Calvino e la città “invisibile” di Leonia: specchio del passato o lugubre profezia?

Leonia, come le altre città “invisibili” di Calvino è una città-simbolo di qualcos'altro: l'esperienza odierna potrebbe certo farcela identificare con Napoli, ma non era al capoluogo partenopeo cui lo straordinario scrittore poteva pensare quando negli anni '70 uscì quest'opera, una delle ultime, una delle più profetiche e ricche di spunti di riflessione.
Leonia è simbolo del capitalismo, immagine estrema dello spreco, sublimazione dell'usa – e – getta, fabbrica e cattedrale dell'obsolescenza programmata degli oggetti di consumo. Rappresenta il sistema di consumo del Nord del mondo, i cui lunghi tentacoli lambiscono ormai da tempo i Paesi emergenti, nutrendosi delle falle e della miseria di quelli in via di sviluppo.
Ogni cosa, quasi istantaneamente, appena incignata, si trasforma in rifiuto, rispondendo a una sorta di horror veteris che pervade tutti e ciascuno, che come lava vomitata da un vulcano fuoriesce e si accumula. Ma non al pari della lava fertilizza il terreno: lo rende piuttosto putrescente, infetto e maleodorante.
Di tutto questo pattume, ignari ovviamente dei rischi, gabbiani e altri volatili, piccoli e grandi mammiferi, famelici perché privati delle loro risorse primarie naturali, si nutrono allegramente. Dentro ai loro corpi si moltiplicano tossine e veleni.
A pensarci bene però, Leonia non è città del nostro presente, ma di quello di Calvino: mancano infatti qua e là a punteggiarne il paesaggio, le grigie ciminiere degli inceneritori, che avrebbero la pretesa di evitare l'accumulo del pattume, quel costante premere di un monte-discarica sull'altro, in una sorta di innaturale e mostruosa orogenesi. Ma che in realtà altro non fanno che polverizzarne una parte e renderlo ancora una volta biodisponibile, pronto a colonizzare i corpi dei viventi, di questo più o meno inconsapevoli. Il resto, come nella Leonia calviniana, si accumula nelle discariche periferiche.
In una città come Leonia, ma al tempo d'oggi, la categoria sociale che sopra tutte potrebbe forse godere dell'operato di queste macchine mortifere (almeno dapprincipio) sarebbe quella di medici e veterinari, indaffaratissimi a curare sopraggiunte e inedite malattie respiratorie e tumorali da inalazione di nanoparticelle. Fino che a loro volta non ne fossero colpiti, soccombendone.
Come dire: occhio non vede, cuore (forse) non duole, ma di sicuro altri organi sì.
Come risolvere allora il problema?
Non si tratta qui di capire cosa sia meglio (o meno peggio) tra discariche e inceneritori, ma di limitare al massimo l'uso delle prime ed evitare quello dei secondi. Solo un' estrema rivoluzione nella mentalità collettiva, una radicale modifica del sistema dei consumi, una strategia di recupero, riuso e riciclo efficace, in una parola, l'avvio di una de-crescita che tenga conto dei bisogni di tutti, umani e non umani, può essere la chiave di volta per non ritrovarci un giorno, come l'opulenta Leonia, affogati nel (o avvelenati dal) nostro stesso pattume.

Ilaria Nannetti, per Antispecismo.Net

Le città invisibili – 1972 di Italo Calvino

Le città continue - Leonia

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e
diverse, o non piuttosto l'espellere, allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede. Fuori della città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto.
Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste mal tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suo estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.


 

 

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RIFIUTI ZERO: La salute è un bene (ed un diritto) di tutti… ma proprio tutti.

di Eva Melodia

Di diossina e altre nocività si muore. Senza stupore alcuno sappiamo che muoiono e soffrono soprattutto gli animali ed in particolare quelli non domestici, quelli che nel silenzio assordante di questa cultura non sono titolari di alcuna tessera sanitaria; semplicemente scompaiono vittime di tumori, malformazioni, avvelenamenti. La salute nel mondo che conosciamo è un bene piramidale, bisogna appartenere allo status più elevato possibile per poterne godere, non è di certo un diritto, ed è uno delle più vantaggiose merci di scambio con il Dio denaro.

Anche per questo, da qualche anno è in corso una furiosa battaglia dentro i consigli comunali e nelle più piccole realtà, tra cittadini o gruppi organizzati che vogliono affrontare il problema dei rifiuti e le potenti e molteplici istituzioni che a vario titolo, difendono questo modello, quest’immenso pattume che è l’economia umana in tutta la sua filiera.
Zero Waste, chiamata in italiano strategia “Rifiuti Zero”, è un metodo con cui il professor Paul Connett ha teorizzato una via per ripensare l'economia del pattume, quella stessa economia che scopriamo essere invece imbellettata alla voce “economia del consumo”.
Dopo aver passato la vita a studiare gli effetti delle diossine nei corpi dei viventi, effetti che potremmo riassumere in cancerogeni e teratogeni, Connett ha deciso di spendersi per proporre una contro-visione dell’economia, fondata non più sul rifiuto, bensì sul ciclo.
In questo apparentemente non c’è nulla di nuovo. Gli ecologisti pensano a queste soluzioni da che esistono, nell’eterno tentativo di contrastare la diffusione di inquinanti e non c’è dubbio che Rifiuti Zero sia nata dall’elaborazione di quelle banali critiche alla mentalità usa e getta che ha colpito come un fulmine tutti quanti negli ultimi cento anni.

Zero waste però va molto oltre. Poco conosciuta nel suo dettagliato sviluppo e offuscata dai grandi interessi dell’incenerimento e non solo, la strategia viene spesso scambiata per i semplici metodi di raccolta differenziata porta a porta, o addirittura talvolta solo per la differenziazione del rifiuto in cassonetto!
L’onere di approfondire questa strategia è allora come sempre, di chi intende levarsi contro le ingiustizie e soprattutto contro le cause dirette ed indirette di morte, sfruttamento e sofferenza degli animali tutti, umani e non umani.
L’antispecismo stesso dunque, che ha necessità ecologiche per un compimento dell’aspecismo reale, non può non conoscere a fondo questa strategia e nel caso necessario, criticarla oppure decidere di sostenerla ed eventualmente rivendicarla come parte del proprio percorso, adattandola alla propria visione.

Zero Waste è prima di tutto un metodo già in fase di applicazione in alcuni luoghi del mondo, non solo una astrazione, ed è perciò innegabile che possa anche essere messo in atto con modalità e finalità antropocentriche. Tale possibilità però è direttamente proporzionale all’antropocentrismo di chi ne sposa la strategia, non alle basi della strategia stessa che invece, vista nel dettaglio, è strettamente aspecista e le cui applicazioni sono, non solo requisito necessario per un modello aspecista, ma anche percorso forse obbligato per una lotta antispecista.

Sviscerando il metodo scopriamo che si poggia sulle famose “3R” (1) cioè riduzione, riutilizzo, riciclo, che già rappresentano una buona parte di approccio diverso al binomio consumo-rifiuto. L’intento non è certo evitare le discariche perché sono brutte esteticamente, o gli inceneritori solo perché puzzano, bensì evitare in ogni modo gli incredibili effetti di discariche ed inceneritori, cioè le nocività per i viventi.
Andando più a fondo però, scopriamo che la teoria di Connett ha un ulteriore punto cardine di cui poco si parla, proprio perché pochi sono per ora gli attivisti in campo e forse poche le forze anche per fare emergere la portata della strategia stessa.
Tale punto risponde alla domanda sul cosa fare di quella parte di rifiuto che rimane (anche se teoricamente minima) una volta messe in atto le prime tre “R” in maniera precisa e puntuale. La risposta è semplice: ciò che non rientra nelle prime 3R non si deve più produrre.

In questo range di seppur piccole quantità, rimangono gli inquinanti, quelli veri ivi compresi i residui dell’incenerimento.
Proviamo allora per fare un esempio, a prendere in esame la produzione di energia nucleare e ciò che di questa è di fatto il rifiuto: secondo tale metodo semplicemente non verrebbe più prodotta, poiché in nessun modo le scorie radioattive possono avere un ciclo di vita virtuoso e come queste, tantissime altre nocività.
Ciò significa che nella visione di Rifiuti Zero l’economia è asservita a garanzie di natura etica - il contrario di ciò cui assistiamo ora – per cui gli effetti ultimi, quelli sugli individui viventi, contano più di qualsiasi altra cosa.

Per stringere, sappiamo che chi abbraccia Rifiuti Zero ha sicuramente voglia, intenzione e finalità volte alla critica di questo sistema che, al contrario, considera rifiuti gli stessi individui che soffrono e muoiono per gli effetti delle nocività prodotte.
La relazione Antispecismo - Rifiuti Zero quindi, ha diversi punti di contatto che non dovremmo ignorare. Tale relazione è implicita anche nella coerenza con il paradigma aspecista dove un modello umano accettabile deve essere non-nocivo per i viventi tutti e subordinare ogni tipo di economia al fare i conti con i propri effetti sull'esistenza degli individui.
E' notevole allo stato attuale il numero di attivisti antispecisti (probabilmente in crescita) che di fatto lotta anche per Zero Waste, probabilmente determinati al non delegare ad altri (dando per scontato che ci siano) l'onere di occuparsi (magari in maniera arbitrariamente specista) di questa delicata e strategica battaglia.
Che Zero Waste in quanto campagna, diventi dichiaratamente aspecista, garantendo un'accezione aspecista dell'individuo, o addirittura antispecista perseguendo finalità di contrasto allo specismo, dipende però da noi, da come e quanto l’abbracceremo portandovi dentro le istanze che sono nostre, da quanto sostanzialmente farà parte della nostra stessa causa.

 

Nota 1: Esiste una quarta “R” oggetto di discordia tra le diverse fazioni e cioè Recupero.

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