Più precisamente ha specificato di rispettare ogni scelta “purchè si rispetti la mia”. Detto così non fa una piega, ma che cosa significa realmente? Che se una volta un islamico offende il suo dio cristiano, da quel momento si sente legittimata ad offendere ogni islamico che incontra? Sarebbe assurdo, ma è precisamente ciò che ha fatto coi vegani, dato che non mi sembra di essermi meritata le sue risposte con qualche offesa. O forse lei ritiene offensivo il fatto stesso che io mi permetta di non mangiare gli animali senza nemmeno vergognarmene? A questo punto ci ha raccontato del suo incontro in un precedente corso con una vegana, la quale è stata descritta come una moralista invadente che cercava di farla sentire in colpa perchè indossava una pelliccia. Può darsi che le modalità della critica mossa dalla ragazza fossero state effettivante spiacevoli (io stessa non apprezzo il ricorso al moralismo e al senso di colpa individuale quando si affrontano fenomeni di natura sociale), ma questo evidentemente non basta a spiegare come da una semplice domanda di carattere sanitario, lei sia arrivata ad attaccare e denigrare indiscriminatamente tutti i vegetariani, a difendere l’intero settore produttivo delle pellicce, spingendosi addirittura fino alla vivisezione (ovviamente difendendola, non usando argomenti, ma schernendo chi la critica: “per i vegani non andrebbe bene nemmeno una pelliccia di ratto, basti pensare alle campagne che fanno in difesa delle cavie”). Poi è passata a parlarci di sua nuora, aspirante vegetariana (non ha voluto risparmiarci proprio niente di sue esperienze, relazioni e pensieri che in qualche modo riguardassero i vegetariani), biasimando la sua attitudine alla cucina biologica - che non ho proprio capito cosa c’entrasse. Ci ha messe al corrente di come ha affrontato la divergenza di opinioni con la nuora: dopo aver affermato, anche in questo caso, di rispettare le idee di tutti purchè siano rispettate le sue, le ha detto che non avrebbe tollerato che la bambina, sua nipote, venisse cresciuta senza mangiare carne e che avrebbe fatto quanto in suo potere per impedirlo. Il messaggio è arrivato chiaro anche a me: lei ritiene che io non abbia il diritto di crescere mia figlia secondo le mie convinzioni e se potesse mi impedirebbe di farlo. Perché questo? Ritiene forse che quando le nostre scelte vanno ad influire su un altro soggetto (un bambino, per esempio) il nostro diritto ad esercitarle possa dover subire delle limitazioni? Questo è ovvio ed è precisamente questo il motivo per cui non mangio gli animali e non li darò a mia figlia. La carne è gustosa e, per quanto non sia necessaria, può essere una buona fonte di alcuni nutrienti, ma la questione non riguarda soltanto me e mia figlia, essendo quella carne il corpo di qualcun altro. Va da sé che non dare la carne ai figli costituisce un’imposizione, proprio come dargliela. Non era certo nelle mie intenzioni entrare nelle scelte di nessuno, ma dato che ha voluto sollevare la questione con tanta insistenza, a questo punto non posso fare a meno di rivolgere io a lei una domanda che mi ha proprio tirato fuori al di là delle mie intenzioni: come concilia la sua idea che sia lecito fare ciò che si vuole alla sola condizione di non nuocere ad altri col fatto di mangiare animali? Mi sembra evidente che lei vuole mangiarsi gli animali senza che nessuno provi a impedirglielo (mercoledì nessuno ci ha provato) e senza per questo ricevere critiche (in effetti nessuno gliene ha mosse). Ma tutto ciò non le basta: vuole che i vegetariani, semplicemente, non esistano, o che almeno fingano di non esistere. Simbolicamente lei vuole negare e ridicolizzare i vegetariani per rimuovere ciò che implicitamente rappresentano: la critica dello sfruttamento animale. Come per ogni “categoria”, esistono vegetariani stupidi e intelligenti, ignoranti o colti, presuntuosi o umili. Alcuni ci arrivano per un percorso emotivo, altri per un percorso razionale, più spesso per entrambi. Ma il punto non è stabilire come sono i singoli vegetariani, il punto è che la loro pratica è perfettamente fondata sia razionalmente che politicamente. Il problema che lei ha col vegetarismo – mi permetto di dire che è un problema suo e non mio – l’ha indotta a evidenti scorrettezze nella conduzione del gruppo. In particolare ha cercato la complicità delle altre mamme contro di me, approfittando peraltro della sua posizione di “forza” in un rapporto asimmetrico. A prescindere dal vegetarismo, credo che questo comportamento, da parte di chi dirige un gruppo di lavoro, sia sempre sbagliato. In questo modo lei gestisce un servizio al pubblico senza garantire che chiunque possa fruirne allo stesso modo indipendentemente dalle proprie idee politiche. Non si tratta peraltro di un servizio qualunque, come un corso di scuola-guida o una visita medica, ma di un’attività che interviene sul piano relazionale ed emotivo in un momento particolare e delicato come la gravidanza. Da una decina d’anni ho scelto di non bere il latte perché ho sempre trovato inaccettabile lo sfruttamento che questo porta con sé. Ho sempre pensato di capire molto bene quello che provano le mucche nell’essere fecondate a forza, nel vedersi strappato il figlio, nel vedere il proprio corpo spremuto, senza mai potersi opporre… ma mi rendo conto che solo ora che anch’io aspetto una bambina posso davvero capire, forse, cosa possa essere una maternità imposta, programmata, gestita e interrotta da altri. Se solo penso al disagio che mi provoca l’idea di poter essere separata da mia figlia appena nata durante le visite mediche di routine, al sollievo che ho provato quando ho trovato un ospedale che mi consentisse fin da subito di averla con me notte e giorno, mai come adesso rifiutare il latte mi sembra una doverosa forma di solidarietà che da madre do ad altre madri. Sinceramente non trovo giustificazione per la violazione sistematica dei corpi degli animali. Tuttavia ho sempre cercato di non giudicare chi individualmente, per vari motivi, continua a mangiare carne: non penso sia corretto riversare sui singoli le responsabilità di un intero sistema da cui cui mi rendo conto che, per un singolo, non sia sempre facile prendere le distanze. Questo non significa che sia disposta a tollerare di essere io a venire giudicata perché ho fatto questa scelta. Infine, lei si augurava che io non ripetessi l’attacco alle pellicce fattole da un’altra ragazza vegana, senza che nulla di concreto potesse indurla a pensare che fosse nelle mie intenzioni. Ora sono io ad augurarmi che al prossimo corso non si ripeta nei miei confronti quello che è accaduto nei confronti di questa ragazza: che le idee che ho espresso siano derise e criticate in mia assenza (e io stessa con loro), in un luogo pubblico, di fronte a persone che non mi conoscono e con riferimento a fatti e circostanze che pure non conoscono.

 

madre e figlio