Venerdì, 28 Novembre 2014 15:11

"Noi non abbiamo paura"

Solidarietà alle minatrici del Sulcis!

Sulcis, ex-minatrici Igea occupano gallerie

Articoli:

Controlacrisi.org

Repubblica on line

La nuova Sardegna

"Noi non abbiamo paura"
Pubblicato in Attualità - Notizie

Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

_______________________________________________________________________________________________

Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

Pubblicato in Materiali
L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

*****


 

Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

________________________________

 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

****************

 

fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli

Arte e resistenza animale: scene da un mondo senza sfruttamento- intervista a Hartmut Kiewert

a cura di Resistenza Animale

(Fonte: resistenzanimale.noblogs.org)

traduzione dall’inglese: Julie McHenry

revisione: Arianna Ferrari

[ ENGLISH VERSION ]

[ VERSIONE TURCA ]

nest

Nest – H. Kiewert


Hartmut Kiewert (http://hartmutkiewert.de) è un artista antispecista tedesco. Nei suoi dipinti ha rappresentato lo sfruttamento animale e il desiderio di un mondo in cui tale sfruttamento sia soltanto un ricordo. Ha partecipato, con le sue opere, a diverse iniziative per la liberazione animale, fra cui la 3rd European Conference for Critical Animal Studies (Karlsruhe, 2013), l’International Animal Rights Conference, (Lussemburgo, 2013) e la Conference for Critical Animal Studies (Praga, 2011).

Gli abbiamo rivolto alcune domande sul significato politico dei suoi quadri e sul tema della resistenza animale.

Le tue opere rivelano un interesse che ci sembra non solo di tipo artistico, ma anche “politico”. Presenti la violenza sugli animali e la loro schiavitù, e sembri mostrare la capacità degli animali di agire autonomamente, per se stessi. Evadono, si ribellano, guidano (simbolicamente?) il popolo verso la rivoluzione, come hai mostrato nella tua versione del quadro di Delacroix “La libertà che guida il popolo”. Sembra che questa idea di resistenza animale ti sia familiare… In che modo è presente nella tua opera?

Nella mia opera mi riferisco esplicitamente ai contesti politici ed ai contesti dei movimenti sociali, in particolar modo al movimento di liberazione animale, ovviamente.  E’ mia intenzione offrire spunti di riflessione sul contradittorio e violento rapporto umano-animale con il mezzo dell’arte e creare nuovi punti d’accesso sul tema.  I discorsi non prendono solo la forma di testo o di linguaggio, ma anche la forma delle immagini.  La pittura ha una lunga storia di riflessione sui rapporti umano-animale che risalgono alle prime raffigurazioni nelle caverne.  Credo si tratti di un adeguato terreno per rinegoziare queste relazioni.  Nelle mie opere più recenti, provo a mostrare prospettive utopistiche su questi rapporti.  Utopie di un mondo post-sfruttamento animale.  Mi sforzo di evitare l’antropomorfismo, che è invece consueto nella maggior parte dell’arte. Di solito l’arte ha riprodotto il rapporto di dominio verso gli altri animali usandoli come aree di proiezione o come mere metafore. Quindi sì, vorrei rappresentare gli animali non-umani come attori, che modellano il loro ambiente secondo i loro stessi termini e che vivono e creano le proprie vite, proprio come gli esseri umani.  Nonostante questo, rimango anche sorpreso dalle istanze reali di resistenza non-umana che illustrano proprio questo aspetto: che sono dei soggetti e non dei prodotti o delle proprietà.

La vostra lettura della mia reinterpretazione di “La libertà che guida il popolo” di Delacroix è interessante.  Non avevo pensato ad animali che incitano la gente alla rivolta – un pensiero stupendo!  Dipingendolo, avevo in mente un’idea più ordinaria di esseri umani che liberano gli animali.  Ma questa è la potente caratteristica delle immagini: hanno la capacità di produrre nuovi modi di vedere le cose, che in certi casi erano sconosciuti all’autore.

Un altro dipinto che ci è sembrato molto interessante è “Nest” (l’edificio in rovina sullo sfondo è una nota azienda di produzione carni tedesca). Sembra quasi riferirsi alla resistenza umana, quella che chiamiamo “Resistenza”, per esempio la lotta di liberazione dal nazi-fascismo (richiama le scene di antifascisti che prendono fiato durante le loro azioni). Da dove proviene l’idea di quest’opera?

L’idea di questo dipinto era di trasferire i cosiddetti “animali da reddito” – in questo caso maiali – dal loro ambiente assegnatogli e creato dagli esseri umani per lo scopo di sfruttarli ad un ambiente completamente diverso.  Uso frequentemente questa idea nella mia arte.  Li trasferisco nelle case borghesi o, come in “Nest”, nella libertà davanti alle rovine dell’industria dello sfruttamento animale. Attraverso questo trasferimento vorrei suggerire altri punti di vista sui cosiddetti “animali da reddito” e diffondere l’idea della liberazione animale.

Nei tuoi quadri ci sono molti “paesaggi” abbandonati dallo sfruttamento umano. Sono disabitati, riappropriati dagli animali liberi. Immagini che visioni del genere possano essere realtà? Come potrebbe essere possibile tale cambiamento, la transizione dall’allevamento intensivo ad un mondo in cui gli animali possano autodeterminare la propria vita?

Beh, per prima cosa: sì, credo che sia possibile – e certamente auspicabile – abolire lo sfruttamento animale, come è anche auspicabile abolire ogni altra forma di sfruttamento e dominio.  Di certo non so come sarebbe esattamente un mondo senza la dominazione e nemmeno quale sarebbe la giusta via per arrivarci.  Ma sono piuttosto certo che la reale liberazione non possa essere raggiunta attraverso strutture gerarchiche, bensì solo attraverso contro-strutture opposte al male esistente.  Attraverso movimenti di base che incorporino le visioni utopistiche nelle proprie lotte e che riflettano costantemente sulla possibilità per loro stessi di cadere nelle strutture di dominio.  Certamente non è un percorso facile, ma millenni di ideologie e di istituzioni sociali basate sul dominio e sulla violenza non sono cose che si possono riporre come un panno vecchio e scomodo.

Poiché i meccanismi ideologici che legittimano lo sfruttamento animale sono intimamente legati ai meccanismi che legittimano lo sfruttamento e la discriminazione fra gli esseri umani, la liberazione animale e la liberazione umana sono due facce della stessa medaglia.  Quindi anche se in alcuni dei miei dipinti non ci sono esseri umani ma solo animali, non sostengo per niente l’opinione secondo cui tutto si “sistema” eliminando gli esseri umani. Gli animali umani non sono né buoni né cattivi di per sé, ma i modi in cui strutturano le loro società possono essere buoni o cattivi. L’unico scopo del capitalismo è di massimizzare il profitto. Soddisfare i bisogni degli esseri umani costituisce per il capitalismo solo un sottoprodotto o uno scarto, mai il fine della sua produzione. Questa è la ragione per cui migliaia di persone ancora stanno morendo di fame, anche se ci sono più che sufficienti risorse produttive e cibo. Ma a causa di strutture private tante persone non possono neanche avere accesso ai beni fondamentali per la loro vita. Quindi, senza dubbio, il capitalismo è una forma cattivissima e folle per organizzare la riproduzione economica umana. Dobbiamo perciò tentare di trovare altri modi per organizzare le nostre società, che superino non solo lo sfruttamento animale, ma anche il capitalismo, il razzismo, il nazionalismo, e così via.  Poiché tutte le forme diverse di dominazione e oppressione si sostengono a vicenda, tutti i diversi movimenti sociali dovrebbero trovare modi per rapportarsi e sostenersi l’un l’altro e provare ad imparare uno dall’altro, per prendere il potere al fine di apportare cambiamenti reali, per eliminare tutte queste strutture violente.

Tu hai dipinto molte scene con umani e non umani: si tratta di scene piene di angoscia. Ma in altre, umani e non umani coesistono: sono scene rassicuranti, piacevoli, pacifiche. Credi sia un cambiamento possibile? Quanto può durare questa transizione dallo sfruttamento alla coabitazione?

Bella domanda.  Come ho detto, penso che un altro rapporto fra gli esseri umani e non-umani sia possibile.  Se gli esseri umani vogliono avere la possibilità di raggiungere una qualità di vita decente per loro stessi senza ridurre il pianeta ad un mucchio di rifiuti che non può sostenerli, non possono ottenerlo isolandosi dal loro ambiente e dagli animali che condividono questo pianeta.  Dobbiamo tentare di distanziarci da quella forma reificante di socializzazione che il capitalismo porta a perseguire.  All’interno di questo processo dovremmo, di conseguenza, riconoscere che gli animali non sono dei prodotti e che, come noi, desiderano una buona vita.  Nessuno è libero finché tutti non sono liberi.

Con il processo di trasformazione delle società in società libere dal dominio, in cui gli esseri umani non mantenessero più la separazione ideologica fra esseri umani vs. animali e fra cultura vs. natura, anche le infrastrutture si trasformerebbero in modo da rispettare gli animali non umani come soggetti delle loro proprie vite.  Per esempio, si potrebbero piantumare i tetti che così servirebbero come nuovi spazi abitativi per altri animali. Oppure, se immagino un mondo decentralizzato, auto-organizzato, molto traffico sarebbe eliminato, per via dell’aumento di strutture di riproduzione economica localizzate. Questo significherebbe anche che tutti gli esseri potrebbero muoversi più liberalmente per via della riduzione del pericolo causato dal traffico.

In tale ambiente i pets e anche gli ex-“animali da reddito”, che forse potrebbero ancora esistere, potrebbero emanciparsi dagli esseri umani passo per passo. Ma credo che, a causa della diminuzione del consumo di prodotti derivati dallo sfruttamento degli animali che dovrebbe accompagnarsi ad una successiva transizione ad un mondo libero della dominazione, non ci sarebbero così tanti “animali da reddito” come ne abbiamo oggi. Con questo processo la separazione fra cultura e natura svanirebbe così come la separazione fra animali “domestici” e “selvatici”.

Spesso “scegli” i maiali come soggetti. Perchè? Sono i migliori simboli dello sfruttamento animale?

Da un lato i maiali sono molto spesso usati come una metafora specista – almeno nella lingua tedesca (NdT: anche in italiano!).  La metafora del maiale è spesso usata per denigrare delle persone o per descrivere cose negative.  Quindi l’immagine di un maiale fa scattare tante connotazioni – il che è sempre un buon modo per raggiungere la gente.  Dall’altro lato i maiali sono molto simili agli umani – il 98% del loro DNA è identico al nostro. Per di più sono animali molto intelligenti, sociali, e curiosi proprio come gli essere umani.  Per questo ho pensato che le persone possono identificarsi con i maiali nei miei quadri e iniziare a riflettere sul loro rapporto con loro – che è solitamente e sfortunatamente un rapporto mediato soprattutto dalla loro dieta.

Pubblicato in Articoli

Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

La solidarietà della catena

di Eva Melodia

Ogni mattina su Contatto Radio, l’amico Matteo Bartolini porta avanti una rubrica che seguo sempre con piacere ed interesse nonostante i tempi ristretti dettati dall’orario che si accavalla tra una consegna di parenti a scuola e l’ingresso in ufficio.

Proprio per l’ennesimo ritardo che rincorrevo, qualche mattina fa mi è capitato di seguire solo a spizzichi la trasmissione, cogliendo lo stesso un passaggio in cui in qualche modo lo speaker incalzava la comune morale. A partire da un fatto di cronaca riguardante la storia di un cane che ha sollevato una ampia reazione commossa e solidale, muoveva una critica per quanto velata, interrogandosi sulla distonia tra un presunto maggiore comune sentire di affetto e disponibilità solidale verso “gli animali” - lo speaker generalizzava così -, ed un altrettanto secondo lui comune scarso solidarizzare con gli altri umani in difficoltà, quali ad esempio i migranti citando, a dimostrazione, i recenti appelli di Forza Nuova apparsi sui quotidiani locali (talmente intrisi di demenza razzista che che non meritano d’essere nominati oltre).

Mi sono trovata a riflettere su cosa mi facesse sentire chiamata in causa da questa critica evitando di impuntarmi su una delle letture possibili (quella della solita accusa con cui si additano gli animalisti di non avere la stessa attenzione riservata agli animali anche verso i soggetti umani) poiché credo non fosse affatto questo il tema interessante. Al contrario, penso che la questione così posta possa generare un nodo importante, indagando la spinosa ragione per cui un cane pare scatenare una risposta più accogliente rispetto ad un umano in difficoltà.

 

 

 

Apparentemente potremmo pure crederlo che esista una maggiore solidarietà verso i cani o i gatti (ora, in Italia), rispetto a quanta non se ne nutra per un migrante, per un rom, o per un “senzatetto”; ma allora eventualmente ci si dovrebbe seriamente interessare dell’unica domanda rilevante: perchè mai?

Non è accettabile che questa domanda cada nel vuoto o addirittura che nessuno se la ponga.

Io rivendico il dovere di porsela, di accoglierla, e di usarla per andare verso il mondo migliore di domani.

Innanzitutto, si tratta appunto di una maggiore disponibilità non verso tutti gli animali (tutti gli altro-da-umani), ma solo verso quelli che per circostanza storico-geografica possono essere usati e soggiogati in piena approvazione sociale, per qualsiasi vezzo e con tanto di tutela legale: i cosidetti “pet”, termine che la dice lunga e fa il paio con animali da compagnia o toys, gli animali giocattolo.

Si tratta per lo più quindi, di cani e gatti i quali, non solo non rappresentano tutto quell’universo di vite animali negate senza alcuna solidarietà o atto di pentimento ma che sopratutto, non godono di alcuno status giuridico che seriamente dia loro un peso nella società.

Ciò è esattamente il contrario di quanto accade per un umano il quale, grazie alle garanzie speciste, per quanto privo delle variopinte tutele di una tale o tal altra nazionalità, godrà quasi sempre e quasi ovunque (almeno sulla carta), del diritto alla vita ed alla libertà.

Il cane ad esempio, al di là delle blande normative protezioniste di cui anche l’Italia è emblema, è l’oggetto vivente per eccellenza, quello cui magari dedichi cure parentali riconoscendolo come "vivente", ma che al contempo piazzi dove vuoi e magari chiudi tutto il giorno in casa o segreghi per una vita intera legato ad un metro di catena. Quando non lo gradisci più, te ne liberi, magari pure ammazzandolo: la possibilità che qualcuno ti dica qualcosa in proposito è davvero remota.

La responsabilità assunta nell’atto dell’accogliemento di un cane poi, è infinitamente più blanda (sia per la comune morale, sia per la normativa vigente), piuttosto che quella dell’accoglienza di un umano.

Il cane non entra in conflitto con ciò per cui questa cultura e società vuole che tu competa: il modello capitalista. Il cane (o il gatto) può essere trattato come fosse solo un suppellettile, alla stregua di una cosa: alcun* li porta in borsetta come la sciarpetta, li compra e li vende come giocattoli alla moda.

Questo è ciò che lo specismo genera e che lo specismo difende: che chi “è” animale valga meno e che dunque, tutti possano permettersi animali come oggetti nelle borsette o come fettine nel piatto.

E’ altresì intuibile come su ciò si fondi tutta l’ideologia del dominio grazie alla quale proprio il razzismo vive pacioso, con le sue strumentali idee di superiorità ed inferiorità perfettamente fondate sulla selezione delle razze in allevamento.

Intendo allora suggerire come l’eventuale diffuso interesse per questi pet, non dipenda affatto dalla solidarietà nobile di cui gli umani sono potenzialmente capaci, ma al contrario e quasi sempre purtroppo, solo dall’empatia fisiologica stuprata dall’ideologia del dominio, la quale si scatena e libera più facilmente verso soggetti il cui dominio e soggiogazione è facilitato dal sistema, anziché su soggetti la cui autodeterminazione è maggiormente garantita dal sistema, magari tanto da poter diventare addirittura competitori.

 

Sull’”animalizzazione” del nemico e del diverso si struttura tutto il capitalismo, attraverso il meccanismo di riduzione in risorse da usare o da scartare ed eliminare, sia delle materie prime ma sopratutto dei corpi dei viventi: mi aspetto che gli amici molto libertari e molto idealisti, ma poco solidali in maniera eterogenea, prima o poi lo comprendano, facendo forse dei passi avanti quindi non solo nello strutturare rivendicazioni (o lamentele), ma forse anche strategie.

L’empatia non si può moralizzare: non si può bacchettare un recettore che non si attiva, se d’altro canto non si fa che delegittimarlo; allo stesso modo, non si può scandalizzarsi dell’assenza di solidarietà verso i competitori, in una società dove tutto è solo competizione nel consumo di corpi (morti).

Se per sollevare il problema della repulsione sociale verso i soggetti umani più deboli di questa schifosa società si chiama spesso in causa una comparazione con il modello della presunta solidarietà verso cani e gatti, significa semplicemente e tristemente che il disconoscimento delle prassi di dominio e soggiogazione in cui versano gli individui animali (pet compresi), è totale.

Tornando dunque alla puntata di L’Evidenziatore ed alla questione posta da Bartolini, ciò che davvero pare evidente è che mentre si rileva con leggerezza l’accertato sbilanciamento di cure verso i “pet” piuttosto che verso le persone umane, dall’altra non si coglie il buco nero in cui cadono tutte le ragioni ispirate ai più alti e nobili sentimenti e ideali umani: lo specismo ed i suoi tranelli, dalle quali in ultimo vengono alla fine imbrigliati tutti gli schiavi ed i sudditi di tutta la storia dell’umanità...neppure in quel territorio di idee libertarie o altamente garantiste di libertà e diritti in cui una radio come Contatto Radio ed i suoi speakers si collocano.

Animale è il nemico, il rom, il diverso. Esso non scatena empatia in un popolo di adulti competitivi ed imbruttiti da miti patriarcali. Esso è il ripudiato e finché è tutelato da una legge che ne impedisce lo sfruttamento esplicito, la solidarietà della catena non potrà essere loro estesa perché non è possibile allo stato attuale dominarli e sfruttarli come animali, cioè nello stesso facile e conveniente modo.

Per cambiare questo paradigma, assurdo ed ignobile, non basta pretendere che gli umani vengano de-animalizzati: serve sfondare il concetto stesso di “animale” con cui le leggi di tutto il mondo e la forza delle istituzioni,  permettono lo sfruttamento di individui senzienti ed il consumo dei loro corpi. Serve rifondare la società sull’empatia come base dell’etica della solidarietà ed una cosa è certa: finché un cucciolo di ventidue giorni verrà sgozzato nel nome di dieci minuti di baffi leccati a Pasqua, di empatia a sostegno di questa etica non ce ne sarà abbastanza.

"Guinzaglieria"?? 

 

Pubblicato in Articoli

Le ambiguità di un "non-manifesto": Michela Brambilla e l'animalismo

di Aldo Sottofattori

da: "Liberazioni", n.15, anno IV, inverno 2013

Sono note le capacità del sistema di inglobare le istanze politiche, sociali o culturali che nascono come elementi perturbatori dell’ordine costituito al fine di spegnerne il potenziale di cambiamento. In questo modo, sono state assorbite concezioni importanti come il pacifismo con le guerre umanitarie, l’ecologia con la green economy, il movimento operaio con l’insistenza sui comuni interessi dei lavoratori e degli imprenditori, il femminismo con la cooptazione nel nuovo ordine liberista di temi, discorsi e parole d’ordine tipici di quel pensiero. Cosicché, svuotati del necessario consenso, questi movimenti si sono ridotti ad “ambienti” la cui carica destabilizzante si è fortemente ridotta. Anche il movimento per la liberazione animale, l’ultimo arrivato nella lista dei movimenti di contestazione dell’esistente, corre questo pericolo? Secondo un’interpretazione che a prima vista appare ragionevole, la teoria della liberazione animale dovrebbe essere al riparo da questo destino. La sua prospettiva appare talmente lontana dai fini dichiarati e perseguiti da tutte le istituzioni della società contemporanea da indurre a pensare che una qualsiasi forma di cooptazione sia impossibile. Ma è davvero così?

Fornisce materiale di riflessione il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla[1], parlamentare del PdL e ex-ministro del Turismo nell’ultimo governo Berlusconi, un testo strutturato in 10 capitoli in onore a quella tradizione di origine mosaica che tende a dilatare fino a questo numero qualunque prescrizione venga data rispetto a qualsiasi cosa. Intorno al personaggio girano molte voci che tenderebbero a screditare il suo sincero interesse per la condizione degli animali. Che si tratti di leggende, di realtà o di realtà condite con leggende poco interessa. Il documento qui preso in esame è, invece, sufficiente per inquadrare un certo tipo di mentalità circolante che si autocelebra come fortemente impegnata sulla questione animale e di cui l’ex-ministra si fa insistente portabandiera.

Una prima doverosa domanda è questa: il documento costituisce un autentico manifesto o ne richiama malamente e indebitamente le pretese?
...

Scarica l'articolo completo



[1] Michela Vittoria Brambilla, Manifesto animalista, Mondadori, Milano 2012.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

Pubblicato in Attualità - Notizie

L’animalismo nel Movimento 5 Stelle: considerazioni ed esperienze

di Eva Melodia



Premessa

Il notevole successo del Movimento 5 Stelle alle ultime politiche (2013) ha comportato una improvvisa esplosione delle potenzialità di questo progetto ponendolo sotto i riflettori, ivi compresi quelli che ostinatamente, per ragione di interesse politicocercano di deformarne la portata e sopratutto gli intenti, come è accaduto nel caso delle ultime trattazioni in parlamento di tematiche legate alla sperimentazione animale. In seguito al vespaio che ne è nato quindi, ho pensato ad un veloce testo di chiarimento, sopratutto per i tanti critici esterni che lo stesso nutrono aspettative e speranze dal Movimento stesso.

Sono attivista nel Movimento 5 Stelle da che è nato, mi interessa raccontarlo con i miei occhi e la mia esperienza, senza la pretesa di andare oltre questa forma soggettiva, ed ovviamente generalizzando, con il solo intento di fornire qualche elemento in più per coloro che interessati, allarmati, perplessi, lo guardano da fuori non avendo di fatto tempo, modo, fiducia, di provare a mettere in gioco la propria vita per sperimentare in prima persona di cosa si tratta.

Dopo le ultime votazioni, un numero consistente di persone ha rincorso il carro dell’ultimo arrivato e tra questi molti animalisti, con (e per) il solito modo di pensare la politica, cioè avvinghiarsi al potentato di turno ed elemosinare leggi e leggiucole in favore degli animali, lanciando anatemi quando queste non venissero corrisposte.

Prima di allora, in verità, di animalisti attivisti (e sopratutto gli antispecisti) se ne sono visti poco o niente dentro al Movimento, nonostante i ripetuti appelli alla partecipazione, a parer mio per una totale incomprensione di ciò che il Movimento è e, di conseguenza, cosa possa fare, seguendo quali logiche e prassi.

 

Intendiamoci: che cos’è il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle, ne siamo tutti consapevoli, non è certo il primo untore di idee solidali, tendenzialmente ecologiste e tendendialmente anticapitaliste, né il primo gruppo politico ad affermare che serve un grande cambiamento - non solo generazionale – dell’intera baracca chiamata “classe” politica. Ciò che lo rende unico, benché allo stesso modo non sia il primo ad averne ipotizzato la necessità, sono le fondamenta radicate nell’esperienza tutta sperimentale – allo stato attuale – di forme di democrazia diretta, attraverso la quale si rigenera costantemente e, grazie alla quale, dovrebbe garantire non solo che eventuali concentrazioni di potere nelle mani di pochi non producano disastri per le moltitudini, ma soprattutto una rivoluzione culturale, laddove la obbligata partecipazione alla trattazione di qualsiasi tema - poiché nessun tema viene delegato per nessuna ragione -, comporta necessariamente una crescita conoscitiva competente per tutta la base ed induce - ci si creda o no - un lento, ma inesorabile, cambiamento virtuoso: un sempre maggiore interesse delle problematiche altrui e l’allargamento dei confini di interesse, ivi compresi i confini della percezione dell’alterità stessa.

Possiamo dunque dire che il Movimento è prima di tutto un metodo (anche se al momento decisamente caotico e non consolidato) grazie al quale una assemblea di cittadini prende delle decisioni collegiali in merito a proposte nate dall’iniziativa dei singoli, diventando il mezzo attraverso il quale ogni persona può proporre idee e cambiamenti senza incappare nella resistenza di lobby e gruppi di potere.

E’ il metodo a garantire i contenuti e non il contrario. Il metodo, che nel tempo è stato sintetizzato nel motto “uno vale uno”, resta il vero punto di riferimento ideologicamente inviolabile, cui poi tutta la politica del Movimento si ispira e su cui si modella, traducendosi ovviamente in scelte come già detto solidali, ecologiste, e che sempre per ovvietà stanno cercando di immaginare un modello sociopolitico ed economico completamente nuovo. Questo almeno è quel che riguarda quello che potremmo chiamare uno “zoccolo duro”, quello che ha dato vita a questa coraggiosa idea, che ci crede veramente, che la ha difesa in questi anni e resa una entità politica vera sapendo come il lavoro da fare sia lungo e duro, sopratutto in difesa e promozione del metodo stesso.

E’ sempre il Metodo dunque a filtrare ogni tipo di devianza autoritaria - che osservatori preoccupati, ma anche detrattori in malafede evocano in maniera copiosa – impedendo a persone, personaggi ed idee fervide di forme di oppressione, di prendere davvero o lungamente parte al progetto. Una sorta di sistema immunitario che reagisce molto efficacemente rigettando ai margini fino ad escludere, chiunque neghi l’assoluto valore dell’appiattimento ed annullamento di ogni gerarchia sociale o politica. Le assemblee dunque sono aperte a tutti e tutti, indipendentemente da durata, frequenza, o apporto partecipativo (o tanto meno da connotazioni biologiche o sociali di sorta), non prevedono responsabili, dirigenti, ruoli di potere di nessun tipo, e viene di fatto escluso chi dimostri a parole o con i fatti di cercare di cambiare questo sistema che rivendica eguaglianza tra tutti i partecipanti. Ciò ovviamente non può significare che mai si siano verificati tentativi di devianza o partecipazione di persone che singolarmente, intimamente dapprima ed esternamente poi, cercavano di violare il metodo, né che in tutta Italia non si siano mai verificati casi di autoritarismo o discriminazione.

Resta il fatto che l’impegno maggiore è stato dedicato in questi anni proprio a difendere il metodo, e proprio perché lo si considera la via capace non solo di esprimere e rappresentare uguaglianza tra gli individui, ma anche di sviluppare coerenti relazioni sociali nelle collettività.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo tema, che appunto è la base, ed infatti all’interno del Movimento stesso è l’argomento principale, quello sempre trattato, ed in continuo approfondimento.

 

Disgressione

 

Delle tante critiche che il Movimento riceve quotidianamente, una ritengo sia vera ed evidente.

Il livello medio di competenza in temi di lotta per i diritti, specializzata o generica, è piuttosto bassa, ivi comprese le competenze per ciò che concerne gli altro-da-umani e tanto più l’antispecismo. Un popolo intero di attivisti per i diritti di minoranze o categorie oppresse, si lamentano dello scarso profilo nella trattazione dei temi per loro prioritari non comprendendo come, essendo il Movimento un mezzo, ciò dipenda in buona sostanza dalla scarsa partecipazione e sfruttamento del mezzo stesso da parte delle persone come loro. In sintesi: il Movimento a costoro (tanto più agli animalisti ed agli antispecisti) non piace, ma la ragione dello scarso gradimento pare poi derivare proprio dalla loro scarsa presenza e quindi conseguente ovvia scarsa trattazione, approfondimento e competenza delle tematiche relative.

 

Tornando al metodo ed allo stato attuale, dopo qualche mese di partecipazione del Movimento alla vita istituzionale del paese, possiamo concentrare tutte le considerazioni possibili sulle attività in corso d’opera con un “o metodo o morte”. Si è creato uno scollamento (si spera temporaneo) tra la base e gli eletti, a causa di un immaturo progetto di strumenti che garantissero il metodo, tale per cui – è la triste verità – il progetto potrebbe trasformarsi in un fallimento doloroso, riferendo il nome di questo prezioso tentativo, ad uno qualsiasi dei tanti partitucoli susseguitisi negli anni in ogni parte del mondo.

Questo avverrà di certo se il metodo non resterà il fulcro del Movimento stesso e per fortuna, c’è chi di questo si rende ben conto resistendo a pressioni avverse di ogni tipo.

Le pressioni che spingono a porre il Metodo in secondo piano nascono da quattro fattori fondamentali:

- le difficoltà oggettive nel rendere nazionale e omologata una prassi ancora tutta da inventare e sperimentare

- attivisti del Movimento che per varie ragioni, stanno dimostrando di non riconoscere come vitale la garanzia del metodo

- Un numero spropositato di avventori dell’ultim’ora, saliti sulla carriola del vincitore senza saperne nulla ma volendo lo stesso partecipare a trascinarla da qualche parte non meglio identificata, luogo più prossimo alla deriva che ad una qualsiasi méta.

- Chi consapevolmente e con molta competenza vuole distruggere il Movimento.

Si potrebbe scrivere un trattato di sociologia su come sia appunto il metodo, sfruttando anche l’intelligenza collettiva, a rappresentare l’unica novità e speranza effettiva di questo gigantesco tentativo di cambiamento.

Osservando la storia recente però, dobbiamo riconoscere come lo stress subito dal Movimento (trovatosi a partecipare alle politiche mettendo in moto una macchina gigantesca a partire da zero), abbia reso evidenti le imperfezioni ancora in corso, compreso ad esempio il fatto (anche e proprio a causa di una scarsissima partecipazione di animalisti) che nel programma presentato per le politiche, non venissero trattate le tematiche che riguardano direttamente gli altro-da-umani.

Nella forzata e frettolosa discesa in campo alle politiche infatti, non c’è stato modo di garantire uno strumento univoco che blindasse un metodo orizzontale ugualitario a livello nazionale capace di permettere una veloce rielaborazione di quello che era già da tempo una bozza iniziale di programma nazionale, tanto meno di portarvi dentro tematiche animaliste, così capaci di scatenare lunghe e gravose polemiche.

Con l’arrivo poi di nuovi e numerosissimi partecipanti, ivi compresi gli animalisti, giunti sulla spinta del risultato elettorale, completamente privi della formazione e dell’esperienza fatta negli anni sui metodi di democrazia diretta o metodo del consenso, si è caduti velocemente in un baratro di pericolosi fraintendimenti.

 

Vivisezione e Circhi: due storie diverse

Come ho già detto, le tematiche classiche animaliste, dentro al programma del Movimento 5 Stelle non erano trattate. La storia vuole che al tempo della prima stesura del programma - qualche anno fa - gli animalisti competenti fossero circa zero e che al momento dell’improvvisa necessità di darsi al ballo delle elezioni, fossero forse ancora meno, per di più travolti (come tutti gli altri attivisti) dalla necessità di cogliere l’occasione come si poteva, cioè diciamocelo, imperfetti ed impreparati.

Non ci fu il tempo per creare una piattaforma di discussione, aggiornare davvero il programma, discutere nulla, portavi dentro nuove istanze, tanto meno da parte dei pochi e sparuti animalisti ed antispecisti, i quali avevano ben capito che prima bisognava fare sopravvivere il movimento - cioè il metodo - e poi, solo allora, si sarebbe potuto ampliarne le tematiche in trattazione.

Fino ad allora in realtà, le tematiche animaliste erano comunque state portate dentro il Movimento a partire dai programmi delle liste civiche. In particolare, un tentativo abolizionista del circo con animali. Le numerose singole istanze comunali contro questa barbarie peraltro, sono state un perfetto esempio di come il virtuosismo che sfocia da una partecipazione ampia e dalla trattazione orizzontale degli argomenti, porti inevitabilmente all’adesione a modelli sociali sempre più solidali.

Agli albori di un Movimento 5 Stelle Nazionale, i tanti singoli gruppi locali che avevano qualche animalista competente (capace di fare conoscere e trattare la tematica degli animali nei circhi) al loro interno, hanno aderito all’idea di trovare una via per bandirne l’attendamento, andando anche contro le leggi nazionali, o almeno provandoci, anche scontrandosi duramente con l’ostruzionismo delle maggioranze amministrative.

Questo, se da un lato ha conferito una prima errata aura “animalista” al Movimento (almeno agli occhi degli animalisti medi qui ben descritti da Marco Maurizi nel suo La guerra civile animalista)[i1] , decisamente inappropriata e derivante da una visione di tipo partitico di quello che invece è solo uno strumento di democrazia partecipativa e diretta, dall’altro è stato un banco di prova per la trattazione di tali tematiche. Ciò significa che il M5S non è animalista tanto quanto non è “antianimalista”, è solo lo specchio della realtà assembleare che lo compone in un dato momento con tutto che rimane, come già dicevo, il luogo ideale in cui fare crescere la riflessione etica.

La svista presa dagli animalisti ha portato all’assalto alla diligenza subito dopo le politiche, sulla base dell’idea che ci fosse qualcuno di “nuovo” cui mendicare leggi con una patina di salvatore della patria, dettata per lo più da una decisamente superficiale conoscenza di cosa fosse il Movimento. Lo stesso ha incendiato i cuori di tanti animalisti di ogni sfumatura, e purtroppo di tanti apolitici.
Perfettamente a digiuno di qualsiasi tematica trattata fino ad allora come Movimento, di metodi, di prassi, hanno iniziato a sbandierare come del Movimento (come fosse nel programma, come fosse una battaglia a cui aveva aderito) un tema chiave dell’animalismo e cioè l’antivivisezionismo, che nella sua accezione etica diventa antispecismo compiuto.

Esattamente come tutto il resto del mondo faceva, costoro avevano confuso e travisato completamente ciò che il Movimento era e stava facendo, scambiando una battaglia portata avanti personalmente da Beppe Grillo con un argomento trattato ed adottato dal Movimento stesso. Un banale ma gigantesco, continuo, errore, proprinato per mesi, facendo passare l’adesione di Grillo, come adesione di tutti i movimentisti e del Movimento stesso, mentre allo stesso identico modo si travisavano e sovrapponevano i ruoli di Grillo e del Movimento su decine di altri temi.

In realtà appunto, questo tema è da anni abbracciato da Grillo, che lo propone al Movimento con ottimi risultati in termini di adesione delle persone (scadendo però spesso in argomentazioni di tipo scientifico, che come sappiamo danno adito ad infiniti dibattiti, scontri, discussioni, opinioni, senza poi alcun punto di arrivo definitivo) ma non è mai stato trattato a livello nazionale, tanto da poterlo considerare assodato in alcun modo.
Neppure la questione dei circhi è mai stata trattata a livello nazionale con un metodo garantito od uno strumento veramente aperto, ma grazie all’innesco di un meccanismo a catena, la trattazione del tema si è diffusa in maniera capillare e lo stesso metodica, portando di fatto il Movimento a prendere una posizione contro l’attendamento dei circhi con animali.
C’è da dire poi, come dovrebbe essere evidente, che le due questioni ricoprono complessità assolutamente diverse ed interessi di parte lobbistica che nel caso della vivisezione sono infinitamente più grandi, rendendone le implicazioni infinitamente più onerose.
Nel parapiglia del pre-elezione poi, le parlamentarie del Movimento non hanno goduto del tempo necessario per vedere scremare i nomi dei candidati facendone emergere eventuali lati oscuri, motivo per cui è cara grazia se la maggior parte delle persone giunte a Roma è comunque dimostratamente capace e davvero interessato a garantire il Movimento nei suoi punti cardine: resta il fatto che sono state votate anche persone direttamente coinvolte in pratiche vivisettorie (cosa che a mio parere, non accadrà più) complicando oltremodo la già non facile situazione.
L’approccio scelto da Grillo per fare la sua personale campagna contro la vivisezione è di tipo scientifico (per quanto rivendichi anche qualche affermazione di natura etica) e resta alla mercé di tutto quel bagaglio scientifico pro-vivisezione che conosciamo benissimo. Ecco perchè, al momento della trattazione del recepimento delle nuove norme UE in parlamento si è scatenata una bagarre (un po’ di caos dobbiamo riconoscerlo), tra prese di posizione talvolta diverse e quasi mai forti come si spererebbe, alimentando un rumoreggiare alla base ai limiti del delirante.

Un numero notevole di attivisti che non ha alcuna reale percezione della questione, prende posizione convintamente impreparato, ed un numero consistente di animalisti apolitici spara a zero senza avere la minima idea di che cosa si stia parlando. Questi ultimi, i felicemente apolitici, apartitici, apatici, si dichiarano disinteressati alla politica, alle sue tematiche fuori dai temi animalisti e li giudicano slegati.. peccato però che con la questione vivisezione è invece emerso come e quanto tutti i temi siano strettamente correlati tra loro. Ad esempio l’europeismo e l’antieuropeismo entrano in gioco quando - come in questo caso - ci si trova a dover recepire delle normative che talvolta sono peggiorative della nostra legge nazionale (come nel caso di alcuni punti sulla sperimentazione animale), ma allo stesso modo sono determinanti quando al contrario sarebbero migliorativi (come spesso accade per quanto concerne le normative sulla caccia su cui l'Italia tende ad accumulare sistematicamente infrazioni).

Europa sì? Europa no? Europa perchè e fino a dove? L’apolitico il problema non se lo pone, non c’è la parola animaletto dentro.

Quando si spalanca l’occasione di partecipare a questo momento storico attraverso il Movimento invece, di solito ci si rende conto che non c’è questione cui si possa fuggire e nel bene e nel male, ci si pone un sacco di nuovi problemi.

Verrebbe da spiegare dunque, che di apolitici - di cui giusto l’animalismo è storicamente pieno - il Movimento non ha alcun bisogno.
Come dicevo, c’è ampio spazio di manovra perché il Movimento, come vocazione e capacità, ha quella di immaginare l’ancora inesistente, di sognare fino a rendere vero, basta che una qualsiasi idea diventi abbastanza solida. C’è spazio dunque per andare nella direzione dell’abolizione della vivisezione anche contro le normative sovranazionali, tanto quanto di andare contro gli stessi trattati sovranazionali, di rendersi o meno indipendenti, di sognare e provare a realizzare qualcosa di completamente diverso, fino ad un modello sociale davvero alternativo al presente.

Per fare ciò però, è necessario organizzarsi e trattare tali temi collocandoli all’interno della ricerca di un nuovo paradigma (verso cui è lampante, il Movimento sta andando) o modello, così che abbia delle speranze di essere compreso ed accettato, tanto da fare prendere posizioni ancora più determinate fino all’abolizione, in quel percorso che si costruirà nel tempo e che dà già chiari indizi di accogliere e coltivare spunti aspecisti: l’aspecismo è necessario per un concreto ecologismo ed è necessiario per una società solidale fondata su un’etica che abbia un senso compiuto.

Questo vale per ogni tema che riguardi diritti o discriminazioni di sorta, indipendentemente dalla categoria oppressa: animali, donne, stranieri, alterità di ogni tipo.
 

Esempi e prospettive future 

Ogni tema animalista e meglio ancora antispecista, ha delle buone possibilità di trovare un bacino di ascolto, interesse ed adesione all’interno della base del movimento, tanto da indurre poi cambiamenti politici anche grossi e per nulla mediati da interessi di parte. Il M5S è nella stanza dei bottoni ed è davvero al servizio dei cittadini che vogliono proporre e produrre cambiamento, potenzialmente quindi anche subito disponibile per proporre leggi, modifiche, abrogazioni. Questo però non può bastare: la sinergia tra modifiche nel sistema Stato e cambiamenti nella cultura della base popolare deve essere costruita un passo alla volta per garantire un cambiamento duraturo e può avvenire se e solo se, i temi vengono trattati con serietà, competenza e dedizione, dovendo non solo dimostrarne il valore assoluto agli occhi di chi magari ancora non si pone certe questioni, ma anche competere con migliaia di altri argomenti che capeggiano per gravità ed opprimente presenza quotidiana.

In più, non possiamo non tenere in conto che il Movimento in nessun caso può al momento spostare una virgola, non ottenendo quasi mai la maggioranza. Il vento però può cambiare e presto.

 

Alcuni Esempi:

1. Circhi: il Movimento ha già una sua politica attiva su questo argomento di tipo “abolizionista”. Basterebbe poco per rafforzarne le richieste e farle giungere in Parlamento, usandole anche per veicolare più in generale i temi dell’antispecismo. Per coloro quindi che da dentro e da fuori cercano già e giustamente, di usare il Movimento, questo a parer mio è il primo argomento passibile di efficace trattazione.

2. Vivisezione: è un tema ampiamente sulla bocca di tutti, apertamente ritenuto di interesse collettivo, quindi potenzialmente capace di ottenere grande attenzione. Va però spostato il fulcro della questione verso gli argomenti strettamente etici ed accettato che richiede tempo per essere davvero consolidato. Una presenza massiccia di attivisti contrari alla vivisezione non basta. Allo stato attuale, sebbene quasi tutti nutrano una avversione spontanea ed emotiva verso la tortura dell’animale usato nei laboratori (la vocina che urla “non è giusto!” la sentono probabilmente anche loro), si giustificano con ragioni scientifiche, rafforzandosi di quella forza che non regge davanti all’oppressiva potenza di Big Pharma e che è, per di più, sovranazionale. E’ necessaria una seria campagna interna ed esterna al Movimento.

3. caccia: sempre grazie ad una presa di posizione forte di Grillo, l’argomento è conosciuto anche se poco trattato. La mia percezione è che sia piuttosto scontata una adesione chiara verso la totale abolizione, ma darlo per scontato è di nuovo un errore. Una campagna di trattazione approfondita è doverosa e garantirebbe la riuscita di questo tema che parte già da buoni presupposti.

4. Produzione e compravendita animali d’affezione: questo tema, a parer mio chiave, non è minimamente trattato. In realtà è scarsamente considerato anche dal guazzabuglio animalista nonostante sia non solo fonte di infinite sofferenze per infiniti animali, ma veicolo esplicito di educazione e legittimazione specista. Non è di pubblico dominio la realtà di questa produzione né vi è una grande riflessione in merito.
Al contrario la produzione di animali d’affezione viene superficialmente riferita a quell’abominio che è l’”amore per gli animali”, paravento ufficiale di tutti gli abomini specisti. Si può dunque, attraverso una campagna mirata, fare conoscere la vera faccia di questo inaccettabile fenomeno e sulle orme di altri paesi o singole città, giungere ad una posizione chiara di abolizione.


E per il veganesimo?

La speranza c’è e si vede. L’intelligenza collettiva nel Movimento ha secondo me partecipato a produrre un crescente numero di vegetariani e vegani e il tema dei diritti dei veg* (e per ora blandamente quello dei diritti animali) è talmente presente e sentito che subito, anche domani, si potrebbe sottoporre ad un senatore o parlamentare una qualsiasi iniziativa volta a garantire mense vegane o altre riforme capaci di favorire la cultura del veganesimo, con la certezza che verrebbero velocemente messe in calendario, proposte e votate a favore dal Movimento. Anzi, va fatto, bisogna lavorarci su, anche sapendo di non avere la maggioranza dei voti in nessuna camera.

Tutto ciò che invece porta davvero ad un paradigma aspecista, tutti quei cabiamenti che condurranno ad una società che non consideri gli individui risorse e quindi priva del loro sfruttamento, va ancora pensato da zero, almeno in una ottica riformista (l’unica possibile attraverso un mezzo come il Movimento), ma di un riformismo radicale, le cui possibilità crescono, sono continuamente ridisegnate, e davvero in movimento. 

Pubblicato in Articoli

Donne e animali: una questione femminista? pubblicato online il nr. 23 di Dep “Femminismo e questione animale”

da: anguane.noblogs.org

copertina dep 23
E’ on line il nr. 23 del 2013 di DEP, interamente dedicato a Femminismo e  questione animale”. Si possono scaricare sia i singoli contributi che il numero nel suo insieme.
***

Presentazione di Strix (da anguane)

La giustificazione ideologica patriarcale della presunta inferiorità femminile si annida nelle pieghe della de-umanizzazione, che Maneesha Deckha chiama sub-umanizzazione1. Questo meccanismo relega le donne, e le categorie considerate marginali, in una fascia esterna all’umano culturale. Cultura e natura subiscono una cesura, e le donne divengono la personificazione della natura. Sherry Ortner2 afferma

Lo status secondario delle donne, presente in tutte le culture può essere semplicemente definito con il postulato che le donne sono state identificate o simbolicamente associate con la natura, all’opposto degli uomini, associati invece alla cultura. Dato che la progettualità culturale prevede di trascendere la natura, e poiché le donne sono considerate parte della natura, allora la cultura può ritenere “naturale” subordinarle, per non dire opprimerle. (p. 73)

Lo scarto delle donne dalla natura è la posizione del femminismo dell’uguaglianza, che si propone di elevare la posizione femminile tra gli umani, escludendo ogni similitudine con l’animalità. Un atteggiamento che implica la rimozione dell’oppressione verso gli animali, e consente un’osservazione silente che rende complici3. Una complicità che si esprime con l’uso dei corpi animali, rimuovendone la soggettività, attraverso la cancellazione di ogni riferimento diretto4.

Il femminismo di matrice marxista e materialista propone, dal canto suo, un’analisi di tipo economico e indica nelle ineguaglianze il punto critico della struttura sociale e della sottomissione delle donne, come parte dell’insieme più ampio dell’oppressione delle classi lavoratrici e subalterne. La liberazione, in ogni sua accezione, passerebbe, secondo questa visione, attraverso l’abolizione della proprietà privata e l’accesso egualitario ai mezzi di produzione. Gli animali sono considerati solo in quanto soggetti edibili, in base al principio di accesso alle risorse e alla sovranità alimentari, e in quanto fonte di lavoro e reddito nel complesso industriale dell’agrozootecnia.

Il femminismo radicale di sinistra, come rammenta Lori Gruen5, pur ampliando la visione marxista, mantiene il focus sul materialismo e sulla storicizzazione, combinando un’analisi di classe con un’analisi di genere. Gli obiettivi politici sono la trasformazione degli apparati sociali e delle istituzioni. La natura e gli animali sono i referenti assenti di queste posizioni.

Tracey Smith-Harris6 sostiene che buona parte del movimento femminista, nel suo insieme variegato, si concentra sulle ripercussioni politiche della marginalizzazione delle donne, e non ritiene prioritario affrontare la questione dei soggetti nonumani. Carol Adams pensa che il femminismo sia concentrato su di sé ed esprima un sistema di pensiero specie-specifico7 che obnubila ogni altra questione. Lynda Birke8 afferma che il femminismo, inteso come movimento sociale, si reputa un discorso critico in grado di abbracciare qualsiasi tema, ma che abbia di fatto tralasciato la questione animale. Queste riflessioni accomunano molte femministe che si interrogano sulla questione animale e che cercano di far incontrare questi due ambiti9, per ottenere una fattiva inclusione di ogni oppressione nelle lotte di liberazione.

Per superare la logica dualistica e binaria, che Rosemary Radford Ruether10 definisce l’“ideologia maschile del dualismo trascendente”, si dovrebbero individuare le sacche di permanenza delle visioni androantropocentriche e destrutturarle, attraverso procedimenti che prevedono la riconsiderazione dell’alterità. Il pensiero ecofemminista è una possibile soluzione, poiché rifiuta l’insieme delle forme di dominio e agisce una pratica di liberazione. Questo grazie a processi di empatia, compartecipazione, olismo, inclusività e mutualità. In questo caso il femminismo è inteso “come una filosofia trasformativa che abbraccia i miglioramenti della vita sulla terra per tutti i suoi abitanti”11.

La proposta è che il femminismo si possa occupare della questione animale senza dover rinunciare alle sue peculiarità, ma anzi creando reciproche alleanze utili a debilitare la permanenza del sistema di dominio sulle donne, la natura e gli animali. Questa convinzione emerge in diversi scritti femministi animalisti12, consapevoli che la comprensione della questione animale sia uno dei temi peculiari del femminismo per la massiccia presenza di donne nel movimento e per le comuni sofferenze. Così come la questione femminista dovrebbe entrare a pieno titolo nell’animalismo, giacché il femminismo ha una lunga tradizione di critica al sistema e di riconoscimento delle ineguaglianze. Né il femminismo né l’animalismo sono scevri da critiche perché spesso si presentano in modo settario dimenticando che la connessione è la migliore strategia politica per entrambi. Non si intende pertanto proporre un’omologazione indistinta in cui tutti e tutte si occupano di tutto, ma cercare di integrare elementi appunto comuni sia da un punto di vista teorico che della prassi.

___________________________

Note
1 Deckha Maneesha, The Subhuman as a Cultural Agent of Violence, in “JCAS – Journal for Critical Animal Studies”, VIII, 3, 2010, pp. 29-51.

2 Sherry B. Ortner, Is female to male as nature is to culture?, in Woman, culture, and society, Michelle Zimbalist Rosaldo – Louise Lamphere (eds), Stanford University Press, Stanford, CA 1974, pp. 68-87.

3 Josephine Donovan, Animal Rights and Feminist Theory, in “Signs”, XV, 2, Winter 1990, pp. 350-375. Questo saggio è tradotto in italiano nel nr. 23 2013 di  Dep (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/07_Donovan.pdf), con il titolo Diritti animali e teoria femminista.

4 Carol J. Adams, The Sexual Politics Of Meat, Continuum, New York 1991.

5 Lori Gruen, Dismantling Oppression: An Analysis of the Connection Between Women and Animals, in Ecofeminism. Women, Women, Animals, Nature, Greta Gaard (ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 60-90.

6 Tracey Smith-Harris, Bringing Animals into Feminist Critiques of Science, in “Canadian Woman Studies/Les Cahier de la Femme”, XXIII, 1, pp. 85-89.

7 Carol J. Adams, Neither Man Nor Beast: Feminism and the Defense of Animals, Continuum, New York1995.

8 Lynda Birke, Intimate Familiarities? Feminism and Human-Animal Studies, inSociety and Animals”, X, 4, 2002, pp. 429-436.

9 Lori Gruen – Kari Weil (eds.), Special issue – Animal Others, in “Hypatia”, XXVII, 3, August 2012, pp. III-IV, 477-700.

10 Rosemary Radford Ruether, New Heaven/New Earth: Sexist Ideologies and Human Liberation, Seabury, New York 1975, cit. in Carol J. Adams – Josephine Donovan (eds.), Animals and Women, op. cit., p. 2.

11 Josephine Donovan, Animal Rights and Feminist Theory, op. cit., p. 359.

12 Per citarne solo alcuni dell’ultimo decennio: Anonyma, Feminismo y Liberacion Animal, in “Sombras y Cyzallas”, 0-1, 2002, pp. 4-5; Catharine A. MacKinnon, Of mice and men: A feminist fragment on animal rights, in Animal rights: Current debates and new directions, Sunstein Cass R. – Nussbaum Martha C. (eds.), Oxford University Press, New York 2004; Ruby Hamad, Feminists must stop ignoring Animals, in “The Scavenger”, 23 feb. 2012, s.p.; Maneesha Deckha, The Salience of Species Difference for Feminist Theory, in “Hastings Women’s Law Journal”, XVII, 1, 2006, s.p.; Greta Garrd, Feminist Animal Studies in the U.S.: Bodies Matter, in “Dep”, 20, 2012, pp. 14-21 (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=138551); Greta Greta, Speaking of Animal Bodies, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 520-526; Maneesha Deckha, Toward a Postcolonial, Posthumanist Feminist Theory: Centralizing Race and Culture in Feminist Work on Nonhuman Animals, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 527-545; Emily Clark, ‘The Animal’ and ‘The Feminist’, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 516-520; Maneesha Deckha, Animal Advocacy, Feminism and Intersectionality, in “Dep”, 23, 2013, pp. 48-65 (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/03_Deckha.pdf) ; Lisa Kemmerer, Ecofeminism, Women, Environment, Animals, in “Dep”, 23, 2012, pp. 66-73 (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/04_Kemmerer.pdf).

Pubblicato in Attualità - Notizie
Pagina 1 di 3
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.