Riceviamo e pubblichiamo.

“Siamo le Collettive Femministe Queer e abbiamo deciso di scrivere questo comunicato per fare chiarezza su quanto accaduto ieri, Sabato 25 Giugno, durante il discorso del Sindaco Beppe Sala al Milano Pride 2016.
Molti giornali hanno fatto riferimento a noi come a un “gruppetto di antagonisti”, avulsi dal resto del corteo, mossi dall’unico intento di disturbare lo svolgimento della manifestazione. La nostra rete è attiva da più di un anno, raccogliendo una molteplicità di realtà LGBTQIA presenti nella città da molto tempo, e in questi mesi ci siamo impegnate a creare spazi gratuiti e occasioni di confronto, all’interno di una Milano che sempre di più dopo Expo è diventata la città degli aperitivi patinati, della cultura mercificata e dello svago classista.

Abbiamo riflettuto a lungo sulla nostra partecipazione al Pride, coscienti del progressivo impoverimento di contenuti politici della manifestazione, schiacciata tra spinte etero-normalizzanti e la vetrinizzazione della comunità LGBTQIA. Abbiamo infine deciso di partecipare al corteo, convinte dell’importanza di portare in piazza un’alternativa critica in un Pride dominato dai loghi di Amazon, Google e Vitasnella, dai comizi paternalistici piovuti dal palco di piazza Oberdan e dalla martellante assimilazione delle nuove famiglie LGBTQIA alla famiglia etero-patriarcale.

Contro tutto questo è stato rivolta la nostra contestazione, durante la quale abbiamo scelto di denunciare la mercificazione dei diritti civili, utilizzati come strumento di consenso politico, e della città di Milano, dove periferie (reali e simboliche) vengono nascoste e dimenticate, per fare spazio a centri gentrificati e igienizzati. La nostra azione è stata accolta non solo dalla violenza e della brutalità della security, ma anche dai cori di alcuni degli stessi partecipanti al corteo degli arcobaleni che ci intimavano di andarcene, in un tentativo di censurare ogni forma di dissenso. Abbiamo subito pugni, sberle, spintoni e sputi, mentre dal palco echeggiavano parole come “inclusività”, “uguaglianza” e “amore”. Siamo state allontanate dal corteo per mano della DIGOS, mentre il neosindaco chiosava: “Questa è la Milano che voglio”.

Non lasceremo che questi atti spengano le nostre rivendicazioni. Continueremo a denunciare chiunque voglia spingere “fuori” la favolosa diversità che abita ancora la città di Milano.

A presto,
CFQ”

Pubblicato in Documenti

Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

.

Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Nella primavera del 2015 è nato il Cirque, Centro Interuniversitario di Ricerca Queer, con una convenzione tra l'Università di Pisa, L'Università di Palermo e L'Università dell'Aquila.
Questo il sito del centro, da cui si può anche iscriversi alla mailing list: http://cirque.unipi.it/

"Il CIRQUE (Centro interuniversitario di ricerca queer) nasce dal desiderio di creare uno spazio inclusivo, aperto e vitale per gli studi queer all’interno dell’accademia italiana, e dalla convinzione che gli strumenti metodologici del queer possano dimostrarsi produttivi per la comprensione di un’ampia varietà di oggetti e di fenomeni, e portare a risultati originali, illuminanti e di grande rilevanza politica ed etica"
 
La prima attività messa a punto dal Centro è il ciclo di seminari per l'anno accademico 2015-16, che prenderà il via Mercoledì 21 Ottobre P.V e che sarà aperto da un intervento di Egon Botteghi sulle connessione tra sessismo, specismo, transfobia, percorsi di transizioni e problemi legati allo sfruttamento dei cavalli in ambito equestre.
 

Gli incontri si svolgeranno nell'Aula 1 di Palazzo Ricci, Pisa.


Università di Pisa Università dell’Aquila Università di Palermo

CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca Queer

Seminari CIRQUE 2015-2016

Tutti gli incontri si svolgeranno nell’aula 1 di Palazzo Ricci, via del Collegio Ricci 10, Pisa

con inizio alle ore 17.30 in punto (senza quarto d’ora accademico).

Mercoledì 21 ottobre Egon Botteghi Collettivo Intersexioni, Collettivo Anguane, Rete Genitori Rainbow

Non aprire quella porta. Viaggio in un percorso di transizioni

Mercoledì 4 novembre Giuseppe Burgio Università di Palermo

La bisessualità maschile. Pratiche, modelli e soggettività della fluidità sessuale

Mercoledì 18 novembre Carmen Dell’Aversano Università di Pisa

Per un’etica queer

Mercoledì 2 dicembre Federico Zappino

Norma sacrificale / Norma eterosessuale

Mercoledì 9 dicembre Antonio Rotelli Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford

La violenza invisibile contro i minori omosessuali a scuola. Le responsabilità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti.

Mercoledì 16 dicembre Elisa Virgili Archivio Queer Italia

Il progetto Archivio Queer Italia: una piattaforma per teoria, arte e attivismo

Mercoledì 13 gennaio Fabio Ferrari Franklin University Switzerland

Che cos’è la famiglia queer? Ideologie lgbt, desiderio, e riproduzione umana in un contesto globale

Mercoledì 27 gennaio Massimo Fusillo Università dell’Aquila

Generi e ruoli: seduzione, compulsività, sadomasochismo

Mercoledì 10 febbraio Federico Oliveri Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace – Università di Pisa

Disobbedire ai confini: i migranti come soggettività queer

Mercoledì 9 marzo Gina Gioia Università di Viterbo

Queer Legal Theory: qualche sviluppo nell’ordinamento italiano

Mercoledì 23 marzo Rachele Borghi Universitè Paris IV Sorbonne

Performare la geografia, queerizzare gli spazi

Mercoledì 6 aprile Lorenzo Bernini Centro di ricerca PoliTeSse - Politiche e Teorie della Sessualità – Università di Verona

Il sessuale politico: dal freudomarxismo alle teorie queer antisociali

Mercoledì 20 aprile Alessandro Grilli Università di Pisa

La normalità come performance: funzioni (e disfunzioni) degli scambi sociali coercitivi nella rappresentazione letteraria

Mercoledì 4 maggio Silvia Antosa Università di Palermo

Identità queer e spazi della performatività

Mercoledì 11 maggio Gabriele Bizzarri Università di Padova

Queer e identità periferica: l'America latina oltre il postcoloniale

Mercoledì 18 maggio Laura Corradi Università della Calabria

Profili del desiderio e politiche della bisessualità

 
Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi

La pubblicazione in Italia del Manifesto Queer Vegan di Rasmus Rahbek Simonsen rappresenta, credo, un piccolo sforzo utile ad avviare riflessioni con ripercussioni sia teoriche che a livello di attivismo politico. Ma l'aspetto più sintomatico del fatto che Simonsen qualche cosa di significativo l’abbia effettivamente detto è rappresentato, paradossalmente, da una recensione firmata da tale Lupo Glori, alias Rodolfo De Mattei (un vero anti-identitario!), pubblicata di recente su un sito di ispirazione cattolica tradizionalista, diretto nientepopodimeno che da un ex vice-Presidente del CNR, Roberto De Mattei.

Lupo Glori sembra sinceramente spaventato dalla pubblicazione di questo librettino rosa. In effetti, l'"ideologia del gender" è già abbastanza destabilizzante di per sè per chi parla di famiglia "naturale"; l'antispecismo è già di per sè una “delirante visione”, “finalizzata a mettere sullo stesso piano gli uomini e le bestie” (sic). Figuriamoci se provano a dialogare fra loro...

"Cosa hanno in comune la teoria queer e l'animalismo vegano"? chiede Lupo. Molto semplice rispondere: sono entrambi fumo negli occhi per l'ortodossia cattolica. Ma se fosse solo questo non sarebbe molto interessante accostare le due parole, queer e vegan, in un saggio, come fa Simonsen. Per fortuna, qualche idea in più su cosa abbiano in comune questi due termini, Simonsen sembra averla.

De Mattei mostra di aver compreso bene quali siano questi elementi sottolineati dall'autore del Manifesto. Veganismo e femminismo queer condividono un'“orgogliosa rivendicazione della devianza, intesa come comportamento antisociale e antinormativo”, una critica radicale all'identitarismo, una “resistenza metaforica e materiale all'ordine sociale dominante”. Entrambi attaccano le istanze essenzializzanti condensate nell'idea di “contronatura”, un'idea non a caso applicata sia all'omosessualità che al veganismo. Entrambi sono oggetti di pratiche di discriminazione (De Mattei denuncia – pardon, cita – l’omofobia e la vegefobia).

Insomma, Satana è fra noi... vegetariano e frocio. Un vero finocchio.

E non poteva certo lasciare indifferente un giornale diretto da un vice-Presidente del CNR contestato perchè ha detto che il terremoto in Giappone è stato un segno della bontà di Dio o che la caduta dell’Impero Romano è stata causata dagli omosessuali.

A dare retta a gente come Simonsen, dice Glori, non si sa dove si va a finire. Si comincia con la dissoluzione della famiglia tradizionale, per arrivare alla morte della società e della specie umana, passando per un'allegra orgia interspecifica. Eh sì, perchè alla fine della sua invettiva, il Nostro evoca lo spettro della zoorastia: umani che sodomizzano animali e - orrore ancor più grande - animali che sodomizzano umani. In effetti, su un sito di De Mattei (Roberto...) l’allarme era già stato lanciato da tempo: i rapporti sessuali con animali dilagano ed è “davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione”.

Insomma, Glori-De Mattei-Lupo-Rodolfo è davvero terrorizzato. Anche se, a leggere la sua fedele descrizione degli spunti di Simonsen, il suo appassionato riassunto dei temi più originali del libro, la sua padronanza delle tesi più ardite di Lee Edelman, sembra quasi che ne sia affascinato. Forse, questo “queer vegan” sotto sotto attrae anche gente insospettabile...

 

Grazia Didio

 

queer vegan manifesto 

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana

di Egon Botteghi

Fonte: http://www.intersexioni.it/

foto di Sarah Kashna


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.

Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.

Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.

Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti.

La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta.

La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro.

Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.

La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.

Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare.

Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, una persona egoista che non sapeva più quello che faceva.

Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.

Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).

Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.

Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su molte testate giornalistiche in rete rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento.

Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica, del S.Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.

Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.

Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa.

E infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione.

Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive: “Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca”. Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una tale superficialità e disinformazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato..: per esempio quando scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea, Veneziani, di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?

Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto e letto altre cose, come l’articolo di un medico su di un sito di endocrinologia, in cui venivano dette  delle scorrettezze assolute sulle persone FtoM, cose così pesanti e gravi che l’articolo è stato fulmineamente rimosso dal sito a seguito delle reazioni della comunità transgender.

Ed ecco che si arriva alla voce dell’Enciclopedia Treccani, voce di cui sono venuto a conoscenza grazie alla segnalazione di una donna transessuale.

Si tratta della parola “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina” (2010), dunque di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.

Chi l’ha scritta parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali, ovvero uomini trans gay e donne trans lesbiche, e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che invece lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.

Prosegue affermando che “il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario”.

Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura significa aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma certo siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchia più.

La realtà infatti è molto più complessa e se si chiedesse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.

Il dire poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di affermazioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicanalitica), ma dandola per scontata, per verità assodata e assoluta, invece di considerarla per quello che è, ovvero una particolare visione all’interno di un complesso interrogarsi anche da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.

Infatti chi ha redatto la voce si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è “esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔  riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.”; ricordandoci anche – se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e  lottare per i nostri diritti -  che “il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.”

Più chiaro di così: smettete di andare ai pride (anche se il movimento di rivendicazione e orgoglio iniziò proprio dal gesto di una donna transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto all’ennesima retata contro il popolo lgbtqi) e rinchiudetevi nello studio dei/ delle vostre psicologhe, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.

Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie ai pregiudizi che la Treccani continua a propagare?

Direbbe forse le stesse cose che diceva mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che l’affrontare la mia condizione mi dava.

Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, ovvero che “ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità  dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.

Da questa lunga citazione si desume che l’autor*:

1° – pur criticando l’idea della transessualità come “sbaglio di natura”, mostra però di non essere aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che era loro indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, ovvero il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).

2° – la soluzione proposta dall’esimi* è il lasciare sole le persone transessuali  che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale maschio – femmina e di genere uomo – donna il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.

3° – mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di J. Money, sull’importanza dell’educazione al genere (“il genio” succitato, psicologo, diceva che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbe pensato la famiglia e l’ambiente a tirali su come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti come “individui portatori di  autentiche (noi trans siamo dei fake?) alterazioni”.

4° – conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, e che evidentemente niente hanno capito, di aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…

evidentemente anche con mia madre, che se mai leggerà questa illustrissima voce, forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

egon in spiaggia
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Lunedì, 29 Luglio 2013 08:08

Una Rosa non è una rosa - di Egon Botteghi

Una Rosa non è una rosa

Report di un dibattito a cui ho assistito sul femminicidio e la violenza di genere

di Egon Botteghi

  

Se, in una notte di quasi mezza estate, durante un dibattito sui rapporti tra i generi, viene consegnata, da un uomo, una rosa a tutte le astanti, quella rosa non è più una rosa ma un simbolo del potere.
Quel povero fiore reciso dalla sua pianta, diviene uno scettro al contrario, il simbolo del dominio dei re sulle regine.
Nella nostra cultura, fatta di marie vergini e dame cortesi, "la donna non si tocca neanche con un fiore", ma la si può punire, anche con la morte, se non si adegua alle aspettative ed alle richieste del suo "cavaliere".
Ed è stato così anche per Ilaria Leone, morta lo scorso primo Maggio, il mese delle rose e delle spose, pestata a sangue, violentata e lasciata morire soffocata nel suo stesso sangue, abbandonata dal suo assassino in un uliveto a Castagneto Carducci.
Ilaria era una donna di diciannove anni, doveva comprare del fumo da un uomo che invece ha preteso il suo corpo, e l'ha picchiata perchè diceva di no, provocandone la morte.
Quando le solite voci "benpensanti" hanno cominciato a frinire (la ragazza se l'è cercata, non si va sole a fare certe cose, anzi certe cose non si fanno proprio), alcune donne del suo paese si sono ribellate ed hanno fondato l'associazione "Iaia" (dal nomignolo della vittima): "Ilaria associazione impegno antiviolenza".
Così, ieri, 27 luglio 2013, l'associazione Iaia ha organizzato un dibattito all'interno della festa "Sinistra per Castagneto", dal titolo: "Maschile e Femminile, come stanno le relazioni tra donne e uomini? Violenza e desiderio di cambiamento".
Viene invitata anche l'associazione di genitori lgbt di cui faccio felicemente parte, "Rete genitori raimbow" ed essendo io il rappresentante più vicino al luogo, vengo indicato a parteciparvi, insieme al co-presidente Fabrizio Paoletti.
Tra la tombola, il liscio e le zanzare, in un ambiente disteso ed amicale, assisto al dibattito e sono colpito in particolar modo dalle analisi di Stefano Ciccone, dell'associazione "Maschile plurale".
Il suo punto di vista è quello del polo U, uomini, nella relazione uomo-donna: vuole parlare dei, per e con gli uomini.
L'autocoscienza maschile che propone non è volta a convincere gli uomini a rinunciare ai loro ormai atavici privilegi sulle donne, ed in sostanza su tutti gli esseri viventi, perchè più democratici, più giusti, più “solidali”, ma perchè questi privilegi sono pagati ad un prezzo che un uomo forse potrebbe scoprire di non poter più permettersi.
Fa l'esempio del nonno, nella sua famiglia di origine contadina, che mangiava seduto a tavola mentre le donne stavano in piedi, che era temuto da tutto il nucleo parentale e che non si sarà mai posto il problema del desiderio di sua moglie; del padre che, tornato a casa dal lavoro, si metteva in poltrona e nessuno poteva disturbare il suo “riposo del guerriero”.
Figure autoritarie che vede come estremamente sole, sole con il loro potere, con cui non cambierebbe la sua posizione di uomo che deve invece fare i conti con le relazioni, rispetto al partner od ai figl*.
Uomini che hanno il ruolo indiscusso di capo, che "scorrazzano nella prateria come John Wayne", versus uomini che accettano di perdere "pezzi di potere" in cambio di libertà.
Libertà di vivere meglio il proprio corpo e la propria sessualità, che non deve essere più solo e soltanto lo sfoggio virile della eterosessualità a tutti i costi; libertà di sentire ed avere emozioni che si possono manifestare, come il pianto, la tenerezza.
Passare "dall'uomo che non deve chiedere mai" all'uomo cosciente di essere dipendente, come tutt* lo siamo, dagli altr*.
Il polo D, donna, in tutto questo, non deve essere considerato la parte debole della relazione, quella da proteggere paternalisticamente, da rispettare in virtù dell'autocontrollo che l'uomo virile sa esercitare sulla propria forza e sui propri istinti, ma deve essere vista come una voce autorevole, a pari livello, che ha la completa capacità di gestione sulla propria esistenza e sulle proprie scelte.
Quindi critica quel modo di fare prevenzione o discussione sulla violenza di genere di tipo "protezionista", quel modo che per me è perfettamente incarnato dal modus dicendi:
"Le donne non si toccano neanche con un fiore".
Applausi e poi, ecco, si materializza, ad opera di un ingenuo compagno di partito delle organizzatrici, che certo non voleva offendere nessuno, la dedica floreale per il "sesso debole".
Sono chiamato sul palco, lo raggiungo con una rosa in mano, anch'io l'ho pretesa!
Si è appena parlato di abbattere lo stereotipo, ed ecco che subito le donne presenti si sentono obbligate ad accettarlo, veicolato da quel fiore, e pure ringraziano e sembrano felici.
"Perchè non hanno offerto a tutt* le rose, anche agli uomini presenti?" dico io "Chi ha deciso che ad un uomo non farebbe piacere ricevere un fiore e che ad una donna debba essere comunque gradito?"
Abbattiamoli questi stereotipi, visto che ne stiamo parlando da una sera.
Questa rosa è il simbolo del protezionismo che l'uomo magnanimo pensa di dover esercitare sulle donne, ma le donne, come gli animali altri da umani, non hanno bisogno di essere protette da un essere che si crede responsabile perchè superiore.
Siamo stanch* dei buon pastori, non vogliamo più essere il gregge dell'uomo bianco eterosessuale.
La questione è tutta giocata sul potere, il maschio ha il potere, ed avere il potere è bello, è comodo.
La vita è più facile con lo scettro del potere in mano invece che una "stupida" rosa.
I maschi a volte raccontano di quanto sia dura e stressante avere tutta la responsabilità, fare tutte le scelte che contano, essere sempre là fuori nella mischia, per combattere e portare il pane a casa.
Cosa dire allora della donna che lavora tutto il giorno in casa, serve ed accudisce tutt* senza avere un compenso, niente che la possa fare sentire autorevole a livello sociale; e quando anche la donna lavora, fa due lavori, dentro e fuori casa, ma il suo lavoro conta sempre meno di quello del compagno, di quello degli uomini, e deve anche sentirsi in colpa, perchè magari non ha il tempo che crede necessario per i figl*, perchè la casa non è perfetta, perchè non è abbastanza seducente.
La maggior parte del potere, in Italia, è nelle mani degli uomini, sia all'interno delle famiglie sia e sopratutto nella res publica, dove tutto ciò che è legato alle quote rosa è ridicolo.
In questo scenario, quale uomo vorrebbe abbandonare il suo potere?
Io capisco questo perchè da trans ho un doppio sguardo sui generi, sono uomo e sono stata donna, e tutto questo l'ho vissuto sulla mia pelle.
E sono delle parole che la mia compagna, donna trans, mi disse quando ci siamo conosciuti, che mi fanno capire quale potrebbe essere il guadagno degli uomini nel cambiamento.
Mi disse che lei, in quanto nato uomo, si sentiva prigioniera, ma non solo del suo corpo, ma sopratutto del suo genere, che riteneva claustrofobico.
“Le donne hanno molte più possibilità” mi diceva, "possono vestirsi in tanti modi, acconciarsi in tanti modi, scegliere di fare o non fare tante cose, mentre dall'uomo ci si aspetta sempre lo stesse cose".
L'uomo deve essere forte, deve fare il lavoro più faticoso per dimostrare la sua potenza fisica, deve prendere la responsabilità di mantenere la famiglia, non può starsene a casa se lo desidera, deve avere sempre un certo ruolo sociale.
Quindi, come diceva Stefano Ciccone, barattare pezzi di potere con pezzi di libertà.
Gli uomini saranno meno potenti, meno despoti, meno signori del creato ma più liberi di ascoltarsi, di decidersi, più vicini a se stessi.
Fantasia al potere, quindi, come si diceva tanto tempo fa, anche per gli uomini, per scoprire tanti tipi di mascolinità possibile, ed ecco l'importanza dello sguardo queer, transessuale, per decostruire la mascolinità che non è affatto un dato naturale ma imposto, anche agli uomini.

 rosa cucita

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QUEER VEGGIE PRIDE 2013

di Barbara X

 

Sabato 6 luglio, nel cortile della camera del lavoro di via Crociferi, a Catania, avrà luogo la seconda edizione del Queer Veggie Pride, la gaia festa dell'ibridità.

Nelle settimane che precedono l'evento, tante sono le iniziative che si susseguono nella meravigliosa città siciliana, iniziative volte a costruire mattone dopo mattone l'edificio del rispetto e della coscienza.

Non dovrebbero esistere "corpi estranei" nella nostra società: ma esistono purtroppo corpi sfruttati, corpi e vite considerati inferiori, a causa della schiavitù (spesso inconsapevole) a un aberrante condizionamento culturale imposto da questo sistema capitalista e specista.

Il fascismo di oggi si chiama mercato, consumo, disprezzo per i libri, e i comunicati radiofonici del Ventennio sono oggi sostituiti dalla delittuosa stupidità della televisione, dai messaggi pubblicitari che mettono in ginocchio menti e coscienze, azzerando le differenze, le individualità.

In un simile contesto, tutto diventa merce, anche la vita: la vita degli esseri umani e quella degli animali non umani.

Sicché, iniziative come il Queer Veggie Pride sono un po' come una crepa nell'indifferente muro d'odio innalzato da questo sistema. Sempre più realtà decidono dunque di condurre le proprie battaglie per i diritti includendovi quella per i diritti degli ultimi fra gli ultimi, cioè gli animali, il cui massacro al servizio di un capriccio alimentare terribile e senza senso ha numeri impressionanti, e va drammaticamente a pesare anche sulle vite di quegli esseri umani che non hanno avuto in sorte di nascere nel "civile" occidente, oltreché sull'ambiente.

"Killing is our business and business is good": questa era la scritta che appariva all'ingresso di una base USA ai tempi della guerra del Vietnam. E quanto a raccapriccio non ha nulla da invidiare alla tristemente famosa "Arbeit macht frei" del campo di Auschwitz. E' evidente che nella società umana vi sono logiche di dominio, perversione e morte completamente estranee a tutti quei cuori coraggiosi che tutti i giorni si battono per davvero per i diritti di tutti e tutte.

Le compagne e i compagni di IbrideVoci Catania, con il Queer Veggie Pride intendono altresì lanciare un poderoso messaggio sul fronte dei diritti delle persone queer, lesbiche, gay, transgender: abbattere le barriere di genere ed eteronormatività imposte dal sistema è di per sé una grande forma d'amore. Amore per la libertà.

A Catania, nella giornata del 6 luglio, si susseguiranno numerose iniziative, dallo spazio dedicato allo yoga al laboratorio teatrale, dalla musica a un dibattito con Annamaria Rivera e con me, Barbara X. Saremo chiamate a confrontarci sull'antispecismo, ciascuna portando la propria esperienza, le proprie idee, ma sempre tenendo d'occhio la connessione fra le battaglie per i diritti.

Anche quest'anno i miei libri voleranno con me a Catania, e come nella scorsa edizione avrò modo di parlarne con le amiche e gli amici che vorranno conoscerli: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.151421521641603.30376.100003212696249&type=3

Per concludere, faccio mie le parole tratte dal documento politico di IbrideVoci e Città Futura, parole che sottoscrivo dalla prima all'ultima:

" Viviamo in una società attraversata da una paura strisciante di ogni altro essere vivente, di ogni forma di alterità e differenza, ed in cui le perverse strategie del dominio capitalista si intrecciano drammaticamente con razzismo e xenofobia, sessismo, omo/transfobia, specismo e violenza diffusa. Alla violenza della parola e delle pratiche dominanti vogliamo opporre l’alterità delle nostre soggettività desideranti e l’irriducibilità dei nostri corpi, contro le logiche perverse di un capitalismo che trasforma ogni corpo in merce, come accade a centinaia di donne e uomini migranti, deportati e privati di ogni dignità umana, e come accade con i corpi degli animali non umani, sfruttati, deanimalizzati e reificati, trasformati dal mercato globale in prodotto di consumo senza identità."

 

Ecco il programma del Queer Veggie Pride 2013:

QUEER VEGGIE PRIDE
la gaia festa dell'ibridità
SABATO 6 LUGLIO 2013
CATANIA, CORTILE CGIL, VIA CROCIFERI
-DALLE ORE 20
APERTURA DEI NATURAL, VINTAGE & DESIGN SHOP
E DELL'OSTERIA VEGAN
-ORE 20
"YANTRA"
YOGA CON INA ASERO
CONCERTO DI TABLA DI RICCARDO GERBINO
-ORE 20,45
"CHE GENERE DI ANTISPECISMO?"
INCONTRO CON BARBARA X E ANNAMARIA RIVERA
-ORE 21,30
"È QUESTO CHE TROVO MERAVIGLIOSO"
DA SAMUEL BECKETT
LABORATORIO TEATRO DEL MOLO 2
DIRETTO DA GIOACCHINO PALUMBO
-ORE 22
ZUMBA CON FEDERICA SCUDERI
-ORE 22,30
MUSICA LIVE
PIPPO BARRILE (KUNSERTU)
VALERIO CAIRONE
& GIORGIO MALTESE
PAOLO MIANO
'80 QUEER DANCEHALL

 

Qui la pagina dell'evento facebook: https://www.facebook.com/events/467246966692247/

Questo il sito ufficiale (in fase di aggiornamento in questi giorni) della manifestazione: http://queerveggiepride.blogspot.it/

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Riceviamo e pubblichiamo:

Transpecismo – una proposta di riflessione su teoria queer e antispecismo

di Willyl'amo

Individuare un parallelismo fra gli studi queer e la tematica antispecista permette di mettere in reciproca relazione due teorie politiche delle differenze, con l'intento di intersecare diverse - ma non divergenti - indagini sulle contiguità dei confini di genere, identità sessuale e specie.

Mettere a confronto il binarismo messo in atto dalla società fra etero e gay/lesbiche, che deriva dalla separazione percettiva riferita all'essere uomo e l'essere donna, da una parte, e quella fra umano e non umano, dall’altra, suggerisce a coloro i quali desiderano evidenziare l'esistenza di un terreno del mutevole, che per agire contro la naturalizzazione di identità separate è necessario attuare strategie non identitarie.

I rigidi binarismi prodotti dalla società borghese hanno avuto storicamente il compito di riconoscere per ghettizzare, perché le categorizzazioni di genere e inclinazione sessuale, nonché le classificazioni scientifiche dei viventi in specie, hanno diviso per controllare piuttosto che descritto per includere.

Se, infatti, la terminologia della distinzione è progredita nel definire il “diverso” da sé in ambito intraumano, anche l'evoluzione in corso del modo di chiamare l'animale ha sancito una metamorfosi della sua percezione sociale. Passare dal definire “invertito” al pronunciare la parola “omosessuale”, ha aperto per “gay e lesbiche” la possibilità di concepirsi e raccontarsi successivamente come soggetti culturali “queer”.

Parallelamente, per l'animale non umano, il veder modificata la propria dimensione esistenziale dall'essere una “macchina” al divenire una “bestia”, consente alla società animale umana di intuire che alla fine di questa trasformazione semantica debba emergere un “noi” animale: un “noi” che costituisce il vero punto di partenza verso un riconoscimento di status morale generalizzato.

E' quindi facile capire come esista una stretta corrispondenza fra il modo di concepirsi e quello di essere concepiti, perché intercorre una significativa differenza fra essere identificati come “pericolosamente” diversi, ed essere visti come “non regolari fra irregolari”', facendo in modo che un loro confluisca in un comune noi.

Se le identità attuali vengono spiegate in termini di complesse formazioni socio-culturali, decostruire nella società diventa la priorità di ogni analisi delle differenze. Il riferimento alle dinamiche di potere coercitive a partire dalle formulazioni culturali informa i campi di studi queer come i campi di studi dei movimenti antispecisti.

Mentre le contrapposizioni dicotomiche generate dal pensiero dominante si negano vicendevolmente, ognuna di esse dipende dall'altra per la sua stabilizzazione.

Abbandonare le comunanze di metodi ed orizzonti tipiche delle negoziazioni interne al sistema serve per superare le dipendenze autobloccanti, i vincoli che inficiano le prospettive di liberazione ancora attaccate alla falsa contrapposizione natura-cultura che indica un'unica strada di emarginazione/emancipazione selettiva.

La contestazione dell’idea che il genere possa esaurire il discorso politico sulla sessualità può essere riportata all’interno di una riflessione interspecifica, osteggiando la convinzione che un attaccamento affettivo di prim’ordine non possa travalicare i labili confini di specie.

La trasversalità che compie promettenti incroci post-identitari suscita un interesse sociale a partire dai “presi di mezzo”, che siano transgender o cani, o animali sinantropici, o ancora capi di bestiame geneticamente e comportamentalmente maltrattati per indurre somiglianze all’umano finalizzate alla più semplice gestione da parte del dominante.

Nell'area antagonista LGBTQI si possono distinguere, ed anche qui ibridare, due momenti facenti riferimento al bisogno di cittadinanza e alla voglia di trasgressione dalla normatività eterosessuale. Analogamente, negli ambiti di critica all'antropocentrismo emergono due tendenze apparentemente contrastanti: si propongono infatti riletture anticivilizzatrici che richiamano alle leggi di natura e spinte progressiste interclassiste che viaggiano agli antipodi nella storia dell'umanità.

L'aspetto importante che si pone a cavallo fra gli obiettivi di inclusione e quelli di stravolgimento sociale è che vengano abbracciate le marginalità e le dissidenze non pacificate, perché è cruciale il fatto che la produzione di categorie sia il lato oscuro della repressione. Diventa evidente ed imprescindibile che per abbandonare le comunanze con il modo di pensare massificato si modifichino radicalmente metodi e orizzonti tipici dei sistemi di potere insieme alle visioni votate alla loro sovversione.

Il superamento dei logos dominanti occidentalizzati non è l'unica difficoltà che assilla le convivenze; le voci stesse delle comunità omosessuali e animali devono rilanciare di fronte alle pressioni assimilative che cercano un'integrazione per via capitalista, perché riferendosi al transitorio spesso si finisce per rimanere intrappolati in discorsi “per iniziati”, difficili da tradurre in una lingua che implica un nuovo senso comune. Come l'imprenditoria gay si è fatta conquistare dallo sfrenato liberismo costruito intorno al concetto dell'omomercato, anche il protezionismo dei diritti animali di tipo “brambillesco” (per citarne uno oggi particolarmente in voga) rischia di condurre ampie fette del movimento di liberazione animale all'interno del castrante recinto delineato dal mercato del “pet”.

Come sempre le sfide portate avanti dalle minoranze dei cosiddetti diversi – o, peggio, degli inferiori - richiedono una precisa scelta a priori del mondo che vogliamo... affinché le sfumature date dalle differenze, se misurate sulle realtà inconfutabili dei liberi sentimenti, stabiliscano i profili dell'intero corpo sociale - integro poiché non parcellizzato - dei senzienti.

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