Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Martedì, 23 Luglio 2013 08:04

Nessun rispetto - di Barbara X

NESSUN RISPETTO

di Barbara X

 t-shirt

Quando ho notato le scritte che compaiono sulle t-shirt ritratte nell'immagine che accompagna queste mie considerazioni, ho provato a immaginare la reazione di tante altre donne, magari sottobraccio ai propri mariti e fidanzati, magari non impegnate politicamente: nell'udire i commenti, i motteggi e le risate dei propri cavalieri è probabile che abbiano chinato lo sguardo verso il basso, con un sorrisetto imbarazzato e pudico, senza accennare ad alcuna rimostranza, evitando così di turbare il momento di ilarità.

La donna è gentile per natura, si dice. Non ho mai amato produrmi in dilettantesche e stucchevoli citazioni dotte (che lascio volentieri ad altri), ma per spiegare quale significato io voglia attribuire al predicato nominale "gentile", ricorro senz'altro alla definizione che ne diede Pier Paolo Pasolini nel 1970, in uno scritto apparso sulla rivista Tempo: "[...] L'uso dell'aggettivo 'gentile', da me riferito all'operaio, non aveva il significato pedestre e banale per cui 'gentile' è chi cede il posto a una signora sull'autobus o sorride al cameriere nell'ordinare un risotto. Gentile è esattamente l'opposto di volgare. La volgarità è aggressiva, ricattatoria, prepotente, possessiva, presuntuosa: essa nasce - nel nostro particolare momento storico - dalla 'sottocultura' borghese [...]"

Lo squallido, mostruoso universo fascista del mercato e della dittatura psichica dei media e l'ingannevole dimensione dell'ormai ipertrofico sviluppo tecnologico hanno distorto tale significato, per adeguarlo agli inoppugnabili codici sociali instaurati dal sistema patriarcale e fallocentrico, per compiacere alle ferree leggi del consumo di massa, che nella sua violenta ottusità travolge, smembra e tritura le coscienze e le vite, rendendole prima oggetti e poi merce (è anche - naturalmente - il caso dei cosiddetti "animali da reddito", uccisi prima ancora della loro nascita dietro le sbarre dell'industria del martirio la quale, senza soluzione di continuità, rifornisce di carne e derivati animali i banchi dei supermercati).

E' l'eterna destra della finanza e dei palazzi del potere, degli imprenditori e delle industrie, che induce le masse a coltivare la propria scarsità di considerazione nei confronti di tutti i più deboli.

Ed è la magnificazione deteriore della donna e del femminile da parte dei media e dei messaggi veicolati dalla propaganda del regime economico che induce fantasiosi disegnatori di magliette a partorire certe ributtanti arguzie, invitando i maschi più sprovveduti (tanti, troppi) a ricoprire il triste ruolo di virili fruitori di corpi femminili, con le coscienze dei quali non è più nemmeno necessario avere un confronto alla pari.

Ecco dunque che la donna, la cui connaturata gentilezza è spesso impotente davanti a tanta volgarità, viene a ritrovarsi in balia del delirio e dell'incoscienza, dell'incultura e della prepotenza, di una forza bruta che talvolta sembra addirittura privarla di un'effettiva identità sociale, spersonalizzandola ed esponendola al rischio tremendo

delle discriminazioni e delle violenze fisiche.

Il raccapricciante simulacro del femminile ideato dal sistema patriarcale è la gabbia in cui la donna languisce, fra improbabili ed irraggiungibili canoni di bellezza, cosmetici e creme anti età (rigorosamente testati su vittime animali nei laboratori di ricerca), abiti di moda e programmi televisivi di una stupidità rivoltante. La lima per segare le sbarre di questa oscena prigione si chiama conoscenza. L'unico modo per svincolarsi dalla ferrea stretta del carceriere è acquisire coraggio e fiducia nelle proprie potenzialità. Il tutto autonomamente, con le proprie risorse e potenzialità, senza fare assegnamento sull'appoggio di quella grossa parte del mondo maschile che, com'è noto, pur proclamandosi in via teorica per i diritti delle donne, non ama schierarsi apertamente e concretamente per gli stessi, poiché teme che l'immagine della propria virilità possa uscirne macchiata (per stare in pace con la propria coscienza, certuni si limitano magari a firmare petizioni per le quote rosa, patetica concessione da parte del sistema patriarcale e quindi nient'altro che un mezzo di gestione e controllo...).

Personalmente, come donna che ha affrontato il percorso di transizione di genere dal maschile al femminile, ho sempre fatto in modo di orientare il mio cammino verso la possibilità di attingere a quei mezzi politici e culturali che mi consentissero di nutrire la mia coscienza e di evadere dalla penosa prigione degli stereotipi.

 

Barbara X

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Putridume maschilista quotidiano

di Eva Melodia

Si potrebbe liquidare con un bel “putridume” l’articolo dal titolo esauriente "Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica. Quante volte provocano?" apparso su Pontifex.it, sito di riferimento per la Chiesa Cattolica ed un numero notevole di suoi fedeli.
Si potrebbe, se non fosse che laddove la maggioranza delle persone legge un delirante sproloquio del solito patriarca che ieri come oggi (e come purtroppo anche domani) rimpingua il mondo di solerti colpevolizzazioni della donna e del suo corpo, di dogmi maschilisti, tutti preziosi per difendere i privilegi degli uomini in posizione di forza, ci sono anche migliaia di stolti che gli vanno dietro.
Ignoranti certo. Gobbi morali e ottusi logici, incapaci di vedere quali subdoli trucchetti vengano usati da questi interpreti del Verbo al solo fine di far passare per vere e religiosamente assodate le loro norme sociali, finalizzate esclusivamente a garantire i loro maledetti privilegi.

Vorrebbero costoro, poter violentare senza reazione negativa. Vorrebbero ottenere il corpo di chi li attrae senza fatica, senza scambio ed anzi esprimendo dominio, come buon maschilismo insegna.
Vorrebbero, stuprare con la benedizione dall’incauta donna che addirittura osa far di sé ciò che le pare ed esporre la propria pelle.
Gli piacerebbe tanto.

Giocano sul senso di colpa dicevo, sapendo bene come esso accompagni già ogni donna - grazie ai preziosi insegnamenti cattolici che ci sciacquano la pazienza fin dagli albori della vita - e come un profondo senso di inadeguatezza esploda di fronte ad una violenza subita, dove la donna - o chi allo stesso modo struprat* - non può che soffrire chiedendosi se non avrebbe potuto fare qualcosa per difendersi, per evitarsi tanto dolore.
Allo stesso modo sanno come, nella piega dell’anima di quelle ferite, una persona non sia in grado di impedire che entrino le baggianate maschiliste di gente pronta a tutto pur di poter continuare ad usare gli altri.

Bisogna invece a parer mio sottolineare quanto la vergogna che questa gente non prova nello scellerato legittimare la violazione dell’individuo, sostenendo che ci siano ragioni valide a giustificare il dolore e la morte inflitti ad una donna, denigri proprio gli uomini, prima ancora delle donne.

Sono gli uomini a dover inorridire nell’essere raccontati così ignobili, levando la voce per rivendicare una propria coscienza e capacità di autodeterminazione, contro le tesi di incontrollabile violenza e tendenza allo stupro compulsivo, visto che da queste miserabili parole ne parrebbero permeati nella loro stessa essenza maschile.
E ancora, proprio i cattolici, dovrebbero sdegnarsi sentendosi presi in giro quando dapprima li si dipinge somiglianti a Dio, per poi riportarli alla fratellanza con un qualche demone bavoso alla sola vista di un culo, pronti ad uccidere per un orgasmo.

Il Signor Bruno Volpe e tutti quelli che ne sostengono le fauci maschiliste dovrebbero forse piuttosto cominciare a pensare a loro stessi come inadeguati.
Inadeguati, perché il loro stupido tempo è finito e le loro stupide tesi sono morte e sepolte, sebbene continuamente riesumate da esperti oratori che le tengono in piedi come cadaveri ammuffiti.

Altro che pretini. Questi oratori sono evocatori di spiriti del male tanto quanto i negromanti: evocatori di maschi predatori (che predatori devono essere solo nei loro perversi sogni), capaci ormai solo di sdegnare sempre di più tutti gli uomini e le donne consci dei loro giochetti.

In coro dunque gli ridiamo dietro, ma anche ci irritiamo ed iniziamo a reagire.

Le tesi cattosessiste che legittimano lo stupro 

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Non generalizziamo! Giornate di riflessioni e pratiche su individualità, sessualità e ruoli di genere

5 giorni in Romagna

Dal 13 al 17 dicembre 2012

Che differenza c’è tra sesso biologico, identità di genere e
orientamento sessuale?
Maschile e femminile sono categorie fisse e immutabili?
Quanti generi esistono? Infiniti?
Vogliamo affrontare la tematica queer a partire da queste domande, consapevoli di vivere in una società ancora fortemente (etero)normativa e patriarcale, che discrimina ogni diversità oppure la ingloba al suo interno con lo status di minoranza, affibbiando etichette in base ai comportamenti delle persone, ai gusti, alle inclinazioni.
Ci chiediamo se sia possibile sovvertire ogni etichetta proprio a partire da quella dell’identità di genere, liberandoci così anche di tutti quei ruoli attraverso cui la società ci riconosce, ci nomina e quindi ci controlla. Per arrivare finalmente ad avere una società di persone, in cui ognun* sia liber* di essere se stess*.
Nel frattempo, con questa settimana di iniziative intendiamo conoscere meglio ed abbracciare nuove pratiche di decostruzione degli stereotipi e dei ruoli che ci sono imposti, per contribuire ad abbattere l'idea di norma e di devianza, allenandoci ad allargare il ventaglio del nostro immaginario sessuale a tutto lo spettro del possibile in modo da accogliere al suo interno tutte le singolarità, riconoscendo e rispettando la storia e il percorso di ognun*.


GIOVEDì 13 DICEMBRE

ore 19.30 buffet vegan
a seguire
laboratorio su generi, corpi e linguaggi con Nicoletta Poidimani

Nicoletta, femminista e libera ricercatrice, dice di sé:
"Scrivere saggi è certamente un atto individuale, ma le riflessioni sono sempre frutto di confronto collettivo. Non sono un’accademica, ma un’intellettuale militante."
Tra i suoi saggi ricordiamo:
"L'utopia nel corpo. Oltre le gabbie identitarie molteplicità in divenire" (Mimesis 1998);
"Oltre le monocolture del genere" (Mimesis 2006);
"Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini" (Sensibili alle foglie 2009)

c/o Spazio Liertario Sole e Baleno
sobb. Valzania 27 - Cesena
www.spazio-solebaleno.noblogs.org

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VENERDì 14 DICEMBRE

ore 19.00 Aperitivo mangereccio vegan

a seguire: Turiste aliene nell'universo femminile. Escursione teatrale...

ore 21:00 PROIEZIONI
Una serata per riflettere insieme sulle forme attuali delle lotte di liberazione sessuale, a partire dalle rivolte che diedero origine al movimento GLBT, raccontate attraverso due video da una delle protagoniste.

SYLVIA, RIMEBRI ANCORA...
di No Code Video Trips (Italia, 2002)

Era il 28 giugno del lontano 1969. Nei bar e nei locali del Greenwich Village si svolgevano feste di gay e trasessuali. Di tanto in tanto arrivava la polizia, a sgomberare i locali, ad arrestare e umiliare gli avventori, a intascare le mazzette dei proprietari per chiudere un occhio. Ma erano gli anni sessanta americani e si respirava un clima di cambiamento in ogni sfera della società.
Una sera, al bar Stonewall, durante un'irruzione della polizia si accende una scintilla inaspettata, cresce il malcontento e inizia la prima rivolta per la rivendicazione dei diritti di chi non si riconosce nelle categorie sessuali consentite dalla legge.
A raccontare questa storia e l'atmosfera che l'ha generata è Sylvia Rivera, una meravigliosa trans a cui i libri di storia e la leggenda, attribuiscono il merito di aver tirato la prima scarpa col tacco (o forse la prima bottiglia di vodka) che diede origine alla ribellione.
Il racconto di un passaggio fondamentale per la storia dei diritti e della dignità umana, raccontata da una delle protagoniste morta nel febbraio del 2002.

Estratto video dell'intervento di Sylvia al convegno "Transiti" organizzato dal movimento identità transessuale e al worldpride del 2000 a Roma.

Per chi ne ha ancora voglia... Dj set con Ari e Sere

c/o C.S.A. Capolinea
v. Volta 9 – Faenza
www.csacapolinea.noblogs.org

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SABATO 15 DICEMBRE

XXY DEGENDER FEST
https://www.facebook.com/events/373564699394110/

ore 18.00 workshop vegan sex toys
BRUTAL (autocostruzione di fruste con camere d’aria)
WAI? (D.I.Y. Vegan Harness: come costruire da sol* il proprio vegan harness)

a seguire:
inaugurazione mostra
“The Catalog” di GOODYN GREEN
e apericena vegan

Goodyn Green è una fotografa queer femminista danese.
Sin dalla prima pubblicazione nel 2009, Goodyn è stata fotografa di punta del magazine berlinese Bend Over. Fu proprio la rivista a presentare la sua prima raccolta di fotografie, The Catalog, immagini erotiche di donne queer androgine in pose ispirate alle classiche riviste porno gay.

ore 21.00 presentazione libro
“La società de/generata.
Teoria e pratica anarcoqueer” di ALEX B.

Alex B. ha 30 anni. Alcuni anni fa ha intrapreso una transizione fisica verso il maschile, per risolvere un disagio che sentiva con il proprio corpo. Non si riconosce nei generi maschile o femminile e, se proprio deve definirsi in qualche modo, preferisce i termini generici “trans” e “transgender”. Da sempre insofferente all’autorità e anarchico individualista, ha scoperto il movimento radicale di liberazione animale, che gli ha aperto la porta verso altre lotte antiautoritarie a cui tutt’oggi dedica la maggior parte del suo tempo: tra queste l’ecologismo e la lotta contro le nocività, la lotta contro carcere e Cie, il sostegno ai prigionieri politici e un rinnovato interesse per le tematiche queer.
Del 2008 il suo racconto autobiografico "Female-To-Myself" e il breve saggio "Il terzo genere nel mondo non occidentale" pubblicati nell’antologia TranScritti.

a seguire:
proiezione corto “Dildotettonica per principianti” di SLAVINA
(menzione speciale al Sicilia Queer filmfest 2012)

ore 22.00 concerti
AGATHA | ?ALOS | R.Y.F.

performance/installation "A RA" di MATTIA CASTELLI

a seguire djset

main stage: LADY MARU - electro, deep house, techno tribale

privèe (degender toilet): THE QUEEN IS DEAD dj's rotation
punk rock, post punk, dark, new wave, anni '80, trash

c/o CSA Grotta Rossa
via della lontra, 40 - Rimini
www.grottarossa-rimini.it

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DOMENICA 16 DICEMBRE

ore 14:00 per le vie del centro
PARATA CONTRO LA GENERALIZZAZIONE

ore 17:00 vin brulè e castagnata in piazza

ore 20:00 cena vegan a seguire incontro con Annalisa Zabonati* e Barbara X**

*Psicologa, psicoterapeuta, antropologa, vegana. Si occupa di Psicologia e Antropologia di Genere e delle Differenze. Studiosa di Storia delle Donne e di Ecofemminismo e Veg(etari)anismo, sta conducendo ricerche sulle relazioni tra animali umani e non umani e sulle implicazioni sociali, culturali e politiche del veg(etari)anismo.

**Barbara è un'attivista, blogger, scrittrice. Ha scritto quattro libri : “Resistenze”, “Uncuorebestiale”, "Uno in meno” e l'ultimissimo “Jeanne etoile de combat” che fanno parte di una collana che si chiama Aghenstbucs.
Gli Aghenstbucs sono la materializzazione di un'utopia.
Signicano scrivere senza essere soggetti ad alcuna legge.
Gli Aghenstbucs sono i libri fuori dal mercato, sono letteratura
veramente libera e antagonista, autoprodotta e autogestita, che
rifugge per ovvie ragioni l’ignominia autoritaria dell’industria culturale.

c/o CCA LuGhè
via dell’Industria 33 - Lugo
www.lughe.altervista.org

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LUNEDì 17 DICEMBRE

ore 19:30 apericena vegan

Presentazione della videoinchiesta sui ruoli di genere
a cura del Laboratorio Sancho Panza:
una serie di interviste in giro per la città per riflettere su individualità, sessualità e ruoli di genere e la loro percezione nella società.

A seguire dibattito e inaugurazione della mostra fotografica "XXY"

Per finire DJset

c/o CSA La Resistenza
via della resistenza 32 - Ferrara
www.laresistenza34.wordpress.com
www.laboratoriosanchopanza.noblogs.org



Informazioni e programma completo nella locandina



Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Mercoledì, 03 Ottobre 2012 10:32

Oggi mi vesto da femmina

Da Internazionale, 14/9/2012
Fonte: Zeroviolenzadonne.it

La sera prima di permettere al figlio di andare all'asilo con un vestito da femmina, Susan e Rob hanno mandato un'e-mail ai genitori dei suoi compagni di scuola.

Continua sulla rassegna stampa di Zeroviolenzadonne.it

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 03 Settembre 2012 00:00

Noi compagni e la violenza sulle donne

Ripubblichiamo un articolo tratto da Femminismo a Sud, nella convizione che questa riflessione sia molto importante – anche perchè è stata finora pressochè assente – nell’ambiente antispecista.

 

E’ in corso un’assemblea antifascista, presenti molti compagni di realtà politiche cittadine. Prende la parola una compagna. Il suo intervento è disturbato, denigrato, accompagnato da fastidiose risa. Dopotutto è una donna e qui si parla di antifascismo militante.

Le straordinarie compagne e sorelle di Femminismo a Sud, come tappa della loro campagna contro la violenza sulle donne hanno chiamato tutti quanti ad esprimersi su questo tema, con una frase che rappresenti questa infamità. Una presa di posizione collettiva contro un fenomeno drammaticamente diffuso e pericolosamente taciuto.

Riflettendo su questa iniziativa, pensavo a quanto il problema di genere sia spesso assente nelle nostre discussioni politiche, nelle nostre iniziative e a quanto sia, al contrario, strettamente intrecciato con l’antifascismo, la società che vorremmo e il mondo nuovo che auspichiamo. E all’interno di tutto questo, quanto la violenza sulle donne sia un tema cui gli uomini, anche i compagni, non considerino proprio terreno di mobilitazione e lotta politica.

Parto da una considerazione. La violenza sulle donne riguarda anche gli uomini e li riguarda in maniera feroce, pervasiva, piena. Ci costringe a farci domande, a interrogarci, su ciò che siamo come soggetti politici e sociali, sui contesti a cui apparteniamo, sulla nostra cultura di riferimento. E ci porta alla necessità di operare una denuncia forte: quella contro il modello culturale di maschio italiano, per il quale il soggetto femminile perde la propria soggettività e diviene oggetto di cui disporre a proprio piacimento.

Discutendo con un compagno antropologo, emergeva come nella nostra visione occidentale di culture altre come quella Afghana o Somala, facciamo presto a definire le loro pratiche aberranti contro la donna, come fenomeni culturali. Ma una riflessione simile sulla violenza di genere in Italia ci porta a liquidarla come devianza patologica individuale. Ebbene, un omicidio ogni tre giorni non è follia o patologia, è allarme sociale e culturale da affrontare con la massima urgenza e con tutta la dirompenza di cui siamo capaci.

Occorre una presa di coscienza collettiva anche fra noi uomini, soprattutto fra noi uomini. Perchè fino ad ora, escludendo qualche caso particolare, non siamo stati capaci di inserire questa tema nella nostra agenda di mobilitazione politica. E soprattutto non siamo stati capaci di evidenziare come l’atto violento in sè è parte (ovviamente la parte più grave e evidente) di un fenomeno complessivo nel quale, la figura femminile è colpita e denigrata in tutti i suoi aspetti. Nelle vicende di carnefici e vittime è immediato combattere per le vittime, meno immediato è interrogarsi sulla nostra vicinanza o meno con i carnefici.

Troppo spesso nelle realtà politiche in cui militiamo, i ruoli di potere decisionale, di autorevolezza culturale sono esclusivamente maschili. Troppo spesso il linguaggio di cui ci dotiamo è fortemente maschilista: Troppe volte riteniamo la questione di genere un elemento sovrastrutturale per il quale la mobilitazione è meno importante e meno affascinante. Ma non capiamo che anche questi sono elementi gravissimi di violenza, strettamente legati alla violenza fisica.

Dobbiamo spazzar via tutto questo. Dobbiamo farlo noi uomini e debbono farlo le donne. Insieme, operando strategie di rotture culturali con l’esistente, costruendo spazi di sperimentazione, provando ad incidere a tutti i livelli, da quello sociale a quello legislativo, da quello culturale a quello comunitario.

E’ un tema che ci riguarda, compagni, più forte che mai.

GianMaria


Link all’articolo originale

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Ripubblichiamo un articolo di Massimo Lizzi (tratto dal suo blog), su una pubblicità contro l'abbandono degli animali d'affezione dal carattere evidentemente misogino.

Misoginia camuffata da animalismo - di Massimo Lizzi

Sul loro sito hanno scritto: Abbiamo voluto trattare un tema importante come l'abbandono degli animali inserendo un pizzico di ironia mischiato l'inconfondibile stile Ferrafilm, il risultato è stato sensazionale: oltre duecentomila contatti in un fine settimana, settecentottantamila condivisioni su facebook, quattrocentosettanatamila visualizzazioni su Youtube. Il segreto di così tanto successo deve stare in quel pizzico d'ironia. Che come un minuscolo foruncolo schiacciato davanti allo specchio, diventa una enorme chiazza di pus purulento. La chiazza di un sarcasmo contro le donne, malcelato dietro la tutela di un cagnolino.
 
Lei è antipatica, stupida, viziata e cattiva. Si esprime per diminutivi. Usa un tono petulante Si fa servire a tavola e si schifa di quel che le viene servito. Vuole farsi comprare braccialetti e collanine. Vuole andare in vacanza. Nella versione fotografica diffusa su Facebook, lei intima «mi devi portare al mare». Le donne non vanno, sono gli uomini che le portano. Lei vuole abbandonare il cane per strada. Lui dovrebbe farlo per lei. Lei è in competizione con il cane. Ma è Lui quello che sceglie. E sceglie il cane. Abbandona per strada lei. Come una cagna? Il filmato, preso da un pizzico di scrupolo politicamente corretto, la definisce solo una rompicoglioni. Definizione che non ha nessun nesso con la crudeltà verso gli animali.
 
Sessismo inconsapevole. Sessismo intenzionale. O una trovata provocatoria e pubblicitaria che fa leva sul sessismo come fosse una innocua birichinata e non una modalità di relazione infamante. Tanto, se non basta l'amore per i cani a nascondersi, si può sempre cercare riparo dietro le sottane dell'ironia. Così succede nelle discussioni che seguono al video o alla foto: flame che riguardano, non il rapporto con gli animali, ma il rapporto tra i sessi. Il video impazza in rete, ma rispetto alla sua motivazione ufficiale va completamente fuori bersaglio. Rispetto alla sua motivazione effettiva, va perfettamente a segno. Basti leggere gli insulti liberatori contro le donne, espressi in tanti miserevoli commenti "maschili".
 
Su YouTube, c'è un video di FerraFilm che dice "No alla violenza sulle donne". Per essere coerenti con questo loro appello, gli stessi produttori dovrebbero evitare nei loro video l'umorismo sessista, perchè l'umorismo sessista favorisce la violenza contro le donne.
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Intervista a Breeze Harper che racconta la propria visione di intersezioni tra lo sfruttamento degli animali e quello delle donne nere.

Fonte: Femminismo a Sud

Testo integrale:

Buona sera, sono Breeze Harper del progetto Sister Vegan. E oggi voglio parlarvi dei punti di contatto esistenti tra la storia delle donne nere - l'uso dei corpi delle donne nere per esperimenti medici - e come credo che questa pratica sia legata alla liberazione animale e al bisogno di riflettere criticamente sull'utilizzo degli animali non umani in Occidente. Ho iniziato a pensare ad un articolo scritto da Petra Kuppers sulle donne nere nella metà del diciannovesimo secolo che subirono gli esperimenti di un uomo, Marions Sims, considerato nelle scuole di medicina ginecologica il padre della ginecologia in occidente. E nell'articolo sul progetto Anarcha potreste leggere di come Marion Sims sperimentò su diverse schiave afroamericane. Sperimentò su di loro a beneficio delle donne bianche del ceto medio che avrebbero chiesto i suoi servizi - le sue competenze ginecologiche e quello che fece fu davvero disgustoso e crudele. Sperimentò su queste donne chiaramente senza il loro consenso, ma quando sei uno "schiavo" sei una proprietà, perciò non hai assolutamente voce in capitolo riguardo a ciò che i bianchi ti fanno. Quello che Sims cercava di fare era di risolvere il problema delle fistole nelle donne bianche di ceto medio. Una fistola è un problema medico che implica una lacerazione della vescica che a volta ha luogo in caso di travaglio prolungato tramite un uso non corretto del forcipe nel corso del parto che nelle donne provoca una perdita costante di urina. Così Sims decise di usare i corpi delle donne nere per risolvere questo problema. Eseguiva i suoi esperimenti senza anestesia, e su una donna sperimentò più di trenta volte. Voglio dire, ha aperto le loro vagine, gli uteri, senza anestesia. Potete immaginare cosa significhi? E' veramente disgustoso, ma è il "padre della ginecologia".
E tutti sappiamo - quasi tutti qui in occidente - se si affronta la questione criticamente quando si tratta di conoscere la storia della sofferenza e dell'oppressione, che il caso di queste donne nere non era "unico". La sperimentazione su esseri viventi - animali umani, animali non umani - è stato un problema ricorrente. E penso che negli anni ci sia stata una grossa spinta per abolire la sperimentazione animale, la vivisezione, sperimentare sugli animali mentre sono vivi e coscienti, per il "progresso" della medicina. E' molto, molto, molto crudele e molto doloroso.
Al giorno d'oggi molte persone mi domandano come mai io unisca la teoria femminista nera e l'attivismo con la cura degli animali non umani, l'etica animalista, la liberazione animale e il veganismo.
Sono consapevole del fatto che ogni persona ha la propria opinione personale derivante dai propri interessi e desideri, e chiaramente gli interessi e i desideri non sono mai "apolitici", ma le persone dovrebbero davvero scandagliare le proprie motivazioni per capire perché desiderino certe cose anche quando quelle stesse cose fanno del male ad altri esseri viventi.
Una delle ragioni per le quali integro la teoria femminista nera e l'attivismo con gli studi relativi alla liberazione animale e al veganismo è che reputo che la stessa mentalità che considera fattibile condurre esperimenti crudeli sulle donne nere "curate" dal dr. Sims (ricordate il "padre" della ginecologia!) è la stessa mentalità che continua a permettere che gli animali non umani debbano sperimentare un inferno inimmaginabile - dagli animali d'allevamento agli animali utilizzati per i test cosmetici - a quelli usati per la vivisezione. E allora penso a quello che è successo a queste donne nere, ...semplicemente non c'è scusa per questo, non si può razionalizzare.

Sono sicura che nel corso del tempo diverse persone abbiano tratto beneficio da questi esperimenti, come le donne bianche del ceto medio e i dottori bianchi maschi che davvero credevano che queste donne nere e questi corpi di donne nere fossero sacrificabili per una causa più grande. E non è buffo che le persone che affermano questo, che parlano di come un essere vivente dovrà essere sacrificato, per la causa più grande dell'umanità - non è interessante che si tratti sempre di coloro che hanno il potere o sono nella posizione di non essere mai loro quell'essere o quella persona?

E allo stesso modo al giorno d’oggi sentirai lo stesso tipo di razionalizzazioni del perché centinaia di migliaia di animali non umani sono sezionati e torturati per il “bene” dell’umanità e della medicina. E sentirai le persone dire “Beh, è per il bene dell’umanità. Purtroppo devono essere sacrificati”, e io penso che al giorno d’oggi, perlomeno in Occidente, la maggior parte delle persone direbbe “No, sarebbe molto sbagliato sperimentare sugli esseri umani!”. Però, quando le persone di colore non erano considerate esseri in grado di soffrire, era normale avere quella stessa mentalità, dire “Non c’è niente di male. Non sentono nulla, non provano veramente dolore”. E il Dr. Sims diceva – e credeva, come altre persone che hanno contribuito a concettualizzare questo “razzismo scientifico” – che le persone di discendenza Africana avessero una soglia del dolore molto più alta delle persone di razza Bianca. Ed oggi, senti lo stesso tipo di razionalizzazioni, quando si parla di sperimentazione animale, abusi e crudeltà, quando si parla di animali non umani usati nei laboratori per i test medici o cosmetici. E sto davvero cercando di capire perché sia così difficile per me comunicare con persone – persone molto coinvolte negli abusi e nello sfruttamento degli animali non umani negli Stati Uniti – perché sia così difficile far loro vedere il disegno più ampio, la storia, e come lo stesso tipo di mentalità, la stessa logica sia stata usata sui nativi americani, sugli schiavi africani, sugli afroamericani liberati – come non ricordare l’esperimento di Tuskegee, nel quale persone malate di sifilide, a cui venne fatto credere di seguire una terapia, non vennero curate affatto per decenni…Esperimenti su persone considerate non adatte ad essere produttive a livello intellettuale per la società come i malati psichiatrici. E non possiamo dimenticare gli esperimenti, le crudeltà, e le torture d milioni di ebrei e non solo di ebrei, ma tutti coloro che non erano d’accordo con i nazisti e che furono rinchiusi nei campi di concentramento – anche su di loro venne sperimentato e sfortunatamente molte persone oggi nel mondo beneficiano di queste conoscenze mediche ottenute attraverso questi esperimenti crudeli. Così quando parlo alle persone del perché iso sia così interessata alla correlazione tra il pensiero femminista nero e la comprensione delle relazioni tra animali umani e non umani, al concetto di veganismo a ciò che consumiamo, penso che la risposta sia chiara: Se non vuoi che qualcuno abbia il diritto di legarti e vivisezionarti se sei disgustato da quello che succedeva nell’anteguerra in America, quando le persone come il Dr. Sims legavano queste donne e sezionavano loro le vagine ripetutamente, senza anestesia, senza alcun rimorso . se ciò ti disgusta, devo capire come non ti disgusti sapere che la stessa cosa succede agli animali non umani, come tu non riesca a metterti nei loro panni e chiederti “credo davvero che gli animali non umani meritino di essere trattati così perché sono stati “creati per uso umano”?” O forse paro così per il semplice fatto che ho il potere e il privilegio di decidere come gli animali non umani debbano essere trattati, così che io possa sfogare il mio desiderio di mangiarli, perché mi piace il sapore, o il mio desiderio di utilizzare un cosmetico particolarmente conosciuto che dovrebbe farmi apparire molto bell*?
E devo davvero capire come questo possa esser il diritto di qualcun*. E come sia possibile che così tante persone possano essere disgustate dall’idea di sperimentare (torturare) un umano odi rendere una persona schiava?= vorrei capire questa difesa, dal momento, dal moemnto che socì tante persone come me, non necessariamente paragonano la schiavitù africana o la Germania nazista e l’olocausto degli ebrei alla odierna sofferenza degli animali non umani, non sono la stessa identica cosa, ma chiedono alle persone di capire come tutto questo si inserisca in una enorme matrice di oppressione nella quale tutti questi pezzi sono interdipendenti e si influenzano vicendevolmente. Una persona non può capire pienamente come queste donne africane siano state oppresse per via del sessismo, razzismo e coloniali se non comprende come gli animali non umani sono trattata in occidente – maltrattati. E necessario comprender che il colonialismo e il razzismo sono stati realizzati da chi era al comando allora, e in una certa misura anche da quelle alte sfere di oggi, sull’assioma per il quale coloro che sono veramente e totalmente umani, sono maschi bianchi proprietari, capaci di pensiero razionale. E poi c’è l’altro, l’Altro che può esser colonizzato e dominato - l’Altro che di volta in volta è rappresentato dalle donne, dalle persone non bianche, senza proprietà o terreni, e che tutti questi “altri” si inseriscono perfettamente nella concezione dell’elité riguardo al capitalismo, all’imperialismo, al colonialismo. Così quando comincio a parlare di persone di colore, e del maltrattamento degli animali nel contesto di come il concetto di Altro è stato costruito, dall’interno della percezione del maschio bianco che ha avuto accesso all’istruzione, di classe privilegiata, proprietario, inizia a capire che questa alterità, questa distanza, questo spegnere la propria capacità di provare empatia, e simpatizzare, sia incredibilmente importante quando vuoi creare un mondo basato sull’imperialismo e sul capitalismo e vuoi reificare, vuoi colonizzare, vuoi dominare l’altro come risorsa, come bene, così da continuare a beneficiare, di quella particolare condizione di potere. Questo non si riferisce esclusivamente allo status di persona di razza bianca in particolare – è solo un esempio – ma quando chiedo alle persone di prendere seriamente in considerazione perché liquidino così in fretta la sofferenza degli animali non umani quando si va a toccare le abitudini di consumo… Li rendono ‘altro’, non riconoscono la loro sofferenza, non riconoscono il fatto che gli altri animali provino dolore e sofferenza e che non esistono soltanto per il proprio desiderio e divertimento. E mi lascia sempre, sempre perplessa incontrare minoranze non bianche che realmente lottano contro il razzismo istituzionalizzato, provano intimamente l’esperienza di essere resi l’Altro’, di vedere il loro dolore e la loro sofferenza mai presi seriamente – e vedo alzare si muri dell’indifferenza quando chiedo loro “Be, come credi si sentano gli animali non umani ad essere resi l’Altro, a non vere presi seriamente il loro dolore e la loro sofferenza?” Mi lascia molto, molto perplessa. E vi chiedo… non è un giudizio, è più curiosità: come, se siete stati onnivori, o se siete onnivori, come razionalizzate che per alcuni esseri sia giustificato subire dolore e sofferenza e per altri invece no? Come riuscite a separarli così bene e a convincervi che non è necessario che riconosciute e ammettiate il dolore e la sofferenza degli animali non umani? E questo vale anche per molte persone che non vogliono riconoscere il dolore e la sofferenza delle persone che hanno reso ‘Altri’ – Che cosa vi passa per la mente?

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