Giovedì, 17 Maggio 2012 00:00

E Aspecismo sarà - di Eva Melodia

E Aspecismo sarà

di Eva Melodia
 

Quando qualcuno mi dice di sapere cos’è l’antispecismo, con convinta espressione del viso di chi ha tutto chiaro e pensa anche di sapertelo spiegare velocemente, ecco, di solito molto semplicemente non gli credo.
Soprattutto poi, quando percepisco che a tale sostantivo viene attribuita una qualche precisa forma identitaria, mi riempio di bolle, quelle dell’allergia.
Trovo infatti quanto meno improbabile che l’opposizione (anti) ad un fenomeno multi-millenario (lo specismo), pluriculturale, variegato, stratificato, spesso occulto e subdolo quanto specializzato rispetto al diverso oggetto/soggetto su cui si articola, possa rispondere ad una qualche entità statica, semplice, sintetica, cui i singoli individui umani dovrebbero riferirsi diventandone emblema attraverso l’adesione ad un comportamento preciso e ben stirato: una divisa insomma.
Nella tentazione di dire “L’antispecismo è questo” ci sono cascata anche io, e più volte. Dopo diversi anni però, devo essere onesta e dire che ciò che talvolta mi è sembrato di incastonare perfettamente come una pietra intagliata nel suo anello, mi è poi anche (e ben più spesso!!) toccato metterlo in discussione ricadendo periodicamente nella stratosfera dei dubbi, dei forse, dei ma: il tempo passato con la sensazione di avere tra le mani la chiarezza dell’oggetto reale, di essere in contatto con una teoria del tutto valida, o di avere aderito ad una prassi perfettamente efficace, è di fatto davvero quasi nullo.

 

L’aspecismo che non ci appartiene

Ciò che sappiamo dell’antispecismo, grazie agli infiniti sforzi sia di chi usa la testa, come di chi agisce sperimentando, è che si tratta genericamente dell’adesione ad un ideale di competizione con il suo antagonista, lo specismo, costituendo modelli sociopolitici “a-specisti”. Ecco tutto.
Ogni volta che si prova a restringere l’ambito di questa affermazione che in effetti è una maglia molto larga, si rischia di cadere sia nell’odiosa perdita di tempo in cui si confondono i mezzi e i fini, sia in una delirante lotta moralista che cerca di stabilire chi indossa la divisa stirata meglio.
Chiunque si definisca con entusiasmo (piuttosto che a denti stretti) “antispecista”, allo stato attuale non può in nessuna maniera davvero moralizzare altri rispetto alla perfezione della propria divisa, qualsiasi essa sia: nessuno di noi è davvero a-specista, poiché siamo calati in un sistema talmente specista tale per cui solo i mai vissuti possono sentirsi liberi dalle prassi di oppressione.
La verità è che il primario interesse di chi si oppone allo specismo dovrebbe essere riconoscere di esservi completamente intinto e lottare per crearsi una possibilità reale di emancipazione totale da esso.

L’aspecismo, dobbiamo tenerlo sempre presente, non ci appartiene storicamente da infinito tempo. Possiamo dire che non lo conosciamo, non ci è quindi davvero possibile andare oltre le fantasticherie su come sarebbe il mondo senza questo caposaldo della cultura umana eppure, lo stesso, si cerca di restringere la maglia rispetto al definire cosa comporti l’emancipazione dallo specismo, chi è dentro e chi è fuori dal magnifico mondo della perfezione, mandando in tilt completamente il poco reale anti-specismo esistente, ovvero la poca forza che in una maniera o nell’altra si oppone e contrappone allo specismo.

 

Veganesimo e aspecismo

Il primo bug delle attuali logiche che si spacciano per “perfettoantispecismo”, è la sovrapposizione ontologica tra veganismo (quello perfetto appunto, sia mai che ci si ingolli anche un “E89646211”) e aspecismo (confusionariamente identificato anche in questo caso come antispecismo), come se essere vegan comportasse davvero una ideale estraneità dalla realtà sistemica specista. Ovviamente questo non è vero. L’assenza di consumo di derivati animali, anche quella più raffinata ed affinata da ricerca nanometrica dei derivati animali nei prodotti di consumo, non implica purtroppo l’essere davvero consapevolmente o inconsapevolmente estranei all’oppressione ed al dominio degli altri-da-umano.
La grande macchina specista ci rende parte della fonte di energia che la attiva in quelli che sono i suoi comportamenti programmati, cioè oppressione e dominio. Ciascuno di noi limitandosi al veganesimo, salvo trasferimento su Marte, partecipa ed alimenta esattamente quale fonte di energia, senza interferire realmente né sul comportamento né sulla programmazione della macchina ed è per questo che ormai, a parer mio lecitamente, si evince che essere vegan non basta. Di sicuro non basta per poter redarguire altri dall’alto dei cieli in termini morali, ma sopratutto non basta per dirsi utili ed interessati alla liberazione delle vittime di dominio e oppressione. Serve invece opporsi (anti) agli ingranaggi della macchina, lavorando in maniera determinata per interferire con essa, modificarne i comportamenti, riprogrammarla e renderla aspecista: serve l’anti-specismo.

 

L’antispecismo e la divisa unica

Stabilito che non è il veganesimo la perla perfetta, non corrispondendo in se stesso all’antispecismo, né tanto meno corrispondendo completamente allo scopo dell’antispecismo quindi l’aspecismo, possiamo affermare che il veganesimo è una pratica coerente con l’intenzione anti-specista (perché comunque blandamente si oppone attraverso un cambio di consumi che influenza minimamente le economie), e coerente con la permanenza su questa terra in maniera parzialmente aspecista.
Come già detto, l’emancipazione personale dallo specismo dipende dalla possibilità reale di emanciparsi come individui, il che è fattibile solo o estraniandosi completamente dal sistema (dicevamo andando su Marte), oppure agendo sul sistema fino a renderlo compatibile con l’emancipazione dell’individuo, di fatto rendendo il sistema non solo aspecista, ma anti-specista.
L’intenzione di agire sul sistema e di opporsi al modello esistente è intenzione politica, e per quanto si possa discutere e litigarsi la prassi politica che meglio e prima porta all’ obbiettivo (ricordandoci che è l’aspecismo, non la moralità assoluta, non il veganesimo, non la liberazione di quella classe di individui o quell’altra), è di fatto identica in tutti coloro che la esprimono attraverso le loro azioni. Anti-specista è perciò, chiunque si opponga e agisca politicamente per interferire con le prassi del sistema-specismo e riprogrammarne i comportamenti, indipendentemente da quanto si possa dimostrarne l’efficienza o meno rispetto al tanto bramato sogno di liberazione per tutti.
La divisa unica, quella che in molti cercano di disegnare per poi deprecare quella altrui, finisce con lo scadere in un moralismo fuorviante, a scapito di una comunicazione chiara e puntuale verso coloro che all’antispecismo si avvicinano.

 

Il veganesimo: un punto qualsiasi di una retta che va dall’intenzione, all’aspecismo.

A questo punto potremmo chiederci se nasce prima l’uovo o la gallina. Nasce prima l’intenzione di opporsi al sistema che ingenera specismo o l’azione che si oppone in qualsiasi modo? E quando sbandieriamo moralità a piene mani, cosa stiamo affermando che dovrebbe nascere prima, l’intenzione o l’azione?
La domanda è ovviamente retorica (poiché salvo totale appiattimento dell’encefalogramma, l’azione segue di norma una qualsiasi intenzione), ma solo certificando l’idea per cui gli individui umani assumono comportamenti specisti non per istinto, bensì per ciò che chiamiamo “cultura”.
Tutti convinti che la nascita dell’intenzione preceda l’azione in generale, siamo anche convinti che nel caso dell’antispecismo, l’intenzione debba seguire una precisa linea temporale divenendo azione in termini di scelta etica (di consumo) e successivamente azione politica, o caso mai avere nascita contemporanea.
Sebbene di norma sia possibile giudicare la moralità altrui attraverso le sue intenzioni, - non potremmo fare altro visto che la moralità appartiene all’esercizio dell’intelletto e non alle semplici movenze del corpo -, la maggior parte dei gruppi che si definiscono antispecisti, non accolgono coloro che ancora non hanno fatto la scelta di consumo etico - quella perfetta o quasi - che si chiama veganesimo, anche se fossero già in corso intenzioni e azioni politiche anti-speciste di notevole rilievo e impegno.
Come a dire che in questo caso più che l’anti-specismo, conta l’a-specismo, cioè una sua espressione parziale: conta più quanto sei già eventualmente giunto alla mèta - quella meta personale che riguarda solo il consumo -, anziché quanto intendi agire (ed agisci) per giungere davvero a quella che può intendersi come una vera liberazione dallo specismo.

Il veganesimo non corrisponde alla méta che è l’aspecismo - e che solo una vera intenzione politica anti-specista potrà forse un giorno realizzare - eppure, sovrapponendosi e confondendosi, il veganesimo diventa il requisito minimo perché l’intenzione di opposizione allo specismo venga legittimata, si possa parlare di antispecismo e si venga accolti nei gruppi che si propongono come oppositori. Tutto questo, dimentichi forse di tutto quel mondo infinito di realtà nel globo dove lo specismo è tale per cui il veganesimo non è assolutamente possibile nell’immediato, dove parlarne allo stato attuale sarebbe ridicolo, e dove con questa logica diventa irrazionale e assurdo parlare pure di anti-specismo, cioè di come eventualmente avviarsi verso i cambiamenti che rendano lo stesso veganesimo prima o poi attuabile.

L’intenzione anti-specista nasce a monte di una qualsiasi azione e può benissimo nascere dando il via a molte azioni anti-speciste senza per forza far sì che la prima sia proprio quella scelta di consumo detta veganesimo poiché, mentre il veganesimo non necessariamente implica l’intenzione di opporsi allo specismo ed ai suoi sempre più grossi esoscheletri, l’anti-specismo è un percorso fatto di azioni di opposizione ad oppressione e dominio dell’alterità (propriamente chiamata specie ) che nasce da una intenzione e di cui la scelta di consumo - più o meno radicale - non è un punto di arrivo, ma solo una x in un qualsiasi punto di una retta o meglio, di un sentiero a zig zag e saliscendi.

 

Antispecismo è liberazione

Il rischio che declassare il veganesimo da “requisito minimo e necessario” a “pratica aspecista variabilmente antispecista” elevi alla nobile casata antispecista anche tutto quel mondo "animal-affine" che si prodiga in iniziative e spende tempo a fiumi, senza però modificare nulla del proprio approccio a costrutti specisti quali “carne” o “derivato animale”, semplicemente non esiste.
E’ infatti il concetto di liberazione a fare la differenza, il quale, sempre nei pressi dell’intenzione (cioè dell’origine dell’azione) specializza quest’ultima rendendola “intenzione di liberare” e rappresenta ciò che pone la differenza tra l’antispecismo - in una qualsiasi delle forme comportamentali e politiche che assume - e tutte le altre forme di protezionismo specista.
Avremmo così innumerevoli sfumature di anti-specism(i)o, fili colorati che si arrotolano attorno allo stesso gomitolo facendolo crescere, che se considerati come tali, ci permetterebbero di avere una reale misura di quanto e come ci si stia davvero o meno spostando rispetto all’iniziale punto di partenza, poiché ciò che infine conta per realizzare l’aspecismo, non è dare chiari connotati all’anti-specismo bensì quanta forza sempre maggiore verrà dedicata a tale scopo.
Fare cresce l’antispecismo significa allora dare spazio alle forze che agiscono ed aiutarle a diventare ancora più forti, ancora più precise nell’affinare le prassi capaci di riprogrammare la macchina - la vita sociale e relazionale su questo pianeta - , senza cercare di incapsularle per nostro bisogno di semplificazione o tanto meno di moralismo piramidale.

 

Un percorso virtuoso di emancipazione personale e politico

Si può assolutamente discutere della velocità di spostamento sulla nostra direttrice che va dall’intenzione di opporsi e liberare, fino all’aspecismo che verrà, di quali prassi più e meglio ci condurranno a tale méta, certo, ma bisogna rivedere il metodo selettivo con cui invece che includere, accogliere ed aiutare nello sviluppare queste intenzioni (quelle che diventano azioni quali “anche” il veganesimo), tendiamo a recidere i legami con chiunque non sia omologato alla combinazione di azioni che ciascuno di noi ritiene e a torto, il fine ultimo della creazione di un antispecista.
Con questo atteggiamento si rischia di escludere dal contagio virtuoso coloro - singoli ma anche gruppi - che nel tempo stanno sviluppando l’intenzione e stanno già magari non troppo lucidamente opponendosi politicamente, e di autoesiliarsi dal mondo fertile di intenzioni che invece andrebbero coltivate.
Nella caos della durissima critica interna al movimento e di quella spietata verso l’esterno del movimento, si disperde a parere mio un vastissimo panorama fecondo di antispecismo e se ne disperde uno ancora più vasto per cui lo specismo è già qualcosa di cui diffidare, ma a cui nessuno spiegherà con calma come l’aspecismo non sia affatto parte di una rinuncia a se stessi, bensì al contrario, il culmine di un percorso di autoliberazione inscindibile dal contesto sociopolitico in cui si è sviluppato.

 

Pubblicato in Articoli
Riportiamo l'articolo, di questi giorni, che presenta  l'intervista alla vegfemminista israeliana protagonista della vicenda in questione; di particolare rilievo a nostro avviso, poichè vi si intrecciano differenti tematiche e poichè mette in luce una profonda riflessione sul dominio e su ciò che questo comporta.

Fonte: link articolo in italiano - traduzione a cura di Emma Mancini (Alternative Information Center)

Originariamente pubblicato su Electronic Intifada: http://electronicintifada.net/content/i-cant-take-part-these-crimes-israeli-refusenik-interviewed/11057



Non sarò parte di questi crimini": parla una refusenik

Qualche giorno fa, la 18enne israeliana Noam Gur ha pubblicamente annunciato la sua intenzione di rifiutare l’obbligo al servizio militare.

Nella lettera aperta, Gur comincia dicendo: "Rifiuto di entrare nell’esercito israeliano perché non intendo far parte di un esercito che, fin dalla sua creazione, è stato impegnato nel dominio di un’altra nazione, nel saccheggio e il terrorismo contro una popolazione civile sotto il suo controllo". ("I refuse to join an army that has, since it was established, been engaged in dominating another nation: An interview with Israeli refuser Noam Gur," Mondoweiss, 12 March 2012).

La corrispondente di Electronic Intifada, Jillian Kestler-D’Amours, ha parlato con Gur sulle ragioni che l’hanno portata alla decisione di rifiutare il servizio militare, su quali reazioni abbia finora ricevuto e su quello che vuole che altri giovani israeliani sappiano in merito alla realtà dell’esercito israeliano.

JKD: Perché hai deciso di rifiutare il tuo servizio militare?

NG: Israele, dal giorno della sua creazione, sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dalla Nabka (il trasferimento forzato di 750mila palestinesi tra il 1947 e il 1948) ad oggi. Lo vediamo nell’ultimo massacro a Gaza, lo vediamo nella vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione nella Striscia e in Cisgiordania, lo vediamo nella vita dei palestinesi in Israele, il modo in cui vengono trattati. Non credo di appartenere a questo posto. Non credo di poter personalmente prendere parte a tali crimini e penso che abbiamo il dovere di criticare l’istituzione militare e i crimini che compie e uscire allo scoperto per dire che non serviremo in un esercito che occupa un altro popolo.

JKD: Questo porta ad un’altra domanda: perché hai deciso di rendere pubblico il tuo rifiuto, invece di – come in genere fanno altri israeliani che non svolgono il servizio militare – usare una scusa?

NG: Dieci anni fa ci fu un imponente movimento di refusenik e negli ultimi due o tre anni è quasi scomparso. Sono la sola refusenik quest’anno, per me è un modo per far sapere alla gente che ancora esistiamo, prima di tutto. In secondo luogo, non voglio restare in silenzio. Sento che fin dalle scuole superiori, siamo sempre rimasti in silenzio. Lasciamo sempre che le nostre critiche escano fuori in piccoli circoli. Il mondo non lo sa, i palestinesi non lo sanno. Non so se cambierà qualcosa, ma io posso solo provare. Mi sento meglio con me stessa, sapere che ho provato a compiere anche solo il più piccolo cambiamento.

JKD: La tua famiglia ha avuto un’influenza nella tua decisione di rifiutare il servizio militare?

NG: I miei genitori non sono politicizzati. Entrambi hanno servito nell’esercito. Mio padre ha preso parte alla prima guerra in Libano ed è stato ferito. Mia madre, la stessa cosa. La mia sorella maggiore era nella polizia di frontiera. Il mio destino era terminare gli studi e entrare nell’esercito. Era il mio percorso naturale. Da quando ho 15 anni, ho iniziato ad interessarmi alla Nakba del 1948. Ho cominciato a leggere e a comprendere il quadro completo. Non so esattamente perché, ma è successo. Più tardi, ho letto le testimonianze e le storie di palestinesi della Cisgiordania e di ex soldati, ho conosciuto amici palestinesi e partecipato a manifestazioni di protesta in Cisgiordania, vedendo cosa sta avvenendo con i miei occhi. A 16 anni, ho deciso di non servire nell’esercito.

JKD: Quale reazione c’è stata dopo il tuo annuncio pubblico?

NG: I miei genitori non mi hanno sostenuto. Credo che mia madre e mio padre sappiano che non hanno possibilità di fermarmi perché è la mia decisione e ho 18 anni. Non sono più in contatto con la maggior parte dei miei compagni di scuola, molti di loro sono nell’esercito. Ho ricevuto tante positive risposte negli ultimi giorni, ma anche commenti poco amichevoli.

JKD: Come ti hanno fatto sentire simili commenti?

NG: Mi hanno fatto capire che devo andare avanti con quello che sto facendo. Molti commenti mi hanno fatto sentire…anche se erano crudeli, mi hanno fatto capire che sto facendo la cosa giusta perché sto seguendo i miei ideali. È quello che penso sia giusto e non mi importa di quello che la gente dice.

JKD: Cosa accadrà quando formalmente rifiuterai il servizio militare?

NG: Il 16 aprile devo presentarmi al centro di reclutamento di Ramat Gan. Andrò lì e dichiarerò che rifiuto. Starò lì qualche ora e poi sarò giudicata e condannata alla prigione, da una settimana ad un mese. passerò il mio tempo in un carcere femminile e poi sarò rilasciata. Quando sarò fuori, andrò di nuovo a Ramat Gan e di nuovo sarò condannata, da una settimana ad un mese. Continuerà così fino a quando l’esercito deciderà di smettere.

JKD: Cosa deve cambiare dentro la società israeliana perché sempre più giovani decidano di rifiutare il servizio militare?

NG: Non sono sicura ch questo possa accadere. Credo che siamo ad un punto di non ritorno. Se davvero vogliamo cambiare qualcosa nella società israeliana, la pressione deve essere davvero forte, da fuori. È per questo che sostengo la campagna Boicottaggio Disinvestimento & Sanzioni. È davvero difficile cambiare qualcosa dall’interno. Quasi impossibile.

JKD: Cosa vorresti dire agli altri diciottenni israeliani che stanno per cominciare il servizio militare?

NG: Credo sia importante che ognuno guardi a cosa sta facendo. Penso che molti diciottenni, per mia esperienza personale, non sappiano cosa stanno per fare. Non sanno quello che accade a Gaza e in Cisgiordania. Il solo modo in cui vedranno i palestinesi per la prima volta sarà da soldati. Sarebbe intelligente per cominciare, prima di entrare nell’esercito, capire qual è la realtà. Cercare di realizzare, parlare con la gente. Non è così spaventoso. Cercare di leggere quello che la gente dice. Penso sia veramente importante capire quello che sta avvenendo.

Jillian Kestler-D’Amours è una reporter e regista di documentari a Gerusalemme. Potete trovare il suo lavoro su http://jkdamours.com

 

 

Pubblicato in Attualità - Notizie
Venerdì, 06 Aprile 2012 09:46

Veganismo: necessario, ma non sufficiente

Riportiamo di seguito la traduzione di un articolo che pone l'accento sulla scelta vegana e sulla sua valenza nell'ambito della lotta per la liberazione degli animali tutti.
Fonte: link fonte originale
Traduzione a cura di Annalisa Zabonati

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Veganismo: necessario, ma non sufficiente 

Il veganismo è una condizione necessaria per la liberazione animale. A livello sistemico c'è la possibilità che numeri “gonfiati” di vegani ci permettano di avere una massa critica per cambiare la cultura e la politica A livello individuale è il modo in cui la gente realizza la responsabilità personale rifiutandosi di far parte della violenza generalizzata. È un modo per rendere singolare la catena alimentare e la sua fondazione sulla prassi della liberazione animale. E per molti è anche l'ingresso nell'attivismo. Il veganismo è un dovere, ma non è sufficiente se l'obiettivo finale è solo salvare animali.

Alcuni individuano il veganismo come la soluzione e la fine della sofferenza di massa degli animali nonumani. Dicono cose quali: “Il mondo è vegan se vuoi che lo sia.” ma non è vero. Il mondo è vegan solo se attivamente, sistematicamente, ostinatamente e costantemente lottiamo per realizzarlo. Se vuoi fare qualcosa per salvare vite animali, devi per forza agire. Il veganismo è un'astensione non è un'azione. I pochi tra noi che sono vegan non sostengono la produzione della carne e non reinventano la cultura, noi semplicemente agiamo in accordo con il nostro codice morale di base e ci asteniamo da una pratica che sappiamo essere errata.

Sì, essere vegan è importante, così come il principio vegan deve essere usato per la sensibilizzazione e la salvaguardia. È una parte vitale del nostro movimento. Ma la scelta di essere vegan in sé e per sé è solo un cardine e un passaggio sul percorso della liberazione animale.

Alcune celebrità veg*an come Oprah Winfrey e abili cuochi e pasticceri come Isa Chandra Moskowotz, hanno aiutato a diffondere il veganismo e ne hanno realizzato un'impresa alla moda. Il veganismo come tendenza avvicina molte persone, e questo è meraviglioso. Comunque dobbiamo ricordare che la moda non è il fine. Nonostante sia positivo avere qualcuno che diventa veg per un certo periodo di tempo, il veganismo come industria ha il potere di sminuire e farci dimenticare il veganismo come etica. Ovviamente non succede sempre, ma gli esempio abbondano.

Nella costa occidentale degli Stai Uniti, Veggie Grill è una catena di ristorazione vegan popolare e in veloce espansione. Ma non vi si trova nessun accenno ai diritti animali o letteratura vegan, né vi trovate la parola vegan menzionata in qualche parte (eccetto che nel menù come per la “maionese vegan”). La pagina Facebook di Dommie, un popolare ristorante vegetariano di Los Angeles, mostra una foto di qualche anno del proprietario, mentre si fa ritrarre sorridente con  un pesce morto in mano dopo una battuta di pesca. Chiaramente non è interessato a ciò che promuove, e non vede il collegamento tra questa foto pubblicata e la conduzione di un ristorante vegetariano. Apparentemente il messaggio si perde nella ricerca di una nicchia di mercato (gli ho scritto una email una settimana fa per contestare questa sua foto, ma ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta).

Quando il veganismo diviene l'obiettivo finale, il focus si concentra sul cibo e non sugli animali. Per i gruppi di protezione animale e per i vegan è una tentazione promuovere il veganismo come un tipo di “cucina”, piuttosto che come scelta etica. Facendo così è più facile diffondere il veganismo, ma non si promuove la liberazione animale. La gente dimentica gli animali perché non sono presenti nel cibo vegan, così come dimentica gli animali che sono presenti nelle altre cucine. Il veganismo diviene qualcosa verso cui la gente si orienta, piuttosto che una pratica o una scelta etica di giustizia. Questo tipo di pensiero promuove concetti quali “flexitarianismo”[1] e “semi-vegetarianismo”, diete per cui gli animali sono uccisi. Ogni dieta che comprenda la morte di animali non è una dieta da promuovere per chi ha a cuore la sorte degli animali.

Il veganismo, così come oggigiorno è promosso, è pesantemente investito dal potere capitalista che produce direttamente lo sfruttamento animale. Promuove le imprese agro-alimentari capitaliste, inclusa quelle di produzione della carne. Il veganismo presenta sul mercato Tofurkey, Gardein e Tofutti, ma non ne fa uscire la carne.
Le imprese di sfruttamento animale hanno imparato ad espandere i loro profitti rivolgendosi anche ai vegani. Il sistema industriale agro-alimentare intensivo è largamente diretto dall'economia del fast food. Aziende come Chipotle e Kentucky Fried Chicken[2] hanno nel tempo proposto delle opzioni vegane e così agendo hanno catturato gli elogi e i soldi dei vegani. Come nella foto sopra illustrata, esempio desolante di questa moda, due sposi vegan utilizzano il loro matrimonio come promozione per la Kentucky Fried Chicken, esaltando le opzioni vegane del menù, mentre il KFC canadese sottoscrive un accordo in cui promette di controllare le emissioni atmosferiche velenose nei processi di macellazione. I vegani stanno gettando il loro denaro in mano a molte aziende che sfruttano gli animali, in virtù della gratitudine per le convenienti opzioni vegane e per il modo più “gentile” di uccidere gli animali.

E sì, ho capito. Promuovere il veganismo come qualcosa che anche gli onnivori possono fare è più approcciabile. Avendo più opzioni vegane, il veganismo diviene più accessibile. Ciò significa che ora possiamo onestamente dire alla gente che essere vegani è facile e conveniente. Ma questo non dovrebbe essere il punto nodale di ciò che vogliamo e non può essere il nostro obiettivo finale. Non conosco nessun vegan impegnato nell'attivismo che sia divenuto vegan perché ha ritenuto il cibo vegan saporito, o che abbia rinunciato al veganismo perché non ha trovato sostituti del formaggio in bar e ristoranti. La gente che diventa vegan perché è facile diventarlo non rimane vegan, e certamente non contribuirà alla lotta di liberazione animale.

Alla gente piace sciorinare numeri di vite salvate con la scelta vegan. Alcune persone fanno dei lunghi elenchi di questo tipo. E questi numeri hanno un senso, quello di sollecitare altra gente a diventare vegan. Possono forzare la gente a riflettere sulle proprie abitudini alimentari in relazione alle vite negate. Ma è solo uno strumento e un simbolo. I vegani hanno bisogno di sapere che questi numeri sono figurativi, non vite reali realmente salvate. I pochi di noi che sono vegan non stanno diminuendo il numero di animali uccisi.

Così come il numero di vegetariani e vegani in U.S. è lentamente avanzato, altrettanto la domanda di produzione di carne è aumentata, nonostante il consumo di carne pro capite sia diminuito. C'è un dibattito in corso su quale sia la misura migliore da adottare, ma alla fine ciò che importa per me è che il numero di animali macellati si è ridotto. Ma perché per me non è abbastanza evidente che il veganismo sia la risposta alla liberazione animale? Primo, il consumo di carne è largamente collegato alla finanza e la crisi attuale in U.S. attanaglia famiglie e singoli. Poiché la domanda di carne è elevata, il numero di animali uccisi aumenterà ulteriormente per far fronte a tale richiesta. Secondo, sono oltre 9 miliardi gli animali uccisi ogni anno nei soli U.S.. questo è uno stato di emergenza, deve essere fatto di più e il veganismo da solo non è sufficiente.

Quando la gente dichiara di essere attivista per i diritti animali facendolo solo sulla base della scelta vegana, esprime la retorica dell'autoassoluzione dalle responsabilità che realmente ha verso gli animali. Dire che si è un attivista animalista perché si rifiuta di uccidere animali è come dire che si è un attivista anti-stupro perché si rifiuta di stuprare. Non dico che tutti debbano essere degli attivisti, mi preoccupo solo quando la gente equivoca l'atto del non mangiare animali – una scelta moralmente necessaria per rifiutare l'uccisione inutile – come un'azione di attivismo che può portare alla liberazione degli animali.

Non dico questo per confondere le persone. Lo dico per spingere la nostra comunità ad essere maggiormente critica su quali siano i nostri obiettivi e su come possiamo raggiungerli. Qualcuno può essere vegan e fermarsi lì, che va bene e sono felice di avere un assassino in meno che gira per le strade. Ma allo stesso tempo è importante ricordare che il veganismo è un esercizio passivo di astinenza e non un impegno attivo.

Se vogliamo aiutare gli animali dobbiamo essere più lungimiranti e andare oltre all'idea di apparire dei vegani gentili ed energici, così che la gente possa imparare dal nostro esempio a non uccidere animali. Abbiamo bisogno di superare l'espediente che non uccidere attivamente un animale sia immediatamente salvarlo. Se vogliamo aiutare gli animali abbiamo bisogno di sfidare l'oppressione, forzare la gente a confrontarsi con il proprio comportamento, ed essere inesorabili nella nostra ricerca di giustizia. E questo richiede più del veganismo. Questo necessita di una rivoluzione, mentre ciò che scegliamo o non scegliamo di mangiare può essere una dichiarazione etica e politica, ma non è una rivoluzione.

 



[1]    Termine coniato da Dawn Jackson Blatner, che ha scritto un libro sulla sua esperienza di “vegetariana pigra”, come lei stessa si definisce, cioè una persona che ogni tanto introduce carne e pesce nella dieta vegetariana, divenendo tale dieta “vegetariana casual” (NdT)

[2]    Catene di fast food in cui si consuma carne (NdT).

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Giovedì, 29 Marzo 2012 09:31

"Terzo Antispecismo": un dibattito

"Terzo Antispecismo": un dibattito


Il 15 marzo 2012 Leonardo Caffo ha pubblicato su Minima & Moralia un articolo dal titolo "Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica" in cui propone un cambio di rotta filosofico sostanziale nei confronti dell'antispesimo morale e politico. Assumendo una posizione metafisica realista, argomenta in favore dell'impossibilità di dare per certa la liberazione animale come concatenata, de facto, a quella umana e invita, inoltre, a riprendere coscienza dell'intuzione specista. L'articolo ha suscitato un lungo dibattito attualmente in corso, che qui riproponiamo nelle sue prime battute, e che ha caratterizzato anche parte dello speciale di RAI Scuola dedicato all'animalità.

L. Caffo “Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica”, in Minima & Moralia – 15/04/2012

1 Dall’animal cognition agli animal studies

1.1. Ebbene si: la parola ‘antispecismo’ esiste. Dal 1975, anno della pubblicazione di Animal Liberation di Peter Singer, molte cose sono cambiate. Non troppe, sfortunatamente. Scopo di queste pagine è evidenziare principi e parametri di una trasformazione: quella degli studi di animal cognition in animal studies. Non è che non esistano più analisi legate alla cognizione animale, anzi: sono importanti, entro certi limiti non invasivi di cui diremo, ed è fondamentale che continuino a esistere. Tuttavia, in modo del tutto inedito, assistiamo a un cambio di rotta (concettuale, of course) che trova... Continua a leggere


M. Maurizi “Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo” in Asinus Novus – 18/04/2012

Sono rimasto molto sorpreso, e negativamente, dall’articolo di Leonardo Caffo intitolato Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, pubblicato sul blog “minima et moralia”. Leggere Caffo è sempre una ventata di novità, si percepisce una ricerca – spesso quasi un’esigenza viscerale – di nuove strade e questo è un’ottima cosa, soprattutto in un ambiente, come quello “animalista”, dove c’è un po’ troppo la tendenza a fossilizzarsi su slogan ripetuti ad nauseam. Lo stile ironico dell’autore, poi, rende la lettura sempre piacevole, il che non guasta. Purtroppo in questo caso l’articolo, nonostante un promettente inizio, cede ad una vis polemica che manca clamorosamente il suo oggetto e rischia di confondere invece che di chiarire la posta in gioco degli attuali dibattiti interni all’antispecismo. Insomma, ciò che manca in questo intervento è proprio... Continua a leggere

In vista di un’etica lungimirante. Commentando due post su etica dell’ambiente e antispecismo -17/03/2012 

Due interessanti post, comparsi su due diversi blog ma – per combinazione – nello stesso giorno, il 15 marzo, offrono un ottimo spunto per riflettere, da due angolazioni differenti, ma a mio avviso complementari, sul rapporto fra etica, scelte (individuali e politiche) e ambiente, ovvero – detto in termini classici e stringati – sulla maniera di considerare e regolare la relazione fra “umanità” (specie umana, o homo sapiens, inteso come singolo e come collettività) e altre specie viventi (condensate simbolicamente nel classico termine: “natura”): annosa ma sempre (più) attuale questione... Continua a leggere 

Munus Umanus “Il New Realism sbarca ad Antispecismo City. Prove di colonizzazione”

L'articolo che Leonardo Caffo ( http://www.minimaetmoralia.it/?p=7009&cpage=1#comment-160482 ) ha pubblicato sul blog di Miminum Fax Minima et Moralia, pare stia già provocando irritazione in ambito antispecista, in particolare a molti pensatori il cui approccio, Caffo, dice prendere di mira.
Una prima risposta, arriva da Marco Maurizi: http://marcomaurizi.blogspot.it/2012/03/tre-passi-avanti-e-due-indietro-una.html, persona dotata di grande pazienza, oltre che al rigore critico che, come sempre, mostra di avere in abbondanza.
La sua risposta è assolutamente da leggere, perché è, appunto,un paziente cimento critico, che risponde all'articolo di Caffo punto su punto. 
Io ammetto di essere molto meno paziente, e premetto fin da subito che non mi cimenterò in una risposta puntuale.
Piuttosto cercherò di mostrare le falle che l'approccio, non chiaramente esplicitato, di Caffo, apre nel suo stesso discorso.
L'articolo comincia con una condivisibile critica dello specismo, inchiodato a una pre-comprensione... Continua a leggere

Coscienza etica e/o processi storico-politici. Ancora qualche commento sull’antispecismo - 22/03/2012

Mi càpita a volte – come credo càpiti a molti/e – scrivendo con curiosità intorno a un determinato argomento o tema, di sviluppare ulteriori riflessioni, di suscitare in me per primo ulteriori interrogativi.
 A maggior ragione, poi, se intorno a quel tema o argomento il dibattito “ferve”.
D'altra parte, questo blog - come suggerisce il suo nome - è soprattutto un work in progress. Non ci sono “verità definitive”, qui, né ragionamenti che portino a conclusioni “indiscutibili” e “inoppugnabili”. Qualche punto fermo qua e là c'è, ma il resto è da considerarsi un discorso aperto, in attesa di sviluppi e “migliorie”.
E così, rileggendo il mio post precedente, e “rimuginando” sulle riflessioni già fatte, anche grazie alla lettura di un contributo di Marco Maurizi, Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo, che come suggerisce il titolo, sottopone a critica lo scritto di Caffo – da me analizzato e commentato (si veda In vista di un'etica lungimirante, in questo blog) – ho avvertito la necessità di aggiungere ancora qualche considerazione...Continua a leggere
 
In lotta contro “il male”? Etica, liberazione, antispecismo: una nota a margine 

Le considerazioni che seguono si collegano alle riflessioni fatte in due precedenti post: In vista di un'etica lungimirante, e Coscienza etica e/o processi storico-politici, dei quali costituiscono una nota a margine. (Ma valgono anche come annotazioni a sé stanti.)
La considerazione che segue spiega perché forse l'antispecismo come “assoluto” (o in forma “pura”) sia un obiettivo esigente e arduo da raggiungere – e perché tutto sommato lo “specismo moderato” [al quale pure accennava Leonardo Caffo ma – come si legge nel primo dei succitati post – in un senso diverso da quello da me qui espresso] possa essere invece un traguardo politicamente e socialmente (ma anche “tecnicamente”) a portata di mano...Continua a leggere 
 

M. Maurizi: Le parole e le cozze - 26/03/2012

Lo confesso: sono sempre stato allergico ai gruppi, ai collettivi, alle associazioni, ai partiti, ai movimenti. “Incontro sempre la pressione compulsiva a consegnarsi, a partecipare: è qualcosa cui ho resistito fin dalla mia prima giovinezza”, diceva Adorno e non posso che sottoscrivere. Anche laddove c’è la più ferma e coraggiosa decisione di lottare per la Verità, il meccanismo identitario dei gruppi distorce questo nobile sentimento e fa sì che spesso si tenda a difendere esclusivamente quella “verità” che sostiene i nostri sforzi. “Quanta verità può sopportare un uomo?”, scriveva Nietzsche e anche qui non posso non sottoscrivere. Si è disposti ad accettare solo la verità che ci identifica, che ci fortifica, che al limite ci motiva e ci spinge ad agire...Continua a leggere 

Leonardo Caffo: il terzo antispecismo entro lo speciale di RAI FILOSOFIA sull’animalità
 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Farefuturo e gli animali

L’intraprendenza della destra nel panorama animalista

fonte: www.liberazioni.org
 

Premessa

Oggi, soprattutto nei paesi occidentali, l’emergere di una serie di situazioni  peculiari ha comportato una maggiore attenzione, da parte della popolazione,  nei confronti della condizione animale. Fra tali situazioni si possono annoverare:  l’inurbamento, che ha determinato un progressivo allontanamento dalla durezza  della vita contadina; l’accentuazione della condizione di emarginazione e  solitudine che ha accresciuto la domanda di animali da compagnia; lo stato  di guerra permanente, che ha favorito lo svilupparsi di una sostanziale ripulsa  per le sofferenze gratuite. È su questi elementi che il movimento antispecista  ha rivolto la propria attenzione, con l’obiettivo di trasformare una generica  benevolenza verso gli animali in un cambiamento radicale della società. Ogni  azione che tenda a rallentare o, peggio ancora, paralizzare il corso di questa  trasformazione va contrastata perché volta a bloccare la crescita del movimento  animalista radicale e, soprattutto, la possibilità di un’autentica liberazione dei  soggetti dominati.

In questo ambito, l’intraprendenza animalista della destra italiana è  particolarmente pericolosa. Essa potrebbe, da un lato arrestare la crescita  dell’antispecismo e dall’altro rafforzare negli ambienti antisistemici – così  importanti per nuove e future alleanze – la convinzione che la questione animale sia  una faccenda emotiva di scarsa rilevanza. Gruppi neofascisti operanti sul territorio  stanno aprendo sezioni animaliste accanto alle classiche sezioni ecologiste.  Ministre e Sottosegretarie hanno sviluppato da qualche tempo un iperattivismo  in campo zoofilo che ha ottenuto approvazioni da parte di associazioni e gruppi  protezionisti. In questo contesto, particolarmente preoccupante è l’iniziativa  avviata dalla fondazione Farefuturo con la pubblicazione di una monografia dal  titolo esplicito: Dalla parte degli animali  (1). Si tratta di un volumetto denso di  asserzioni di carattere strumentale e ideologico, fuorvianti rispetto all’approccio radicale dell’animalismo antispecista odierno, in quanto tendono a spostare i  temi riguardanti la questione animale da un ambito rivoluzionario, che prevede  una trasformazione profonda della società umana, ad uno riformista e welfarista,  dove il richiamo ad una maggiore sensibilità verso gli animali s’arresta di fronte  ai bisogni umani. Ragionare sul messaggio generale di questa pubblicazione  possiede perciò una doppia utilità: a) offre un quadro dettagliato del pensiero  della destra riguardo all’alterità animale; b) indica, per contrasto, i rischi di  naufragio quando si presta orecchio a certe ammalianti sirene.


Struttura e contenuti

La monografia conta 20 brani, tra articoli e interviste, disomogenei nello  stile e nei contenuti, oltre ad una serie di riquadri di approfondimento e  informazioni aggiuntive. Sono gli articoli lo spazio concettuale più interessante  da visitare. Tra questi vale la pena di ricordare quello condivisibile di Tiziana  Lanza (2), quelli interessanti ma dichiaratamente ambientalisti di Tessa Gelisio (3)  e di Isabella Pratesi (4); quelli gradevoli, ma astratti e privi di un vero e proprio  messaggio politico, di Cecilia Moretti (5), di Pietro Urso (6) e di Domenico Naso (7) che  potrebbero ben figurare nelle pagine culturali di un quotidiano di qualità. Non a  caso, però, questi articoli sono quasi tutti posti in un’ideale seconda sezione.  Gli altri, quelli veramente pericolosi per la capacità di intercettare l’attenzione  del lettore, promovendo una visione retrograda, superata e antitetica rispetto  l’antispecismo radicale, costituiscono il variegato blocco iniziale. Lo scopo di  questi articoli consiste nel suggerire come la questione animale sia in fondo  apolitica, per poi attribuire alla destra un’attenzione esclusiva verso il problema  e accattivarsi simpatie fino ad oggi indisponibili. Insomma, si cerca di sostenere  la trasversalità della sensibilità verso gli animali per poi mettere fuori gioco la  concorrenza politica. Osserviamo come è condotta l’operazione. Fase 1:

 

Non esistono temi di destra o di sinistra ma soluzioni e proposte che si adeguano nello  spazio e nel tempo e che danno risposte alle esigenze che maturano (8).

 

L’idea è riproposta dal successivo articolo di Barbara Mennitti che, pur contenendo passi interessanti e una brillante intuizione cui la filosofia  antispecista è giunta solo con molta difficoltà (9), non esita a inquadrare la nuova  cultura in uno spazio a-politico:
 

Oggi, fortunatamente, determinate battaglie non sono più – se mai lo sono davvero  state, poi – appannaggio di una sola area politica, non sono, per intenderci, di destra  o di sinistra. Sono semplicemente battaglie di civiltà che scaturiscono da sensibilità  trasversali che [...] prescindono dall’appartenenza politica (10).

 

Talvolta il discorso si fa più esplicito e contemporaneamente più raffinato.  Il problema animale non implica un cambiamento della società, bensì  semplicemente di mentalità, espungendo così qualsiasi sorta di rilevanza  politica:

 

Quindi una liberazione animale non ristretta in un’astratta ed utopica visione di  cambiamento delle strutture economiche delle società, ma in un’ottica antropologica,  ossia di cambiamento culturale dell’ancestrale rapporto uomo-animale (11).

 

Preparato il terreno, cioè precisato che per principio il tema è privo di rilevanza  politica, si apre la fase 2:

 

È vero semmai che il rispetto per gli animali [...] sia un bene sempre più diffuso, a  partire dalla destra (12),

 

oppure:

 

Anzi, la destra dovrebbe farsi carico, più della sinistra, proprio dei temi e delle esigenze  che si proiettano nel tempo e nello spazio in un progetto che per sua natura deve  superare la tendenza fondamentalmente egoista di chi guarda al proprio tempo e al  proprio spazio (13).

 

Come si vede, si tratta di affermazioni o apodittiche (è vero) o ipotetiche  (dovrebbe), in ogni caso ben articolate e profferite in perfetto gergo politichese.  Il lettore deve venire a conoscenza delle importanti iniziative che fioriscono  grazie all’attivismo della destra; così si citerà il costituito gruppo parlamentare  Pdl diritti degli animali e la politica “animalista” da questo attuata e tradottasi in un «insieme di interventi normativi volti a rendere meno traumatizzante il  rapporto uomo-animale» (14).

Infine la fase 3: il tentativo di mettere fuori gioco il movimento animalista  radicale, tradizionalmente caratterizzato da simpatie di sinistra, facendo ricorso  alla derisione o alla critica. L’articolo di Adriano Scianca (15) è, da questo punto  di vista, emblematico e riassume tutta la filosofia di questo numero della  rivista: esso inizia sostenendo che ha poco senso chiedersi se l’animalismo  sia di sinistra o di destra, per poi sostenere nelle successive cinque pagine –  facendo leva su nomi tradizionalmente assegnati alla cultura di destra – che le  radici dell’animalismo stanno proprio lì. Dunque, a destra ci sarebbero i grandi  nomi; e a sinistra? Nulla che possa competere con la vera cultura: gli animalisti  di sinistra sono etichettati come «radical chic», «neofricchettoni», «pasdaran  dell’ecologismo intollerante e moralistico», «talebani». Fiorella Ceccacci Rubino  descrive in modo migliore il movimento animalista radicale, ma solamente per  sviluppare una critica più sottile:
 

L’animalismo non rappresenta più una dimensione culturale minoritaria di frange  estremiste legate a formazioni politiche di estrema sinistra – fautrici di visioni  antisistemiche e antagoniste alle democrazie liberali e al loro modello socio-economico  perché lo sfruttamento animale veniva visto come parte di un complessivo sfruttamento  delle risorse umane e ambientali operate da una cinica e brutale economia di mercato  tutta centrata sull’accumulazione del capitale – ma una grande cultura liberale volta  a voler estendere alcune conquiste di libertà dell’uomo anche a tutte le altre specie  viventi che hanno il diritto di vivere come Madre Natura le ha fatte (16).
 

Si potrebbe individuare lo scopo fondamentale della pubblicazione proprio  in questo doppio movimento: il primo, volto a togliere rilevanza politica alla  questione animale per sottrarla al contesto naturale, la cultura di sinistra (17), in cui è emersa e si è sviluppata – ciò spiegherebbe l’insistenza sulla trasversalità;  e il secondo volto ad attribuire alla destra la prerogativa di un animalismo  “moderato”, mostrato come l’unico “sensato” e “possibile”. L’obiettivo di questo  doppio movimento è chiaramente quello di issare i propri vessilli su un territorio  finora non colonizzato, ma che si vorrebbe occupare.

Sebbene tale “spoliazione” possa concretizzarsi grazie a circostanze  favorevoli – non ultima l’incapacità di risposta di un movimento animalista  radicale assopito – si tratta tuttavia di un successo che non può stabilizzarsi  poiché basato su elementi inconsistenti. Un approccio che miri ad assegnare  dignità all’animale non può essere né antropocentrico, né zoofilo, né, infine,  può essere confuso con l’ambientalismo. Vizi che, invece, transitano in modo  rumoroso per buona parte di questa monografia.

 

Antropocentrismo

L’antropocentrismo, ossia l’idea secondo cui l’umano risiede al centro  dell’universo, possiede una natura ontologica che proclama l‘umanità come  la più alta manifestazione dello spirito universale. Esso, sviluppatosi in ambiti  religiosi e filosofici e reiteratosi storicamente, si è andato sedimentando nella  cultura sopravvivendo nell’individuo come un indiscutibile e indiscusso a priori.  È evidente il passaggio che conduce allo specismo: la centralità ontologica  dell’umano e il suo sradicamento dal fondo naturale (materico, istintuale, bestiale)  implicano inesorabilmente una presunta superiorità rispetto agli altri animali.  È evidente che l’antropocentrismo e lo specismo costituiscono due visioni  correlate che chi si impegna per la liberazione animale non può che contrastare  con vigore. Questa monografia, il cui titolo “Dalla parte degli animali” sembra  suggerire la volontà di una opposizione alla struttura specista della società e  di un decentramento rispetto al paradigma umanista, si rivela, invece, fin dalle  prime pagine, un’inaccettabile accozzaglia di dichiarazioni antropocentriche e  speciste, che nulla hanno a che vedere con l’ambizioso e condivisibile proposito  enunciato nel titolo. Non può, dunque, ritenersi uno scritto animalista. Queste  dichiarazioni sono pronunciate con chiarezza, a partire dall’editoriale firmato da  Adolfo Urso. Citando il film Avatar, egli afferma:
 

La natura non sarà Ejwa, ma comunque non è un bene che può essere sottratto al  beneficio universale, tanto più da una generazione che si arroga il diritto di decidere per tutte le altre (18). 

 

Frase infelice. Gli animali vengono ridotti al rango di enti della natura. Niente  da obiettare se l’intenzione fosse di considerarli parte della natura così come,  del resto, è il caso anche per l’essere umano. In realtà, con questa espressione  Urso cancella l’individualità dell’animale riducendolo a cosa. La conferma di ciò  è nel fatto che considera l’animale non un bene in sé, bensì in quanto “utile” a  questa generazione e a tutte quelle che seguiranno. Del resto, in questa sorta  di introduzione al volume non mancano altre conferme di quanto detto: «La  biodiversità è una ricchezza che va preservata» perché è «la vera, profonda  energia dell’umanità»(19). Se su questa affermazione si può concordare, bisogna  però aggiungere che se pronunciata mentre si afferma di stare dalla parte degli  animali stona parecchio. Del resto l’equivoco si dissolve poco dopo quando  Urso afferma:

 

In questo contesto [...] emerge con forza che la nuova sfida dei diritti è proprio la  tutela e la protezione degli animali e quindi di una natura che l’uomo ha il dovere di  valorizzare per poter meglio utilizzare (20);

 

e ancora:

 

Certo anche noi pensiamo che una buona parte dei cacciatori siano anche ambientalisti  convinti e sensibili alla tutela degli animali [...] (21),

 

dimostrando a tutto tondo non solo a quale tipo di rispetto e di tutela ci si  riferisca, ma soprattutto come l’autore abbia a cuore la valorizzazione degli  animali ai fini del loro utilizzo. Il concetto viene ribadito molte volte negli articoli  seguenti. Si ricorda che «la fauna selvatica è «patrimonio indisponibile dello  Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale”» (22),  ribadendo pertanto che gli animali non sono per sé, ma per noi. Splendida la  dichiarazione di Giorgio Celli (etologo di fama) che afferma di non capire perché  alcune persone (i cacciatori), «con il pagamento di una quota, possano arrogarsi  il potere di eliminare creature di cui io ho “necessità psicologica”» (23).  Degna di nota è anche l’insistenza su un noto gioco di prestigio per mezzo del  quale si reinterpreta il famoso passo della Genesi in cui Dio consegna all’umano  il dominio sulla Terra. Il tema, monotono, viene ripreso tre volte - dalla Blattler, dalla Mennitti e da Lorenzetti – per trasformare l’ordine terrorizzante di un Dio  violento e patriarcale nella concessione benevola all’uomo della gestione del  patrimonio zootecnico. Si tratta di un argomento che mette in luce la natura  crudele nascosta sotto la maschera della gentilezza, di un paternalismo non  richiesto e non necessario. Infatti gli altri popoli non sono nati per essere  gestiti, ma per rimanere liberi. Non hanno bisogno di essere conservati, perché  si conservano da soli. Di fatto, c’è meno violenza nel cacciatore inuit che nel  produttore di salami bio, di certo più allineato al dettato biblico di quanto non  lo sia il primo.

In definitiva, la continua tensione verso una concezione proprietaria, che rende  l’animale oggetto di sfruttamento, prevale nettamente e vanifica i passaggi di  natura intensamente empatica che pure esistono e sono numerosi. Tutto questo  potrebbe sembrare contraddittorio e indicare una tensione non risolta tra le due  tendenze. In realtà, la contraddizione scompare se si considera che l’approccio  presentato è perfettamente in linea con le prime forme di animalismo apparse  già all’inizio del secolo scorso e ampiamente superate dagli sviluppi successivi.  Questo animalismo primitivo, riesumato in questa occasione da Farefuturo al  fine di intercettare simpatie e (eventualmente) voti (24), è ampiamente screditato  nel campo dei diritti animali ed è conosciuto col termine «zoofilia».

 

Zoofilia

Le prime forme di attenzione per la condizione degli animali, nate in Gran  Bretagna nel quadro di una visione umanitaristica, hanno effettivamente  introdotto uno sguardo diverso sulla questione. Coloro che fino ad allora  avevano espresso individualmente una sensibilità verso l’alterità animale,  crebbero di numero e si dotarono di un’organizzazione, seppur minima. In  questa fase l’animalismo propugnava una benevolenza verso gli animali, un  trattamento “più umano” nei loro confronti, ma non escludeva, nell’ambito di un  indiscusso antropocentrismo, la legittimità dell’uso degli animali per i trasporti,  per l’alimentazione e per altri servizi utili all’uomo.

Il primo articolo che afferma con chiarezza questa visione è quello dove  viene intervistato Giorgio Celli. All’intervistatore che gli chiede cosa significhi «animalismo» ed eventualmente se sia «un termine scientificamente corretto»,  Celli risponde che «forse era meglio “zoofilia”, parola più nobile e più esatta» (25).  Occorre dire che l’etologo realizza qui un mezzo centro perfetto. Infatti, per  indicare lo spirito che pervade la pubblicazione, il termine zoofilia è ineccepibile:  quindi rispetto per quanto possibile, per il resto proprietà, controllo e dominio.  Per quanto riguarda la “nobiltà”, forse la zoofilia poteva meritarsela quando è  nata, come prima risposta alle terribili violenze esercitate sugli animali non  umani. A un secolo di distanza la nobiltà della zoofilia si è dissolta se ancora  ammette «evoluzioni circensi a cavallo» (26) o se continua a considerare gli animali  ottimi regali per i bambini (27). Licia Colò, in una grigia intervista, va oltre e parla  di «animali da compagnia e quelli da utilità» (28). In sostanza, la pubblicazione  propone un quadro in cui il cuore della violenza – cioè l’impiego degli animali  per l’alimentazione – viene accettato di buon grado e senza discussione. Ecco  due esempi tra i tanti che non lasciano dubbi al proposito:

 

Qui nessuno vuole sostenere che l’unica alimentazione eticamente accettabile sia  quella vegetariana (29),

 

e, nel significativo passo dell’articolo di Lorenzetti:

 

Non è che tutti devono diventare vegetariani, ma è doveroso per tutti coglierne il  messaggio. [...] Così non è prudente stabilirla [la dieta vegetariana.] per [...] chi non è  in grado di farne una scelta consapevole. In altre parole, sebbene non ci sia l’obbligo  per l’alimentazione vegetariana, tutti sono chiamati ad avvertire la differenza tra il  mangiare carne per necessità e la fiorente industria della carne fatta di mattatoi,  allevamenti intensivi, lunghi trasporti nel patimento degli animali [...]  (30).

 

Insomma, essere rigorosamente consapevoli dei diritti degli animali a vivere  in modo autonomo e libero dal dominio umano significa attirarsi l’accusa di  integralismo animalista e l’esortazione ad abbandonare visioni estreme è  supportata ricorrendo alla perorazione di Konrad Lorenz in difesa della caccia e  della vivisezione (e della ineguaglianza tra gli uomini come elemento «fecondo,  creativo» (31)).

È chiaro che questa visione si associa a una concezione mielosa e buonista, paternalistica e utilitaristica, che ammette l’esclusione solo e al più di ciò che  è giudicato come un cascame di vecchie tradizioni. Così si chiederanno misure  per superare anacronismi come le pellicce e le corride; per il resto si dovranno  trovare soluzioni di compromesso come migliori trasporti verso il macello,  comitati etici che vigilino sulla vivisezione (32), limitazioni alla caccia, ma nulla  che possa compromettere i benefici che derivano all’uomo dall’uso – più o  meno pietoso – degli animali.

 

Ambiguità concettuale

Il terzo motivo che rende equivoco questo numero di «Charta Minuta»  è il ripetuto sconfinamento della questione animale in ambito ecologicoambientalista.  Sconfinamento che avviene in entrambe le direzioni possibili:  quando si parla di animali si invade la questione ambientale; quando si parla di  ambiente si coglie l’occasione per parlare di animali. La questione ambientale è  un’autentica emergenza e fa piacere che stia diventando un motivo di riflessione  per la destra (33). Ma trasferire la questione animale in quella ambientale, come se  vi fosse una connessione diretta e necessaria tra le due, rappresenta una grave  confusione concettuale. Infatti, è impensabile usare argomentazioni ecologiche  e ambientaliste all’interno di un discorso sui diritti umani violati in modo diretto  dalle logiche del dominio, questo perché i due aspetti sono formalmente  indipendenti. Allo stesso modo, quando si parla dei diritti degli animali violati  dalle logiche oppressive e consumistiche della società umana, non ha senso  parlare di ecologia. Se lo si fa, si ottiene l’inaccettabile conseguenza di spostare  l’attenzione dall’animale individuale e singolo, con i suoi diritti in sé e per sé,  verso un indistinto mondo di cose che deve essere preservato, a beneficio della  specie dominante.

La confusione “animalismo/ambientalismo” è diffusa nell’immaginario sociale,  a causa del sostrato ancora fortemente antropocentrico dell’opinione pubblica  che, per quanto si dichiari contro la violenza non necessaria sugli animali,  continua a vederli come parte dallo sfondo ambientale, il che ovviamente non  è auspicabile nei confronti di soggetti meritevoli di considerazione morale.  In questa monografia la confusione si compie in due modi. Il primo consiste nel presentare questo numero della rivista come un tutt’uno. È infatti difficile  comprendere come gli articoli della Pratesi o della Gelisio – completamente  incentrati su preoccupazioni ambientali – possano essere inseriti in una  serie di riflessioni che programmaticamente si definisce «dalla parte degli  animali». Il secondo, assai più grave, si manifesta tramite la mescolanza  disordinata dei due argomenti all’interno degli stessi articoli. Da questo punto  di vista il capolavoro assoluto è lo scritto di Fernando Ferrara, il responsabile  di un’associazione ambientalista. Questo articolo meriterebbe una citazione  pressoché integrale, tanto è illustrativo di quanto detto. Anche se solo di due  pagine, esso trasuda un’apologia antropocentrica senza limiti ed un’esaltazione  immotivata per l’impresa scientifica la quale dev’essere difesa «da qualsivoglia  forma di estremismo ideologico» (34). A chi si riferisce, Ferrara? Naturalmente ai  «sedicenti animalisti», ai «sostenitori dell’animalismo estremo». Ma esistono  animalisti ragionevoli? Certamente. Ecco allora il clou di uno scritto che per la  collocazione centrale e l’ornamento tipografico sembra ricevere una specie di  imprimatur dalla redazione:
 

Nelle varie posizioni dell’ambientalismo e dell’ecologismo, inteso come protezione  delle specie animali selvagge e degli ecosistemi che le ospitano, è possibile individuare  diversi livelli di protezione, ad esempio: associazioni animaliste legate all’allevamento  e all’addestramento dei cani da caccia; ricercatori che praticano la sperimentazione  animale; gli ammaestratori del circo, e coloro che semplicemente si dedicano alla  cura e al possesso di un animale di compagnia.

Passo oltremodo interessante non tanto per la perdita del controllo del  pensiero (dopo i due punti non compare un solo esempio che suffraghi l’attesa),  quanto per l’illustrazione del tipo di animalismo che piace alla destra.

 

A modo di conclusione

Possiamo porci due domande correlate. La prima è: perché Farefuturo e i suoi  collaboratori commettono l’errore di presentare una posizione limpidamente  antropocentrica, di proporre una visione animalista ormai screditata e di  saltabeccare dall’ambientalismo all’animalismo zoofilo? La seconda consiste  nel chiedersi se si tratti proprio di un errore. Un errore è un giudizio espresso  per ignoranza e non coscientemente e volontariamente. Farefuturo commette  l’errore indicato perché gli umani (dunque anche quelli di destra) sono figli del loro tempo e tendono ad adottare tutti gli equivoci e le visioni ideologiche che  circolano nella società. La distorsione intorno alla questione animale è ancora  ampia per cui non bisogna sorprendersi se lo stesso errore lo si ritrova anche  in chi decide di proporre un dossier sull’animalismo. Infine, per rispondere alla  seconda domanda, un soggetto (soprattutto) politico tenderà prima ad attingere  e poi a propagare quelle visioni che sono congeniali ad altri soggetti con i quali  decide di intrattenere rapporti. Dunque, Farefuturo è certamente vittima di una  confusione ideologica, ma va visto anche come un soggetto attivo che si frappone  alla liberazione degli animali. Farefuturo, conducendo questa operazione sul  lettore, si impegna a disattivare la potenziale carica sovvertitrice del pensiero  antispecista e delle corrispondenti pratiche abolizioniste e liberazioniste. Di  conseguenza, a differenza della sinistra che non entra (finora) in sintonia con  l’animalismo antispecista per ignoranza ideologica, la destra non può farlo per  stringenti motivi concreti, molto materiali e di interesse. E, come si è visto,  nel momento in cui tenta di ragionare sugli animali non umani, si blocca su  terreni ampiamente superati dalla storia dell’animalismo. Dunque la destra può  certamente fare danni, mentre da essa non può scaturire alcun progresso. 

 

________________

 

Note

 

1 È questo il titolo di un numero della rivista bimestrale «Charta Minuta», IV, 4, Luglio/  Agosto2010

 

2 Tiziana Lanza, Il tempo dell’armonia, cit., pp. 89-97

 

3 Tessa Gelisio, Un mare di tesori, tra eccellenze e problemi, cit., pp. 75-80

 

4 Isabella Pratesi, Wwf, siamo la nuova arca di Noé, cit., pp. 51-58

 

5 Cecilia Moretti, Faccia a faccia nelle pagine di un libro, cit., pp. 113-119

 

6 Pietro Urso, Ama il prossimo tuo come te stesso... (anche se è animale), cit., pp. 121-126

 

7 Domenico Naso, Da Ra alle vacche sacre, la divinità nell’animale, cit., pp. 129-133

 

8 Adolfo Urso, Avatar a destra, cit., p. 0

 

9 Barbara Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 8: «Molto spesso la  discussione sulla legittimità dello sfruttamento degli animali e sui suoi limiti si articola intorno al  loro grado di “intelligenza” [...], dovremmo forse porci il problema di rispettarli anche in quanto  diversi da noi»

 

10 Ibidem, p. 5

 

11 Fiorella Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa del rapporto uomo-animale, cit., p. 23

 

12 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

13 Ibidem, p. 0

 

14 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 19. Naturalmente in questo articolo  e in altri dello stesso tenore ricorre spesso il riferimento a iniziative normative a favore degli  animali, rimanendo, però, sempre nel vago, poiché sarebbe difficile, per non dire impossibile,  esibire conquiste degne di quella “civiltà” continuamente e vanamente richiamata

 

15 Adriano Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., pp. 105-110

 

16 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 23. Quale sia il grado di protezione  offerto dalla «grande cultura liberale» «a tutte le altre specie viventi» lo si può ben immaginare  considerando come questa non sia capace nemmeno di offrire una vita degna di essere vissuta  a milioni di animali che la stessa definisce d’affezione. Figuriamoci allora cosa possa offrire agli  altri animali: quelli da reddito o «da utilità», secondo la bella definizione di Licia Colò

 

17 La sinistra a cui Farefuturo si riferisce non è il PD né l’IDV. Questa “sinistra” è cieca rispetto  al problema dei mattatoi, della vivisezione, della caccia. La sinistra, quella vera, quella costituita  da ambienti che possiedono una tensione verso un mondo profondamente diverso dall’attuale,  è quella critica verso il modello di società esistente, come ben descritto dal passo della  Ceccacci Rubino. Ad essa guarda l’animalismo radicale, anche se attualmente l’interesse non è  ricambiato

 

18 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

19 Ibidem

 

20 Ibidem

 

21 Ibidem

 

22 Susanna Blattler, Quello “sport” che l’Italia non vuole, cit., p. 33

 

23 Federico Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 44

 

24 Questo interesse non è neppure recondito. Nell’articolo della Ceccacci Rubino ci si chiede  espressamente quanti vegetariani, quanti possessori di un animale di affezione, quanti contrari  alla caccia votano per il Pdl. È pertanto fin troppo evidente quale sia la preoccupazione della destra  e quali motivazioni abbiano spinto Farefuturo a realizzare questo numero di «Charta Minuta»

 

25 F. Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 43

 

La domanda appare abbastanza strana se si considera che «animalismo» è un termine che  corrisponde a una definizione e quindi non si comprende bene il senso di “scientificamente  corretto”

 

26 Ibidem, p. 48

 

27 Ibidem, p. 49

 

28 Domenico Naso: intervista a Licia Colò, Una Onlus a difesa di chi non ha voce, cit., p. 100

 

29 B. Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 6

 

30 Luigi Lorenzetti, L’uomo, pessimo custode del creato, cit., pp. 30-31

 

31 A. Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., p. 110

 

32 Umberto Veronesi, Perché sono vegetariano, cit., p. 16

 

33 Ma non c’è da illudersi. L’ambiente, per la destra, è un luogo di predazione, un ambito da  spremere senza ritegno. Se dà segnali di disponibilità, si tratta di segnali estremamente pericolosi  perché ogni intervento in direzione della natura è caratterizzato dalla ricerca di profitto. Un esempio  è la grande abbuffata portata avanti dalla green economy

 

34 Questa citazione come le seguenti sono tratte da Fernando Ferrara, Ma l’uomo è centrale nel  sistema ambiente, cit., p. 72.

Pubblicato in Articoli
Atene: comunicato dell'Assemblea per l'Azione Antispecista.

Sul diritto all’aborto, non si negozia.
Risposta alla posizione ufficiale di Walter Bond sull’aborto.

Con grande sorpresa abbiamo letto, lo scorso novembre, la posizione ufficiale contro l’aborto che ha pubblicato il combattente imprigionato dell’ALF, Walter Bond. Si tratta di un testo i cui argomenti sono stati estratti dalle più vili tendenze del conservatorismo cristiano, mescolate con un po’ di presupposto antirazzismo ed ecologismo. Gli altri suoi argomenti consistono, meramente, in un’inversione della realtà.

Anzitutto, dobbiamo chiarire che l’aborto non è una pratica scoperta e diffusa con la civilizzazione industriale, così come pretende di farci credere Walter, tutt’altro. Si tratta di una pratica diffusa tra le donne che ha le sue radici ai primordi della Storia e addirittura della preisotria. Per molti anni, il fatto che le donne controllassero quanti figli avrebbero avuto e quando, era considerato normale e completamente accettabile. Con l’espansione del patriarcato e delle oppressive religioni monoteiste, che avevano come obiettivo proteggere la proprietà privata, le donne diventarono un oggetto di riproduzione di successori-eredi. Nonostante ciò e durante i secoli, le donne continuarono, in segreto, gli aborti effettuati a vicenda e soffrendo, naturalmente, le rispettive persecuzioni, sia per l’Inquisizione, sia per i loro mariti arrabbiati. Bond vuole che torniamo a queste pratiche? Considera che la lotta contro i vivisettori ed i cacciatori debba svolgersi contro le donne che lottano per la loro autodeterminazione?

Negli ultimi due secoli, le donne, come gli schiavi, hanno lottato eroicamente per ottenere diritti fondamentali che non furono loro regalati. La pratica comune dell’aborto, prima della sua legalizzazione, e che continua a praticarsi oggi nei paesi dove l’aborto è illegale, viene eseguita in spazi inappropriati, senza trattamento farmaceutico e col grande rischio per la vita e la salute di queste donne, avendo come conseguenza la loro esclusione sociale e pene di prigione, nel caso in cui fossero scoperte. Nell’Italia cattolica, fino alla metà dei ’70, l’aborto era un crimine che veniva punito col carcere. Non è un caso che la legalizzazione del diritto all’aborto sia arrivata contemporaneamente alla legalizzazione dei diritti che riteniamo evidenti e necessari per le donne.

Il movimento per la liberazione delle donne, che aveva come parte integrale della sua lotta la legalizzazione dell’aborto, non è mai stato un movimento composto esclusivamente da donne bianche della classe media. Migliaia di lavoratrici, bianche e nere, negli Stati Uniti, manifestavano, scioperavano e si scontravano con la polizia per queste lotte. Al contrario, il movimento femminista delle donne borghesi si limitò al campo dell’etica cristiana, poiché queste donne non avevano problemi ad avere innumerevoli figli, dato che non avevano problemi di sopravvivenza né a crescere i propri figli, come le donne povere. Così, ora, negli Stati Uniti, le donne che non hanno accesso all’aborto non sono che quelle povere, soprattutto nere. Dovuto all’inesistenza di un sistema di salute pubblico e dalle enormi quantità di denaro che esigono le cliniche per le operazioni ed il trattamento necessario, molte donne, disperate, ricorrono a metodi medievali. I principali difensori dell’abolizione dell’aborto, attualmente, sono le donne e gli uomini della classe media e superiore con un discorso fortemente nazionalista e razzista. Oltre agli attacchi contro gli ospedali, medici e donne che hanno realizzato aborti, si ritrovano organizzazioni o imitazioni del Ku Klux Klan, l’organizzazione nazi responsabile degli omicidi di centinaia di afroamericani, durante gli ultimi 50 anni.

 

Il diritto alla "vita innocente" è l’argomento più forte della destra cristiana, la stessa che, certo, non ha alcun problema a massacrare centinaia di animali, umani o non umani. La domanda su quale vita sia innocente e quale no, non si può comparare, in nessuna maniera logica, con le sofferenze degli animali non umani per ragioni della logica specista che li vede come di valore per uso per la vanità umana. Un feto non è, in nessun caso, come una vacca o un maiale in un allevamento. Vi è, tra questi, una differenza, in relazione all’attività e l’obbligo di ciascun*. Per una donna che rimane incinta, si pone il dilemma di una vita differente da quella che ha vissuto fino allora. La donna deve, tra altri obblighi, badare alla sopravvivenza del(la) figl* per i prossimi 10-20 anni, a seconda delle culture tradizionali. Così, la proibizione dell’aborto non è meramente una proibizione di eliminare una "vita innocente", come la progettualità di non mangiare carne, ma allo stesso tempo, un compromesso forzato per la vita delle donne. Dunque, dire che l’aborto sia qualcosa che non si debba fare è, anche, vivere forzatamente una vita che non si è scelta. Eccezion fatta nel caso in cui accettiamo che la sessualità sia una funzione esclusivamente riproduttiva che debba essere eseguita soltanto da umani decisi a procreare, allora l’unico metodo contraccettivo è l’astensione. Entriamo così in una logica che dice che le donne sono macchine riproduttive con la missione specifica naturale della perpetuazione della specie umana, che la vita del bebè è più importante di quella della madre e, per questo, una donna debba essere pronta a sacrificarsi, in qualunque momento, per realizzare l’"opera pia della maternità".

Una volta che Bond, alla fine della sua presa di posizione, ci dice che se non siamo d’accordo con lui è perché abbiamo torto, gli rispondiamo che non abbiamo bisogno di un nuovo messia, e ancor meno uno che promuove la repressione contro le donne. E’ un paradosso, da parte di chi ha dedicato la sua vita alla liberazione di animali non umani, il non comprendere il diritto delle donne alla loro autodeterminazione. La nostra risposta all’etica "hardline" di Walter è il ritirare la nostra solidarietà.

Assemblea per l’Azione Antispecista

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Una bella puntata di Presa Diretta ieri sera ci ha riportato alla realtà, quella da cui i reality, le pubblicità e i telefilm ci tengono ben lontano, sperando che dimentichi di tutto noi si continui con la nostra vita, senza alzare mai la testa.

Una realtà fatta di riscaldamento globale e malagestione locale i quali, tradotti in spiccioli, significano sofferenza e morte per tantissimi individui, ed è questo l’aspetto che ovviamente ci unisce nell’interesse e nel desiderio di non tacere, denunciare, lottare per fermare devastazioni e soprusi, ed infine cambiare.

Proprio per questo, dopo avere certificato il buon lavoro fatto dalla redazione del programma, non possiamo proprio tacere di fronte ad un triste scivolone, sperando soprattutto di innescare una riflessione sulla coerenza, sia come metodo che come fine.

Durante il racconto fuori campo delle immagini il conduttore commenta una delle ultime alluvioni, mostrando in particolare i danni ad una azienda agricola.
Con non poco stupore vediamo che l’azienda in questione è la classica che noi alieni antispecisti ci sognamo di notte classificandole alla voce “incubo”, cioè un allevamento “intensivo”, le cui implicazioni anti-ecologiche sono ormai note e a tutti (proprio in termini di riscaldamento globale che è uno dei temi della puntata), ma sopratutto sulla cui assenza di etica ci saremmo aspettati quanto meno più consapevolezza. Presa Diretta ha infatti  ripreso i filari di gabbie larghe quanto il torace delle mucche, gabbie poste in fila una dopo l’altra, inequivocabilmente le gabbie dello sfruttamento e della morte.

Senza minimamente notare questo, il video racconta di come i proprietari dell’azienda abbiano fatto giusto in tempo a scappare prima dell’arrivo dell’alluvione, mentre (afferma la voce) “centinaia di capi di bestiame” sono morti. 
L’inquadratura si sofferma qualche secondo su una montagnola di cadaveri, zampe rigide, pance all’aria: sono le mucche, i loro tristi corpi.

Presa Diretta con i metodi giornalistici che porta avanti si pone di fatto come uno strumento di critica all’esistente. Per questo oggi critichiamo Presa Diretta e il superficiale quanto cinico modo con cui ha commentato quelle immagini, dimostrandosi semplicemente parte di quell’esistente che con tanta veemenza attacca.

Quei corpi erano la testimonianza di una immane sofferenza resa ancora più inaudita dal fatto che le mucche erano prigioniere; anche volendo, anche pregando, anche piangendo, una via di fuga non la hanno avuta. Morendo hanno sofferto e chiamato aiuto. Morendo hanno perso la loro vita di “esseri senzienti” come ormai tutti, pure i più stupidi ed ottusi sanno riconoscere messi davanti all’evidenza. Riferirsi in tal modo ad una strage di individui che hanno trascorso la vita in prigionia e sfruttati per ragioni abbiette - la produzione di latte che non ci serve ma è un vizietto cui non vogliamo rinunciare - e che sono morti perché nella sordità del sistema, non avevano altra scelta che restare lì e morire, è assurdo da parte di chi si erge a sottintendere delle critiche morali ed etiche di qualsiasi genere.
Quando ad esempio, voi autori e conduttori sottolineate i rischi del surriscaldamento, non lo fate perché “freddo è bello”, ma perché l’aumento della temperatura, come già detto comporterà sofferenza e solo a questo titolo voi, come noi, potete pretendere che chi di dovere si muova per impedire tale sofferenza. 
Eppure tale pretesa non vedrà compimento fino a che, l’umanità tutta (a partire dai suoi strumenti di analisi e critica, quindi anche il giornalismo) non avrà il coraggio di riconoscere la sofferenza SEMPRE, e di denunciarla SEMPRE, in ogni sua forma, senza sciocchi se e ma - quelli puntualmente sciorinati dalla cultura specista - che altro non sono se non discriminazione, la stessa cui si appellano tizio e caio al fine di giustificare le ragioni per cui non muoveranno un dito per proteggere altri dalla sofferenza.

Invitiamo quindi tutta la redazione e tutti gli spettatori attivi di questa trasmissione a rendersi conto che gli animali sono vivi fino a che non li uccidiamo e che quindi in quanto vivi soffrono; che sono individui, ormai chiamati (e non a caso) anche persone nonumane, non “capi di qualcosa” indipendentemente dalle balle che ci raccontiamo per non avere remore nelle torture che gli infliggiamo. 
Invitiamo la redazione ad approfondire come questo ridondante automatismo culturale, quello di denigrare l’esistenza degli animali nonumani, replicando sempre gli stessi paradigmi, non faccia che creare i presupposti per la schiavitù, per il cinismo, per la distanza che ogni giorno vediamo porre nel nome della distinzione tra “noi “e “gli altri”.

Gli animali non sono altriSono noi, e solo quando ne saremo tutti consapevoli avremo la speranza di sviluppare socialmente abbastanza empatia da mettere davvero l’interesse di tutti davanti al mero interesse immediato di pochi, cioè quello che voi stessi continuate ad auspicare con il vostro puntuale lavoro.

 

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Il 10 dicembre 2011 si è tenuto per tutto il giorno, presso la Sala dei Duecento in Palazzo Vecchio a Firenze, il primo Convegno Nazionale Antispecista di cui proponiamo alcuni estratti, evento nel quale differenti realtà sociali e politiche si sono confrontate in relazione a quella che viene comunemente definita la “questione animale”, con l’intento di fornire un quadro d’insieme della situazione al momento attuale e di proporre strumenti utili al dibattito e all’individuazione di metodi e strade percorribili per un’azione che concretizzi la teoria antispecista.


Stefania Sarsini per l'Associazione Lida
Si parla di specismo, se ne fornisce una definizione  e viene offerta una breve esposizione di quelle che sono le basi teoriche che sono a fondamento  della filosofia antispecista, mettendo conseguentemente in luce tutta quelle serie di lampanti contraddizioni nelle quali il paradigma specista incorre. L’analisi critica è l’unica strada per individuare alcune delle domande inerenti snodi centrali della “questione animale” sulle quali il convegno tenterà di fornire se non risposte, almeno approfondimenti e quindi spunti di riflessione in un’ottica di più ampio respiro.
La lettura dell’articolo 13 del trattato di Lisbona definisce gli animali non umani “esseri senzienti”. E’ sulla base di questo assunto che la discussione si avvia a procedere e ad articolarsi.

parte 1

parte 2



Luigi Lombardo Vallauri (docente di filosofia del diritto)
“Vivere all’altezza di ciò che siamo”, è questa la conclusione dell’intervento del professor Vallauri per il quale la razionalità sostanziale che “distingue” l’animale umano dall’animale non umano, dovrebbe guidarlo indicandogli un percorso morale che la rifletta e che si traduca in una pratica il più possibile antispecista, che non scivoli mai nel terreno del “chi è meglio di chi” e che sia consapevole del fatto che in una società fortemente ed intrinsecamente specista non si può essere del tutto aspecisti.

parte 1


parte 2



parte 3

Aldo Sottofattori
Cogliendo l’accenno sul tema fornitogli dall’intervento di Damiano Gori di Laverabestia, Sottofattori amplia il discorso in merito al termine antispecismo fornendo criteri di analisi per i quali questo si differenzia dall’animalismo, a cui spesso ci si riferisce come ad un sinonimo, mettendo in luce quale percorso di riflessione filosofica e politica lo determini come qualcosa di diverso, che senz’altro prende le mosse dall’animalismo ma che a differenza di questo, coglie connessioni capaci di strutturare una visione d’insieme di maggior respiro, che implichi un mutamento della società tutta.




Marco Maurizi
Il dott. Maurizi propone un’analisi politica delle istanze antispeciste e dei suoi assunti, delle sue teorie costitutive. Si tende sempre più frequentemente a prendere le distanze dalla politica poiché si ha di questa, una concezione partitica; ma l’antispecismo è politica, giacché inerisce la stessa dimensione esistenziale e sociale dell’umano nella sua espressione collettiva, dimensione nella quale l’animale non umano non trova cittadinanza ma con il quale siamo chiamati necessariamente ad interfacciarci per rivedere noi stessi e le strutture che ci siamo dati per la vita in società.





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Animalismo: dall'attivismo al linciaggio

Ogni movimento, ogni progetto, che tenti di affermare una qualche forma di cambiamento è inaggirabilmente politico. 

NON perchè si tratti di PRENDERE TESSERE DI PARTITO, ma perché ogni cosa che ci accade o facciamo accadere, accade in quello spazio di condivisione originaria, di partecipazione reciproca delle nostre esistenze le une alle altre, e di decisione su questo "destino comune" e sul "destino delle cose" in generale, che si chiama - ancora - "polis".
Tanto più per un movimento e un progetto che si vuole di liberazione. MASSIMAMENTE per un movimento-progetto di liberazione di coloro che dalla "polis" sono stati esclusi - non casualmente - nel momento stesso della sua fondazione: per renderli subalterni ad un cosmo costruito artificialmente per e a misura dei soli "umani". Un movimento che tenta questo scuotimento della "polis" dalle sue fondamenta, come potrebbe NON essere "politico"?

Certo, invece di "politica" potremmo parlare di "pincopalla". 
Ma non è che la cosa NON cambi: introdurre il divieto di nominare qualcosa di ineludibilmente costitutivo pone le condizione per la sua rimozione.
E come insegnava il buon Freud, il rimosso ritorna sempre, ma in forma mascherata e seminando ogni genere di danni.
Così, la politica che buttiamo fuori dalla porta, rientra dalla finestra.
Ma se quando l'abbiamo cacciata, sapevamo - più o meno - cosa cacciavamo, quando si ripresenta, si presenta in forma di qualcosa di estraneo e minaccioso. 
Allo stesso modo dei migranti: dopo aver espulso i non-occidentali dalla cerchia dell'"umanità autentica", cioè quella "civile", supposta democratica, rispettosa - a proprio dire - dei diritti umani ecc... quando quelli si presentano, migrando, alla nostra porta, noi li percepiamo come "stranieri" che potrebbero, anzi vorrebbero, mettere in crisi, appunto, la nostra sedicente civiltà - l'unica che riconosciamo come tale.
Insomma: l'uomo incontra se stesso ma non si riconosce.

E' lo stesso processo che chiamiamo specismo quando investe i non-umani: tracciamo un cerchio invalicabile attorno a noi umani, non-più-animali, e tutto ciò che cade fuori da tale cerchio, lo trattiamo come "estraneo".
L'animale incontra se stesso e non si riconosce. E la storia del terrore umano di ricadere nell'animalità come condizione pre-umana, in-unumana, dis-umana, di perdersi, di perdere la propria condizione di privilegio, investe TUTTA la storia umana.
Ora, come in tutti questi casi esemplari - non certo "scelti a caso" - la politica rimossa, torna a bussare ma nella forma di qualcosa di estraneo, lontano, inaccioso, capace di corromperci: quella istituzionale rappresentativa,  ma pure quella che si attiva dal basso: e se la prima diviene illeggibile, la seconda, in un certo senso, diventa impraticabile. "In un certo senso", appunto: perché essa innerva anche se negata le nostre azioni, e anzi, quanto più negata, tanto più essa le determina in maniera incondizionata.

E' questo cortocircuito che provoca quegli -apparenti- paradossi per cui chi si dichiara "apolitico" poi inneggia al cappio, costruisce gogne e organizza linciaggi morali, spesso contro singoli. 
E' politica, questa. E' la politica dell'Uomo Qualunque, la politica del qualunquismo: una politica cripto-fascista. Ciò che è riuscito, nella rimozione, è stata la negazione della politica come partecipazione di tutti all'esistenza di tutti, di tutti in nome di tutti, di tutti di fronte a tutti - agisco con gli altri, avendo come fine, e mezzo, la giustizia e in modo democratico.

Quindi la scelta, presentata come necessaria, per un agire politico ipersemplificato, fondato sulla dicotomia guerresca amico/nemico, prevalentemente reattivo e strutturato per ritorsioni: un agire che ha delegato le decisioni comuni ad un potere di cui parla male dal caffé del mattino fin dopo la puntata serale di Porta a Porta, ma a cui di fatto obbedisce in tutto e per tutto e a cui ha demandato tutto ciò che è davvero importante per la propria (co)esistenza: la volontà di potenza impotente che frigna, parafrasando Severino, che mette alla gogna pubblica piccoli maltrattatori e piccoli commercianti di pellicce e si prostra al potere di un ministro cialtrone per far chiudere Green Hill, e al contempo non ha la più pallida capacità di analisi della realtà nelle sue mille articolazioni - mille piani - né lo straccio di un'idea di liberazione globale - non si pretende un "progetto", ma almeno un'idea - anche solo dei non umani. 

(Sia chiaro: non stiamo qui parlando del Coordinamento Fermare Green Hill né del Comitato Montichiaresi contro Green Hill).

Proprio mentre scrivo vedo la notizia dell'assassinio di un ricercatore che praticava sperimentazione animale in Messico, all'UNAM di Cuernavaca in Morelos. E' il secondo da agosto.
Forse sono casi, e non c'è nessun "vendicatore" dietro gli omicidi. Di certo lo speriamo.
Ma, non fosse così: il Messico è lontano dall'Italia e dall'Europa e non solo geograficamente. 
Eppure, non si potrebbe usare questa come scusa per far finta di niente: nel caso di una vendetta pianificata ci troveremmo davanti al segnale della possibilità di un'involuzione catastrofica del movimento a livello globale.
Quanto passa, in fondo, fra il linciaggio simbolico-morale mediatico dell'edicolante di Via Solari a Milano - il caso ormai celebre del cane ridotto in fin di vita a suon di calci perché reo di aver pisciato sulle proprietà dell'esercente - e giustiziare vivisettori? Non si tratta di dire che sono la stessa cosa, o che ci manca un passo e qualcuno giustizierà l'edicolante. Non facciamo il coro del "prima o poi ci scappa il morto". 

Stiamo dicendo che la logica che articola i due fatti è la stessa.
E' una logica certamente specista, nel senso dell'assegnare valore ad esistenze che hanno invece valore incalcolabile, o meglio valore assoluto - un'assolutezza senza valore, cioè non stimabile in termini di valore, non determinabile in base ad un'assegnazione di valore: l'esistenza come posizione assoluta, non sup-ponibile, che non rimanda a un fondamento esterno che la regge, la rissorbe e ne decreta il valore. 
Ma è anche una logica, come si diceva, della spoliticizzazione, dell'incapacità di leggere lo specismo in senso proprio - che cioè investe la stessa specie umana - in termini strutturali. Di un'impossibilità di leggere lo specismo nelle sue articolazioni: sociali ed economiche, politiche in senso stretto, esistenziali nel senso della costituzione storica delle esistenze singolari. Infatti, se da una parte si occulta la struttura, dall'altra si disconosce la singolarità dei singoli esistenti: ognuno ha una storia che lo indirizza verso un certo destino, e spesso le storie dei maltrattatori non sono storie fortunate.

Non si tratta di fare dal buonismo - benché sarebbe sempre meglio questo del cinismo strabico e rancoroso cha ha ristrutturato il nostro modo di stare al mondo negli ultimi trent'anni - ma di essere realisti ed al contempo  giustamente compassionevoli (o c'è scritto in qualche Bibbia che lo si può essere solo con i cani resi mordaci da anni di combattimento?): non c'è avanzamento nella liberazione senza liberazione umana: e la liberazione umana passa per l'infrangimento di quelle catene di violenza che ci legano alla violenza stessa e che spesso innervano l'esistenza dei più deboli. Come i cani maltrattati a lungo diventano mordaci, così accade agli stessi umani - è un ragionamento di una tale banalità che, nonostrante sia di continuo necessario ripetere, farlo causa sempre un  po' di imbarazzo: non perché sia falso, ma proprio perché ripete un'evidenza sotto la luce del sole. 
Così come è ovvio e banale che la repressione non offre possibilità di cambiamento agli esistenti - siano umani, cani o elefanti - ma riproduce all'infinto la violenza che hanno subito. Ma dato che è molto à la page, di recente, fra animalisti, la legge del taglione, ripetiamo la terza banalità: togliere una vita - cioè "levare di torno" chi ha esercitato violenza, seguendo le ridicole logiche dell'irreversibilità dei "caratteri violenti" - non è fare giustizia, ma togliere una vita. 
Cioè inanellare quella catena, di nuovo, all'infinito.

Benché il ragionamento possa ripugnare non poco i libertari, è comunque interessante notare che nessuno, nella galassia animalista si sia mai speso per immaginare percorsi - interni o alternativi al carcere - che offrano a chi ha agito violenza contro non umani, la possibilità di comprendere il male commesso e magari la possibilità di mutare la propria esistenza in direzioni che sono sempre state, di fatto, (s)barrate. Così come accade - almeno in teoria: il nostro sistema penitenziario è celebre per funzionare al contrario -  per pedofili e stupratori, ma anche per minori e delinquenti comuni.

Attenzione: non si sta facendo qui l'ode o l'apologia della "correzione" e manco del potere disciplinare.
Si sta rilevando che la galassia animalista non è in grado neanche di leggere la realtà della violenza e di immaginare una qualche strada per disinnescarla.
Anzi: per lo più aggiunge violenza a violenza: una violenza reattiva e ritorsiva, come si diceva sopra del suo agire in generale. Una violenza orizzontale, che non scuote alcuna gerarchia, ma la assicura e riproduce.
Detto rasoterra: fomenta una guerra fra poveri, fra deboli, fra vittime.

La stessa che noi occidentali "comunitari" esercitiamo ogni giorno contro migranti e poveri, contro donne e omosessuali, contro la "marmaglia di tossici e delinquenti", contro tre quarti della popolazione planetaria e, gli uni contro gli altri, contro noi stessi.  

Esattamente quello che sogna ogni potere verticale e autoritario come quello in cui siamo inseriti - checché possa raccontare di sé, il sogno del capitalismo non è la democrazia, la "società aperta", ma il totalitarismo: non a caso il capitalismo cinese, apertamente totalitario, sta dimostrando di funzionare molto meglio del nostro. 

L'effetto della rimozione della politica è sempre il fascismo.
 
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Di seguito pubblichiamo la lettera aperta apparsa sul sito di Progetto Vivere Vegan e la relativa risposta di Marco Reggio.
Segue un link ad un altro articolo interessante sul tema

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Vegetariano o vegano? Una enorme differenza per gli animali.
Lettera aperta 

di Progetto Vivere Vegan http://www.viverevegan.org/letteraaperta.html?v=CA02fY5jxyI

Può sembrare strano o provocatorio, ma la questione è importante. Gli allevamenti da cui provengono latticini e uova portano alla morte moltissimi animali. Ogni anno milioni di mucche, vitelli, galline ovaiole e pulcini maschi soffrono e muoiono per questo commercio. Ma ancora molte organizzazioni animaliste continuano a progettare e ad appoggiare eventi “vegetariani”. 
E’ ora di cambiare e dire le cose come stanno.

Da sempre, noi di Progetto Vivere Vegan, abbiamo scelto di usare il termine VEGAN, che indica una filosofia di vita che vuole evitare la sottomissione, lo sfruttamento e la morte degli altri animali, in ogni aspetto del vivere quotidiano (quindi non solo a tavola, come per i vegetariani). Non è un vezzo: è una scelta ben precisa, che abbiamo fatto per poter meglio veicolare e promuovere le idee per la liberazione animale.

Quando abbiamo iniziato (prima di costituirci come onlus, eravamo attivi già all’inizio degli anni '90), in Italia erano in pochi a sapere cosa significasse la parola “vegan”. La critica che più spesso ci veniva mossa era proprio quella di comunicare in modo poco comprensibile: che senso aveva promuovere una parola che i più non capiscono? Il senso ce lo aveva – e ce l'ha tutt'ora. L'utilizzo di un termine nuovo ci ha fornito una grande possibilità, quella di spiegare esattamente le idee che vi stanno dietro, senza possibilità di fraintendimenti. Infatti il rischio di confusione è sempre presente, dato che le persone spesso associano il termine “vegan” a “vegetariano”. Questo ultimo viene comunemente interpretato nei modi più disparati, ma in linea di massima con “vegetariano” le persone intendono chi segue una dieta lacto-ovo-vegetariano (spesso includendo anche il pesce), che può essere intrapresa per semplici motivi di piacere personale o salutismo. 

Ora, grazie al nostro lavoro siamo sempre riusciti a spiegare chiaramente che noi siamo vegan per dei motivi ben precisi: è una scelta che dipende da una valutazione etica (il rispetto per la vita degli animali) e di conseguenza essere vegan significa evitare ogni tipo di prodotto che deriva dagli animali, perché sappiamo bene che anche quelli tradizionalmente considerati meno cruenti (latticini, uova, lana…) implicano sofferenza e morte. Per poter presentare un pensiero nuovo e rivoluzionario, avevamo bisogno di partire da zero, di definirci in modo chiaro ed evitare fraintendimenti. E – a costo di sembrare arroganti – possiamo affermare che avevamo ragione: se quando abbiamo cominciato eravamo quasi soli, oggi i gruppi e le associazioni che parlano di veganismo sono moltissime; anche le grandi associazioni tendenzialmente protezioniste hanno imparato ad usare questa parola; nei negozi e nei ristoranti si trovano sempre più prodotti che sono esplicitamente etichettati vegan; e anche i medici ed i nutrizionisti ora conoscono il termine, e non di rado promuovono la dieta vegana (anche se solo per i suoi benefici sulla salute).

Ovviamente non giudichiamo negativamente le persone vegetariane. Il nostro ruolo non è quello di
giudicare le scelte ed i percorsi dei singoli. Al contrario, il nostro scopo è proporre un nuovo modo
di rapportarsi con gli animali non-umani basato sul rispetto e sul riconoscimento del loro diritto alla vita, e promuovere pratiche per modificare la società in tale senso. In questa ottica, ovviamente non possiamo appoggiare le organizzazioni che si dicono animaliste e che usano il termine “vegetariano” in positivo. Fare questo significa veicolare implicitamente l'idea che il consumo di alcuni prodotti animali come latticini ed uova sia accettabile; e per noi ovviamente questo non è accettabile.

Se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, dobbiamo farci capire bene. Dobbiamo dire chiaramente che anche alimenti come uova e latticini sono cruenti, che la loro produzione implica la morte di pulcini, galline ovaiole, mucche, vitelli. E l'uso di termini come “vegetariano” va nella direzione opposta. Per questo siamo contrari a tutte le iniziative che lo fanno (come ad esempio la Settimana Vegetariana Mondiale di cui si parla tanto in questi giorni e alla quale noi non prendiamo parte) e ribadiamo che questo non significa mettere in dubbio le buone intenzioni di chi le promuove: semplicemente, per noi è chiaro che questa impostazione ci porta indietro invece di aiutarci a progredire, e vogliamo dirlo chiaramente.

Invitiamo quindi gli attivisti e le associazioni che operano per la liberazione di tutti gli animali nonumani a non promuovere ed appoggiare le attività e le iniziative che usano il termine “vegetariano”. A non organizzare pranzi e cene “vegetariane” o “veg” (termine fuorviante che vuole accomunare in modo confuso scelte di vita opposte) a favore degli animali. A non aderire a manifestazioni “vegetariane” perché così si sostengono, anche se indirettamente, pratiche cruente. E li invitiamo ad impegnarsi per una comunicazione corretta e chiara a partire dai propri siti e blog.

Insomma, vegetariano, per gli animali, vuol dire comunque sfruttamento, violenze e morte. Non è colpa nostra, ma qualcuno deve cominciare a dirlo: senza delle prese di posizione chiare non si può andare avanti verso l'obiettivo che ci poniamo, la liberazione degli animali. Non siamo “estremisti”, né polemici: abbiamo un progetto, e cerchiamo sempre di valutare oggettivamente le scelte migliori da compiere per costruirlo. Non crediamo che “vada bene tutto” semplicemente se fatto nel nome degli animali, e se sembriamo duri nella nostra critica è solo perché vogliamo essere costruttivi; di sicuro chi condivide i nostri obiettivi ci comprenderà bene.

Facciamoci capire, usiamo le parole giuste e agiamo in modo coerente…

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Che cosa rappresenta il veganismo?
Alcune considerazioni sulla Lettera Aperta di Progetto Vivere Vegan

di Marco Reggio

La lettera aperta di Progetto Vivere Vegan (1) è, a mio avviso, un importante stimolo per il dibattito interno al “movimento” animalista / antispecista. Se non si circoscrive il suo messaggio ad una serie di considerazioni sulle strategie comunicative, essa ha infatti il merito di aprire la discussione sulle strategie politiche e segnatamente sul significato da attribuirsi alle pratiche del vegetarismo e del veganismo.

Dalle tesi sostenute nella lettera, si evince che alla base delle critiche rivolte agli “eventi vegetariani” sta una concezione del vegetarismo e del veganismo come stili di consumo o come forme di boicottaggio (generalmente definite come “stili di vita”; in questo testo si parla di “filosofia di vita”). Tale concezione sembra data per scontata da Progetto Vivere Vegan, e la critica si concentra quindi su quelle iniziative che propagandano il (lacto-ovo)vegetarismo come stile di vita incruento o eticamente sostenibile. Sul piano delle modalità di consumo e dell’impatto delle scelte dei singoli, è chiaro infatti come i regimi alimentari vegetariani siano assimilabili o quasi a quelli onnivori. Se dobbiamo promuovere uno stile di vita, insomma, tanto vale che sia vegan.

Se dobbiamo fare una richiesta, una rivendicazione precisa sul mondo che vogliamo, è altrettanto chiaro che prefiguriamo un “mondo vegano”, e non un mondo senza carne ma… con il formaggio (o più precisamente senza macelli ma con le gabbie). Tuttavia, non credo che l’ottica dello stile di vita possa essere data per scontata. Prima di arrivare a questo punto, vorrei però discutere alcune questioni sollevate dalla lettera aperta.

Una scelta di natura etica

Gli estensori sottolineano che il loro veganismo è di natura etica, e sembrano attribuire alla parola vegan la capacità di veicolare tale importante significato. Il vegetarismo, a detta loro, sembra essere facilmente associabile a motivazioni salutistiche o di piacere personale. Dal punto di vista logico e semantico, nulla giustifica questa idea. Tanto il vegetarismo quanto il veganismo possono essere (e di fatto sono) abbracciati per motivi etici, salutistici, ambientali o di equa distribuzione delle risorse fra gli umani. Ne consegue che se l’intento è – come per Progetto Vivere Vegan – quello di chiarire la matrice etica dello stile di vita, sarà tale matrice etica che andrà sottolineata, e non il grado di coerenza con cui si esprime a livello di consumi. Come si legge più avanti, “grazie al nostro lavoro siamo sempre riusciti a spiegare chiaramente che noi siamo vegan per dei motivi ben precisi”. E’ evidente che Progetto Vivere Vegan è riuscita nel suo intento, ma è difficile credere che il “suo lavoro” sia consistito nel diffondere una parola. Tale opera, più verosimilmente, si è configurata come trasmissione di contenuti: sulla motivazione della scelta vegan e sulla condizione degli animali nella società.

Pertanto, credo che questa insistenza sulla parola “vegan” derivi da due elementi: un approccio identitario, da una parte; un’equazione fra veganismo e liberazione animale, dall’altra. Trascuro qui il primo aspetto (2), per concentrarmi sul secondo. L’equazione fra uno stile di consumo cruelty-free (o tendente ad esserlo) e la liberazione degli schiavi animali è indubbiamente superficiale, e ha come corrispettivo l’equazione fra propaganda del veganismo e denuncia dello sfruttamento animale. Nella pratica, infatti, il proselitismo vegan (3) si accompagna ad una denuncia della condizione delle mucche da latte, delle galline ovaiole, e così via. Indubbiamente, la propaganda (lacto-ovo)vegetariana può accompagnarsi ad una simile denuncia, ma dalla portata più limitata. Tuttavia, non è la propaganda vegan in sé una denuncia dello sfruttamento animale, più di quanto non lo sia quella vegetariana, o addirittura la semplice opera di sensibilizzazione sul dramma animale priva di inviti a modificare il proprio stile di vita. Gli stessi autori, infatti, ci dicono: “Se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, dobbiamo farci capire bene. Dobbiamo dire chiaramente che anche alimenti come uova e latticini sono cruenti, che la loro produzione implica la morte di pulcini, galline ovaiole, mucche, vitelli.” Ed è infatti questo che dobbiamo dire.

La seconda tesi portante del testo è che le iniziative connotate come “vegetariane” implichino un’incitazione al consumo di derivati animali e dunque una tacita giustificazione dello sfruttamento. Questo è naturalmente vero in alcuni casi, ma pensare che sia sempre – automaticamente – così è un errore logico: vegetariano (se accettiamo la centralità dell’etica proposta da Progetto Vivere Vegan) significa “contrario all’uccisione non necessaria di animali non umani per mangiarne i corpi”. Questa definizione, come si vede comprende i vegan, che – non a caso – sono da molti considerati una tipologia di vegetariani, quella tipologia di vegetariani che, in più, non mangiano neppure latte, uova, formaggi, miele (ossia: “sono contrari allo sfruttamento di animali per produrre alimenti diversi dal loro stesso corpo”). In quest’ottica, la scelta del termine non può che obbedire a considerazioni legate a strategie comunicative. Ma è difficile sostenere che ogni volta che si usa il termine “vegetariano” oppure il termine “veg” si legittimi il consumo di derivati animali.

Qual è il significato del vegetarismo e del veganismo?

Il punto principale è che l’accusa di legittimare lo sfruttamento reggerebbe, comunque, solo all’interno di un approccio “life-style” o di un approccio che veda nel veganismo una forma di boicottaggio. Che si pensi o meno che il boicottaggio individuale dei prodotti dello sfruttamento animale abbia un impatto rilevante qui ed ora (io penso assolutamente di no), questo approccio si caratterizza per il fatto di ritenere che la liberazione animale avverrà essenzialmente grazie alle presa di coscienza dei singoli umani ed alla conseguente adozione di uno stile di vita incruento da parte di un numero crescente di persone. Non intendo in questa sede entrare nel merito della fondatezza di tale opinione(4). Vorrei solo mostrare che esistono altri modi di intendere il veganismo (ed il vegetarismo!) in quanto istanze etiche. Il vegetarismo – che si esprima con il solo rifiuto di cibarsi di animali morti o che più coerentemente si esprima come vegetarismo “stretto” – può essere un gesto simbolico (ma espresso con il proprio corpo) di contestazione alla legittimità di allevamenti e mattatoi. Questo gesto, a livello di coerenza pratica, può trovare delle limitazioni di vario tipo nella vita quotidiana, nella volontà o nella determinazione di chi lo esprime, ed anche nel livello di consapevolezza di chi lo compie. Mille problemi – certo, non insormontabili -, mille debolezze, il timore di essere emarginati socialmente, il timore inconscio di ammettere a se stessi la vera natura del gesto possono portare a non esprimere apertamente la natura etica di questa pratica, a non diffonderla, ed anche a non perseguirla in modo coerente (cioè vegano).

Se la intendiamo in questo senso, non è detto che il lavoro dei militanti più “coerenti” e più motivati debba andare solo nella direzione dell’affinamento della coerenza individuale, cioè verso la trasformazione dei vegetariani in vegani. E’ auspicabile – credo – che vada nella direzione di una chiarificazione delle motivazioni profonde di tale gesto, nell’incitamento alla sua espressione pubblica, e ad un più chiaro collegamento con la denuncia del massacro quotidiano degli animali. Insomma, il nostro lavoro dovrebbe essere quello di aumentare la consapevolezza collettiva (compresa quella di noi stessi) del carattere politico del rifiuto della carne, del latte, delle uova. E il rifiuto che accomuna tutti coloro che fanno questa scelta politica è il rifiuto della carne, non dei derivati animali. Questo non significa che non si debba lavorare per la consapevolezza del carattere politico del rifiuto di uova e latticini, ovviamente.

Parlare degli schiavi e non degli schiavisti

Inoltre, dovremmo lavorare affinché si parli degli animali, e non degli umani. Degli schiavi, insomma, e non degli schiavisti (pentiti o meno).

Il vegetarismo ed il veganismo, sono conseguenze pratiche della contestazione di un fenomeno che avviene nella nostra società, la detenzione di animali per l’alimentazione umana: il nostro scopo è contestare questo fenomeno, prima ancora che fare propaganda alle conseguenze di questa contestazione. Anche altri fenomeni (numericamente e politicamente meno rilevanti ma in genere non meno aberranti) di cui sono vittime gli animali non umani vengono contestati, ma in quei casi sembra più facile focalizzarsi sulla denuncia e l’opposizione a tali fenomeni che non sulle conseguenze a livello di consumo individuale: si contestano gli allevamenti di animali da pelliccia più che diffondere uno stile di vita “senza pelle”; si contestano i circhi e gli zoo, più che diffondere una condotta di vita che non prevede la fruizione di tali “svaghi”; si contesta la vivisezione, più che diffondere un boicottaggio dei prodotti testati; si contestano specifici prodotti alimentari (il foie gras, la carne di cane o gatto, ecc.) più che chiedere ai solidali di non consumarli. Quando si parla di carne e derivati in generale, invece, l’approccio è spesso ribaltato. Non vorrei qui indagare in dettaglio i motivi (che sono probabilmente vari e collegati a specificità proprie di ognuno di questi fenomeni), ma soltanto far notare che concettualmente è possibile adottare un approccio simile anche per gli allevamenti nel loro complesso.

In tal senso, il nostro messaggio principale, non dovrebbe essere “diventa vegan”, che è un messaggio  rivolto al singolo in quanto consumatore. Il nostro messaggio dovrebbe essere “aboliamo gli allevamenti”, e cioè un messaggio rivolto alla collettività. Nella misura in cui questo messaggio si rivolge anche ai singoli, nella forma “renditi parte attiva in questa rivendicazione”, non si rivolge a delle persone integrate in un sistema di consumo, ma a delle persone integrate in una società, fatta di leggi, valori etici non scritti, tabù, dibattiti politici e possibilità di cambiamento dell’assetto generale, in altre parole si rivolge a dei cittadini.

Una delle conseguenze del coinvolgimento dei singoli cittadini può manifestarsi nel cambiamento del proprio stile di consumo, che auspicabilmente diventerà uno stile di consumo vegan, ma il significato che tale cambiamento individuale assumerà sarà diverso da quello sotteso dalla Lettera Aperta: il veganismo o vegetarismo dei singoli sarà essenzialmente da considerarsi come una espressione individuale di adesione alla rivendicazione di dismettere allevamenti e macelli. O quanto meno come espressione di condivisione della contestazione del massacro. Questa espressione individuale ha un valore simbolico forte nel momento in cui è esplicitata come tale, e come tale può fungere da testimonianza di un movimento genuinamente abolizionista. L’occasione di incarnare nel proprio corpo in una sfera così centrale sul piano psicologico e simbolico quale è l’alimentazione è un’occasione che – a ben vedere – pochi movimenti possono trovare con altrettanta facilità, ed è proprio per questo che è importante utilizzarla al meglio, senza ridurla all’idea che l’astensione individuale dal consumo dei prodotti “cruenti” costituisca di per se stessa un’efficace ricetta contro la sofferenza immane che si cela dietro l’odierna produzione di beni.

 

 

1 La Lettera Aperta è visibile sul sito di Progetto Vivere Vegan: http://www.viverevegan.org/letteraaperta.html?v=CA02fY5jxyI

2 Anche se molto ci sarebbe da dire sulla tensione identitaria che traspare chiaramente dalla lettera.

3 Con “proselitismo vegan” si intende l’attività di “conversione” dei singoli consumatori allo stile di vita vegano, spesso considerata negli ambienti animalisti come la principale attività da intraprendere per il cambiamento della società in senso antispecista.

4 Diversi sono i contributi che hanno messo in discussione tale visione. Cito qui i seguenti:
- A. Corabi, Diffondere uno stile di vita vegan: una critica (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-
vegan-una-critica
);
- M. Balluch, Abolitionism versus Reformism (http://www.vgt.at/publikationen/texte/artikel/20080325Abolitionism/index_en.php), trad. it in “Liberazioni”, anno II, n.6.
Si vedano inoltre: www.meat-abolition.org e www.aboliamolacarne.blogspot.com.

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Sullo stesso argomento, vedi anche "Veganismo: necessario, ma non sufficiente", da vegina.net

 

Pubblicato in Spunti di Riflessione
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