Erich Priebke e il diritto al lutto: perchè sono solidale con chi ha sputato su una bara

di Marco Reggio

Oghje tù ti ne vai a l'ultimu riposu
Ghjè l'esempiu chè tù ci dai fratellu generosu
Purtatu da li toi sin'à l'altu pratu
Palatini è Eroi caminanu à u to latu
 
Ma la to risa canta e schiatta cum'un fiore
Chì u dulore pianti e sbucci l'amore
Chì u furore pianti e sbucci l' amore

 

Il lutto è una cosa seria, non c’è dubbio. Come sostiene Judith Butler[1], è anzi un fatto centrale nella società e nella costituzione della sfera politica: da sempre, la contesa su chi o cosa sia degno di essere compianto è un elemento sensibile delle lotte per il riconoscimento dei diritti, per la liberazione, per il superamento del binarismo di genere, del razzismo (e – aggiungiamo – dell’antropocentrismo: è possibile essere in lutto per gli animali?[2]). Chi può essere compianto e chi no: un gioco di inclusione/esclusione nella sfera del sociale che viene incessantemente riprodotto, rimodellato, rinegoziato. Non essere degni di lutto, infatti, significa non essere intelligibili, in un certo senso quasi non possedere un’esistenza. E’ per questo che la rivendicazione del diritto al lutto si fa sentire con forza in alcune occasioni: penso alla tragedia di Lampedusa[3], in cui parte del conflitto – tutto biopolitico- si gioca sul dove seppellire i corpi dei migranti eritrei.

Non troppi giorni dopo, muore Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, mai pentito delle atrocità commesse. Muore in Italia, per motivi che non hanno un nesso con il suo ruolo nella storia (cioè di vecchiaia), e la storia del braccio di ferro sul suo funerale è cosa nota. L’esito parziale è quello di una contrapposizione di piazza fra fascisti e popolazione locale, una contrapposizione che si esprime – anche – su un “oggetto” carico di simbologia e di forze emotive contrastanti, ossia la bara con il cadavere. Qualcuno ha gridato allo scandalo di fronte agli sputi antifascisti sulla salma[4], chiamando in causa nientemeno che la pietas, e, quel che è peggio, strumentalizzando persino Fabrizio De Andrè che viene arruolato, postumo, fra i difensori di uno stragista nazista, mostrando così un culto del cadavere e una propensione a trafugare le salme piuttosto fastidiosa per chi sente una vicinanza politica con il poeta. Addirittura:

“E tutti voi che avete sputato sul carro funebre, o avete plaudito a chi l’ha fatto, o avete lasciato che si creassero le condizioni per poterlo fare, o sornionamente avete fatto finta di nulla perché la cosa non vi riguardava (ma ‘per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti’, come avrebbe detto il Faber) — tutti voi, nessuno escluso, mi fate profondamente schifo”.

Parole utilizzate in tutt’altro contesto vengono cannibalizzate ad uso e consumo della difesa di un simbolo della violenza del potere nella sua massima espressione: oltre al culto del cadavere, anche una certa passione per gli xenotrapianti.

Confesso che, nel vedere le immagini di Albano Laziale, ho provato un senso di smarrimento: qualcosa non mi piaceva dell’assalto ad un feretro. Vedevo comunque nel passaggio del carro funebre un fatto privato, ma che privato non era. In effetti, è il carattere pubblico del lutto a farne un fatto politico. Il rispetto per il lutto privato può essere infatti riaffermato, ma anche eletto a terreno di contesa simbolica, anche in situazioni in cui lo scontro tocca livelli più alti.


Selvaggi

Nel gennaio 1996 il governo di Parigi nomina prefetto per la Corsica Claude Erignac, con l’obiettivo di domare la lotta del popolo còrso per l’autodeterminazione, ed in particolare per spegnere il fenomeno della lotta armata che resiste tributo ai patrioti - corsicada decenni (gli attentati avvengono con frequenza impressionate, ma sempre ai danni di obiettivi simbolici, politici o economici e solo raramente di persone: una pratica di resistenza a bassa intensità che si affianca ad un contropotere dall’iconografia militarista che sfoggia arsenali di alto livello). Nel febbraio del 1998, Erignac verrà ucciso in un agguato, rivendicato poi dai gruppi indipendentisti come atto politico premeditato[5]. Poco dopo, la targa commemorativa viene danneggiata[6]. L’azione viene condannata da molte forze politiche còrse, con qualche critica anche da parte di quelle che non avevano condannato l’omicidio politico. Anche se la “profanazione della memoria” del massimo rappresentante dello stato centrale sull’isola è oggettivamente terreno di contesa politica (proprio perchè l’atto di dedicare una targa ad un proprio funzionario, da parte di un apparato statale, è un fatto politico in sè), si percepisce che questo atto appare meno giustificabile dell’omicidio stesso. Oltre alla semplice retorica del “rispetto dei morti”, non c’è in questo nè una contraddizione, nè un atavico senso del rispetto, pseudo-religioso: sarebbe comodo gettare su una forma di (legittima) resistenza l’ombra dell’etica primitiva: questi selvaggi isolani hanno un profondo senso della morte...

In realtà, credo si tratti del riconoscimento del diritto al lutto come fatto privato, e, in una certa misura, persino come fatto pubblico.

Ma voglio riprendere il filo un po’ disordinato dei pensieri che mi ha suscitato la vicenda. 


Mostri

Nella sua saga sugli zombie, George Romero ha messo in scena magistralmente due elementi fondamentali della politica del lutto: la demarcazione fra chi è piangibile e chi non lo è informa e investe la segmentazione della società in classi sociali, in gruppi razziali(zzati); l’esistenza delle persone non finisce con la morte, nè quando il lutto è un fatto ammissibile, organizzato e codificato, nè quando è negato. Nel primo caso, ovviamente, il compianto vive nel ricordo altrui, nelle tracce fantasmatiche delle relazioni che ha intrattenuto, nella celebrazione. Nel secondo caso, riaffiora inevitabilmente nell’ambito del patologico (il classico esempio è quello della malinconia omosessuale[7]). Nel secondo film della “serie”[8], l’epidemia di morti che ritornano in vita si scatena in un contesto di scontro fra il potere bianco, incarnato dalle forze speciali di polizia, e le minoranze ispaniche e nere. Lo Stato americano ha approvato leggi speciali che regolamentano la sepoltura dei cadaveri, che vengono resi inoffensivi. Gli abitanti dei ghetti si oppongono, nascondendo i propri morti, e rivendicando proprio il diritto al lutto. La negazione di questo diritto è, in questo gioco di forze sociali contrapposte, la causa del diffondersi dell’epidemia, cioè il secondo elemento di cui sopra, il patologico. Un patologico mostruoso, al confine fra umano e animale, fra la vita e la morte.zombie

Il doppio regime cui sono sottoposti gli zombie (tutelati e protetti dai parenti che vedono in loro le persone vive che conoscevano, ricercati e trucidati dalla polizia che vi vede “soltanto” dei morti ribelli) parla della loro “natura” liminare, appunto. Che i morti viventi siano esseri situati sul crinale fra la vita e la morte è in fondo una tautologia. Quello che mi pare interessante è piuttosto il fatto che vengano collocati, da parte del regista, nella zona di indistinzione fra il piangibile e l’impiangibile. Anzi, non è la morte fisica il punto di passaggio, il punto di contesa decisivo fra soggetti ammessi al discorso politico, alla legittimazione sociale, allo status di reale, in definitiva allo status di umano. Uno dei punti nodali è l’accesso al lutto. Le classi subalterne dell’america razzista di Romero, rimosse dal discorso dominante, tornano dunque sottoforma di mostri che puntano dritto ad uno dei centri nevralgici della produzione di senso della società statunitense (il centro commerciale).

La differenziazione dell’accesso al lutto, naturalmente, può essere più sottile. Può potenziare rapporti di forza storici e contingenti, come mostra Butler:

Uno statunitense di origine palestinese che di recente ha presentato al ‘San Francisco Chronicle’ i necrologi per due famiglie palestinesisterminate dalle truppe israeliane, si è sentito rispondere che non possono essere accettati necrologi senza che ci sia una prova certa dell’avvenuta morte. La redazione del ‘Chronicle’ ha poi aggiunto, tuttavia, che poteva essere accettata la formula in memoriam, e che quindi i necrologi dovevano essere riscritti e ripresentati nella forma di memoriali. Anche questi memoriali sono stati rifiutati, con la motivazione che il giornale non intendeva offendere nessuno. Dobbiamo chiederci: a quali condizioni il pubblico cordoglio rappresenta un’’offesa’ per il pubblico stesso?  [...] Forse queste morti non sono considerate delle vere morti, e queste vite non sono ritenute degne di lutto, perchè si tratta di palestinesi o di vittime di guerra? Che relazione c’è tra la violenza che ha distrutto queste vite, indegne di lutto, e il divieto posto al loro pubblico cordoglio? La violenza e il divieto non sono due facce della stessa medaglia?”[9]


Cavie

Questo percorso tocca, per ora in modo distratto, il tema della piangibilità degli animali, e quello della distinzione fra umano e non umano. Mi torna alla mente un fatto di alcuni anni fa, che ha cortocircuitato – al di là delle intenzioni dei protagonisti – la sacralità del corpo umano, il diritto al lutto, e la vulnerabilità dei corpi animali sottoposti a sperimentazione scientifica.

A Newchurch, in Inghilterra, nell’ambito di una campagna di pressione animalista contro un allevamento di cavie per la vivisezione, avviene un fatto insolito. Nell’ottobre 2004 viene trafugato il corpo di una parente dei proprietari dell’allevamento[10]. Che cosa hanno fatto gli animalisti, al di là delle loro intenzioni? Credo abbiano sollevato una contraddizione sul valore dei corpi a seconda della specie di appartenenza: il corpo umano, specie se di un dirigente di industria o di un (parente di) proprienewchurchtario di allevamento, è inviolabile ben oltre quanto suggerito dalla sua sensibilità, dal suo essere senziente, dalla sua capacità di provare piacere o dolore; il corpo animale è violabile nonostante la sua sensibilità. Prendo per buona questa distinzione, in realtà un po’ fuorviante, fra umani e non, poichè dovremmo parlare di corpi sperimentabili e corpi sperimentanti, di chi può e chi non può fungere da cavia. Ad ogni modo, il corpo del manager o dell’allevatore è un centro di aggregazione di simboli, di potere, di tutela anche quando è inerte, anche in quanto semplice spettro di relazioni terminate con la morte; il corpo delle cavie che in quel momento erano segregate – vive – negli stabulari o nell’allevamento non erano degne di un dibattito sulla legittimità del loro utilizzo. Gli animalisti hanno opposto, alla violenza scientifica, un paradigma laico che suscita in me assonanze, affinità. Vedete? Un oggetto senza vita è più importante di migliaia di vite in gioco, solo perchè il primo è umano, e le altre sono animali (e che animali: perlopiù topi, ratti e porcellini d’india...). Di nuovo, una questione di lutto e di chi ne è degno.

Eppure, questa storia è laica, troppo laica: è possibile davvero confrontare fino in fondo il valore simbolico di questi corpi? L’azione animalista è efficace nella misura in cui rileva la contraddizione. Ma sembra suggerire anche uno scambio: vivi contro morti. Questo scambio, implicitamente indicato, sembra costruito sulla messa in discussione di un lutto privato, un lutto che non ha chiesto di essere pubblico (questo spiega forse perchè da una parte l’azione fu efficace, mentre dall’altra attirò le accuse di “terrorismo” sull’animalismo radicale e la conseguente repressione). Dopotutto, nessuno ha voluto, fino a quel momento fare della salma di una parente di un allevatore una bandiera della pratica vivisettoria. Contrariamente a quanto è stato fatto con Erich Priebke.

 

Di ritorno ad Albano Laziale

Ecco, torna continuamente questo “caso Priebke”, su cui voglio prendere posizione per dire che, in fondo, se si sceglie di esibire un dolore privato come lutto pubblico, esso diventa un fatto politico, e con ciò diventa legittimo terreno di scontro. E allora se ne devono accettare le conseguenze, senza strumentalizzare il diritto al lutto. Fra queste conseguenze, credo che insulti e sputi siano il minimo per l’ideologia nazi-fascista.

C’è di peggio, però. Il tentativo di stigmatizzare gli sputi è il tentativo di spingerli fuori dell’agibilità politica. Facendosi schermo della pietas, i fascisti possono quindi non solo ripetere la propria litania qualunquista per cui gli opposti estremismi godono di un medesimo status o degli stessi diritti (fascismo e antifascismo come facce della stessa medaglia...). Essi possono affermare, agitando uno spettro nella pubblica piazza, che se non c’è spazio per l’apologia dell’orrore nazista, non ci deve essere neppure per l’antifascismo.



[1]  Cfr. Judith Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004, tr. it. a cura di O. Guaraldo; e J. Butler, La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Bollati Boringhieri, Torino 2003, tr. it. I. Negri.

[2] Cfr. James Stanescu, Species Trouble: Judith Butler, Mourning, and the Precarious Lives of Animals, in “Hypatia”, vol. 27-2, agosto 2012, pp. 567-582. Traduzione italiana in corso di pubblicazione per la rivista “Liberazioni” (www.liberazioni.org).

[3] Che, come dice un mio amico, non è un tragedia, ma un crimine di guerra (http://asinusnovus.net/2013/10/06/il-naufragio-di-lampedusa-una-tragedia-no-un-crimine-di-guerra/).

[4] Alessandra Colla, Pietas l’è morta, 16 ottobre 2013.

[7] “Finchè i legami omosessuali non vengono riconosciuto all’interno dell’eterosessualità normativa, essi non si costituiscono soltanto come desideri che affiorano e in seguito diventano proibiti. Si tratta, al contrario, di desideri banditi fin dall’inizio. E quando emergono lontani dalla censura, possono portare con sè il marchio dell’impossibilità, rappresentando il come se, l’impossibile nel campo del possibile. Come tali questi legami non possono essere pianti apertamente. Si tratta, allora, non tanto del rifiuto di piangere (una formulazione che afferma la presenza di una scelta), ma di una negazione del lutto resa possibile dalla mancanza di convenzioni culturali per dichiarare la perdita dell’amore omosessuale” (J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, trad. it. S. Capelli, Feltrinelli, Milano 1993, p. 178).

[8] George A. Romero, Dawn of the dead, 1978.

[9] J. Butler, Vite precarie, pp. 56-57.

[10] Si veda per es.: http://www.zenit.org/it/articles/gli-animalisti-ottengono-successi-nella-loro-battaglia-intimidatoria. Un atto analogo, che qui non viene discusso, è quello della profanazione della tomba di famiglia dei Vasella in Svizzera nell’ambito della campagna mondiale antivivisezionista SHAC. In entrambi i casi, l’intento è sostanzialmente “intimidatorio”, mirato cioè ad aumentare la pressione sulle attività economiche correlate agli obiettive delle campagne.

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QUEER VEGGIE PRIDE 2013

di Barbara X

 

Sabato 6 luglio, nel cortile della camera del lavoro di via Crociferi, a Catania, avrà luogo la seconda edizione del Queer Veggie Pride, la gaia festa dell'ibridità.

Nelle settimane che precedono l'evento, tante sono le iniziative che si susseguono nella meravigliosa città siciliana, iniziative volte a costruire mattone dopo mattone l'edificio del rispetto e della coscienza.

Non dovrebbero esistere "corpi estranei" nella nostra società: ma esistono purtroppo corpi sfruttati, corpi e vite considerati inferiori, a causa della schiavitù (spesso inconsapevole) a un aberrante condizionamento culturale imposto da questo sistema capitalista e specista.

Il fascismo di oggi si chiama mercato, consumo, disprezzo per i libri, e i comunicati radiofonici del Ventennio sono oggi sostituiti dalla delittuosa stupidità della televisione, dai messaggi pubblicitari che mettono in ginocchio menti e coscienze, azzerando le differenze, le individualità.

In un simile contesto, tutto diventa merce, anche la vita: la vita degli esseri umani e quella degli animali non umani.

Sicché, iniziative come il Queer Veggie Pride sono un po' come una crepa nell'indifferente muro d'odio innalzato da questo sistema. Sempre più realtà decidono dunque di condurre le proprie battaglie per i diritti includendovi quella per i diritti degli ultimi fra gli ultimi, cioè gli animali, il cui massacro al servizio di un capriccio alimentare terribile e senza senso ha numeri impressionanti, e va drammaticamente a pesare anche sulle vite di quegli esseri umani che non hanno avuto in sorte di nascere nel "civile" occidente, oltreché sull'ambiente.

"Killing is our business and business is good": questa era la scritta che appariva all'ingresso di una base USA ai tempi della guerra del Vietnam. E quanto a raccapriccio non ha nulla da invidiare alla tristemente famosa "Arbeit macht frei" del campo di Auschwitz. E' evidente che nella società umana vi sono logiche di dominio, perversione e morte completamente estranee a tutti quei cuori coraggiosi che tutti i giorni si battono per davvero per i diritti di tutti e tutte.

Le compagne e i compagni di IbrideVoci Catania, con il Queer Veggie Pride intendono altresì lanciare un poderoso messaggio sul fronte dei diritti delle persone queer, lesbiche, gay, transgender: abbattere le barriere di genere ed eteronormatività imposte dal sistema è di per sé una grande forma d'amore. Amore per la libertà.

A Catania, nella giornata del 6 luglio, si susseguiranno numerose iniziative, dallo spazio dedicato allo yoga al laboratorio teatrale, dalla musica a un dibattito con Annamaria Rivera e con me, Barbara X. Saremo chiamate a confrontarci sull'antispecismo, ciascuna portando la propria esperienza, le proprie idee, ma sempre tenendo d'occhio la connessione fra le battaglie per i diritti.

Anche quest'anno i miei libri voleranno con me a Catania, e come nella scorsa edizione avrò modo di parlarne con le amiche e gli amici che vorranno conoscerli: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.151421521641603.30376.100003212696249&type=3

Per concludere, faccio mie le parole tratte dal documento politico di IbrideVoci e Città Futura, parole che sottoscrivo dalla prima all'ultima:

" Viviamo in una società attraversata da una paura strisciante di ogni altro essere vivente, di ogni forma di alterità e differenza, ed in cui le perverse strategie del dominio capitalista si intrecciano drammaticamente con razzismo e xenofobia, sessismo, omo/transfobia, specismo e violenza diffusa. Alla violenza della parola e delle pratiche dominanti vogliamo opporre l’alterità delle nostre soggettività desideranti e l’irriducibilità dei nostri corpi, contro le logiche perverse di un capitalismo che trasforma ogni corpo in merce, come accade a centinaia di donne e uomini migranti, deportati e privati di ogni dignità umana, e come accade con i corpi degli animali non umani, sfruttati, deanimalizzati e reificati, trasformati dal mercato globale in prodotto di consumo senza identità."

 

Ecco il programma del Queer Veggie Pride 2013:

QUEER VEGGIE PRIDE
la gaia festa dell'ibridità
SABATO 6 LUGLIO 2013
CATANIA, CORTILE CGIL, VIA CROCIFERI
-DALLE ORE 20
APERTURA DEI NATURAL, VINTAGE & DESIGN SHOP
E DELL'OSTERIA VEGAN
-ORE 20
"YANTRA"
YOGA CON INA ASERO
CONCERTO DI TABLA DI RICCARDO GERBINO
-ORE 20,45
"CHE GENERE DI ANTISPECISMO?"
INCONTRO CON BARBARA X E ANNAMARIA RIVERA
-ORE 21,30
"È QUESTO CHE TROVO MERAVIGLIOSO"
DA SAMUEL BECKETT
LABORATORIO TEATRO DEL MOLO 2
DIRETTO DA GIOACCHINO PALUMBO
-ORE 22
ZUMBA CON FEDERICA SCUDERI
-ORE 22,30
MUSICA LIVE
PIPPO BARRILE (KUNSERTU)
VALERIO CAIRONE
& GIORGIO MALTESE
PAOLO MIANO
'80 QUEER DANCEHALL

 

Qui la pagina dell'evento facebook: https://www.facebook.com/events/467246966692247/

Questo il sito ufficiale (in fase di aggiornamento in questi giorni) della manifestazione: http://queerveggiepride.blogspot.it/

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Sull’arresto di due fascisti per attacchi firmati ALF

riceviamo e diffondiamo:

Segnaliamo la notizia di questi giorni riguardo all’arresto di due animalisti, e del mandato di cattura ai danni di un terzo, accusati di 4 attacchi incendiari avvenuti in Toscana negli ultimi tre mesi; l’ultimo dei quali l’incendio del 31 dicembre a 8 camion di proprietà di un’industria di latticini a Montelupo. Tutte le azioni di cui sono accusati sono state rivendicate e firmate con la sigla ALF (Animal liberation front).

Il primo dei tre ad essere arrestato, Filippo Serlupi d’Ongran, ha subito ammesso la responsabilità di tutti e 4 gli incendi.

Negli articoli di giornale si fa riferimento alla sua militanza negli ambienti dell’estrema destra e al fatto che sarebbe frequentatore del centro sociale di destra “Casaggì” di Firenze.

Una sommaria ricerca su internet ci ha fornito altre informazioni, tra cui il suo profilo facebook in cui posta foto che lo vedono circondato da donne ridotte ad oggetti sessuali.

Le sue implicazioni con l’estrema destra sono più attuali che mai, lo conferma la scelta dei due avvocati che lo difenderanno: tali Giangualberto Pepi e Andrea Mennini Righini.

Il primo si è candidato per le elezioni comunali di Firenze del 1999 per il Movimento Sociale Fiamma Tricolore:
http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_comunali_a_Firenze

Piu’ recentemente ha pubblicato un libro dal titolo “Memorie e pensieri di un lupo azzurro”, di chiara influenza fascista e di cui si può leggere un’introduzione che non lascia spazio a dubbi:
http://antimafiaduemila.com/book/4-cultura/598-memorie-e-pensieri-di-un-lupo-azzurro.html

Non a caso il libro è stato presentato il 4 ottobre 2012 al centro sociale di destra Casaggì di Firenze e pubblicizzato sul sito della Giovane Italia – Destra Identitaria e Giovanile: http://giovaneitaliacertaldo.blogspot.it/

L’altro avvocato, Andrea Mennini Righini, ha difeso a processo un esponente del gruppo ultras neofascista ‘Bulldog Lucca 1998′ della Lucchese accusato di un violento pestaggio di gruppo ai danni di un operaio di sinistra in un pub:
http://iltirreno.gelocal.it/lucca/cronaca/2010/08/14/news/bulldog-i-giudici-devono-decidere-1.2013269

Non abbiamo trovato informazioni sulle posizioni politiche degli altri due indagati ma la scelta di avere portato avanti azioni insieme a una persona con ideologie filo-fasciste ci fa come minimo sorgere dei dubbi anche su di loro.

“Casualmente” hanno ricevuto supporto finora solo da gruppi di destra come “100% animalisti” e blog di palese ispirazione di estrema destra, come Bikersgrunf (http://bikersgrunf.overblog.com/militanti-alf-liberi-subito), che commenta l’articolo del loro arresto con un “Piena solidarietà da parte mia ai camerati”.

E’ ridicolo che questi personaggi abbiano usato nelle loro azioni una sigla come Alf e per di più racchiusa in una A cerchiata; ma se inseriamo questo episodio in un contesto come quello attuale, in cui gruppi di estrema destra (sempre più numerosi) si appropriano delle tematiche e delle lotte storicamente legate a movimenti anarchici o libertari, allora tutto acquisisce un senso.

Dobbiamo essere chiari e determinati nel rigettare ogni tipo di infiltrazione fascista nel movimento di liberazione animale; chi sostiene questo tipo di ideologie autoritarie e discriminatorie tra esseri umani va in direzione opposta alla nostra concezione di liberazione animale, che si inserisce in una lotta più ampia contro ogni forma di dominio e prevaricazione su tutti gli esseri viventi.

Pur condividendo le azioni di cui sono accusati non ci interessa ovviamente supportare queste persone o solidarizzare con loro.

Questo episodio dovrebbe anche essere occasione per un’ulteriore riflessione da parte di individualità e gruppi antispecisti su come trovare strategie o approfondire contenuti che non lascino spazio a dubbi e ad ambiguità;  per ribadire, dunque, i contenuti libertari della nostra lotta.

Alcuni/e attivisti/e per la liberazione animale

animal lib. human lib.

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Mercoledì, 05 Dicembre 2012 15:09

Comunicato su aggressione fascista a Milano

Fonte: http://daxvive.info/comunicato-sullaggressione-al-nostro-compagno-antifascista-avvenuto-il-2-dicembre-2012-presso-il-metro-della-stazione-centrale-di-milano/

Comunicato sull’aggressione al nostro compagno antifascista del 2 dicembre 2012 presso la metro della Stazione Centrale di Milano

Sono quasi passati dieci anni dalla tragica notte del 16 marzo 2003 e oggi ci ritroviamo in una situazione umana e giudiziaria simile a quella passata.
Fortunatamente l’aggressione ha avuto un esito meno grave, anche se potenzialmente poteva essere mortale.
Per noi la dinamica dei fatti è molto chiara oggi, come chiara lo era il giorno dopo l’uccisione di Davide Cesare nel 2003.
Allora, con tenacia ferrea, riuscimmo a smascherare le menzogne di Stato subito incentrate sulla de-politicizzazione dell’accaduto sminuito in concerto anche dai media in una “rissa tra punk” e riuscimmo ad abbattere la grave falsità di “sequestro di salma da parte degli amici e amiche del deceduto Davide Cesare Dax”, che giustificava le cariche nei riguardi dei compagni e compagne presenti presso l’ospedale San Paolo di Milano.

Perchè questo parallelismo?
Perchè la ferita aperta dieci anni fa nell’antifascismo militante ancora sanguina e la nostra determinazione insieme alla ricerca delle responsabilità di coloro che inneggiano a violenza, razzismo, omofobia e squadrismo sono diventate perentorie.
La cultura dei coltelli porta morte e i luoghi che la diffondono sono sempre più numerosi e chiari. Nonostante gli appoggi della destra istituzionale milanese e lombarda, non riusciranno a spogliarsi delle responsabilità politiche che hanno avuto in questa vicenda. Le sedi squadriste dei fascisti devono essere chiuse, senza se e senza ma, senza la minima tolleranza.

Oggi non piangiamo un compagno come dieci anni fa solo per il “caso”.
Il nostro compagno è fisicamente imponente; la sua “pellaccia” ha resistito e solo la fortuna non ha portato al peggio.
Vogliamo chiarire qualche punto rispetto all’accaduto di domenica nella metro della Stazione Centrale alle ore 16:15 circa, tra i due boneheads e il militante antifascista. Senza scendere nei dettagli, lavoro che lasciamo agli inquirenti (verso cui la fiducia è limitata), riteniamo altresì fondamentale dire due parole agli amici, amiche, compagni, compagne e a tutti coloro che in questi anni abbiamo conosciuto e con cui abbiamo coltivato forti legami.
I nazifascisti erano due, hanno ingaggiato un corpo a corpo sulla banchina della metro verde, accoltellando con 3 colpi d’arma bianca il nostro compagno, fendenti che hanno causato lacerazioni di fasce muscolari addominali e sfiorato per pochi millimetri l’arteria aorta.
I due hanno inseguito il ferito fino alla banchina della metro gialla, sempre nella Stazione Centrale, rimostrando le armi e cercando di infliggere altri colpi, il tutto verosimilmente sotto le telecamere di videosorveglianza. Per fortuna, il nostro compagno ha trovato riparo in un bar.
Lasciamo a voi altre interpretazioni legate alle documentazioni reali di medici e prove video che andranno a incidere sulla lealtà e l’azione di questi due individui.
Il punto che sottolineiamo è che non ci interessa catalogare questi personaggi in una o in un’altra squadraccia milanese: restano membri della stessa servitù fascista.

SENZA MEMEMORIA NON C’E’ FUTURO, CONTRO IL FASCISMO TOLLERANZA ZERO

I compagni e le compagne di DaxMilano, 5 dicembre 2012

daxresiste

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Assemblea dibattito

venerdì 7 dicembre presso il Circolo Libertario S'Arxa, in via S. Giacomo 38, dalle 18.00 in poi.

Il Collettivo antispecista OcheBarrose nasce a Cagliari a fine ottobre del 2012.

Siamo attiviste di tutte le età e con diverse esperienze alle spalle, accomunate dall'antispecismo, l'antifascismo, l'antirazzismo e l'antisessismo.

Primo atto del collettivo è stato un comunicato che è stato fatto girare in rete, sopratutto a livello locale, in cui si denunciava il tentativo di infiltrazione nel movimento di liberazione animale e umana di razzisti e fascisti di ogni risma.
Questa vergogna esiste da tempo a livello nazionale ma nella nostra città è di pochi mesi fa: da quando un gruppo di individui noti per dichiarazioni di stampo xenofobo, comincia a partecipare e addirittura organizzare eventi “animalisti”. A costoro si uniscono presto, in manifestazioni di piazza, anche noti fascisti locali che pensano evidentemente di usare questo movimento come un ariete e prendersi uno spazio e un'agibilità che non hanno mai avuto e che non hanno e non devono avere in nessun campo.
Tutto questo nel silenzio durato mesi di altre realtà che si definiscono antispeciste.
Non potevamo più star zitte e stare a guardare!

Il collettivo OcheBarrose intende rivalutare la pratica antispecista nel suo senso pieno che non può essere altro che contro lo sfruttamento e l'oppressione di tutti gli esseri senzienti , e quindi, conseguentemente, contro ogni forma di razzismo e di discriminazione basati sulla specie, l'etnia, il genere o l'orientamento sessuale, e contro il fascismo e l'autoritarismo che tutte queste pratiche aberranti raccolgono in sé.

Sono noti a tutt* gli/le attivist* i fatti di Correzzana, quando, durante la manifestazione contro Harlan, un gruppo di compagn* ha cercato di allontanare un gruppo di fascisti, per essere poi bollat* come persone che “vogliono distruggere il movimento” quando quello che cercavano di fare era esattamente il contrario: proteggerlo.
Noi siamo assolutamente in sintonia con quest* compagn*che hanno la nostra piena solidarietà.
Se fossimo state là avremmo fatto la stessa identica cosa.

Come “OcheBarrose” abbiamo diverse proposte da fare, la prima è quella di un coordinamento nazionale di antispecist* antifascist* per darci solidarietà reciproca, scambiarci informazioni e condividere eventi che rientrino in questa concezione dell'antispecismo che, per noi, è l'unica che ne esprima il vero e profondo senso.
Abbiamo in cantiere anche altre proposte a livello locale che vorremmo discutere con chi ha questo nostra stessa esigenza.
Per questo il Collettivo OcheBarrose si rivolge alle/gli attivist* che si sentano in sintonia con questo pensiero e propongono di incontrarsi per discutere di antispecismo e antifascismo in un'

ASSEMBLEA DIBATTITO

venerdì 7 dicembre presso il Circolo Libertario S'Arxa, in via S. Giacomo 38, dalle 18.00 in poi.

Seguirà un sostanzioso aperitivo vegano benefit a offerta libera.

Razzisti e fascisti dichiarati o meno, ma che lo siano per esternazioni e pratiche, non sono, ovviamente graditi.

Evento Facebook: http://www.facebook.com/events/480724991969782/

Collettivo OcheBarrose
per info e contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Pubblichiamo qui un post pubblicato su Femminismo a Sud in risposta all'articolo di Barbara X "Antispecismo è antifascismo"

Antifascismo è Antispecismo?

Dopo aver letto l’articolo di Barbara X pubblicato su FaS, ho sentito la necessità di esprimere alcune riflessioni in merito.

Di seguito riporto, perciò, le parti che più mi hanno colpito – e in calce i miei commenti.

Quel sabato, finalmente, si è deciso di dare un segnale forte e di carattere politico a tutti i partecipanti: si è cercato di far capir loro, tramite una presenza abbastanza compatta di antifasciste e antifascisti, che tutti i soggetti interessati alla battaglia antispecista che abbracciano pseudoideologie di destra (più o meno estrema) non sono e non saranno mai i benvenuti a manifestazioni per la liberazione animale.

Penso sia fondamentale riaffermare che l’antispecismo non può essere ‘di destra’, per i motivi già pubblicati da Feminoska qui.
Detto questo non v’è dubbio che la destra possa essere ‘interessata’ alla battaglia antispecista, così come a tutti quegli argomenti e movimenti sociali di cui vede la possibilità di appropriarsi. O magari è semplicemente interessata alla lotta animalista (che tocca il cuore di tanti “indifferenti”) e della lotta antispecista se ne frega (e c’è da dire che spesso neanche molti di coloro che si dichiarano antispecisti sanno cosa questa parola significhi veramente).

Mi fa già strano pensare che finalmente l’antifascismo abbia deciso di dare un segnale forte e di carattere politico ai partecipanti alla manifestazione: scriverla in questo modo dà l’idea che fino ad oggi le manifestazioni antispeciste non siano state di interesse di quegli antifascisti accorsi al corteo per contrastarne la deriva di destra . Dico sembra, ma in realtà ho paura che sia proprio così. A mio avviso un corteo antispecista dovrebbe essere intrinsecamente composto da partecipanti antispecisti, e quindi antifascisti, invece di vedere la partecipazione di ‘realtà esterne’ a ribadirne i contenuti essenziali.

Mi sembra logico concludere, quindi, che al corteo antispecista la maggior parte delle persone non fosse antispecista, ma fosse lì per altri motivi. La cosa è sicuramente grave, ma non penso che la responsabilità sia solo degli antispecisti che il corteo l’hanno organizzato, ma piuttosto degli antifascisti in generale, che se ne fregano altamente della lotta antispecista e che quindi se ne sono fregati di questo corteo (come di quelli precedenti).

Tutti gli antifascisti se ne fregano dell’antispecismo? No, e io sono uno di quelli, ma sicuramente la maggior parte sì. E’ un dato di fatto e non ha senso fare finta di nulla. Se a Correzzana c’erano, per sparare dei numeri a caso, solo 200 antispecisti su 4000 partecipanti al corteo, la responsabilità non è di quei 200 presenti, ma delle migliaia di antifascisti che pensano che non abbia senso appoggiare ed abbracciare la lotta antispecista. E sono convinto che senza ricadere in dinamiche autoritarie, se non in risse belle e buone, 200 antispecisti non abbiano grandi opportunità di ribadire la connotazione antispecista del corteo se agli altri 3800 gli frega solo del benessere degli animali non-umani, in un’ottica esclusivamente zoofila.

 

Si sono sentite frasi più o meno deliranti di questo tenore: “Che ne sai se un giorno un fascista può comprendere che la sua ideologia è sbagliata?” “Non puoi allontanare i fascisti usando i loro mezzi: altrimenti sei fascista pure tu” “Prendiamo le distanze dagli idioti che hanno preso parte a cori offensivi” ecc.

A me questi sembrano dei commenti sterili, che tanto vanno di moda nei nuovi social network. E trovo sterile citarli in quanto non meriterebbero secondo me la minima attenzione tanto sono vuoti di contenuti.

Molti degli equivoci in ambito animalista/antispecista hanno origine dalla convinzione (evidentemente errata) secondo cui essere antispecisti ti permetterebbe di essere “antitutto”: questo non è vero.

Ci sono tanti antispecisti che non sono antifascisti; ci sono antispecisti appartenenti all’area delle destre (più o meno estreme); antispecisti omo/transfobici; antispecisti sessisti; antispecisti razzisti e via dicendo. Ci sono cioè individui vegani e che non considerano inferiore a se stessi nessun altro essere vivente altro-da-umano, che hanno tuttavia serie difficoltà a relazionarsi con un migrante o con un’altra persona a vario titolo discriminata per la sua diversità.

Parlare di antispecisti che non sono antifascisti è analogo a dire ci sono vegani che mangiano le bistecche. O uno è antispecista, e quindi antifascista, o uno non lo è. Penso sia importante avere ben chiaro in mente cosa uno ha in mente per antispecismo, altrimenti se non si tratta di un concetto forte ma di una scatola vuota il rischio è che si possa all’occorrenza, noi come la destra, riempirla con quello che fa più comodo.

Esistono persone che dicono di essere antispeciste e che in verità contraddicono quotidianamente questa loro affermazione? Sicuramente sì, e alcuni lo fanno con gli atteggiamenti descritti da Barbara X. Questo però non deve portare a stravolgere il significato di antispecismo, ma invece a far emergere nei singoli queste contraddizioni in modo sia critico che autocritico.

L’antispecismo non va posto al di sopra di tutto: è una parte del tutto, una parte che, col trascorrere del tempo, acquista certamente di importanza e si arricchisce di significato. Tuttavia anche gli antispecisti volgono la propria attenzione verso una determinata prospettiva sociale: e a seconda delle scelte che compiono (a partire dalla banalità del quotidiano), assumono una determinata posizione politica, a prescindere dal fatto che conferiscano pari dignità e diritti agli altro-da-umani.

Affermare questo vuol dire che essere antispecisti e fascisti è possibile, cosa che non condivido per le motivazioni esplicitate più sopra.

In linea teorica è una bestemmia;

Appunto.

ma da un punto di vista pratico certi atteggiamenti sono realtà di tutti i giorni.

Sono il primo a riconoscere che bisogna innanzitutto combattere i nostri  personali fascismi, ma non accetterei mai che il concetto di antispecismo venisse associato a quello di fascismo.

Del resto (e non lo scopro certo io) vi è -ahimè- una grande quantità di antifascisti, anarchici, comunisti, antirazzisti che se ne impipano della questione animale e che mangiano carne: costoro sono dunque specisti, pur battendosi per i diritti degli esseri umani. L’antispecismo non può essere di destra? Certo, se si hanno le fette di melanzane davanti agli occhi non si può che “vederla” così. Ma all’atto pratico (ciò che evidentemente interessa maggiormente) vi è un elevato numero di antispecisti che per formazione, atteggiamenti e addirittura simpatie volgono il proprio sguardo, più o meno consapevolmente (occorre sottolinearlo), verso la destra in tutte le sue sfumature.

Per me queste persone non sono antispeciste , anche se magari sono convinte di esserlo e si dichiarano tali.

Ecco perché è fondamentale puntare all’unificazione (ed equiparazione) delle battaglie per i diritti, creando connessioni, intersezioni, ponti: sotto quest’ottica, l’antispecismo non può che essere antifascista, e le battaglie per i diritti degli umani oppressi devono cominciare necessariamente a contemplare anche la liberazione animale.

Appunto, allora pensiamo la stessa cosa, e quindi gli autoproclamatisi ‘antispecisti di destra’ si sono appropriati di un concetto non loro, e sono da smascherare.

Rimane il fatto che il concetto di nonviolenza di molti antispecisti è sovente un impulso privo di finalità concrete, derivante da un certo tipo di formazione, sociale e politica. Senza considerare che la confusione, troppo spesso, regna sovrana: molte delle critiche giunte agli antifascisti e alle antifasciste nel dopo Correzzana, provengono da attivisti antispecisti che su internet augurano regolarmente le peggiori torture ai maltrattatori di animali. Come mai, allora, tutta questa indulgenza verso i fascisti?

Augurare le peggiori torture ai maltrattatori animali su internet lo collegherei al discorso sulle modalità caratteristiche dei social network già criticate sopra. Trovo ingiusto inoltre, andare a parlare dell’annoso dilemma violenza-nonviolenza per gli antispecisti, senza accennare al fatto che è un problema che attraversa tutti i movimenti di lotta da decine e decine di anni. Mi sembra un argomento che esula dal concetto di antispecismo, e che si può affrontare, possibilmente  in modo trasversale e più approfondito, in altro momento. Sinteticamente, comunque, c’è molta confusione sui concetti di nonviolenza, violenza, danneggiamento, resistenza, uso della forza… confusione che fa comodo ai qualunquisti e ai populisti, ma che bisogna ammettere è uno dei punti deboli della “sinistra”.

Tornando al 20 ottobre (e cambiando discorso), bisognava parlare chiaro sin dall’inizio: bisognava dire agli antifascisti, appena arrivati, di non adottare nessuna misura per cacciare i fascisti presenti; non bisognava lasciare che gli antifascisti si facessero tutto il corteo in coda, a fare da muro; e non bisognava nemmeno consentire agli stessi di giungere al termine del corteo. Mi sembra davvero troppo comodo servirsi di antifascisti e antifasciste per allontanare certa gentaglia, per poi infangarli e compiacere così a quella stessa gentaglia. Chi ha fatto questo lavoro sporco, sono compagne e compagni che conoscono bene le dinamiche di piazza e che hanno utilizzato determinati striscioni, bandiere, cori in una situazione di tensione, per mantenere il sopravvento su chi non era bene accetto. Oltre al “muro”, non ci sono altri mezzi non violenti per tenere distanti i nazifascisti.

Secondo me questa visione è completamente sbagliata: non è che gli antifascisti dovessero stare davanti (o dietro,  o di fianco) al corteo. Il corteo doveva essere composto di antifascisti (essendo gli antispecisti anche antifascisti). Se il corteo non è stato composto da antifascisti forse è proprio perché la sua composizione non è stata prevalentemente antispecista, ma probabilmente animalista o zoofila. Le domande importanti secondo me sono allora: perché il corteo era composto solo in minima parte da antispecisti, e quindi antifascisti? Perché gli antifascisti, che avrebbe dovuto supportare il corteo a prescindere dall’emergenza della presenza di fascisti, non l’ha fatto?

Dunque risulta perfettamente inutile lamentarsi delle cosiddette infiltrazioni delle destre nei cortei antispecisti: le destre non si fanno vive a queste manifestazioni perché gli ideali animalisti costituiscono un poderoso richiamo per chiunque; si fanno vive perché sanno che dall’altra parte c’è una porta socchiusa, c’è una barriera molle…

Questo penso sia più un problema della galassia antifascista tutta, che ha lasciato un vuoto nelle lotte care agli antispecisti non condividendone i principi.

Sono tantissimi e tantissime coloro che, a prescindere dalla Resistenza Partigiana, non hanno la benché minima cognizione di cosa sia la resistenza antifascista di oggi (legata peraltro a doppio filo con quella). Nessuna conoscenza delle dinamiche della lotta, né della “dialettica di piazza”: i comunicati che ho letto negli ultimi giorni, infarciti di passaggi che sembrano tratti da un testo di Pansa, lo dimostrano ampiamente.

Questo mi pare un’altro dei problemi della galassia antifascista tutta, che non è purtroppo, ad oggi, riuscita a trasmettere in modo capillare e diffuso il significato della lotta antifascista.

In definitiva, sono state criticate e ingigantite in modo assai sospetto (e pericoloso) certe scelte adottate da antifasciste e antifascisti il 20. Bene. La prossima volta, mi sa tanto che verrà lasciato ampio spazio ai moderati e alla barriera molle; saranno loro ad andare dai nazisti e dai fascisti che si ripresenteranno alla manifestazione di turno: voglio proprio vedere quali mezzi adotteranno per allontanarli (ammesso che gliene interessi per davvero): un viso imbronciato e una fronte corrugata non sono sufficienti, lo dico prima…

Spero che la prossima volta gli antifascisti vengano al corteo perché hanno riflettuto sulle tematiche antispeciste e le ritengono degne di essere abbracciate, non che vengano solo per portare avanti la (giustissima) lotta antifascista militante. Spero, al prossimo corteo, di vedere più antispecisti che animalisti, zoofili e passanti.

P.S. non so se chi ha scritto commenti inaciditi al post in cui è riportato l’articolo di Barbara X condividano quanto ho detto, ma sicuramente, se si fossero dilungati oltre alla ‘muraglia’ delle 140 battute, l’intera discussione ne avrebbe giovato.

Luca

foto ippoasi
Foto: Ippoasi
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 27 Novembre 2012 14:55

Antispecismo è antifascismo - di Barbara X

Antispecismo è antifascismo

di Barbara X

 

Nelle ultime settimane, nella piccola grande galassia animalista e antispecista, sembra essere molto in voga una determinata disciplina: ovverosia la stesura di articoli, resoconti, cronache, commenti e via dicendo sulla giornata dello scorso 20 ottobre, su quelli che -giornalisticamente parlando- qualcuno definisce come "i fatti di Correzzana".

Dato che sono stata la sostenitrice di una delle parti in causa, e considerati i suggerimenti di alcuni amici e amiche, decido di cimentarmi anch'io nel redigere alcune valutazioni personali riguardo alla giornata del 20 ottobre.

Quel sabato, finalmente, si è deciso di dare un segnale forte e di carattere politico a tutti i partecipanti: si è cercato di far capir loro, tramite una presenza abbastanza compatta di antifasciste e antifascisti, che tutti i soggetti interessati alla battaglia antispecista che abbracciano pseudoideologie di destra (più o meno estrema) non sono e non saranno mai i benvenuti a manifestazioni per la liberazione animale.

Per qualche ora, forse per un giorno, è sembrato che l'azione antifascista avesse sortito i suoi effetti. Purtroppo però bisognava ancora fare i conti con le parole e i comunicati di chi quella manifestazione l'ha vissuta e sostenuta da vicino.

Perché è stato in questa successiva fase che si è rivelata una certa impreparazione storica e sociale da parte di molti commentatori più o meno improvvisati che, come me, abbracciano la filosofia antispecista.

Si sono sentite frasi più o meno deliranti di questo tenore: "Che ne sai se un giorno un fascista può comprendere che la sua ideologia è sbagliata?" "Non puoi allontanare i fascisti usando i loro mezzi: altrimenti sei fascista pure tu" "Prendiamo le distanze dagli idioti che hanno preso parte a cori offensivi" ecc.

Queste, e tante altre amenità di questo genere, mi hanno spinto a buttar giù queste righe con le quali intendo evidenziare una determinata quanto evidente scollatura dell'enclave antispecista nei confronti del movimento antagonista.

Molti degli equivoci in ambito animalista/antispecista hanno origine dalla convinzione (evidentemente errata) secondo cui essere antispecisti ti permetterebbe di essere "antitutto": questo non è vero.

Ci sono tanti antispecisti che non sono antifascisti; ci sono antispecisti appartenenti all'area delle destre (più o meno estreme); antispecisti omo/transfobici; antispecisti sessisti; antispecisti razzisti e via dicendo. Ci sono cioè individui vegani e che non considerano inferiore a se stessi nessun altro essere vivente altro-da-umano, che hanno tuttavia serie difficoltà a relazionarsi con un migrante o con un'altra persona a vario titolo discriminata per la sua diversità.

L'antispecismo non va posto al di sopra di tutto: è una parte del tutto, una parte che, col trascorrere del tempo, acquista certamente di importanza e si arricchisce di significato. Tuttavia anche gli antispecisti volgono la propria attenzione verso una determinata prospettiva sociale: e a seconda delle scelte che compiono (a partire dalla banalità del quotidiano), assumono una determinata posizione politica, a prescindere dal fatto che conferiscano pari dignità e diritti agli altro-da-umani.

In linea teorica è una bestemmia; ma da un punto di vista pratico certi atteggiamenti sono realtà di tutti i giorni.

Del resto (e non lo scopro certo io) vi è -ahimè- una grande quantità di antifascisti, anarchici, comunisti, antirazzisti che se ne impipano della questione animale e che mangiano carne: costoro sono dunque specisti, pur battendosi per i diritti degli esseri umani.

L'antispecismo non può essere di destra? Certo, se si hanno le fette di melanzane davanti agli occhi non si può che "vederla" così. Ma all'atto pratico (ciò che evidentemente interessa maggiormente) vi è un elevato numero di antispecisti che per formazione, atteggiamenti e addirittura simpatie volgono il proprio sguardo, più o meno consapevolmente (occorre sottolinearlo), verso la destra in tutte le sue sfumature.

Chi tende al cosiddetto superamento della contrapposizione destra/sinistra è suo malgrado fautore dell'instaurazione di una grande destra informale, che oggigiorno è presente in ogni ambito e trae linfa dall'apoliticismo, da sempre l'arma al servizio delle destre.

Ecco perché è fondamentale puntare all'unificazione (ed equiparazione) delle battaglie per i diritti, creando connessioni, intersezioni, ponti: sotto quest'ottica, l'antispecismo non può che essere antifascista, e le battaglie per i diritti degli umani oppressi devono cominciare necessariamente a contemplare anche la liberazione animale.

Rimane il fatto che il concetto di nonviolenza di molti antispecisti è sovente un impulso privo di finalità concrete, derivante da un certo tipo di formazione, sociale e politica. Senza considerare che la confusione, troppo spesso, regna sovrana: molte delle critiche giunte agli antifascisti e alle antifasciste nel dopo Correzzana, provengono da attivisti antispecisti che su internet augurano regolarmente le peggiori torture ai maltrattatori di animali. Come mai, allora, tutta questa indulgenza verso i fascisti?

Da sempre (ce lo insegna la storia) il nemico nazifascista è stato combattuto con l'intransigenza (e con le armi, se consideriamo la Resistenza Partigiana): dovrei forse dolermene?

Vicinissimo a dove sono nata io, un gruppo di partigiani ha fatto saltare in aria una jeep con a bordo tre figuri dell'allora comando locale della Gestapo: dovrei essere dispiaciuta per questo che, per fortuna, non è stato l'unico atto di una guerra che ha portato alla Liberazione?

Chiaramente, no. Questa non è cieca violenza: è una prova di forza con la quale la società civile ha voluto salvaguardarsi dal pericolo nazifascista. E' ora di finirla col mettere sempre tutto sullo stesso piano. Se su un tavolo abbiamo un piatto di fusilli al pomodoro e arriva qualcuno che pretende di affiancargli un piatto pieno di merda, gli si dice di no: gli si dice di no perché fa schifo, perché è sbagliato. Ecco cosa manca alla società di oggi: la capacità di discernimento, la volontà di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor
corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor

Tornando al 20 ottobre (e cambiando discorso), bisognava parlare chiaro sin dall'inizio: bisognava dire agli antifascisti, appena arrivati, di non adottare nessuna misura per cacciare i fascisti presenti; non bisognava lasciare che gli antifascisti si facessero tutto il corteo in coda, a fare da muro; e non bisognava nemmeno consentire agli stessi di giungere al termine del corteo. Mi sembra davvero troppo comodo servirsi di antifascisti e antifasciste per allontanare certa gentaglia, per poi infangarli e compiacere così a quella stessa gentaglia. Chi ha fatto questo lavoro sporco, sono compagne e compagni che conoscono bene le dinamiche di piazza e che hanno utilizzato determinati striscioni, bandiere, cori in una situazione di tensione, per mantenere il sopravvento su chi non era bene accetto. Oltre al "muro", non ci sono altri mezzi non violenti per tenere distanti i nazifascisti.

Certe tiratine d'orecchi agli antifa da parte di alcuni antispecisti suonano dunque assai strane: erano questioni che si potevano chiarire in privato, senza sbandierarle a sorpresa nei comunicati ufficiali. Ed è pure deprimente leggere che i fascisti andavano cacciati da quel corteo in virtù del fango tirato addosso a chi si è battuto seriamente per la liberazione animale, e non per la loro ideologia di tenebre e morte.

Certe cose sarebbero da dire a quegli "idioti" di partigiane e partigiani che sono ancora vivi e che hanno sparato e fatto attentati per distruggere il mostro nazifascista anche per coloro che, con violenza e disprezzo, hanno insultato e infangato i compagni e le compagne presenti a Correzzana. Alle volte, stare dietro così insulsamente alla propaganda delle destre degli ultimi due tre decenni gioca brutti scherzi.

Ho letto valutazioni e commenti su internet di una violenza e di un odio spaventosi: e tralascio le idiozie scritte dai fascisti e dagli apolitici (quelle fanno ridere, tanto sono penose). Mi è capitato di leggere pensieri patetici che non hanno alcuna aderenza con la realtà, sia della Resistenza che dei nostri giorni.

Fuori da certo antispecismo, quando c'è il sentore che qualche scelta adottata in un'azione possa essere oggetto di strumentalizzazioni da parte di qualcuno di destra, ci si guarda bene dal sottolinearla, rimarcarla, ecc. Oggi invece, da buona parte della galassia animalista/antispecista, si fanno grandi riverenze alle sensibilità (?) delle varie destre e dei benpensanti, con la scusa ipocrita di una nonviolenza che è solo fair-play deteriore, che nulla c'entra con la filosofia antispecista (ricordiamoci sempre che l'antispecismo è un campo dell'umano), con la storia e con questo sistema che reprime, - e che non trova alcun riscontro nella natura di nessun essere vivente. Un conto è essere antispecisti, un altro è essere fuori dalla realtà.

Riguardo ai fatti del 20 ottobre, ancora non ho capito di quale violenza si vada cianciando. La sana intransigenza mostrata da antifascisti e antifasciste quel giorno è una cosa, la violenza fisica un'altra. E' brutto e sospetto il gettare pubblicamente fango addosso a delle persone che si tengono ben stretti i loro ideali. L'unica violenza, sotto gli occhi di tutti e tutte, si è verificata nei giorni successivi, sui social network, sul web: un'infamata dietro l'altra, un prendere le distanze dall'antifascismo militante che mi spiega come mai molti antispecisti prendano pure le distanze -nei fatti, anche se non nelle parole- dalle tematiche antirazziste, anti omo/transfobiche, antisessiste. Più in generale, certe prese di posizione improntate al buonismo e a una non meglio precisata nonviolenza, costituiscono un grave passo indietro: una vera e propria chiusura verso le tematiche antifasciste, una posizione ipocrita da parte di chi afferma di battersi contro la violenza e poi sostiene tesi quantomeno imbarazzanti sotto tanti profili, corredandole di insulti verso gli antifascisti: "Idioti" "Coglioni" "Poveretti"...

Questo è inaccettabile, e facilita nel comprendere quanto e come certe persone siano calate nei tristi e squallidi tempi che stiamo subendo (non già vivendo), tempi che vedono quasi un'intera società assumere atteggiamenti, pensieri ed espressioni tipicamente riconducibili alla destra.

La violenza è anche e soprattutto questa: condannare chi non vuole rinunciare a quella sana combattività che, fino a pochi anni fa, contraddistingueva tutti i movimenti.

Dunque risulta perfettamente inutile lamentarsi delle cosiddette infiltrazioni delle destre nei cortei antispecisti: le destre non si fanno vive a queste manifestazioni perché gli ideali animalisti costituiscono un poderoso richiamo per chiunque; si fanno vive perché sanno che dall'altra parte c'è una porta socchiusa, c'è una barriera molle...

Sono tantissimi e tantissime coloro che, a prescindere dalla Resistenza Partigiana, non hanno la benché minima cognizione di cosa sia la resistenza antifascista di oggi (legata peraltro a doppio filo con quella). Nessuna conoscenza delle dinamiche della lotta, né della "dialettica di piazza": i comunicati che ho letto negli ultimi giorni, infarciti di passaggi che sembrano tratti da un testo di Pansa, lo dimostrano ampiamente.

E ancora: quali e quante applicazioni pratiche possono trovare nella realtà di una società violenta, feroce come la nostra, le idee antispeciste relative a una rigorosa nonviolenza? In una situazione estrema, è nella natura di qualsiasi essere vivente ricorrere all'autodifesa. Negli ultimi giorni ho letto di argomentazioni completamente antinaturali e contro ogni logica. Che razza di storiella è quella dell'accusa del combattere il nemico, mettendosi così sul suo stesso piano? E allora, partigiane e partigiani erano nazisti perché sparavano alle SS? E' evidente che c'è qualcosa che non va, se si arriva a queste conclusioni, qualcosa che non va dal punto di vista della memoria storica, della cultura, della capacità di giudizio e discernimento.

In definitiva, sono state criticate e ingigantite in modo assai sospetto (e pericoloso) certe scelte adottate da antifasciste e antifascisti il 20. Bene. La prossima volta, mi sa tanto che verrà lasciato ampio spazio ai moderati e alla barriera molle; saranno loro ad andare dai nazisti e dai fascisti che si ripresenteranno alla manifestazione di turno: voglio proprio vedere quali mezzi adotteranno per allontanarli (ammesso che gliene interessi per davvero): un viso imbronciato e una fronte corrugata non sono sufficienti, lo dico prima...

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Pubblichiamo il seguente articolo, tratto da Femminismo a Sud.

L'articolo prosegue il dibattito aperto dalla testimonianza sul corteo contro la caccia di Brescia del 15 settembre 2012.


Antispecisti di destra? eh no, compagn*!


Ho appena letto la testimonianza pubblicata su Infoaut dal titolo Provocazioni fasciste al corteo anticaccia a Brescia, che a prescindere dal resoconto dei fatti – sul quale non ho chiaramente nulla da eccepire – mi lascia molto contrariata in quanto a conclusioni.
Ultimamente sento molto spesso parlare di ‘antispecismo e destra’ – mi torna ad esempio subito in mente l’articolo uscito su Left qualche tempo fa dal titolo animalismo nero – e questo è stato peraltro uno dei temi trattati, con estrema serietà, all’ultimo Incontro di Liberazione Animale, tenutosi alla fine di agosto vicino a Torino (il titolo di uno dei workshop era proprio ‘Antispecisti di destra?’, da un ottimo contributo pubblicato dalla Veganzetta e consultabile qui).

Ecco perciò mi sento di dire con una certa tranquillità che spesso, trovandomi in ambiente antispecista, non ci sono stati dubbi riguardo al fatto che non vi sia posto per ‘destrorsi’ nel nascente movimento, siano essi nostalgici fascistoni conclamati o più insidiosi ‘intellettuali’ di quelli che vorrebbero ‘cancellare le obsolete definizioni di destra e sinistra, comunismo e fascismo’ (e guarda caso sono quasi sempre di destra quelli che vogliono ‘dimenticare il passato’ – come ad es. la filosofa Alessandra Colla che, ho da poco con mio stupore scoperto, è tra i redattori della rivista Asinus Novus – cosa questa che mi piacerebbe approfondire, ma questo non è –ancora – né il luogo né il tempo – ma è chiaramente una domanda aperta la mia, in attesa di un sereno confronto in merito).

Altro conto, come è stato testimoniato da tanti dei presenti all’incontro di agosto, sono quei cortei un po’ generalisti nei quali non si può parlare di un’organizzazione da parte di un cosidetto ‘movimento antispecista’ (ma quale? Pare davvero ancora troppo prematuro parlare di movimento) che raccoglie tutta una serie di individualità tra le quali ne spiccano molte inclini più che altro alla zoofilia, a tratti vagamente squilibrate e del tutto avulse da qualsivoglia contesto politico.
Queste persone, che sicuramente possono rappresentare  - anche solo, a voler essere ottimisti – per la propria ingenuità delle dinamiche di piazza un pericolo per sé stessi e per gli altri non sono antispecisti, checché magari a volte si proclamino tali. Questo perché l’antispecismo ha una valenza politica che queste persone non prendono assolutamente in considerazione, facendo un minestrone di sentimentalismi, istanze personali, confusione e superficialità non da poco (sono proprio quelle persone che hanno permesso al corteo summenzionato che una persona venisse aggredita, così come quelle che al corteo contro ‘Green Hell’ stringevano la mano ai poliziotti per dare loro solidarietà come lavoratori  - subendo poi peraltro sgomenti una carica!)

Per tornare alla testimonianza di cui sopra, ciò che forse la compagna non ha preso nella dovuta considerazione (così come a suo tempo i redattori di Left) è non ‘ciò che si vede’, e cioè il fascista che viene a provocare il corteo o la zoofila che dice di lasciar correre e non si rende conto della gravità della cosa…. Ma ciò che ‘non si vede’ perché non c’è: e cioè interesse da parte dei compagni di sinistra per la lotta antispecista.

E qui apriamo un vaso di Pandora, ma ritengo sia ora di farlo, perché a volte pare (e sottolineo pare) quasi che articoli come quello al quale mi trovo a rispondere siano volti a legittimare quello stesso disinteresse, adducendolo al fatto che l’antispecismo sarebbe una pratica politica di destra…. Eh no, compagn*!

Come femminista e antispecista, convinta dell’intersezionalità delle diverse lotte, mi sono scontrata più e più volte con il dileggio, il disinteresse o l’aperto fastidio nei confronti della lotta antispecista da parte di persone con una pratica politica attiva e di sinistra alle spalle: femminist*, antirazzist*, antifascist* (sensibilissim* alle diverse istanze!) che di fronte alla lotta antispecista dimostravano indifferenza totale, quando non dileggio o aperto disprezzo (vogliamo parlare delle intoccabili grigliatone di sinistra??), la definivano insomma senza tanti giri di parole – e anzi con assordanti silenzi – come una lotta futile e tutto sommato inesistente.

E sebbene intimamente io senta di voler mostrare solidarietà alla compagna attaccata e a quelli intervenuti in suo aiuto, vorrei portare alla loro attenzione il fatto che, probabilmente, quello che hanno vissuto lo hanno vissuto proprio perché molti di quelli con cui condividono tante importanti battaglie non erano lì con loro quel giorno.

Ed esorto perciò noi tutti, che abbiamo a cuore la lotta antifascista, a renderci conto che quando i fascisti si fanno spavaldi è perché sentono una debolezza, un vuoto, uno spazio in cui possono cercare di infiltrarsi: perciò se ciò dovesse accadere nell’ambito della lotta di liberazione animale, il primo esame di coscienza dovrebbe venire proprio dal movimento antagonista e da quei tantissimi militanti e attivisti che ad oggi, nei confronti del nascente movimento antispecista, non hanno dimostrato che perplessità e indifferenza.

(link originale)
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 18 Luglio 2012 12:51

Antispecisti neri? parliamone - di Marco Reggio

ANTISPECISTI NERI? PARLIAMONE

di Marco Reggio

Con questo scritto vorrei esprimere alcune considerazioni sul “dibattito”[1] fra il settimanale Left  ed alcuni antispecisti che hanno risposto all’articolo di Andrea Musella sulle infiltrazioni neofasciste nella mobilitazione contro Green Hill. Credo che la risposta di Leonardo Caffo e – soprattutto – quella di Leonora Pigliucci non colgano nel segno, perdendo un’importante occasione di riflessione sulla più rilevante campagna antivivisezionista italiana del momento e sulle pratiche antispeciste in generale. Entrambi rilevano infatti, giustamente, il rischio che possa passare il messaggio per cui occuparsi dei diritti animali sia automaticamente un’attività “di destra”. Tuttavia, l’articolo di Musella è anche – nelle o al di là delle intenzioni dell’autore, poco importa – un’esortazione a considerare il perchè delle infiltrazioni della destra nell’ambiente animalista/antispecista, interrogandosi sui presupposti di una deriva qualunquista che ha – di fatto – investito la protesta contro Green Hill. Negare quest’ultimo punto significa nascondere la testa sotto la sabbia, atteggiamento di miopia politica che Musella implicitamente – a ragione? – ci rimprovera.

Mi soffermerò dunque su alcune affermazioni della risposta di Pigliucci che, a mio parere, offrono una descrizione del problema fuorviante sia per il dibattito interno che per lo sviluppo di una dialettica costruttiva fra gli antispecisti e quelle porzioni di opinione pubblica dotate di diverse sensibilità e portatrici di diverse istanze (antirazzismo, femminismo, critica anticapitalista, ecc.), ma comunque interessate al tema dello sfruttamento animale[2].

ANTISPECISTI FASCISTI

Anzitutto, l’articolo di Pigliucci si premura di sminuire la misura dell’infiltrazione della destra, incarnata in due soggetti – conniventi ma ben differenti -, il gruppo “centopercentoanimalisti” e l’On. Michela Vittoria Brambilla. Il primo viene identificato sostanzialmente con il suo leader dal passato forzanovista, e relegato ai margini del “movimento”. E’ vero che – come dice l’articolo – “quella dei centopercentoanimalisti è una minoranza [...] che agisce con molta pompa verbale, ma poca sostanza”; tuttavia, quello che va discusso è l’appoggio passivo che tale gruppo riceve da un vasto ambiente di sostenitori della lotta contro Green Hill. Se questo gruppo è marginale, la consapevolezza delle sue pratiche autoritarie e prevaricatorie è comunque scarsa: l’indifferenza con cui gli attivisti accolgono spesso tali problematici aspetti non è certo indice di una deriva neofascista in senso stretto, ma di una forte tendenza al qualunquismo e al populismo, questo sì. Non è qui la sede adatta per indagare il legame fra qualunquismo e fascistizzazione del movimento: posso rimandare alle pregnanti analisi di Munus Umanus (Animalismo: dall’attivismo politico al linciaggio e Il regalo avvelenato della Regina Brambilla), nonchè al più recente articolo di Barbara X (Adesso Basta! Da che parte stai?). Per inciso, l’articolo di Pigliucci sembra considerare, come punto centrale, il passato neofascista del leader dei Centopercentoanimalisti. Questo è, a mio avviso, un errore. Anche se il passato di tale personaggio può essere la spia dei caratteri autoritari del suo gruppo, sono questi ultimi – appunto – che debbono interessarci, sono questi che dobbiamo analizzare, respingere ed evitare di riprodurre: il verticismo, il culto della personalità, la pratica e la retorica ultra-machista, la visione del conflitto sociale come guerra distruttiva, l’aggressione violenta (ancorchè verbale) del nemico “interno”, gli attacchi ad personam per silenziare il dissenso, la logica dell’”o con noi o contro di noi”, il rifiuto sprezzante dell’animalismo “politicizzato”. Concentrarsi sull’aspetto più visibile (talvolta quasi folkloristico) del neofascismo è – temo – un errore che non fa soltanto Musella, nè Pigliucci, nè gli animalisti in generale. Il fascismo democratico di Berlusconi e Bossi, per esempio, è stato negli ultimi decenni molto più dannoso delle attività delle varie formazioni vistosamente neofasciste. La prassi antifascista dovrebbe sempre preoccuparsi di smascherare i nessi fra il fascismo estremo e il ben più pericoloso fascismo filo-istituzionale[3].

ANTISPECISTI IN PARLAMENTO

Se la presenza di questo gruppo può essere, in senso stretto, circoscritta, molto più ottimistica – troppo – sembra essere la minimizzazione dell’influenza di Michela Vittoria Brambilla. L’articolo di Pigliucci parla di «presenza estemporanea»: magari fosse vero.

L’ex Ministra del Turismo è presente ormai da quasi due anni ai cortei anti-GreenHill[4], e non perde occasione di mostrarsi in televisione o sui giornali. Non è una sorpresa – o non dovrebbe esserlo – per gli antispecisti, dato che i mesi della primavera del 2010 hanno visto esordire sia la campagna “Fermare Green Hill”, sia il manifesto per la “Coscienza degli Animali”, un movimento d’opinione politicamente trasversale creato insieme a personaggi del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo. Il movimento “libertario” non ha saputo però spendere mezza parola contro questa operazione di spoliticizzazione e strumentalizzazione delle istanze antispeciste[5], salvo lamentarsi – di recente – del presenzialismo inarrestabile di M.V. Brambilla[6]. Nel frattempo, questa paladina dei diritti animali in cerca di voti per un centrodestra in crisi, ha fatto crescere, grazie al suo progressivo inserimento nel movimento, la propria associazione animalista, per poi fondare la “FIDAA – Nel Cuore” (Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente), con lo scopo di egemonizzare la gestione del rapporto fra associazionismo ambientalista/animalista e istituzioni.

Certo, M.V.B. non ha fondato la campagna – che nasce nell’ambito dell’animalismo radicale -, ma la moltitudine di persone che questa campagna ha saputo coinvolgere (superando ampiamente il potenziale di precedenti iniziative), ne approva perlopiù il presenzialismo come utile “alla causa”. La maggiorparte di queste persone fatica a capire le ragioni delle critiche a M.V.B., e partecipa indifferentemente alle mobilitazioni di entrambi i gruppi oggi maggiormente attivi: il Coordinamento Fermare Green Hill (d’ispirazione libertaria: è la realtà cui verosimilmente fa riferimento Pigliucci) e Occupy Green Hill (legato a Brambilla ed espressamente “apolitico”). Già, Occupy Green Hill.

La liberazione di decine di beagle del 28 aprile è avvenuta proprio durante un corteo indetto non da Fermare Green Hill, ma da Occupy Green Hill, cioè da quella parte del movimento legato a Michela Vittoria Brambilla, non dal “movimento libertario”. L’altro momento storico di rivendicazione del valore dell’azione diretta è, secondo Pigliucci – che addirittura rimprovera a Musella di averlo voluto boicottare – la manifestazione di Roma del 16 giugno[7]. Ebbene, anche questo corteo è stato indetto da Occupy Green Hill, e ha visto sfilare, accolta trionfalmente fra gli attivisti, proprio M.V.Brambilla.

ANTISPECISTI IN DIVISA

Anche la seguente affermazione dell’articolo di Pigliucci mi sembra contribuire alla confusione: «la liberazione di 70 cani dall’allevamento di Green Hill che ha sdoganato l’azione diretta al punto che il 30 giugno c’è stato un nuovo tentato blitz di liberazione di massa». Si ignora qui che questo tentativo è stato fatto in opposizione alla piattaforma ed al parere del Coordinamento Fermare Green Hill che l’aveva organizzata, proprio perchè il Coordinamento – a differenza di molti manifestanti politicamente impreparati – ha rilevato l’evidente ingenuità ed impraticabilità di un simile tentativo[8].

Non solo. Se l’intento di Pigliucci è quello di sottolineare l’urgenza di alcune questioni politiche («c’è bisogno di diventare un soggetto politico»; «la presa di posizione netta non è più rimandabile»), non si può non concordare con tale esortazione. Se, però, lo scopo è anche quello di mostrare “all’esterno” (cioè a Musella, a Left, alla sinistra, all’opinione pubblica) che il movimento respinge i rigurgiti neofascisti ed esprime una significativa profondità di pensiero e di prassi, bisogna stare attenti a fornire interpretazioni meno ingenue del conflitto politico. Ricondurre – anche solo in forma di ipotesi plausibile – la facilità della liberazione di decine di beagle al buon cuore dei poliziotti[9], non può che far sorridere chi è avvezzo alla politica fatta in piazza e magari anche un po’ prevenuto nei confronti dei difensori dei “cagnolini”. A ben vedere, potrebbe anche fare un po’ incazzare, se si pensa – proprio in questi giorni in cui persino la magistratura riconosce che non proprio tutto funziona alla perfezione nelle caserme e nelle questure – a che cosa hanno fatto questo “uomini e donne con familiarità ai cani” nella Scuola Diaz, a Bolzaneto, nei corteo no-Tav, ai vari Aldrovandi, Bianzino, Cucchi. La lista è infinita, e comprende anche i pestaggi selvaggi avvenuti al corteo nazionale contro l’allevamento Morini e la vivisezione: chissà, forse le squadre di piacchiatori in divisa erano composte soltanto di uomini e donne senza animali domestici...

A dirla tutta, l’ingenuità di questa interpretazione rivela una visione molto vicina a quel sentire comune animalista che ha spianato la strada a Michela Vittoria Brambilla: un’idea confusa di cambiamento sociale – quasi fatalista – mossa unicamente da una compassione per i “cagnolini”[10].

«A conferma di questa interpretazione sentimentale ci sono altrettanti video, caricati su internet sull’onda di un moto ingenuo (poiché anche quelli adesso costituiscono per molti indizi di colpevolezza) dove si vedono i liberatori commossi che baciano e alzano al cielo i cagnolini, fotografandosi alla luce del sole (chi è così sciocco, se non chi sa di essere dalla parte di una ragione più alta di una stupida proprietà privata, da fermarsi a immortalare il proprio reato sotto gli occhi dei poliziotti?)». Non c’è bisogno di trovare spiegazioni altisonanti per questa sciocchezza: si tratta di una sciocchezza. Le persone che hanno compiuto questo bellissimo gesto erano effettivamente persone dalla scarsa o nulla preparazione politica, tanto ingenue da farsi fotografare mentre commettono un reato (forse pensavano che anche gli agenti della DIGOS che avrebbero visionato i filmati hanno un cagnolino a casa ad aspettarli... sul divano).

ANTISPECISTI FILOSOFI

Alcune affermazioni sul percorso da cui prende le mosse la campagna contro Green Hill contenute nell’articolo mi hanno decisamente sorpreso, anche perchè sembrano voler chiarire la ricostruzione parziale ed imprecisa fatta da Musella.

Anzitutto, si parla di una storia «articolata sia come pratiche e soprattutto come pensiero». Delle pratiche vedremo poco oltre. Va intanto notato come pratiche e pensiero abbiano finora percorso due strade ben distinte: il «filone politico dell’antispecismo», la «seconda generazione» è sconosciuta – quando non invisa - agli attivisti e non ha esercitato se non una minima influenza sulle forme di azione antispecista[11]. Del resto, a parte Singer e Regan (il “primo” antispecismo), gli autori citati o suggeriti sono stati – loro sì – poco più di una «presenza estemporanea» nell’antispecismo. Mi riferisco a Horkeimer (chiamato in causa esplicitamente), Adorno, Heidegger, Lévinas, e – in misura minore – Agamben e Derrida (questi ultimi hanno in effetti affrontato in modo più diretto e consistente la questione animale, anche da un punto di vista non antropocentrico). Immagino che Pigliucci si riferisse a costoro. Non intendo qui sminuire la portata degli spunti presenti nella loro elaborazione concettuale[12], ma soltanto sottolineare come nessuno di loro si sia occupato principalmente della questione animale: per chi si occupa d’altro (come Musella, per esempio) è dunque normale non ravvisare la presenza di un corpus teoretico antispecista “di seconda generazione”, che – se esisterà – è ai suoi esordi e si fonda proprio sul lavoro di chi fa emergere i più importanti spunti di autori antropocentrici e li sviluppa in senso antispecista.

ANTISPECISTI IN AZIONE

In secondo luogo, l’articolo di Pigliucci ci ricorda che l’allevamento di Montichiari (a proposito, non è «l’unico in Italia»[13]) viene attaccato in seguito alla chiusura di Morini, avvenuta grazie alla campagna “Chiudere Morini”. Ora, è questa stessa vicenda ad aver indicato definitivamente come la strategia delle campagne di pressione sia da superare: i tempi inevitabilmente lunghi di chiusura di un allevamento lasciano infatti la possibilità di riorganizzare il mercato di rifornimento dei laboratori. Proprio per questo – e per altri motivi – la campagna contro Green Hill ha rapidamente mutato impostazione, almeno in parte, insistendo sulla necessità di creare attenzione mediatica sul dramma della vivisezione e puntando a modifiche legislative con implicazioni più ampie rispetto alla chiusura di un singolo allevamento. E invece, secondo l’articolo, Musella dovrebbe sapere che “questa modalità di lotta è mutuata da un modello anglosassone che ha una sua storia interessante, che con le stesse strategie di accerchiamento pacifico e boicottaggio economico ha portato alla chiusura di diversi allevamenti e laboratori del Regno Unito”. Questa modalità di lotta, che si sviluppa intorno alla campagna SHAC, semplicemente è fallita, ed è stata sostanzialmente abbandonata in tutti i paesi in cui si era diffusa. Ed è fallita a caro prezzo, stimabile negli svariati anni di galera comminati agli attivisti: perciò, spacciare questo metodo – oggi – come “interessante” è a mio avviso non solo sbagliato, ma pericoloso. Un’altra grande campagna italiana (AIP), fondata su principi in buona parte differenti, ma accomunata a tali campagne dall’idea fondamentale di abbattere un settore dello sfruttamento animale tramite il boicottaggio di singole aziende su cui concentrarsi “in serie”, è parimenti stata conclusa senza successo, e purtroppo anche  senza una vera e propria riflessione pubblica. Per fortuna, qualche riflessione non pubblica c’è stata, dato che la campagna contro Green Hill ha, sotto questo aspetto, intrapreso strategie più mature.

ANTISPECISTI IN DISCUSSIONE

In conclusione, credo siano molto importanti i problemi che l’articolo di Pigliucci pone al movimento, ma altrettanto ingenua la ricostruzione della sua storia, del suo carattere libertario, antifascista e politicamente consapevole. La descrizione dei caratteri del movimento è talmente ottimistica da condurre ad usare espressioni quasi grottesche, come «rivoluzione in culla». Al contrario, una seria riflessione sul perchè il qualunquismo permea l’antispecismo è urgente ed è soltanto all’inizio, ma d’ora in poi non basterà dirsi ritualmente antisessisti e antirazzisti, o stigmatizzare i trascorsi fascisti del leader del gruppo avverso.



[1] Non si è trattato, in realtà, di un vero dibattito, poichè, a mio avviso, nessuno è entrato nel merito delle questioni sollevate – in modo piuttosto generico – da Left.

[2] Va però considerato che molte delle affermazioni che io critico, nell’articolo di Pigliucci, sono più facilmente comprensibili se si considera che  quell’articolo, nelle intenzioni dell’autrice, doveva essere pubblicato su Left, ed era quindi rivolto ai lettori di tale rivista, presumibilmente poco edotti su molte dinamiche dell’ambiente animalista/antispecista.

[3] Non è un caso che i gruppi animalisti più facilmente associabili all’estrema destra (a CasaPound, in particolare) siano stati agevolmente tenuti alla larga dal Coordinamento Fermare Green Hill, grazie a dei semplici slogan, cosa che non funziona altrettanto bene con il fascismo strisciante del qualunquismo animalista.

[4] La sua prima partecipazione dichiarata è del 25 settembre 2010. Ad onor del vero, dal settembre 2010, per circa un anno M.V. Brambilla si interessa comunque marginalmente alla campagna; dall’autunno del 2011, invece, partecipa con frequenza alle iniziative e rilascia continue dichiarazioni a mezzo stampa.

[5] Unica eccezione, l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, che ha beneficiato di scarsissima eco anche negli ambienti “radicali”. Successivamente, il tema è stato trattato a latere in altri scritti, raccolti qui.

[6] Anche in questo caso, gli attacchi più frequenti a M.V.B. sono ad personam: le industrie ittiche di famiglia, la malagestione del canile di Merate. Benchè anche queste possano essere preoccupanti spie della strumentalità delle operazioni dell’Onorevole, dovremmo interessarci piuttosto a ciò che costei rappresenta politicamente, di quale visione di antispecismo sia portatrice (una visione apolitica e perciò di destra, paternalista, spesso xenofoba).

[7] “...più di 10.000 in piazza, per la più imponente manifestazione antispecista degli ultimi tempi” (L.Pigliucci).

[9] «... che gli stessi poliziotti, verosimilmente donne e uomini con familiarità ai cani (di quadrupedi, cani e gatti, ne abitano nell’80% delle case italiane), una volta compreso quello che stava per accadere, cioè la salvezza dalla tortura vivisettoria per piccoli snoopy di due mesi di età, non se la siano sentita di fermare i loro salvatori» (sic). Forse la “familiarità” dei tutori dell’ordine con i cani deriva anche dai rapporti di lavoro che con questi intrattengono: anche questa è familiarità, dopotutto.

[10] Non si intende qui sminuire il valore dell’empatia, indispensabile per l’antispecismo,  quanto la sua espressione più ambiguamente legata all’animale d’affezione inteso almeno in parte come oggetto (Brambilla: i cani sono «esseri che hanno diritto a una famiglia, alla pappa e a un divano»...), e soprattutto l’idea che l’empatia possa bastare a se stessa, senza il bisogno di farsi strategia politica. Il Coordinamento Fermare Green Hill ha giustamente cercato di ricondurre al buon senso chi vedeva nelle forze dell’ordine dei possibili “solidali” con la causa: «Anche se comprendiamo lo spirito con cui molti speravano di poter entrare nell’allevamento, aprirne le porte e salvare gli animali, è un po’ ingenuo pensare che la polizia avrebbe permesso un’altra liberazione da Green Hill. Ed è sprovveduto quando si vede come stanno le cose scagliarsi addosso alla celere in antisommossa a mani alzate insultandoli dicendo che tanto “non possono farci niente”. Evidentemente oltre alla giusta rabbia per quanto accade in questo lager c’è stata molta ingenuità e mancanza di cognizione sul ruolo che la polizia ha in questi casi» (comunicato 30 giugno: un corteo su cui riflettere).

[11] Il Coordinamento Fermare Green Hill (cioè il movimento politico libertario cui l’articolo fa riferimento, insieme al pensiero antispecista politico) ha sovente mostrato insofferenza verso la filosofia antispecista, ed in particolare verso la cosiddetta “seconda generazione”. Le citazioni seguenti – estratte dalle lettere aperte di due degli attivisti del Coordinamento saliti per 30 ore sul tetto dell’allevamento Green Hill il 14 ottobre 2011 -  sono in tal senso eloquenti. «La liberazione animale non è un concetto da discutere accademicamente in aule universitarie. Non è un pretesto per nutrire il proprio ego. Non è una “cosa umana” che si presta a dissertazioni di vario genere. Non trova luogo su facebook, sui forum o in altri luoghi irreali, che, curiosamente, come gli allevamenti sono non-luoghi, fatti di non-tempo e non-spazio. La liberazione animale è semplicemente qui ed ora, per tutti quelli che stanno aspettando la morte per mano umana». «Senza la partecipazione attiva non si possono cambiare le cose, e parlo anche di chi cerca di affrontare il discorso anche (o solo) a livello filosofico (tranne quando parla di cose che non sa e\o spara cazzate)».

[12] Si veda a questo proposito M. Calarco, Zoografie, Mimesis 2012.

[13] Forse è l’unico allevamento di beagle. Ma è rilevante che lo sia?

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