottobre 2012 09:06

Sono solo tossici… e cani

Sono solo tossici… e cani

In fondo se la sono cercata

di Stefania Cappellini e Marco Reggio

 

“La scelta scellerata di sgomberare […], di mandare lì reparti mobili  […], le testimonianze dei ragazzi  che raccontano di pestaggi, lanci di lacrimogeni  […] e di un cane ucciso a manganellate, ci restituiscono la drammaticità dei fatti accaduti, che hanno portato in fin di vita una ventiduenne in circostanze non chiare e a più di quaranta feriti. Questo è lo stato dell'arte della repressione e della democrazia nel nostro paese.

La polizia irrompe  […], e inizia a manganellare qualsiasi cosa trova davanti: ragazze, ragazzi, cani, persone indifese  […], usando pure lacrimogeni.”

“Una volta entrati, hanno usato pura violenza e pura bastardaggine per farci andare via, uccidendo brutalmente un cane e ferendo brutalmente altre persone. Degli agenti sono stati feriti, ma non parlano di cosa hanno fatto veramente prima di essere stati feriti. Abbiamo visto una ragazzina presa per i capelli, fatta strisciare a terra e presa a calci, ci han raccontato di gente chiusa in un angolo e presa a manganellate.” [1]

Non è della Diaz che si sta parlando. Queste sono testimonianze da un rave svoltosi a Cusago (MI) qualche giorno fa, e conclusosi con lo sgombero da parte della polizia.

Uno sgombero che ha portato alla morte di un cane, ad una ragazza in coma farmacologico con emorragie interne, ad almeno 50 feriti.

La violenza poliziesca è quella della Diaz e di Bolzaneto, ma l’indignazione no.

Stavolta non li si può difendere perché giovani di belle speranze appartenenti a qualche social forum, non si possono aprire discussioni su presunti infiltrati nel movimento pacifista.

“Ci sorprende invece come questa volta non abbiano indetto una conferenza stampa facendoci vedere le molotov sequestrate a Cusago, forse pensavano di non averne bisogno, o pensavano che nessuno avrebbe difeso un “rave party”, perchè le similitudini con una scuola di Genova di 11 anni fa, ci sono tutte.”  [2]

Qui è tutto più semplice: sono dei tossici. E dei cani.

Sono tossici come Stefano Cucchi, che le botte della polizia “un po’ se l’è meritate”. Sono cani, animali, e non fanno notizia neanche se vengono uccisi a manganellate dallo Stato.

E di questo cane ucciso solo poche righe, anche nelle testimonianze dei presenti. Di lui non si sa nemmeno il nome e in nessun dibattito televisivo se ne parlerà [3]. Era alla festa senza averlo scelto, si può dire per caso, e si poteva ammazzare a costo zero.

E mentre abbiamo le stime delle persone ferite o quantomeno si discute di quante siano davvero, dei cani no. Si sa solo, e a fatica, di quello che è rimasto ucciso. Molti più feriti allora di quelli contati; ma di molti, forse la maggioranza, non sapremo mai nulla.

Del resto, nemmeno negli ambienti politicizzati tossici e cani godono di grande considerazione. Non si dice apertamente, ma il pensiero che circola è che in fondo in fondo “se la sono cercata”, un po’ come una donna che al momento dello stupro indossava una minigonna provocante.

In questi casi, si sa, è facile farsi prendere la mano dai dettagli, pur di non vedere l’essenziale. E così, i quotidiani possono far bella mostra delle foto dei celerini che indicano i danneggiamenti dei loro automezzi. Foto oscene, letteralmente, mentre c’è chi è morto e chi rischia di morire. Ed è osceno, ancora, il riferimento ai feriti fra le forze dell’ordine. E’ vergognoso discutere del tasso alcolico di una persona massacrata.

Nessuna inchiesta si apre, nessuna scusa ufficiale. Anzi, il Questore di Milano Savina rivendica la paternità dell’azione, e dichiara:

“Noi ce l’abbiamo con chi vuole lucrare sulla pelle dei giovani, nonostante i morti e le lesioni che abbiamo già registrato in passato.” [4]

Chi pretende di agire per tutelare la salute di quei giovani, ne manda all’ospedale a decine, ed una in coma. Insomma, i tossici è meglio ucciderli subito, prima che rischino di farsi del male. Una specie di cura preventiva.

E’ proprio vero quel che si dice, che la droga uccide…

 


 

[1] www.globalproject.info

[2] www.milanoinmovimento.com. Un commento interessante sui fatti in questione si può trovare anche qui: www.ihatemilano.com/?p=3261

[3] Due eccezioni sono rappresentate da questo articolo e da quest'altro.

[4] Il Giorno, 29 ottobre 2012

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Ripubblichiamo il seguente testo, comparso su elpinta.wordpress.com.


I limiti del linguaggio e i limiti del mondo

Una celebre frase del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein dice che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Ciò significa più o meno che quanto possiamo conoscere del mondo è racchiuso nel nostro linguaggio, ovvero nella nostra capacità di padroneggiare più o meno approfonditamente quei sistemi di segni che ci permettono di comunicare.

Spostando in avanti il discorso possiamo anche affermare che è il linguaggio che fa esistere il nostro mondo. Quindi nominare una cosa equivale a crearla e conferire ad essa una specifica esistenza e infatti, come dice Bart Simpson, una rosa non avrà un buon profumo, se la chiamiamo “puzzocaccola”.

Verrebbe da pensare che chi si occupa di informazione abbia una certa familiarità con questo tipo di riflessioni, proprio perché il mestiere del cronista consiste nell’usare le parole per dare forma e sostanza a quanto accade nel mondo. Eppure a volte, leggendo i quotidiani e i principali siti di informazione, viene piuttosto da pensare il contrario.

La scelta delle parole giuste non è solo un fatto che attiene alla sintassi o alla grammatica ma è anche un fatto che (dovrebbe) avere a che fare con l’etica e la correttezza professionale di chi per mestiere ha deciso di farsi carico della responsabilità di raccontare il mondo. Non si pretende che tutti possano conoscere ogni parola e le rispettive sfumature di significato, ma per fortuna la cultura enciclopedica che ha caratterizzato lo sviluppo della società occidentale in un certo periodo della sua storia ci ha messo a disposizione strumenti chiamati dizionari, in grado di sopperire alle nostre mancanze.

Ecco è proprio da un dizionario, il Sabatini-Coletti – messo a disposizione dal sito del Corriere della Sera – che ricavo questa definizione del vocabolo scontro: contrapposizione armata di eserciti, di gruppi o di persone. Armata significa che entrambe le parti sono dotate di armi, vocabolo per il quale il suddetto dizionario mi restituisce la seguente definizione: qualsiasi oggetto predisposto per ferire o per uccidere.

Ecco perciò che mi domando come sia possibile che un giornalista professionista (do per scontato che chi scrive per un quotidiano nazionale sia un professionista, che sia pagato o meno) possa definire scontri i fatti ritratti in immagini come quelle che si vedono qui e qui. Per chi non avesse voglia di aprire i link specifico che mi sto riferendo alle foto delle cariche portate dalle forze dell’ordine ai danni di diversi cortei studenteschi svoltisi in mattinata. Certo ci sarà chi filosofeggierà sui caschi e sugli scudi, simboli evidenti di una volontà “eversiva”, ma per quanto attiene al dizionario quelli non sono scontri. Così come se uno da dietro vi tira un pugno non è una rissa, ma è un’aggressione.

Quest’abitudine di definire scontro qualsiasi contrapposizione tra le forze dell’ordine e un gruppo di manifestanti, anche quando questi non sono armati, è un’abitudine radicata sia negli organi d’informazione sia in quelli di contro-informazione. Sarebbe forse necessaria una moratoria, uno sforzo collettivo per mettere da parte certi automatismi e ridare alle parole il loro significato corretto. Sono certo che la nostra percezione del mondo ne gioverebbe.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Puntiamo l'attezione su un articolo uscito su GeaPress dal titolo "Estremismo animalista – arresti in Europa".

 



Animalismo uguale estremismo

I titoli delle notizie, si sa, sono icastici, indicando in modo diretto il tema della notizia e cercando di sedurre per portare a   leggere le informazioni contenute. Ma questa precisione utilizza delle parole che hanno valenze emozionali e che suscitano pertanto reazioni positive o negative alla notizia presentata.
Nel caso qui considerato ciò che attira l'attenzione non è la notizia in sé, ma la presentazione dell'informazione. Vale a dire che, seppure la notizia allerti gli/le attivisti/e per la realizzazione del disegno repressivo nei confronti di tutte le dissidenze che si sta perpetrando in ogni dove nel mondo – come in vari dossier Interpol si prefigura – è l'incipit ad ispirare irritazione. Il fastidio che si può provare quando una sacrosanta indignazione e un'azione politica di liberazione è sinteticamente assunta come una imprecisa esternazione di estremismo.
Gli/le attivisti/e non sono così presentati/e come coloro che politicamente agiscono in difesa degli altro-da-umani, ma come dei neutri arrestati, che sono accusati di reati. Lo sconcerto poi si amplifica quando questa “agenzia” è battuta da Geapress che dovrebbe, è d'obbligo il condizionale, avere una certa sensibilità editoriale proprio sui temi dell'ambiente, degli altro-da-umani e su ogni questione sia inerente a tutto ciò.
L'immaginario collettivo è così educato a considerare estremismo ogni azione e pensiero degli/delle attivisti/e che agiscono in nome della liberazione animale. Ciò non solo non giova all'animalismo in sé, ma soprattutto non tiene in considerazione la reale portata del pensiero politico liberazionista. Seppure il termine estremismo sia nei dizionari indicato come sinonimo di radicalità è però nel senso comune individuato come una posizione intransigente che mal si sposa con l'analisi radicale
che invece presuppone flessibilità, disponibilità, critica ma soprattutto autocritica. Per questo è ambiguo il suo uso e soprattutto è discutibile la mancata definizione degli/delle attivisti/e arrestati e indagati come appunto soggetti politici radicali del movimento di liberazione animale.

Esprimiamo la nostra solidarietà ai/alle compagni/e attivisti/e arrestati e indagati in questa azione di polizia contro la liberazione animale.
Antispecismo.Net 

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Martedì, 10 Luglio 2012 10:44

Pussy Riot in sciopero della fame

Pussy Riot in sciopero della fame

Segnaliamo la seguente notizia ed esprimiamo la nostra solidarietà al gruppo Pussy Riot, invitando tutt* a far girare la notizia dello sciopero della fame.


Mosca, 4 lug. (TMNews) - Tre esponenti del gruppo punk femminile Pussy Riot, in carcere da oltre quattro mesi dopo una esibizione 'anti-Putin' nella Cattedrale di Cristo il Salvatore, a Mosca, hanno avviato uno sciopero della fame. La band vuole così protestare contro la decisione del tribunale di concedere loro solo cinque giorni per esaminare il fascicolo sul loro caso, prima del processo per teppismo.

"Dichiaro lo sciopero della fame, è illegale", ha detto Nadezhda Tolokonnikova durante l'udienza preliminare presso il tribunale Taganski di Mosca. Poco prima, Ekaterina Samutsevich e Maria Alekhina avevano annunciato la stessa decisione.

Le Pussy Riot sono in detenzione provvisoria dopo aver improvvisato il 21 febbraio una "preghiera punk" intitolata "Madre di Dio, sbarazzaci di Putin" nella più grande chiesa della Russia. Rischiano sino a sette anni di carcere e, malgrado la generale disapprovazione per la loro impresa, la gravità delle accuse e della possibile pena ha suscitato molte critiche, anche da parte di personalità che rivendicano la loro appartenenza alla comunità ortodossa.

(con fonte Afp)

VIDEO dell'azione del 21 febbraio

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