Facebook non è certo il mondo intero, ma uno spaccato del mondo, in qualche modo può mostrarlo... soprattutto se, come nel mio caso, lo si utilizza a fini di divulgazione politica, magari su diverse tematiche, aggregando quindi persone molto diverse tra loro.

Ci tengo a precisare che, a parte qualche parente o amico di primissimo pelo, non ho mai chiesto l'amicizia a nessuno. Sono consapevole di come il mio profilo risulti fortemente doloroso e lascio che a farsene carico sia chi decide di accettare (oppure no) le mie miriadi di documenti durissimi e le spigolose critiche morali che in nome della sola amicizia non avrebbero alcuna ragione di essere fatte.

I miei "amici" su facebook sono quasi tutti contatti arrivati fino a me considerandomi "amica" perché animalista, amica perché antispecista, amica perché movimentista, perché ecologista, perché buddista, etc.. una, più, o tutte queste cose messe insieme.

Leggendo dunque tra i miei tanti contatti, per la maggior parte sconosciuti, scopro talvolta altissimi momenti di umanità che taluni desiderano condividere, ma purtroppo anche molti picchi di bassezza ignobile e spudorata.

In particolare solo le perle razziste a sprecarsi, come anche le grasse risate sulla sofferenza altrui, soprattutto animale.

Tutto ciò ha il patetico filo conduttore di una cultura del dominio, e lo sappiamo (qualcuno lo sa): l'oppresso, cieco e “instupidito” non fa che opprimere a sua volta, per partecipare e riscattarsi in qualche modo...difendendo i propri piccoli privilegi e finendo con l'ostentare l'empatia di una zucchina.

Eppure, io non cancello nessuno. Neanche quando a leggervi provo immenso dolore e le mie speranze vacillano.

Non vi cancello cari razzisti, spessissimo animalisti, perché è tanto per voi quanto per il più efferato dei macellai (o mangiatore goliardico di persone altro-da-umane) che continuo a coltivare speranza: è per voi, in fondo, che mi affanno. Se è vero che esiste un problema, e l'oppressione dei deboli per me è il problema... ecco che voi ne fate parte tanto da essere, in fondo, con la vostra superbia e stupidità, la forza motrice di questa macchina delle ingiustizie.

Tanto quanto il piccolo ingranaggio umano che accompagna ridacchiando il maiale al macello, voi che senza un minimo di amor proprio o dignità, inneggiate contro Rom e negri siete l'ottusa rotella su cui continua a scorre il nastro trasportatore di ogni abbietta ineguaglianza sociale. Ignoranti per definizione (fate i nazionalisti, ma spesso non sapreste distinguere la nazionalità neanche leggendola sulla carta di identità), se non avete ancora tutti e due i piedi nella fossa c'è per voi speranza come per qualsiasi pellicciaro o cacciatore e per ciò, mai mi sognerei di escludervi dai potenziali redivivi al regno degli umani.

Per questo non cancello nessuno, né quelli che fotografano le grigliate, né quelli che esultano contando altri 700 migranti morti.

Penso a loro... e immagino che da dove forse vi osservano ora, riescono meglio di me a provare la pietà che di fatto meritate.

Non vi cancello perché purtroppo non basta cancellare un profilo, non basta neppure cancellare qualcuno dalla propria vita, per cancellare i danni che provoca pompando la propria ostinata ignoranza.

Resto qui invece, in attesa, sperando che un giorno sia dato anche a voi di fare due più due, perché così vorrebbe l'intelligenza datavi da madre natura e magari così, riuscirò nell'intento di aiutarvi a contare:

  • 1+1 = i bombardamenti nei paesi arabi e nord africani li fanno i paesi occidentali;
  • 2+2 = i bombardamenti e le guerre servono solo a trattenere il potere o a riportarlo, nelle mani dei pochi che  controllano energie e risorse, sfruttando sia il pianeta (anche il vostro) che gli individui (anche voi) come fossero risorse;
  • 3+3 = i migranti sono quasi sempre persone in fuga dalle oppressioni che i vostri pesantissimi culi hanno voluto finora ignorare. Per altro, sarebbe carino che imparaste la differenza tra le parole "migrante", "rifugiato", "clandestino"...non tanto perché faccia grande differenza morale, ma almeno per fornire il sospetto che siate capaci di comprendere un testo;
  • 4+4 = i soggetti che sfruttano ed opprimono il “baubau” (l'odiato da voi migrante) sono gli stessi che continuano a prendere a calci i vostri (sempre) pesantissimi culi, ma mi rendo conto che spesso non non vi accorgete di avere un culo talmente gonfio di calci da non sentire più i colpi;
  • 5+5 = i flussi migratori sono un (il) business gigantesco di cui la mafia moderna è diretta e prima promotrice. Magari pensate che le miriadi di venditori ambulanti che vediamo lungo tutta la costa a vendere Nike contraffatte, abbiano personalmente disegnato il logo sulle scarpe... resta il fatto che spesso siete proprio voi i puntuali acquirenti, disposti a tutto  per avere di che fare i fighi con gli amichetti, chiaramente sotto costo;
  • 6+6 = la mafia è dentro le istituzioni grazie a connivenza e servilismo della miriade di ignoranti che sfogano le proprie frustrazioni esprimendo odio verso capri espiatori, ovviamente senza comprendere minimamente i fenomeni che li circondano, figuriamoci concetti complessi come i fenomeni sociali e migratori..
Syria

Dunque, tornando a noi: no, non vi cancello. Aspetto il momento in cui con un po' di buon senso la smetterete di dare la colpa all’uomo nero come fanno i bambini piccoli e gli adulti gravemente disinformati ed inizierete a fare qualcosa di utile per risolvere giganteschi problemi che pesano tonnellate di sofferenza, iniziando  con lo smettere di foraggiare la mafia comprando Dolce e Gabbana in spiaggia. Magari la smetterete di dare potere al caporale di turno con la vostra omertà e di accettare contratti a tempo determinato di una settimana rinnovati per anni, di votare per chi ha trovato un lavoro da schiavo al vostro parente, di allungare la lingua per leccare il culo al potente di turno ogni volta che passa per la vostra strada, il quale guarda in po’ è quello che propone gli interventi militari “umanitari”.

Chissà. Se ciascuno cominciasse a fare la propria parte, forse i problemi si affronterebbero alla radice, senza queste iniezioni strappa lacrime ad ogni strage annunciata e correlati sfoghi razzisti.

Forse si riuscirebbe a dire basta all'industria bellica senza difenderla solo perché sono gli stessi che producono fucili da caccia, dolce passatempo per i rambo “civili” e un po' vili..

Forse si inizierebbe a dire no alle esportazioni coatte di democrazia, si lotterebbe per sistemi democratici garantisti di degna civiltà, si lotterebbe per il disarmo e per l'equità nei diritti in tutto il mondo così che magari l'algerino avrebbe meno fregola di abbandonare la propria vita per venire in Italia a fare lo schiavo e l'italiano non sentirebbe tutta 'sta urgenza di andare a cercare lavoro in un call-centre in India.

Forse si smetterebbe anche di ridere di fronte ad un agnello sgozzato sulla tavola o ad un bambino affogato in mare.

Resta il fatto che io non vi cancello, al contrario, vi aspetto.


Crediti Immagine: IHH Humanitarian Relief Fo

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

 

“Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione” (Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)

Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perchè poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perchè il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perchè data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perchè ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perchè i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perchè quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).

Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?
 

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perchè era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perchè in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.

Allora udìì chiaramente “Liberami!”

Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.

Sono un cavallo, liberami.

 



[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004

[4]     Recinti

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Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Putridume maschilista quotidiano

di Eva Melodia

Si potrebbe liquidare con un bel “putridume” l’articolo dal titolo esauriente "Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica. Quante volte provocano?" apparso su Pontifex.it, sito di riferimento per la Chiesa Cattolica ed un numero notevole di suoi fedeli.
Si potrebbe, se non fosse che laddove la maggioranza delle persone legge un delirante sproloquio del solito patriarca che ieri come oggi (e come purtroppo anche domani) rimpingua il mondo di solerti colpevolizzazioni della donna e del suo corpo, di dogmi maschilisti, tutti preziosi per difendere i privilegi degli uomini in posizione di forza, ci sono anche migliaia di stolti che gli vanno dietro.
Ignoranti certo. Gobbi morali e ottusi logici, incapaci di vedere quali subdoli trucchetti vengano usati da questi interpreti del Verbo al solo fine di far passare per vere e religiosamente assodate le loro norme sociali, finalizzate esclusivamente a garantire i loro maledetti privilegi.

Vorrebbero costoro, poter violentare senza reazione negativa. Vorrebbero ottenere il corpo di chi li attrae senza fatica, senza scambio ed anzi esprimendo dominio, come buon maschilismo insegna.
Vorrebbero, stuprare con la benedizione dall’incauta donna che addirittura osa far di sé ciò che le pare ed esporre la propria pelle.
Gli piacerebbe tanto.

Giocano sul senso di colpa dicevo, sapendo bene come esso accompagni già ogni donna - grazie ai preziosi insegnamenti cattolici che ci sciacquano la pazienza fin dagli albori della vita - e come un profondo senso di inadeguatezza esploda di fronte ad una violenza subita, dove la donna - o chi allo stesso modo struprat* - non può che soffrire chiedendosi se non avrebbe potuto fare qualcosa per difendersi, per evitarsi tanto dolore.
Allo stesso modo sanno come, nella piega dell’anima di quelle ferite, una persona non sia in grado di impedire che entrino le baggianate maschiliste di gente pronta a tutto pur di poter continuare ad usare gli altri.

Bisogna invece a parer mio sottolineare quanto la vergogna che questa gente non prova nello scellerato legittimare la violazione dell’individuo, sostenendo che ci siano ragioni valide a giustificare il dolore e la morte inflitti ad una donna, denigri proprio gli uomini, prima ancora delle donne.

Sono gli uomini a dover inorridire nell’essere raccontati così ignobili, levando la voce per rivendicare una propria coscienza e capacità di autodeterminazione, contro le tesi di incontrollabile violenza e tendenza allo stupro compulsivo, visto che da queste miserabili parole ne parrebbero permeati nella loro stessa essenza maschile.
E ancora, proprio i cattolici, dovrebbero sdegnarsi sentendosi presi in giro quando dapprima li si dipinge somiglianti a Dio, per poi riportarli alla fratellanza con un qualche demone bavoso alla sola vista di un culo, pronti ad uccidere per un orgasmo.

Il Signor Bruno Volpe e tutti quelli che ne sostengono le fauci maschiliste dovrebbero forse piuttosto cominciare a pensare a loro stessi come inadeguati.
Inadeguati, perché il loro stupido tempo è finito e le loro stupide tesi sono morte e sepolte, sebbene continuamente riesumate da esperti oratori che le tengono in piedi come cadaveri ammuffiti.

Altro che pretini. Questi oratori sono evocatori di spiriti del male tanto quanto i negromanti: evocatori di maschi predatori (che predatori devono essere solo nei loro perversi sogni), capaci ormai solo di sdegnare sempre di più tutti gli uomini e le donne consci dei loro giochetti.

In coro dunque gli ridiamo dietro, ma anche ci irritiamo ed iniziamo a reagire.

Le tesi cattosessiste che legittimano lo stupro 

Pubblicato in Attualità - Notizie
Oppressioni: interdipendenze e relazioni

di Eva Melodia 


E’ inquietante scoprire che Wikipedia alla voce “machismo” riporta soltanto una misera frase generica, imprecisa, impropria. Non è un caso quindi se quando si prova ad usare in maniera pertinente questo termine (così politicamente rilevante), molte persone assumono la postura dell’incertezza: non sanno di cosa stai parlando, ma non ne sono neppure sicure.
E’ normale. Nessuno ne parla, neppure internet che dai suoi natali è lo strumento più usato per denunciare ciò che lo status quo vuole celare o indorare.
Quando raramente si accenna alla questione, in un calderone generico finiscono il “maschilismo”, il “bullismo” e la “virilità”. Sostantivi apparentemente desueti, che nell’immaginario collettivo purtroppo, sono solo l’eco di una voce immobilizzata tra l’Italia del Duce e i rognosi anni Settanta.
Eppure, questo fenomeno è strategico, una chiave del sistema di dominio che ad esso apre le porte dell’umanità. Al contrario di come lo si ipotizza tra le nubi della confusione più totale, non si tratta di un latinismo sinonimo del maschilismo - di cui per altro e allo stesso modo, si parla il meno possibile -, bensì della funzione attraverso cui il maschilismo nella sua espressione massima, il patriarcato, genera individui compiacenti e capaci di contaminare il contesto in cui trascorrono la loro esistenza.
Costoro non sono altro che donne e uomini comuni i quali, proprio grazie al machismo dilagante da millenni, rispecchiano la totale propensione ed accettazione a dominare o ad essere dominati: il sogno fattosi realtà di chi placido siede in cima alla piramide.

Che sotto al vertice ci sia un parapiglia di genti che si alternano tra sottomessi e dominanti, scatenandosi in risse, guerre, oppressioni, con fiumi di sangue di innocenti, non interessa a nessuno. Tutti, tranne gli animali, dominano qualcun altro traendone qualche effimero vantaggio e tutti, appartengono in maniera viscerale a questo sistema, tanto che lo credono la Natura stessa delle cose.

Patriarcato 

Il machismo dicevo è una funzione: entrano come variabili le persone (di ogni tipologia e variante sessuale), escono come risultati machi e machisti/e. A costoro, da una parte sarà tolto tutto ciò che potrebbe opporsi all’ideologia del dominio ed ai suoi modelli e dall’altra, attraverso metodi seduttivi, verranno fatti annusare gli illusori vantaggi del partecipare al banchetto del dominante, piuttosto che ribellarsi, come invece farebbe qualsiasi individuo davvero libero.
Per cercare di capire meglio come funziona possiamo forse partire proprio dal macho, da quella immagine un po’ ridicola ed esasperata che conosciamo come fonte di ilarità nelle parodie di alcuni comici. L’ilarità nasce dall’esasperazione dei tratti che caratterizzano colui (di solito un maschio) che genericamente chiamiamo macho e dalla totale assenza di consapevolezza su come questi stessi tratti possano essere molto meno appariscenti, ma combinarsi lo stesso in una formula devastante per la socialità umana.
Il termine macho è non a caso associato al genere maschile ed è quasi sempre scambiato e confuso per una qualche interpretazione di ruolo nel gioco sessuale. Un po’ come dire: c’è il macho e c’è il maschio “tenerone”, due modi diversi di esprimersi nello sviluppo di una personalità erotico-sessuale e nella scelta di una parte da recitare più o meno accattivante per il partner, all’interno di una relazione tra persone.
Questo snellimento dell’importanza del ruolo sociale del machismo, declassato a sola moda e legato esclusivamente alla sessualità come passatempo, dimentica che la sessualità in generale ha un suo peso politico in tutte le collettività, anche in quelle degli animali altro-da-umani e quindi tanto di più, in quelle degli umani, dove sesso e potere sono quasi sempre vincolati l’uno all’altro.
Il machismo è molto di più del tasso visibile e quantificabile di virilità espressa da un individuo di genere o identità maschile; si tratta in realtà del ruolo sociale e politico che un individuo accetta di perseguire (o di personificare all’interno di un assodato sistema di dominio), esaltando quelle che la cultura impone come punte di diamante della virilità maschile, della mascolinità secondo norma e regola.
Anche se non si vedono molti macho in stile Rambo in giro (salvo ondate modaiole), il machismo permea la società, sopratutto quella moderna ed occidentale. Ha raggiunto il suo apice di perfezionamento e con esso il riconoscimento del prezioso compito che svolge affinché nessun flusso di cambiamento possa mai intaccare il modello patriarcale.

 

Da maschio a macho: un percorso che dura una vita.

Entrando nel merito, considero il macho un modello ed il machismo il percorso educativo (socioculturale) finalizzato a realizzare il numero maggiore di maschi aderenti a tale modello e di femmine compiacenti.
Per caratterizzare tale modello dicevamo, ci basta pensare alle esasperazioni comiche o paradossali che abbiamo conosciuto grazie a personaggi fantasiosi come Rambo o come il Gallo Cedrone di C. Verdone, ed osservare come le peculiarità elevate a potenza in questi soggetti teatrali, siano tratti che sebbene annacquati, rispondono al modello di macho più comune.
Il modello si realizza dunque quando un maschio esprime genericamente tratti quali competitività, sprezzo del pericolo, capacità di stare solo se necessario, assenza di empatia o capacità di reprimerla/sopportarla, tratti somatici visibilmente virili (sviluppati ad hoc), sopportazione al dolore, disponibilità al sacrificio per scopi più “alti”, capacità predatorie, emotività controllata, autorità, difesa del nucleo familiare e la sua apoteosi, cioè una sessualità molto attiva di tipo predatore/cacciatore di femmine: ecco che abbiamo il maschio così come deve  essere, con diverse sfumature, ma sempre rispecchiante la mitologia del maschio umano dominante.
Si può parlare di mito poiché tutta la tradizione culturale del dominio si ispira senza troppa vergogna ad un presunto rispetto metodico di fantasiose dinamiche naturali  (laddove Natura ci vuole così come Ella ci ha pensati e creati) degli umani. Dinamiche che posizionerebbero il maschio sopra alle femmine, che ci raccontano di una perenne presenza del maschio alfa  (il capo) dominante nei gruppi sociali, e gruppi sociali strettamente patriarcali, dediti alla competizione tra loro. Incredibile come tale Natura così intesa, con tanto di N maiuscola, penserebbe e agirebbe dunque con sua volontà, confondendosi amabilmente con l’identità di un Dio qualsiasi. Incredibile anche come, sempre Questa, sia così rilevante per giustificare la piramide sociale e molto meno serva a ricordare un eventuale ridimensionamento morale degli umani, in quanto animali come tutti gli altri.
Un gran bel calderone dentro il quale l’alchimia riesce comunque a creare il presupposto: anche ridotta ad una formula empirica, la Natura propinata dal machismo con i suoi rituali e le sue istituzioni, prevede che qualcuno domini sempre qualcun altro e che in particolare, essa abbia pensato - guarda un po’ - proprio il genere maschile quale dominante del genere femminile.

Il macho così disegnato è resistente ai cambiamenti, è disponibile agli scontri, è territoriale e difensivo dei propri privilegi, è poco empatico e quindi poco solidale, è disposto ad ubbidire ad autorità che legittima come dominanti ed è ovviamente disposto ed interessato ad aumentare il proprio potere di esercitare a sua volta dominio.

La femmina che convive con questo modello, lo sappiamo, è il suo subordinato per eccellenza, ma non entrerò ora nel dettaglio. Ciò che conta di una femmina machista, è che riconosca il macho come il migliore modello sociale maschile, sia che si tratti della persona cui accompagnarsi, sia che si tratti dei figli da educare.
Quello che è interessante analizzare davvero di tutto ciò, non è tanto il modello che da molto tempo è comunque denunciato dalle analisi anti-patriarcali, bensì notare come il machismo quale funzione del patriarcato si articoli in precisi rituali e momenti educativi. Ed è esattamente qui che entrano in gioco gli animali.

 

Identità dominanti

La funzione dell’educazione machista è talmente efficace da agire al di là del genere sessuale biologico, bensì fino all'identità di genere, poiché gli individui sedotti e sedati fin dalla prima infanzia non riescono ad opporsi, né a riconoscere di essere costretti in una qualche gabbia, neppure quando ne diventano palesemente vittime. Così, abbiamo che pure nel caso di qualsiasi variante di orientamento sessuale o dell'identità di genere, le persone riconoscono il modello machista come il migliore modello sociale per i "maschi", ed il patriarcato come naturale rappresentazione socio-iconografica  della vita, sebbene ciò risulti di fatto un suicidio politico di massa.
In questo splendido contesto paradigmatico, tutti supportano un ruolo sociale dominante genericamente identificato con il maschile, ed uno dominato genericamente considerato debole e associato al femminile, ingaggiando una eterna competizione tra dominanti e dominati, chi vorrebbe dominare, chi non vuole essere scalzato dalla propria posizione e chi vuole scalare la piramide.
E’ proprio in questo tranello che sono cadute le eterne dominate, le donne, quando cercando di liberarsi, emanciparsi, eguagliare, hanno di fatto troppo spesso assunto quale proprio un modello fondato sul machismo, ascendendo alla variante donna-macho, piuttosto che davvero attaccare alla base il patriarcato nell’educazione machista - sono le donne ad averla davvero in mano - e quindi minarne le fondamenta; ma questo si sa e non è necessario indagarlo ora.
Quello che è interessante approfondire invece è come omosessualità, bisessualità, transessualità, o ogni variante di identità e ruoli di genere siano aspetti molto rilevanti all’interno del sistema educativo machista, talmente rilevanti da rendere quasi impossibile che le persone LGBTQI non vengano esasperate da attenzioni morbose ed opprimenti.
Si sente parlare di discriminazione verso le persone LGBTQI, come se questa cadesse da un pero, dipendesse da casuale bigottismo, o irrazionale fastidio. Troppo spesso, davvero troppo, i blandi riconoscimenti del problema da parte dell’opinione pubblica (come anche dei movimenti per i diritti) scadono in pietose rivendicazioni verso “l’amore libero” o “libertà” sessuali, come se amore e sessualità centrassero davvero qualcosa, celando così e per primi, il mandante della oppressione ed emarginazione di ogni variante alla presunta normo-naturalità sessuale: il patriarcato.
Basta chiedersi un banale “cui prodest?” (o un meglio ancora “chi ce smena?”), per capire come la repulsione per ogni deviazione dal tema “maschio biologico si accoppia rigorosamente e solo con femmina biologica” nasca dal patriarcato che nella sua prassi educativa (il machismo), purga la società da ogni possibile prova che la tesi su cui sventolano la propria inviolabile naturalità è una cazzata.
Per fare un esempio, un maschio biologico che non sia attivo sessualmente verso la femmina biologica, manda in crisi tutta la suddetta inviolabile naturalità della questione, l’obbligatorietà dello schema "maschio sopra femmina". Un maschio che non abbia alcun interesse verso il modello machista applicato a sé stesso, ma che eventualmente ne sia attratto quanto la femmina machista, sgretola letteralmente tutto il costrutto.
Che una femmina biologica, invece che svenire per il Charles Bronson di turno, diventi essa stessa Charles Bronson solo assumendone i comportamenti e diventando così  attrattiva per altre femmine, dimostra come nell’idea del maschio biologico (macho) che domina femmina biologica (debole e sottomessa), di naturale (assolutamente naturale, quindi pressoché inviolabile) o istintivo o voluto chissà da quale dio, non c’è proprio nulla.

Quindi come si fa? Chi domina chi? E’ la femmina più macho ad avere diritto di dominio sulla eventuale femmina? E chi lo ha detto che una femmina biologica, perfettamente macho, non possa competere e vincere con un maschio presunto alfa-dominante? Quindi? Chi diavolo lo fa il capo? E quelli che hanno ora il privilegio di dominare perché altri hanno creduto in tutta questa complicata barzelletta, chi li convince rinunciarvi visto che non ne hanno alcun diritto?

Il problema è questo e solo questo. Continuare a mescolare le acque rispetto alla questione LGBTQI sciogliendola in un blando caos di incomprensibile e desueta intolleranza, fa solo il gioco del sistema che infatti persiste indisturbato.
Per quanto la gerarchia inoculata dal machismo non comporti una grande finezza (non stabilisce infatti esatti nomi e cognomi di chi è posizionato e dove nella piramide), essa garantisce lo stesso la cosa più evidente ed importante nel mondo che vediamo oggi con i nostri occhi: che i maschi dominino genericamente le femmine. In soldoni, per chi non avesse chiare le implicazioni, significa che il genere maschile di identità maschile ed adulto, non a caso armato ed organizzato per avere forza repressiva, continua ad avere la quasi garanzia di godere maggiormente di "diritti" di dominio che correre rischi di essere dominato e la possibilità di scalare la piramide fino ai punti più alti, avendo come risorse da dominare e sfruttare la stragrande maggioranza dei viventi sulla terra: le donne, qualsiasi variante di orientamento ed identità sessuale, i bambini, ed ovviamente, gli animali.

Quando in ambiente antispecista ad esempio sentiamo scaricare la questione LGBTQI dentro a quel generico contenitore di discriminazioni chiamato “sessismo” e ci rendiamo conto di come quest’ultimo sia considerato con molta leggerezza “specismo” solo perché implicherebbe la discriminazione di una “diversità” o “alterità”, ecco che emerge quanto la questione sia ritenuta marginale e rimanga incompresa, probabilmente a causa del maschilismo subdolo e quasi silente che permea anche gli ambienti pseudo - rivoluzionari.
Per fare un esempio, considerare “sessismo” la transfobia può, nel migliore dei casi, significare solo che si è un po’ distratti.
Il sessismo si fonda sulla discriminazione di genere – quasi sempre - esercitata dai maschi biologici verso le femmine biologiche, una esasperante oppressione spesso implicita, dove di fatto esiste un genere sessuale “inferiore” o “da dominare”.
Ciò è possibile solo consolidando una accettazione verso una gerarchia dei sessi che si rifaccia alla Naturalità, alla Natura, oppure alla tradizione che ne farebbe le veci. Identità e orientamento sessuale al contrario, rappresentando una (assolutamente) "naturale" indipendenza da qualsiasi presunto legame indiscutibile con il genere biologico di appartenenza e con i comportamenti di dominio o sudditanza che ne sarebbero dovuta conseguenza, sono ritenute variazioni PERICOLOSE e quindi respinte come devianze ripugnanti, perché fattivamente negazioniste dell presunto ordine naturale (machista) delle cose: Dunque, nei migliori dei casi una “malattia” da arginare, nei peggiori una “perversione” da eliminare. Un po’ diverso, no?
Quindi, se anche avessimo una società pseudo-egualitaria dei due generi sessuali, non necessariamente avremmo una società che non respinga le varianti sessuali degli individui, le quali comunque, negano lo schema machista di maschio-femmina nella società perfetta e/o perfezionata, a misura di maschio dominante.
In questo trovo evidente e legittimo lo sdegno (e voglio fare eco alla denuncia) che molti attivisti antispecisti ed attiviste esprimono nel non veder riconosciuta la discriminazione che subiscono (o che altri compagni e compagne subiscono) come qualcosa di preciso e puntuale sebbene, seguendo il profilo teorico più generico, anche la loro oppressione rientri sempre in una qualche istanza specista.

Allo stesso modo mi preoccupo del come la questione animale perda di forza e consistenza, con lo stesso sciocco trucco con cui si annacqua la questione LGBTQI.
Ogni sfruttamento o oppressione di categoria specifica, in questo pazzo mondo maschilista e patriarcale, ha un suo scopo preciso. La questione animale viene troppo spesso ricondotta a cause per lo più assurde ed improbabili, tanto quanto si ciarla di sessismo in maniera impropria, mentre sempre più animali di ogni genere, identità e specie, continuano a rimanere stritolati da questo schifo senza che i più ne comprendano le ragioni.
In realtà, il dominio sugli animali e la conseguente oppressione di questi ultimi è finalizzato a realizzare e mantenere una società dove l'empatia sia metodicamente repressa, selettiva, negata, così da non temere ingerenze (se non incoerenti e conflittuali proprio perché a loro volta machiste, quindi sbilenche e di fatto inconcludenti) all'interno del sistema di dominio patriarcale.
 

Gli animali altro-da-umani: eterni strumenti del machismo.

Mi chiedo: ma davvero crediamo che l’inferno in terra per gli animali dipenda dal fatto che “ci piace” il sapore dei loro corpi e basta? Davvero pensiamo che tutta la macchina del dominio sugli animali dipenda dal fatto che gli umani “sono cattivi”?
Perché purtroppo, da moltissimo che si legge e vede, sembrerebbe proprio così.
Parrebbe trattarsi di una espressione di ferocia della specie umana e che guarda un po’, così considerata, va a confermare la tesi per cui gli umani sarebbero predatori naturali (un predatore naturale non può essere vegan!). Si scopre quindi che in fondo tutti ci crediamo a questa favola, tutti la raccontiamo in qualche modo.

Torniamo invece al cui prodest (e al “chi ce smena”) e proviamo a risponderci pensando ad un mondo dove per qualche ragione nessun animale, tanto meno un cucciolo espressivo e urlante, viene sistematicamente massacrato da mani competenti e messo sotto il naso, tutti i giorni, a tutti.

Che mondo sarebbe?

“Chi ce smenerebbe” se da domani non si spezzasse più l’empatia di nessuno attraverso il banale (ma proprio banale) mezzo di fare cultura (tradizione, allegra leccornia, etc...) dell’offendere il corpo di innocenti ed indifese creature che invece, senza alcuna pressione socio-culturale, ciascuno di noi vedrebbe solo come amici dissimili?
"Cui prodest?” della violenza che viene legittimata e che entra nella quotidianità, nell’abitudine, attraverso la macellazione e il consumo di quelli che mai, per nessuna ragione, potrebbero davvero essere considerati nemici?
Torniamo dunque alle caratteristiche del macho, il soldatino/mattoncino perfetto della società patriarcale e poniamoci di fronte al ruolo dell’empatia nello sviluppo di tale personalità.
Senza timore possiamo dichiarare che l’empatia deve essere controllata, non può e non deve essere libera o liberatoria delle potenzialità migliori degli umani. Al contrario, deve essere spezzata, sedata e programmata / selettiva - o ad esempio, non avremmo mai persone disposte a competere fino alla morte per soddisfare i propri dominanti, invece che solidarizzare con altri dominati.
Ecco che gli animali “altro-da-umani” grazie alla loro unica condizione rispetto alla relazione con gli umani, cioè l’innegabile e perpetua “innocenza”, diventano lo strumento perfetto per raggiungere i gangli vitali dell’empatia negli umani ed interromperne il copioso flusso prima che diventi una violenta interferenza rispetto alle aspettative del patriarcato.

E’ così che nascono i rituali specisti per il machismo, onnipresenti in secoli e secoli, tutti e solo funzionali allo scopo di distruggere o reprimere l’empatia. Nascono così i rituali “sportivi” (i rodei, le corride, caccia e pesca sportive, le scommesse sulle lotte tra animali, il dominio circense, e così via, tutti rituali a cui si espongono anche i bambini), o i più ovvi allenamenti all’uccisione degli animali (alla violazione della loro innocenza) messa in atto sistematicamente da corpi militari e para-militari, tanto quanto del sistema mafioso: se per ordine superiore (del patriarca, tanto quanto di Natura o Tradizione) ti abitui ad uccidere innocenti fino a che le tue resistenze psicologiche si placano (pegno l’andare completamente fuori di testa), tanto più sarà facile che per ordine superiore sarai disposto ad uccidere il nemico che ti è stato propinato come tale, o a consolidare una qualche forma di oppressione, a partire dal posticino che ti è stato assegnato dentro la piramide.

Da bambino come da adulto, il ruolo di maschio machista, riconosciuto da chi sostiene il patriarcato direttamente o indirettamente, non sarà mai certo quello di un gattaro che raccoglie cuccioli per riportarli tra le calde zampe della madre; semmai, sarà quello di chi spara ad un gatto legato ed indifeso (le carcasse vengono puntualmente ritrovate in luoghi abbandonati, ritenuti zone di allenamento dei vicari della mafia) con la scusa di “allenare la mira”, ma sopratutto di allenare una cinica negazione di empatia e compassione.
In tale panorama, si coccolerà l’idea della virilità sessuale dei maschi legata alla carne degli animali, al sangue, all’uccisione, alla macellazione. Si proteggerà il cinismo a mezzo di qualsiasi nobile e superiore scopo (si pensi alla vivisezione ed alle sue giustificazioni, tanto quanto alle guerre preventive) ed il dominio degli animali resterà il canale fondamentale per perpetuare il sistema. 

Per tutto quanto ho spiegato fino ad ora, dal mio punto di vista è importante affermare che l’antispecismo ha l’interesse politico prima ancora che etico-morale, di soffermarsi sulle relazioni ed interdipendenze fra forme di oppressione e dominio ed i loro interessi, analizzandole seriamente; ha l’interesse o forse dovere, di accettare che politicamente una interdipendenza implica necessariamente una strategia di lotta interdipendente.

Si può anche essere meno ricettivi (forse meno sensibilizzati) verso una forma di oppressione piuttosto che un’altra, ma al di là di tutto, una volta rilevata un eventuale arteria di scambio vitale, è ridicolo pensare di indebolire l’una senza attaccare anche l’altra, o almeno senza capirla e riconoscerla.
L’analisi del ruolo del dominio sugli animali nella sopravvivenza della cultura patriarcale è talmente vasta da essere davvero alla portata della comprensione di tutti, eppure risulta completamente occulta.
Credo sia un dovere continuare ad osservare, denunciare, spiegare nel dettaglio, fino a che non sia illuminante per l’intera umanità come questo paradigma in cui soffriamo e moriamo tutti, dipenda direttamente da giochi (ai confini dell’illusionismo) grazie ai quali l’empatia si sviluppa esclusivamente in maniera selettiva, anche in chi crede di esserne particolarmente rigonfio e che invece non si accorge neppure di quanta altra oppressione ci sia oltre i confini della propria selettiva sensibilità.

Per quanto mi riguarda poi, qui si inserisce in maniera definitiva la frattura con ogni forma di animalismo machista, cioè di “destra animalista”.

Si potrà e vorrà parlane amabilmente nel dettaglio altrove, ma per farla breve, ciò che comunemente ed in qualsiasi senso chiamiamo “destra” ha bisogno del machismo, ed il machismo ha bisogno del dominio sugli animali: si erge dunque il confine grazie al quale affermare che un antispecismo “di destra” è una assurdità in termini di fattibilità politica, un controsenso cui lo stesso si prestano diversi attivisti che parlano di antispecismo a partire da contesti decisamente dominanti, patriarcali, machisti.

Intanto però penso e propongo l’immagine di un macho che invece di andare a caccia per esorcizzare la morte (e bla bla) e ripudiare la compassione, va a prendersi cura dei gatti di una colonia felina. Penso al macho che invece di essere cresciuto a suon di indiani e frecce, legionari e scudi, sudisti che arrostiscono i conigli selvatici sul fuoco, viene su a dolci vegan, pulcini da scaldare, topi da salvare da situazioni pericolose.
Penso al macho cui mai è stata messa in mano un’arma, neppure giocattolo, neppure (e tanto meno) per cacciare animali indifesi e che mai ha neppure sentito parlare dello sparare agli animali per allenarsi a colpire i nemici. Un macho che è solo un maschio, in qualsiasi senso, e che se piange a vent’anni, è solo un umano commosso. Un maschio accompagnato a conoscere le proprie emozioni e l’empatia attraverso l’esempio di genitori accoglienti e consapevoli ed un maschio sicuro di poter esprimere la propria sessualità liberamente. Penso alle donne accanto a questi uomini che di macho non avrebbero più nulla.

Il mondo rimarrebbe (ahi noi) senza macho, ma popolato forse di uomini e donne di tutti i tipi e colori, probabilmente un po’ meno infelici.

 

 

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Pubblichiamo questo articolo della storica Elizabeth Hardouin-Fugier (autrice di numerosi libri sul rapporto fra umani e non umani), per fare chiarezza nel dibattito, assai viziato da pregiudizi storici e storiografici, che non cessa di imperversare fra attivisti attorno al ruolo che il regime nazista avrebbe avuto nella protezione per via giuridica dei non umani  e sui presunti fondamenti ideologici di tale azione.

Fonte Liberazioni




La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo 

di Elizabeth Hardouin-Fugier
  


Il fantasma di Goebbels avrà di che rallegrarsi: nel terzo millennio si trovano ancora degli autori che utilizzano la sua propaganda e, meglio ancora, che la diffondono! Riversandosi nel vuoto lasciato dagli storici del nazismo in materia di legislazione sugli animali, si può scrivere e proclamare a gran voce in Francia, ma anche in Svizzera, in Italia in America o in Germania, una evidente falsità: che Hitler abbia soppresso la vivisezione, affermazione derivata direttamente dalla propaganda nazista, e che occorre demistificare. 

Le Nouvel Ordre écologique di Luc Ferry è apparso nel 1992,[1] lo stesso anno del Summit mondiale sullo stato del pianeta di Rio, da cui presero avvio le polemiche sull'ecologia. In Svizzera le argomentazioni di Ferry sulla questione animale arrivarono tempestivamente per il referendum concernente l'abolizione della vivisezione che fu messo ai voti il 7 marzo 1993. Il "Corriere della Sera" del 19 ottobre 1992, molto letto nel cantone Ticino, espose le conclusioni del libro di Ferry sui supposti legami fra protezione degli animali e nazismo, argomento che fu largamente ripreso dalla campagna di stampa che precedette il voto. 

Ciò che porta Ferry a trovare un nesso fra nazismo e compassione verso gli animali è la legislazione a protezione degli animali approvata dal governo di Hitler, e particolarmente la legge del 24 novembre 1933 ( Tierschutgesetz). La breve sezione I di questa legge (9 righe in 2 capoversi) intitolata Tierquälerai (tortura o maltrattamento inflitto agli animali) introduce un nuovo criterio di valutazione della sofferenza animale: "è vietato tormentareinutilmente un animale o maltrattarlo brutalmente"[2] (sottolineato dall'a.). Il secondo capoverso definisce "l'utilità" dei maltrattamenti. La seconda sezione (Prescrizioni per la protezione degli animali) è un catalogo di 14 maltrattamenti inflitti agli animali, per esempio l'asportazione delle cosce delle rane ancora vive (linea 12). La sezione più lunga (III, Sperimentazione su animali vivi), concerne una delle più importanti polemiche del XIX secolo, quella sulla "vivisezione". Le sezioni IV e V, meramente giuridiche, precisano le modalità di applicazione della legge, che qui designeremo come "legge 24 nov. '33". 

È facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì dal 1933 della questione della tutela legislativa degli animali, così come dell'insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche al fine di presentarsi come un fautore dell'umanesimo (cfr. infra, Cap. I). Non si tratterebbe in questo caso che di un artificio propagandistico fra molti altri, se esso non avesse conosciuto a tutt'oggi un seguito inaspettato. Molti autori francesi fanno riferimento in particolare a Des Animaux et des Hommes, pubblicato da Ferry nel 1994 in collaborazione con Claudine Germé, prendendo per oro colato il mito di una presunta zoofilia nazista, incaricandosi di amplificarla e di trarne le dovute conclusioni: è ciò che vedremo nel cap. II. 

I "IL NOSTRO FÜHRER AMA GLI ANIMALI" 

1. Dalla teoria alla pratica 


Nel momento della presa del potere (1933), i nazisti si impegnano a costruirsi un'immagine virtuosa. Sin dal 2 febbraio del 1933 Hitler proclama: "possa Dio onnipotente prendere il nostro lavoro sotto la sua protezione, orientare la nostra volontà, benedire la nostra intelligenza e concederci la fiducia del popolo perché noi vogliamo combattere non per noi stessi, ma per la Germania".[3] Joseph Goebbels, ministro della propaganda, riferisce nel suo Diario come si adoperò, dal marzo del '33, per dare un' immagine positiva di Hitler come uomo privato, conosciuto sino ad allora solo come uomo politico. Hitler è un uomo "tanto semplice quanto buono", "che pensa solo al suo lavoro e ai suoi doveri", "alla mano, amante dei bambini". Da un lato l'amore per la natura, molto diffuso in Germania, particolarmente fra i vecchi membri dei Wandervoegel (Uccelli Migratori, movimento giovanile molto popolare), dall'altro l'amore per gli animali, sembravano essere le caratteristiche di ogni brava persona. Nelle sue Conversazioni a tavola Hitler si proclama Tierliebhaber (di solito tradotto come "amico degli animali"[4] ma, più propriamente, amante unicamente dei pastori tedeschi. Un Führer non accetterebbe di farsi fotografare, sia pure da Hofmann (divenuto il fotografo ufficiale di Hitler), in compagnia dei maltesi di Eva Braun, buoni solo per una donna. In una serie di cartoline postali molto popolari, il fotografo "sorprende" Hitler che esce credendosi inosservato da una chiesa – una croce si profila al di sopra del suo capo scoperto- mentre accarezza dei bambini o che medita, immerso nella natura, in compagnia della sua cagna Blondie. 

I testi di Hitler sugli animali sono pochi. In Mein Kampf , alcuni riferimenti servono, tramite l'esempio della natura, a giustificare la teoria razzista, la selezione naturale e la violenza. C'è anche qualche storia di cani, al fronte, per esempio, talvolta riportate da Baldur von Schirach, in cui il cane, regalato da Hitler, saltava su chiunque facesse il saluto nazista! Si sa inoltre, tramite Albert Speer, che il Führer era solito annoiare i suoi ospiti nello chalet di Obersalzberg con le sue interminabili tirate sui cani-lupo. Nelle citate "Conversazioni a tavola" meticolosamente raccolte in 500 pagine per gli anni 1941 e 1942, la parola "animale" ricorre 18 volte; oltre ad alcune rudimentali giustificazioni del neodarwinismo ("i gatti non hanno pietà per i topi"), due passaggi più lunghi (pp. 241/2 e 431/2) espongono la dieta vegetariana come regola igienica, poi viene l'inevitabile elogio di Blondie. 

"Nel nuovo Reich non dovrà più esserci posto per la crudeltà verso gli animali".[5] Se questa è la teoria, la realtà è ben altra: "felicità per Blondie-Hitler, dolore per 'Minet' Klemperer, che ha un padrone ebreo! " Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra, che poté restare in Germania in quanto coniugato con una Ariana, testimonia un fatto poco conosciuto: "mi fu tolto il diritto di versare una quota per i gatti alla Società per la Protezione degli Animali visto che, nella 'Istituzione tedesca dei gatti' (come ormai si chiamava il bollettino della Società, divenuta organo del Partito) non c'era posto per le creature 'perdute per la specie' (Artvergessen) che vivevano con gli ebrei. In seguito del resto i nostri animali domestici, gatti cani e finanche canarini, ci sono stati tolti e uccisi: non si trattò di casi isolati, di sporadiche crudeltà, ma di interventi ufficiali e sistematici; è una delle crudeltà di cui nessun processo di Norimberga ha mai reso conto... ".[6]

2. La legge sulla protezione degli animali 

Le leggi e i decreti successivi sugli animali rientrano nel quadro di allineamento - Indoktrinierung[7] – di tutte le strutture della società civile all'ottica nazista, il cui esempio più celebre è il rogo dei libri proibiti, chiamato autodafé. È curioso che la legge del 24 nov. '33 sulla difesa degli animali non sia mai stata citata dagli storici come un perfetto esempio di irregimentazione tramite una iniziale persuasione fino a che, l'11 agosto del 1938, le associazioni animaliste furono unificate in una struttura ispirata ai principi nazisti, la cui branca felina è ricordata da Klemperer. 

La legge 24 nov. 1933 si inserisce in un "torrente legislativo", esteso a tutti i campi, che dilaga dalle strutture amministrative naziste a partire dal 1933. Durante undici mesi di attività il solo gabinetto di Hitler produsse cinque tomi per 2839 pagine. Nell'aprile del 1933 il Bollettino Ufficiale del Reich ha pubblicato circa trenta leggi sugli argomenti più disparati. Il giurista tedesco Hubert Schorn[8] ha dimostrato come la frenesia legislativa nazista non è che un artificio al fine di impadronirsi del potere politico: quei testi, spesso anodini, talvolta apprezzabili (classi sovraccariche, tutela della maternità), sono la maschera di una ben diversa realtà. Schorn ritiene che a partire dal 1934 si installò un sistema di illegalità nascosto dietro un giuridismo esasperato: Ulrich Linse si riferisce allo stesso fenomeno per quanto riguarda le leggi per la protezione di una natura la cui distruzione era in pieno corso.[9] Per quanto riguarda gli animali, i regolamenti sui mattatoi del 21 aprile 1933 (quattro paragrafi) e la modificazione del vecchio codice penale (16 maggio 1933) precedono, oltre ad altri testi, la legge 24 nov. '33, che Ferry presenta con insistenza come creazione personale di Hitler. 

È chiaro che una dichiarazione di Hitler a favore della protezione degli animali sarebbe stata propagandata infaticabilmente dal coro dei suoi adulatori e posta come criterio di riferimento obbligato per i giuristi, a cominciare da quelli del suo gabinetto. Ma non fu così. Il primo commentatore della legge del 24 nov. 1933[10] fornisce come sua unica "giustificazione" (Begrundung) la volontà del popolo di proteggere gli animali. Parimenti le tesi di diritto sulla legislazione animale scritte sotto il nazismo, si limitano a far riferimento, raramente, ad alcuni passaggi del Mein Kampf per giustificarne la concezione del mondo. Non vi viene menzionato alcun testo di Hitler sulla difesa degli animali, nonostante la riverenza ossequiosa e doverosa che viene tributata al Führer; né alcun riferimento compare nel lungo Kommentar di Giese e Kahler sulla legge del 24 nov. 1933, intriso di giustificazioni, secondo la tradizione del diritto tedesco. I discorsi di Hitler, che sono stati pubblicati integralmente, non sembrano contenere il termine "animale".[11] Tanto meno l'argomento compare nelle raccolte più importanti di sentenze e pensieri del Führer, pubblicate dalla propaganda nazista, e che abbracciano tutti i possibili domini, etici, religiosi e culturali. Ci sia permesso pertanto di imitare san Tommaso e credere solo ai documenti visibili, aspettando la rivelazione degli invisibili. È possibile che Hitler abbia speso due parole per approvare la legge da lui firmata il 24 nov. '33, ma dalle nostre ricerche non è possibile credere alle ripetute affermazioni di Ferry, che non riporta mai i riferimenti specifici, sul ruolo personale svolto da Hitler nella questione della protezione degli animali; per esempio:

Hitler ne faceva un fatto personale; 

... evitare la crudeltà verso gli animali. È in nome di questa volontà che stava a cuore ad Hitler in persona [che sono state promulgate le leggi di protezione]; 

... non è un caso, in tal senso, che noi dobbiamo ancora oggi al regime nazista ed alla volontà personale di Hitler, le due legislazioni più elaborate che l'umanità abbia conosciuto in materia di protezione della natura e degli animali; 

Hitler terrà personalmente a seguire l'elaborazione di questa gigantesca legge (più di 180 pagine!).[12]

Del resto è noto da molte testimonianze quale orrore manifestasse il Führer per l'amministrazione e il lavoro legislativo: "Nel quadro di un procedimento tanto farraginoso quanto inefficace, [Hitler] imponeva un viavai fra i ministeri, finché non si trovasse un accordo sulle proposte. Solo a questo stadio, e sempre con la riserva che egli ne approvasse lo spirito come gli era stato brevemente riassunto, Hitler firmava il testo, normalmente senza darsi la pena di leggerlo, e lo trasformava in legge".[13]

La legge del 24 nov. 1933 è in realtà il risultato di una lunga concertazione fra i vari sostenitori della protezione degli animali, la quale giunse ad un testo comune redatto verso il 1927, sotto la direzione del giurista Fritz Korn.[14] Da quel momento tale proposta di legge venne più volte rinviata tra le assemblee regionali e il parlamento del Reich, ognuno dei quali si dichiarava incompetente. Nel 1933, ancora una volta e sembra molto rapidamente, il progetto viene inviato al nuovo governo e arriva nel gabinetto di Hitler. Le commissioni giuridiche, sovraccariche di lavoro, trovarono il testo "già pronto nel cassetto", secondo una testimonianza, raccolta nel 1970, del prof. A. Ketz, che aveva preso parte ai lavori preparatori della proposta prima del 1933.[15] I giuristi nazisti utilizzarono evidentemente questo lavoro legislativo, considerevole nonostante la sua brevità, che sarebbe stato impossibile da elaborare in così breve tempo. Nella sezione II (catalogo dei divieti) sono recepite le richieste di numerosi autori di molto precedenti. I nazisti colgono evidentemente l'occasione per centralizzare sotto il loro comando le associazioni per la protezione degli animali. Comunque la legge del 24 nov. 1933 realizzò finalmente l'unificazione giuridica e il raggruppamento dei dati in un unico testo di riferimento, cosa che da tempo era auspicata dai giudici; la redazione fu precisa e le sanzioni vennero aggravate: la lista dei divieti, ormai resi penali, verrà percepita come una vittoria senza precedenti. Di fatto però la giurisprudenza del periodo nazista non sembra mostrare alcun cambiamento nel trattamento degli animali; tuttavia la legge del 24 nov. 1933 strombazzata oltre le frontiere, ricevette in Francia un accoglienza favorevole. Il ministero nazista della propaganda fece tesoro di questo successo internazionale, alcuni alti capi di partito, come Himmler, proclamarono questa legislazione come una prova dell'alto grado di civiltà della Germania nazista e anche se non sembra che Goebbels sia intervenuto personalmente nel testo della legge, l'obiettivo esplicito della sua propaganda dal 1933 – dare un volto umano al Führer – era perfettamente raggiunto. Più di mezzo secolo dopo, questo "volto umano" si arricchisce ancora, grazie a Ferry, " di una volontà di evitare la crudeltà contro gli animali, che gli stava personalmente a cuore".[16] Göring ha fatto di meglio. Il suo scoop: "i nazisti hanno eliminato la vivisezione", lo ritroviamo nella Francia del 1999 a la firma di Paul Ariès: "I nazisti, proprio loro, erano antivivisezionisti".[17]

II NASCITA E CRESCITA DI UN MITO 

1. Le incredibili mistificazioni di Luc Ferry 


Nel suo libro del 1994, Des Animaux et des Hommes, Ferry pubblica (p. 513) un frammento dell'edizione del 1939 delKommentar traducendo le prime nove righe (e mezzo) della pagina 19. Ferry intitola tale estratto "Articolo I della legge del 24 novembre 1933 sulla protezione degli animali: crudeltà verso gli animali, Berlino, 24 novembre 1933". Ferry pone sotto questo frammento la firma di Hitler, "del ministro della giustizia dott. Gurtner, del ministero dell'interno e del ministero per la sicurezza Göring". È evidente che tali firme non figurano sotto questo frammento del Kommentar, scritto da Giese e Khaler. Per di più, Göring non ha affatto firmato la legge del 24 nov. '33, come appare dalla Gazzetta Ufficiale tedesca del 25 novembre 1933. Attribuendogli un tale titolo e tali firme Ferry fa passare il commentario come se fosse la legge. Un passaggio del suo libro del 1992[18] riporta la stessa imprecisione, confusione o mistificazione. Insomma Ferry confonde il commento con la legge di cui non cita né analizza alcuna parte. Certo un commento esplica una legge più diffusamente delle circolari applicative, ma non può essere spacciato come la legge, la quale del resto è pubblicata in extenso alle pagine da 262 a 268 del Kommentar che proprio alla pagina 19, citata da Ferry, rinvia alla Gazzetta Ufficiale tedesca (RGBL, S. 987); sorprendentemente numerosi rimandi alla Gazzetta sono estratti da Ferry e spostati in note a piè di pagina.[19] A prima vista questa pseudo-erudizione impressiona i lettori. Io stessa ne sono stata così colpita che ho consultato i Reichsgesetzblatt, reperibili a Parigi! 

Abbiamo visto come a partire dal 1992, Ferry attribuisca alla legge del 1933, che egli non conosce, "un'ampiezza non paragonabile a nessun'altra";[201] nel 1998 e in una pubblicazione dell'UNESCO, ne precisa la lunghezza: "Hitler ci terrà a seguire personalmente questa gigantesca legge (più di 180 pagine)".[21] La palese inverosimiglianza di una simile informazione non ha scoraggiato i suoi seguaci.[22] Jean-Pierre Digard,[23] fra gli altri, consiglia ai suoi lettori di riandare "ai testi legislativi del III Reich riuniti da Ferry e Germé". 

Ancora più spettacolare è il risalto che viene dato alla firma di Hitler in calce alla (pretesa) legge del 24 nov. 1933 (al posto della firma degli autori effettivi del Kommentar!). Il fatto che Hitler firmasse le leggi è una semplice conseguenza giuridica della presa del potere del 30 gennaio 1933, la quale diede ad Hitler un potere legislativo anche più ampio a partire dall'aprile dello stesso anno; si tratta di un fatto meramente politico, che non denota affatto un interesse particolare del Führer per la questione animale. Questa messa in scena di un'ovvietà giuridica serve evidentemente a collegare un testo con un personaggio la cui memoria suscita orrore. È quasi incredibile che una tale mistificazione abbia potuto impressionare chicchessia, ma così è stato per esempio nel caso di Djénane Kareh Tagier che, ne L'Actualité religeuse (15/7/1996, p. 24) scrive: "l'esergo della legge è firmato da Hitler"; il termine esergo, che non appartiene al linguaggio legislativo, tradisce il passaggio dal campo della realtà giuridica a quello dell'immaginario. 

L'unico riferimento di Luc Ferry al preteso interessamento personale di Hitler verso gli animali è costituito da un testo tardivo (1938) che apre l'edizione del 1939 del Kommentar. Krebs, capo del raggruppamento nazista di tutte le associazioni per la protezione degli animali, lo presenta come una "direttiva del nostro Führer", commentando così: "nel nuovo Reich non deve più esserci il minimo spazio per la crudeltà contro gli animali". A partire da questo riferimento unico e frutto della propaganda nel momento in cui furono abolite tutte le associazioni animaliste, Ferry ne fa una "formula di Hitler (sic) che inaugura la Tierschutzgesetz".[24] Secondo Le Point,[25] la frase sarebbe presa da un "discorso di Hitler" (sic!) ma non si da alcun riferimento. Secondo Ferry, Hitler avrebbe fatto di questa legge "una questione personale" o ancora: "Hitler ci terrà a seguire personalmente l'elaborazione di questa gigantesca legge". L'immaginazione di Ferry non è da meno per quanto riguarda la vivisezione. 

2. L'animale nell'universo nazista 

A partire dalla fine dell'agosto 1933, Göring lancia lo scoop di una pretesa soppressione della vivisezione, ben presto confermata dalla circolare provvisoria del 13 settembre '33, valevole per qualche settimana, fino alla promulgazione della legge del 24 nov. 1933, di cui prefigura la III sezione. Si sopprime il nome (vivisezione) ma non la cosa (sperimentazione su animali vivi). Lo scoop della soppressione della vivisezione è presentato abilmente come se si trattasse di un testo legislativo, o quantomeno ufficiale, che prevede pene severe per i trasgressori, passibili di campo di concentramento – sanzione che ha permesso senza dubbio la chiusura di alcuni laboratori e di sciogliere le turbolente associazioni contro la vivisezione che si definivano con questo termine. La novità fece immediatamente il giro del mondo, rilanciata dalle reti radiofoniche tedesche molto diffuse in America, e dalle associazioni animaliste. Nei fatti la legge del 24 nov. si rifà a disposizioni precedenti: l'obbligo di una autorizzazione per i ricercatori al fine di sorvegliarne strettamente la ricerca sperimentale, la raccomandazione ad impiegare l'anestesia ove possibile, la rapida eliminazione degli animali oggetto di esperimento, la limitazione degli esperimenti a scopo pedagogico, la pubblicazione dei risultati nelle sole riviste scientifiche, ecc. Ferry ritiene che l'attenzione dei nazisti verso gli animali da laboratorio sia "più di cinquant'anni avanti rispetto al suo tempo". Bisognerebbe scrivere piuttosto che è in ritardo di cinquantasette anni visto che la prima regolamentazione della materia, in Inghilterra, risale al 1876 seguita da due atti della Prussia del 22 febbraio 1885 e del 20 aprile 1930 e da parecchie altre legislazioni dei paesi europei. Luc Ferry allude con più prudenza riguardo all'accusa secondo la quale gli animalisti avrebbero plaudito alla sostituzione degli animali da laboratorio con gli uomini, in particolare nei campi di concentramento. Egli si accontenta di scrivere "l'assenso della più sincera zoofilia non si è limitata alle parole ma si è incarnato nei fatti",[26] e riserva alle sue numerose interviste la chiave di questa ultima terrificante conseguenza della protezione degli animali. La lettura dei processi di Norimberga in particolare quelli contro i medici, riportata da F. Bayle, rende giustizia di questa abominevole allusione: ci sono le prove di almeno tre laboratori di sperimentazione sugli animali istituiti all'interno dei campi e una cinquantina di testimonianze riportano come gli orribili esperimenti sui "soggetti umani" siano stati preceduti da molti esperimenti, spesso pubblicati, sugli animali.[27]

Ferry crede di vedere nella legge del '33 la fine dell'antropocentrismo: "Il fondamento non è più l'interesse dell'uomo: si riconosce che l'animale deve essere difeso in quanto tale (wegen seiner selbst)". Quest'ultima formula è effettivamente usata nel Kommentar. Si è detto come la legge del '33 derivi dall'intento delle associazioni animaliste di aprire una breccia nella vecchia concezione, l'unica accettabile ed accettata all'inizio del '900, il cui intento era solo quello di limitare le ripercussioni del maltrattamento degli animali sulla moralità umana. Tuttavia e in modo contraddittorio, il Kommentar mette immediatamente (p. 15) in guardia il suo lettore: la legge nazista, nell'assicurare una difesa dell'animale più efficace che nel passato, 

pone il problema di sapere se l'animale possa essere considerato suscettibile di avere una personalità giuridica tale per cui egli avrebbe un diritto soggettivo alla protezione... a questa domanda, bisogna rispondere di no, il portatore del diritto non può che essere l'uomo come singolo o come comunità, mai un animale... giuridicamente parlando, l'animale dovrà essere considerato come una cosa (als Sache gewertet)". 

Il danno arrecato ad un animale di proprietà di un terzo è preso in considerazione solo in quanto è oggetto del § 303 del codice penale, se l'atto non costituisce inoltre una forma di tortura. Dunque l'animale continua ad essere considerato come qualsiasi altro bene. Questa idea è sviluppata in seguito dai giuristi nazisti, i quali dimostrano la sottomissione giuridica dell'animale all'uomo (evidentemente ariano). È sufficiente qui citare l'opinione di Albert Lorz,[28] diventato lo specialista dei manuali di legislazione tedesca sugli animali fino ad oggi. Lorz scrive che è un'ovvietà morale il fatto che l'uomo possa usare ed abusare degli animali per i suoi propri fini. Per tradurre più esattamente, si dovrebbe usare l'espressione corrente nel diritto di proprietà: usare e abusare, che si esprime in un paio di coppie di verbi tedeschi: benutzen und abnutzen ebrauchen und verbrauchen, dove il secondo termine designa una ulteriore degradazione dell'"oggetto" che può arrivare fino al suo annientamento, cioè alla morte dell'animale, ma che paradossalmente esclude il missbrauchen, il maltrattare. Questa concezione dell'animale come mero oggetto di proprietà è vicina a quella del diritto romano: il che porterebbe, in una discussione più lunga, a rivedere una opposizione troppo semplicistica fra una tradizione nordica, che si pretende favorevole all'animale, ed una regione tanto illuminata quanto presuntamene cartesiana, che esalterebbe l'uomo. 

Quanto alla pretesa nazista di difendere tutti gli animali, compresi quelli selvaggi, nella quale Ferry vede un pericolo per l'umanesimo e l'umanità, è solo una fanfaronata della legge del 24 nov. '33 che, nella pratica così come nell'espressione, in effetti concerne i soli animali domestici, ad esclusione delle rane e dei pesci. Una rapida occhiata alla lista degli animali "nocivi" che si possono combattere in ogni caso, o alle "specie inferiori" che si devono privilegiare nella sperimentazione animale, basta a smentire la pretesa uguaglianza istituita dai nazisti fra tutti gli animali. 

Come si è visto, sin dall'inizio del testo del 1933, il criterio che rende accettabile per la legge la sofferenza è l'utilità. Questo elemento di soggettività, anche detto interesse dell'uomo, autorizza di fatto la sperimentazione animale che, senza questa clausola, non avrebbe potuto essere oggetto della terza sezione della legge. Il criterio dell'utilità finisce per rendere obsoleto il concetto di "pubblicità" del vecchio codice penale e lo rimpiazza: la crudeltà esercitata sugli animali era condannabile solo nel caso in cui si fosse perpetrata in pubblico, poiché allora la si considera come lesiva della sensibilità dei testimoni. Per torturare un animale senza essere sanzionati, bastava farlo di nascosto. 

La soppressione di un tale criterio è certo una vittoria pratica della difesa dell'animale, ma non una vittoria teorica. Infatti il criterio dell'utilità della sofferenza inflitta è stabilito in funzione dell'uomo e molto raramente dell'animale (per esempio una preoccupazione veterinaria), e la legge del 24 nov. '33 non è in realtà che una nuova sfaccettatura dell'antropocentrismo. Al criterio della pubblicità che, almeno, rifletteva una certa sensibilità nonché l'importanza accordata all'opinione pubblica, è sostituito quello di una valutazione del tutto arbitraria: chi giudicherà se il blocco di pietra con cui si carica un cavallo da soma è troppo pesante o se la corrida è indispensabile alla salute mentale dei suoi spettatori? Quali sono i criteri che stabiliscono l'utilità? Lungi dall'essere eliminato dai nazisti, come proclama Ferry, l'antropocentrismo trae un riconoscimento ufficiale dalla legge del 24 nov. del '33: ormai è l'utilità dell'uomo che supera ogni altra considerazione. Del resto è a questo partito giuridico che aderisce pienamente lo stesso Ferry, per quanto a sua insaputa, quando raccomanda, nel 1998, di evitare "inutili sofferenze"[29] agli animali. 

3. I seguaci di Luc Ferry 

Dalla pubblicazione del Nouvel ordre écologique numerosi autori hanno rilanciato le affermazioni di Ferry, in genere senza citare la loro fonte. François Reynaert enfatizza il vocabolario di Ferry scrivendo nel Nouvel Observateur che il Führer ha "imposto" la legge sulla difesa degli animali.[30] Nella sua tesi di giurisprudenza, sostenuta all'università di Nantes, Martine Leguille-Balloy arriva a scrivere: "non sarà il caso di ricordare che Hitler fu il più grande protagonista della protezione animale del nostro secolo?".[31] Nel 1993, Janine Chanteur nella sua difesa dell'antropocentrismo riprende l'argomentazione di Ferry: "la propensione [del nazionalsocialismo] è riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini" esprime un pericoloso rovesciamento di posizioni. L'autrice non si chiede nemmeno se la sua affermazione sia verosimile: l'ammette come una evidenza; ancora più chiaramente Jean-Pierre Digard si esprime in questi termini: "con Hitler, spesso fotografato in compagnia dei suoi pastori tedeschi preferiti, e con la legislazione del terzo Reich, che fu più favorevole di ogni altra agli animali, lasciamo la finzione per la storia". Altri autori, in particolare cattolici,[32] mettono in guardia contro una legislazione a difesa dell'animale in nome della stessa falsità: così come Ferry, non si rendono conto che il Catechismo della chiesa cattolica (§ 2418) riprende il criterio della legge del 24 nov. '33, l'utilità della sofferenza inflitta agli animali, e ne estende la portata. 

L'ampollosità tipica del mito già presente in Ferry (una legge di 180 pagine, una bibliografia sugli animali di 600 pagine![31]) si amplifica in vario modo nei suoi imitatori. Janine Chanteur[34] l'attribuisce alla memoria collettiva tramite la formula: "ci si ricorderà" indicando che il fatto di cui si parla ("la propensione del nazionalsocialismo a riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini") è un dato della memoria collettiva che è parte integrante di un patrimonio di conoscenze riconosciute da tutti, ammesso come evidenza cui non servono dimostrazioni, dunque diventato un assioma. L'amplificazione degli argomenti può raggiungere l'assurdo. Si legge, per esempio: "le legislazioni del 1933 e del 1934 nella Germania nazista erano le prime disposizioni legali di difesa dei diritti degli animali e di protezione della natura"; meglio ancora: "il nazionalsocialismo – il primo regime al mondo che abbia codificato la salvaguardia degli animale e della natura". Si potrebbe credere che queste affermazioni siano il frutto del ministero di Goebbels, ma in realtà queste righe provengono da articoli presentati come informativi, pubblicati nel 1999 nella stampa francese di grande diffusione da una giornalista e da uno dei genetisti francesi considerato una autorità in materia di etica.[35]

In questo saggio troppo breve abbiamo cercato di seguire le tappe di un tortuoso periplo di disinformazione. Partito da una base fittizia, la propaganda nazista, appoggiandosi su fondamentali confusioni e affermazioni senza fondamento, la dimostrazione accoglie premurosamente, da una ripetizione all'altra, delle esagerazioni mitiche, dei fatti improbabili. Il discorso diviene stereotipo, non dimostrabile poiché assiomatico. Bisognerà chiedersi per quali motivi si tenda a demonizzare il movimento per la protezione animale accostandolo ad un personaggio quale Hitler. Per ora ci basti constatare come la maggior parte degli autori impegnati in questo tentativo, che si tratti di stimati professori universitari, di giuristi, di filosofi, di religiosi cattolici, di scienziati, di giornalisti di quotidiani influenti, professionisti del pensiero e dell'informazione, tutti, senza la minima esitazione seguano la marcia di un processo di disinformazione che meriterebbe di diventare un caso da manuale.


Note
1. Luc Ferry Grasset, 1992 (da qui abbreviato in Ferry 1992)
2. Testo ufficiale nel Reichgesetzblatt , Gazzetta Ufficiale del Reich, n. ° 132 del 25/11/1933, pp. 987-988 e una colonna di p. 189. La traduzione del termine Tierquälerei può sembrare debole, l'uso comune, riportato dai dizionari più accreditati, è quello di tradurreQuälerei con tortura. 
3. Discorso radiofonico di Hitler del 1/2/1933, citato da Alfred Grosser, Hitler, la presse et la naissance d'une dictature , Paris, A. Colin, 1954, p. 134. 
4. Henry Picker, Hitlers Tischgespräche in Führerhauptquartier , 1941-1942, Stuttgart, Seewald Verlag, 1976; si propone anche la traduzione "amante degli animali". 
5."Prefazione" in Cl. Giese e W. Kahler, Das Deutsche Tierschutzrecht , Berlino, Freiburg, Otto Walter, 1939 (da ora abbreviato inKommentar ), citato da Ferry e Germé, Des Animaux et des Hommes , Paris, Librairie Générale francaise, 1994, in particolare pp. 506, 507, 513 e 514 (da ora abbreviato in Ferry 1994). Un altro scritto di Luc Ferry: "L'Europa delle nazioni di fronte ai diritti animali" inL'Etique du vivant , Denis Noble e J. -D. Vincent, UNESCO, 1998, sarà da ora citato come Ferry 1998. 
6. Victor Klemperer, La langue du III Reich , Paris, Albin Michel, 1996, Lipsia, 1995, p. 140. 
7. Si trova più spesso Gleichschaltung ("sincronizzazione"). 
8. H. Schorn, Die Gesetzgegung des National Sozialismus als Mittel des Machtpolitik , Frankfurt aM., Vittorio Klostermann, 1963, p. 19. 
9. Ulrich Linse, Okopax und Anarchie , Deutsche Taschenbuc Verlag, 1986, p. 50. 
10. Werner Hoche, Die Gesetzgebung..., op. cit . Heft I, p 702, 712; commenti ristampati nel Deutscher Reichsanzeiger und Preussischer Staatsanzeiger n. °28, 1/12/1933, poi nelle successive introduzioni di Giese, Reichsgesetzblatt , teil I, 25/11/1933, n° 132, p. 989. 
11. Max Domarus, Hitler Reden und Proklamationen , 1932-1945, Neustadt Schmid, 1962. 
12. Ferry 1992, p. 182; 1992, p. 206 e 1994 p. 514; 1992, p. 29; 1998, p. 73, nell'ordine delle citazioni. Questo tipo di dichiarazioni si ripete spesso, con delle varianti, per esempio in Le Point , "les animaux ont-ils des droits" 1/4/1995, pp. 85-90. 
13. Ian Kershaw, Hitler, essai sur le charisme en politique , Paris, Gallimard essais, 1995, p. 753. 
14. Fritz Korn, Die strafrechtliche Behandlung der Tierquälerai , Meissen, Bohlmann, 1928, e "Die Tierquaelerei in der Reichsprechung" in Archiv fur Rechtspflege in Sachsen, VI, 1929, pp. 331-340; anche F. Korn, Kommentar zur Reichs-Tierschtzgesetz vom 24 November 1933 . Meissen, Matthaus Hohlmann, senza data (forse dei primi mesi del 1934). 
15. Barbara Schröder, Das Tierschtzgesetz vom 24. 11. 1933 zur Dokumentation der Vorgeschichte und der Änderungvorschläge , Inaugural Dissertation zur Erlangung des Grades eines Doktors der Veterinaermedizin an der Freien Universität Berlin, 1970, pp. 9-11. 
16. 1992, p. 206
17. Golias , novembre-dicembre 1996, "les amis des bêtes", p. 36. 
18. Ferry 1992: "si trovano riunite, in circa trecento pagine, tutte le disposizioni giuridiche relative alla nuova legge, così come un'introduzione che espone i motivi 'psicologici' e politici di un progetto che, da allora, non ha trovato eguali" (p. 181). " Queste tre leggi, oltre a quella del Cancelliere, portano la firma dei ministri principalmente interessati: Göring, Gürtner, Darré, Frick e Rust" (p. 182). 
19. Ferry 1994, 6 rimandi p 512.
20. 1992, pp. 181-182.
21. 1998, p. 73. Ricordiamo che essa occupa 2 pagine e un terzo della Gazzetta Ufficiale tedesca.
22. Jean-François Six, " Existe-t-il un droit de l'animal? " in Pour une éthique du transport et de l'abatage des animaux de boucherie , 24/10/1995 paris, INRA, Interbev, pp. 3- 44; "L'animal est-il un sujet de droit? " in L'Homme et l'animal, un débat de societé , Paris, INRA editions, 1999, pp. 41-59. 
23. J. -P. Digard, Les Français et leurs animaux , Paris, Fayard, nota 73, p. 247. "Il nazionalsocialismo tedesco ebbe la legislazione più favorevole agli animali" afferma anche in "La compagnie de l'animal" in Si les lions pouvaient parler , a c. di Boris Cyrulnik, Paris, Gallimard Folio, p. 1054. 
24. 1992, p. 183.
25. Le Point 1/4/1995, p. 89.
26. 1992, p. 184.
27. Elisabeth Hardouin- Fugier, "L'Animal de laboratoire sous le nazisme", CD Rom Recueil Dalloz 19/2002 e sito internet Dalloz; François Bayle, Croix gammé contre caducée, les experiences humaines en Allemagne pendant la Deuxième guerre mondiale , L'auteur, 1950. 
28. Albert Lorz, Die Tiermisshandlund in Reichstierschutzgesetz , Gunsburg, Karl Mayer 1936, p. 39. 
29. 1998, p. 75.
30. Le Nouvel Observateur, n° 1460, 1992, p. 18. 
31. Evolution de la réglementation de protection des animaux dans les élevages en Europe . 2 aprile 1999. 
32. Tra gli autori che sottolineano il legame fra nazismo e difesa degli animali: Jean-François Six, op. cit., 1995, pp. 3-44; L'homme et l'animal, un débat de societé , 1999, pp. 41-59; Jean-Pierre Digard, op. cit., 1999, p. 215; René Coste , Dieu et l'écologie , éditions ouvrières, Paris, 1994, p. 33. 
33. 1992, p. 80 nota 9.
34. Janine Chanteur, Du Droit des bétes à disposer d'elles-memes , Paris, Le Seuil, 1993, p. 11. 
35. Sophie Gherardi "La Deep Ecology comme anti-humanisme" Le Monde des Débats , maggio 1999, p. 15; Axel Kahn, "Haro sur l'humanisme", L'Humanité , 30 dicembre, 1999, p. 12-13.

Nota

Questo studio di Elizabeth Hardouin-Fugier è tratto dal volume Luc Ferry ou le rétablissement de l'ordre, ou l'humanisme contre l'égalité di E. Hardouin-Fugier, E. Reus e D. Olivier, pubblicato dalle Edizioni tahin party (sul cui sito se ne può scaricare gratuitamente la versione integrale).
Il libro analizza severamente il personaggio e i metodi argomentativi di Luc Ferry, filosofo francese noto per i suoi interventi sui mass media contro l'ecologismo e i movimenti per l'uguaglianza animale, e campione dell'umanismo "alla francese".
In particolare, lo studio di Hardouin-Fugier mostra come la propaganda nazista sia stata oggi riciclata da filosofi, studiosi, giornalisti, con l'intento di difendere il dominio umano sul resto della realtà e diffamare coloro che invece lo contestano, operando un accostamento della questione ecologica ed animale alla dottrina nazista attraverso una alterazione e mistificazione vera e propria delle fonti storico-giuridiche. Questa pseudo erudizione è stata magistralmente smontata da Hardouin-Fugier. 

Traduzione: Brunella Bucciarelli
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Venerdì, 28 Settembre 2012 11:26

Le gambe delle giraffe - di Sara Romagnoli

Le gambe delle giraffe

di Sara Romagnoli


Molto spesso, buona parte di articoli che riportano notizie come questa, sono frutto di riflessioni che tradiscono un pregiudizio sul quale verrebbe da sorridere, se non fosse specchio di un pensiero le cui tragiche derive al momento paiono essere solo sotto gli occhi di alcuni.

Le strade delle possibilità che si aprono quando ci si appresta ad interpretare i fatti e gli individui sono infinite, e senz’altro è indice di poca lungimiranza se non forse di qualunquismo, ragionare dando per scontato qualcosa; un banale esercizio di empatia però (e quindi anche di logica), può talvolta tornare utile se non per giungere a conclusioni certe, per riflettere su quali siano gli aspetti da scartare in partenza senza vi sia bisogno di ricorrere al frammento C.S.I. style del giorno.

L’anelito alla libertà non è appannaggio esclusivamente umano. Cerchiamo di farcene una ragione quanto prima e forse, e dico forse, anche i domatori del XXI secolo eviteranno di farsi prendere dallo sconforto accasciandosi a terra, quasi increduli innanzi al disperato tentativo di fuga di una giraffa, dalla sua ZooLogicaPrigioneCircense.

Un filosofo tedesco purtroppo non abbastanza studiato, H. Jonas, effettua un’analisi molto approfondita e pertinente in merito alla libertà ed ai diversi “gradi” attraverso i quali gli organismi vi tendono. Il capitolo intitolato “La nobiltà della vista”*1, presenta argomentando (cosa rarissima di questi tempi), il senso di cui gli occhi sono strumento, come emblematico e testimone di una tensione alla libertà che è prerogativa di buonissima parte dei viventi e che al tempo stesso determina il nostro/loro agire.

Vedere è “(r)accogliere” ciò che ci circonda in una sorta di frame visivo che racchiude uno spazio estremamente mobile, vasto e traboccante di vie di fuga differenti ma compossibili tutte allo stesso modo.

Vista e motilità sono strettamente correlate proprio perché chi ne è provvisto dispone della potenzialità di scegliere quella porzione di mondo ove collocarsi, o più semplicemente esistere. E se la motilità è o avvicinamento a qualcosa o fuga da questo (mediante l’attraversamento di N° punti nello spazio), la vista ci fornisce una raccolta ricchissima di possibilità simultanee, dilatabili, estendibili e moltiplicabili per tutti i differenti punti del vedere che decidiamo di adottare semplicemente muovendoci. Il desiderio di libertà altro non è che l’effetto del presentarsi di una possibilità che ci muove, ci affligge, ci si para innanzi e spesso ci induce ad agire in una direzione piuttosto che in un’altra.

Questo desiderio e le sue eventuali (spesso frequenti per quanto incomprese)manifestazioni empiriche, i suoi tentativi di concretizzazione, meriterebbero rispetto e considerazione maggiore proprio in quanto richieste di libertà che ogni individuo fa a se stesso e contemporaneamente espressione di questa.

Una giraffa che corra in preda al panico, senza una meta precisa (chi può dirlo?), cavalcando un mare di cemento, non dovrebbe necessitare di equipe di psicologi e comportamentisti, né la sua successiva morte dovrebbe richiedere l’intervento di interpreti premurosi che la dissezionino per valutare cosa l’abbia uccisa.

Notizie di cronaca ci sbattono in faccia periodicamente morti fulminanti per paura o per il dolore di una perdita senza che nessuno si spertichi per darne conferma certa. Fa troppo magicamente romantico per permettere al cinismo della medicina di smentirle.

Eppure l’evidenza di una corsa disperata, che segue alla tragicità di una vita da reclusa, non ci sembra abbastanza capace di parlare di sé e d’altronde il sistema specista non può permettersi il lusso di trarre conclusioni che lo minerebbero alla base costringendolo a rimettere tutto in discussione.

Il fatto è che siamo MOLTO MENO animali razionali di quel che crediamo, vantandoci rispetto agli altri animali, il nostro rapportarci con loro ne è una prova continua e decisamente lapalissiana, ed il prezzo che paghiamo per questo, a noi stessi e al resto dei viventi, è una lunga serie di menzogne ben confezionate ed allenate.

E se è noto a tutti che le bugie han le gambe corte… è certo però, che si rivelano comunque più lunghe di quelle delle giraffe, purtroppo.


Note:

1. H. JONAS, Organismo e libertà [1994], Frankfurt a/M, Insel, 1999, Biblioteca Einaudi,
p. 179.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Giovedì, 12 Luglio 2012 00:00

Le VITTIME di OGGI

Una tristezza infinita ci pervade ogni volta che veniamo a sapere di una vita che si è spenta accompagnata solo dall'ingiustizia, dalla sordità, dal cieco egoismo che abbandona persone di ogni specie al destino della cancellazione da questo mondo: prima usati e poi eliminati.
Trasformeremo questa tristezza in impegno ancora più determinato.
Antispecismo.Net  


Ecco alcune delle VITTIME DI OGGI: 

54 migranti morti disidratati nel mare tra Libia e Italia

Lennox: il cane condannato a morte è stato ucciso. 




Pubblicato in Attualità - Notizie
Sabato, 30 Giugno 2012 10:19

L'Italia DEVE vincere.

L’Italia DEVE vincere.


Dopo avere vinto la partita contro la Germania, l’Italia (che per noi non è altro che l’insieme di persone che vivono nel raggio di uno stivale di terra, condividendo una storia, una cultura, un immaginario e quindi capaci di comprendersi ed organizzarsi) deve guardare avanti e pensare alla finale.
Questo, non solo per vincere un campionato calcistico di cui francamente ci interessa poco (e sul quale sorvoliamo nel criticare molti aspetti), ma sopratutto per realizzare profondamente come le nazioni non siano più così distanti e come la politica non sia più al di là del potere delle persone.
Giovedì sera la nazionale italiana indossava la fascia nera del lutto, simbolo umano, che posto davanti alle telecamere di centinaia di stati può esercitare una pressione politica, dire qualcosa di forte, puntare l’attenzione su accadimenti e questioni.
L’indossavano a memoria dell’ennesimo militare morto in Afghanistan, usando quella retorica dell’eroe caduto, che purtroppo non giudica affatto l’ingiustizia che è la guerra, né i morti che causa, ma ricorda il dolore di una morte come fosse più dolorosa delle miriadi di altre morti che sono la guerra stessa: morti, su morti, che hanno ucciso prima di morire, così che sia chi ha più paura di morire, chi non ce la fa più, a perdere ed a lasciarsi dominare.
L’Italia allora deve vincere, reggendosi bene sulle gambe della propria storia e dello sviluppo di idee e prassi nate nell’Europa di cui fa parte, sfidando la stasi di politiche retrograde, gli interessi delle lobby, sputando in faccia alle oppressioni ed ai loro mandanti.
Sappiamo (ci dicono) che le leghe calcistiche ed affini, pur muovendo miriadi di soldi, tendono a mostrare disinteresse verso la politica e la situazione sociale dei luoghi in cui si spostano: questo è falso. Questo è il trucco con cui i poteri forti di questo particolare ambito - perfettamente integrati a tutti gli altri poteri forti che dominano il mondo - convincono le persone a credere che ci siano contesti in cui la politica non c’entra e non deve centrare nulla, come ad esempio lo sport, così che tutti si arrendano all’idea che siano altri i luoghi e le circostanze in cui esercitare eventualmente il proprio dissenso rispetto a ciò che accade.
I soldi spostati come in una partita di Risiko dalla sede di un campionato ad un altro, invece, SONO politica. Sono la differenza tra la vita e la morte per moltissime persone, sono la condanna a morte per migliaia di animali, sono la condanna alla prostituzione per migliaia di donne, sono il lavoro che arriva garantendo o togliendo diritti, sono inquinamento, sono soldi tolti alla cura di bambini malati di tumore, sono tutto ciò che è politica e sempre, da che mondo esiste, essi serviranno a comprare politiche oppressive se non vengono controllati e pilotati da un potere sociopolitico consapevole.
Questa è la magia: fare credere che si tratta solo di un gioco, così che i soldi siano spostati senza consapevolezza politica dei cittadini, senza il loro controllo, senza un vero esercizio del loro potere.
La finale allora, sarà una occasione per chiedere di fare indossare la fascia nera ai giocatori italiani - come già chiesto a gran voce - questa volta per le migliaia di ingiuste morti causate tra gli animali legittimamente nati su questa terra ed invece spazzati via per la barbarie dell’idea di poter disporre della - fin anche schifare la - loro vita, perché oscena rispetto ai brillantini mediatici che circondano il “giuoco del calcio”, le sue starlette ed i suoi campioni da schiuma da barba.
Quelle decine di migliaia di morti nonumani circondano gli stadi ed aspettano l’unica giustizia possibile: il riconoscimento (ed una ferma condanna politica) dell’abominio che è stata questa strage messa in atto nel nome di uno spettacolo che doveva alzare il sipario. E insieme a quei morti, circondano gli stadi le ombre dei bambini mendicanti, dei clochard, delle prostitute scacciate dai quartieri-vetrina dell’ucraina “mondiale”. Scacciati – loro – e sterminati – i cani – non perché gli ucraini siano peggio di altri: non abbiamo – noi – nessuna superiorità morale da mettere in campo: quando arrivano le olimpiadi, i mondiali, il Papa, ripulire i centri delle città è una priorità indiscussa anche dalle nostre parti.
Auspichiamo che l’Italia faccia allora il suo percorso e vinca nell’emancipazione da ogni forma di oppressione, attiva o passiva, interna ed esterna e che sappia rivendicarne il valore con la stessa fierezza con cui si vanta di avere battuto la Germania della Merkel.

Auspichiamo che cominci a farlo a partire dalla finale Italia - Spagna attraverso i giocatori Buffon, De Sanctis, Sirigu, Abate, Balzaretti, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Maggio, Obinze Ogbonna, De Rossi, Diamanti, Giaccherini, Marchisio, Montolivo, Motta, Nocerino, Pirlo, Balotelli, Borini, Cassano, Di Natale, Giovinco, chiamati in causa uno a uno e che tutti loro vogliano vincere non solo una partita, ma anche ribellarsi alla barbarie affinché tutta l’umanità possa liberarsi dagli abomini che ha dapprima creato, poi giustificato ed infine condannato.
Auspichiamo che tutta le persone facciano sentire la loro voce chiara nel sostenere l’iniziativa, in ogni modo possibile (boicottando o al contrario rendendo evidente la propria partecipazione critica ed indossando una qualche forma di lutto) e che questo diventi un grido di libertà per tutte le donne ignorate che ora protestano fuori dagli stadi, per tutti gli animali ormai silenti, per tutte le persone tradite nel sogno di poter esistere in pace e senza paura.

E ora...che l’Italia VINCA.

 



Riceviamo e inoltriamo l'iniziativa "UNA FINALE IN LUTTO"

La finale Italia - Spagna è una occasione per esprimere tutto il proprio orrore rispetto al trattamento riservato ai randagi (sterminati!), alle donne (ancora più sfruttate!), ai miserabili (nascosti dalla visibilità mediatica!) che puntualmente le nazioni ospitanti event...i internazionali, mettono in atto per rifarsi il trucco e che questa volta, così drammaticamente è costata la vita a 30000 tra cani e gatti per le politiche scellerate dell’Ukraina.

Per questa ragione chiediamo alla nazionale Italiana di indossare il lutto calcistico ed aderiamo all’iniziativa di indossarlo a nostra volta per ricordare l’insulsa ingiustizia e l’inaccettabile sofferenza che questa partita è costata.
Domenica 1/07/2012 TUTTI IN LUTTO.
Esibite drappi, fasce, candele, appendete lenzuola nere, o tutto quello che può essere spressione di lutto per l'intera giornata e, se potete, usate l'immagine allegata nei vostri siti e blog per porli in lutto.
 

Logo dell'iniziativa UNA FINALE IN LUTTO 
Pubblicato in Attualità - Notizie
Venerdì, 18 Maggio 2012 08:26

Bambini, topi e laboratori.

Segnaliamo l'articolo

"Bambini come topi di laboratorio" che alleghiamo a fondo pagina.

"Uomini e topi" ancora una volta, come in letteratura, accomunati dallo stesso destino: essere sottoposti - loro malgrado e a loro insaputa - alla violenza della sperimentazione. E' questo che vorremmo sottolineare, parafrasando non tanto il celebre romanzo di Steinbeck quanto piuttosto la struggente poesia di Robert Burns "To a mouse" da cui quest'ultimo trae ispirazione.

Evidenziamone la comune, evitabile e pertanto ancora più esecrabile, fatalità: l'utilizzo di queste due specie come cavie, la loro incapacità di ribellarsi al dominio di chi non li considera degni, di chi in fondo disprezza o ignora che sono "vita". Uomini come topi sottoposti a torture fisiche e psicologiche; topi come uomini che accettano, subiscono, perché il dolore è più forte della spinta a reagire, perché la rassegnazione arriva prima, li porta a smettere di lottare;

Nella sua "ode" il poeta scozzese del 1700, con rara delicatezza, chiede perdono a un topo, (cui ha inavvertitamente distrutto la tana rivoltando una zolla di terra) per l'atteggiamento persecutorio e crudele degli uomini verso la sua progenie, per il "dominio" che una specie - che ingiustamente si ritiene superiore - esercita su un'altra.
In realtà la situazione è ancora più complessa e l'essere umano deve chiedere scusa anche a se stesso, per le nefandezze che compie ogni giorno quasi volesse accelerare la propria autoestinzione.

 

«Ma topolino, non sei il solo, / A comprovar che la previdenza può

esser vana: / I migliori piani dei topi e degli uomini, / Van spesso di traverso, / E non ci lascian

che dolore e pena, / Invece della gioia promessa!». R. Burns, 

To a Mouse. On Turning Her up in Her Nest with the Plough (November 1785)

 

Così si chiude l'opera di Burns in traduzione italiana e parafrasando e in parte forzando queste parole vorremmo sperare che i anche i peggiori piani, quelli autodistruttivi che l'essere umano si ostina a perpetuare, possano "andar di traverso", sperando che in futuro bambini e topi possano essere accostati per motivi ben diversi (una ritrovata armonia?) dal loro essere cavie innocenti e inconsapevoli, vittime entrambe dell'umana malvagità.

Per chi ha il coraggio di guardare gli effetti di questo sistema: IMMAGINI


 

Bambini come topi di laboratorio

fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Bambini-come-topi-di-laboratorio-134857


All’ospedale di Fallujah non sono in grado di fornire statistiche sui bambini nati con malformazioni; semplicemente ce ne sono troppi. I genitori non vogliono parlarne. “Le famiglie seppelliscono i propri neonati dopo la loro morte senza dirlo a nessuno,” afferma il portavoce dell’ospedale, Nadim al-Hadidi. “Se ne vergognano troppo.”

“Abbiamo registrato 672 casi a gennaio, ma sappiamo che ce ne sono molti di più”, dice Hadidi. Proietta immagini su una parete del suo ufficio: bambini nati senza cervello, senza occhi o con gli intestini fuori dal corpo.

Di fronte all’immagine bloccata di un bambino nato senza arti, Hadidi dice che i sentimenti dei genitori solitamente variano dalla vergogna al senso di colpa. “Pensano che sia colpa loro, che ci sia qualcosa di sbagliato in loro. E non è affatto d’aiuto quando qualche vecchio dice loro che è la ‘punizione del Signore’”. E’ difficile guardare le fotografie. E i responsabili di tutto questo hanno chiuso gli occhi.

“Nel 2004 gli statunitensi hanno sperimentato su di noi ogni genere di ordigni chimici ed esplosivi: bombe termobariche, fosforo bianco, uranio impoverito … siamo stati per loro tutti topi da laboratorio,” dice Hadidi spegnendo il proiettore.

I mesi che sono seguiti all’invasione dell’Iraq nel 2003 hanno visto persistenti dimostrazioni contro le forze d’occupazione. Ma non è stato che nel 2004 che questa città presso l’Eufrate, a ovest di Baghdad, ha visto il peggio.

Il 31 marzo di quell’anno le immagini dei corpi smembrati di quattro mercenari del gruppo statunitense Blackwater pendenti da un ponte hanno fatto il giro del mondo. Al-Qaeda ha rivendicato la brutale azione e la popolazione locale ha pagato il prezzo dell’Operazione Phantom Fury [Furia fantasma] che è seguita. Secondo il Pentagono si è trattato del più grande scontro urbano dai tempi di Hue (Vietnam, 1968).

Il primo giro di vite è avvenuto nell’aprile 2004 ma il peggiore è stato a novembre di quell’anno. Controlli casuali casa per casa hanno dato il via a intensi bombardamentinotturni. Gli statunitensi hanno dichiarato di aver utilizzato il fosforo bianco “per illuminare i bersagli di notte”. Ma un gruppo di giornalisti italiani ha fornito presto prove documentali che il fosforo bianco era stato semplicemente un’altra delle armi vietate utilizzate contro i civili dalle truppe statunitensi. Il numero totale delle vittime è tuttora ignoto. In effetti, molte di esse non sono ancora nate.

Abdulkadir Airawi, un medico dell’ospedale di Fallujah, è appena di ritorno dall’aver esaminato un interessante nuovo caso. “Questa ragazza è nata con la sindrome di Dandy Walker. Ha il cervello diviso in due e dubito che sopravvivrà.” Mentre parla, le luci si spengono di nuovo nell’interno ospedale. “Siamo privi della struttura più elementare. Come pretendono che affrontiamo un’emergenza come questa?”

Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2010 dall’International Journal of Enviromental Research and Public Health,con sede in Svizzera, “gli aumenti dei casi di cancro, leucemia e mortalità infantile e di cambiamenti del normale rapporto tra i sessi alla nascita a Fallujah sono significativamente maggiori di quelli riferiti relativamente ai sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.”

I ricercatori hanno rilevato che c’è stato un aumento di 38 volte della leucemia (17 volte nelle località giapponesi). Analisti stimati come Noam Chomsky hanno definito tali conclusioni come “immensamente più imbarazzanti delle rivelazioni di WikiLeaks sull’Afghanistan”.

Samira Alaani, medico capo all’ospedale di Fallujah, ha preso parte a uno studio in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Diverse verifiche condotte a Londra segnalano quantità insolitamente elevate di uranio e mercurio nei capelli delle persone colpite. Ciò potrebbe essere la prova che collega l’utilizzo di armi vietate alla quantità dei problemi genetici a Fallujah.

Piuttosto che sul fosforo bianco, molti puntano il dito sull’uranio impoverito (DU), un elemento radioattivo che, secondo gli ingegneri dell’esercito, aumenta significativamente la capacità di penetrazione dei proiettili. Si ritiene che il DU abbia una vita di 4,5 miliardi di anni ed è stato definito “l’assassino silenzioso che non smette mai di uccidere”. Molte organizzazioni internazionali hanno chiesto alla NATO di accertare se durante la guerra in Libia è stato utilizzato il DU.

In questo mese il Ministero iracheno della Sanità, in stretta collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avvierà il suo primo studio in assoluto sullemalformazioni congenite nei governatorati di Baghdad, Anbar, Thi Qar, Suleimania, Diala e Basra. Stretta tra i confini dell’Iran e del Kuwait, Basra è situata sopra enormiriserve di petrolio. La popolazione di questa provincia dell’estremo sud ha subito combattimenti molto più di qualsiasi altra regione: dalla guerra contro l’Iran degli anni ’80 alla guerra del Golfo del 1991 e all’invasione guidata dagli USA nel 2003.

Uno studio dell’Università di Baghdad ha segnalato che i casi di malformazioni alla nascita erano aumentati di dieci volte a Basra due anni prima dell’invasione del 2003. La tendenza continua a salire.

L’Ospedale Pediatrico di Basra, specializzato nell’oncologia pediatrica, è stato aperto nel 2010. Finanziata da capitale statunitense, questa struttura è stata avviata dall’ex first lady statunitense Laura Bush. Ma, come l’ospedale di Fallujah, questa struttura presunta allo stato dell’arte manca di attrezzature fondamentali.

“La macchina per i raggi X è rimasta un anno e mezzo in magazzino nel porto di Basra per una disputa amministrativa su chi dovesse pagare le tasse portuali. I nostri bambini morivano in attesa di un trattamento radioterapeutico che non arrivava,” dice Laith Shakr Al-Sailhi, padre di un bambino malato e direttore dell’Associazione del Cancro Infantile irachena. “La lista d’attesa per il trattamento a Baghdad è infinita e il tempo non è mai dalla parte dei pazienti” dice Al-Sailhi nelle baracche che ospitano il quartier generale della sua ONG vicino all’ospedale.

“Inoltre le malattie di questi bambini hanno portato alla rovina economica le loro famiglie. Quelli che possono permetterselo pagano, per il trattamento, fino a 7.000 dollari in Siria e fino a 12.000 dollari in Giordania. L’opzione più economica è l’Iran, con costi in media di 5.000 dollari.

Oggi le famiglie fioccano a Teheran per il trattamento dei figli. Molte di esse dormono nelle strade perché non possono permettersi di pagarsi una stanza in albergo.”

Karlos Zurutuza da Centro Studi Sereno Regis

 

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