Facebook non è certo il mondo intero, ma uno spaccato del mondo, in qualche modo può mostrarlo... soprattutto se, come nel mio caso, lo si utilizza a fini di divulgazione politica, magari su diverse tematiche, aggregando quindi persone molto diverse tra loro.

Ci tengo a precisare che, a parte qualche parente o amico di primissimo pelo, non ho mai chiesto l'amicizia a nessuno. Sono consapevole di come il mio profilo risulti fortemente doloroso e lascio che a farsene carico sia chi decide di accettare (oppure no) le mie miriadi di documenti durissimi e le spigolose critiche morali che in nome della sola amicizia non avrebbero alcuna ragione di essere fatte.

I miei "amici" su facebook sono quasi tutti contatti arrivati fino a me considerandomi "amica" perché animalista, amica perché antispecista, amica perché movimentista, perché ecologista, perché buddista, etc.. una, più, o tutte queste cose messe insieme.

Leggendo dunque tra i miei tanti contatti, per la maggior parte sconosciuti, scopro talvolta altissimi momenti di umanità che taluni desiderano condividere, ma purtroppo anche molti picchi di bassezza ignobile e spudorata.

In particolare solo le perle razziste a sprecarsi, come anche le grasse risate sulla sofferenza altrui, soprattutto animale.

Tutto ciò ha il patetico filo conduttore di una cultura del dominio, e lo sappiamo (qualcuno lo sa): l'oppresso, cieco e “instupidito” non fa che opprimere a sua volta, per partecipare e riscattarsi in qualche modo...difendendo i propri piccoli privilegi e finendo con l'ostentare l'empatia di una zucchina.

Eppure, io non cancello nessuno. Neanche quando a leggervi provo immenso dolore e le mie speranze vacillano.

Non vi cancello cari razzisti, spessissimo animalisti, perché è tanto per voi quanto per il più efferato dei macellai (o mangiatore goliardico di persone altro-da-umane) che continuo a coltivare speranza: è per voi, in fondo, che mi affanno. Se è vero che esiste un problema, e l'oppressione dei deboli per me è il problema... ecco che voi ne fate parte tanto da essere, in fondo, con la vostra superbia e stupidità, la forza motrice di questa macchina delle ingiustizie.

Tanto quanto il piccolo ingranaggio umano che accompagna ridacchiando il maiale al macello, voi che senza un minimo di amor proprio o dignità, inneggiate contro Rom e negri siete l'ottusa rotella su cui continua a scorre il nastro trasportatore di ogni abbietta ineguaglianza sociale. Ignoranti per definizione (fate i nazionalisti, ma spesso non sapreste distinguere la nazionalità neanche leggendola sulla carta di identità), se non avete ancora tutti e due i piedi nella fossa c'è per voi speranza come per qualsiasi pellicciaro o cacciatore e per ciò, mai mi sognerei di escludervi dai potenziali redivivi al regno degli umani.

Per questo non cancello nessuno, né quelli che fotografano le grigliate, né quelli che esultano contando altri 700 migranti morti.

Penso a loro... e immagino che da dove forse vi osservano ora, riescono meglio di me a provare la pietà che di fatto meritate.

Non vi cancello perché purtroppo non basta cancellare un profilo, non basta neppure cancellare qualcuno dalla propria vita, per cancellare i danni che provoca pompando la propria ostinata ignoranza.

Resto qui invece, in attesa, sperando che un giorno sia dato anche a voi di fare due più due, perché così vorrebbe l'intelligenza datavi da madre natura e magari così, riuscirò nell'intento di aiutarvi a contare:

  • 1+1 = i bombardamenti nei paesi arabi e nord africani li fanno i paesi occidentali;
  • 2+2 = i bombardamenti e le guerre servono solo a trattenere il potere o a riportarlo, nelle mani dei pochi che  controllano energie e risorse, sfruttando sia il pianeta (anche il vostro) che gli individui (anche voi) come fossero risorse;
  • 3+3 = i migranti sono quasi sempre persone in fuga dalle oppressioni che i vostri pesantissimi culi hanno voluto finora ignorare. Per altro, sarebbe carino che imparaste la differenza tra le parole "migrante", "rifugiato", "clandestino"...non tanto perché faccia grande differenza morale, ma almeno per fornire il sospetto che siate capaci di comprendere un testo;
  • 4+4 = i soggetti che sfruttano ed opprimono il “baubau” (l'odiato da voi migrante) sono gli stessi che continuano a prendere a calci i vostri (sempre) pesantissimi culi, ma mi rendo conto che spesso non non vi accorgete di avere un culo talmente gonfio di calci da non sentire più i colpi;
  • 5+5 = i flussi migratori sono un (il) business gigantesco di cui la mafia moderna è diretta e prima promotrice. Magari pensate che le miriadi di venditori ambulanti che vediamo lungo tutta la costa a vendere Nike contraffatte, abbiano personalmente disegnato il logo sulle scarpe... resta il fatto che spesso siete proprio voi i puntuali acquirenti, disposti a tutto  per avere di che fare i fighi con gli amichetti, chiaramente sotto costo;
  • 6+6 = la mafia è dentro le istituzioni grazie a connivenza e servilismo della miriade di ignoranti che sfogano le proprie frustrazioni esprimendo odio verso capri espiatori, ovviamente senza comprendere minimamente i fenomeni che li circondano, figuriamoci concetti complessi come i fenomeni sociali e migratori..
Syria

Dunque, tornando a noi: no, non vi cancello. Aspetto il momento in cui con un po' di buon senso la smetterete di dare la colpa all’uomo nero come fanno i bambini piccoli e gli adulti gravemente disinformati ed inizierete a fare qualcosa di utile per risolvere giganteschi problemi che pesano tonnellate di sofferenza, iniziando  con lo smettere di foraggiare la mafia comprando Dolce e Gabbana in spiaggia. Magari la smetterete di dare potere al caporale di turno con la vostra omertà e di accettare contratti a tempo determinato di una settimana rinnovati per anni, di votare per chi ha trovato un lavoro da schiavo al vostro parente, di allungare la lingua per leccare il culo al potente di turno ogni volta che passa per la vostra strada, il quale guarda in po’ è quello che propone gli interventi militari “umanitari”.

Chissà. Se ciascuno cominciasse a fare la propria parte, forse i problemi si affronterebbero alla radice, senza queste iniezioni strappa lacrime ad ogni strage annunciata e correlati sfoghi razzisti.

Forse si riuscirebbe a dire basta all'industria bellica senza difenderla solo perché sono gli stessi che producono fucili da caccia, dolce passatempo per i rambo “civili” e un po' vili..

Forse si inizierebbe a dire no alle esportazioni coatte di democrazia, si lotterebbe per sistemi democratici garantisti di degna civiltà, si lotterebbe per il disarmo e per l'equità nei diritti in tutto il mondo così che magari l'algerino avrebbe meno fregola di abbandonare la propria vita per venire in Italia a fare lo schiavo e l'italiano non sentirebbe tutta 'sta urgenza di andare a cercare lavoro in un call-centre in India.

Forse si smetterebbe anche di ridere di fronte ad un agnello sgozzato sulla tavola o ad un bambino affogato in mare.

Resta il fatto che io non vi cancello, al contrario, vi aspetto.


Crediti Immagine: IHH Humanitarian Relief Fo

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 21 Ottobre 2014 09:17

Che la solidarietà circoli

CHE LA SOLIDARIETA' CIRCOLI

Riceviamo il seguente appello, relativo a due attiviste antispeciste denunciate per diffamazione per aver difeso, con un volantino, due cavalli sfruttati a Cagliari.

La nostra solidarietà va ora chi deve subire un processo per aver espresso solidarietà verso due individui sfruttati.



Il 16 dicembre a Cagliari "Carrozza service Snc" porta in tribunale per diffamazione due attiviste antispeciste, con decreto di giudizio immediato e condanna altamente probabile.
Incriminato un volantino in cui si stigmatizzava l'uso quotidiaqno di due cavalli per tirare una carrozza con su 20 turisti in genere sovrappeso, più il cocchiere, in piena estate, con l'asfalto rovente, in mezzo al traffico caotico cittadino e una stazione di posta rigorosamente sotto il sole estivo dalle 9 del mattino fino anche alle 15.00 del pomeriggio e passa.

Inutile che ci dicano di avere autorizzazioni ed essere in regola, ma in regola con cosa?
Siamo contro lo sfruttamento di chiunque: animali umani e non umani, ed essere costretti a tirare una carrozza macinando decine di chilometri con il morso e la bava alla bocca, non sappiamo come altro si possa definire.
Noi abbiamo raccontato quello che vedevamo, se saremo condannate per questo, certo non smetteremo di denunciare pubblicamente ogni situazione in cui animali o umani vengono sacrificati sull'altare del profitto di pochi, "in regola" o meno che siano.
Una condanna non ci stupirebbe, perché è noto che di solito paga chi denuncia le situazioni di sfruttamento e non chi sfrutta.

Chiediamo agli antispecisti locali e non solo di aiutarci a chiarire la verità e a far conoscere il più possibile questa ennesima storiaccia!!!

Vorremmo che questo processo si ritorcesse contro gli sfruttatori!


Dani e Livia, attiviste e imputate antispeciste

(contatto su facebook: blimunda seteluas)

Che la solidarietà circoli
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Arte e resistenza animale: scene da un mondo senza sfruttamento- intervista a Hartmut Kiewert

a cura di Resistenza Animale

(Fonte: resistenzanimale.noblogs.org)

traduzione dall’inglese: Julie McHenry

revisione: Arianna Ferrari

[ ENGLISH VERSION ]

[ VERSIONE TURCA ]

nest

Nest – H. Kiewert


Hartmut Kiewert (http://hartmutkiewert.de) è un artista antispecista tedesco. Nei suoi dipinti ha rappresentato lo sfruttamento animale e il desiderio di un mondo in cui tale sfruttamento sia soltanto un ricordo. Ha partecipato, con le sue opere, a diverse iniziative per la liberazione animale, fra cui la 3rd European Conference for Critical Animal Studies (Karlsruhe, 2013), l’International Animal Rights Conference, (Lussemburgo, 2013) e la Conference for Critical Animal Studies (Praga, 2011).

Gli abbiamo rivolto alcune domande sul significato politico dei suoi quadri e sul tema della resistenza animale.

Le tue opere rivelano un interesse che ci sembra non solo di tipo artistico, ma anche “politico”. Presenti la violenza sugli animali e la loro schiavitù, e sembri mostrare la capacità degli animali di agire autonomamente, per se stessi. Evadono, si ribellano, guidano (simbolicamente?) il popolo verso la rivoluzione, come hai mostrato nella tua versione del quadro di Delacroix “La libertà che guida il popolo”. Sembra che questa idea di resistenza animale ti sia familiare… In che modo è presente nella tua opera?

Nella mia opera mi riferisco esplicitamente ai contesti politici ed ai contesti dei movimenti sociali, in particolar modo al movimento di liberazione animale, ovviamente.  E’ mia intenzione offrire spunti di riflessione sul contradittorio e violento rapporto umano-animale con il mezzo dell’arte e creare nuovi punti d’accesso sul tema.  I discorsi non prendono solo la forma di testo o di linguaggio, ma anche la forma delle immagini.  La pittura ha una lunga storia di riflessione sui rapporti umano-animale che risalgono alle prime raffigurazioni nelle caverne.  Credo si tratti di un adeguato terreno per rinegoziare queste relazioni.  Nelle mie opere più recenti, provo a mostrare prospettive utopistiche su questi rapporti.  Utopie di un mondo post-sfruttamento animale.  Mi sforzo di evitare l’antropomorfismo, che è invece consueto nella maggior parte dell’arte. Di solito l’arte ha riprodotto il rapporto di dominio verso gli altri animali usandoli come aree di proiezione o come mere metafore. Quindi sì, vorrei rappresentare gli animali non-umani come attori, che modellano il loro ambiente secondo i loro stessi termini e che vivono e creano le proprie vite, proprio come gli esseri umani.  Nonostante questo, rimango anche sorpreso dalle istanze reali di resistenza non-umana che illustrano proprio questo aspetto: che sono dei soggetti e non dei prodotti o delle proprietà.

La vostra lettura della mia reinterpretazione di “La libertà che guida il popolo” di Delacroix è interessante.  Non avevo pensato ad animali che incitano la gente alla rivolta – un pensiero stupendo!  Dipingendolo, avevo in mente un’idea più ordinaria di esseri umani che liberano gli animali.  Ma questa è la potente caratteristica delle immagini: hanno la capacità di produrre nuovi modi di vedere le cose, che in certi casi erano sconosciuti all’autore.

Un altro dipinto che ci è sembrato molto interessante è “Nest” (l’edificio in rovina sullo sfondo è una nota azienda di produzione carni tedesca). Sembra quasi riferirsi alla resistenza umana, quella che chiamiamo “Resistenza”, per esempio la lotta di liberazione dal nazi-fascismo (richiama le scene di antifascisti che prendono fiato durante le loro azioni). Da dove proviene l’idea di quest’opera?

L’idea di questo dipinto era di trasferire i cosiddetti “animali da reddito” – in questo caso maiali – dal loro ambiente assegnatogli e creato dagli esseri umani per lo scopo di sfruttarli ad un ambiente completamente diverso.  Uso frequentemente questa idea nella mia arte.  Li trasferisco nelle case borghesi o, come in “Nest”, nella libertà davanti alle rovine dell’industria dello sfruttamento animale. Attraverso questo trasferimento vorrei suggerire altri punti di vista sui cosiddetti “animali da reddito” e diffondere l’idea della liberazione animale.

Nei tuoi quadri ci sono molti “paesaggi” abbandonati dallo sfruttamento umano. Sono disabitati, riappropriati dagli animali liberi. Immagini che visioni del genere possano essere realtà? Come potrebbe essere possibile tale cambiamento, la transizione dall’allevamento intensivo ad un mondo in cui gli animali possano autodeterminare la propria vita?

Beh, per prima cosa: sì, credo che sia possibile – e certamente auspicabile – abolire lo sfruttamento animale, come è anche auspicabile abolire ogni altra forma di sfruttamento e dominio.  Di certo non so come sarebbe esattamente un mondo senza la dominazione e nemmeno quale sarebbe la giusta via per arrivarci.  Ma sono piuttosto certo che la reale liberazione non possa essere raggiunta attraverso strutture gerarchiche, bensì solo attraverso contro-strutture opposte al male esistente.  Attraverso movimenti di base che incorporino le visioni utopistiche nelle proprie lotte e che riflettano costantemente sulla possibilità per loro stessi di cadere nelle strutture di dominio.  Certamente non è un percorso facile, ma millenni di ideologie e di istituzioni sociali basate sul dominio e sulla violenza non sono cose che si possono riporre come un panno vecchio e scomodo.

Poiché i meccanismi ideologici che legittimano lo sfruttamento animale sono intimamente legati ai meccanismi che legittimano lo sfruttamento e la discriminazione fra gli esseri umani, la liberazione animale e la liberazione umana sono due facce della stessa medaglia.  Quindi anche se in alcuni dei miei dipinti non ci sono esseri umani ma solo animali, non sostengo per niente l’opinione secondo cui tutto si “sistema” eliminando gli esseri umani. Gli animali umani non sono né buoni né cattivi di per sé, ma i modi in cui strutturano le loro società possono essere buoni o cattivi. L’unico scopo del capitalismo è di massimizzare il profitto. Soddisfare i bisogni degli esseri umani costituisce per il capitalismo solo un sottoprodotto o uno scarto, mai il fine della sua produzione. Questa è la ragione per cui migliaia di persone ancora stanno morendo di fame, anche se ci sono più che sufficienti risorse produttive e cibo. Ma a causa di strutture private tante persone non possono neanche avere accesso ai beni fondamentali per la loro vita. Quindi, senza dubbio, il capitalismo è una forma cattivissima e folle per organizzare la riproduzione economica umana. Dobbiamo perciò tentare di trovare altri modi per organizzare le nostre società, che superino non solo lo sfruttamento animale, ma anche il capitalismo, il razzismo, il nazionalismo, e così via.  Poiché tutte le forme diverse di dominazione e oppressione si sostengono a vicenda, tutti i diversi movimenti sociali dovrebbero trovare modi per rapportarsi e sostenersi l’un l’altro e provare ad imparare uno dall’altro, per prendere il potere al fine di apportare cambiamenti reali, per eliminare tutte queste strutture violente.

Tu hai dipinto molte scene con umani e non umani: si tratta di scene piene di angoscia. Ma in altre, umani e non umani coesistono: sono scene rassicuranti, piacevoli, pacifiche. Credi sia un cambiamento possibile? Quanto può durare questa transizione dallo sfruttamento alla coabitazione?

Bella domanda.  Come ho detto, penso che un altro rapporto fra gli esseri umani e non-umani sia possibile.  Se gli esseri umani vogliono avere la possibilità di raggiungere una qualità di vita decente per loro stessi senza ridurre il pianeta ad un mucchio di rifiuti che non può sostenerli, non possono ottenerlo isolandosi dal loro ambiente e dagli animali che condividono questo pianeta.  Dobbiamo tentare di distanziarci da quella forma reificante di socializzazione che il capitalismo porta a perseguire.  All’interno di questo processo dovremmo, di conseguenza, riconoscere che gli animali non sono dei prodotti e che, come noi, desiderano una buona vita.  Nessuno è libero finché tutti non sono liberi.

Con il processo di trasformazione delle società in società libere dal dominio, in cui gli esseri umani non mantenessero più la separazione ideologica fra esseri umani vs. animali e fra cultura vs. natura, anche le infrastrutture si trasformerebbero in modo da rispettare gli animali non umani come soggetti delle loro proprie vite.  Per esempio, si potrebbero piantumare i tetti che così servirebbero come nuovi spazi abitativi per altri animali. Oppure, se immagino un mondo decentralizzato, auto-organizzato, molto traffico sarebbe eliminato, per via dell’aumento di strutture di riproduzione economica localizzate. Questo significherebbe anche che tutti gli esseri potrebbero muoversi più liberalmente per via della riduzione del pericolo causato dal traffico.

In tale ambiente i pets e anche gli ex-“animali da reddito”, che forse potrebbero ancora esistere, potrebbero emanciparsi dagli esseri umani passo per passo. Ma credo che, a causa della diminuzione del consumo di prodotti derivati dallo sfruttamento degli animali che dovrebbe accompagnarsi ad una successiva transizione ad un mondo libero della dominazione, non ci sarebbero così tanti “animali da reddito” come ne abbiamo oggi. Con questo processo la separazione fra cultura e natura svanirebbe così come la separazione fra animali “domestici” e “selvatici”.

Spesso “scegli” i maiali come soggetti. Perchè? Sono i migliori simboli dello sfruttamento animale?

Da un lato i maiali sono molto spesso usati come una metafora specista – almeno nella lingua tedesca (NdT: anche in italiano!).  La metafora del maiale è spesso usata per denigrare delle persone o per descrivere cose negative.  Quindi l’immagine di un maiale fa scattare tante connotazioni – il che è sempre un buon modo per raggiungere la gente.  Dall’altro lato i maiali sono molto simili agli umani – il 98% del loro DNA è identico al nostro. Per di più sono animali molto intelligenti, sociali, e curiosi proprio come gli essere umani.  Per questo ho pensato che le persone possono identificarsi con i maiali nei miei quadri e iniziare a riflettere sul loro rapporto con loro – che è solitamente e sfortunatamente un rapporto mediato soprattutto dalla loro dieta.

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Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Venerdì, 18 Maggio 2012 08:26

Bambini, topi e laboratori.

Segnaliamo l'articolo

"Bambini come topi di laboratorio" che alleghiamo a fondo pagina.

"Uomini e topi" ancora una volta, come in letteratura, accomunati dallo stesso destino: essere sottoposti - loro malgrado e a loro insaputa - alla violenza della sperimentazione. E' questo che vorremmo sottolineare, parafrasando non tanto il celebre romanzo di Steinbeck quanto piuttosto la struggente poesia di Robert Burns "To a mouse" da cui quest'ultimo trae ispirazione.

Evidenziamone la comune, evitabile e pertanto ancora più esecrabile, fatalità: l'utilizzo di queste due specie come cavie, la loro incapacità di ribellarsi al dominio di chi non li considera degni, di chi in fondo disprezza o ignora che sono "vita". Uomini come topi sottoposti a torture fisiche e psicologiche; topi come uomini che accettano, subiscono, perché il dolore è più forte della spinta a reagire, perché la rassegnazione arriva prima, li porta a smettere di lottare;

Nella sua "ode" il poeta scozzese del 1700, con rara delicatezza, chiede perdono a un topo, (cui ha inavvertitamente distrutto la tana rivoltando una zolla di terra) per l'atteggiamento persecutorio e crudele degli uomini verso la sua progenie, per il "dominio" che una specie - che ingiustamente si ritiene superiore - esercita su un'altra.
In realtà la situazione è ancora più complessa e l'essere umano deve chiedere scusa anche a se stesso, per le nefandezze che compie ogni giorno quasi volesse accelerare la propria autoestinzione.

 

«Ma topolino, non sei il solo, / A comprovar che la previdenza può

esser vana: / I migliori piani dei topi e degli uomini, / Van spesso di traverso, / E non ci lascian

che dolore e pena, / Invece della gioia promessa!». R. Burns, 

To a Mouse. On Turning Her up in Her Nest with the Plough (November 1785)

 

Così si chiude l'opera di Burns in traduzione italiana e parafrasando e in parte forzando queste parole vorremmo sperare che i anche i peggiori piani, quelli autodistruttivi che l'essere umano si ostina a perpetuare, possano "andar di traverso", sperando che in futuro bambini e topi possano essere accostati per motivi ben diversi (una ritrovata armonia?) dal loro essere cavie innocenti e inconsapevoli, vittime entrambe dell'umana malvagità.

Per chi ha il coraggio di guardare gli effetti di questo sistema: IMMAGINI


 

Bambini come topi di laboratorio

fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Bambini-come-topi-di-laboratorio-134857


All’ospedale di Fallujah non sono in grado di fornire statistiche sui bambini nati con malformazioni; semplicemente ce ne sono troppi. I genitori non vogliono parlarne. “Le famiglie seppelliscono i propri neonati dopo la loro morte senza dirlo a nessuno,” afferma il portavoce dell’ospedale, Nadim al-Hadidi. “Se ne vergognano troppo.”

“Abbiamo registrato 672 casi a gennaio, ma sappiamo che ce ne sono molti di più”, dice Hadidi. Proietta immagini su una parete del suo ufficio: bambini nati senza cervello, senza occhi o con gli intestini fuori dal corpo.

Di fronte all’immagine bloccata di un bambino nato senza arti, Hadidi dice che i sentimenti dei genitori solitamente variano dalla vergogna al senso di colpa. “Pensano che sia colpa loro, che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. E non è affatto d’aiuto quando qualche vecchio dice loro che è la ‘punizione del Signore’”. E’ difficile guardare le fotografie. E i responsabili di tutto questo hanno chiuso gli occhi.

“Nel 2004 gli statunitensi hanno sperimentato su di noi ogni genere di ordigni chimici ed esplosivi: bombe termobariche, fosforo bianco, uranio impoverito … siamo stati per loro tutti topi da laboratorio,” dice Hadidi spegnendo il proiettore.

I mesi che sono seguiti all’invasione dell’Iraq nel 2003 hanno visto persistenti dimostrazioni contro le forze d’occupazione. Ma non è stato che nel 2004 che questa città presso l’Eufrate, a ovest di Baghdad, ha visto il peggio.

Il 31 marzo di quell’anno le immagini dei corpi smembrati di quattro mercenari del gruppo statunitense Blackwater pendenti da un ponte hanno fatto il giro del mondo. Al-Qaeda ha rivendicato la brutale azione e la popolazione locale ha pagato il prezzo dell’Operazione Phantom Fury [Furia fantasma] che è seguita. Secondo il Pentagono si è trattato del più grande scontro urbano dai tempi di Hue (Vietnam, 1968).

Il primo giro di vite è avvenuto nell’aprile 2004 ma il peggiore è stato a novembre di quell’anno. Controlli casuali casa per casa hanno dato il via a intensi bombardamentinotturni. Gli statunitensi hanno dichiarato di aver utilizzato il fosforo bianco “per illuminare i bersagli di notte”. Ma un gruppo di giornalisti italiani ha fornito presto prove documentali che il fosforo bianco era stato semplicemente un’altra delle armi vietate utilizzate contro i civili dalle truppe statunitensi. Il numero totale delle vittime è tuttora ignoto. In effetti, molte di esse non sono ancora nate.

Abdulkadir Airawi, un medico dell’ospedale di Fallujah, è appena di ritorno dall’aver esaminato un interessante nuovo caso. “Questa ragazza è nata con la sindrome di Dandy Walker. Ha il cervello diviso in due e dubito che sopravvivrà.” Mentre parla, le luci si spengono di nuovo nell’interno ospedale. “Siamo privi della struttura più elementare. Come pretendono che affrontiamo un’emergenza come questa?”

Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2010 dall’International Journal of Enviromental Research and Public Health,con sede in Svizzera, “gli aumenti dei casi di cancro, leucemia e mortalità infantile e di cambiamenti del normale rapporto tra i sessi alla nascita a Fallujah sono significativamente maggiori di quelli riferiti relativamente ai sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.”

I ricercatori hanno rilevato che c’è stato un aumento di 38 volte della leucemia (17 volte nelle località giapponesi). Analisti stimati come Noam Chomsky hanno definito tali conclusioni come “immensamente più imbarazzanti delle rivelazioni di WikiLeaks sull’Afghanistan”.

Samira Alaani, medico capo all’ospedale di Fallujah, ha preso parte a uno studio in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Diverse verifiche condotte a Londra segnalano quantità insolitamente elevate di uranio e mercurio nei capelli delle persone colpite. Ciò potrebbe essere la prova che collega l’utilizzo di armi vietate alla quantità dei problemi genetici a Fallujah.

Piuttosto che sul fosforo bianco, molti puntano il dito sull’uranio impoverito (DU), un elemento radioattivo che, secondo gli ingegneri dell’esercito, aumenta significativamente la capacità di penetrazione dei proiettili. Si ritiene che il DU abbia una vita di 4,5 miliardi di anni ed è stato definito “l’assassino silenzioso che non smette mai di uccidere”. Molte organizzazioni internazionali hanno chiesto alla NATO di accertare se durante la guerra in Libia è stato utilizzato il DU.

In questo mese il Ministero iracheno della Sanità, in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avvierà il suo primo studio in assoluto sullemalformazioni congenite nei governatorati di Baghdad, Anbar, Thi Qar, Suleimania, Diala e Basra. Stretta tra i confini dell’Iran e del Kuwait, Basra è situata sopra enormiriserve di petrolio. La popolazione di questa provincia dell’estremo sud ha subito combattimenti molto più di qualsiasi altra regione: dalla guerra contro l’Iran degli anni ’80 alla guerra del Golfo del 1991 e all’invasione guidata dagli USA nel 2003.

Uno studio dell’Università di Baghdad ha segnalato che i casi di malformazioni alla nascita erano aumentati di dieci volte a Basra due anni prima dell’invasione del 2003. La tendenza continua a salire.

L’Ospedale Pediatrico di Basra, specializzato nell’oncologia pediatrica, è stato aperto nel 2010. Finanziata da capitale statunitense, questa struttura è stata avviata dall’ex first lady statunitense Laura Bush. Ma, come l’ospedale di Fallujah, questa struttura presunta allo stato dell’arte manca di attrezzature fondamentali.

“La macchina per i raggi X è rimasta un anno e mezzo in magazzino nel porto di Basra per una disputa amministrativa su chi dovesse pagare le tasse portuali. I nostri bambini morivano in attesa di un trattamento radioterapeutico che non arrivava,” dice Laith Shakr Al-Sailhi, padre di un bambino malato e direttore dell’Associazione del Cancro Infantile irachena. “La lista d’attesa per il trattamento a Baghdad è infinita e il tempo non è mai dalla parte dei pazienti” dice Al-Sailhi nelle baracche che ospitano il quartier generale della sua ONG vicino all’ospedale.

“Inoltre le malattie di questi bambini hanno portato alla rovina economica le loro famiglie. Quelli che possono permetterselo pagano, per il trattamento, fino a 7.000 dollari in Siria e fino a 12.000 dollari in Giordania. L’opzione più economica è l’Iran, con costi in media di 5.000 dollari.

Oggi le famiglie fioccano a Teheran per il trattamento dei figli. Molte di esse dormono nelle strade perché non possono permettersi di pagarsi una stanza in albergo.”

Karlos Zurutuza da Centro Studi Sereno Regis

 

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“Arbeit Macht Frei” e l’Italietta di Giovanardi.

Ogni giorno scopriamo qualcosa di nuovo su questa nostra democrazia fondata sul lavoro.
Scopriamo che per certi politicanti e governanti, il lavoro è talmente prezioso da vivere una vita propria, da dover sopravvivere ai lavoratori, alla loro dignità.
Lo sappiamo bene noi italiani che proprio in questi giorni vediamo volare riforme come angeli della morte sul mondo del Lavoro (quello con la L dei nomi   personali) dove noi persone viventi siamo ridotte a suppellettili interscambiabili che devono essere velocemente eliminabili, nel nome della Sua Santissima sopravvivenza.
Questo probabilmente perché chiamiamo erroneamente “lavoro” il meccanismo di scambio tra il nostro tempo vissuto e il poco denaro che ci aiuta solo ad indebitarci ed in nome di esso svendiamo il nostro consenso allo spostamento del confine tra ciò che dovrebbe essere una partecipazione attiva alle dinamiche di una collettività e lo schiavismo: testa bassa, stanchi, poco nutriti nell’animo, ecco che ci mettiamo in fila.
Chiamiamo ancora “lavoro” quello che oramai impunemente viene riferito come il “mercato del lavoro” dove le persone umane vengono considerate risorse esattamente come tutte le persone nonumane, sfruttate, lavorate, trasformate in oggetti-niente e dove solo una modesta, ma accanita resistenza, impedisce una deriva ancor maggiore. L’unica ovvia differenza è che gli umani non vengono esplicitamente comprati e venduti, torturati e uccisi, ma per il futuro chissà... che ci stiano lavorando non ne abbiamo dubbi.
E’ esattamente sul fatto che ci ostiniamo a chiamare questa fuffa “lavoro”, che l’ex Ministro Giovanardi (uno dei tanti responsabili di una politica che ha ridotto questo paese in una riserva di caccia e pesca per ricchi e spietati speculatori) ha sperato di fare leva durante il convegno dal titolo “Viene prima l’uomo o la gallina”, tenutosi qualche giorno fa a Roma.
L’ex ministro infatti, sicuramente interessato a raccattar voti per le prossime elezioni, cerca di meritare consensi tra il suo elettorato machista ed inquinante, difendendo la caccia, la pellicceria, la mortificazione degli animali e alzando lo spauracchio del rischio di perdere questo fantomatico lavoro per “colpa dell’animalismo” che metterebbe in pericolo l’economia Italiana.
Secondo le lamentele mosse da questo liberista, ovvio esponente del PDL, l’animalismo e l’antispecismo con le loro iniziative contro l’oppressione degli animali, porrebbero in cattiva luce il Made in Italy e creerebbero fastidiosi rallentamenti nel mercato e nell’indotto dello sfruttamento: quindi, altro che libertà, bisogna mettergli un freno. Basta alle campagne di informazione! Che diamine! Siamo in Italia e bisogna vendere il prosciutto e le pellicce!
Uno potrebbe anche non crederci eppure, in nome di questo, Giovanardi si è veramente appellato ad uno “stop alle campagne animaliste”, lasciandoci col dubbio sul se ridere o piangere.
A questo siamo arrivati: al conservatorismo che difende se stesso tanto da affermare che ogni cittadino Italiano non ha il diritto di sapere (o di esprimersi), pur che nulla cambi, neppure quanto di peggio di fatto già associamo ancora alla parola lavoro. Un conservatorismo che afferma come il lavoratore non abbia il diritto di cambiare, i cittadini neppure, pena un danno a tutte quelle scemenze come competitività, indotto, crescita, che secondo loro dovremmo difendere con la vita perché garanzia di nostro interesse assoluto!
Peraltro, con questo profilo di interlocutori purtroppo, ci pare veramente inutile chiamare in causa i diritti degli animali o parlare di etica: i “liberisti” come Giovanardi ad esempio, sono quelli che si spacciano per difensori del libero mercato sì, ma solo fino a quando un eventuale cambiamento della domanda mosso da spinte etiche o politiche, non interferisca con i potentati economici cui fanno riferimento e di cui privilegiano gli interessi particolari, dimostrando così di non avere neppure alcuna etica politica.

Diciamocelo: probabilmente pensano che siamo tutti cretini, incapaci di capire lo sporco gioco con cui continuano a denigrare la nostra vita, a svendere la terra e la nostra salute, e ad opprimere gli altri animali.

Proviamo allora a ricordare a quest’uomo ed alle associazioni di categoria che hanno indetto il convegno capitanate dalla rinomata AIP, come a tutti quelli che lo hanno dimenticato, che il lavoro in Italia è un diritto . Sancito nella costituzione, il lavoro deve essere - a torto o ragione - il mezzo attraverso il quale le persone possano garantirsi una delle primarie libertà, quella dalla paura (la libertà dalla paura di non avere cibo, casa, calore, possibilità di provvedere ai propri figli). Un mezzo, non un fine, né tanto meno un mercato su cui altri possano arricchirsi.
Poiché la possibilità di lavorare potrebbe venire temporaneamente meno, deve essere la collettività a farsi carico dei tempi necessari ai cambiamenti, di qualsiasi natura. Non può e non deve in nessun modo diventare una scusa per ridurre le persone in schiavitù, limitarne l’esperienza della realtà (non dovete vederla la sofferenza degli animali, sennò poi diventate compratori di seitan invece che di salami!!), soggiogarle al potere come invece sta avvenendo.
Le esternazioni di questo ex-ministro sono perfettamente in linea con il paese che anni di governo “berlusconista/maancheista” hanno creato e con il degrado sociale e morale che stiamo vivendo, ma sopratutto con l’abominevole sistema che ha trasformato il lavoro delle persone in uno schifoso liquame di interessi malsani e dove la parola “libertà” ha perso di ogni significato sotto lo sguardo attonito di milioni di incantati elettori.
Precariato squalificante che ti porta a chiedere l’elemosina invece che ad offrire le tue capacità, compromessi di ogni genere, il ricatto che ti riduce al silenzio di fronte ad ogni tipo di ingiustizia, anche davanti alla compravendita della nostra vita in una agenzia interinale.
Ecco su cosa fanno leva questi signori: sul credere che siamo ancora tutti pronti a vendere la nostra anima, la nostra vita, la nostra etica, ai loro interessi economici.
Sono convinti di avere a che fare con una “italietta” di imbecilli che non si è accorta dell’uso ironico e meschino che fanno della parola “lavoro”, ricordandoci tristemente l’uso ignobilmente ironico che ne fecero i nazisti nel loro “Arbeit macht frei”. Probabilmente sono convinti che gli oppressi non si ribellano mai e sono convinti di riuscire ad impedirci di cambiare, per noi stessi e per i nostri fratelli animali. Che dire...si sbagliano.


Eva Melodia, per Antispecismo.Net



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Risposta di Oltre la Specie a Giovanardi

Segnaliamo inoltre un'altra risposta, scritta da Oltre la Specie:

Il bluff del "made in Italy", ovvero il mostro con i piedi d'argilla

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Riportiamo la notizia Stalla distrutta da un incendio: muoiono oltre 200 "capi di bestiame"

 

E' ipocrisia o schizofrenia che porta d'un tratto gli autori di tanti articoli ed i loro lettori a provare compassione e indignazione per la morte di agnelli, pecore e capre in un incendio (forse doloso?) quando la più totale indifferenza sarebbe rivolta ad un'analoga sorte, di quegli stessi esseri senzienti, se istituzionalizzata e programmata, all'interno di un macello?

Non prendiamoci in giro. La morte è privazione della vita, diritto primario di ogni specie vivente, e lo è indipendentemente dalla modalità in cui avviene, indipendentemente dalla motivazione per cui è attuata.

Un rogo può essere accidentale, e il fatto che gli animali non umani in questione siano morti quasi tutti dipende soprattutto dalla loro stabulazione, che, ovviamente, non ha permesso loro di fuggire dalle fiamme, mettendosi in salvo. Un po' come avverrebbe in una prigione, se colpita da una simile tragedia: se sei intrappolato, molto probabilmente non hai scampo.

La morte improvvisa e accidentale fa scandalo, mentre quella programmata, continua e legalizzata non fa notizia?

Eppure se guardiamo ai numeri non c'è confronto! Duecento “capi di bestiame” non sono che una percentuale minima rispetto ai milioni che ogni giorno, con l'approvazione, il silenzio e l'indifferenza dei più vengono privati del loro diritto alla libertà e alla vita in nome di uno stile di vita non sostenibile da alcun punto di vista, ma soprattutto, ci preme sottolinearlo, dal punto di vista etico.

Già il termine “capo di bestiame” riduce l'animale non umano ad oggetto, a strumento per un fine umano, dimenticando che gli animali hanno vite e interessi propri al di là di ogni ridicola negazione dogmatica. Dell’approccio consumistico rispetto ad individui senzienti si può parlare proprio perché qualsiasi ragione abbia motivato i colpevoli del probabile dolo, essi hanno agito convinti di arrecare un danno economico al pastore, ignorando completamente la vita di quelle creature e dimostrandosi perfettamente in linea con il pensiero totalitario specista.

Dovremo forse provare dispiacere per i lesi interessi del pastore, interessi evidentemente secondari rispetto a quelli dei non umani morti? No, non possiamo. Auspichiamo anzi un mondo dove una situazione simile sia, per il pastore che questa società ha reso diretto oppressore, occasione di obbiezione di coscienza e dove tale obbiezione sia accolta dalla stessa società come un sentimento da sostenere e proteggere con incentivi e aiuti alla conversione dell’attività.

Nel frattempo vorremmo che per le poche creature salvatesi non si auspicassero cure e guarigioni finalizzate a farle ancora soffrire come oggetti di sfruttamento, a farne di nuovo cuccioli da uccidere per lucro e godimento del palato, ma che siano invece affidate a chi ne rispetta l’esistenza davvero. Ci offriamo quindi di trovare loro una casa dove possano “esistere” al di là dell’odio che la nostra specie mostra per loro e i loro figli.

Attraverso le associazioni locali restiamo a disposizione per i superstiti e chiediamo alle associazioni tutte che volessero adottare, di mettersi immediatamente in contatto con noi.


Eva Melodia, per Antispecismo.Net

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Giovedì, 24 Novembre 2011 11:06

La cattiveria non c'entra.

Riportiamo una notizia (leggi qui) che ha fatto scalpore. Lo scandalo ha travolto Mc Donald's in seguito alla pubblicazione di un video shock sul trattamento dei polli destinati alla sua produzione alimentare.

In merito a questa notizia avremmo delle domande:

1. Questi dipendenti prontamente licenziati mostrano comportamenti fenomenicamente frequenti, come dichiarato anche nel testo dell’articolo. Vige quindi una pre-selezione apposita per l'assunzione di sociopatici o (per i più ingenui) di “cattivoni” quali operai dello sfruttamento animale, oppure possiamo dedurre che eventuali sociopatie e patologie del comportamento verso i già sofferenti animali, nascono in conseguenza dello svolgimento di simili attività professionali? 

2. I consumatore medio di cheese burger, quanto è consapevole del fatto che per garantirgli il panino, da qualche parte nel mondo, ci sono persone la cui vita lavorativa è dedicata al tenere animali in prigionia, sentirli agonizzare, lamentarsi e piangere tutto il santo giorno, ed infine ad ucciderli

3 Tali consumatori, ivi compresi i signori Mc Donald’s, sarebbero grati al loro Dio di poter esercitare altrettanto nobili mestieri? Oppure loro stessi percepiscono... come dire... la puzza di morte alla sola idea? 

4 Dove si colloca dunque quel ramo di mercato che obbliga delle persone a fare un lavoro infame fino a condurli alla morte dell’umanità morale (fino alla follia della violenza gratuita, alla tortura dell’indifeso), ad esercitare un compito che di fatto nessuno mai vorrebbe fosse proprio? 

5. E perché, infine, se davvero è così "fisiologico" o "istintivo" o "necessario" per la nostra specie predare altri animali, non assistiamo alla fila fuori dai mattatoi di persone che non vedono l’ora di sentire strilla di dolore e vedere scorrere sangue a fiumi? 

Una considerazione: Mac Donald’s prende le distanze, in maniera patetica, come se non fosse appunto artefice predominante del mercato di cui sopra. Sarebbe bene cominciare a prendere le distanze da Mc Donald’s ed a rendersi conto che dentro ad un panino c’è sia il corpo di un animale che il mandato per l’oppressione di tanti animali. 

ALLEGHIAMO QUALCHE VIDEO PER COLORO CHE CREDONO SI TRATTI DI CASI ISOLATI. 

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