Lunedì, 22 Aprile 2013 16:00

Terrorista a chi? - di Sara Romagnoli

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia.

Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo).

E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà.

A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto  di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri.

Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico come barbarie.

Vale forse la pena ricordare che barbari erano tutti i NON greci dell’antichità e forse poiché troppo legato ad un termine ormai avvertito come desueto e poco pertinente (nonché chissà, anche poco politically correct, il che non guasta), ai termini barbaro e barbarie si sono sostituiti quelli decisamente più moderni ed inflazionati di terrorista e terrorismo.

Il terrorismo è dunque, infine, il paradigma di un’alterità minacciosa la cui forza pervasiva è tale per cui terroristi finiamo per diventarlo in fondo tutt* ogni qualvolta agiamo in modo tale da costituire una minaccia più o meno consistente ed effettiva nei confronti del sistema. 

Non stupisce pertanto più il quotidiano ricorso a termini che si possono tranquillamente ascrivere ad un linguaggio che è parte della dimensione ontologica di una realtà la cui (presunta) essenza benigna si contrappone alla controparte maligna.

Di fatto, si parla di (e non solo, poiché si accusa e si condanna anche per…) ecoterrorismo, così come ci si riferisce agli “ostaggi” di uno sciopero3, assimilando al terrorismo, con un’operazione d’illecita coincidenza, tutte quelle attività di contestazione che non rientrino nel paradigma dominante, criminalizzandole ed offrendole tramite i media, alla mercé di una massa frequentemente mal informata o ancor più spesso disinteressata perché formattata e convinta non vi sia la possibilità di contemplare altri punti di vista né tantomeno abituata allo sviluppo di una mente critica che sia in grado di (com)prendere la natura del terrorismo, quello vero.

È proprio grazie ad operazioni di questo tipo, che puntualmente SEMPRE,  attività di stampo “animalista” volte alla produzione di una critica che si manifesti in azione e prassi nei confronti di quei sistemi produttivi che si danno e si fanno grazie al loro sostanziale sfruttamento a carico di non umani, vengono definite TERRORISTE.

Cosa questa, che lascia perplessi tutti coloro (e ci auguriamo siano molti)che si soffermino anche solo per un momento a considerare gli eventi da un punto di vista logico-razionale, capace di effettuare un’analisi e quindi infine quasi obbligato verso una considerazione di base: il danneggiamento a carico di strutture e mezzi di produzione non può essere definito terrorismo, a meno che non ci si voglia avvalere di questo termine per fini che con la mera descrizione della realtà non hanno niente a che vedere. Non risulta infatti ancora a nessuno che i terroristi si siano mai preoccupati dell’incolumità degli individui, né che sia possibile suscitare e/o indurre terrore a carico di estesi parchi macchine composti di furgoni e altri mezzi di vario genere (la Disney di Cars effettivamente ha messo in dubbio anche questo ma confidiamo si siano resi conto un po’ tutti del fatto che si tratta di una finzione animata).

Il problema dell’uso indiscriminato e poco critico di termini come terrorismo consiste nel fatto che i protagonisti delle azioni di cui sopra, possono attraversare gli schermi televisivi “entrandovi come persone che compiono azioni di disobbedienza (intendendo con questa un disobbedire all’accettazione condivisa e sancita dalla costituzione, tale per cui è normale trattare individui senzienti che dispongono di corpi propri trattandoli e trasformandoli in prodotti di consumo di massa alla stregua di spighe di grano dalle quali produrre pane)ed uscendovi come terroristi tout-court”.

 

Tralasciando in questa sede eventuali approfondimenti e riflessioni sul concetto di terrorismo e su cosa questo implichi o no, ci si può limitare a considerare due questioni, che si stagliano al tempo stesso nella società come dati di fatto:

-          La Costituzione italiana non si addentra, dal punto di vista giuridico, nel fornire alcun tipo di definizione di “terrorismo”, limitandosi a specificare nelll'articolo 17, primo comma, che "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; il secondo comma dell'articolo 18 stabilisce che "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare"4.

-          Dalla Legge contro il terrorismo, approvata in Gran Bretagna nel 2000, tale per cui l'attentato terroristico è "un'azione o la minaccia di un'azione, che comprende gravi forme di violenza contro persone e beni, mette in pericolo la vita dell'individuo e rappresenta una grave minaccia per l'incolumità e la sicurezza della comunità o una parte di essa"5,  insomma, a conti fatti terrorista può essere anche solo la minaccia in quanto potenziale intenzione, istanza o desiderio, ma questo forse stupisce meno di tutto il resto, se così non fosse sulla base di cosa giustificare l’intera e pervasiva organizzazione delle misure di controllo e “securitarie”, più o meno preventive? Insomma, la massa va ritenuta in qualche modo stupida e/o narcotizzata, ma un motivo per farsi placidamente controllare anche quando si fa il bidet le andrà pur dato.

 

La cosa più sconcertante però, o quella che quantomeno lascia basite alcune anime sensibili (ed io sono tra quelle, lo ammetto), è che da tutto questo si evince chiaramente una cosa: l’assunzione di una realtà sociale entro la quale non solo gli unici individui tutelati dalla violenza sono individui umani (nessuno stupore, sia chiaro, non ci aspettavamo niente di più) ma, meraviglia delle meraviglie e al tempo stesso paradosso dei paradossi, la tutela di questi stessi individui è equiparata alla tutela dei loro o altrui beni, applicando una sorta di proprietà transitiva “a termine”6 che se non illecita lascia quantomeno perplessi.

Va da sé che a diventar terroristi basti poco, davvero poco.

terrorista

NOTE:

1 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008.

2 Con logica insiemistica ci si riferisce agli “insiemi” come collezione di elementi. Tali elementi possono o non possono appartenere all’insieme, non vi sono vie di mezzo. Più in generale, vi sono elementi per i quali si circoscrive un insieme di appartenenza che rappresenta il DENTRO e tale per cui quelli che vi rientrano lo fanno in virtù di ben precise caratteristiche definitorie; a questo DENTRO corrisponde un FUORI, ovvero tutti quegli elementi che non dispongono di suddette caratteristiche definitorie di appartenenza.

3 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008, p. 18.

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

6 Dico “a termine” poiché, banalmente parlando, l’incolumità e quindi la tutela di un vitello è tale sino al suo scadere, ovvero sino a quando il vitello “ha da essere trasformato in bistecca”. Ma questa è una riflessione che mi riservo di approfondire  in ulteriore articolo a parte.

Pubblicato in Articoli
Lunedì, 18 Febbraio 2013 15:45

Riformismo e abolizionismo - di Martin Balluch

Riformismo e abolizionismo 
Quale tipo di campagna per i diritti animali? 
di Martin Balluch

da: "Liberazioni", anno II, n.6, autunno 2011

traduzione dall'inglese di Eva Melodia


Benessere animale e diritti animali

Diritti animali e benessere animale sono fondamentalmente diversi. Il benessere animale compare per la prima volta nella storia moderna in scritti della metà del diciottesimo secolo. Il primo gruppo per il benessere animale, l’inglese RSPCA[1], è stato fondato nel 1824; il primo in Austria, il WTV[2], a Vienna nel 1846. La prima legge austriaca sugli animali è stata introdotta nello stesso anno. Il benessere animale è motivato dalla compassione e dall’empatia. Il suo obiettivo è quello di ridurre la sofferenza degli animali al minimo “necessario”. I primi gruppi animalisti lavorarono soprattutto sul come aiutare gli animali bisognosi, specialmente a favore dei cosiddetti animali domestici, cioè di quegli animali che vivono in famiglie umane come animali da compagnia. L’uccisione degli animali non è considerata un problema da chi si batte per il loro benessere[3]. Se l’uccisione avviene in modo indolore, la questione non assume alcuna rilevanza etica. Il paradigma secondo cui gli animali esistono per essere utilizzati dagli esseri umani non è qui messo in discussione. Fintanto che lo sfruttamento è messo in atto “umanamente”, non è sbagliato. Chi lotta per il benessere animale non mette in discussione il rapporto uomo-animale nel suo complesso; intende alleviare la sofferenza senza cambiare la società: ha, cioè, un obiettivo sociale e non politico. Il welfarismo chiede agli umani di essere buoni, di essere gentili con gli animali, di mostrare empatia e compassione.

L’ideologia dei diritti animali è molto diversa. I diritti animali esigono che tutti gli esseri umani riconoscano pari diritti agli animali non umani e che li rispettino. Il valore degli animali non è determinato dall’uso che l’uomo può farne, dalla loro utilità. Il singolo animale da oggetto diventa soggetto, da cosa  persona. Le prime idee in questa direzione sono state sviluppate da Lewis Gompertz nel XIX secolo. Alla fine dello stesso secolo, Henry S. Salt fondò la prima organizzazione per i diritti animali, la Humanitarian League. L’ideologia dei diritti animali non vuole ridurre al minimo “necessario” la sofferenza, quantopromuovere i diritti fondamentali di tutti gli animali,  garantire la loro autonomia, affinché possano determinare da soli la loro vita. L'uccisione di animali diventa così un tema centrale. Nessun atto limita l'autonomia di un animale più dell’ucciderlo specialmente se in modo violento. L’ideologia dei diritti animali cambiare intende modificare il rapporto uomo-animale alle radici. Il movimento corrispondente è soprattutto politico. La sua richiesta è la giustizia e la sua motivazione è combattere l'ingiustizia di questo mondo.

 

Dal benessere animale ai diritti animali

 

Da questa analisi possiamo concludere che il movimento per i diritti animali differisce così tanto da quello per il benessere animale che il percorso che porta verso l’uno sia fin dall’inizio altrettanto diverso da quello che conduce all’altro. Come potrebbe mai condurre ai diritti animali pensare in termini di benessere animale, senza che sia messo in discussione il paradigma fondante secondo cui gli animali non umani esistono per i bisogni umani? E, ancora, non sono proprio le buone pratiche del benessere animale, dell’allevamento “etico” e dell’uccisione “umanitaria”, ciò che di fatto soffoca ogni ulteriore riflessione critica sull’argomento?

Tuttavia, la questione non è così semplice. Un indizio in questo senso viene dal fatto che il primo teorico dei diritti animali, Lewis Gompertz, il quale auspicava che il veganismo (pur senza dargli tale nome) si estendesse a tutta l’umanità, fu anche co-fondatore della prima associazione per il benessere animale, la RSPCA. Ma senza andare troppo lontano: la prima ragione per cui vi siete trovati a riflettere su questi argomenti non è stata innescata proprio da empatia e compassione, quella che avete provato quando avete assistito all’abuso nei confronti degli animali? Non è proprio il potere di quei sentimenti a spingere verso una riflessione più profonda e, infine, a condurre ai diritti animali? Ad oggi, gli attivisti per i diritti animali non sono forse quasi tutti ancora influenzati da tali sentimenti, quando aiutano gli animali in difficoltà,fanno volontariato nei rifugi e non riescono a divertirsi e a rilassarsi nel tempo libero perché assillati dal  pensiero che gli animali soffrono per mano nostra? Sarebbe possibile, psicologicamente, sacrificare tutta la vita alla causa dei diritti animali se la compassione e l’empatia non ci spingessero a farlo? Non è un dato di fatto che quasi tutte le persone che diventano vegane iniziano riducendo la carne o attraverso un periodo di transizione durante il quale consumano tutta la gamma di prodotti derivati da animali liberi, o rimanendo per un po’ vegetariani (dieta ancora basata sull’uso di animali)? Tutto ciò non significa forse che la differenza filosofica fondamentale tra benessere animale e diritti animali ci fa immaginare un divario ideologico che di fatto non esiste nella realtà psicologica?

Un’altra osservazione spinge anch’essa in questa direzione. Ad oggi, le leggi austriache sugli animali si sono già lasciate alle spalle gli ideali del benessere animale di cui abbiamo parlato. Vediamo alcuni esempi di leggi che vietano in certi ambiti anche l’ utilizzo più “umano” degli animali non umani:

 

• § 6 (2) Legge sugli Animali: Cani e gatti non possono essere utilizzati per la produzione di qualsiasi prodotto animale come pellicce o carne.

• § 25 (5) Legge sugli Animali: È vietato detenere un animale ai fini della produzione di pellicce.

• § 27 (1) Legge sugli Animali: È vietato detenere o utilizzare qualsiasi animale in qualsiasi modo, fatta eccezione per gli animali domestici, in un circo, anche se tali animali non vengono utilizzati a fini di lucro.

•          § 3 (6) Legge sulla sperimentazione animale: È vietato utilizzare qualsiasi specie di primate non umano, cioè scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan e gibbone, in qualsiasi esperimento se questo non nell'interesse del singolo animale. Altre leggi inoltre modificano effettivamente il rapporto uomo-animale nella società e minano il paradigma secondo cui gli animali esistono affinché gli esseri umani possano utilizzarli a loro piacimento:

• § Legge 285 bis del codice civile: Gli animali non sono cose.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita e il benessere degli animali quali coabitanti degli umani.

•          § 41 Legge sugli animali: In ogni Provincia devono essere istituite avvocature per gli animali finanziate dalla Provincia stessa, che possano essere coinvolte in tutti i casi legali in materia di diritto degli animali (ad esempio, tali avvocature possono accedere a tutti i documenti del tribunale, possono convocare testimoni, presentare dichiarazioni di esperti e procedere a ricorsi contro le sentenze in nome degli animali coinvolti).E in Austria ci sono già leggi che vietano esplicitamente l'uccisione di animali, anche qualora venga attuata in modo indolore e “umanamente”:

 

• § Legge 6 (1) sugli animali: È proibito uccidere qualsiasi animale senza motivo.

• § Legge 222 (3) del diritto penale: È vietato uccidere vertebrati senza motivo.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita degli animali quali coabitanti degli umani.

 

Da un punto di vista politico, assistiamo ad una continua transizione da leggi che non limitano in alcun modo l'utilizzo degli animali a leggi completamente animaliste basate sul valore egualitario della vita di ciascun individuo, che è schematizzabile come segue:

 

Nessuna restrizione dell'uso di animali;

 -> Protezione indiretta (il divieto di abusare degli animali quando ciò turba gli esseri umani);

  -> Minima protezione diretta (il divieto di fare soffrire gli animali "eccessivamente");

   -> Protezione rilevante di animali economicamente irrilevanti ("animali da compagnia");

    -> Restrizione rilevante sull’utilizzo economico degli animali (ad esempio, divieto dell’uso di gabbie);

     -> Misure radicali di restrizione sull’utilizzo economico di animali (ad esempio, solo all'aperto);

      -> Divieto di uccidere;

       -> "Diritti deboli" (secondo la definizione di Mary Midgley);

        -> Diritto semplice: fare in modo che la legislazione sugli animali venga applicata;

          -> Diritti fondamentali per alcuni animali (ad esempio, il Great Ape Project);

           -> Diritti fondamentali per tutti gli animali;

            -> Pari valore della vita e della sofferenza di tutti gli animali (incluso l'uomo).

 

Da ciò deriva che, mentre vi è un profondo abisso filosofico tra welfarismo e diritti animali, psicologicamente e politicamente è riscontrabile invece una continuità. Questo significa da un lato che è almeno possibile, se non probabile, che una persona si sviluppi psicologicamente emancipandosi dall’utilizzo di animali, passando per il welfare, per abbracciare i diritti animali. E, dall’altro, si dimostra che è perlomeno possibile – anche se ancora non abbiamo a disposizione dati che rendano tale conclusione probabile – che la società si sviluppi politicamente emancipandosi dall’uso degli animali a partire dal benessere animale per sancire i diritti animali. Il minimo che in questa fase storica possiamo affermare è che un tale sviluppo non  può essere escluso a priori.

 

Il modo più semplice per vivere: consumare prodotti di animali da allevamento

 

L’esperienza di decenni di campagne di sensibilizzazione al veganesimo ci mostra quanto sia difficile raggiungere la persona media attraverso messaggi incentrati sui diritti animali. Il modo più semplice per condurre qualcuno alla scelta vegana è quello di esporlo ad un ambiente sociale vegano. I gruppi di animalisti sanno bene, infatti, che spesso i nuovi attivisti non sono vegani quando si avvicinano all’attivismo. In generale, però, anche senza fornire argomenti razionali, le persone attive all'interno di un gruppo vegano inizieranno presto a vivere da vegani senza necessità di un innesco esterno. Per animali sociali come gli esseri umani l'ambiente sociale ha una influenza molto forte sul loro comportamento. Questo significa che in una società strettamente specista come la nostra quasi tutti coloro che vi crescono e vivono saranno specisti nel loro modo di pensare e di agire e sarà molto difficile cambiare tale dato di fatto, soprattutto ricorrendo esclusivamente ad argomenti razionali.

Immaginate che tali persone speciste siano improvvisamente influenzate da un servizio sui media, o ad una Summerfest vegan visitata di passaggio, o da una lunga chiacchierata in una fattoria vegana, ecc., diventando consapevoli del problema e quindi disposte ad una svolta vegana. Ciò che frequentemente accade è che questo effetto non dura a lungo e che, non importa quanto siano state convinte della scelta vegana, prima o poi ricominciano a cibarsi di prodotti di origine animale. Perché?

In una società strettamente specista come la nostra serve molta energia per essere vegani. C'è la pressione psicologica esercitata dal non essere più considerati “normali”, dallo spiccare all’interno della società. Improvvisamente ci si ritrova ad essere in conflitto con il proprio gruppo di appartenenza e con la propria famiglia: da un lato, quando improvvisamente inizierete a prestare attenzione a ciò che mangiate o comprate, o a leggere ogni dettaglio sull’etichetta di un prodotto, vi considereranno complicati o anche fondamentalisti; dall’altro, potrebbero semplicemente sentirsi criticati dal vostro comportamento: dopo tutto, vi rifiutate di mangiare, per motivi etici, la stessa cosa che mangiano loro.

Ma i problemi non finiscono qui. Sul posto di lavoro, nel tempo libero, durante la spesa quotidiana, nei ristoranti, ecc., per tutto il tempo la scelta vegana richiede una considerevole quantità di energia per giustificare quello che si fa, per porre domande scomode, per fare innervosire gli altri, per non comprare qualcosa come invece si avrebbe voluto e non acquistare ciò che è più economico e semplice da reperire. Continuamente si disperde più tempo ed energia di quella altrimenti necessaria e questo finisce per logorare la motivazione originale anche nella persona più determinata. In aggiunta, anche se si investe così tanto, non sembra di ottenere niente in cambio! Il numero di animali macellati non diminuisce e la società non sembra cambiare di una virgola. Lentamente, la motivazione originale si spegne fino ad appiattirsi sul livello del mainstream e ci si lascia nel trasportare dal flusso. L’esperienza vegana ha così termine e rimane in attesa di giorni migliori. Questo accadrà soprattutto in tempi di crisi, o quando si verificano grandi cambiamenti nella vita, ad esempio quando si cambia il lavoro o il partner, quando si mette su famiglia o si trasloca. Lo stress aggiuntivo e il fatto che improvvisamente alcuni altri importanti aspetti della vita richiedono tutta l’attenzione possono allontanare dal veganismo; on si ha più la motivazione per investirvi così tanto tempo ed energia.

 

Tali osservazioni possono essere rese più chiare immagine dal seguente schema:

 

Ipotesi della stabilità

 

Il sistema (politico, economico) determina la struttura della curva

 

Vivere fuori dall’avvallamento della curva costa energia, si “rotola indietro” se non si investe ->

È necessaria una notevole dose di motivazione; non è sostenibile e stabile a lungo termine

-> il sistema deve cambiare: atteggiamenti sociali, disponibilità di prodotti vegan, leggi…!

 

 

Il modo in cui la società è organizzata, il sistema, modifica la continuità lineare da un uso illimitato degli animali attraverso il benessere animale fino ai diritti animali (sopra) in una superficie strutturata (sotto). I singoli esseri umani possono essere considerati come sfere su tale superficie. Senza apporto di energia supplementare, le sfere finiscono rapidamente nell’avvallamento. Nella nostra società ciò significa consumare prodotti industriali di animali da allevamento. Prendiamo, ad esempio, qualcuno che voglia divertirsi assistendo a combattimenti clandestini o alla tortura di animali. In tal caso costui o costei si muove verso il picco in alto a sinistra. Poiché tali attività sono illegali e reputazione sono sanzionate socialmente, ci vuole molta energia per resistere in quella posizione e,infatti, il picco è molto ripido. C’è bisogno di essere fortemente motivati per rimanere in quel punto. Se si perdesse interesse, presto si tornerebbe nell’avvallamento.

D'altra parte, se una persona  intende muoversi verso l'utilizzo di prodotti organici di origine animale di tipo free-range, o anche verso il vegetarianismo o il veganismo, significa che si sposta sulla curva verso destra. Ma si muove anche verso l'alto e, se intende rimanere lì o spostarsi ulteriormente verso destra, allora necessita di una quantità sempre maggiore di energia. Coloro che non possono sostenere un simile dispendio di energia, che perdono la determinazione ad investire così tanto e a nuotare continuamente contro corrente, semplicemente rotoleranno indietro. Se ci si muove con la massa, si finisce per conformarsi e consumare prodotti di origine animale derivati dallallevamento industriale,, di che è gran lunga il modo di vivere più semplice e il meno dispendioso in termini di tempo.

 

Verso una società vegana attraverso il cambiamento di sistema

 

Perché abbia un effetto politico sulla società, un evento singolare come quello di una persona che diventa vegana dovrebbe avvenire in massa. In Austria, ogni anno 80.000 persone muoiono e sempre circa 80.000 persone nascono o vi si trasferiscono. Pertanto per cambiare la società in questo modo, ci dovrebbe essere un tasso annuo di persone che diventano vegane molto superiore al numero indicato. In realtà, siamo ben lontani da questo. Il primo ristorante vegetariano etico è stato inaugurato in Austria nel 1878. Da allora, e soprattutto intorno al 1900, ci sono stati molti individui e gruppi che hanno cercato di convincere altre persone ad optare per una dieta a base vegetale, ma con tutti i loro sforzi, non ci sono ancora riusciti. Centotrenta anni di campagne affinché gli umani diveissero vegetariani o vegani non hanno avuto alcun impatto significativo sulla società. Sembrerebbe che la pressione della nostra società specista impedisca che un numero sufficiente grande di persone diventi vegano e lo rimanga abbastanza a lungo per poterla cambiare. Dopo 130 anni di tentativi, nessuna rivoluzione vegana è in vista. E non vi sono segnali di un imminente cambiamento in tal senso.

Uno studio commissionato nel 2004 all’IFES[4] in Austria conferma questa osservazione. Quando agli intervistati è stato chiesto se erano d'accordo con il divieto di mettere in gabbia le galline ovaiole, l'86% ha risposto che avrebbe voluto che questa pratica fosse vietata, ma allo stesso tempo l'80% delle uova che vengono acquistate in Austria provengono da aziende agricole che allevano in batteria. Evidentemente, nonostante la maggior parte delle persone fosse già convinta che l'ingabbiamento delle galline costituisca una fattispecie di maltrattamento e quindi non sia etico, ha continuato a comprare proprio quei prodotti che apparentemente disapprovava. Tutto ciò non perché non fossero consapevoli. Al contrario lo erano, ad esempio quando venivano intervistati nei supermercati. Di fatto, le uova provenienti da allevamento in gabbia sono chiaramente etichettate, sull'uovo e sulla confezione. La spiegazione risiede semplicemente nel fatto che le uova provenienti da allevamento in batteria erano facilmente disponibili, più economiche, presenti in tutti i prodotti come pasta e dolci, e puntualmente servite in ristoranti e alberghi. Evitare le uova provenienti da sistemi in batteria avrebbe richiesto molta energia e il pubblico non era preparato ad investirla, soprattutto perché molti di quelli che lo hanno fatto non hanno poi riscontrato alcun cambiamento significativo nella società e ben presto, anche solo per questo motivo, hanno rinunciato abbandonato la loro precedente scelta. Se si decide di optare per il modo più semplice di vivere e si decide di muoversi con la massa, si devono consumare uova di batteria, i senza tener conto  delle proprie opinioni né se tale comportamento sia etico o se vada vietato.

Il movimento animalista, però, può anche utilizzare a proprio vantaggio questa tendenza maggioritaria quella di muoversi con la massa e di vivere lo stile di vita più semplice. Abbiamo già osservato come il modo più diretto per convincere le persone alla scelta vegana è quello di esporle ad un ambiente sociale vegano. Le sette religiose utilizzano questa caratteristica degli animali sociali per formare gruppi affiatati, separati dal mondo esterno, e all’interno dei quali la setta è in grado di  mantenere uno stile di vita considerato bizzarro dal resto della società. Se i membri della setta rimanessero inseriti nella società normale, non sarebbero in grado di sostenere le loro scelte. Il movimento animalista, tuttavia, non ha la propria ragione di esistere nella sola creazione di alcune piccole comunità vegane all'interno di grandi società. Il movimento vuole cambiare la società nella sua interezza. Come realizzare tale obiettivo?

Consieriamo i dati. Nel 1996, il movimento austriaco per i diritti animali decise di avviare una campagna contro i circhi con animali selvatici. A quel tempo, la maggior parte delle persone probabilmente non si interessava dell’argomento; per quanto riguarda la restante minoranza, la maggioranza era sicuramente a favore dei circhi con animali selvatici e non vedeva alcun motivo per cui condannare eticamente questa tradizione. Allo stesso modo anche i media circhi erano favorevoli. Nel 2005 è stato introdotto il divieto di circhi con animali selvatici e, come conseguenza, in Austria scomparvero i circhi con animali selvatici, né fu permesso che ne arrivassero dall’estero. Da quell'anno, nessuno in Austria può più assistere ad uno show circense con animali selvatici.

E nessuno ne sente la mancanza! La campagna ha avuto un successo del 100% per quanto riguarda il cambio di comportamento degli austriaci. Tuttavia, durante la campagna  nessuno ha cercato di cambiare la mente delle persone. La strategia non è mai stata questa. La campagna ha semplicemente rimosso i circhi dall’Austria. Pur non avendo cambiato le menti delle persone, ciò ne ha comunque cambiato il comportamento. Invece di andare al circo, la gente ha cominciato a passare il tempo libero con i propri figli in modo modi differenti. Il cambiamento di sistema – nessun circo con animali selvatici – ha portato ad un cambiamento del 100% nel comportamento. Nello schema precedente, ciò significa spostare l’avvallamento più a destra verso il benessere animale. Il modo più semplice di vivere diventa quello con circhi senza animali selvatici. Se ancora qualcuno ci volesse andare, dovrebbe  andare all’estero. Sostenere questo modo di vita, cioè assistere a spettacoli circensi con animali selvatici, significherebbe un enorme investimento in termini di energia, che quasi nessuno è disposto a fare.

Ma gli effetti del cambiamento di sistema vanno oltre. Già oggi, i media hanno cominciato a esprimersi negativamente sui circhi stranieri con animali selvatici. Le regole della socializzazione, come delineato in precedenza, implicano che dopo una o due generazioni cresciute in una società in cui i circhi con animali selvatici sono stati vietati per motivi etici, anche gli atteggiamenti cambiano. I circhi con animali selvatici sono considerati come forme di abuso da risalenti ad un tempo ormai passato, quando meno minore era il rispetto per gli animali. In Austria questa posizione è sempre più frequente.

Ecco un altro esempio a sostegno di questa tesi. Diamo un'occhiata alla campagna contro le uova provenienti da allevamenti in batteria. Nel 2005 il movimento animalista ha deciso di lanciare una campagna per bandire le uova provenienti da tali allevamenti dagli scaffali di tutti i supermercati austriaci. All’epoca l'86% della popolazione considerava l'allevamento in batteria come immorale, ma solo il 20% agiva di conseguenza non acquistando queste uova. La campagna, di nuovo, non aveva lo scopo di cambiare la mente delle persone. Sarebbe stato inutile, poiché, dopo tutto, molte persone erano già contrarie all’allevamento in batteria. Così, la campagna ha attaccato supermercati e negozi che vendevano uova prodotte in batteria. Ed ha avuto successo. Dal 2007 in Austria è diventato impossibile acquistare qualsiasi tipo di uova provenienti da batteria, incluse quelle prodotte in sistemi con gabbie “arricchite”[5].

Cosa è accaduto ai consumatori? Si sono adattati rapidamente. Nessuno ha sentito la mancanza delle uova prodotte in batteria. A quel punto, il modo più semplice di vivere era non acquistare tali uova. Ed è esattamente quello che è successo. La campagna, di nuovo, non ha cambiato il modo di pensare di nessuno, ma il cambiamento del sistema ha avuto un successo del 100% nel modificare il comportamento delle persone: nessuno ha più acquistato le uova prodotte in batteria.

I dati riportati forniscono chiari elementi di prova: mentre il tentativo di cambiare la mente delle persone ha un successo limitato e poca influenza sul loro comportamento, cambiare il sistema porta a un successo del 100% nel modificare i comportamenti. Applicando questi risultati al veganismo, dobbiamo concludere che gli attivisti politici del movimento per i diritti animali dovrebbero in primo luogo cercare di cambiare il sistema e non le menti delle persone. Quest'ultima strategia è semplicemente senza speranza. Se si persegue tale obiettivo in maniera esclusiva, non si otterrà alcun effetto sulla società nel suo insieme.

un Consideriamo il seguente esempio. Supponiamo di voler sottrarre un pezzo di terra al mare, per creare un nuovo spazio abitabile. Cercare di modificare la mente delle persone è come cercare di rimuovere l'acqua del mare con un cucchiaio. Si potrebbe arrivare a una qualche riduzione del livello dell’acqua, ma il quadro generale non cambierebbe. Non si raggiungerebbe mai un numero sufficiente di persone che, rimuuovendo l’acqua con i cucchiai, potesse far emergere la terraferma. In questo caso, si potrebbe ottenere un cambiamento di sistema, ad esempio, ricorrendo ad un escavatore per costruire una diga. A questo punto l'acqua sulla terra si troverebbe isolata da quella del mare. Il sistema è cambiato. Non dobbiamo più rimuovere l’acqua, dobbiamo solo lasciare che la natura faccia il suo corso e aspettare il tempo necessario perché l'acqua si asciughi così da poter utilizzare la terra. Il cambiamento di sistema non è avvenuto rimuovendo le singole gocce, ma attuando un cambiamento duraturo dell’insieme.

Nello schema precedente della superficie strutturata, un cambiamento del sistema significa spostare l’avvallamento a destra. Se ci riusciamo, allora le persone seguiranno il cambiamento, rotoleranno verso il nuovo avvallamento, comportandosi in modo diverso, senza che si debba convincerle una dopo l’altra. Che le uova in batteria non siano più disponibili è, ad esempio, uno spostamento dell’avvallamento verso destra nella direzione in cui le uova da fienile diventando la norma, le quali rappresentano un miglioramento del benessere degli animali. In definitiva, dobbiamo puntare allo spostamento dell’avvallamento a destra verso i diritti animali e il veganismo. Quando non ci saranno più prodotti non-vegani disponibili, allora la gente diventerà automaticamente vegana e in poche generazioni questo sarà l'atteggiamento accettato dalla società nel suo complesso.

 

Cambiare il sistema indebolendo le industrie animali

 

Come si può spingere l’intero sistema verso il veganismo? In una democrazia parlamentare, in linea di principio la popolazione può decidere in che direzione il sistema debba muoversi. In realtà, e tanto più dal momento che la nostra società è basata su una democrazia rappresentativa e non diretta, la cosa non è così facile. La gente può votare ogni cinque anni e solo scegliendo alcuni rappresentati manciata tra un numero limitato di persone o partiti. Vale a dire che votando essi vanno a sostenere un intero complesso di idee e non soltanto una.

Una volta mandati al governo, i nostri rappresentanti possono non comportarsi esattamente  come avremmo voluto, e, se le loro decisioni si discostano parecchio dal nostro punto di vista, può scatenarsi uno scandalo. Maggiore è lo scandalo, maggiore è l'insoddisfazione della gente e più è probabile che il partito al governo non venga rieletto. Quindi i governi sono molto cauti nello scatenare conflitti con la società. Vogliono evitarli. Se ne scoppia uno, cercano di risolvere il problema. D'altra parte, se non ci sono conflitti, se tutto è tranquillo, se la critica ha assunto toni tolleranti e amichevoli, significa che non ci può essere molta insoddisfazione, quindi il governo non promuove  alcun cambiamento per garantirsi la rielezione.

Di conseguenza, i cambiamenti nel sistema avvengono soltanto attraverso conflitti sociali. Tutto inizia con un solo segmento della società che, decisamente insoddisfatto dello status quo in un determinato ambito, quindi inizia a sollevare un polverone. Se il polverone cresce fino a diventare un conflitto vero e proprio, il governo dovrà reagire. Il governo infatti ha bisogno di tenere il conflitto sotto controllo in modo da non rischiare una degenerazione e, alla fine, essere rimosso dall'incarico. In un conflitto tra due parti ciò significa che il governo sarà dalla parte di coloro che sono maggiormente in grado di esasperare il conflitto, di scatenare più scalpore, di esercitare la maggiore pressione politica. Ovviamente può essere di vitale importanza che l’opinione pubblica si schieri per una o per l'altra parte. L’agitazione mossa da uno degli schieramenti crea molta più pressione politica se agli occhi dell’opinione pubblica la loro è una causa giusta. Nella questione animale, il conflitto è tra il movimento animalista e coloro che sfruttano gli animali. Chiamiamo questa fazione  industria animale. Il conflitto sociale per un cambiamento di sistema che contempli la fine dello sfruttamento degli animali, vale a dire il veganismo, è un conflitto diretto tra il movimento animalista e l’industria animale. La parte che è in grado di produrre più pressione politica sarà quella che alla fine vincerà. All’inizio l’opinione pubblica risulta indifferente ed è il bersaglio della guerra di propaganda tra le due fazioni. Ognuno cerca di tirare il pubblico dalla propria parte. Dal momento che l’industria animale è molto potente e politicamente influente, realizzare cambiamenti del sistema contro la sua volontà è molto difficile, anche se non impossibile. È molto importante distinguere a questo punto tra l’industria animale che è nemica del cambiamento, l’opinione pubblica in veste di osservatore per la cui simpatia entrambe le fazioni si battono, e il governo, il giudice per così dire, che entrambe le parti cercano di condizionare con la pressione politica che sono in grado di esercitare.

Quando si riflette sulla teoria politica, è di vitale importanza basare le proprie idee sui dati e sull'esperienza diretta per stabilire se stiamo ancora parlando della realtà piuttosto che di sogno o finzione. La politica è l'arte di cambiare la società. La politica è puramente consequenzialista, cioè il suo valore deve essere valutato esclusivamente sulla base delle conseguenze che determina. La buona politica conduce ad una società migliore, la cattiva politica ad una peggiore. Quando si parla di un cambiamento politico ci sono molti parametri che possono non essere considerati ma che possono influenzare il risultato. Quindi un pensiero rigorosamente teorico può molto facilmente portare fuori strada. Come faccio a stabilire se un dato fattore che punta in una certa direzione avrà più o meno effetto rispetto ad un altro che punta altrove? Solo attraverso l'esperienza pratica. Che tipo di esperienza può  essere utile in questo caso? Che cosa dicono i dati a proposito della teoria qui presentata?

La campagna contro i circhi con animali selvatici in Austria era diretta contro i circhi e solo marginalmente nei confronti del pubblico. La tattica era quella di protestare in modo permanente di fronte ad ogni luogo  dove si svolgeva uno spettacolo con animali selvatici, al fine di rovinare il divertimento dei visitatori. Questo approccio conflittuale ben presto ha portato ad una escalation del conflitto. I circensi sono ricorsi alla violenza e hanno aggredito fisicamente molti attivisti in diverse occasioni, a volte molto seriamente e premeditatamente. Il movimento ha reagito con tre attacchi incendiari. Inoltre, i circensi hanno avviato una serie di cause legali contro la campagna, mentre gli attivisti segnalavano le violazioni dei regolamenti alle autorità. Dopo sei anni, ogni singolo circo con animali selvatici aveva dichiarato fallimento. Il governo fino a quel momento non aveva reagito, dato che il conflitto non aveva mai raggiunto una soglia rilevante in termini di gravità, né l’opinione pubblica o i media avevano prestato molta attenzione alla questione.

Alla fine i circi con animali selvatici sono stati banditi. Senza alcuna opposizione è stato facile introdurre un divieto. In questo conflitto, indebolendo e, infine, abolendo completamente le industrie animali, sono stati conquistati un divieto e un cambiamento permanente del sistema.

Un altro esempio da considerare è la campagna contro gli allevamenti di galline in batteria. In questo settore le industrie animali erano molto potenti e non potevano essere affrontate direttamente. Con la minaccia di un disastro economico, di incrementare la disoccupazione, di chiudere importanti industrie a livello locale e di scatenare una drastica riduzione nel pagamento delle imposte, la loro influenza sui governi locali, regionali e federali era enorme e il movimento non sufficientemente forte per scontrarsi con loro. Per ciò che concerneva l’opinione pubblica, però, il movimento non doveva ripartire da zero. Per decenni questa era informata che gli allevamenti in batteria sono esempi perfetti di maltrattamento di animali. Anche i libri per bambini ne parlavano e in tutte le scuole l’allevamento in batteria è stato un argomento di discussione. Per questo motivo, nel 2004, già l’86% dell’opinione pubblica era favorevole a vietare l’allevamento in batteria.

Tutto ciò da solo, però, non avrebbe cambiato nulla. Come detto in precedenza, l'80% delle persone continuavano ad acquistare uova prodotte in batteria ed il governo non aveva alcun motivo di agire, poiché apparentemente non vi era alcun conflitto. In questa situazione, il movimento animalista ha deciso di iniziare una campagna per abolire le gabbie da batteria, ossia per promuovere il divieto di  ogni forma di questo tipo di ingabbiamento, tra cui le cosiddette gabbie “arricchite”. In Parlamento la situazione era favorevole visto che i socialisti ed i verdi all’opposizione raggiungevano insieme quasi il 50% dei parlamentari. Contro questa coalizione solo i conservatori al governo si sarebbero opposti, spinti dalla pressione politica della potente industria dell’allevamento in batteria.

È per questo che il movimento si concentrò sui conservatori e li boicottò in tre elezioni successive (due provinciali e una presidenziale). Molti manifesti di propaganda elettorale dei conservatori vennero rimossi o resi illeggibili mentre quelli anti-conservatori  venivano lasciati ovunque. L’operazione risultò così efficace che i conservatori pagarono agenzie di sicurezza notturna per salvaguardare i propri manifesti e in effetti si verificarono una serie di scontri con gli attivisti. Inoltre, gli attivisti iniziarono a disturbare tutti i comizi elettorali conservatori ed organizzarono una campagna anti-conservatori caratterizzata da un messaggio inequivocabile: coloro che votano per i conservatori votano a favore dell’allevamento in batteria. Al culmine di questo conflitto, il giorno prima delle elezioni in una provincia, il leader del partito conservatore saltò giù dal palco dove stava tenendo il suo ultimo discorso elettorale e se la prese con l’attivista più vicino, prendendolo a pugni in faccia e strappandogli la bandiera. Il giorno dopo capeggiava la notizia nelle prime pagine di tutti i giornali: il leader del partito conservatore prende a pugni gli attivisti per i diritti animali! Ed il partito conservatore perse il 50% dei voti in quelle elezioni!

In un’altra provincia in cui erano al governo, i conservatori persero la maggioranza e furono scavalcati dai socialisti. Nelle elezioni presidenziali la pressione crescente divenne così forte che il candidato presidenziale dei conservatori si sentì in dovere di sostenere nella sua ultima conferenza stampa di essere personalmente favorevole al divieto di allevare in batteria. Quando persero anche queste elezioni, i conservatori cedettero. La pressione politica del movimento animalista aveva superato l'influenza politica delle industrie animali. Nel 2005, il divieto assoluto dell’uso di qualsiasi gabbia per le galline ovaiole, tra cui anche le gabbie “arricchite”, venne varata in Parlamento e divenne effettiva nel 2009. Tutti coloro che presero parte in prima persona a questa campagna elettorale ritengono che sia stata l’entità della pressione politica esercitata a portare a questa decisione. In un conflitto aperto, con l'aiuto della simpatia e di un ampio consenso dell’opinione pubblica, il movimento ha sconfitto l’industria animale costringendo la potente lobby avicola alla resa. Ciò ha aperto la strada ad un cambiamento di sistema. Oggi in Austria,come detto, nessuno può più acquistare uova di galline allevate in batteria.

Si potrebbero fornire numerosi altri esempi a sostegno di queste affermazioni, come la campagna contro le gabbie dei conigli grazie alla quale il governo è stato costretto a ritirare il compromesso sulle raggiunto sulle gabbie “arricchite” e ad accettare di promulgare un divieto totale entro la fine del 2012. Vi è, però, un altro esempio che vale la pena descrivere più in dettaglio. In una regione nella provincia dell’Alta Austria, la cattura di uccelli canori è una tradizione profondamente radicata, pertanto derubricata dal divieto generale di cattura di animali. Quando in Austria la legge per gli animali questione divenne legge federale, il divieto di cattura di animali fu esteso anche all’Alta Austria. Il governo aveva trascurato il fatto che il divieto di tale pratica in questa regione andava a  rappresentava scontrarsi con una tradizione radicata e contro la potente ed influente lobby dei cacciatori è capace di intimidire tutti i partiti politici. Tuttavia, la sua influenza si estende sì a tutta la provincia, ma non al governo federale. D'altra parte, il movimento animalista è in grado di esercitare molta più pressione politica a livello federale che a quello provinciale delle zone rurali dell'Alta Austria.

Ora, quando il governatore dell'Alta Austria si rese conto che la nuova legge avrebbe vietato la cattura di uccelli anche nella sua provincia, intervenne cercando di indurre il Ministero per le politiche sugli animali ad introdurre nella legge una deroga riguardante la cattura di uccelli canori nell’Alta Austria. Senza alcun’altra influenza, il ministro si decise in tal senso propose la deroga. Al che, il movimento animalista si oppose iniziando una campagna molto conflittuale contro il ministro, che per mesi proseguì con dimostrazioni giornaliere di fronte al suo ufficio e con il boicottaggio di tutte le sue apparizioni pubbliche. Egli infine dovette cedere a queste pressioni rinunciando alla deroga. Il governo provinciale, però, che è tenuto a far sì che le leggi siano rispettate localmente, sotto l’influenza dei cacciatori di uccelli, decise semplicemente di non dare corso alle sue prerogative.

Riassumendo, solo il conflitto politico all'interno della società tra il movimento animalista e l’industria animale può portare alla promulgazione di nuove leggi e controllare che siano effettivamente applicate. La fazione che riesce a raccogliere più favore e ad esercitare maggiore pressione politica, vince. La legge risultante dal conflitto determina il sistema sociale che definisce di fatto come le persone si debbano comportare e come gli animali vengano trattati.

L’opinione dei singoli o della maggioranza della società è di importanza secondaria. Non è stata l’opinione larga costituita dalla schiacciante maggioranza di persone contrarie alle uova prodotte in batteria a proibire questa forma di allevamento o a fermarne la vendita dei prodotti, bensì la pressione politica ed il conseguente cambiamento di sistema hanno mutato la società e la condizione degli animali.


Un cambiamento incrementale di sistema conduce all’affermazione dei diritti animali?


I dati presentati fino ad ora indicano che un cambiamento di sistema può essere ottenuto attraverso un conflitto politico con l’industria animale. Se il sistema cambia, però, è per condurre al veganismo alla fine dell’intera industria animale. Può l’industria animale scomparire completamente grazie ad un processo di vittorie “passo dopo passo” che conducano a riforme incrementali? Da un punto di vista puramente teorico, la continuità psico-politica che va dall’utilizzo degli animali, passando dal benessere animale, fino ai diritti animali suggerisce che ciò è possibile.

Una società senza alcuna restrizione sull’utilizzo di animali considera i non umani come beni, ad uso e consumo degli umani, senza riconoscere loro alcun valore etico. Questo tipo di società non può provare alcuna empatia o compassione per gli animali. Un ottimo esempio è la situazione in austriaca antecedente alla promulgazione della prima legge sugli animali. Storicamente, da quel momento iniziale, si svilupparono gradualmente la compassione verso gli animali e leggi a favore del loro benessere. In questa fase, il vegetarismo etico poté ottenere supporto già a partire dalla fine del XIX secolo. Lentamente, le prime idee sui diritti animali presero forma e, a partire dal 1980, sorse un vivace e fiorente movimento animalista. L'ideologia e il movimento dei diritti animali hanno, dunque, le loro radici politiche e psicologiche nel protezionismo.

Analogamente, il cambiamento persone dei singoli procede in genere dalla compassione e da sentimenti di protezione – che possono anche condurre a un minore consumo di prodotti animali (o, più facilmente, al solo consumo di prodotti derivanti da animali allevati in modo non intensivo) – fino al vegetarismo, ed infine ad una visione pienamente animalista e al veganismo. Psicologicamente, la compassione e il protezionismo sono alla base dell’animalismo.

È possibile fornire dati ulteriori a sostegno di questa tesi. Nel 1998, dopo una lunga e dura campagna di protesta, l'Austria introdusse il divieto di allevare “animali da pelliccia” in sei province. Nelle restanti tre una nuova legge sugli animali limitò l'utilizzo di “questi animali. Era legale solo allevare volpi sul terreno e visoni in luoghi con piscine dove potessero nuotare; le gabbie furono vietate. Tuttavia, questa classica normativa sul benessere animale basata sul concetto di sfruttamento “umano" condusse sette anni più tardi al divieto assoluto di tutti gli allevamenti di “animali da pelliccia”,. Questa legge va ovviamente ben oltre il benessere animale e si spinge in direzione dei diritti animali. Essa afferma che gli animali non umani non esistono per essere sfruttati dagli umani, in quanto il vantaggio di produrre pellicce non giustifica la loro prigionia e uccisione neppure se condotte in modo più “umano”. Anche considerando il divieto di usare gabbie, questa legge è molto più vicina ai diritti animali nel continuum che va dal welfare ai diritti. Eppure, essa nacque sulla base di una vecchia legge sul benessere animale.

Il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” mostra che l'industria pellicce basata su questa forma di sfruttamento è indebolita, visto che, almeno in Austria, questo settore produttivo è stato completamente eliminato. D'altra parte, questa legge non ha ridotto la quantità di pellicce vendute in Austria, poiché i pellicciai si sono rivolti al mercato di importazione. Questo significa che il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” non può essere interpretato come un progresso nella direzione dei diritti animali?

Il movimento animalista austriaco può indurre un cambiamento diretto solo in Austria, ma la legge austriaca contro le pellicce è diventata un esempio da seguire per diversi altri paesi e ora una qualche forma di divieto al proposito è stata promulgata almeno in Gran Bretagna, Scozia, Galles, Italia, Croazia, Olanda e Svezia. Se un tale divieto è stato introdotto in un numero sempre crescente di paesi e un giorno magari lo sarà in tutta l'Unione Europea, a quel punto potrà essere introdotto anche un divieto di importazione, come quello già esistente che vieta l’importazione di prodotti di cane e gatto, e probabilmente in un futuro ormai prossimo di prodotti di foca. Ciò rappresenterebbe un cambiamento di sistema tale da spingere tutti i cittadini dell'UE a far più uso di pellicce. Non vi è poi alcun motivo per cui altri continenti non possano seguire l'esempio se i rispettivi movimenti per i diritti animali fossero capaci di sufficiente pressione politica da ottenere divieti leggi simili. Alla fine la produzione di pellicce potrebbe cessare in tutto il mondo. In questo senso, la legge austriaca che vieta l’allevamento di “animali da pelliccia” è senza dubbio un primo passo verso la scomparsa della pelliccia come prodotto di consumo, cioè verso la fine dello sfruttamento di qualsiasi animale per la sua pelliccia.

Prendiamo ora in esame il divieto dell’allevamento di galline in batteria. A differenza di quello sugli “animali dapellicce pelliccia”, questo non comporta la cessazione  della produzione di uova in Austria. Tuttavia, tale divieto ha portato comunque ad una riduzione del numero di uova prodotte (e il numero di galline sfruttate) del 35%! Dalla suaintroduzione , infatti, il numero di galline ovaiole in Austria è diminuito proprio del 35%. La ragione di ciò è duplice. In primo luogo, un allevamento estensivo per la produzione di uova può contenere solo circa la metà delle galline allevate in un allevamento in batteria delle stesse dimensioni. Questo perché nell’allevamento estensivo le galline hanno molto più spazio a disposizione e il numero di piani di gabbie impilati l’uno sopra l'altro è minore. Inoltre, poiché le galline possono muoversi liberamente all'interno del capannone, usano molta più energia ottenuta dal cibo per il movimento e la produzione di calore. Quindi, una gallina in un allevamento estensivo ha bisogno di una quantità di cibo doppia rispetto ad una gallina in batteria per produrre la stessa quantità di uova! Ciò implica che la produzione di uova con questo sistema è diventata almeno due volte più costosa.

Il divieto di allevamento in batteria ha avuto come conseguenza una drastica riduzione della quantità di galline coinvolte e un drastico aumento dei costi di produzione. Finora l’industria avicola non ha avuto il coraggio di caricare tale aumento dei costi direttamente sul prezzo delle uova, conspaevole che per i consumatori il fattore più importante per determinare quali prodotti acquistare è il prezzo. Tanto più i prodotti diventano costosi, tanti meno ne verranno acquistati.

Eppure è proprio questo l’effetto che il movimento animalista potrebbe sfruttare a proprio vantaggio. Se il movimento riuscisse, contro la resistenza dell’industria animale, ad introdurre leggi più rigide in materia di animali, leggi che riducano la capacità di produzione ed aumentino i costi di produzione, ciò indebolirebbe fortemente l’industria animale. I consumatori comprerebbero meno i prodotti divenuti più costosi, cambiato senza bisogno che cambi la loro opinione loro circa la giustificabilità etica di un tale acquisto. Carne e uova molto costose diventerebbero beni di lusso da consumare meno frequentemente. L'industria animale sopravvissuta sarebbe così enormemente ridotta e indebolita, e ciò potrebbe risultare, in un successivo conflitto con il movimento animalista, in una minore capacità di influenza e di opposizione ad ulteriori riforme ed all’inasprimento delle restrizioni sulla produzione animale. In questo modo le alternative vegane acquisirebbero una maggiore possibilità di prevalere sul libero mercato eliminare conducendo alla fine dei prodotti di derivazione animale. Per quanto riguarda la carne, la più grande speranza di alternative vegane sta nei sostituti vegetali e nelle colture di cellule muscolari in vitro[6].

Se questo cibo del futuro potesse affermarsi sul mercato, ntrerebbe in concorrenza diretta con la carne animale. Qualora leggi severe sul benessere animale rendessero la produzione di carne animale ancora più costosa, la situazione propizia diventerebbe favorevole e potrebbe permettere alla carne proveniente dall’ingegneria tessutale di vincere la sfida. Ciò accelererebbe ulteriormente il processo di abolizione della produzione animale, dal momento che l’indebolimento delle industrie del settore renderebbe più facile l’approvazione di leggi ancora più restrittive. Se la carne in vitro riuscisse a sradicare completamente i prodotti a base di carne animale, il divieto di ogni forma di allevamento arriverebbe sorgerebbe spontaneamente e così saremmo riusciti a raggiungere quanto prefisso senza che le persone siano prima diventate vegane. In realtà, molte persone potrebbero continuare a mangiare la stessa  quantità di carne, delle fatta con le medesime cellule, ma è prevedibile che la continuità psicologica tra il benessere animale e i diritti animali condurrà ad una modificazione dell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso i diritti animali e il veganismo. Quando ogni utilizzo degli animali sarà vietato, i diritti animali saranno immediatamente applicati.


Le riforme sul benessere animale favoriscono il convincimento secondo cui gli animali esistono per gli umani?


Grazie al lavoro del movimento animalista, l’idea di benessere animale ha assunto una valenza positiva che viene utilizzata per scopi pubblicitari. Le industrie animali hanno iniziato a e farne uso per commercializzare i propri prodotti, spesso senza che il loro modo di trattare gli animali abbia effettivamente nulla a che vedere con il benessere di questi ultimi. Di conseguenza, le deboli leggi per il benessere animale, come quelle che garantiscono un po’ più di spazio per le galline in batteria, potrebbero diventare un trampolino di lancio per tale pubblicità senza che le industrie siano danneggiate, dal momento che i cambiamenti che quelle leggi impongono non influenzano in modo significativo i costi di produzione. Tuttavia, questo effetto non va sopravvalutato, poiché le industrie animali farebbero pubblicità comunque e gli effetti della pubblicità di solito non sono duraturi.

È invece un altro aspetto ad essere spesso citato quale argomento contro il riformismo per il benessere animale. Se alcuni prodotti sono venduti come “animal friendly”, soprattutto quando le organizzazioni protezioniste e animaliste li promuovono, in qualche modo i consumatori che si interessano alle questioni degli animali e avrebbero potuto essere convinti da argomenti animalisti  più radicali potrebbero acquietare la loro coscienza e consumare questi prodotti senza pensarci due volte. In questo modo, tali riforme potrebbero ostacolare la diffusione di un messaggio sui diritti animali e sul fatto che lo sfruttamento di animali non umani vada messo in discussione senza sconti.

Se  ciò sia vero, e quanto sia importante, è puramente una questione di psicologia e la questione deve essere risolta da studi sugli effetti dei messaggi pubblicitari. È un dato di fatto che al momento non ci sono dati a supporto di questo convincimento. Non ci sono indicazioni empiriche che questo effetto abbia realmente un impatto significativo sulla società. In effetti, sembrerebbe esserci un effetto opposto, che potrebbe anche avere conseguenze più profonde. Un’immagine positiva del benessere animale, dopo tutto, significa che la compassione e l'empatia per gli animali hanno un valore maggiore, implicando un favore più ampio per ulteriori riforme sul benessere animale. E se le persone si aprono ad un’idea di benessere animale ed alle sue motivazioni di fondo, l'esperienza mostra che hanno probabilità maggiori di pronte cominciare a pensare in termini di diritti animali. Dunque, welfare ed empatia costituiscono la base psicologica per i diritti animali.

Ma analizziamo i dati. In Austria, ogni anno vengono approvate nuove leggi sugli animali. La velocità con cui vengono promulgate queste riforme e il grado con cui aumentano le limitazioni sull’utilizzo degli animali hanno continuato a crescere negli ultimi anni. Certamente, negli ultimi 10 anni sono state introdotte nuove leggi sugli animali che ne limitano l'uso ad un livello impensato. Ricordiamo le restrizioni sugli animali da pelliccia nel 1998, a cui fece seguito il divieto totale nel 2005; ad una legge piuttosto debole sull’utilizzo e la detenzione degli animali selvatici nei circhi ha fatto seguito, 15 anni più tardi, il divieto assoluto; la legge che dal 1988 disciplina la sperimentazione animale è stata aggiornata nel 2006 per includere un divieto totale di tutti gli esperimenti scimmie sui primati non umani; regolamenti su come tenere i conigli per la produzione di carne sono stati introdotti nel 2005, imponendo il divieto dell’utilizzo di gabbie a partire dal 2008, con entrata in vigore entro il 2012; la normativa in materia di allevamento di galline è stata rafforzata nel 1999, di nuovo nel 2003 fino al divieto dell’utilizzo di gabbie nel 2005, reso effettivo nel 2009. Chiaramente, lo sviluppo delle normativa in materia di animali mostra come essa venga promulgata regolarmente e severamente con caratteristiche di sempre maggiore severità. Ciò  conferma la precedente affermazione secondo cui esiste una continuità politica dall’utilizzo degli animali, al benessere animale e, infine, ai diritti animali e che il divieto di alcuni aspetti particolarmente odiosi dello sfruttamento animale porta ad ulteriori restrizioni e ad un incrementato benessere animale che può terminare anche nell’affermazione dei diritti animali, quando una certa pratica viene abolita (come è stato il caso per gli “animali da pelliccia”) o quando la maggior parte delle uccisioni “umane” viene vietata. Una legge sugli animali più restrittiva in un certo settore può anche innescare restrizioni provvedimenti simili in altri settori, come ad esempio nel caso del divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole del 2005 che ha favorito l'introduzione di un divieto analogo per conigli nel 2008.

È possibile che quando sia stato raggiunto un certo standard di benessere questo processo si arresti improvvisamente e che quindi un ulteriore inasprimento delle leggi sugli animali  diventi improbabile? È possibile, cioè, che il fine ultimo, i diritti animali, non possa essere  raggiunto seguendo questa strada?

Non ci sono indicazioni che questo sia vero. Dopo il divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole in Austria, la metà delle aziende più grandi chiuse i battenti e l'altra metà cambiò la produzione convertendosi all’allevamento a terra. Questo è, comunque, ancora un allevamento classico con nove galline per mq (anche se erano 16 le galline per mq stipate nelle gabbie in batteria). Poiché non esistono più gli allevamenti in batteria, si è iniziato ad osteggiare il nuovo e più costoso sistema . Gruppi animalisti di recente formazione, che non hanno mai visto le gabbie in batteria, si sono già introdotti in allevamenti estensivi e hanno consegnato materiale video scioccante ai media che a lor volta lo hanno trasmesso. Nel 2008, il gruppo per i diritti animali più attivo usare per l’abolizione delle gabbie da batteria ha pubblicato un nuovo opuscolo di 40 pagine dove critica esplicitamente, con immagini molto forti, il nuovo sistema di produzione delle uova, ponendolo accanto alle altre forme di sfruttamento e chiedendo cambiamenti legislativi coerenti con il veganismo. Il manager di una grande catena di supermercati, che 14 anni prima aveva  tolto le uova prodotte in batteria dagli scaffali della sua impresa, ha già contattato i gruppi animalisti dicendo loro di voler bandire in futuro anche le uova provenienti dall’allevamento estensivo. L'esperienza ci mostra pertanto che la campagna contro il sistema appena costituito di produzione estensiva delle uova è iniziata molto prima del previsto. Anche se politicamente non vi è molto spazio per introdurre un nuovo divieto nel breve periodo, questo argomento potrebbe diventare materia di serio dibattito entro 10 anni. Se poi l'intero processo si ripetesse, se cioè invece del divieto di utilizzo di gabbie, si  ottenesse il divieto di produzione estensiva e di conseguenza le uova così prodotte scomparissero dagli scaffali dei supermercati, cosa potrebbe fermare il movimento dal continuare fino a quando l’intero allevamento di galline ovaiole sia bandito? Potrebbe ripetersi quanto già successo con animali da pelliccia?

Se sviluppare una coscienza critica rispetto ad alcuni aspetti dello sfruttamento degli animali nella zootecnia e sostenere il benessere animale di per sé sono incentivi psicologici per gli individui a muoversi verso i diritti animali, è prevedibile che le società con standard più elevati di benessere animale avranno più movimenti per i diritti animali, una maggior prevalenza di chi pensa in termini di diritti animali e quindi più opzioni vegane saranno disponibili. Le società con standard di benessere animale molto ridotto dovrebbero mostrare la tendenza opposta ed in effetti le cose stanno proprio così. Paesi europei come Gran Bretagna, Svezia e Austria hanno un elevato standard di benessere animale e un fiorente movimento animalista, mentre paesi con scarso welfare per gli animali, come la Cina, sembrano disinteressati animali alla questione animale e il veganismo come scelta etica è  praticamente inesistente.

Se si considerano tutti gli aspetti, i dati suggeriscono che riforme restrittive non sono affatto un ostacolo per i diritti animali, al contrario promuovono un’evoluzione della società in questa direzione.

 

Ulteriori aspetti del processo di riforma incrementale

  • La questione su quali norme siano da considerare abolizioniste e quali riformiste pare dipendere da opinioni arbitrarie e relative ad una particolare ideologia. Nel libro Rain without Thunder[7], Gary Francione definisce cinque criteri attraverso cui valutare se una legge è da considerare abolizionista. Il divieto totale di utilizzare gabbie è citato come un esempio di legge abolizionista in contrasto con quelle che si limitano ad aumentare lo spazio gabbia delle gabbie medesime. Egli osserva che il divieto di ingabbiare comporta che la volontà delle galline di muoversi liberamente sia rispettata senza che ciò arrechi vantaggio alle industrie che le sfruttano. Francione, tuttavia, argomenta in maniera puramente teorica. Egli non offre dati a supporto delle proprie idee e la sua definizione di abolizionismo sembra essere deontologica e non consequenziale. Tuttavia è difficile comprendere come una teoria che pretende di indicarci la via dell’azione politica possa fare a meno di domandarsi se le conseguenze dell’azione intrapresa promuovano effettivamente il fine politico che ci si è prefissati.
  • Ancora più estreme sono le tesi di Lee Hall sostenute nel libro Capers in the Churchyard[8]. Secondo l’autrice, ogni legge, indipendentemente da ciò che afferma, finché non garantisce eguali diritti a tutti gli animali è una legge riformista e, come tale, deve essere respinta. La motivazione che adduce a sostegno di questa tesi è che ogni legge di questo tipo in qualche modo avalla implicitamente l’utilizzo di animali. Il divieto di allevamento degli “animali da pellicce pelliccia”, ad esempio, legittima la produzione di pelle, i diritti per i primati non umani giustifica l’idea che tutti gli altri animali non debbano avere diritti e così via. La Hall sostiene addirittura che ogni campagna che non ha come unico obbiettivo i diritti animali nella loro interezza ed il veganismo per tutti è da considerarsi riformista in quanto affermerebbe implicitamente che tutte le forme di sfruttamento che non rientrano nei suoi obbiettivi sono valide. Perfino l’attività dell’ALF[9] viene classificata come riformista, poiché la Hall sostiene che solo una diffusione pacifica del veganismo  favorisce l’avvento dei diritti animali e pertanto che solo questa vada considerata come l’unica attività abolizionista autentica. Tuttavia, la Hall non offre dati a sostegno delle proprie idee né nel libro né nell’inchiesta condotta, e senza dati empirici a supporto la sua tesi resta opinabile.
  • Le riforme legislative nei confronti degli animali generalmente migliorano la qualità della vita dei singoli animali che vengono protetti. Un gallina stipata sul fondo di una gabbia sicuramente ha una vita peggiore di una gallina in un fienile o in un sistema a scorrazzamento libero. Tale aspetto, comunque, per quanto possa essere centrale rispetto all’interesse dell’animale stesso, non gioca alcun ruolo nella valutazione politica se una campagna possa o meno condurre ai diritti animali.
  • Nel mondo, più di 2.000 attivisti sono stati imprigionati per le loro azioni animaliste poiché hanno violato leggi speciste. Da un punto di vista etico, la loro incarcerazione è ingiusta ed è una violazione del loro diritto alla libertà. Numerosi gruppi si sono formati a sostegno di questi prigionieri, non solo a livello di singoli individui, ma anche sottoforma di campagne politiche. All’opinione pubblica viene chiesto di firmare petizioni per migliorare la loro condizione carceraria, vietandone l’isolamento e garantire garantendo loro pasti vegani. Questi gruppi, sebbene disapprovino in toto l’arresto degli attivisti animalisti, hanno deciso di perseguire una campagna per raggiungere obiettivi realistici e in grado di migliorare la condizione dei prigionieri. Tali campagne dovrebbero essere considerate riformiste e non abolizioniste secondo gli standard indicati, ma gli abolizionisti non le disapproverebbero mai. Sorprendentemente nessuno si domanda se tali campagne non legittimino l’incarcerazione degli attivisti animalisti nella mente dell’opinione pubblica o se il successo nell’ottenere migliori condizioni per i prigionieri non serva a rafforzare il meccanismo che porta all’incarcerazione degli attivisti che hanno liberato animali.
  • Le campagne in corso per ottenere leggi realistiche in favore degli animali hanno prodotto un numero rilevante di associazioni protezioniste e animaliste che sono diventate potenti e influenti politicamente. Più ampia è un’associazione di questo tipo, più diventerà popolare e capace di esercitare pressione. In Austria, comunque, vi è una chiara tendenza da parte di un gran numero di associazioni a diventare sempre più radicali e pro vegetarismo. Tutti questi gruppi insieme comportano un giro d’affari di 30 milioni di euro all’anno solo per quanto attiene alle donazioni e, sebbene solo una piccola parte di questo denaro venga spesa per favorire la compassione e l’empatia per gli animali nell’opinione pubblica, ciò serve comunque a creare un terreno fertile per i diritti animali. Effettivamente, alcune di queste associazioni promuovono in maniera esplicita il veganismo nelle loro pubblicazioni. Se tutti i gruppi dovessero orientarsi verso campagne genuinamente abolizioniste, precipiterebbero drasticamente alla dimensione delle associazioni vegane e perderebbero tutta la loro influenza e capacità di promuovere nei fatti il veganismo.
  • In linea di principio, utilizzare materiale video che mostra abusi particolarmente scioccanti sugli animali dovrebbe essere classificato come propaganda riformista. Dopo tutto, queste immagini suggeriscono che detenere animali senza usar loro crudeltà è lecito, ossia queste immagini non criticano l’uso di animali bensì l’abuso. Rifiutando questo tipo di filmati, comunque, il movimento rinuncerebbe ad una delle sue armi più potenti sul terreno della propaganda. In realtà, poiché esiste un collegamento psicologico tra welfarismo e i diritti animali, questi filmati effettivamente incrementano il numero di attivisti vegan e animalisti, e, ancora una volta, dimostrano come gli argomenti abolizionisti siano fallaci.
  • Le campagne riformiste portano a successi. Gli ultimi 10 anni di campagne riformiste in Austria sono risultati in una lista formidabile di successi e hanno fatto sì che la legislazione austriaca in tema di animali sia indicata come la migliore del mondo. Il successo è la linfa vitale dell’attivismo poiché esso richiede energia e per sostenerlo a lungo bisogna essere fortemente motivati. Se l’attivismo riesce effettivamente a determinare dei cambiamenti nella società, il morale e le motivazioni degli attivisti crescono; per l’attivismo vegano, però, non esiste un simile sentimento positivo. Molte persone che diventano vegane tornano prima o poi a consumare prodotti animali. E la società nel suo complesso non sembra essere cambiata affatto – dopo 130 anni in cui campagne di questo tipo  sono state condotte. È molto triste che un numero significativo di attivisti possa sostenere campagne sul veganismo per molto tempo senza alcun successo che sia percepibile.

 

Conclusioni

 

L’analisi dell’attivismo politico a favore degli animali congiuntamente ai dati derivati dall’esperienza suggeriscono il seguente approccio al fine di raggiungere i diritti animali nel lungo periodo.

Il primo scopo del movimento per i diritti animali dovrebbe essere l’esercizio di una pressione politica per ottenere riforme incrementali verso i diritti animali. Una riforma è un passo verso i diritti animali se danneggia significativamente l’industria animale, ad esempio indebolendola e/o obbligandola a far ricorso a sistemi di produzione economicamente più costosi. L’unico nemico del conflitto politico teso a raggiungere i diritti animali è infatti l’industria animale. In sua assenza, i diritti animali sarebbero già una realtà. L’indebolimento dell’industria animale attraverso leggi severe serve a tale scopo in due modi. Innanzitutto indebolisce l’avversario di future leggi a favore degli animali e, in secondo luogo, rende i prodotti animali più costosi: se meno persone li comprano, le alternative vegane avranno maggiori chance nella competizione sul libero mercato. Leggi più restrittive non ostacolano che le persone diventino consapevoli delle questioni relative ai diritti animali; al contrario promuovono tale cambiamento poiché il benessere animale è la base psicologica dei diritti animali.

Per produrre sufficiente pressione politica, può essere vantaggioso avere un grande numero di attivisti e un numero altrettanto ampio di simpatizzanti nell’opinione pubblica , ma entrambi questi obiettivi sono secondari, poiché servono solo a rafforzare lo scopo primario di indebolire l’industria animale. Cercare di convincere le persone una alla volt, è una tattica fallimentare, almeno fino a quando il sistema non cambierà. Ciò perché è il sistema a determinare il comportamento sociale delle persone. In una società fortemente specista, essere vegani comporta un dispendio enorme di energie, così che solo una piccola minoranza avrà motivazioni e determinazione sufficienti per poter sostenere a lungo questa scelta. D’altro canto, un sistema sociale che non produce derivati animali induce automaticamente le persone a condurre una vita vegana e, al più tardi dopo una o due generazioni cresciutei in una società vegana, la consapevolezza dei diritti animali sarebbe un’ovvia conseguenza.

Facendo ricorso ad argomenti puramente razionali, possiamo sostenere in maniera convincente che i diritti animali costituiscono un ideale etico. In questo senso,  i dati empirici sulla psicologia umana o l’interesse per la politica sono poco utili. Un ideale etico è infatti fondato su considerazioni deontologiche e non consequenzialistiche.

Ma se davvero vogliamo mettere in pratica quell’ideale etico e cambiare la società, dipendiamo interamente dagli input psicologici. L’azione politica è utile, se cambia con successo la società adeguandola all’ideale etico. Ciò significa che, rispetto alla situazione che precede l’azione il valore dell’impegno politico si misura solamente in maniera consequenzialistica, cioè sulla base delle sue conseguenze. Non ci sono politiche giuste o sbagliate di per sé, come ad esempio sosteneva Kant in merito al mentire che considerava un atto non etico in se stesso, anche qualora avesse potuto, in certe circostanze, salvare delle vite o spingere la società verso un ideale etico.

È la conoscenza approfondita della psicologia umana a mostrarci che gli umani sono molto più animali sociali che animali razionali. Se gli umani fossero animali puramente razionali potremmo ignorare la psicologia all’interno delle politiche e teorizzare solo razionalmente, senza considerare i dati empirici. Teoria e prassi sarebbero la stessa cosa. Gli umani sono invece molto più sociali che razionali e ciò, per il movimento animalista, significa che:

  • Elementi sociali quali compassione, empatia e sofferenza sono fattori molto importanti per motivare gli umani a cambiare il proprio comportamento. Al contrario, elementi astratti-razionali, come i concetti di persona e di diritto, non lo sono altrettanto;
  • Uno degli aspetti più importanti nel determinare il comportamento umano è l’ambiente sociale. Gli umani amano essere ben integrati nella società e vivere in armonia con essa;
  • Gli umani provano un forte bisogno di sicurezza sociale, solitamente vogliono che le cose restino immutate e che i cambiamenti avvengano lentamente e in maniera controllata.

Di conseguenza, il movimento animalista dovrebbe adattare le proprie strategie politiche a questi dati di fatto psicologici. Ciò significa che le campagne politiche dovrebbero tenere conto dei seguenti aspetti:

 

  • Le campagne vanno centrate  su materiale che mostri la sofferenza degli animali e stimoli le persone alla compassione e all’empatia. Slogan astratti o razionali che usino termini come “persona” e “diritti” non dovrebbero giocare un ruolo significativo;
  • L’obiettivo delle campagne dovrebbe essere presentato al pubblico in modo da mostrare che il suo conseguimento comporterebbe il totale alleviamento di un aspetto, chiaramente distinguibile, della sofferenza degli animali;
  • Lo scopo delle campagne dovrebbe essere il cambiamento della società, del sistema in cui le persone vivono e non del modo di pensare delle singole persone;
  • Le campagne non dovrebbero prefissarsi cambiamenti  sociali imponenti. L’obiettivo dovrebbe essere realistico e non astratto. L’evoluzione della società  dovrebbe essere lenta e continua.

Da ciò deriva che è di vitale importanza distinguere tra la filosofia astratta-razionale che poggiando su fondamenti deontologici serve a giustificare dal punto di vista teorico gli ideali etici e la psicologia sociale applicata che riferendosi ad una prassi consequenzialistica serve a legittimare le campagne politiche.

 



[1] [Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, N.d.T.]

[2] [Wiener Tierschutzverein (Vienna Animal Protection Society), N.d.T.]

[3] [Con l’espressione “welfare” Balluch indica sinteticamente il movimento riformista per il benessere degli animali sfruttati a fini economici. Nella traduzione il termine verrà reso con “benessere”, con “protezionismo” o con “welfarismo” a seconda del contesto in cui appare, N.d.T.]

[4] [Istituto per la ricerca sociale empirica, N.d.T.]

[5] [Enriched cages: si tratta di gabbie più ampie e attrezzate di quelle tradizionalmente in uso negli allevamenti intensivi, N.d.T.]

[6] Per un approfondimento su tali prodotti cfr.: http://en.wikipedia.org/wiki/In_vitro_meat e http://futurefood.org.

[7] Gary L. Francione, Rain without Thunder : The Ideology of the Animal Rights Movement, Temple University Press, Philadelphia 1996.

[8] Lee Hall, Capers in the Churchyard: Animal Advocacy in the Age of Terror, Nectar Bat Press, Darien 2006.

[9] [Animal Liberation Front, sigla usata da gruppi informali e autonomi di persone che si avvalgono dell’azione diretta come prassi di lotta contro lo sfruttamento animale, N. d. T.]

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Oppressioni: interdipendenze e relazioni

di Eva Melodia 


E’ inquietante scoprire che Wikipedia alla voce “machismo” riporta soltanto una misera frase generica, imprecisa, impropria. Non è un caso quindi se quando si prova ad usare in maniera pertinente questo termine (così politicamente rilevante), molte persone assumono la postura dell’incertezza: non sanno di cosa stai parlando, ma non ne sono neppure sicure.
E’ normale. Nessuno ne parla, neppure internet che dai suoi natali è lo strumento più usato per denunciare ciò che lo status quo vuole celare o indorare.
Quando raramente si accenna alla questione, in un calderone generico finiscono il “maschilismo”, il “bullismo” e la “virilità”. Sostantivi apparentemente desueti, che nell’immaginario collettivo purtroppo, sono solo l’eco di una voce immobilizzata tra l’Italia del Duce e i rognosi anni Settanta.
Eppure, questo fenomeno è strategico, una chiave del sistema di dominio che ad esso apre le porte dell’umanità. Al contrario di come lo si ipotizza tra le nubi della confusione più totale, non si tratta di un latinismo sinonimo del maschilismo - di cui per altro e allo stesso modo, si parla il meno possibile -, bensì della funzione attraverso cui il maschilismo nella sua espressione massima, il patriarcato, genera individui compiacenti e capaci di contaminare il contesto in cui trascorrono la loro esistenza.
Costoro non sono altro che donne e uomini comuni i quali, proprio grazie al machismo dilagante da millenni, rispecchiano la totale propensione ed accettazione a dominare o ad essere dominati: il sogno fattosi realtà di chi placido siede in cima alla piramide.

Che sotto al vertice ci sia un parapiglia di genti che si alternano tra sottomessi e dominanti, scatenandosi in risse, guerre, oppressioni, con fiumi di sangue di innocenti, non interessa a nessuno. Tutti, tranne gli animali, dominano qualcun altro traendone qualche effimero vantaggio e tutti, appartengono in maniera viscerale a questo sistema, tanto che lo credono la Natura stessa delle cose.

Patriarcato 

Il machismo dicevo è una funzione: entrano come variabili le persone (di ogni tipologia e variante sessuale), escono come risultati machi e machisti/e. A costoro, da una parte sarà tolto tutto ciò che potrebbe opporsi all’ideologia del dominio ed ai suoi modelli e dall’altra, attraverso metodi seduttivi, verranno fatti annusare gli illusori vantaggi del partecipare al banchetto del dominante, piuttosto che ribellarsi, come invece farebbe qualsiasi individuo davvero libero.
Per cercare di capire meglio come funziona possiamo forse partire proprio dal macho, da quella immagine un po’ ridicola ed esasperata che conosciamo come fonte di ilarità nelle parodie di alcuni comici. L’ilarità nasce dall’esasperazione dei tratti che caratterizzano colui (di solito un maschio) che genericamente chiamiamo macho e dalla totale assenza di consapevolezza su come questi stessi tratti possano essere molto meno appariscenti, ma combinarsi lo stesso in una formula devastante per la socialità umana.
Il termine macho è non a caso associato al genere maschile ed è quasi sempre scambiato e confuso per una qualche interpretazione di ruolo nel gioco sessuale. Un po’ come dire: c’è il macho e c’è il maschio “tenerone”, due modi diversi di esprimersi nello sviluppo di una personalità erotico-sessuale e nella scelta di una parte da recitare più o meno accattivante per il partner, all’interno di una relazione tra persone.
Questo snellimento dell’importanza del ruolo sociale del machismo, declassato a sola moda e legato esclusivamente alla sessualità come passatempo, dimentica che la sessualità in generale ha un suo peso politico in tutte le collettività, anche in quelle degli animali altro-da-umani e quindi tanto di più, in quelle degli umani, dove sesso e potere sono quasi sempre vincolati l’uno all’altro.
Il machismo è molto di più del tasso visibile e quantificabile di virilità espressa da un individuo di genere o identità maschile; si tratta in realtà del ruolo sociale e politico che un individuo accetta di perseguire (o di personificare all’interno di un assodato sistema di dominio), esaltando quelle che la cultura impone come punte di diamante della virilità maschile, della mascolinità secondo norma e regola.
Anche se non si vedono molti macho in stile Rambo in giro (salvo ondate modaiole), il machismo permea la società, sopratutto quella moderna ed occidentale. Ha raggiunto il suo apice di perfezionamento e con esso il riconoscimento del prezioso compito che svolge affinché nessun flusso di cambiamento possa mai intaccare il modello patriarcale.

 

Da maschio a macho: un percorso che dura una vita.

Entrando nel merito, considero il macho un modello ed il machismo il percorso educativo (socioculturale) finalizzato a realizzare il numero maggiore di maschi aderenti a tale modello e di femmine compiacenti.
Per caratterizzare tale modello dicevamo, ci basta pensare alle esasperazioni comiche o paradossali che abbiamo conosciuto grazie a personaggi fantasiosi come Rambo o come il Gallo Cedrone di C. Verdone, ed osservare come le peculiarità elevate a potenza in questi soggetti teatrali, siano tratti che sebbene annacquati, rispondono al modello di macho più comune.
Il modello si realizza dunque quando un maschio esprime genericamente tratti quali competitività, sprezzo del pericolo, capacità di stare solo se necessario, assenza di empatia o capacità di reprimerla/sopportarla, tratti somatici visibilmente virili (sviluppati ad hoc), sopportazione al dolore, disponibilità al sacrificio per scopi più “alti”, capacità predatorie, emotività controllata, autorità, difesa del nucleo familiare e la sua apoteosi, cioè una sessualità molto attiva di tipo predatore/cacciatore di femmine: ecco che abbiamo il maschio così come deve  essere, con diverse sfumature, ma sempre rispecchiante la mitologia del maschio umano dominante.
Si può parlare di mito poiché tutta la tradizione culturale del dominio si ispira senza troppa vergogna ad un presunto rispetto metodico di fantasiose dinamiche naturali  (laddove Natura ci vuole così come Ella ci ha pensati e creati) degli umani. Dinamiche che posizionerebbero il maschio sopra alle femmine, che ci raccontano di una perenne presenza del maschio alfa  (il capo) dominante nei gruppi sociali, e gruppi sociali strettamente patriarcali, dediti alla competizione tra loro. Incredibile come tale Natura così intesa, con tanto di N maiuscola, penserebbe e agirebbe dunque con sua volontà, confondendosi amabilmente con l’identità di un Dio qualsiasi. Incredibile anche come, sempre Questa, sia così rilevante per giustificare la piramide sociale e molto meno serva a ricordare un eventuale ridimensionamento morale degli umani, in quanto animali come tutti gli altri.
Un gran bel calderone dentro il quale l’alchimia riesce comunque a creare il presupposto: anche ridotta ad una formula empirica, la Natura propinata dal machismo con i suoi rituali e le sue istituzioni, prevede che qualcuno domini sempre qualcun altro e che in particolare, essa abbia pensato - guarda un po’ - proprio il genere maschile quale dominante del genere femminile.

Il macho così disegnato è resistente ai cambiamenti, è disponibile agli scontri, è territoriale e difensivo dei propri privilegi, è poco empatico e quindi poco solidale, è disposto ad ubbidire ad autorità che legittima come dominanti ed è ovviamente disposto ed interessato ad aumentare il proprio potere di esercitare a sua volta dominio.

La femmina che convive con questo modello, lo sappiamo, è il suo subordinato per eccellenza, ma non entrerò ora nel dettaglio. Ciò che conta di una femmina machista, è che riconosca il macho come il migliore modello sociale maschile, sia che si tratti della persona cui accompagnarsi, sia che si tratti dei figli da educare.
Quello che è interessante analizzare davvero di tutto ciò, non è tanto il modello che da molto tempo è comunque denunciato dalle analisi anti-patriarcali, bensì notare come il machismo quale funzione del patriarcato si articoli in precisi rituali e momenti educativi. Ed è esattamente qui che entrano in gioco gli animali.

 

Identità dominanti

La funzione dell’educazione machista è talmente efficace da agire al di là del genere sessuale biologico, bensì fino all'identità di genere, poiché gli individui sedotti e sedati fin dalla prima infanzia non riescono ad opporsi, né a riconoscere di essere costretti in una qualche gabbia, neppure quando ne diventano palesemente vittime. Così, abbiamo che pure nel caso di qualsiasi variante di orientamento sessuale o dell'identità di genere, le persone riconoscono il modello machista come il migliore modello sociale per i "maschi", ed il patriarcato come naturale rappresentazione socio-iconografica  della vita, sebbene ciò risulti di fatto un suicidio politico di massa.
In questo splendido contesto paradigmatico, tutti supportano un ruolo sociale dominante genericamente identificato con il maschile, ed uno dominato genericamente considerato debole e associato al femminile, ingaggiando una eterna competizione tra dominanti e dominati, chi vorrebbe dominare, chi non vuole essere scalzato dalla propria posizione e chi vuole scalare la piramide.
E’ proprio in questo tranello che sono cadute le eterne dominate, le donne, quando cercando di liberarsi, emanciparsi, eguagliare, hanno di fatto troppo spesso assunto quale proprio un modello fondato sul machismo, ascendendo alla variante donna-macho, piuttosto che davvero attaccare alla base il patriarcato nell’educazione machista - sono le donne ad averla davvero in mano - e quindi minarne le fondamenta; ma questo si sa e non è necessario indagarlo ora.
Quello che è interessante approfondire invece è come omosessualità, bisessualità, transessualità, o ogni variante di identità e ruoli di genere siano aspetti molto rilevanti all’interno del sistema educativo machista, talmente rilevanti da rendere quasi impossibile che le persone LGBTQI non vengano esasperate da attenzioni morbose ed opprimenti.
Si sente parlare di discriminazione verso le persone LGBTQI, come se questa cadesse da un pero, dipendesse da casuale bigottismo, o irrazionale fastidio. Troppo spesso, davvero troppo, i blandi riconoscimenti del problema da parte dell’opinione pubblica (come anche dei movimenti per i diritti) scadono in pietose rivendicazioni verso “l’amore libero” o “libertà” sessuali, come se amore e sessualità centrassero davvero qualcosa, celando così e per primi, il mandante della oppressione ed emarginazione di ogni variante alla presunta normo-naturalità sessuale: il patriarcato.
Basta chiedersi un banale “cui prodest?” (o un meglio ancora “chi ce smena?”), per capire come la repulsione per ogni deviazione dal tema “maschio biologico si accoppia rigorosamente e solo con femmina biologica” nasca dal patriarcato che nella sua prassi educativa (il machismo), purga la società da ogni possibile prova che la tesi su cui sventolano la propria inviolabile naturalità è una cazzata.
Per fare un esempio, un maschio biologico che non sia attivo sessualmente verso la femmina biologica, manda in crisi tutta la suddetta inviolabile naturalità della questione, l’obbligatorietà dello schema "maschio sopra femmina". Un maschio che non abbia alcun interesse verso il modello machista applicato a sé stesso, ma che eventualmente ne sia attratto quanto la femmina machista, sgretola letteralmente tutto il costrutto.
Che una femmina biologica, invece che svenire per il Charles Bronson di turno, diventi essa stessa Charles Bronson solo assumendone i comportamenti e diventando così  attrattiva per altre femmine, dimostra come nell’idea del maschio biologico (macho) che domina femmina biologica (debole e sottomessa), di naturale (assolutamente naturale, quindi pressoché inviolabile) o istintivo o voluto chissà da quale dio, non c’è proprio nulla.

Quindi come si fa? Chi domina chi? E’ la femmina più macho ad avere diritto di dominio sulla eventuale femmina? E chi lo ha detto che una femmina biologica, perfettamente macho, non possa competere e vincere con un maschio presunto alfa-dominante? Quindi? Chi diavolo lo fa il capo? E quelli che hanno ora il privilegio di dominare perché altri hanno creduto in tutta questa complicata barzelletta, chi li convince rinunciarvi visto che non ne hanno alcun diritto?

Il problema è questo e solo questo. Continuare a mescolare le acque rispetto alla questione LGBTQI sciogliendola in un blando caos di incomprensibile e desueta intolleranza, fa solo il gioco del sistema che infatti persiste indisturbato.
Per quanto la gerarchia inoculata dal machismo non comporti una grande finezza (non stabilisce infatti esatti nomi e cognomi di chi è posizionato e dove nella piramide), essa garantisce lo stesso la cosa più evidente ed importante nel mondo che vediamo oggi con i nostri occhi: che i maschi dominino genericamente le femmine. In soldoni, per chi non avesse chiare le implicazioni, significa che il genere maschile di identità maschile ed adulto, non a caso armato ed organizzato per avere forza repressiva, continua ad avere la quasi garanzia di godere maggiormente di "diritti" di dominio che correre rischi di essere dominato e la possibilità di scalare la piramide fino ai punti più alti, avendo come risorse da dominare e sfruttare la stragrande maggioranza dei viventi sulla terra: le donne, qualsiasi variante di orientamento ed identità sessuale, i bambini, ed ovviamente, gli animali.

Quando in ambiente antispecista ad esempio sentiamo scaricare la questione LGBTQI dentro a quel generico contenitore di discriminazioni chiamato “sessismo” e ci rendiamo conto di come quest’ultimo sia considerato con molta leggerezza “specismo” solo perché implicherebbe la discriminazione di una “diversità” o “alterità”, ecco che emerge quanto la questione sia ritenuta marginale e rimanga incompresa, probabilmente a causa del maschilismo subdolo e quasi silente che permea anche gli ambienti pseudo - rivoluzionari.
Per fare un esempio, considerare “sessismo” la transfobia può, nel migliore dei casi, significare solo che si è un po’ distratti.
Il sessismo si fonda sulla discriminazione di genere – quasi sempre - esercitata dai maschi biologici verso le femmine biologiche, una esasperante oppressione spesso implicita, dove di fatto esiste un genere sessuale “inferiore” o “da dominare”.
Ciò è possibile solo consolidando una accettazione verso una gerarchia dei sessi che si rifaccia alla Naturalità, alla Natura, oppure alla tradizione che ne farebbe le veci. Identità e orientamento sessuale al contrario, rappresentando una (assolutamente) "naturale" indipendenza da qualsiasi presunto legame indiscutibile con il genere biologico di appartenenza e con i comportamenti di dominio o sudditanza che ne sarebbero dovuta conseguenza, sono ritenute variazioni PERICOLOSE e quindi respinte come devianze ripugnanti, perché fattivamente negazioniste dell presunto ordine naturale (machista) delle cose: Dunque, nei migliori dei casi una “malattia” da arginare, nei peggiori una “perversione” da eliminare. Un po’ diverso, no?
Quindi, se anche avessimo una società pseudo-egualitaria dei due generi sessuali, non necessariamente avremmo una società che non respinga le varianti sessuali degli individui, le quali comunque, negano lo schema machista di maschio-femmina nella società perfetta e/o perfezionata, a misura di maschio dominante.
In questo trovo evidente e legittimo lo sdegno (e voglio fare eco alla denuncia) che molti attivisti antispecisti ed attiviste esprimono nel non veder riconosciuta la discriminazione che subiscono (o che altri compagni e compagne subiscono) come qualcosa di preciso e puntuale sebbene, seguendo il profilo teorico più generico, anche la loro oppressione rientri sempre in una qualche istanza specista.

Allo stesso modo mi preoccupo del come la questione animale perda di forza e consistenza, con lo stesso sciocco trucco con cui si annacqua la questione LGBTQI.
Ogni sfruttamento o oppressione di categoria specifica, in questo pazzo mondo maschilista e patriarcale, ha un suo scopo preciso. La questione animale viene troppo spesso ricondotta a cause per lo più assurde ed improbabili, tanto quanto si ciarla di sessismo in maniera impropria, mentre sempre più animali di ogni genere, identità e specie, continuano a rimanere stritolati da questo schifo senza che i più ne comprendano le ragioni.
In realtà, il dominio sugli animali e la conseguente oppressione di questi ultimi è finalizzato a realizzare e mantenere una società dove l'empatia sia metodicamente repressa, selettiva, negata, così da non temere ingerenze (se non incoerenti e conflittuali proprio perché a loro volta machiste, quindi sbilenche e di fatto inconcludenti) all'interno del sistema di dominio patriarcale.
 

Gli animali altro-da-umani: eterni strumenti del machismo.

Mi chiedo: ma davvero crediamo che l’inferno in terra per gli animali dipenda dal fatto che “ci piace” il sapore dei loro corpi e basta? Davvero pensiamo che tutta la macchina del dominio sugli animali dipenda dal fatto che gli umani “sono cattivi”?
Perché purtroppo, da moltissimo che si legge e vede, sembrerebbe proprio così.
Parrebbe trattarsi di una espressione di ferocia della specie umana e che guarda un po’, così considerata, va a confermare la tesi per cui gli umani sarebbero predatori naturali (un predatore naturale non può essere vegan!). Si scopre quindi che in fondo tutti ci crediamo a questa favola, tutti la raccontiamo in qualche modo.

Torniamo invece al cui prodest (e al “chi ce smena”) e proviamo a risponderci pensando ad un mondo dove per qualche ragione nessun animale, tanto meno un cucciolo espressivo e urlante, viene sistematicamente massacrato da mani competenti e messo sotto il naso, tutti i giorni, a tutti.

Che mondo sarebbe?

“Chi ce smenerebbe” se da domani non si spezzasse più l’empatia di nessuno attraverso il banale (ma proprio banale) mezzo di fare cultura (tradizione, allegra leccornia, etc...) dell’offendere il corpo di innocenti ed indifese creature che invece, senza alcuna pressione socio-culturale, ciascuno di noi vedrebbe solo come amici dissimili?
"Cui prodest?” della violenza che viene legittimata e che entra nella quotidianità, nell’abitudine, attraverso la macellazione e il consumo di quelli che mai, per nessuna ragione, potrebbero davvero essere considerati nemici?
Torniamo dunque alle caratteristiche del macho, il soldatino/mattoncino perfetto della società patriarcale e poniamoci di fronte al ruolo dell’empatia nello sviluppo di tale personalità.
Senza timore possiamo dichiarare che l’empatia deve essere controllata, non può e non deve essere libera o liberatoria delle potenzialità migliori degli umani. Al contrario, deve essere spezzata, sedata e programmata / selettiva - o ad esempio, non avremmo mai persone disposte a competere fino alla morte per soddisfare i propri dominanti, invece che solidarizzare con altri dominati.
Ecco che gli animali “altro-da-umani” grazie alla loro unica condizione rispetto alla relazione con gli umani, cioè l’innegabile e perpetua “innocenza”, diventano lo strumento perfetto per raggiungere i gangli vitali dell’empatia negli umani ed interromperne il copioso flusso prima che diventi una violenta interferenza rispetto alle aspettative del patriarcato.

E’ così che nascono i rituali specisti per il machismo, onnipresenti in secoli e secoli, tutti e solo funzionali allo scopo di distruggere o reprimere l’empatia. Nascono così i rituali “sportivi” (i rodei, le corride, caccia e pesca sportive, le scommesse sulle lotte tra animali, il dominio circense, e così via, tutti rituali a cui si espongono anche i bambini), o i più ovvi allenamenti all’uccisione degli animali (alla violazione della loro innocenza) messa in atto sistematicamente da corpi militari e para-militari, tanto quanto del sistema mafioso: se per ordine superiore (del patriarca, tanto quanto di Natura o Tradizione) ti abitui ad uccidere innocenti fino a che le tue resistenze psicologiche si placano (pegno l’andare completamente fuori di testa), tanto più sarà facile che per ordine superiore sarai disposto ad uccidere il nemico che ti è stato propinato come tale, o a consolidare una qualche forma di oppressione, a partire dal posticino che ti è stato assegnato dentro la piramide.

Da bambino come da adulto, il ruolo di maschio machista, riconosciuto da chi sostiene il patriarcato direttamente o indirettamente, non sarà mai certo quello di un gattaro che raccoglie cuccioli per riportarli tra le calde zampe della madre; semmai, sarà quello di chi spara ad un gatto legato ed indifeso (le carcasse vengono puntualmente ritrovate in luoghi abbandonati, ritenuti zone di allenamento dei vicari della mafia) con la scusa di “allenare la mira”, ma sopratutto di allenare una cinica negazione di empatia e compassione.
In tale panorama, si coccolerà l’idea della virilità sessuale dei maschi legata alla carne degli animali, al sangue, all’uccisione, alla macellazione. Si proteggerà il cinismo a mezzo di qualsiasi nobile e superiore scopo (si pensi alla vivisezione ed alle sue giustificazioni, tanto quanto alle guerre preventive) ed il dominio degli animali resterà il canale fondamentale per perpetuare il sistema. 

Per tutto quanto ho spiegato fino ad ora, dal mio punto di vista è importante affermare che l’antispecismo ha l’interesse politico prima ancora che etico-morale, di soffermarsi sulle relazioni ed interdipendenze fra forme di oppressione e dominio ed i loro interessi, analizzandole seriamente; ha l’interesse o forse dovere, di accettare che politicamente una interdipendenza implica necessariamente una strategia di lotta interdipendente.

Si può anche essere meno ricettivi (forse meno sensibilizzati) verso una forma di oppressione piuttosto che un’altra, ma al di là di tutto, una volta rilevata un eventuale arteria di scambio vitale, è ridicolo pensare di indebolire l’una senza attaccare anche l’altra, o almeno senza capirla e riconoscerla.
L’analisi del ruolo del dominio sugli animali nella sopravvivenza della cultura patriarcale è talmente vasta da essere davvero alla portata della comprensione di tutti, eppure risulta completamente occulta.
Credo sia un dovere continuare ad osservare, denunciare, spiegare nel dettaglio, fino a che non sia illuminante per l’intera umanità come questo paradigma in cui soffriamo e moriamo tutti, dipenda direttamente da giochi (ai confini dell’illusionismo) grazie ai quali l’empatia si sviluppa esclusivamente in maniera selettiva, anche in chi crede di esserne particolarmente rigonfio e che invece non si accorge neppure di quanta altra oppressione ci sia oltre i confini della propria selettiva sensibilità.

Per quanto mi riguarda poi, qui si inserisce in maniera definitiva la frattura con ogni forma di animalismo machista, cioè di “destra animalista”.

Si potrà e vorrà parlane amabilmente nel dettaglio altrove, ma per farla breve, ciò che comunemente ed in qualsiasi senso chiamiamo “destra” ha bisogno del machismo, ed il machismo ha bisogno del dominio sugli animali: si erge dunque il confine grazie al quale affermare che un antispecismo “di destra” è una assurdità in termini di fattibilità politica, un controsenso cui lo stesso si prestano diversi attivisti che parlano di antispecismo a partire da contesti decisamente dominanti, patriarcali, machisti.

Intanto però penso e propongo l’immagine di un macho che invece di andare a caccia per esorcizzare la morte (e bla bla) e ripudiare la compassione, va a prendersi cura dei gatti di una colonia felina. Penso al macho che invece di essere cresciuto a suon di indiani e frecce, legionari e scudi, sudisti che arrostiscono i conigli selvatici sul fuoco, viene su a dolci vegan, pulcini da scaldare, topi da salvare da situazioni pericolose.
Penso al macho cui mai è stata messa in mano un’arma, neppure giocattolo, neppure (e tanto meno) per cacciare animali indifesi e che mai ha neppure sentito parlare dello sparare agli animali per allenarsi a colpire i nemici. Un macho che è solo un maschio, in qualsiasi senso, e che se piange a vent’anni, è solo un umano commosso. Un maschio accompagnato a conoscere le proprie emozioni e l’empatia attraverso l’esempio di genitori accoglienti e consapevoli ed un maschio sicuro di poter esprimere la propria sessualità liberamente. Penso alle donne accanto a questi uomini che di macho non avrebbero più nulla.

Il mondo rimarrebbe (ahi noi) senza macho, ma popolato forse di uomini e donne di tutti i tipi e colori, probabilmente un po’ meno infelici.

 

 

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

IL POLITICO ANIMALISTA: “NO ALL’ANIMALISMO POLITICO” – sulla manifestazione di Correzzana

di Marco Reggio

 

C’è da farsi girare la testa. Le dichiarazioni di Massimo Turci, Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano, sembrano quasi una barzelletta. Leggiamole:

Turci: "No all'animalismo politico"

"La manifestazione antivivisezione di Correzzana è stata un'occasione clamorosamente persa per mostrare unità d'intenti del mondo animalista - è la dichiarazione di Massimo Turci Consigliere Delegato ai Diritti Animali della Provincia di Milano - infatti un gruppo di sedicenti animalisti provenienti dai centro sociali ha tentato di impedire la partecipazione al corteo ad associazioni e persone a loro non gradite sbandierando il solito ritornello dell'antifascismo. Questa volta non c'è questione politica che tenga, esprimo piena totale e convinta solidarietà ai volontari OIPA, LAV, ENPA, altre associazioni e ai tanti presenti che, essendo lì per manifestare contro la tortura nei confronti degli animali, sono stati coinvolti in un indegno tafferuglio. Nessuno può arrogarsi il diritto di selezionare i partecipanti a una manifestazione democratica e quindi - conclude Turci - condanno senza mezzi termini il comportamento razzista di chi antepone bassi interessi politici alla salute e ai diritti degli animali".

Massimo Turci

Consigliere Delegato Diritti Animali - Provincia di Milano

Chi ha pronunciato queste parole è infatti un politico, animalista – per così dire -, ma pur sempre un politico. Certo, si potrebbe dire, “si pronuncia a favore dell’apoliticità del movimento perchè non partecipa in quanto politico ma in quanto individuo”. Questo, in effetti, sarebbe in linea di principio possibile (anche se come operazione presenterebbe non poche difficoltà per un personaggio pubblico pubblicamente impegnato in ruoli istituzionali). Ma non è questo il caso. Qui abbiamo una cosa molto più semplice: un politico, rappresentante della Provincia, che interviene su una questione in quanto politico (la firma è eloquente...).

C’è di più. Riflettiamo un attimo sulla funzione degli Uffici per i Diritti Animali, o su analoghe strutture comunali e provinciali. Le pressioni degli animalisti, dell’opinione pubblica e l’avanzamento generale della considerazione per i non umani (alcuni più di altri, ma questo ora è secondario) generano delle risposte istituzionali. Una di queste risposte è quella di creare degli organismi che affrontino una serie di problemi – naturalmente in chiave blandamente protezionistica – legati allo status degli animali non umani nella società. Questi organismi danno dunque una risposta politica ad una serie di istanze etiche diffuse. E lo fanno con lo strumento più ovvio nel nostro attuale sistema politico: la creazione di organismi gestiti da rappresentanti delle istituzioni (spesso provenienti dai partiti politici) che dovrebbero almeno far rispettare le poche leggi che ci sono per le poche specie che vengono tutelate, e fare un po’ di opera di sensibilizzazione sul piano culturale. La Provincia di Milano (centrodestra) – per fare un esempio a caso – ha messo fra i consiglieri per i diritti animali un tizio evidentemente legato al centrodestra e che, se volessimo dare retta a come si presenta nella sua pagina facebook, è addirittura un nostalgico del ventennio fascista. Ma potrebbe anche presentarsi come nostalgico della Comune di Kronstadt, in fondo. Il punto è che si tratta un rappresentante politico, che fa politica “per gli animali” all’interno di uno degli strumenti (molto debole, certo) che la democrazia antropocentrica ha concesso alle istanze animaliste. Insomma, è un politico animalista. O almeno, quella è la sua funzione.

E forte di questa funzione, costui ci viene a dire “no all’animalismo politico”.

Come già segnalato tempo fa, in qualche modo dichiarare “non faccio politica” ad un corteo antivivisezione è già aprire la strada alla destra, e ad un fascismo strisciante che utilizza – quello sì – gli animali per farsi largo in un periodo di qualunquismo diffuso[1].



[1] Sul tema è ritornato di recente Antonio Volpe, proprio in seguito ai fatti del 20 ottobre (vedi qui).

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Mercoledì, 24 Ottobre 2012 08:08

Antispecismo: un movimento apolitico?

Pubblichiamo alcune brevi riflessioni di Antonio Volpe, stimolate da una discussione su facebook sul tema del carattere politico del movimento antispecista, a partire dalle polemiche seguite al corteo antivivisezionista di sabato 20 ottobre contro Harlan

Antispecismo: un movimento apolitico?

Non capisco come si possa pensare di far crescere il movimento politicamente, e quindi anche convincere dell'assurdità dell'"apoliticità", senza spiegare alla gente come l'apoliticità sia una contraddizione in termini (non solo logici, ma materiali) che serve al sistema capitalista per spoliticizzare, appunto, il pensiero e i gesti della gente, riducendoli al qualunquismo, all'immobilità e quindi alla perfetta docilità.

Perché gli slogan vanno anche bene, ma poi bisogna articolare dei discorsi in comune in un regime dialogico, che richiede una gran gran pazienza.

Serve a poco affermare in modo apodittico (cioè senza argomentare) che l'antispecismo è politico, che non riguarda solo i non umani ecc... Perché? Perché siamo tutti sfruttati. Bene. Ma se alla gente è stata scippata la possibilità di pensare e agire politicamente, come può vedere questo comune sfruttamento? Il massimo che può dire è governo ladro, ma questo dimostra la totale incapacità di analisi della condizione di dominio in cui si è installati, dalla testa ai piedi.

Se non riusciamo a dare strumenti analitici alla gente, la politica resterà sempre quella roba sporca che sta in parlamento, e il resto guerra di bande.

Se non riusciamo a spiegare che lo sfruttamento di questo capitalismo è peggiore di quello di fabbrica, perché la catena di montaggio materiale è stata disarticolata e riarticolata in una catena di montaggio immateriale globale e capillare che ha isolato i singoli lavoratori impedendo loro qualsiasi possibilità di agire in comune per allargare gli spazi di libertà e fronteggiare l'estorsione capitalista. Se non riusciamo a dare strumenti per la lettura delle strategie disciplinari che innervano i rapporti sociali, le relazioni di tutti, fin nelle relazioni interpersonali. Strumenti per leggere come il potere sulla vita e sulla morte dei viventi non riguardi solo gli animali non umani, perché è un unico bio/zoo-potere che coinvolge umani e non umani.  Per leggere le dinamiche dei microfascimi (l'autoritarismo crescente e disseminato, la guerra ai migranti, le retoriche securitarie, ecc...)

Se non riusciamo ad articolare questi discorsi, e articolarli in un dialogo paziente che non paga subito, avremmo sempre più "apolitici" a cui non frega un cazzo né dei neofascisti né tantomeno del capitalismo, che non capiranno che lo sfruttamento animale è un pilastro di quello, e che non si esce dall'uno senza uscire dall'altro (fra l'altro: un mondo di animali liberati e umani sfruttati? ma come si fa anche solo a immaginarlo? un mondo che calpesta ogni giorno ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo nel nord come nel sud del mondo che si intenerisce per maiali e vacche? ma per favore...).

Senza dialogare, senza proporre, senza spiegare, in questo movimento l'antispecismo sarà sempre più un'isola in mezzo a un oceano crescente di spoliticizzazione e qualunquismo (vogliamo parlare di fascismo? beh questo criptofascismo è peggiore del neofascimo dichiarato, perché è immensamente più diffuso, capillare, e subdolo). Gli antispecisti finiranno in un'oasi protetta in mezzo a uno sterminato animalismo colluso col potere e i rapporti di forza vigenti, feroce contro le veline e docile col sistema. Non bastano, non più, slogan, striscioni e tafferugli. E' come parlarsi fra di noi che siamo già tutti (almeno su alcuni punti...) d'accordo, un parlarsi addosso cieco verso l'esterno: un mondo che è un po' di più grande di micro(o nano?)cosmo antispecista. "Nano" non è sarcasmo, ma un'unità di misura

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E' chiaro che l'antispecismo è politico. Ma non ha senso addossare la colpa agli "apolitici" di quel che a loro è stato scippato in trent'anni di strategia di spoliticizzazione da parte del potere. Non si cresce "da soli", ma in comune, nel dialogo: pretendere che ognuno capisca individualmente è una posizione speculare a quella dell'individualismo proprietario capitalista, che ci vuole tutti isolati nel calcolare le nostre scelte in base a criteri di utilità, calcolo nel quale ricadono anche l'etica e la "politica" o quel che resta di essa.

Leggendo gli interventi è chiaro che qui non si capisce neppure che ad essere sfruttati e addomesticati siamo *anche* noi, ognuno di noi, nella sua singolarità (che è roba diversa dell'individualità proprietaria), che ad essere scippato della condivisione, della libertà e della possibilità di scegliersi è *anche* ognuno di noi umani. Non dico i migranti, non dico l'80% della popolazione mondiale, ma neanche del proprio sfruttamento e disciplinamento ci si rende più conto.

Ed di questo, ripeto, tanto più davanti a un potere così forte e pervasivo come quello del capitalismo attuale (il più pericoloso dei fascismi), non si può dare colpa ai singoli. E' insostenibile, perché parte dello sfruttamento stesso è questo scippo collettivo della politica.

Non è fare chissà quale contorsione discorsiva questo: c'è un dibattito in merito che va avanti da vent'anni.

O si cresce insieme, o non si cresce affatto. Né gli apolitici nella loro ingenuità (che finisce nel "tutto va bene" per gli animali: ma noi che siamo, poi, se non animali?) né noi antispecisti nel nostro sguardo sulle cose e sul mondo. Né politicamente, né, di conseguenza, strategicamente...

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Gary Yourofsky: dal pianeta vegan è caduta una stella?


Pubblichiamo il testo dell'intervento preparato da Oltre la Specie per la giornata (R)esistenze Animali del 6 ottobre, prima tappa del "tour" italiano di Gary Yourofsky
Vedi anche: C'era una volta Gary
 
PER UN ANTISPECISMO CRITICO, CONSAPEVOLE E POLITICO
 
 
Ringraziamo Gary Yourofsky per il suo incessante lavoro in favore degli animali. Crediamo che alla sua impostazione di lotta allo sfruttamento animale (operare perché tutte le persone comprendano la sofferenza animale e si decidano a fare la scelta vegan) occorra affiancare altre riflessioni di più largo respiro, frutto del lavoro teorico-politico di questi ultimi anni di riflessione sulla questione animale. Senza queste altre considerazioni crediamo che i cambiamenti auspicati da tutti noi resteranno cambiamenti circoscritti, individuali e perciò irrilevanti per abbattere alla radice l'impianto di sfruttamento su cui si basa tutta l'economia e la cultura speciste. Senza la demolizione di questo impianto del dominio l'accalorato invito al cambiamento di Yourofsky ha un sapore utopistico. La sua analisi della realtà mette certamente in discussione i nostri usi e consumi personali e quotidiani ma non i rapporti di forza intraumani e tra gli umani e gli altri animali.
 
E' convinzione di Oltre la Specie che l'antispecismo apolitico non possa esistere data la natura squisitamente politica della questione animale e dei rapporti di forza in atto tra animali umani e animali non-umani. Dichiarare che l'antispecismo è apolitico equivale, di fatto, a sostenere che è trasversale (cioè che siano irrilevanti le posizioni degli animalisti rispetto a tutte le altre questioni che non sembrano riguardare direttamente gli animali). Trasversalità significa aprire le porte a ideologie che crediamo incompatibili con il progetto di liberazione animale. Per esempio la misantropia (cioè l’odio per l’umanità) è incompatibile perché è antropocentrismo al contrario: si pone l'animale umano al vertice della crudeltà facendone un animale totalmente particolare e anomalo. Nei casi più estremi la 'non posizione' politica lascia inevitabilmente spazio ad idee provenienti dalla destra. A queste visioni del mondo ci opponiamo perché si rifanno, sempre e comunque, (nonostante i tentativi di ripulirsi dalla propria infamante storia) al dominio del forte sul debole. Non capiamo come possa essere coniugabile una difesa degli animali (deboli in quanto vulnerabili nei confronti della specie più forte - l'uomo) con, per esempio, le retoriche nazionaliste quando non apertamente razziste.
 
Quando non ci scontriamo con tali ideologie ritenute "estreme” spesso ci incontriamo con il vero e proprio qualunquismo, triste fenomeno che imperversa in buona parte dell’animalismo. L'insofferenza verso la casta politica e verso i litigiosi movimenti extraparlamentari non rende possibile a molti animalisti immaginare un percorso che punti davvero alla liberazione animale (che, ovviamente, comprende anche quella degli umani). Ci si rassegna a considerare importanti solo le espressioni più pratiche dell'attivismo (dalla controinformazione alle liberazioni dirette di animali) senza comprendere che in mancanza di un obiettivo che vada oltre le sole logiche emergenziali, queste hanno difficoltà a produrre un reale cambiamento. Siamo fermamente convinti che eliminare lo specismo senza cambiare radicalmente la società sia impraticabile ed incoerente. Per sua natura il capitalismo necessita del massimo dello sfruttamento delle risorse ambientali, animali ed umane. La società è sorretta su pratiche terribili di schiavitù animale che hanno radici in millenni di sfruttamento. Concentrarsi esclusivamente sulle scelte che possiamo fare oggi come consumatori non fa che confinare le aspirazioni liberazioniste in dispute commerciali su prodotti più o meno cruelty free. Tale impostazione, spesso riassunta con il termine “stile di vita vegan” impedisce alla nostra coscienza critica di crescere fino a comprendere l'intero impianto istituzionalizzato e sistematico di sfruttamento che fa della lotta a favore degli animali una lotta che inevitabilmente investe l'intera società.
Perché il progresso dovrebbe frenare la sua folle corsa per motivi etici? Le tradizioni legate allo sfruttamento animale sono molto radicate e costantemente rivitalizzate dall'industria e dai media.
Non puntare a cambiare il paradigma dominante è inoltre incoerente in quanto noi esseri umani siamo animali e in quanto tali siamo per forza inclusi nel progetto rivoluzionario di liberazione.
L'antispecista che si considera "apolitico" non ha capito che qui non si tratta di comprare più tofu e seitan. E’ essenziale capire, per diventare un movimento serio e non velleitario, quali siano le idee basilari di cui farsi promotori. Noi non confidiamo nell'approccio moralistico. Si tende spesso a colpevolizzare il singolo individuo dopo aver denunciato le sofferenze a cui gli animali vengono sottoposti. L'individuo onnivoro poco interessato alle tematiche animali, quando non viene considerato un essere malvagio, è dipinto come un soggetto inconsapevole che commette il male per cecità. Sebbene siamo certi che siano i condizionamenti culturali e sociali a informare i comportamenti quotidiani delle persone (trasformandoci in "consumatori medi"), non crediamo che sia utile alla causa presentarsi come i detentori della verità autentica. Indicare come unica soluzione alla sofferenza animale la “retta via del veganismo" non risponde alla complessità della cosiddetta questione animale. Dobbiamo ovviamente invitare gli individui ad accollarsi la responsabilità delle proprie azioni ma ci sembra di vitale importanza coinvolgere le persone in riflessioni più approfondite sulle relazioni di violenza che regolano la vita di tutti noi e che ci rendono contemporaneamente sia carnefici che vittime. Non siamo convinti che questo processo possa svolgersi nel tempo di una conferenza, di una manifestazione o un tavolo informativo, così  come non crediamo di dover giudicare le persone in base al fatto che abbiano o meno cambiato idea dopo che li abbiamo messi davanti alla "verità". Preferiamo percorsi che sviluppino una reale consapevolezza dell’immane “guerra della compassione” che abbiamo da affrontare, consapevolezza che non può essere basata sul senso di colpa.
Se è vero che i principali ostacoli al cambiamento sono l'abitudine, la convenienza, il gusto e la tradizione dobbiamo da un lato avere il coraggio di condannare l'inerzia dilagante e dall’altro  comprendere che il potere, nelle sue innumerevoli manifestazioni d’oppressione, pubblicizza e ribadisce continuamente i suoi privilegi, il suo conservatorismo, il suo edonismo e il suo tradizionalismo.
 
Saper condurre l'aspirazione etica animalista a un'istanza politica, comporta il saper convertire i bisogni attuali in nuovi 'spazi di possibilità'. Solo così la tanto agognata libertà cesserà di essere un mero e illusorio auspicio. Gli animali saranno finalmente liberi dal giogo dello specismo e dell’antropocentrismo solo grazie ad un'assunzione condivisa e collettiva di responsabilità, al ridimensionamento dei conflitti intra ed interspecifici, alla critica e bando di tutti i pregiudizi. Collegare lo specismo al complesso sistema dell'ingiustizia istituzionalizzata costituisce contemporaneamente il punto di arrivo e il punto di partenza per una buona teoria e una buona prassi di liberazione animale.
 
   
Oltre la specie
www.oltrelaspecie.org
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

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ADESSO BASTA: DA CHE PARTE STAI?

di Barbara X

Con le ultime manifestazioni di protesta animaliste sono venuti al pettine quei nodi politici che già hanno avuto modo di presentarsi in altri ambiti del movimento antagonista.

E' del tutto evidente che negli ultimi anni un numero sempre più crescente di attivisti ha optato per il taglio “apolitico” di molte manifestazioni e cortei; ciò si rileva soprattutto in sede di divulgazione degli eventi, quando sembra quasi che gli organizzatori degli stessi (sicuramente al solo scopo di far numero, dunque in apparente buona fede) si affannino nel sottolineare la loro estraneità a qualsiasi schieramento politico.

Questa volontà è in realtà figlia di un deleterio atteggiamento molto in voga da almeno vent'anni: i burattinai e i governi più o meno sotterranei di questa società hanno operato per dirigere l'opinione della gente verso una docile, gestibile e pacifica apoliticità, verso una finta democrazia che -altrettanto per finta- si porrebbe come scopo quello di lasciar spazio e libertà a tutti (tranne che al pensiero...).

Il frutto immediato di tale speciosa operazione è un fair-play deteriore che nulla c'entra con la non-violenza, la tolleranza, il pacifismo, la democrazia. Anzi, questo forzato e bislacco “tutti-assieme-appassionatamente” ha fatto sì che aumentassero le tensioni sociali e le violenze, e che molti dei termini e dei punti di riferimento utilizzati fino a qualche anno fa finissero in un confuso archivio sociale dei tabù e dell'impronunciabile: impegno, ideologia, compagno/a...

I gerarchi degli odierni movimenti nazifascisti hanno compreso che il diffuso dissolvimento dell'appartenenza politica, l'idiosincrasia per lo schierarsi e la conseguente assenza di terreno sotto i piedi di moltissimi, è linfa per i loro progetti, e ovviamente si affrettano ad assicurare che destra e sinistra non esistono più: ma quante volte abbiamo sentito persone comuni e attivisti per i diritti umani e animali ripetere la medesima affermazione?

Ironia della sorte, il rifuggire quei poli dialettici ha purtroppo originato una società quasi completamente di destra, ove naturalmente gli apolitici sono in numero elevatissimo. Ecco perché essi son da considerarsi a tutti gli effetti individui di destra.

Ed è per assecondare costoro, cioè il sentire comune, che si è smarrita la sana abitudine di mettere in chiaro le cose prima; la brama di quieto (e insulso) vivere degli apolitici impone a molti attivisti l'accettazione di ambigui personaggi che fino a pochi anni fa sarebbero stati cacciati da certi contesti: non certo con violenza, ma con determinazione, quello sì.

E' questa determinazione che manca oggi, una mancanza di rigore intellettivo (inteso come capacità di discernere) e di intransigenza che immancabilmente si ripercuote anche sugli antispecisti che indicono la manifestazione. Un buon numero di questi si professano anarchici, ma in realtà utilizzano questa etichetta solo per mascherare il proprio essere apolitici, quando invece essere anarchici ha dei precisi ed intensi significati politici.

E ancora: quale futuro può mai avere un gruppo, un movimento di protesta, se al proprio interno è più forte e sentita la spinta anticomunista di quella antifascista?

Molti attivisti, soprattutto i più giovani, vedono soltanto una confusa contrapposizione che si perde nelle nebbie di un passato lontano; annoiati e irritati, esclamano: “Ma basta con destra e sinistra, comunisti e fascisti, fascismo e antifascismo!”; in realtà essi si esprimono così perché non hanno (o non possono avere) una memoria storica, una coscienza storica, sicché non si sono accorti che il crollo del muro di Berlino altro non è stato che un pretesto per erigerne un altro, di muro, ben più alto e spesso, un muro che spezza in due la linea del tempo e della storia, e che ha lasciato in eredità a chi si è formato in anni recenti un anticomunismo viscerale e un antifascismo da operetta.

L'antifascismo è invece un valore fondamentale della democrazia, una pratica quotidiana che funge da spartiacque ideologico: la democrazia è antifascista per definizione.

Quegli antispecisti che nei comunicati (sia di presentazione a un corteo che di commento allo stesso) non fanno menzione del termine antifascismo, forse senza saperlo e contrariamente a ciò che pensano, si danno una ben precisa connotazione politica. E quando nei comunicati di chiamata a una manifestazione si insiste quasi ossessivamente sul fatto che non vi debba essere alcun simbolo politico e di partito, e non si specifica nemmeno la propria adesione incondizionata all'antifascismo, si spalancano le porte a una moltitudine di apolitici, che, come si è visto in più di un'occasione, non si preoccupano nemmeno più di celare i loro, di simboli (fiamme varie, celtiche assortite, ecc.).

Non si è voluto far nulla quando si sarebbe potuto: perché allora lamentarsi oggi dei danni causati da chi doveva essere allontanato a suo tempo da certi contesti?

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Liberazione Animale e Rivoluzione Sociale (Italiano)  

di Brian A. Dominick


Introduzione: I Veganarchici

Da qualche tempo, la liberazione animale e gli attivisti che lottano in suo nome sono stati coinvolti in discorsi infiammati e azioni. Sebbene la teoria della liberazione animale e l'attivismo raramente sono stati accolti o presi sul serio dall'ideale comune, molti anarchici stanno cominciando a riconoscere la loro legittimità, non solo come una causa valida, ma come un aspetto integrante e indispensabile della teoria radicale e la pratica rivoluzionaria. Mentre la maggior parte delle persone che si definiscono anarchiche non hanno abbracciato la liberazione animale ed il suo corrispondente stile di vita il veganismo un numero crescente di giovani anarchici sta adottando l'ecologia e una mentalità che includa gli animali come parte della loro prassi globale [1].
Allo stesso modo, molti vegani e liberazionisti animali sono stati influenzati dal pensiero anarchico e dalla sua ricca tradizione. Ciò è dimostrato da una crescente ostilità da parte di alcuni attivisti per la liberazione animale verso l'establishment statale, capitalista, sessista, razzista e etaista che sta aumentando l'intensità della sua guerra non solo verso animali non umani, ma anche verso i suoi sostenitori umani. La comunità, relativamente nuova, per la liberazione degli animali, sta rapidamente diventando consapevole della totalità delle forze che alimentano la macchina specista che è la società moderna.
Con l'aumentare di tale consapevolezza, altrettanto dovrebbe fare l'affinità tra liberazionisti animali e le loro controparti più socialmente orientati, gli anarchici.
Quanto più riconosciamo la comunanza e l'interdipendenza delle nostre lotte, che in passato consideravamo distinte l'una dall'altra, maggiormente capiamo che cosa la liberazione e la rivoluzione significhino veramente.
Oltre alla nostra lungimirante visione, anarchici e liberazionisti animali condividono la stessa metodologia strategica. Senza pretendere di essere in grado di parlare a nome di tutti, devo dire che quelli che considero i veri anarchici e liberazionisti animali cercano di realizzare le nostre visioni attraverso qualsiasi mezzo efficace. Noi sappiamo, al contrario delle percezioni comuni verso di noi, che la distruzione gratuita e la violenza non porteranno al fine che desideriamo. Ma a differenza di liberali e progressisti, i cui obiettivi sono limitati alle riforme, siamo disposti ad ammettere che il cambiamento reale potrà realizzarsi solo se si aggiunge la forza distruttiva alla nostra trasformazione creativa della società oppressiva. Possiamo costruire tutto quello che vogliamo, e dobbiamo essere pro-attivi, dove possibile. Ma dobbiamo anche capire che potremo fare spazio per la creazione libera solo cancellando ciò che esiste allo scopo di ostacolare la nostra liberazione. Sono vegan perché ho compassione per gli animali; io li vedo come esseri dotati di un valore non diverso da quello degli esseri umani. Sono un anarchico perché ho la stessa compassione per gli esseri umani, e perché mi rifiuto di accontentarmi di prospettive compromesse, strategie irrispettose e obiettivi di vendita. Come radicale, il mio approccio alla liberazione animale e umana è senza compromessi: la libertà totale per tutti. In questo saggio vorrei dimostrare che qualsiasi approccio al cambiamento sociale deve essere costituito su una comprensione non solo delle relazioni sociali, ma anche dei rapporti tra uomo e natura, inclusi gli animali non umani. Spero anche di mostrare qui perché nessun approccio alla liberazione animale è fattibile senza una comprensione approfondita e un'immersione nello sforzo sociale rivoluzionario. Dobbiamo tutti diventare, se volete, "veganarchici"...
Continua a leggere scaricando l'intero documento.

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6-7-8 luglio 2012

Programma VEGANch’io 2012

VIMERCATE  (MB) – Area Feste, via degli Atleti

 (Vedi anche: video e audio dei dibattiti del veganchio 2012)

Venerdì 6 luglio

19.30 aperitivo di benvenuto offerto da Oltre la specie

20.00-23.00 cena

21.30 conferenza e dibattito: I reclusi della Gorgona: detenuti umani e animali con Marco Verdone.

 

Sabato 7 luglio

10.00 colazione

10.30 lezione di yoga con Lorena Perego (portare materassino)

11.30 letture di brani sugli animali

13.00 pranzo

 

15.00-16.30 Workshop:

  1. Passato e presente del movimento animalista con Sabrina Tonutti e Aldo Sottofattori     
  2. “Uno, due e tre: il menù che piace a me” a cura di Barbara Gervasi

 

17.00-18.00 Presentazioni brevi

  1. Progetto Ippoasi
  2. “Flatus Vocis” di Leonardo Caffo
  3. “Liberazioni” n. 9
  4. “Etiche dell’ambiente: voci e prospettive” volume collettaneo, con Matteo Andreozzi

 

18.30-20.00 conferenza e dibattito: Gli animali, i migranti e le donne con Annamaria Rivera

 

20.00-23.00 cena

21.30 torneo di biliardino (iscrizioni al bar)

 

Domenica 8 luglio

10.00 colazione

10.30 lezione di yoga con Lorena Perego (portare materassino)

11.30 letture di brani sugli animali

13.00 pranzo

 

15.00-16.30 Workshop:

  1. Sconfinamenti: specie, genere, identità con Annalisa Zabonati e Barbara X
  2. “Quattro, cinque e sei: il dolce che vorrei” conLa Pentola Vegana

 

17.00-19.00 attività per bambini con Franco Sartori

 

17.00-18.00 Presentazioni brevi

  1. Attività e progetti di Oltre la specie
  2. No-TAV e antispecismo con No Way Squat, Veganarchici e Food not bombs di Torino
  3. “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche” di Melanie Joy, con Annamaria Manzoni
  4. “Zoografie” di Matthew Calarco, con i curatori dell’edizione italiana
  5. Essere Animali

 

18.30-20.00 conferenza e dibattito: La rappresentazione degli animali nell’arte, nel cinema, nella pubblicità e nella comunicazione animalista con Emilio Maggio e Filippo Trasatti

 

20.00-23.00 cena

21.30 torneo di biliardino (iscrizioni al bar)

 

 

Il vegan bar (torte, panini e bevande) sarà aperto il venerdì dalle 18.00 alle 23.30 e sabato e domenica dalle 10.00 alle 23.30. Per indicazioni stradali e luoghi di pernottamento vedi www.veganchio.org

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